Felicità a costo zero / Felicità al costo dell’ero

Il Direttore era stato chiaro e più che convincente. “È troppo tempo che non scrivi nulla su Bastonate, scrivi qualcosa al più presto e vedi di farlo bene! Altrimenti te ne puoi anche andare, ‘ché di gente come te ne troviamo finché vogliamo. Anzi, ne troviamo anche di migliore! Perciò regolàti…”. Ed allora io, intimorito da tanta veemenza verbale, ho preso le mie poche cose e mi sono recato nel mio locale di fiducia per aperitivi – rigorosamente analcolici (Tassoni + Aperol è analcolico oppure no?). Meglio berci qualcosa su, meglio mangiare per riflettere, capire, capirsi ma soprattutto farsi venire qualche idea mediamente brillante da proporre al Direttore.

Quella sera (era una domenica, ma poteva essere anche un lunedì o un martedì) suonava un gruppo denominato The Red Wire Corporation, un progetto musicale piuttosto inusuale per terre assolutamente usuali come quelle ferraresi. Del tipo, musiche per film immaginari, proiezioni di spezzoni di film reali, synth liquidissimi, loop ed effetti vari, lingue felpate (per gli ascoltatori che hanno esagerato con gli aperitivi durante l’esibizione), miraggi, miraggi, miraggi, miraggi (l’ho scritto quattro volte perché a Bastonate mi pagano a cottimo. Un tot a battuta, ed allora tanto vale barare. Wale Tanto Wale Barale, Paola Barale quando viene arrestata per droga assieme a Raz Degan. Caz Decàn – e non ho nemmeno esagerato con gli aperitivi). Tipo i Cluster, i Tangerine Dream, Philip Glass, certa elettronica d’avanguardia (elettronica d’avanguardia, termine molto scaruffiano) che usciva per la Mille Plateaux quindici anni fa, i preti che mettono incinte le donne rom, i Radiohead sotto metadone. Una bella storia, insomma. I Red Wire Corporation presentavano il disco nuovo, ed io mi sono gustato la loro esibizione comodamente seduto in poltrona, sfogliando riviste musicali ma soprattutto guardando la gente che mangiava a più non posso, incurante del prodigio musical-cinematografico che stava per avvenire. Cos’è successo? Ad un certo punto – punto certo (cit.) i Red Wire Corporation hanno raggiunto picchi artistico talmente alti che improvvisamente (ed inaspettatamente) si è materializzata la salma di Enrico Ghezzi. Un miracolo degno della liquefazione del sangue di San Gennaro: Ghezzi ha iniziato a parlare fuori sincrono, si è avvicinato a me, ha iniziato a parlarmi e mi ha spiegato che il cinema è morto e l’unica esperienza che vale la pena di vivere è la visione del capolavoro I Mercenari, film che vede come protagonista la salma di Sylvester Stallone accompagnata da altri eroi del cinema d’azione proto-repubblicano ottanta/novanta, cinema che ha spianato la strada ad otto anni di presidenza George W. Bush ma che è roba altissima nella sua bassezza. Il concerto è terminato ed io me ne sono andato a casa, consapevole che Enrico Ghezzi ha sempre ragione anche quando dice cazzate a caso ma soprattutto che certa musica così diversa da quella che si ascolta di solito è in grado di aprire la mente e di far capire tante cose. E mentre guidavo per tornare ho ascoltato il cd dei Red Wire Corporation acquistato al concerto e la mia macchina ha iniziato ad impennare facendomi un po’ sentire come Adriano Celentano in Segni particolari… bellissimo. Qualcosa vorrà pur dire no?

QUATTRO MINUTI: KLAXONS – SURFING THE VOID (Polydor)

