PAGARE LA MUSICA – l’etica protestante e lo spirito del bagarinaggio spinto

Dissenso Cognitivo
Dissenso Cognitivo

Non compro mai biglietti in prevendita; non è una battaglia ideologica contro il concetto, è che negli ultimi anni le mie abitudini stanno cambiando: ho una famiglia, ho un’età, ho poco tempo libero, ho pochi soldi da spendere, e molto spesso per riuscire a uscire di casa e vedere un concerto in un’altra città devo affidarmi a un colpo di fortuna. Come diceva il mio amico Diego mentre stavamo andando a vedere i Mineral, alla nostra età comprare una prevendita serve più a impedire a se stessi di inventare una scusa dell’ultimo minuto e rimanere a casa. Oltre a questo, chiaramente, mi scoccia pagare la fetta enorme di diritti prevendita che ti chiedono Ticketone e siti simili.

Ad ottobre 2016 c’è Bob Mould a Bologna. Durante i giorni precedenti gira qualche voce di un possibile sold out, ma Bob Mould suona all’Estragon -un posto enorme che ho frequentato abbastanza e non ho mai visto completamente stipato, non da quando s’è trasferito al Parco Nord- e penso che, fotta a parte, le voci sono probabilmente assurde o comunque vale la pena orientarsi per una decisione dell’ultimo minuto: se le condizioni per andare a Bologna ci sono, prendo l’auto. Il concerto, secondo il sito dell’Estragon, sta a 25 euro più prevendita. La sera la bimba si addormenta presto e io posso partire, stanco morto ma con la fotta nel cuore. 25 euro è un biglietto che per Bob Mould reputo troppo alto, ma parliamo comunque del mio gruppo preferito, di un artista che ho visto in passato e che mi ha fatto piangere via il culo dalla gioia, eccetera. La decisione, quindi, è presa. Salgo in macchina e mi dirigo a Bologna.

Una volta arrivato al Parco Nord vengo fermato, c’è un catafalco con due tizi che mi chiedono se vado all’Estragon, rispondo di sì, mi chiedono due euro di parcheggio. Mai pagati in vita mia. Nel capannone a fianco sembra esserci una festa o qualcosa del genere, probabilmente con il parcheggio a pagamento, e immagino che i 2 euro servano a dissuadere quelli che si presentano alla porta e dire “vado all’Estragon”. Trattandosi di due euro non mi pongo il problema, ma è comunque una stecca dell’8% sul prezzo di un biglietto che già mi sembrava troppo salato. Arrivo davanti all’Estragon, do un’occhiata al numero di auto nel parcheggio e mi faccio una risata interiore pensando alle voci di sold out. Mi dirigo alla cassa, ci sono tre o quattro persone che da lontano sembrano incazzate con il tizio come se si fosse sbagliato a dare il resto. Quando arriva il mio turno il cassiere mi chiede 30 euro.

Strabuzzo gli occhi e gli dico che c’era scritto 25. Mi spiega che 25 + prevendita era appunto il prezzo per la prevendita, e che poi alla porta “l’organizzatore” può fare il prezzo che preferisce. Non sono il tipo di persona che monta un casino davanti alla cassa, quindi faccio un rapido calcolo mentale: tornassi a casa senza comprare il biglietto, avrei fatto un viaggio a vuoto che tra autostrada, benza e ore di sonno mi costerà intorno ai 40 euro, senza manco vedermi Bob Mould. All’atto pratico si tratta di “solo 5 euro” e quindi entro scocciato. Concerto bellissimo, lui tira come un treno, la sua band anche più di lui; ma il fatto di essere nel 30% delle persone più giovani dentro al locale,oltre alla storia del biglietto, mi rovina profondamente la serata. Decido che in futuro non succederà più: non sapendo di chi è la colpa (promoter? Manager? Locale? Dipende da come è stato organizzato il concerto, chi gestisce cosa, chi ha investito, etc), ai miei occhi la figuraccia l’ha fatta l’Estragon, un locale in cui d’ora in poi mi guarderò bene dal metter piede se non in situazioni di estremo bisogno (vale a dire quando c’è un concerto che mi interessa, come del resto succedeva prima). Il giorno dopo posto uno sfogo su Facebook e trovo qualcuno che si è trovato alla cassa la stessa sera ed è caduto dal pero come me.

Ora, la questione è: si tratta di 5 euro, non è niente. Più 2 euro di parcheggio che con ogni probabilità non sono andati all’Estragon, vabbè. Suppongo sia una cosa che molte persone lasciano passare in cavalleria, un po’ perchè lo sai come funziona ad andare in giro e un po’ perchè Bob Mould non è che venga giù a suonare tutte le settimane. A onor del vero non c’è nemmeno il problema, cioè il poveraccio che mi ha detto quella cosa alla cassa aveva tutto il diritto di farlo. Il discorso su cui è basata la mia incazzatura (che un mese dopo, sono serio, non m’è ancora passata) è che non l’ho mai sentito prima. Se il prezzo è diverso alla porta o in prevendita, nel sito scrivi qual è il prezzo alla porta e qual è il prezzo in prevendita. Ho saputo di gestori di locali che abbassavano il prezzo del biglietto online per far sì che il biglietto + i diritti fossero uguali a quel che si pagava alla porta. Avessi saputo che Bob Mould costava 30 euro probabilmente sarei rimasto a dormire a casa mia, o mi sarei visto un concerto in città, o magari sarei andato a vedermi Mike Watt al Freakout.

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Tutta questa storia mi rende una sorta di alieno per quanto riguarda il discorso sul secondary ticketing. Voglio dire, uno che rimane incazzato un mese per aver pagato una cresta di 5 euro sul concerto di uno che gli ha cambiato la vita, insomma. Non è che disprezzo il rock da stadio, tutt’altro, e mi è capitato spesso di concedermi qualche concerto in arene sterminate, magari comprando il biglietto in prevendita. Il problema è che sono totalmente allergico a quelle situazioni, e cerco di stare al riparo quanto più possibile. I parcheggi a pagamento improvvisati dieci euro a macchina, i furgoni con la piadina di poliuretano fuori dagli stadi, la puzza di cipolla, i bagarini che ti urlano addosso, la perquisa all’ingresso, 33 cl di birra cattiva a 5 euro dentro al posto: cerco di far sì che non mi riguardi. Quel che mi fa girare le palle di questi eventi è tutto il sottotesto classista che sta alla base dell’evento: l’artista è lontano, sul palco, e voi non siete un cazzo. È un’impostazione narrativa su cui si è settata quasi tutta la stampa rock da quando esiste un concetto di stampa rock, e di questi tempi sta andando in crisi -un po’ perchè era ora, un po’ perchè il rock non è che stia proprio in salute. Alla faccia degli spot della CocaCola. Quella di cui parlo sopra è una brutta esperienza di scalping , probabilmente legalissimo e lecitissimo, di cui sono rimasto vittima perchè sono fanatico degli Husker Du. La scorsa settimana, con il culo che bruciava ancora per via delle elezioni americane, ha iniziato a girare il video di un servizio su Le Iene. Dopo il sold-out ultrasospetto dei Coldplay su Ticketone, la redazione del programma riceve in modalità whistleblowing alcune fatture che testimoniano accordi tra alcuni organizzatori (viene apertamente nominata Live Nation, indiscusso major player del settore) e agenzie di secondary ticketing (per capirci, quelli da cui vai a fare compravendita di biglietti). Il tutto mirato alla ripartizione esplicita di guadagni derivati dalla vendita di biglietti scalpati (anche in modo assurdo, tipo 7/800 euro a biglietto). È scoppiato un polverone grosso, quasi immediato, in seguito a cui gente come Vasco Rossi, Tiziano Ferro e Mengoni si dissociati a vario titolo da Live Nation.

