CE LO CHIEDE L’EUROPA: Il disco nuovo di Kele, che risponde al nome di Trick e mi è stato passato via Dropbox dal cittadino Alessandro Di Battista

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Anna Magni

Non l’ho mai detto in giro – perché sono sempre restio (anzi, Restivo) a scrivere di cose appartenenti alla mia sfera privata – però diciamolo: nel 1997 ho fatto la visita di leva con Alessandro Di Battista alla Caserma Minghetti di Bologna. Ultimi anni di leva obbligatoria, i cosiddetti “due giorni” nei quali ti controllavano con attenzione il glande e ti mandavano dallo psicologo, due palle così ma alla fine una bella esperienza formativa – però non è questo il punto, il punto è che con Alessandro Di Battista è nata una bella amicizia che dura ancora adesso che siamo nel 2014 e lui è Onorevole (scrivo Onorevole anche se preferisce venir chiamato cittadino, lo faccio perché così si incazza e vien fuori il Dibba migliore) mentre io sono un normale cittadino con normale senso civico e nessuna voglia di indignarmi in quanto il mio portafoglio è a sinistra mentre il mio cuore è a destra. Ci sentiamo spesso e sono contento che abbia raggiunto i traguardi che merita, è una bella persona.

Dicevo, ho conosciuto Di Battista alla visita di leva. Per la precisione l’ho conosciuto mentre eravamo entrambi in coda per fare il test di Rorschach (quel test con le macchie che ti mandavano a fare se al questionario dello psicologo rispondevi che ti piacevano i fiori oppure se dicevi di sentire le voci – insomma, se avevi gusti bizzarri o abitudini strane eri matematicamente sicuro che ti sarebbe toccato il test in cui dovevi dire cosa rappresentavano per te certe macchie all’apparenza informi) ed abbiamo subito iniziato a parlare di musica e affini. Di Battista all’epoca aveva i capelli lunghi e la maglietta dei Deicide, mentre io come tutti avevo i Nofx nel walkman e la maglietta di Undisputed Attitude degli Slayer (il mio portafoglio è a sinistra mentre il mio cuore è a destra, repetita juvant); abbiamo subito legato perché eravamo una coppia di disadattati che hanno terminato la due giorni di visite condividendo una Moretti calda da 66cl. Ah la ribellione, ah il buon vecchio Baffo Moretti con un nuovo amico, ah il fatto che lui è stato riformato ed io no, ah la tauromachia – e poi dal 1997 ad oggi gli anni sono passati veloci, stan correndo via come macchine impazzite ma il Dibba è sempre un amico e qualche giorno fa mi ha passato via Dropbox il promo del disco nuovo di Kele.

“Kele chi?”, direbbe il buon Matteo Renzi – Kele Okereke, (ex) cantante dei Bloc Party (un primo disco uscito nel lontano 2005 molto buono ed assolutamente figlio di quell’annata, un secondo disco un po’ mh, un terzo disco talmente imbarazzante che ogni tanto ci rido ancora, un quarto disco che pare suonato a caso ed invece ci son tante idee e pare il disco di una band che ha deciso di giocarsi il tutto per tutto mandando in vacca ciò che fin lì è stato fatto – parlerei dei Bloc Party in maniera più esaustiva ma non è questo il momento perché sono esausto dopo aver aperto questa parentesi lunghissima). Punto e a capo, ho perso il filo e devo ricominciare da zero.

 

“Kele chi?”, direbbe il buon Matteo Renzi – Kele Okereke, (ex) cantante dei Bloc Party che ha tentato / sta tentando una carriera solista talmente improbabile da risultare azzeccatissima nonché figlia di questi tempi fatti di Inghilterra, talent show, talenti sprecati, non-talenti abusati e carriere effimere che durano – boh – lo spazio di un singolo programmato ossessivamente in radio e poi puf! svanito in quel nulla chiamato dimenticatoio. Kele è un eroe: non ha particolare talento nello scrivere canzoni, ha una voce abbastanza anonima, conosce tre linee vocali e le utilizza per quattro dischi (ha al suo attivo pure una collaborazione con Martin Solveig, la linea vocale di Ready 2 Go era ovviamente uguale a tutte le altre di Kele), vorrebbe essere gli U2 o i Radiohead, è tragicamente legnoso sul palco ed a quanto pare è pure uno stronzo con i compagni di band. Come non volergli tantisimo bene?

