In morte di Dolores O’Riordan

“A casa mia ci saranno un 18.000 dischi e nemmeno una canzone dei Cranberries. La banale verità è che non hanno mai voluto dire nulla per me. Ovviamente non mi piacevano, ma nemmeno li detestavo. Serena indifferenza. Così sono rimasto un po’ spiazzato, ieri sera, vedendo la mia home di Facebook riempirsi di messaggi non di circostanza per la scomparsa di Dolores O’Riordan. Scoprendo che ha voluto dire tanto anche per miei coetanei, o per gente appena più giovane di me.”

Eddy Cilìa

“Come i Nirvana, come gli Suede (di cui i Cranberries furono spalla nel 1993), come gli Smashing Punpkins, il gruppo irlandese ha saputo stravolgere la grammatica e le regole musicali e ad impadronirsi della programmazione di Mtv, dando un calcio simbolico a Madonna e Michael Jackson, per dirne un paio, o, nel caso dei Cranberries, ai Chieftains e ai Clannad.”

Paolo Romano, HuffPost

“Erano gli anni dei ritornelli violenti, Zombie si contendeva lo scettro di canzone-manifesto di una generazione con Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. (…) Gli eroi musicali degli anni Novanta camminavano al passo con la morte, scherzavano con essa, la sfidavano (pensate ai salti folli di Eddie Vedder dalle torri dei palchi). Non esistono altre epoche della storia del rock che siano state falcidiate dalle morti tanto come i Nineties, morti per suicidio o per forme subliminali di suicidio: (…)”

Andrea Pomella, Il Fatto Quotidiano

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Qualche mese fa mi è capitato di risentire The Reason degli Hoobastank e mi ci sono fomentato abbastanza da decidere seduta stante di cimentarmi nella titanica impresa di realizzare la mia compilation FM-rock definitiva. È una cosa molto più difficile di quel che sembri: 20 pezzi che stiano perfettamente assieme e mi parlino della mia vita. L’FM-rock è un non-genere caro soprattutto a quelli della mia generazione: si tratta di tutto quel novero di gruppi, preferibilmente ottenuti in provetta, che venivano aggregati al carrozzone dei nuovi generi che spopolavano tra i giovani (grunge, pop punk, nu metal, garage rock) sulla base di uno-massimo-due singoloni da battaglia. Quindi gruppi come Stiltskin, 4 Non Blondes, K’s Choice, Spin Doctors, Goo Goo Dolls e simili, ad esempio. Ma anche singoli di incredibile successo di gruppi/artisti con una credibilità (casi clamorosi sono Soul Asylum o Liquido) e gruppi one-shot che si sono rivelati grandiosi. Questa roba ha un tratto comune: nella sua miglior incarnazione è praticamente invisibile al pubblico specializzato. È musica che vende bene nel mercato generico, spinta da radio e TV, confezionata a modo, su cui esiste una sorta di franchigia critica. Negli anni novanta andava ancora la vodka alla pesca e credo di averne bevuta una discreta quantità. Poi ho scoperto la vodka liscia e non ho più voluto sentir parlare di vodka alla pesca, e poi ho scoperto la vodka buona e non ho più voluto sentir parlare di vodka cattiva. Se non c’è altro intorno la vodka alla pesca è meglio che niente, e poi decidi che è meglio niente. Perché coi gruppi dovrebbe essere diverso? Ma la franchigia critica di cui sopra è stata applicata con troppa leggerezza, e a un certo punto ti trovi a riascoltare un singolino alla radio, e a cercare di rimettere insieme i pezzi, cercare di ricostruire una storia, qualcosa del genere. È uno dei motivi per cui la musica è così affascinante. Ho valutato decine-centinaia di canzoni, nel tentativo di arrivare a un totale di venti. Le regole si inventano sul momento: i pezzi troppo caricaturali (tipo Mmm mmm mmm mmm) non vanno bene, e bisogna cercare di inserire uno-due pezzi al massimo per ogni sottogenere, e cercare di tenere al minimo indispensabile i singoli fatti da gruppi buoni (gli Weezer sono il miglior gruppo FM-rock della storia, ma sono talmente buoni che inserirli è un po’ come dare uno schiaffo a tutti gli altri), e soprattutto bisogna cercare un flusso continuo che ti porti da una canzone all’altra senza traumi. Zombie l’ho scartata.