(“A vario titolo” significa che nessuno si è dissociato davvero. Lo staff di Vasco Rossi ha “attualmente sospeso ogni rapporto commerciale”, che non è proprio come dire “non lavoreremo mai più con Live Nation”, è più una cosa in mezzo. Tiziano Ferro ha dichiarato d’essere indignato ma che il tour con Live Nation andrà avanti, dopo aver ricevuto garanzia che nessuno a Live Nation abbia mai scalpato i suoi biglietti.)

Una teoria è che chiunque sia disposto a spendere 700 euro per vedere i Coldplay merita ampiamente di venire truffato. Credo sia un’opinione legittima, anche se credo che ci allontani un briciolo dalla dimensione reale dei fatti. Non è pazzesco che ci sia qualcuno disposto a spendere 700 euro per vedere i Coldplay? Ragazzini di classe mediobassa che hanno consumato il disco, madri di famiglia che arrancano per arrivare alla fine del mese, ventenni ricchi e viziati che non s’accorgono manco dell’esborso. Ma in ogni caso si tratta comunque di persone che hanno una passione e che quel giorno convergono in quel posto lì. Come artista credo che mi sentirei fomentato all’idea di avere un pubblico così ben preso, che cercherei di proteggerlo ad ogni costo e di farmeli amici per tutta la vita. Il primo passo, invece, è rimuovere l’idea di questa gente, tipo, far finta che non esista. Un’altra domanda: 700 euro sono davvero un’assurdità in un mondo nel quale i biglietti stanno tra i 70 e i 100 euro? Far pagare 100 euro un concerto su un prato è folle da ogni punto di vista che non sia quello di sfruttare il fanatismo per la musica. Quante persone andrebbero a vedere XXX a San Siro? Quanto sarebbero disposte a pagare queste persone? Il totale genera i cachet, i cachet generano i prezzi dei biglietti e a un certo punto arrivano i bagarini. Poi qualcuno riesce a fare un ragionamento a mente fredda e pensare che invece di far arricchire le sanguisughe puoi fare il salasso direttamente tu. Non credo sia compito mio o delle Iene (ma diamogli almeno il credito di aver sollevato per una volta un polverone sensato) dire se questa sia o meno una “truffa legalizzata”. Diciamo che se non lo è, è quantomeno un modo efficiente di mungere la mucca fino all’ultima goccia.

Dal punto di vista degli artisti non mi ci so mettere. Non riesco a capire in che modo una persona disposta a spendere 700 euro per vederti suonare dal vivo in un piazzale con un’acustica di merda riesca ad entrare nel normale ordine delle cose. E lo stesso per trentamila persone disposte a spenderne 50 o 100. C’è un sacco di gente che s’incazza per il costo dei concerti, ma non sono quasi mai gli artisti, anzi le storie degli artisti che s’arrabbiano per il costo dei biglietti scarseggiano. Ne ricordo una su James Murphy, quello degli LCD Soundsystem, che in occasione dell’ultima data del gruppo subì un attacco dei bagarini online e aggiunse altre tre o quattro date nello stesso posto per mandare invenduti i biglietti scalpati. C’è la battaglia dei PJ contro Ticketmaster, che aveva quasi fatto sciogliere il gruppo senza cambiare di niente lo stato delle cose. Oppure tocca tornare ai soliti Fugazi che anche alla fine della carriera si guidavano il furgone e tenevano i concerti a prezzo politico, smenandoci col portafoglio in prima persona. Non dico che la Pausini debba mettersi in giro col camioncino tipo Ian MacKaye, ma alla fine di tutto il casino e dei teatrini e delle indagini del Codacons e delle proposte di Franceschini, il sistema attuale sguazza in una situazione nella quale l’artista sta confinato sul palco, il pubblico s’accalca in platea e tra i due c’è un buco transennato di 6 metri, in cui nessuno si avventura e in cui nel tempo s’è infilato di tutto -impurità, parassiti, vermi, pus, bagarini, perquise, venditori ambulanti e birra svanita. Il tutto in dosi talmente enormi da rendere impossibile guardarsi davvero tra pubblico e artisti, e allora vaffanculo. Se 100 euro sono la normalità di un concerto in uno stadio, 700 euro sono un’aberrazione plausibile, e tanto vale iniziare a starsene a casa e fargli fare qualche bel buco finanziario. Chissà che non abbassino la cresta ed evitino di elevare l’allegria a sistema, così magari la prossima volta che scende Bob Mould in italia il biglietto costerà quanto sta scritto sul sito.  

PAGARE LA MUSICA, DALLA PARTE DEI POTERI FORTI: IL PROMOTER

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La saga sul PAGARE LA MUSICA va continuata e fatta passare per un’altra figura paraistituzionale che è la prima a scriverti, la prima con cui contratti, la prima che ti accoglie, la prima che ti paga quello che c’è da pagare, la prima che finisce come oggetto di un beef-status su facebook se non è andata come ti aspettavi, l’ultima che viene ringraziata prima dell’ultimo pezzo.
Ho chiesto ad uno di quelli bravi che sta facendo cose grasse e bellone a Padova, Davide De Munari, cos’è un promoter e se si rimedia qualcosa.

Nell’immaginario comune, gretto e provinciale che mi piace, il promoter è quello che mentre stai guardando qualcuno suonare da qualche parte ti capita alle spalle ti attacca un pippone che comincia con “E allora? Ti piacciono i gruppochestasuonando?” Non succede sempre, però succede. Cioè, credo sia una delle cose che deve fare, deve sondare a lavoro compiuto. Partendo dall’inizio, invece, chi sei tu, cos’è un promoter, e se serve, perchè serve?
DDM: sono promoter dall’Ottobre 2009, e come dice il nome stesso, promuovo e organizzo concerti assieme ad altre persone che mi aiutano nelle varie fasi di preparazione: preproduzione, promozione, logistica e via dicendo. Per farla breve, un promoter è colui che decide che in quel posto suona quella band a quell’ora, e ne prepara ogni dettaglio. Un promoter penso serva principalmente per unire le band col pubblico, e far trovare ai lavoratori il giusto ambiente di lavoro. Ho cominciato come tanti altri per passione e un po’ anche per gioco, cercando di organizzare una festa di Halloween (in quello che all’epoca era l’Unwound) con 5 amici. La serata era strutturata con dei live ad inizio serata e il dj set electro poi (all’epoca andava così!).
Dopo poco mi son trovato ad essere tentato dal provare a trasformare questa cosa in un lavoro, di investirci molto, anzi, direi tutto: tempo, soldi, passione, provare a farlo diventare la mia vita.