 

Il disco che mi ha passato il grande Dibba via Dropbox si chiama Trick ed ha una copertina orrenda (ho addirittura scambiato Kele per Mario Balotelli, sarà per il taglio di capelli oppure per il rosso Liverpool che fa da sfondo). Provo e riprovo ad ascoltarlo ma non riesco a farmi una vera opinione in merito (segno che Trick è inoffensivo come un soprammobile, dove lo metti sta e non lascia traccia alcuna), ed a questo punto copiaincollo a caso frasi/brandelli di una chat avuta con Dibba Smith via Whatsapp alle tre di notte, quando l’Italia che Lavora e Produce sta dormendo in attesa di un’altra giornata di lavoro e produzione mentre noi raccomandati dalla Ka$ta sprechiamo tempo a parlare del disco nuovo di Kele. Ovviamente, il copiaincolla è stato autorizzato dal gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle con regolare votazione online al quale ho partecipato pure io utilizzando la password di Paola Taverna Ottavo Colle. Le opinioni sono quelle di Alessandro Di Battista ed io le sottoscrivo a prescindere, la password l’ho usata illegalmente. Il resto mancia.

“Questo disco fa cagare in modo SABBIOSO, anzi no. È un bel disco solo che scorre via come l’acqua della doccia quando alle tre di notte torni a casa ubriaco fradicio e ti devi docciare per ripigliarti. Finito tutto non ti ricordi più nulla”

“Prendi la traccia numero due, Coasting. Burial potrebbe denunciare Kele per plagio di Archangel, poi parte il cantato, parte la linea vocale alla Bloc Party uguale a tutte le altre e allora Burial mosso a compassione non denuncia nulla. Non si può denunciare chi non ce la fa”

“Disco prevedibile eppure imprevedibile. Ti saresti aspettato una roba maranza cassa dritta e pedalare, invece è arrivata elettronica tipo sedativo – la classica cosa che la ascolti per la prima volta e sai già dove andrà a parare”

“Dubstep, prima che Skrillex snaturasse il termine rendendola una cosa per anabolizzati”

“Ricorda certi episodi più soft degli Hercules and Love Affair, con i quali tra l’altro Kele in passato ha collaborato (sul loro penultimo disco, mi pare… non vado nemmeno a cercare perché non ne vale la pena). Ovviamente la sua linea vocale era uguale alle altre, tutto torna”

“Arrivare alla fine è una faticaccia, anche se non puoi di certo dire che Trick sia un brutto disco. Non è brutto, forse non è un disco. Magari non esiste nemmeno”

“Musica per dormire”

“Musica da tinello, tanto per citare Sandro Pertini

“Una volta ho visto i Klaxons con i Mojomatics di spalla. Un paio di settimane prima avevo visto i Bloc Party con i Biffy Clyro di spalla. Ecco, era il 2007 e c’era gente che andava ai concerti solo perché aveva un blog su cui recensirli. Mai scegliere un gruppo spalla più bravo di te. C’entra un cazzo ma bisognava dirlo”

“Se Voice Of Italy l’ha vinto una suora a questo giro Kele potrebbe anche farcela a diventare uno che conta”

“Ce la fai a fare una recensione del disco di Suor Cristina quando esce?”

