Il disco più bello di sempre

Steven Bradbury è un ex-pattinatore australiano, conosciuto per aver vinto l’oro olimpico più assurdo della storia. In breve: nei primi anni ‘90 è un grande pattinatore di short track, vince un bronzo nella staffetta 5000 m a Lillehammer. L’anno successivo ha un incidente quasi mortale in una gara: la lama dei pattini di un avversario gli recide l’arteria femorale. La riabilitazione è lunga e dolorosa, e dall’incidente Bradbury non si riprenderà mai. Al primo infortunio ne seguirà un secondo, ma Bradbury continua a correre e riesce a gareggiare in due discipline alle olimpiadi di Salt Lake City, anno 2002. (lo short track è quella disciplina dove i pattinatori corrono in un circuito a velocità allucinanti, non so altro di preciso) Ai 1500 m viene eliminato quasi subito, ma nei 1000 m riesce a passare la sua batteria e accedere ai quarti di finale, dove passano i primi due. Alla fine della gara è terzo e dovrebbe far le valigie, ma viene ripescato per via della squalifica di un avversario arrivato davanti a lui. A questo punto però in gara sono rimasti solo pattinatori più veloci e cazzuti, e alla partenza della semifinale rimane subito indietro rispetto al gruppo di testa. Per un beffardo scherzo del destino arriva comunque alla finale: essere rimasto diversi metri indietro fa sì che non rimanga coinvolto in una caduta collettiva che avviene all’ultimo giro; Bradbury supera il gruppo e si qualifica. Ma che lui si trovi alla partenza della finale sui 1000 non ci crede ancora nessuno. Lui se la gioca con le carte che ha: pattinare al suo ritmo e sperare che succeda qualche casino davanti. E qualcosa succede: i quattro atleti del gruppo di testa cadono sull’ultima curva, Bradbury arriva da dietro e vince il primo oro invernale della storia del suo paese.

 

Stando a Wiki oggi in Australia la parola Bradbury è usata nel linguaggio comune per riferirsi ad un’impresa inaspettata, a un rovesciamento di fronte un po’ rocambolesco -fare un Bradbury. In Italia l’impresa di Bradbury è famosa per il commento-sfottò della Gialappa’s Band, che ne parlò ai tempi in qualche Mai Dire Gol. A caldo in effetti la sua vittoria è commentata come il più grosso WTF mai occorso nella storia delle olimpiadi invernali. Ma Bradbury di sè ama raccontare un’altra storia, lunga dieci anni, costellata di tanta sfiga e tanta tenacia e con un finale rocambolesco baciato dalla fortuna. Un dato probabilmente non così rilevante: non conosco il nome di nessun altro vincitore di medaglie allo short track, nemmeno gli italiani. Certo, gli altri erano più veloci, e questo ci porta alle possibili morali che una storia come quella di Bradbury ci può servire.

 

La prima morale è che la storia cambia a seconda di chi la racconta.

La seconda è che la tenacia e l’ossessione possono far girare le cose in un modo inaspettato.

La terza è che certe storie le racconti bene solo a dieci anni di distanza.

La quarta è che puoi salire sul gradino più alto anche se sei più lento degli altri.

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Se leggete le retrospettive sui grandi dischi il canovaccio più frequentato è sempre quello del genio. Questo tale chitarrista che ha avuto un’intuizione prima degli altri, questo grande autore, il genio e la sregolatezza, eccetera. Eppure nella musica, e nel rock in particolare, molte opere blasonate sono più il frutto di una serie di circostanze fortuite e/o il parto di menti molto limitate, quando non proprio ottuse. Nella biografia 33 ⅓ che DX Ferris scrisse su Reign In Blood c’è un passaggio illuminante che parla di questo aspetto: “Se ad esempio considerate Reign In Blood un concept album, o se vi viene da pensare che un assolo di Hanneman o King rappresenti simbolicamente il grido di un’anima intrappolata negli abissi per tutta l’eternità, state pensando al disco ad un livello a cui la band non ha mai pensato.