Che bello, hai nominato l’Unwound. Teniamo quella finestra aperta lì per dopo e andiamo avanti.
C’è l’assioma generale secondo cui chi scrive di musica di solito è un musicista fallito, lo si è sempre percepito un po’ così, come del sarcasmo ma non troppo.
Quindi se di solito uno che scrive di musica è un musicista fallito, uno che fa il promoter, secondo quello che dice la strada, è un wannabe Briatore con la maglia dei Bauhaus e la fissa della scena underground?

Il lavoro si svolge su alcune dinamiche alla base dell’imprenditoria: investimenti economici, domanda e offerta. Direi che sul Briatore, chi più chi meno, ci siamo.
Per quanto riguarda l’ambiente underground è la fascia di mercato più attiva in questo momento, girano molte band in questi anni. Allo stesso tempo è anche la più difficile nella quale lavorare, nel senso che i margini sono sempre molto bassi e di molte produzioni che facciamo il rischio di non riuscire a chiudere i conti a fine serata è sempre molto alto.

Chi ci fa veramente i soldi con quella scena lì? Nel senso, hai sottolineato che i margini sono molto molto bassi e credo sia incontestabile. Ma in questi anni di tasche vuote, a chi conviene? Ai locali? Ai promoter? Alle band? Alle agenzie stampa/booking/servizi vari? Alle etichette? Sembra sempre che dietro a tutto questo indotto di gente ci siano somme da beneficenza. E’ davvero così o c’è qualcuno che riesce davvero a pagarci le bollette? E’ una domanda un po’ ingenua, lo so, ma è paradossalmente una delle prime che chiunque sia stato in un qualsiasi locale si è posto almeno una volta. Poi magari si è vergognato, ma intanto ci ha pensato.
Chi li fa veramente, così a grandi linee, non saprei dirtelo con certezza. O meglio, pur se in maniera generalizzata, fa i soldi chi riesce a lavorare con continuità.
Sono in contatto con molte delle figure professionali che lavorano in questo ambiente, dagli uffici stampa ai tecnici specializzati, ma la ferma certezza che ci sia chi naviga nelle piscine piene di soldi non ce l’ho. Anzi, vedo molte persone dotate di una passione fuori dal comune, alle volte votata all’autolesionismo. Voglio dire, di soldi se ne muovono, ma in cassa ne restano sempre molti pochi come ti dicevo. Possiamo fare però una distinzione netta tra chi fornisce servizi e chi investe economicamente in questo ambiente.
C’è chi fornisce servizi, come possono essere le varie agenzie di booking, addetti stampa, tecnici e via dicendo, ai quali a servizio erogato viene corrisposta una retribuzione.
Poi c’è chi investe, in denaro o in ore lavorative, come le etichette discografiche o i promoter, dove non si ha la certezza di quanto e quando torneranno gli investimenti.

Ruota tutto attorno ad un locale però, rischio e possibilità concreta di guadagno, più che sui servizi.
Per quanto riguarda i locali (o forse è meglio dire gestori) c’è chi affitta la sala e si lava le mani di come andrà la serata e c’è chi (sempre più di rado) preferisce prodursi gli eventi, rischiando di tasca propria, per dare un’identità al suo locale e alla sua direzione artistica.

Restando sui locali e riaprendo la finestra sull’Unwound. L’Unwound è stato uno di quei posti che secondo me ha fatto un po’ da apripista, da lì tutta la provincia di Padova, ma anche il Veneto, ha visto che si poteva fare. Cioè che si poteva replicare in qualche modo il modello dell’Emilia Romagna e del Bolognese (ma anche milanese, romano, noi siamo arrivati dopo e in quel momento lì gli altri erano tutti più avanti) nel veicolare un certo tipo di pubblico e un certo tipo di eventi in maniera più continuativa e regolare. Tu che hai visto e vissuto questa cosa più da vicino, com’era e com’è ora questo processo?
Parto con una premessa: a Padova di locali che hanno portato avanti una direzione artistica simile all’Unwound ce ne sono stati nel tempo, posti come il Plan 9 e il Banale, che negli anni lavorarono molto e bene. L’unico problema che col tempo ho notato è che nessuno di questi è durato più di un quinquennio (chi più chi meno) mantenendo alto il livello dei live che portavano.
Vuoi per la poca sostenibilità dei concerti, vuoi per la voglia di far cassa in modo facile (ma non penso sia questo il caso specifico) con delle feste, ma pare quasi che si sia “passato il testimone” di volta in volta. Non c’è mai stata continuità nel lungo termine.
Io ho cominciato a frequentare l’Unwound nel tardo 2008, ricordo di averci visto molti live che mi hanno colpito: Massimo Volume, Giardini di Mirò, Liars, A place to bury Strangers e molti altri. È stato un locale fondamentale per la mia formazione. La sua presenza ci permetteva di non dover andare a Bologna o Milano per poter vedere concerti.
Però ho sempre riconosciuto un suo limite, nel quale riconosco anche uno dei miei, che è quello di aver sempre fatto comunicazione solo sul bacino d’utenza legato alle band che suonavano.
Mi spiego: per mancanza di risorse e/o di tempo, non si riesce mai a portare quella fetta di pubblico disinteressata alla band, ma alla quale potenzialmente quella band può piacere; insomma fare propedeutica all’ascolto (passami il termine, ma non so proprio come spiegarlo meglio).
L’Unwound ha chiuso perché si trovava in una zona dirimpettaia ad un polo residenziale, dove si trovavano altri 5 circoli e una discoteca, le lamentele dei residenti sul disagio che che creavano tutte queste attività notturne ha fatto sì che tutte fossero colpite da un’ordinanza e fatte chiudere.
Logicamente all’amministrazione frega poco che in quel posto ci siano passati i Melvins o i Current 93 e ha fatto di tutta l’erba un fascio

Noi qui si soffre ogni singola volta che c’è da imbastire anche un festivalino di due giorni, nonostante si sia in campagna, si abbia il comune più piccolo e quindi la minore distanza con l’istituzione locale. A Padova, città universitaria e polo culturale, com’è il rapporto col comune, col territorio? Una roba tipo il RADAR FESTIVAL a cui tu stai dietro com’è vista? Vi supportano o pensano sia la solita roba per drogarsi in un angolo buio?
Il rapporto col territorio non è sempre così buono, come dappertutto.Puoi trovarti il vicino che passando in bicicletta ti offende e ti intima di andare a casa tua a far casino, come chi loda iniziative culturali come quelle che facciamo. Diciamo che dopo un po’ cominci a fare il pelo sullo stomaco a riguardo, mentre per quanto riguarda l’amministrazione invece devo dire che il supporto benché sia sempre stato molto contingentato c’è sempre stato, ma le nostre iniziative son sempre nate spontaneamente.
Per l’edizione di Radar Festival di quest’anno abbiamo chiesto uno sforzo importante da parte dell’amministrazione, che fortunatamente non c’ha sbattuto la porta in faccia, ed è già un buon punto di partenza.
Vogliamo far crescere la manifestazione e vogliamo che la città goda delle possibilità che una manifestazione di questo tipo porta in termini di indotto e di profilo culturale.
Poi, nel momento in cui non ci sarà da parte dell’amministrazione la volontà di promuovere il festival, abbiamo tutti delle gambe e con quelle possiamo tranquillamente muoverci verso altri lidi.