“È uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare”

“Buonissima produzione, bei suoni per un genere che ad esser buoni nel 2010 aveva già detto tutto. Tra l’altro, se penso al 2010 mi paiono passati quindici anni”

“Ti sembra di sentire sempre la stessa traccia, a parte i gli interventi di cantanti donne che paiono messi lí più per comunicare sensibilità che altro”

“Davvero, avrei preferito vedere Kele alle prese con roba grassa tipo Swedish House Mafia. O magari un disco di überpop alla Michael Jackson

“A proposito, quando è morto Michael Jackson? Paiono passati vent’anni, ormai ha fatto più dischi da morto che da vivo”

“Come suonerebbe Kele prodotto da Roger Sanchez? ”

Another Chance di Roger Sanchez che creava atmosfera senza vergognarsi di campionare i Toto. Quasi quasi stoppo tutto e me la riascolto”

“Se penso al fatto che Gino Paoli con soli cinque anni di contributi da parlamentare percepisce una pensione da 2199 euro mi viene di botto da rivalutare tutte le linee vocali di Kele. E pure Intimacy, il terzo ridicolo disco dei Bloc Party. Ecco, ho pensato a quel disco e sto ridendo da solo. Per calmarmi dovrò pensare a Gino Paoli che difende a spada tratta la Siae in quanto ne è il presidente”

“Per me stanotte, in questo preciso istante, mi hanno aperto ancora una volta la macchina. Per me sono stati quei presunti-pusher nigeriani che girano in bici tutto il giorno”

“Razzista del cazzo. Lo sai che anche Kele è di origini nigeriane? ”

“Sì, ma non andiamo fuori tema”

“Ti svelo un segreto: sono io quello che arriva su Bastonate scrivendo ‘Coal Chamber Bastonate’ come chiave di ricerca”

“Il problema di Trick è che mancano i ritornelli memorabili. Se concepisci un disco del genere ti servono dei ritornelli da poter cantare sotto la doccia, dai”

“Silver and Gold ti illude di essere un pezzone da botta – tipo house primi anni novanta stirata e dilatata, quasi i KLF in versione subacquea – poi viene immediatamente ucciso dal ritornello. Però non è male davvero, l’unico suo problema è che non rispetta le premesse. Fosse tutto come i primi trenta secondi sarebbe capolavoro”

“Se voglio rimanere più o meno sul genere tanto vale andare sul sicuro ed ascoltare Mexico dei GusGus o Racine Carrèe di Stromae. O addirittura New Eyes dei Clean Bandit

“In definitiva, visto il periodo di vacche magre che ci troviamo nostro malgrado a vivere, quasi quasi io Trick lo promuoverei”

“Boh”

“Forse il brano più convincente del lotto è Stay the Night, che chiude il disco. Convincente perché cerca e trova l’altmosfera e trasmette intimità e calore, non perché chiude il disco – sia chiaro”

“Vado a letto, si è fatto tardi e domani a differenza di te io lavoro. Buonanotte e buone botte”

Mi fermo qui, anche se potrei andare avanti ancora copiaincollando particolari scottanti tipo foto di donne nude, commenti da caserma, battute su Renzi, gossip su Grillo e Casaleggio, ricordi & suggestioni della visita di leva, il Dibba che è sempre un grandissimo, il nuovo degli Electric Six che è una bomba ma non mi pare il caso di andare avanti e stop, ora!

CE LO CHIEDE L’EUROPA, che a questo giro diventa una agghiacciante combo Lamb-Subsonica, da leggersi tutta d’un fiato oppure in pillole

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In una ideale top ten dei gruppi-che-hanno-continuato-negli-anni-a-fare-cose-fighissime-ma-che-non-hanno-mai-ottenuto-il-successo-che-meriterebbero (o che-avrebbero-meritato, in caso di gruppi morti e sepolti) i Lamb occuperebbero sicuramente uno dei primi tre gradini del podio, anche se non so dire con esattezza quale perché dovrei pensarci bene (e a dire il vero non sono nemmeno sicuro di riuscire a tirar fuori dieci nomi di gruppi sottovalutati, o forse sí: oltre ai Lamb mi sentirei quasi di dire i Doves, i Broken Social Scene, gli Electric Six, i Test Icicles, gli Audio Bullys, i Junior Senior, gli El Guapo, i Trans Megetti e The Beta Band. Tra l’altro alcuni di questi si sono fermati dopo il primo, clamoroso album ma facciamo finta che tutto ciò valga lo stesso ai fini della classifica).