Vero. La paziente ricostruzione del processo creativo intorno al disco racconta la storia di un’opera creata con intenti molto meno teorici di quelli che in qualche modo sono stati riconosciuti agli Slayer. Ma è innegabile che il valore storico e artistico di quel disco sia assoluto, giusto? Ecco. Guardando oltre il disco e al gruppo che l’ha realizzato è facile innamorarsi del concetto in sè, e dell’evidenza empirica inconfutabile che lo supporta: buona parte del rock statunitense più avventuroso e teorico è stato, di fatto, suonato da gente che non aveva ben chiaro cosa cazzo stesse facendo di preciso. Raccontare l’incoscienza è relativamente complicato perchè di solito è tenuta quanto più possibile fuori dal processo produttivo: la musica viene prodotta, processata, analizzata, rivista -qualcuno magari può fissarsi su un colpo di tosse o un feedback di chitarra che è entrato nel mix e lasciarlo per fare il punk, e questo magari può entrare in quota genio&sregolatezza. Ma la musica suonata è fatta anche di pezzi d’involontarietà grandi quanto un disco intero, ad esempio certi album meravigliosi scritti e incisi in uno stato di perenne dormiveglia indotto dall’abuso di eroina, di cui i protagonisti hanno ricordi perlopiù vaghi e spiacevoli, e che nondimeno hanno prodotto pezzi d’arte epocale. Il carattere di involontarietà di queste opere non è facilmente raccontabile, invece; si preferisce utilizzare il clichè del genio inconsapevole, ad esempio, che è materia molto più filmica di certe questioni legate alle evoluzioni degli immaginari.

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Il personaggio principale della storia di oggi, in questo aspetto, è ad un altro livello. Il personaggio principale della storia di oggi è un cafone americano che per una trentina d’anni ha indossato suo malgrado i panni del protagonista di uno sgradevole freakshow in cui eroina, passione per l’occulto, LaMonte Young e abbrutimento esistenziale si fondono senza soluzione di continuità, incollati assieme da un giro di amicizie importanti e da qualche recensione positiva. Al freakshow di cui sopra il protagonista si è opposto strenuamente, con la poca forza che aveva, controbattendo con una strana perseveranza da artigiano del doom metal e ad un’idea musicale pedestre e limitata con cui ha imbrattato di dischi la storia della musica contemporanea. Alcuni di questi sono realizzati in prima persona, altri sono firmati da gente a cui il protagonista ha involontariamente segnato il percorso artistico. È una storia che inizia venticinque anni fa, quando un’etichetta di Seattle pubblica uno strano disco che in copertina ha un enorme cielo blu. È una storia che a un certo punto ha una svolta inaspettata e per certi versi rocambolesca.

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Se togliamo le persone interessate alle frange sperimentali, Dylan Carlson è famoso soltanto per un increscioso fatto di cronaca: nel 1994 si trova infatti ad acquistare un fucile per conto del suo migliore amico. Le ragioni per cui questo fatto diventa materia di cronaca, e della storia del rock, sono che il migliore amico di Dylan Carlson userà il fucile per uccidersi e che il migliore amico di Dylan Carlson si chiamava Kurt Cobain. Il suicidio di Kurt Cobain avviene a coronamento di un tragico triennio di successi musicali, depressioni inaffrontabili e brutte storie di droga. L’amicizia tra Carlson e Cobain, e l’abuso di sostanze da parte di entrambi, precede cronologicamente il successo dei Nirvana. Kurt Cobain era un ragazzo problematico ed un sincero appassionato di musica; la sua applicazione mentale ed il suo talento non gli hanno permesso di confondersi tra le figure di sfondo dell’alternative di quegli anni, un ecosistema per cui di primo acchito sembrava più adatto -ma non è detto che non sarebbe comunque finita di merda.