VIA

Fare un disco con tre idee e mezza, e farlo pure bene. I Voivod che suonano Astronomy Domine strafatti di keta. Ross Robinson che produce un disco e riesce a tirar fuori dalle chitarre gli stessi suoni di Munky ed Head dei Korn. Il disco che i Cave In avrebbero dovuto fare ai tempi della svolta major invece di quella mezza cazzata di Antenna, quando giravano in tour di spalla ai Muse e non se li filava nessuno. I Muse strafatti di keta, e si torna sempre lì. L’incertezza, la precarietà, la malinconia, gli intrecci vocali più gay che si siano mai sentiti da parecchio tempo a questa parte. Nessuno si sarebbe aspettato un disco del genere da quei cazzoni dei Klaxons, ma loro hanno sparato fuori un mezzo capolavoro come Surfing The Void, Riusciranno anche a suonarlo dal vivo? Non lo so, e nemmeno mi interessa. Se la Lega mi garantisce lo stesso stipendio del Trota divento un militante leghista, uno di quelli che sono intolleranti verso chi ha la pelle anche solo lievemente scura. Però mi piace troppo il grande sogno berlusconiano di avere una abbronzatura inedita per me, quasi quasi faccio l’abbonamento ad un solarium così grazie alle lampade sarò abbronzato tutto l’anno alla faccia dei Klaxons che magari nel frattempo hanno pure imparato a suonare.

STOP

È bravo, ma non si applica

La settimana scorsa al Lidl ho comprato un navigatore satellitare pagandolo solo 50 euro. Ha un sacco di funzioni e mi porta dove voglio, però intanto alla prima uscita è andato in tilt, mi sono perso lungo strade a me totalmente sconosciute ed il risultato è che sono finito in un locale della provincia veronese a sorseggiare un aperitivo col mio caro amico Daniele Interrante.

Interrante era da solo al bancone del bar, lo stereo suonava musica lounge ed io mi sono avvicinato per salutarlo. Se nella stanza ci fosse stato un palo avrei fatto un paio di numeri alla Gene Kelly, ma visto che non che non c’erano pali (e nemmeno traverse o righe bianche) mi sono limitato a chiedergli come andava la vita e a parlare con lui del più e del meno (soprattutto del meno).

Lui sembrava felice di vedermi ma – colpo di scena – dopo un po’ ha estratto dal marsupio un cd e me lo ha allungato, facendo in modo che nessuno se ne accorgesse. “Questo è il promo di The Suburbs, il disco nuovo degli Arcade Fire”, mi ha detto, “iniziano a diventare veramente famosi e tra poco saranno in grado di riempire gli stadi come gli U2. Me l’ha passato il mio agente Lele Mora, uno che di buona musica se ne intende. Ascoltalo finché sei in tempo. Tra qualche mese piaceranno a tutti e potrai scordarti di loro”.

Io ero senza fiato, non sapevo nemmeno cosa dire. Ho cercato di fingere uno svenimento per fuggire alla situazione imbarazzante, ma non c’è stato verso perché Interrante ha ricominciato a parlare. “È un bel disco, anche se un tantino inferiore ai precedenti. Le buone canzoni ci sono, solo che mancano quei crescendo epici che erano un po’ il marchio di fabbrica (o, per i detrattori, il marchio di infamia) i questa band. Il disco sembra discontinuo, in realtà tutte le canzoni sono legate da un unico filo logico narrativo. Raccontano una storia, è quasi un concept album. Se la durata ti pare eccessiva, pensa a questo e ti passerà”. Non ho ben capito cosa volesse dire quando parlava di filo logico narrativo ma ho finto interesse ed ho continuato a lasciarlo parlare. “Necessita di parecchi ascolti per essere digerito e capito. Le stesse cose dei dischi precedenti, ma viste da un’altra angolazione. Ci sono dentro Bruce Springsteen, Neil Young, i Cure, i Joy Division, lo shoegazing. Il singolo omonimo ricorda gli Sleepy Jackson e c’è un brano cantato dalla tizia in cui ci sento dentro addirittura Dee D. Jackson. Non ricordo il titolo perché io i titoli non li leggo mai, ma è così. Fidati.”

E Daniele Interrone ha continuato a parlare. Ha raccontato che andrà a vederli a settembre ad un festival a Bologna, che Lele Mora gli ha trovato gli accrediti per andare nel backstage, che a quel concerto suoneranno un sacco di band fichissime che musicalmente hanno molto in comune con gli Arcade Fire, ha parlato e parlato. Mi ha pure chiesto se trenta spritz bevuti in un pomeriggio sono compatibili con la vita umana, ma io non ho saputo dargli una risposta perché ormai non lo ascoltavo più. Pensavo al promo di The Suburbs e fremevo dalla voglia di rimettermi in viaggio solo per inserirlo nel lettore cd della mia auto e lasciarlo andare in loop, ma soprattutto pensavo che l’ideale per vivere bene ed essere sempre in forma è non fare sport, perché se pratichi qualche sport poi quando smetti ingrassi tantissimo e non torni mai più in forma. Personalmente io mi mantengo giovane grazie alle radiazioni emesse dallo schermo del mio pc, ma non ho voluto dirlo ad Interrante che nel frattempo aveva già l’occhio vitreo e la bava alla bocca (e mi faceva pure parecchia paura).