Dicevo, contestualizziamo un pochino i Lamb: seconda metà degli anni novanta, elettronica  assolutamente figlia di quel tempo, trip hop meets drum n’bass meets techno meets la paranoia, la mente di Andy Barlow, la voce di Lou Rhodes che ti entra dentro e tocca certe corde che non sapevi nemmeno di avere, una manciata di album magnifici che sono invecchiati bene e suonano alla grande ancora adesso che son passati come minimo 15-18 anni (mica come spazzatura concettuale alla Roni Size che la ascolti adesso e ti imbarazzi per averla sentita allora), una piuttosto controversa svolta intimista nel 2001, uno scioglimento nel 2004, tre dischi solisti di Lou Rhodes che per onor di cronaca ammetto di non aver mai ascoltato, una reunion che non ricordo nemmeno quando sia avvenuta di preciso, un altro disco parecchio bello e questo Backspace Unwind uscito ufficialmente qualche settimana fa, ora che siamo nel 2014 ed il disco d’esordio dei Lamb è già maggiorenne e (si spera) vaccinato.

Che dire di Backspace UnwindBackspace Unwind è una meraviglia e al solito non se lo filerá praticamente nessuno. In breve, è quasi un bignami della carriera dei Lamb ma senza quell’innesto del pilota automatico e quei disperati tentativi di ripetere pedissequamente una formula che ha portato bene in passato tipici di chi è alla frutta e sta andando avanti utilizzando la musica solo come mero espediente per riuscire a pagare le bollette e i debiti vari (o il metadone, o il conto del medico, o gli alimenti dell’ex consorte, o gli psicofarmaci, o le puttane, o tutto quanto in un combinato disposto del tutto usuale nella figura della popstar-nemmeno-tanto-star in declino). La capacità compositiva c’è ancora tutta e i Lamb suonano incredibilmente freschi in un ambito in cui altri soggetti riuscirebbero solamente a risultare finti, posticci, disperati o addirittura patetici. Meno drum n’bass, più techno ed ambient, nulla di nuovo ma tanto non si inventa più nulla perché tutto è già stato detto, Andy Barlow e Lou Rhodes al meglio delle proprie possibilità. Quasi un miracolo. La chiudo qui e passo ad altro.

Intervallo: arriva un momento nella vita di un uomo in cui aumenta inesorabilmente il girovita. Si cambia forma e, nonostante tutti gli esercizi in palestra di questo mondo, diminuire il girovita è impresa durissima. Non si scappa perché è legge di natura. Deve essere la birra.

A proposito di fenomeni-tipo seconda metà anni novanta con ingente uso di elettronica assolutamente figlia di quegli anni: è uscito un album nuovo dei Subsonica intitolato Una nave in una foresta. Potrei anche fermarmi definitivamente qui ma vado avanti, perché certe cose è doveroso scriverle – dicevo, oggi che siamo nel 2014 è uscito un disco dei Subsonica che più che un disco è la solita scusa per poter poi fare un tour nei palazzetti dello sport/locali di medio-grandi dimensioni in cui si suona dal vivo, solo che a questo giro mancano decisamente i ritornelli paraculissimi da cantare braccia al vento / ascelle al vento / spinelli al vento (che figata utilizzare il termine “spinelli”, soprattutto nel 2014) / bottiglia di vino introdotta di sgamo nel locale al vento / zaino Invicta con le scritte fatte con l’Uni Posca / i pantaloni a righe / i Birkenstock anche d’inverno/ effetto Giamaica / parlare durante le canzoni che non ti interessano / fumare in barba ai divieti / vietato vietare / il comunismo / i professionisti degli aperitivi, della contestazione e delle tartine / questionare se ti fanno notare che stai disturbando / un paio di schiaffoni / la macchina rigata / nessun problema paga papà che ha un’azienza che scarica i rifiuti tossici chissà dove. Poco male, suoneranno quelle vecchie, tanto la gente a dire il vero è lì per quello, tanto la gente paga e bisogna accontentarla perché il cliente ha sempre ragione.