Vediamo se riusciamo a farci arrivare banane dagli spalti o taglieggiamenti. Ti devo per forza chiedere un’opinione.
C’è questa scusa per cui in Italia si suona poco perché alla gente piace la merda e i locali non sanno investire bene nella scelta di chi far suonare. Ma vogliamo anche dire che succede spesso che qualcuno con cinque pezzi in streaming su SITODIMUSICAMOLTOLETTO si senta nella posizione di chiedere cachet poco sotto i mille euro?

Su questo discorso potremmo fare un articolo a parte! (scherzo, ma cercherò di non farmi linciare o di essere troppo prolisso)
Parto facendo il punto su alcune situazioni comuni che le band devono affrontare: ossia le spese di trasporto, il numero di tecnici che ogni produzione si porta al seguito e noleggi.
Queste sono spese vive, che quando torni a casa, bene o male sia andato il concerto, devi pagare.
Ora, sia chiaro, non voglio giustificare le richieste folli di certe band, ma penso che il senso della misura sia andato perso molto tempo fa, ma non solo qua in Italia.
L’hype, ahimè, è una brutta bestia: per me devono esserci prima di tutto sostenibilità e riconoscimento nel valore della band, non solo in termini artistici e di coinvolgimento del pubblico.

D’altra parte deve esserci la comprensione da parte dell’agente che tratta la band che alla festa della birra, che ti chiama la band in auge una volta all’anno, di certo non puoi parlare di continuità lungo 365 giorni, quindi di certo non è a loro che devono fare gli “sconti”.
E se ti trovi a lavorare in contesti più sinceri (faccio l’esempio di Zoom Zoom Festival, col quale ho collaborato per 3 anni, dove tutti i ragazzi oltre che essere di casa son tutti volontari, non han mai portato a casa un soldo) trovo giusto incontrarsi ad una cifra ragionevole, prima di tutto per l’onestà dei promoter che offrono il loro tempo e il loro impegno per portare qualcosa di bello in un posto al quale loro tengono.
Sul suonare poco posso dirti che in media una band se suona in ogni locale può fare dalle 40 alle 60 date in un anno. Se ci metti in mezzo anche i festival estivi di ogni tipologia si sfondano pure le 80 date, e ciò significa che hai suonano in ogni dove. La bravura di un agente sta nel riuscire a capire quando ha senso tornare nello stesso posto, e a distanza di quanto, e non attaccare due date a 60km di distanza per contenere le spese di produzione.
Sui locali che non sanno investire torniamo al discorso di prima, ci sono i locali coi promoter esterni, e ci sono i locali che producono eventi in autonomia.
Chiudendo, io sono dell’idea che tutte le band debbano essere trattate con rispetto. Si tratta pur sempre di lavoro, anche se agli occhi esterni tante volte non è percepito così.
Però davanti ad una richiesta troppo alta o si trova un accordo oppure si finisce con un niente di fatto e amici come prima. Di band valide ce ne sono sempre di più.

Dai che ti faccio la domanda classica scontatissima come il “continuare così” nell’intervista postpartita alla squadra che ha vinto, proprio la battuta finale.
“Un gruppo che vorresti far suonare ma non ce la farai mai?” (e poi tipo il prossimo anno lo fai)

Così a bruciapelo?
Sulla nuca proprio
Weezer Old Time Relijun

PAGARE LA MUSICA: i festival estivi.

Francesca Sara Cauli
Francesca Sara Cauli

Carlo Pastore lo scrisse nel 2008:

“lavorare a Mtv, sfruttare il mio talento, prendere i soldi nell’unico posto in cui ci sono, poi fare cose gratis per chi se lo merita e chi non ne ha spazio, per Rockit, la mia famiglia, crescere individualmente e contemporaneamente condividere esperienze, know how, passioni, vita.”

o anche

“c’è bisogno di ripartire dal basso, di rimettere in moto le cellule cerebrali, di iniettare il formicolio negli arti addormentati, di infiltrarsi nei posti chiave e di creare interferenze, di non avere paura, di generare entusiasmo e di viverlo, di dire basta agli snobismi intellettualoidi e a quelli che fanno gli artisti senza averne l’arte, di dare spazio alla gente vera con le sua magnifica vitalità così stuprata.”

 

Credo sia un buon punto di partenza, l’inizio possibile di un nuovo modo di pensare la musica, nel quale L’ARTE viene prima di tutto il resto. Una volta sarebbe stato un problema di moralità, oggi anche sticazzi. Domande progressive sul tema: andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival con altri gruppi? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival organizzato da un magnate indiano di cui non sapete nulla? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival organizzato da un magnate italiano di cui sapete per certo essere una testa di cazzo? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival sponsorizzato da una multinazionale che sfrutta manodopera minorile nel terzo mondo? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival senza sponsor con il biglietto a 90 euro invece che 50?

Ricomincio da capo. Ormai è assodato che -accontentandosi- l’esperienza musicale possa essere ormai consumata a costo zero o quasi: concerti gratis organizzati dagli enti, canzoni alla radio, streaming legali e tutto il resto. Il motivo per cui paghiamo la musica è legato il più delle volte a dei plus che ci interessano: vedere quel gruppo specifico, possedere quell’oggetto specifico, eccetera. A volte (spesso) sono dei plus irragionevoli: molte volte compro un disco o una t-shirt per sentire di aver contribuito al sostentamento del gruppo. Il problema è che è un atteggiamento da padreterni del cazzo, e nella nostra epoca non c’è niente di peggio che sembrare una persona pesante. La maggior parte delle operazioni di  successo legate al mercato musicale era legata all’idea di aggiungere delle performance della musica (poter scegliere quale musica, poter scegliere quando ascoltarla, eccetera) legate allo stesso costo finale (zero).

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Francesca Sara Cauli

Quando compriamo musica siamo abituati a non pensare troppo a chi vanno i nostri soldi. Ragioniamo per compartimenti stagni cognitivi legati a certe prassi che si sono sedimentate nel tempo e non discutiamo, tipo “un CD deve costare tot euro al massimo”. Ultimamente ho dato un bel calo al mio budget per la musica: le solite scuse del 35enne, vita che va avanti, soldi da destinare altrove eccetera.  Un ragionamento possibile, in situazioni come la mia, è quello di comprare lo stesso numero di dischi a meno soldi (oggi è possibile): distribuzioni online, offerte eccetera. Io compro meno dischi allo stesso prezzo e gli altri li rubo (oggi è possibile). Il mio ragionamento è questo: se compro un disco al negozio, la cifra (di cui tutti dicono esorbitante) che ho speso se la dividono il gruppo, l’etichetta, il distributore e il negoziante. Tutta gente con cui non ho problemi. Se vado a vedere un concerto in un locale nella mia città, il grano se lo dividono il gruppo e il padrone del locale. Tutta gente con cui non ho problemi.