Ho acceso la macchina e sono fuggito, e sto ancora guidando. The Suburbs è ancora lì che gira nel mio lettore cd, si sta dimostrando bello però intanto alla prima uscita è andato in tilt, mi sono perso lungo strade a me totalmente sconosciute ed il risultato è che sono finito in un locale della provincia veronese a sorseggiare un aperitivo col mio caro amico Daniele Interrante.

What’s The Frequency, Brancher?

La solita sinistra che se non la smette di affidarsi a personaggi che non sono mai stati giovani – come ad esempio Enrico Letta o Andrea Orlando – non vincerà mai più le elezioni è in fibrillazione. Succede infatti che qualche giorno fa è stato nominato ministro tale Aldo Brancher e gli è stato confezionato un ministero ad hoc solo per salvarlo da un processo mediante l’arguto espediente tecnico-tattico del legittimo impedimento (Fernet Brancher ha affermato che non può partecipare all’udienza perché deve organizzare il ministero che ha appena iniziato a presiedere, ed è pure riuscito a restare serio mentre lo diceva). Nulla di radicalmente diverso da ciò a cui ci ha in questi anni abituato Silvan Berlusconi, però questa volta nessuno se ne è accorto perché c’era l’Italia che giocava ai mondiali. Tutto sotto controllo dunque, ma non appena la nostra gloriosa nazionale è stata eliminata dalla competizione è successo un disastro, e nulla è stato più come prima: il Partito Democratico, quel fascista di Di Pietro e quel democristiano fallito di Casini sono arrivati a chiedere le dimissioni del povero Brancher, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è addirittura arrivato a dire che non può esistere legittimo impedimento perché non si sa quale dicastero presieda Brancher ma soprattutto il suo è un ministero senza portafoglio e dunque non c’è un bel cazzo da organizzare. Brancher deve andare a processo e non si sa come andrà a finire. Una vicenda parecchio triste.

Quello che i giornali non dicono è che Brancher si è sacrificato per me. Ha opposto il legittimo impedimento non perché doveva organizzare il ministero come ha dichiarato, ma perché doveva rimanere in ufficio a scaricarmi alcuni dischi nuovi e non aveva tempo di andare in tribunale. Me li ha scaricati, me li ha fatti avere, si è preso gli insulti dei militanti leghisti, medita di dimettersi ed alla fine lo farà: cazzi suoi, io intanto ho quattro fichissimi dischi nuovi da ascoltare, alla faccia dei militanti leghisti che ascoltano solo musica celtica ingozzandosi di polenta e uccelli (non nel senso di peni maschili, ma nel senso di osei, ossia piccoli volatili cacciati di frodo e cucinati secondo l’antica tradizione veneta). Lo ringrazio, però è grande ed ora deve imparare a cavarsela da solo.

Konono N.1 – Assume Crash Positions: prendi una vuvuzela, sfasciala perché ha un suono troppo fastidioso. prendi un gruppo di musicisti del Congo, falli suonare musica a caso con strumenti tipici della loro terra natia ed otterrai un disco come questo, una roba psichedelicissima che dopo due minuti ti manda in trance e a volte riesce perfino a suonare come musica pop. Piacciono anche ai fricchettoni con pantaloni a righe, cane al guinzaglio, capelli a carciofo (o, peggio, a spinacio), zaino dell’Invicta e Birkenstock taroccati ai piedi, ma questo è un dettaglio che nulla toglie allo splendore dell’opera in questione.

Mahjongg – The Long Shadow Of The Paper Tiger: un disco della madonna. Hanno deciso di crescere e di far ballare la gente, hanno indovinato la droga giusta ma soprattutto han capito che coi synth ci puoi ricamare splendide melodie oltre che fare rumore associato a tamburi africani. Come se i !!! avessero come punto di riferimento l’Africa di Fela Kuti e Jay Jay Okocha in luogo degli esperimenti dance dei loro numi tutelari Arthur Russell e Russell Russell, più lo ascolti e più ci entri dentro per non uscirne mai più. Non piacerà ai fricchettoni di cui sopra, visto che a loro fanno schifo i sintetizzatori perché li considerano degli strumenti troppo poco altermondisti (praticamente lo stesso, assurdo preconcetto di Burzum che ad un certo punto ha smesso di usare la chitarra perché la considerava uno strumento da negro ed ha iniziato a fare musica medioevale, visto però con un’ottica leggermente più buonista e vendoliana). E non necessariamente deve essere visto come una cosa negativa.

