Francesca Michielin – 2640 (alla luce della cover della Dark Polo Gang eseguita da Dolcenera)

C’è questa cosa ultimamente, mi trovo ad ascoltare di frequente dischi di cui so fin dall’inizio che troverò bruttissimi. Recentemente mi è successo con 2640 di Francesca Michielin, un’artista contro cui non ho niente ma che riesco a inquadrare solo in un’ottica di prodotto che francamente mi fa cacare sotto dalla paura. Non è facile spiegarlo, e dovrei tirare fuori qualche idea da vecchiaccio, ma visto che in fondo i fan della Michielin hanno quasi tutti il doppio dei suoi anni, ci provo comunque.

Parto da qui: vent’anni fa un cantante italiano aveva il suo pubblico. Questo pubblico era abbastanza definito, aveva delle caratteristiche anagrafiche e culturali, e non si mischiava agli altri –ogni tanto succedeva, ma non così spesso.  Per cui ad esempio quelle che oggi la critica chiama “sperimentazioni” (due beat smerdati) il cantante XXXXX le poteva fare per interesse personale stando bene attento che queste non rompessero troppo il cazzo al suo pubblico di riferimento, ove per “rompere il cazzo” non si intende ovviamente la presenza di troppi suoni sintetici quanto l’assenza di canzoni alla XXXXX. A voi è mai capitato di ascoltare un disco e pensare “non mi piace perché è troppo elettronico”? Neanche a me.

Questa ideologia sopravvive tranquillamente in tutti i cantanti di quella generazione. Ad esempio Jovanotti si circonda da 25 anni di ospiti illustri e musicisti con le palle quadrate ma il nocciolo duro del suo pubblico è ancora composto, giustamente, da gente che di quegli ospiti illustri non sa cosa cazzo farsene. Lo stesso può fare ad esempio Cremonini, il quale archi e tutto quel che vuoi ma sta ancora in piedi perché cià i pezzi e nello specifico ha quei pezzi, roba tutto sommato simile ai primi anni di carriera. O che so, il fatto che Vasco abbia deciso di riconcepire il suo live come quello di un gruppo metal non gli ha dato un seguito metal. Ma al contempo ci sono nuove generazioni che non hanno iniziato a muovere i passi in un periodo più misto, più generico, dove non dovevi necessariamente scegliere se essere la Pausini o i CCCP, e quindi oggigiorno ci sono tanti ibridi, tanta gente che prova a infilarsi tra un genere e l’altro. Aggiungiamo una cosa: la canzone italiana non è più necessariamente la roba che la gente ascolta. I cantanti sanremesi hanno un pubblico meno numeroso e meno importante –gli Stadio, i più commoventi e meritevoli vincitori di Sanremo dell’ultimo decennio, sono passati con nonchalance dal trionfo sul palco dell’Ariston alla festa del PD di Varallo Pombia, o dove cazzo suonano di solito gli Stadio. I più attenti osservatori del pop odierno vedono in queste cose un eccesso di entropia, o comunque una situazione di squilibrio culturale, ma va detto che i più attenti osservatori del pop odierno sono le stesse teste di cazzo che mi hanno convinto ad ascoltare il nuovo disco di Francesca Michielin. Ma ponendo che abbiano le loro ragioni, la canzone italiana oggi è a un bivio: se vuoi crearti un pubblico devi provare ad agganciare qualcuno che riesca a vedere oltre Radio Italia. In questo si può spiegare anche il successo commerciale di gente come Thegiornalisti o Coez, cioè gente che viene da qualche parte e ha visto un’apertura e ci si è infilata, assumendosi in prima persona i rischi che questo comporta. È una cosa che si può apprezzare, e a dire il vero non è un concetto così differente da quello che –sempre vent’anni fa- voleva provare ad imporre commercialmente quel mistone casuale tra cantautorato e rock alternativo. Una volta mi pare di aver letto una frase del genere: “se i Verdena sono la risposta italiana ai Nirvana, portatemi qui davanti il tizio che ha fatto la domanda”. L’idea è grossomodo la stessa alla base della Michielin, ma applicata ad una diversa contingenza culturale: vent’anni fa la commistione era un bene assoluto, e al contempo si ragionava a compartimenti stagni. Banalmente, vent’anni fa nessuno di quelli come me si sarebbe sognato di ascoltare il disco di Francesca Michielin, perché qualunque gioia ci potesse ragionevolmente promettere non avrebbe pagato l’onta di averci sporcato la fedina musicale. Questo oscurantismo ha tanti lati negativi, sia chiaro. Primo tra tutti il fatto di averci precluso un mare di musica che oggi possiamo solo recuperare fuori tempo massimo o scegliere di continuare ad ignorare colpevolmente. Voglio dire, quale persona sana di mente potrebbe preferire un disco degli Strife a un disco di Mango?