 

Detesto la birra Heineken. Non sono proprio motivi etici, ma una volta mi sono fatto un ragionamento in testa: di base i piani di marketing di una multinazionale della birra sono volti a creare un pubblico di consumatori assidui, cioè di base un pubblico di alcolizzati. Cioè a creare una dipendenza che a molti rovinerà la vita, e tirare su una quantità di soldi che per ogni alcolizzato è più o meno ridicola. Giusto? Bevendo cinque Moretti al giorno per una decina di anni a un euro e venti la bottiglia (poniamo) spendi circa 22mila euro; di questi togli la metà circa tra imposte e margini del rivenditore e sei a 11mila euro. Togli i costi di produzione, il marketing e le eventuali spese legate a tutti gli intermediari, secondo me viene fuori un quarto del guadagno (3mila euro scarsi). Un altro conto: poniamo che l’utile netto di Heineken sia di circa dieci centesimi a bottiglia, che mi pare ragionevole: dieci anni con cinque bottiglie al giorno fruttano alla compagnia 1825 euro. In pratica se conoscessimo per certo il nostro futuro potremmo versare due-massimo-tre stipendi a un’associazione di multinazionali della birra perché smettano di produrla: loro chiuderebbero l’anno con lo stesso margine, io camperei una decina d’anni in più e ci guadagnerei pure i soldi per comprare qualcosa di altrettanto utile al mio sostentamento, tipo un Nissan Qashqai bianco metallizzato. Nonostante detesti le multinazionali della birra per il fatto di marginare troppo poco dalla distruzione del mio fegato, non ho mai avuto problemi ad andare ad un festival di musica da loro organizzato. Ho molti più problemi con il festival di musica in sé: gruppi del cazzo, niente ombra, niente civiltà, cessi chimici, il 99% del pubblico puzza di sudore e il 47% di questi non hanno comunque problemi a starsene a petto nudo. Sarei disposto a pagare 50 euro in più se mi promettessero ombra e un servizio di security che pesti a sangue quelli che si mettono a torso nudo e rovesciano birra per terra (che poi diocristo PUZZA, bevetevi la birra che avete pagato), ma tutto sommato non ho problemi a entrare con uno sconto di 50 euro accettando di vedere quel marchio ovunque.

 

In questo periodo escono sempre fuori le polemiche sui festival estivi. Il canovaccio di base su cui si srotolano mostra che in Spagna e Gran Bretagna e persino in posti tipo l’Ungheria e il Belgio ci sono festival musicali estivi con centoventi  artisti in cartellone, e che il fatto che questo tipo di festival in Italia non ci sia è uno dei principali indici dell’arretratezza musicale in cui siamo abituati a combattere. La mia domanda sarebbe se c’è davvero bisogno di un festival come il Primavera in Italia: chi ne ha davvero bisogno ha già comprato da tempo un biglietto aereo per Barcellona. Un’altra domanda: un festival come il Primavera, poco fuori Milano, con biglietto a quattrocento euro: chi di noi s’accalcherebbe per la prevendita? Forse un migliaio di pazzi con il conto in banca che suda via gli spicci. Quello che vogliamo non è un festival come il Primavera, ma un festival come il Primavera in una location simile a quella del Primavera, con un biglietto uguale a quello del Primavera. Ponendo che questa cosa, di per sé, sia antieconomica, vengono in mente tre tipi di aiuto esterno per metterla in pratica.

1 il patrocinio di un ente pubblico: il generico bisogno di drenare fondi in cose culturali in un festival che che non preveda necessariamente un’orchestra russa o Francesco Guccini.

2 una qualsiasi multinazionale che ci metta sopra il proprio marchio e per farsi bella

3 un matto.

In ottemperanza al punto 3, all’inizio di agosto si svolgerà un festival in Umbria, chiamato Umbria Rock, che prevede gente tipo James, Paul Weller e Basement Jaxx. Pare sia finanziato da un magnate inglese di origine indiana, i cui motivi sono al momento sconosciuti (magari fare qualcosa per la gente di Massa Martana, ma ne dubito). Supponiamo che questa persona, di cui non so nulla, sia mossa da pura nobiltà d’animo: rimane un certo qual problema di fondo. A un certo punto si è iniziato a non credere più che il mercato della musica fosse autosostenibile: si è detto che era antiquato, che non guardasse al cambio d’epoca: i gruppi non potevano più sperare di vendere un milione di copie, gli artisti non potevano più permettersi di non andare in tour, la musica avrebbe dovuto trovare nuove modalità per essere venduta. Centinaia di milioni di analisti economici della domenica sono d’accordissimo su questo punto, ma solo qualche decina di milioni s’è presa il disturbo di guardarsi intorno, alla ricerca di soluzioni di mercato più al passo coi tempi. E scavando a fondo negli scenari possibili, tenendo ben conto dell’attuale tendenza culturale a rimasticare il passato, è riuscita a trovare una soluzione di mercato che accontenta sostanzialmente tutti e non grava sulle tasche di nessuno.

 

Anche se diciamo che reintrodurre la figura del mecenate mi sembra un po’ arrampicarsi sugli specchi, ecco tutto. Forse ci conviene metterci una mano sul cuore e ricominciare a pagare quel che dobbiam pagare.

PAGARE LA MUSICA #9 (la china)

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Due giorni fa l’amico/persona bella/fiancheggiatore di lungo corso Andrea Benty pubblicava su inkiostro l’ultima puntata della Psicopatologia spicciola del dj pretenzioso, dedicata al triste momento in cui, sempre meno chiamati a suonare alle feste e nei locali, i dj prendono armi e bagagli e si comprano una consolle per Traktor –non capendoci un cazzo di niente e dando origine ad un’empasse culturale quasi priva di vincitori. Lo stesso giorno l’amico/persona bella/fiancheggiatore di lungo corso Enzo Polaroid rimbalzava la notizia della prima mega-campagna advertising di Spotify, lanciato urbi et orbi su un’idea di musica diciamo anni novanta (la cassetta mista come mezzo per limonare una tipa). Il giorno dopo Girolami ribatte la cosa allargando un briciolo il concetto all’idea di musica e alle sue applicazioni.

Non è proprio da oggi che si usa l’idea di musica per vendere musica, né per vendere altro. Quel che cambia è il nostro atteggiamento nei confronti della cosa: a un certo punto cavalcavamo l’onda, scrivevamo nelle riviste, mettevamo i dischi alle feste e quando andavamo ai concerti qualcuno attraversava la sala e veniva a salutarci, ora grazie a dio se non ti chiedono il sovrapprezzo perché nel locale aumenti il tasso di sfiga. In realtà la questione del perdere terreno, citando il falso James Murphy e il pezzo di Polaroid che lo cita, è una dimensione marginale della faccenda. La cosa più noiosa dell’ennesimo passo verso la pura smaterializzazione del concetto di musica è che ci viene spacciata per l’ennesima volta come l’ennesima vittoria del NOSTRO modo di intendere la musica. Ci sono abbastanza trucchi in tutti questi processi mentali, quasi tutti auto-inflitti.