Conosco rimastoni che hanno visto quindici volte i Subsonica in concerto e continuano inesorabilmente ogni volta ad andare, in nome di un passato che non tornerà, in nome di un futuro che mai arriverà. Secondo me fanno bene, anche perché ho visto due o tre volte dal vivo la band torinese e mi sono sempre divertito tantissimo; i Subsonica sono un gruppo talmente figlio di un’altra epoca (no pc a casa, pc a casa ma con 56k, adsl con connessione ballerina, scoprire la musica davvero) che a scaricarlo oggi provi quasi un senso di tenerezza. Una nave in una foresta non è i primi due o tre dischi dei Subsonica però ci prova e a volte ci riesce pure (come in LazzaroDi Domenica, Specchio,  Ritmo Abarth), riuscendo comunque ben più che dignitosamente a riproporre un suono ed una capacità di scrittura – la sparo lì: elettronica anni novanta assolutamente figlia di meets canzone all’italiana, testi mediamente profondi, ritornelli appiccicosi, voce di Samuel Romano che a volte vorresti scappare via con lui in sella ad uno scooter truccato – che all’epoca in cui hanno iniziato a girare ce l’avevano solo loro (continuo però sempre a pensare che i Casino Royale siano arrivati davvero troppo in anticipo. Se solo fossero stati più scaltri, se solo avessero voluto sputtanarsi, se solo Giuliano Palma)(i Subsonica hanno portato avanti un discorso già iniziato dai Casino Royale, dai, solo che lo hanno fatto in maniera assolutamente personale e sono diventati i Titolari Assoluti di una cosa che è arrivata perfino al Festival di Sanremo) e nessun altro. C’è parecchio pilota automatico, ma ben nascosto ed in definitiva Una nave in una foresta mi piace parecchio. Poi magari i Subsonica tirano avanti solo per pagare le loro ingenti spese o al limite per onorare ogni tot anni il contratto con la loro casa discografica, però chi sono io per giudicarli? A quei livelli sinceramente farei lo stesso.

CE LO CHIEDE L’EUROPA: Pop-Hoolista, il nuovo album di Fedez con ha una copertina che non ci si crede ma almeno suona contemporaneo nonostante tutto.

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Anna MAgni

La sparo subito, prima che sia troppo tardi: Pop-Hoolista, il nuovo di Fedez, è un disco talmente sbagliato da risultare giusto – per un sacco di ragioni che forse elencheró o forse no. A livello di testi a modo suo è un disco politico e contiene calembour freschi e divertenti, però dietro a quelli ci sta una sfilza di luoghi comuni che ti fa quasi pensare che Fedez sia il nuovo italiano medio (mediamente informato grazie alla rete, mediamente sagace grazie alla rete, mediamente intelligente ed istruito, che guarda la crisi del Sistema-Paese dallo schermo di uno smartphone e pensa che forse un giorno grazie ad Internet risorgeremo) e la sua musica in fondo sia ciò che ci meritiamo davvero. Una copertina che più brutta non si può (copiaincollo a caso da Wikipedia: “Anche la copertina dell’album, in cui è raffigurato un poliziotto in sella ad un cavallo con un cono gelato spiaccicato in testa mentre con un bastone fa segno a Fedez, sdraiato a terra mentre vomita un arcobaleno, di rialzarsi, è un forte segno di protesta nei confronti del governo italiano” – personalmente io per protestare avrei scelto una copertina diversa, ma chi sono io per giudicare le copertine altrui?), belle melodie che anche dopo sei ascolti non riescono proprio ad entrarmi in testa perché non mi lasciano nulla –  però a questo punto forse dovrei sforzarmi di contestualizzarlo togliendomi 10, 15 o addirittura 20 anni di età (facciamo media, facciamo 15): se fossi un minorenne in cerca d’autore o un neopatentato Fedez mi sembrerebbe il massimo esempio di ribellione in campo socio-politico-musicale e sarebbe il mio idolo, ne sono sicuro (e comunque durante l’adolescenza ho ascoltato ed apprezzato cose ben più leccate, lo giuro); lo vedrei davvero come un Rappresentante dell’Italia Migliore, però in adolescenza sei contro al sistema ma crescendo diventi sempre più un Essere Prossimo a Giuliano Ferrara, ed allora finisci per giudicare il disco di Fedez solo per musica, copertina e testi al netto dei roboanti proclami contenuti nei comunicati stampa promozionali vari ed eventuali. Mi sono perso, è giunta l’ora di andare a capo.