M.I.A. – ///Y/: qui Aldo Brancher ha fatto un capolavoro. È riuscito a procurarmi un disco molto atteso che deve ancora uscire (ed uscirà tra un paio di mesi) e ci è riuscito accedendo clandestinamente al pc dell’artista anglo-cingalese. Si sente molto male in quanto i mezzi del suo ministero sono molto limitati (è pur sempre un ministro senza portafoglio) però intanto si può intuire che a questo giro M.I.A. farà il botto. Certe melodie ti si appiccicano in testa e non ne escono più, nemmeno se ad un certo punto devi smettere di ascoltare perché il fruscio di fondo dell’mp3 clandestino diventa insopportabile. Se Lady Gaga facesse un disco del genere il mondo sarebbe un posto migliore (con tutto il rispetto per Lady Gaga, s’intende).

Walter Gibbons – Jungle Music: questa raccolta è qualcosa che va oltre l’umana capacità di comprendere a fondo cosa si nasconde dietro il concetto mentale di capolavoro. C’è tutto per essere felici e piangere a dirotto, per ridere e per sognare, dire fare baciare lettera e testamento. Walter Gibbons è la disco music, Walter Gibbons è tra i più credibili progenitori della house music, Walter Gibbons è tra coloro che hanno definito il concetto di remix così come lo conosciamo adesso, Walter Gibbons è uno che si è fatto talmente tanto che ad un certo punto si è stancato di collassare in consolle ed si è trasformato in una specie di integralista cattolico che faceva ancora cose pazzesche con mixer ed effetti ma che bandiva dai suoi set la musica trattante tematiche da lui considerate impure. Io lo preferisco ai tempi in cui sveniva ed il disco che stava suonando continuava a suonare all’infinito, ma è un eroe e come tale va rispettato (anche perché attualmente è morto e i morti vanno rispettati a prescindere) e riverito.

Grazie Brancher, e ora vattene – che io pago le tasse e non voglio pagarti lo stipendio da ministro anche se mi hai scaricato i dischi che volevo.

Arrota libbera #3: Copparo Violenta vs, Safe European Home

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Dopo aver visto i Putiferio, i Verme e (a sorpresa, visto che The Secret son saltati causa problemi – ehm – di line up) i Modotti di scena a Copparo Violenta nell’ambito del locale Summer Festival, posso ragionevolmente affermare che:

  • i Modotti sono una bella sorpresa e suonano come una versione math-rock dei Fugazi. Possono anche non piacere, ma a me sono piaciuti un sacco ed oltretutto mi ci sono perso dentro come mi perdo in ogni gruppo che ha due gemelli nella line up e suona roba che ti entra dentro. Comacchio vince sempre.

  • i Verme fanno piangere perché suonano quell’emo lì e ci credono ancora manco fossimo nel anno 1998, hanno tante cose da dire e necessitano di più occasioni per poterle dire. Fichissimi, speriamo che Carlo Pastore si ricordi di loro e li porti in Rai.

  • i Putiferio suonano tipo come una Vespa 50 Special elaborata che sta per grippare ma cerca disperatamente di restare in vita, e dunque pieno-vuoto, rumore-silenzio, tondo-quadrato, sali-scendi, quiete-violenza, punta-tacco, psichedelia, psichedelia, oh yes psichedelia. Qualcuno lo chiama hardcore evoluto, altri noise-core, io che me ne fotto delle etichette sono fermamente convinto che i Putiferio spacchino il culo e la loro esibizione sia stata il vero momento supremo della serata. Chi li ha snobbati per bere birra, fare tardi accidenti, ballare con le tipe con i vari strusciamenti ma soprattutto per mangiare piadina ha commesso un grosso errore.

E poi son tornato a casa ascoltando in loop Safe European Home dei Clash. Tipo cinque volte. Senza motivo, mi andava di farlo. Tutto il resto è game over, me compreso.