Zombie è uno dei singoli più ascoltati del 1994. Era una canzone così perfetta per l’anno in cui usciva da far pensare che fosse stata messa insieme da un’intelligenza artificiale: aveva gli accordi di un pezzo rock come quelli che andavano allora, aveva una linea melodica fascinosa che si sposava agli accordi, aveva delle tonalità molto scure che puntellavano la linea melodica, aveva un testo sinistro che scuriva molto le tonalità, e aveva un retrogusto epic-folk irlandese che ammantava il tutto e –scoprimmo con una certa sorpresa- ci stava benissimo. Beh, i Cranberries erano irlandesi. Il loro principale plus rispetto al resto dei gruppi con quel suono era la voce della cantante, che definire peculiare era un eufemismo: una voce femminile così, in quel contesto, era difficile anche solo da pensare. I Cranberries furono tutt’altro che un gruppo da one shot: lo stesso disco, No Need To Argue, generò altri singoli di grandissimo successo –almeno uno, Ode To My Family, era migliore di Zombie– e il gruppo mantenne la propria visibilità anche negli anni successivi. Non generarono veri e propri epigoni, forse perché la loro caratteristica principale non era replicabile e tutte le loro caratteristiche secondarie potevano essere copiate meglio da altre parti.

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Tra le cose che più vengono lamentate a chi scrive di musica, una delle principali è l’eccesso di autoreferenzialità: chi scrive parla troppo dei cazzi propri e anche nella critica tende ad anteporre le questioni personali a un racconto che sia più professionale e rigoroso. Ma nel dare la notizia della morte di Lemmy, sul proprio canale Facebook, i Motorhead misero un invito: “share stories”. La trovai una cosa molto bella: stringi stringi, certi gruppi è meglio raccontarli per cosa hanno significato nella tua vita.

Il valore storico dei Cranberries, dal punto di vista artistico e soprattutto narrativo, può essere discutibile: non hanno generato epigoni, non hanno cambiato le regole del mercato, non hanno mandato affanculo il papa in diretta TV e non hanno fatto 300mila persone a Knebworth. Non hanno fatto altro che venire ascoltati. Quando muore una Dolores O’Riordan, celebrarla da un punto di vista giornalistico può presentare qualche problema.

Tra le altre cose lamentate a chi scrive di musica c’è che stiamo invecchiando a vista d’occhio. Quasi tutti quelli che scrivono di musica oggi hanno vissuto in prima persona almeno un pezzo degli anni ’90 e possono fornire esperienza diretta. Il racconto di quel decennio, in ogni caso, non ne ha guadagnato in profondità; la principale idea storica di quegli anni si è cristallizzata al punto da farci credere che sia vera. I Cranberries sono senza alcun dubbio un gruppo generazionale: se hai la mia età ne hai una cognizione abbastanza puntuale, altrimenti no. Raccontare i Cranberries è complicato perché è complicato raccontare in generale un decennio di musica, il sistema di valori su cui si reggeva quel decennio e le impurità culturali che si annidavano tra le pieghe di quel sistema.

Una cosa stupida: negli anni ottanta, e oggi, distinguere tra un gruppo “vero” e un gruppo costruito a tavolino non era una cosa così interessante; nel decennio che ha seguito l’esplosione dei Nirvana era diventata uno dei principali punti di discussione. C’erano dietro dei meccanismi di autodifesa molto banali: i modelli musicali di quel periodo erano molto facili da replicare, i gruppi con una reputazione venivano incoraggiati a suonare in modo più standard, e si cercava di scremare sulla base delle informazioni che c’erano: da una parte quelli veri, dall’altra gli Stiltskin. Per molti di quelli che hanno iniziato ad ascoltare musica a quei tempi quel tipo di street cred è diventato un dogma, che oggi continua a creare discussioni su cui molti alzano il sopracciglio e/o mandano in culo l’interlocutore.