La principale eredità artistica di Kurt Cobain sono i dischi del suo gruppo. La seconda principale eredità artistica di Kurt Cobain è un elenco di artisti da lui amati, ascoltati, sostenuti e consigliati, che senza di lui sarebbero stati conosciuti da un terzo delle persone che li conoscono. Dylan Carlson era incluso nell’elenco di artisti di cui sopra. Il gruppo da lui fondato e condotto si chiama Earth: da trent’anni sopravvive ai confini di un genere musicale che nei momenti di maggior entusiasmo ha dato segno di non essere troppo infastidito dall’esistenza della band. Dal punto di vista artistico Dylan Carlson ha sempre dato segno di non essere troppo interessato a spostarsi dalla periferia del rock indipendente. Nella sua idea di musica i gruppi sono associazioni di musiciste tenute insieme su basi carismatiche, e gli Earth sono la più banale e duratura rappresentazione di questa idea: un progetto solista allargato a generosi contributi altrui, o un gruppo di due-tre-quattro-cinque elementi in cui nessuno a parte lui sembra avere diritto di voto in alcuna questione extramusicale. La libertà artistica che Carlson concede ai membri della sua band non si allarga quasi mai al lato umano. Nelle questioni musicali Carlson non è mai stato un visionario machiavellico alla Reznor (cioè uno per cui i compagni di gruppo sono fondamentalmente braccianti). La sua band è composta da musicisti di profilo medio-alto che partecipano al processo di composizione. Ma ogni svolta nella carriera degli Earth è accompagnata da una sorta di epifania di cui Carlson è protagonista e a fronte di questa epifania si può lavorare o fare le valigie. 

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Gli Earth iniziano alla fine degli anni ottanta. La scena che li accoglie è quella del nordovest degli Stati Uniti, che è già importante sulla mappa del rock indipendente ma non ancora familiare al pubblico televisivo. L’etichetta del luogo si chiama Sub Pop, la quale vende i suoi gruppi sulla base di una bizzarra estetica da boscaioli ubriachi a prescindere da quanto intellettuale possa essere (o non essere) la loro musica. Il gruppo prende il nome dalla prima ragione sociale dei Black Sabbath, e i Sabbath sono anche il primo riferimento musicale -loro e tutta la marea di epigoni statunitensi che hanno generato, a partire dai Black Flag del periodo My War per arrivare a Saint Vitus e ovviamente ai Melvins, che nella stessa area sono già il principale punto di riferimento. Entrano in studio con due pezzi che messi insieme sfondano la mezz’ora: batterie lentissime, riff ripetuti allo sfinimento, pochissime parti vocali (a cui contribuisce anche Cobain). Sub Pop propone al gruppo di spezzare in due parti una delle canzoni (A Bureaucratic Desire for Revenge) per realizzare un 7”, e la cosa verrà effettivamente fatta, ma alla fine deciderà di uscire in CD (Extra-Capsular Extraction). Il gruppo è composto da Carlson alla chitarra, Dave Harwell al basso e Joe Preston alla batteria. Il rapporto con Preston finisce quasi subito, complice il suo ingresso nei Melvins (appena dopo Bullhead, e per pochissimo tempo). E a quanto pare finisce abbastanza male da portare Preston a rubare i master di Extra-Capsular Extraction e bootlegarlo. Ma dai tempi in cui gli Earth uscivano con il primo EP, l’attenzione nei confronti di Seattle si è centuplicata: Nevermind ha iniziato a vendere un disastro di copie, la musica del gruppo si è ispessita un bel po’. L’ospite estemporaneo del primo disco degli Earth è diventato il simbolo di una generazione intera, e non la sta prendendo molto bene. Non che Dylan Carlson stia particolarmente bene nel periodo: l’abuso di sostanze sta facendosi sentire, e lui ha deciso di continuare con gli Earth senza rimpiazzare il batterista. Nello stesso periodo inizia ad interessarsi a LaMonte Young, prima leggendone e poi ascoltandolo. Un po’ per scherzo e un po’ per rompere il cazzo, concepisce il prossimo disco degli Earth assieme a Dave Harwell: niente voce, niente batteria, solo una gragnuola di accordi di basso e chitarra. Ma in fondo nemmeno gli accordi sono così importanti. Entrano in studio nell’agosto del 1992 con tre tracce, che Sub Pop pubblicherà in cd sei mesi dopo: si chiama Earth 2. Sottotitolo: Special Low-Frequency Version. In copertina la foto di un paesaggio pieno di blu, firmata da Arthur S. Aubry e sovrastata dal titolo del disco scritto a caratteri cubitali. Venticinque anni fa.