 

Eppure, il miracolo: in un mondo musicale che – almeno a livello italomainstream – pare inesorabilmente rimasto congelato al 1998/99, con tanto di eventi dell’anno costituiti da un disco collettivo di Fabi-Silvestri-Gazzè (tra l’altro parecchio bello anche se, e sottolineo anche se) e dal nuovo album dei Subsonica (non ancora ascoltato, ma ad occhio e croce un disco dei Subsonica col pilota automatico ed una copertina che davvero non ci si crede), Pop-Hoolista di Fedez riesce nell’impresa di suonare contemporaneo come non mai. Musica e testi sono quello che sono, peró si sente che Fedez è uno sincero e ci crede, ed è da apprezzare lo sforzo che fa. Ce la mette tutta, è onesto, ci mette tutto se stesso e si sente. Il featuring di Malika Ayane è clamoroso, quelli di Elisa e J-Ax no ma non importa. I suoni sono davvero punk come annunciato da Fedez nelle varie interviste, ma punk come potrebbe intenderlo Billy Nutter l’amico di Jane stilista per caso (citazione colta) – basta solo regolarsi sui termini e non aspettarsi cose che non esistono – e dunque non c’è nessun problema, perché tanto dal settimo ascolto in poi mi ritrovo mio malgrado a canticchiare Generazione Bho (scritto proprio così, “Bho”) mentre sono sotto la doccia o mentre faccio la barba.

E, a proposito di interviste e notizie fresche fresche che probabilmente cambieranno il corso della storia o magari no: Fedez che scriverà l’inno del Movimento 5 Stelle per la manifestazione al Circo Massimo prossima ventura (sia nel senso di ventura che nel senso di Simona Ventura ex giudice di X Factor, e magari pure Ace Ventura che con Fedez ha in comune la predisposizione ad una certa mimica facciale). Mi viene subito in mente la terrificante copertina di Circo Massimo 2001 di Antonello Venditti (worst copertina ever) ma non c’entra niente ed allora posso solo dire che non ho nulla contro i pentastellati e con le scelte (anzi non-scelte, per dirla alla Fedez) di campo in quanto ho votato Movimento 5 Stelle alle Europee del ’99 e capisco benissimo cosa vuol dire combattere il sistema dal suo interno, anche a costo di rischiare di sputtanarsi per sempre. Apprezzo a prescindere chi ci mette la faccia e di espone per una causa, ma mi sono perso, è giunta l’ora di andare a capo, fare la doccia oppure fare la barba.

CE LO CHIEDE L’EUROPA: Our Love, il nuovo disco di Caribou che a questo giro suona molto più club feat. Costantino Vitagliano ex tronista / ex tutto

Anna Magni
Anna Magni

Lo scorso weekend sono andato ad un addio al celibato a Milano Marittima (RA), divertendomi peraltro un sacco nonostante io non sia avvezzo a questo genere di situazioni mondane. Cena al Pacifico Dinner e poi un salto al Pineta – ma non è questo il punto, il punto è che al Pacifico mentre sorseggiavo tranquillamente il mio aperitivo ho visto Costantino Vitagliano. Era seduto ad un tavolo da solo e smanettava con lo smartphone, del tutto incurante di ciò che lo circondava o forse attentissimo ad essere notato dalla gente manco fossimo dieci anni fa quando era considerato un divo e si parlava soltanto di lui. Aveva in testa uno strano cappello che lo faceva sembrare un qualcosa a metà strada tra Brad Pitt e Badly Drawn Boy e mi ha trasmesso un senso di tristezza tale da mandarmi in paranoia per un paio di minuti buoni – giusto il tempo di riempire lo stomaco con qualcosa di solido che mitigasse gli effetti dell’alcool, con qualcosa che mi facesse riacquistare sembianze umane.