SPOTIFY

Spotify è arrivato in Italia qualche mese fa, in occasione di Sanremo. Spotify è un servizio di streaming legale e gratuito. Legale vuol dire senza violare la legge, gratuito vuol dire senza pagare soldi. Quello che vince molto in Spotify è quel briciolo di possibilità di creare un network e il fatto che sia la cosa più user-friendly mai apparsa su internet dopo il bottone della scoreggia (me l’hanno fatto gentilmente provare prima dell’uscita, per circa tre giorni ho pensato seriamente che potesse risolvere il problema della fame nel mondo –c’è ancora la fame nel mondo? Al tg3 non ne parlano). Spotify paga gli streaming agli artisti su base quantitativa, e questa cosa –in linea di principio- è pure gentile. Su un articolo apparso su Pitchfork e scritto da un tizio dei Galaxie 500, però, scopriamo che le revenue per gli artisti sono di circa un dollaro per quasi seimila streaming, il che –con un conto della serva- significa circa 0,17 millesimi di dollaro per ogni streaming. Vuol dire che se sei un artista con una discografia di quattro titoli da dodici canzoni l’uno e ognuna di queste ogni anno fa diecimila streaming, il tuo guadagno annuale su Spotify è circa OTTANTUNO DOLLARI divisi per il numero di membri del gruppo. Sarebbe lecito supporre che se il gruppo facesse venti o trenta date all’anno e sul banchetto mettesse solo un salvadanaio a forma di porcello con un biglietto e scritto “non siamo su Spotify, vi scoccia mettere qui dentro le monete di taglio sotto i venti centesimi che avete in tasca?”, alla fine dell’anno avrebbero raccolto il doppio di quello che han beccato su Spotify.

IL PIPPONE 1 – INFLUENCER(S)

La maggior parte delle cose che riguardano la musica, ai nostri tempi, succedono senza ragione. Non c’è nessuna ragione di accettare o non accettare di stare in streaming su un servizio di questi (Spotify non è l’unico, nell’articolo di Pitchfork si parla di Pandora che se non erro paga ancora meno), specie se hai una moralità flessibile e non hai troppi problemi sul dove finirà la tua musica. Spotify genera un meccanismo orizzontale di condivisione del gusto e della musica tra i vari utenti, ed è una cosa lodevole, ma anche un meccanismo ugualmente orizzontale secondo cui la tua musica di fatto diventa la colonna sonora dello spot di chiunque paghi un’inserzione (compresa roba che magari stai boicottando). Di questi tempi sta imperversando (si fa per dire) una polemica sulla concezione odierna di influencer (cioè più o meno persone come noi, ma con più follower su twitter, che accettano di promuovere questo o quel prodotto in cambio di qualcosa o di niente). Molto gradevoli i pezzi di Dietnam e Spora (entrambi amici/persone belle/fiancheggiatori di lungo corso) sull’argomento, lasciovi il piacere di leggerli e farvi un’opinione qualsiasi -io ne ho una, non collima con i due di cui sopra ma non è basata sull’evidenza empirica (nessuno mi ha mai dato niente in cambio di una buona parola su qualcosa, non mi sono mai dovuto porre seriamente il problema). Per i confini generali di quello che sto dicendo e capire quanto è fuori moda la mia opinione su queste cose a livello macro, vi rimando a un pezzo precedente su queste non pagine. Una cosa del mio passato che non amo ricordare è che ho una laurea in scienze politiche con tesi in econometria, il che significa che ogni tanto mi piace fare inferenze stupide basate su concetti monetari desueti. Questo per dire che sembra MOLTO strano che nessuno abbia mai detto niente su un evidente trend positivo che lega l’aumento del grado di smaterializzazione dei supporti fonografici (uno svilimento lungo trent’anni che va dal vinile al nastro al CD al file audio allo streaming, e il nostro bisogno di progredire come specie ci porterà a svilire ulteriormente le condizioni di ascolto, date retta) e l’aumento della flessibilità dell’etica degli ascoltatori in merito. Comprare e vendere un disco è sempre stato un atto politico in sé, un disco piuttosto che un altro, in un luogo piuttosto che un altro, a un prezzo rispetto che a un altro. Oggi metti i dischi in streaming e download da una parte o dall’altra, il video in streaming esclusivo su Repubblica, il disco in streaming esclusivo su DLSO o quel che è, il pezzo su iTunes o Spotify eccetera e se sei molto fortunato vai nella colonna sonora di uno spot Levi’s e puoi passare il resto della vita a leccarti le ferite nella strada per la banca, tipo Stiltskin (c’è un bel fumetto di Baronciani uscito da poco sul suo blog). Leggevo forse su Internazionale di una causa che andava avanti questi giorni tra gli eredi di Rick James e l’etichetta, che riguarda il considerare gli mp3 su iTunes dischi normali o merce tutelata dal diritto d’autore (la differenza tra l’una e l’altra è una stecca di venti punti percentuali sull’intera royalty, mi sembra di ricordare). Giusto per ricordarci che mentre Spotify ti rivende una gioventù in cui un nastrone ti faceva limonare, qualcuno sta facendo causa a qualcun altro sulle dimensioni della sua fetta. Tra l’altro per quanto mi riguarda succede più spesso il contrario: se ti limoni la tizia a sufficienza, a un certo punto potrebbe decidere di ascoltare il tuo nastrone di merda.

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IL PIPPONE 2 – LA FESTA DEI DISCHI

Non sembrava molto, ma questo è un pezzo sul Record Store Day 2013. Succede tra una ventina di giorni, ma quest’anno ne ho un po’ meno voglia degli anni scorsi. Il punto è che il Record Store Day era nato con una precisa volontà ed era quella di riportare, per un giorno, i gruppi nei negozi di dischi. Era un concetto molto puro e molto importante, ed era un concetto brutale e politico. Era la tacita ammissione che il mondo musicale stava diventando un ginepraio in cui infilarsi, nel lungo periodo, non avrebbe giovato –in fin dei conti- a nessuno, e dava per un giorno su 365 la possibilità a chiunque di tornare un attimo indietro e fare un consuntivo. Il RSD era, nelle parole illuminate del mio collega che vi invito a rileggere per capire qual è lo spirito giusto con cui affrontarlo, una giornata dedicata a tutti i pazzi temerari romantici eroi di ieri e di oggi che hanno deciso di guadagnarsi da vivere smerciando dischi.

Se dovessi descrivere il RSD oggi non mi verrebbero mai in mente le stesse parole. Il RSD di oggi è la festa dei dischi, non la festa dei negozi: una data in cui esce una vagonata di roba figa (ci sarebbe anche da discutere: il vinile rosso di Kiss Me Kiss Me Kiss Me non è roba figa bensì lo stanco e triste parto della mente di qualche testa di cazzo che spilla soldi a dei vecchi collezionisti idioti non essendo stato manco capace a crearne di nuovi), resa incidentalmente disponibile in posti che non siamo soliti visitare. È una specie di ubiquo festival musicale a cui partecipa gente che non lo diresti mai ma sta ancora da qualche parte in mezzo alla città. Nel sito del Record Store Day trovate una lista dei negozi partecipanti. Partecipare vuol dire (taglio con l’accetta) mettere in piedi qualche iniziativa o fare delle promo. MA PERCHÉ? Record Store Day vuol dire giornata dei negozi di dischi, non giornata dei negozi di dischi che partecipano all’iniziativa. Non ho mai visto fare l’appello dei partecipanti alla festa del papà. L’EP Phosgene Nightmare dei Black Angels, uscito per il RSD due anni fa, è scaricabile su iTunes da un anno e mezzo. Per dire del primo che ho cercato.