(Buon compleanno)

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Quando dico “il disco più bello di sempre” lo intendo davvero, ma “il” disco più bello di sempre è più di uno. Ci sono molte ragioni per cui faccio questa cosa, vi basti sapere che c’è una differenza qualitativa tra “uno dei miei dischi preferiti” ed Earth 2.

Per capire la musica di Dylan Carlson credo sia necessario cercare di capire il personaggio, il quale ha passato la sua intera esistenza artistica a cercare di sparire dietro la musica da lui prodotta. L’intervista più completa che ho mai sentito fare a Carlson è questa: un panel alla Red Bull Academy, un’ora e un quarto di durata, di cui 35 minuti passati a pronunciare le parole “you know” e “I mean”. Il Dylan Carlson dipinto da Dylan Carlson è un rockettaro di mezza tacca le cui modeste idee hanno incrociato il favore di un pubblico piombatogli addosso per caso. È anche ragionevole pensare che Carlson abbia ricordi altalenanti del periodo in cui registrò e fece uscire Earth 2, e forse l’understatement è sempre un buon punto di partenza, ma è comunque possibile trovare tra le pieghe delle sue risposte di circostanza le tracce delle tante vite che l’uomo ha vissuto. Su una cosa ha ragione: il primo CD a piena lunghezza degli Earth, nell’anno della sua uscita, non scardina gli equilibri del rock. E qui si arriva a un’altra delle morali della storia di Steven Bradbury: per raccontare bene certe storie occorre guardare agli eventi in una prospettiva di dieci anni.

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Quando si parla di Earth 2 si è usi accostare il disco al genere che (la critica è più o meno concorde su questo) è nato con Earth 2, e viene chiamato drone metal. Personalmente non mi piace la definizione: quando si parla di sottogeneri del metal (black metal, glam metal, death metal, nu metal, eccetera) si identifica sempre un certo tipo di estetica che negli Earth è del tutto assente. Cerco di spiegarmi: se si parla di black metal ormai si ha quasi in mente più un modo di dipingersi la faccia che un certo tipo di suono. E certamente esiste un’estetica drone metal, per molti versi, ma non è stata portata al mondo dagli Earth, bensì da un gruppo che dichiara, dal primo minuto di esistenza, di aver copiato tutto dagli Earth.