Ma oggi il contesto è diverso. Abbiamo aperto le finestre e abbiamo sentito che aria tira, e francamente non c’è un cazzo da stare allegri. La filosofia della commistione ha fallito miseramente nei suoi principali obiettivi –creare dialogo, creare progresso, creare bellezza. E al contempo tutti ascoltano più o meno tutto, più per il bisogno di far trascendere tutte le discussioni che per altro. Oggi, tanto per dire, stanno smettendo di chiamarlo indie e iniziando a chiamarlo it-pop (una definizione cesellata dentro a Diesagiowave, il più grande merdaio formatosi in questi anni nell’universo sociale che gravita attorno alla Nuova Musica Italiana, e quindi per molti versi un preziosissimo laboratorio culturale; c’è un articolo di Fede Sardo su Noisey che ne parla), e questo è indicativo di una delle grandi sfide che questa musica sta lanciando a se stessa –conservare i livelli attuali di gradimento senza sbattere in faccia al pubblico l’immaginario del cazzo che ha messo in piedi. 2640 di Francesca Michielin è l’ultimo baluardo di questa idea, un disco pieno di quei momenti di testo orizzontali alla Calcutta stile “pensavo che non so cos’è l’indaco e che ti voglio tanto bene”, molti dei quali manco scritti da Calcutta –e molti dei quali sì. E nel momento in cui sei disposto a riconoscere che il singolo magari ha perfino una sua ragion d’essere, dopo aver sentito il disco intero come se qualcuno ti avesse messo del Rohypnol nel bicchiere e tu ti fossi svegliato nudo e pesto a un concerto di Galeffi, senza ricordare niente di come ci sei arrivato.

Dicevo, i giorni scorsi riflettevo su questa cosa e non riuscivo a trovare la quadra. Alla fine della fiera stanno tutti lì a buttare il piedino sul baratro dell’impossibile e nessuno che faccia mai un salto. Ma ieri cazzeggiavo su Facebook e ho visto Dolcenera che tanto per farne una si filma mentre esegue Caramelle della Dark Polo Gang al pianoforte. Ecco, se è mai successo qualcosa di anche lontanamente paragonabile qualcuno mi dica dove e quando, perché qua l’intellighenzia sta ancora a cincischiare di casse dritte situazionismo e Amanda Lear, e tutte le cose che ho messo su carta son buone sì e no per accendere il camino.

8 thoughts on “Francesca Michielin – 2640 (alla luce della cover della Dark Polo Gang eseguita da Dolcenera)

  1. Il singolo della Michelin è figo, il disco non lo ascolto nemmeno se me lo suonano a tradimento in cuffia al lavoro durante una call, vivo malissimo Coez e Thegiornalisti come esempi dello stesso concetto e a più di 12 ore dalla prima volta che ho visto il video di Dolcenera ho gli stessi sentimenti contrastanti del minuto uno, con forse una punta di giramento di cazzo in più che non saprei comunque argomentare.

  2. hai detto bene. è l entropiaclentropia che quando va bene resta costante quando va male aumenta inesorabilmente

  3. Famme capì: tutta sta tralla e poi ti piace Annalisa? A parte che mi devi una birra per avermi fatto sentire Galeffi che io farei un post su come cazzo sei arrivato dai Gorilla Biscuits a Galeffi nel giro di un post – sarò io fuori dal mondo ma a me sta gente non arriva proprio. Ah, tanto che, riscrivi n’altra volta Thegiornalisti come esempio per qualunque esempio e smetto di leggerti. Basta, me so rotta pure solo di leggerlo un post sì e uno pure.

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