In quanti beneficiano economicamente dal RSD? Difficile a dirsi. Un artista pubblica un vinile a tiratura limitata a sostegno di una causa qualsiasi, e in qualche modo promuove se stesso come depositario di una tradizione “originale” –a prescindere dal fatto che lo sia o meno- e mi chiede di crederci ed operare in tal senso. Non ho problemi con chi vuole farsi bello con il Record Store Day, ma dovrebbe avere la decenza di non rimangiarsi la parola dopo tre mesi e piazzare il disco su iTunes. Allo stesso modo noi dovremmo avere la decenza di renderci conto che iTunes. Oggi come oggi potremmo declassare senza problemi il Record Store Day a Record Sales Day, per passare nel 2015 a Musica Sbòra in Aprile. Nel 2016 magari lo scaliamo a massimo sistema e lo celebriamo via Spotify.

USCIRE DALLA CRISI

Mi rendo conto che è un atteggiamento bambinesco, ma non credo che potremo mai uscire dall’impasse in cui siamo precipitati (lo penso in generale, ma ora parlo della musica) se non ci rimbocchiamo le maniche in prima persona e non iniziamo a lavorarci ognuno nel suo piccolo. Possiamo tranquillamente riprenderci il Record Store Day uscendo di casa il sabato prima e andando a spenderci un centone di dischi non-in-offerta al negozio. Non lo facciamo perché abbiamo altre cose a cui pensare e perché il budget per i dischi è ormai prosciugato dalle offerte di Amazon e dalle rate della reflex digitale. Iniziare a chiamare le cose con il loro nome, dare un valore al tempo che passiamo online e offline, pagare le cose che sosteniamo, scoprire a chi vanno i soldi che paghiamo, chiederci come vogliamo che sia il mondo e come non vogliamo che sia. E in una maniera un po’ romantica e sfigata, provare a risalire la china un passo alla volta invece che, boh, un hashtag alla volta.

PAGARE LA MUSICA #8 (tomella casuale sul consumo etico)

La cattiva notizia è che la sede tedesca di Amazon (secondo gli standard culturali odierni uno dei massimi liberatori della musica degli anni duemila) è stata accusata da un notiziario di sfruttare i lavoratori, pagarli meno di quanto promesso ed impiegare un servizio di sicurezza di simpatie neonazi. La buona notizia è che su Amazon.it al momento ci sono buoni sconti, tipo (come si può vedere dalla schermata sotto, che ho tirato giù all’inizio di questa settimana) è attivo un 3×2.

 

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Se qualcuno ha un briciolo di dimestichezza con le pezze che mi capita di attaccare qua dentro, avrà abbastanza presente che mi fa schifo parlare di punk perché tutti lo usano come scusa per qualsiasi cosa. L’altra settimana a Sanremo Fazio ha detto la parola punk mentre presentava l’esibizione di Antony. In questo contesto, comunque, viene tentati di usarla. Assieme alle altrettanto orribili parole “anni novanta”, ovviamente: l’idea è che ai vecchi tempi, diciamo così, il commercio dei dischi funzionava in un modo un po’ più etico. Alcuni artisti decidevano (anche) su basi morali/etiche attraverso quali canali far circolare la loro musica e attraverso quali canali NON farla circolare. Non era un periodo particolarmente florido per la mia collezione di dischi. Per ascoltare tutto quel che mi serviva di ascoltare dovevo accamparmi al negozio di dischi, sopportare le facce stirate del venditore a cui chiedevo di ascoltare sei CD in un pomeriggio, farmi qualche amico in giro e scambiare cassette. Niente di eccezionale, lo facevano tutti –beh, tutti quelli che avevano la botta. Alcuni andavano a studiare a Bologna e noleggiavano i CD che ancora lì si poteva (a Cesena aveva chiuso qualche anno prima). Nessuno rompeva le palle alle ragazze con la propria collezione di cassette, specie se aveva una calligrafia orribile tipo me e nessun problema a riempire il lato B di un disco dei Pennywise con mezzo disco dei Pantera (true story).

 

Il CD è uno dei pochissimi beni che dopo l’arrivo dell’euro sono crollati di prezzo. Era possibilissimo andare a comprare dischi nel 1993 e prenderne ad un prezzo che anche oggi al netto di VENT’ANNI DI INFLAZIONE SELVAGGIA viene chiamato “furto” (20 euro). I negozianti che facevano quei prezzi assurdi vent’anni fa, perlopiù, non compravano una BMW nuova ogni tre anni. Vendere dischi è sempre stato un lavoro da gente senza aspirazioni: le distro chiudevano baracca e burattini anche nei momenti di “boom” della discografia, le etichette indipendenti hanno sempre fatto fatica a tirarci fuori due spicci, la maggior parte dei gruppi ha sempre alternato dischi e tour ad un lavoro “vero” per sbarcare il lunario. Quello che è drasticamente cambiato negli ultimi vent’anni, non solo grazie ad internet, è la nostra concezione della musica e del consumo di musica. Oggi i problemi iniziano ad essere altri, chiudono le FNAC, chiudono le HMV e persino i siti dei quotidiani di tanto in tanto ne parlano.

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Qualcuno di noi, nel senso di tutti noi, scarica musica (se usate internet per leggere Bastonate ma non per scaricarvi i dischi avete un GROSSO problema e vi consiglio di farvi visitare quanto prima). Qualcuno di noi giustifica il suo scaricare con qualche terribile paradosso cognitivo di merda tipo “compro tutta la musica che posso” e “non è facile per me trovare dischi in questa città”. Non sono ragionamenti “all’italiana”, sono ragionamenti global di gente che avendo l’occasione di ottenere gratis tutta la musica di cui ha bisogno considera d’improvviso inadeguato o peggio ancora immorale spendere venti euro per un CD o andarselo a cercare in un’altra città. Probabilmente ha ragione, e d’altra parte questo pezzo non parla di tutte ‘ste robe perché vi ci abbiamo già fatto due maroni grossi così.

 

Si dà per scontato, tra appassionati di dischi, che l’obiettivo di un ascoltatore deve essere quello di possedere ogni disco interessante in commercio. Questa cosa ha un senso, naturalmente, perché è stata concepita in una società come la nostra e fa affidamento su una logica incrementale di base secondo cui è possibile mettere in fila ogni argomento dello scibile. In realtà il nostro obiettivo non dovrebbe essere una poderosa collezione di dischi, ma una collezione di dischi soddisfacente. E la musica che ascoltiamo, in linea di principio, dovrebbe avere un valore economico che ne rispetti il valore artistico.