Nello spiegare perchè gli Earth abbiano avuto presa tra i metallari nel primo periodo, Dylan Carlson incolpa ovviamente il caso: nella foto che sta sul retrocopertina di Earth 2, indossa una t-shirt dei Morbid Angel. Per comprendere appieno questo aspetto bisogna fare un piccolo sforzo e calarsi nella mentalità dell’epoca: il metal estremo del 1993 è ancora, in molti casi, musica sperimentale a tutti gli effetti. Questo aspetto riguarda ad esempio tutto l’universo di transfughi del primo grindcore, Scorn e Godflesh in particolare, ma anche i primissimi Cathedral e Carcass, oltre ai parenti passati presenti e futuri di quella scena (God, Skullflower, Fudge Tunnel eccetera); ma anche numerosi tentativi di incorporare hardcore, thrash e grind all’interno di contesti come quello jazz (Naked City/Painkiller), le nuove declinazioni dell’industrial metal statunitense, i Royal Trux di Twin Infinitives, il lavoro dei Melvins -oltre ovviamente a tutto il bacino ambient e alla classica contemporanea che flirta a vario titolo con il rock’n’roll (Chatham, Branca). Gli Earth sono uno dei punti limite dell’esperienza: riffoni  blindati ripetuti fino a sfaldarsi, drones di chitarra aperti a volumi fuori dal mondo. Earth 2 si fregia di tre tracce ma di base è un’unica canzone, che parte grossomodo da dove erano rimasti gli Earth di Extra-Capsular Extraction (giri di chitarra lentissimi e ultra-minacciosi) e poi si sfalda dentro a dei drone di chitarra e basso, sparati a volumi vergognosi e stratificati fino a mandare in culo la percezione uditiva. Il risultato è una vibrazione ariosa, la quale più che il metal ricorda appunto un certo minimalismo alla LaMonte Young o -dieci o quindici anni dopo probabilmente avremmo parlato di gamelan con cognizione di causa, o probabilmente avremmo trovato qualche parallelo con certa field music dell’amore tipo i dischi belli di Fennesz o dischi come A Crimson Grail di Rhys Chatham, fondamentalmente un Guitar Trio ripensato alla luce di Earth 2. Ma per sua natura, e come molte altre opere di questo tipo, Earth 2 non è strettamente spendibile in un contesto di arte contemporanea. È un album molto dozzinale e molto complesso allo stesso tempo, stratificato, uno di quei dischi che mostrano una faccia diversa ad ogni ascolto, che si tende a dare per scontati e che stupiscono soprattutto nel momento in cui lo si fa. Che sia minimalismo o massimalismo in fondo non è importante, e comunque dipende sempre da chi racconta la storia. Dylan Carlson rifiuta categoricamente le “accuse” di situazionismo che qualcuno ha rivolto all’album -in altre parole: non era sua intenzione incidere il disco più lento della storia del rock, ha voluto fare un disco che somigliasse a quel che aveva in testa. Ma anche lasciando fuori il situazionismo, rimane la situazione: nel 1993 gli Earth suonano una musica che non suona nessun altro, e che alle orecchie di qualcuno funziona alla grande. Il disco mostra da subito un legame piuttosto forte con il suo pubblico di riferimento, legato a certi suoni di confine come l’industrial metal e affini (un pubblico tutt’altro che sparuto, nei primi anni novanta: in fin dei conti perfino i Godflesh di Selfless escono su major, giusto?).

È chiaro che parliamo di un successo di nicchia. Anche l’amicizia con Cobain, che in quello stesso anno produce Houdini dei Melvins, non basta a ridefinire i termini commerciali di un’opera sostanzialmente inaccessibile ai generici e anche a chi sta cercando dentro ogni buco il prossimo Kurt Cobain. È logico quindi che gli Earth finiscano ad ingrassare le fila del mare di cult band a cui solo i fanatici musicali di penultimo e ultimo stadio si riferiscono, cosa che del resto era l’unica loro ragionevole aspirazione. La parabola artistica di Carlson si esaurisce abbastanza in fretta, comunque: un (bellissimo) seguito intitolato Phase 3: Thrones and Dominions esce già alla fine del ‘93 -la formazione è sempre a due ma Dave Harwell è stato giubilato nei mesi precedenti. Pentastar nel ‘96 in full band, il gruppo ha già un piede nella fossa. Per Carlson è un periodo molto brutto: l’eroina, la morte di Cobain, qualche guaio con la legge (sconterà qualche mese in carcere per una storia di effrazione di cui non so nulla). Ne esce a fatica al cambio di millennio: si disintossica, cambia casa, inizia a lavorare come manovale e riprende in mano i brandelli di vita rimasti. A un certo punto ricomincia a cazzeggiare con la chitarra.

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Cinque o sei anni dopo Earth 2 il metal è preda di un moto restauratore. Sul momento sembra ancora un periodo eccitante: la base groove metal prova a contaminarsi con rap e derivati ed escono settimanalmente esempi di crossover che paiono mai sentiti prima, ma in realtà sono le avvisaglie della crisi di un genere. Il vero terreno di sperimentazione su cui il rock estremo ha sempre poggiato (suonare più violenti ed efferati di quelli che suonavano ieri) sta iniziando a non sembrare più così invitante e praticabile; death black e derivati entrano in una fase di stanca, o quantomeno di relativa standardizzazione e canonizzazione. Capita ad esempio che generi musicali morti e sepolti (power, epic e derivati) tornino in auge in certi paesi dell’Europa, in cui il pubblico si divide abbastanza nettamente fra tradizionalisti ad ogni costo e avanguardisti ad ogni costo.

Tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila la lentezza torna relativamente di moda, declinata in diverse forme -certe forme di industrial, certe scopiazzature dei Neurosis, i soliti epigoni dei Melvins, i dischi doom metal cattivissimi con tracce di venti minuti l’una.Tra i personaggi di spicco in questa fase ci sono due musicisti che hanno militato in una dozzina di formazioni di culto e decidono di mettere insieme un progettino della domenica. L’idea è quella di dar sfogo a certe idee che in altri ambiti rimarrebbero inascoltate, spingere sul lato metal della cosa e vedere se lo si può ricalibrare dal punto di vista artistico. Si chiamano Greg Anderson e Stephen O’Malley. Il primo ha un’etichetta discografica, il secondo lavora come graphic designer. L’idea di base è stupidissima: prendiamo quel disco degli Earth, che è un disco metal; lo risuoniamo pari pari, buttandogli addosso un’estetica fatta di caratteri gotici, tuniche con cappuccio e croci rovesciate a caso. Visto che è un tributo, buttiamola sul tributo: decidono di chiamarsi Sunn (o))), un po’ per gli amplificatori (casualmente utilizzati da Carlson) e un po’ per fare un gioco di parole con Earth, a cui in parte il gioco di parole si riferisce. Tanto per non farsi mancare niente, nel 2002 i due Sunn (o))) escono con un altro gruppo che porta il nome di una canzone di Earth 2, Teeth of Lions Rule The Divine. Ma i Sunn (o))) sono tutt’altro che plagiari a costo zero; somigliano più che altro all’operazione (praticamente contemporanea) che Gus Van Sant ha compiuto su Psyco di Hitchcock: rigirano l’intero film, scena per scena, ponendosi una certa regola e sottoponendo il risultato al lavoro di decodifica degli ascoltatori.

Soprattutto, l’esecuzione del plagio è certosina e potentissima. I Sunn (o))) funzionano alla grande: per un certo periodo, più o meno all’epoca del terzo disco lungo, sembrano la cosa più interessante e vitale che il metal sta proponendo in quel momento, soprattutto in quella strana zona di confine che è andata creandosi tra il metal estremo, lo zoccolo duro dell’indie e tutto il pubblico avant-contemporaneo. E se è ovvio che siano le grafiche sfavillanti e i cappucci di O’Malley ed Anderson ad occupare le copertine dei giornali, è altrettanto ovvio che non si può scrivere due righe sui Sunn (o))) senza nominare Earth 2

Curiosamente, Dylan Carlson è risorto l’anno precedente. A un certo punto decide di rimettersi in giro, roba poco impegnativa con una chitarra e un compagno di avventure abbastanza inusuale (la batterista Adrienne Davies, che suona al rallentatore e milita in qualche gruppo di scarsa importanza). Sulle prime ha persino il dubbio se utilizzare il nome Earth o ricominciare da zero; ma in fondo parliamo di un’evoluzione naturale del suono di Pentastar. I live degli Earth in quel periodo sono un’esperienza ai limiti dell’umano: semimprovvisazioni chitarra/batteria che rovesciano anonimi canovacci rock’n’roll a forza di frequenze basse e tempi dilatati su cui gli accordi si sfaldano, il tutto a volumi da far saltare le mattonelle.

Ma in questa fase il nome degli Earth è caldo come pochi altri, e il suono del metal estremo sta ripercorrendo fedelissimamente le intuizioni (fortuite o meno) che Carlson aveva praticato dieci anni prima. Si tratta solo di trovare il tempo di fare uno più uno.