 

E poi, una chiacchiera tira l’altra, un altro giro / un altro regalo / un altro aperitivo e Costantino è sparito nel nulla, vaporizzato. L’ho ritrovato qualche istante dopo, quando sono dovuto correre in bagno a svuotare la vescica. Aveva un cd in mano e me l’ha allungato. “Sai già cos’è”, mi ha detto. Io sulle prime non ho capito ed ho pensato al peggio, poi ho riconosciuto la copertina ed ho realizzato: una copia promo di Our Love di Caribou, gran colpo. È subito partita in sottofondo Finally di CeCe Peniston, ma probabilmente solo nella mia testa. “A questo giro suona parecchio diverso dal solito. Più dance, più club, come se nella testa di Dan Snaith il progetto Daphni avesse preso il sopravvento sul progetto Caribou. Sembra un fake del disco invece suona proprio così”. Incredulo non ho trovato la forza di replicare ed ho lasciato parlare Costantino, anche perché a dire il vero non ero nemmeno sicuro ce l’avesse con me; probabilmente ce l’aveva con il se stesso famoso di dieci anni fa, quando faceva il tronista ed una certa Italia era tutta ai suoi piedi. “Rispetto a Swim mancano una Sun o una Odessa, arriva dopo parecchi ascolti però quando arriva è una bella storia che vorresti non finisse mai”. Io ero basito, Costantino pareva un fiume in piena. “Dentro ad Our Love si respira un’aria che ti pare di stare dentro a Your Woman di White Town – che è tipo la canzone più bella del mondo a mio insindacabile giudizio – solo che qui tutto è più etereo, gassoso. Tanto per dire, Our Love (la title track, per usare una definizione che ti infastidisce tanto) pare Good Life degli Inner City suonata su Marte, Can’t Do Without You e Julia Brightly sarebbero opera di Moby se solo Moby avesse ancora decenza e senso artistico, Back Home è gli Art Of Noise suonati ad un rave sull’Enterprise. E non sono nemmeno sicuro che la tracklist sia giusta, non sono nemmeno sicuro che tutto ciò sia vero. Un disco talmente bello che pare immaginario”. Potevano essere passati 5 minuti oppure un’ora, a quel punto ero imbarazzatissimo ma soprattutto dovevo ancora svuotare la vescica e quasi quasi speravo nell’arrivo risolutore di un poliziotto come nel video di Outside diGeorge Michael (che poi è tratto da una storia vera, ma tant’è). “Oggi Caribou è roba da hipster e piace a tutti, chiunque va ai suoi concerti e manca poco che ce lo ritroviamo sulla colonnina destra di Repubblica, ma ti ricordi quando si faceva chiamare Manitoba e lo ascoltavamo in tre? Dico, prima che Handsome Dick Manitoba dei Dictators gli facesse causa e lo obbligasse a cambiare nome? Handsome Dick Manitoba titolare dei diritti sul nome di una farina e di una provincia del Canada te lo ricordi, vero?”. Certo che me lo ricordo Costa, però ora placati e lasciami andare a pisciare. “Caribou nel frattempo ha preso un PhD in matematica ed ha continuato a fare musica di qualità divenendo idolo degli hipster, i Dictators ormai suonano alle sagre della birra. Contrappasso perfetto”. Non ero ben sicuro di cosa fosse un PhD e soprattutto di cosa potesse voler dire con la frase ‘contrappasso perfetto’, ma sono praticamente certo che in questo caso Costantino avesse ragione da vendere. Nella vita bisogna sapersi costruire una posizione. “Da quando ho litigato con Daniele Interrante la mia esistenza non è più la stessa. Mi sento solo e nessuno mi considera più, ma in fondo meglio soli che male accompagnati. Interrante ora sta con la figlia di Faber De Andrè e recentemente gli hanno pure ritirato la patente per guida in stato di ebbrezza, guarda che brutta fine che ha fatto”. Costantino ha iniziato a ridere, un ghigno satanico che pareva non doversi fermare mai più. Io mi sono spaventato. sono corso fuori dal bagno e come un cane ho fatto pipì nel vaso di una pianta, incurante del fatto che il Pacifico Dinner è un posto di classe e certe cose non si possono fare. Meno male che non mi ha notato nessuno.