 

Una cosa paradossale a cui ho avuto la fortuna di assistere a un certo punto della mia vita era la vendita al supermercato di uno scatolone che comprendeva un lettore DVD e una sessantina di film (probabilmente in custodie di cartoncino o cose simili) con cui poter riempire diciamo il primo mese di dipendenza da homevideo. Ovviamente erano quasi tutti action/commedie di merda di quelle che non puoi metterle su uno scaffale ed aspettarti che vendano, ma qualche buon titolo c’era. Il prezzo totale dava una buona visione d’insieme del pacchetto: metti che di questi ci sia un solo 20% di film che mi riguarderò (più un altro 15% diviso equamente tra ripescaggi critici futuri e so bad it’s good), già così potremmo dire che è stato un buon affare. Immaginatevi un equivalente discografico spinto di questo scenario: un successone. CENTO dischi ruocke, inappellabilmente da possedere, in bustina di cartone dentro un cofanetto: Electric Ladyland, Pet Sounds, il primo dei Joy Division, Never Mind the Bollocks, Nevermind, Blonde on Blonde, Pornography, Rock for Light, qualche cagata di Marvin Gaye, Ride The Lightning eccetera, totale 300 euro per roba che ha definito la vita di centinaia di milioni di persone. Quattro-cinque cofanetti su questo andazzo, in joint-venture tra una mezza dozzina di etichette discografiche, e per poco più di uno stipendio siete in possesso della discografia dei sogni di Gino Castaldo. Tutti ci hanno guadagnato. (copyright Bastonate, nel caso a qualcuno gli venisse il prurito di fare davvero una minchiata del genere)

 

Il paradosso di cui sopra presuppone l’esistenza di un disturbo compulsivo simile alla bulimia per gli ascoltatori di dischi. La passione per la musica ci si è attaccata addosso a furia di minchiate ascoltate a destra e a manca e di straforo e doppiandosi nastri già rovinati a sufficienza, e questa cosa ci è rimasta dentro come una specie di precipitato filosofico che unisce in malo modo modalità del passato e tecnologia del presente (più o meno allo stesso modo nel quale in linea di principio la gente della mia generazione non riesce ancora a sbattersene i coglioni e si sveglia la domenica per andare a votare un partito, nonostante di partito nella scheda elettorale ne fosse rimasto UNO e non sia riuscito a smacchiare il giaguaro demmerda nemmeno a questo giro che sembrava fatta). Da qualche parte, in fondo alla coscienza, siamo pienamente consapevoli che c’è un motivo per cui i dischi ora costano la metà di quando avevamo diciott’anni, che questa cosa dipende almeno in parte dal fatto che qualcuno in giro per il mondo viene sistematicamente sfruttato o inculato (magari costretto a spedirci pacchetti con opzione max 72 ore in un continuo stato di minaccia, pagato meno di quel che dovrebbe e via di queste, con noi che postiamo la foto su instagram dicendo WOOOW, L’AVEVO ORDINATO NON PIU’ DI DUE GIORNI FAAAA). Decenni di sfruttamento e produzione in paesi sottosviluppati e ancora siamo qua a berci il mito delle economie di scala, e ancora il prezzo di qualsiasi cosa è la discriminante.

_______________________(pausa)_________________________

A maggior ragione oggi che i dischi si possono ascoltare in streaming (spotify è arrivato in italia giusto la settimana scorsa) o scaricare illegalmente a botte di cento al giorno, possiamo tranquillamente permetterci di comprare tre-quattro dischi fighissimi al mese pagandoli un prezzo che non mette in mutande qualcuno in giro per la filiera, ritrovarci alla fine dell’anno con cinquanta dischi buoni invece che duecento tra cui trenta buoni e risparmiare soldi sul totale. Non esistono veri e propri effetti collaterali: la collezione di dischi sta diventando sempre più una bega da affrontare quando fai le pulizie e i traslochi, e via di queste. A volte mi scarico un disco da internet perché non ho voglia di cercarmi l’originale nello scaffale, a volte lo scarico per non prendermi la briga di ALZARMI. Vabbè. Sono assolutamente consapevole del fatto che un assunto secondo cui bisogna possedere meno dischi per avere una discografia più buona possa sembrare una stronzata senza senso –del resto sono anche convinto che a fare la spesa al negozietto sotto casa si risparmia un sacco di soldi rispetto al supermercato. In un caso o nell’altro si va incontro a un bivio cognitivo piuttosto noioso: pensare che il salumiere e il venditore di dischi siano roba anacronistica VS pensare che l’anacronismo sia un valore morale appioppato a cazzo a certe cose da qualcun altro. Esiste comunque un modo etico di andare a comprarsi i dischi risparmiando e senza doversi recare per forza al negozio: il sito dell’etichetta, il banchetto ai concerti, la homepage del gruppo eccetera. Puoi donare soldi al gruppo via crowdfunding o via bandcamp, anche se questa cosa del name your price per me è sospetta (quanto si beccano loro? A fronte di cosa?).

 

Non è la prima volta che su questo blog demmerda magazine ci lamentiamo del sensibile peggioramento della qualità globale della musica. Tra le cose che sono più peggiorate, in ogni caso, c’è la fibra morale degli ascoltatori. Vent’anni fa non avremmo perdonato a un gruppo (manco agli AC/DC, credo) di mettere il proprio nome su una bottiglia di birra o su un videogame, di presentarsi a un qualche evento mondano, di vendere dischi su iTunes (vedere anche il post precedente) o peggio ancora di donare la propria musica a uno spot di pannolini o a una serie TV merdosa. Oggi se succede di sentire i Girls nella colonna sonora di Girls ci sembra un grandioso traguardo del gruppo. Non lo è, naturalmente, e dovremmo iniziare a riconsiderare l’idea che la musica di un artista dovrebbe bastare a se stessa, ma siamo disposti a sobbarcarci il costo economico dell’ennesimo cambio di valori?

 

Quando s’è saputo della storia di Amazon, che comunque non ho approfondito più di tanto, ho anche letto pareri tipo “ma sai, son le regole della concorrenza”. Siamo abbastanza bravi a rimuovere la nostra parte di responsabilità in questi moti di sdegno, a piangiucchiare per le ragazze pagate un cazzo nei call center mentre cerchiamo un operatore che ci dia due mesi di chiamate gratis; non è l’unico fattore in gioco, ma è un fattore in gioco. Sono abbastanza convinto che un passo verso la ricostruzione di un briciolo di interesse nella musica che ascoltiamo debba essere necessariamente un passo indietro. Non necessariamente barricarsi dentro un negozio di dischi finchè non sarà passata una tempesta che non passerà (d’altra parte il negoziante che carica 12 euro a titolo è parte del problema, non della soluzione), ma almeno non affidarsi ciecamente a servizi che ti fanno risparmiare per l’evidente ragione che si risparmia e iniziare a

 

  • Chiederci che musica vogliamo ascoltare
  • Comprarla
  • Pagarla quello che vale
  • Pagarla a chi crediamo meriti i soldi
  • Non pagarla a chi crediamo non li meriti nonostante ce ne chieda di meno

 

E boh, in generale iniziare ad assumerci qualche responsabilità.