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La relazione tra Earth e Sunn (o))) è unica. Gli uni non potrebbero, oggettivamente, esistere senza gli altri. Gli Earth hanno dato ai Sunn l’idea iniziale, le regole generali, il mindset e la ragion d’essere; il recupero ad opera dei Sunn (o))) e le loro infinite variazioni sul tema hanno fornito un contesto per far sì che gli Earth potessero essere riscoperti, analizzati e decodificati con un’accuratezza che negli anni novanta non era ipotizzabile. Alla fine del processo di analisi e decodifica gli Earth sono diventati uno dei massimi punti di riferimento del rock di ogni tempo, ma solo i Sunn (o))) hanno saputo davvero declinare il potenziale del suono degli Earth -nelle loro mani Earth 2 diventa il minimo comun denominatore di una sorta di big band aperta in cui decine di musicisti di caratura impressionante (compreso Carlson) entrano ed escono a piacimento. Quando Dylan Carlson deciderà di rimettersi in pista con un nuovo suono e un nuovo album, Greg Anderson sarà il suo editore di riferimento. Dal 2005 in poi Earth e Sunn (o))) sono un vero e proprio ecosistema musicale in cui è impossibile dire chi sia il parassita dell’altro -agiscono in simbiosi traendone beneficio reciproco. In uno dei tanti paradossi della vicenda, l’applicazione calligrafica dei Sunn ha spinto Dylan Carlson a inseguire un’altra idea di suono, per molti versi in contraddizione (scheletrica, pulita, melodica) ma per altri improntata sullo stesso massimalismo/minimalismo che animava Earth 2.

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È una di quelle storie strane che cambiano a seconda di chi la racconta, e di quanto tempo considera la storia. Earth 2 è un disco visionario e delirante, concepito in seno al disagio e figlio di un’epoca in cui il rock mirava a superarsi su base quotidiana. Staccato dalla sua epoca avrebbe potuto morire e dissolversi nel limbo dei tanti dischi di culto concepiti in quelle condizioni: qualche centinaio di adetti folgorati per sempre, nessun altro a ricordare il gruppo. Le cose sono andate diversamente. Se c’era un gruppo che meritava una seconda occasione era quello. Dylan Carlson, se glielo chiedete, vi racconta d’esser grato dell’opportunità, e promette di fare il possibile per non bruciarsela. L’ombra lunga della sua personalità si stende su una classe intellettuale sterminata che lo tratta come un caposcuola; la sua stessa esistenza è diventata il monumento vivente ad un modo di pensare la musica che ancor oggi Carlson pratica senza risparmiare una goccia di sudore. Il suo disco migliore, da ogni punto di vista, è ancora Earth 2.  

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8 commenti su “Il disco più bello di sempre

  1. Fabio DP il said:

    Era meglio prima. Nel senso che si leggeva meglio. Poi non è che se cambi veste grafica e continui coi pipponi su come si stava meglio quando si stava peggio bla bla bla bla. Oramai ti si smette di leggere alla 3° riga cazzo…

  2. ff (sloggato) il said:

    (Erano tipo 4 anni che non cambiavo il tema del blog)

    (Ho scritto una cosa su come si sta meglio oggi che si sta meglio)

    (Mi spiace di essere diventato illeggibile, non lo faccio apposta)

    (Grazie di aver letto le prime tre)

  3. Giacomo il said:

    A me è garbato!
    Non li conoscevo e ora vado ad ascoltarli!
    Grazie

    PS
    Refuso: “Quando disco “il disco più bello di sempre” “

  4. Fabio DP il said:

    Non ho detto che sei illeggibile. Scrivi sempre molto bene e se fossi la tua prof del liceo ti metterei un 7+ con un’annotazione sulla prolissità. Il punto è che tutta la tralla è interscambiabile con almeno un’altra dozzina di pezzi qui sopra e mille mila là fuori con, per me, l’aggravante che almeno fino a ‘valige’ scrivi cose lette triliardi di volte che fanno passare la voglia. Forse fossi solo meno prolisso boh.

  5. Registro la critica e ringrazio a mezza bocca (la prof d’italiano al liceo mi aveva prescritto una rigida dieta di 4 e 5). Per il futuro, non posso dire di essere intenzionato a smettere con questa roba prolissa -nella mia testa è quasi tutta roba nuova o non sufficientemente trattata, da cui l’insistenza. scusa.

  6. Ezra Miller il said:

    Fabio DP “con, per me, l’aggravante…” non si può leggere, è da 3– a voler essere larghi

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