La copia promo di Our Love chiaramente me la sono tenuta, a caval donato non si guarda in bocca. Per riprendermi dallo shock ho raggiunto i miei amici già seduti al tavolo ed ho ordinato una frittura di pesce gonfiabile; la serata danzante al Pineta è andata benone al netto di parecchi momenti musicali a dir poco discutibili. Ho ritrovato Costantino Vitagliano solo a fine serata all’Autogrill di Castelbentivoglio Est (BO), quando sono dovuto correre in bagno a svuotare la vescica. Aveva un cd in mano e me l’ha allungato. “Sai già cos’è”, mi ha detto. Era una copia promo di Pop-Hoolista, il nuovo album di Fedez – ma non ne parlerò in questa sede perché è arrivato un poliziotto come nel video di Outside di George Michael e sono saltati tutti gli schemi.

CE LO CHIEDE L’EUROPA: il nuovo disco di Franco Battiato, che si intitola Joe Patti’s Experimental Group ed a questo giro è accreditato a nome Battiato/Pinaxa

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La cosa che mi fa più ridere del nuovo disco di Franco Battiato – intitolato Joe Patti’s Experimental Group ed uscito a nome Battiato/Pinaxa (Pino “Pinaxa” Pischetola è il suo storico ingegnere del suono, che qui si occupa pure di programmazione etcetera etcetera) – è che Pinaxa ha nel suo curriculum pure un remix di Faccia da pirla di Charlie. Ok, il disco é (copiaincollo a caso informazioni trovate in giro per la rete e non dichiaro la fonte, tanto la stessa frase l’ho trovata su più siti quindi non si capirà mai chi copia cosa) “un lavoro dove a farla da padrone sarà la musica elettronica e sperimentale, uno dei suoi più grandi amori, con brani del passato rivisitati e nuove composizioni, un viaggio nel suo repertorio di musica sperimentale dagli anni ‘70 ad oggi”, però Faccia da pirla di Charlie è sempre Faccia da pirla di Charlie anche se in versione remix.

[Piccola digressione: fine anni 80, hip hop in salsa italica su basi pseudo-house, roba che suona come altre cose famose all’estero ma con meno classe, testo demenziale, Charlie è uno che ci prova e per un attimo ce la fa, tipo C’è da spostare una macchina di Francesco Salvi ma con meno classe, Charlie ha guadagnato un pacco di soldi poi ha sperperato tutto facendo la bella vita e lo ha raccontato a Libero, l’ultima volta che ho visto Charlie è stato anni fa al programma Meteore su Italia 1 e questo è quanto]

Viste le premesse, Joe Patti’s Experimental Group (mi viene sempre in mente Joe Le Taxi di Vanessa Paradis, gli anni sono gli stessi di Faccia da pirla di Charlie e tutto torna anche se non c’entra un cazzo) sulla carta parrebbe un’operazione patetica di un artista ai limiti della pensione oppure roba per studenti fuorisede con dei baffi che neanche Zio Bergomi al Mundial 1982, ma in realtà suona molto bene ed è un gran bel disco. Pare quasi di sentire – la butto lí – gli Orbital di Snivilisation che remixano il repertorio elettronico di Franco Battiato (ed a questo punto bravo pure Pinaxa che ci mette del suo riuscendo a tirar fuori ritmiche-non-ritmiche di una certa portata, e comunque quando ero piccolo Faccia da pirla di Charlie mi piaceva assai) oppure – Giorgio ora lo senti il BOOM? – i Global Communication di quel capolavoro che risponde al nome di 76:14 con in sovrappiú Franco Battiato che declama versi, sbuffa, borbotta, si esprime, sta zitto.

Poi vabbè, magari io Battiato non l’ho mai capito e mai lo capirò perché sono ignorante e non ho la cultura musicale di un Morgan qualunque, ma è questo ciò che sento in Joe Patti’s Experimental Group. Problema mio, ed eventualmente problema dei concorrenti di X Factor sbertucciati da Morgan perché non hanno nessuna cultura musicale (è successo davvero, poi durante la pubblicità hanno dovuto chiamare un paramedico per rianimare Morgan ed è finita a tarallucci e vino).