I Cranberries stavano più o meno in mezzo alle due cose. Erano senz’altro un gruppo vero, ma esistevano in un contesto diverso, molto meno interconnesso di quello che poteva essere ad esempio il britpop (che esplose in contemporanea ai Cranberries, grossomodo). Avevano un singolo dal suono grungy ma era abbastanza evidente che non fossero il classico gruppo creato in vitro per una pubblicità della Levi’s. Erano riconoscibilissimi, irreplicabili, si poteva valutare un acquisto del disco. Ma non potevano vantare un passato fatto di dischi usciti per etichette a prova di bomba: come la giravi, qualcosa non tornava. Verrebbe da definirli mosche bianche, ma in quegli anni non era così infrequente imbattersi in un gruppo con uno status simile. Mi vengono in mente i Counting Crows, ad esempio, o gli Weezer (che si rivelarono solo dopo un gruppo con la favella inesauribile), o tutta la seconda-terza gratta del grunge, i vari Stone Temple Pilots/Bush/Silverchair.

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I tre stralci che ho messo sopra testimoniano di un po’ di confusione generale nell’applicazione di questi valori. Ad esempio nella prospettiva culturale di un giornalista di reputazione granitica come Cilìa i Cranberries non sono praticamente mai esistiti, ed è stupefacente per lui accorgersi oggi che il ricordo del gruppo tra i suoi lettori è così vivo. L’intervento di Romano sembra orientarsi dall’altra parte dello spettro culturale, ma l’idea di base è la stessa –i Cranberries non erano gli Spin Doctors, e quindi erano i Nine Inch Nails. Una volta che hai deciso di sparare alto, tanto vale dichiarare che tra Zombie e Teen Spirit non c’era alcuna differenza e/o che nessun decennio come i novanta ha visto morire le rockstar.

Ecco, ai Cranberries va perlomeno dato atto di aver trasceso il racconto che la stampa più o meno specializzata sta facendo di loro. Di aver dato, sicuramente senza volerlo, una sfaccettatura di complessità in più a tutta questa faccenda, e di essere molto più saldamente custoditi nelle storie di chi li ha ascoltati. Forse non hanno avuto la capacità di definire davvero la propria epoca, ma Zombie ancora oggi ha una capacità di evocarla che non ha quasi nessun’altra canzone. Magari questa incapacità di parlarne in senso compiuto è indice del fatto che non siamo mai riusciti a risolvere davvero quel decennio, e magari la morte di Dolores O’Riordan è una buona occasione per riprovarci. Magari a questo giro andrà meglio. 

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3 commenti su “In morte di Dolores O’Riordan

  1. Anonimo il said:

    – Pretty
    – Linger
    – Zombie
    – Ode to my family
    – Salvation
    – Just my imagination

    Tutte queste canzoni hanno in comune una cosa. Cominciano con un giro di chitarra di 4 accordi e quel giro lì va avanti sempre uguale dall’inizio alla fine. Strofa e ritornello cambiano solo nella melodia della voce, ma gli accordi sono sempre gli stessi. Sono il gruppo ideale per chitarriste con una loopstation alle prime armi.

    Può essere sia un’offesa che un complimento, a seconda di come uno si alza.

    P.S. Qui sopra scrivi ogni morte di cantante.

  2. Per me rappresentano una fase della mia vita unica e irripetibile. Nel senso che me li ricordo associati perfettamente a quella stagione precisa e di non averne percezione o ricordo ulteriore sia nella fase precedente che in quella posteriore, a parte questi pochi giorni che hanno fatto seguito alla morte di Dolores O’Riordan.
    Li ascoltai moltissimo nell’ultima estate di puro cazzeggio che mi sono potuto permettere (quella fra il quarto e il quinto anno di liceo), quando uscì “To the Faithful Departed”. Mi ricordo che lo stesso giorno comprai altri 2 CD e una musicassetta: i due CD erano i loro due album precedenti (conoscevo solo Zombie come pezzo onnipresente suonato dalla band liceale di turno a ogni festa di fine anno scolastico che mandava in delirio le folle anche più di “Tex” dei Litfiba), la musicassetta invece era quella di “(What’s the Story) Morning Glory?”. Mi imbarazzo a posteriori a ripensare quanto credito in più detti ai Cranberries rispetto agli Oasis.

  3. Ah cazzo, me li ricordo anche nel finale di “Mission: Impossible” di De Palma un attimo dopo che un elicottero ha frenato sulle gengive di Tom Cruise. Penso che il pezzo fosse “Dreams”. Ed era comunque il settembre/ottobre del 96.

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