LAST YEAR I WAS TWENTY-ONE (struggimento relativo al settantesimo compleanno di Iggy Pop)

Questo ha gli stessi anni di mio padre!, dissi agli amici, nell’ilarità generale, a Torino, un’estate, quattordici o quindici anni fa. Mio padre era sui 55, io sui 24, ed era la prima volta che vedevo Iggy dal vivo, dal vivo con gli Stooges, band da cui ero stato ossessionato fin da ragazzino in quel modo strano (credo, strano) in cui mi ossessiono io alle cose, mi prendo l’impegno di essere ossessionato da qualcosa e ne parlo e ne straparlo finché non credo io stesso a quel che dico e finisce che l’ossessione diventa vera, e non so più neanch’io cos’ho inventato, cosa sia reale, o che differenza ci sia tra le due cose. Così, dopo aver letto su qualche rivista, sarà stato il ’94 e le riviste c’erano ancora, che Kurt Cobain era fan degli Stooges (lo diceva Iggy stesso, ricordo che era un’intervista a Iggy), decisi a tavolino che sarei stato ossessionato dagli Stooges e così fu, precisamente da quando, qualche tempo dopo, ero da Rinascita proprio con mio padre (un mio padre irrealmente sui 45) che mi chiese, vuoi un disco? e io dissi sì, gli Stooges, ma non seppi cosa scegliere tra l’omonimo e Fun House, i due che c’erano, e mio padre, buonissimo, me li prese tutti e due. Li ho ancora da qualche parte, uno dei due ha l’adesivo giallo col punto esclamativo che era uno dei modi per esprimere il prezzo speciale (15.000?) venticinque anni fa. Insomma, tanto ho detto, tanto ho fatto, che ho finito davvero per adorare gli Stooges non ascoltandoli neanche troppo, ma questo è perché io pur essendo in genere considerato un appassionato di musica la musica non l’ho mai ascoltata davvero tanto, ad adorarli al punto che mesi fa, da adulto, ho insultato un mio amico che si è comprato Fun House in vinile dandogli del modaiolo bastardo, al punto che mi trovo oggi a esprimere, in occasione del compleanno di Iggy, davvero un concetto banale come che non dimenticherò mai la prima volta che ho visto gli Stooges – rifletto ora sul fatto che probabilmente non vedrò mai più gli Stooges e probabilmente mio padre non mi regalerà più dischi, e c’è stata un’ultima volta nella mia vita che entrambe queste cose sono successe e come è ovvio non lo sapevo e mi ritrovo oggi così, vecchio e stanco e grasso, con l’età che avevano Iggy e mio padre quando avevano la mia età oggi, a non desiderare niente di più al mondo che ricordarmi esattamente l’ultimo pezzo che ho sentito suonare dagli Stooges dal vivo nella mia vita – un pezzo qualunque, un momento, una nota di quel concerto, che chissà quando si è tenuto e dove, poi – o il modo in cui mio padre era vestito quando mi regalò The Stooges (l’album) e Fun House – la sua faccia, i suoi colori, in uno dei tanti giorni che per me erano normali, tornavamo a casa, la stessa casa, lui leggeva carte di lavoro e io ascoltavo gli Stooges in tanti giorni tutti uguali, tutti banali, che non ho registrato per questo e che per riaverne uno darei tutto l’oro del mondo, tutti i dischi – ridarei la prima volta che ho ascoltato gli Stooges dal vivo, che invece mi ricordo bene, Iggy entrò a torso nudo, disse siamo i cazzo di Stooges!, scoppiò il caos, e io pensai che aveva gli stessi anni di mio padre. 

Mancarone Alan Vega #1: Dream Baby Dream

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Una volta, una soltanto, ho fatto una cosa da film, ero innamorato ed era successo qualcosa di bello, e così ho messo un disco e ho chiesto alla mia fidanzata che poi oggi è mia moglie di ballare con me, e abbiamo ballato in salotto tipo valzer, ma male, e la canzone era Dream Baby Dream dei Suicide, fatta proprio dai Suicide e non da Springsteen. Alan Vega dei Suicide è morto l’altra notte nel sonno, me lo hanno detto nel momento più incongruo possibile, mentre cioè ero ai Parioli davanti alla palestra di Madonna con un caldo assurdo – non è bello questo fatto che gli appassionati di musica si avvertono tra loro se muore Alan Vega -, e se fossi uno scribacchino di quelli che scrivono sui blog rifletterei adesso sulle tante incongruità congrue della musica e della vita di Alan Vega e della sua band (cioè il solo Martin Rev), per esempio essere stati il miglior gruppo punk di sempre senza essere punk, di avere affinità con gente tanto diversa quanto ad esempio Cecil Taylor o Madonna, di aver suonato rockabilly selvaggio senza neanche l’ombra di una chitarra e boh altre cose tipo chiamarsi i Suicidio e parlare in realtà del profondo splendore dell’esistenza. Ma così non è, queste cose non le ho dette, e anche se le avessi dette non conterebbero perché sono uno di quelli che scrivono sui blog (bè, su un blog solo) e nella mia band non c’è nemmeno il solo Martin Rev e in ogni caso Alan Vega è morto l’altra notte, nel sonno, aveva 78 anni e perciò, quando quindici anni fa più o meno l’ho visto suonare al Classico ne aveva già più di sessanta, eppure indossava una tuta argentata tipo Bradley Cooper che fa footing in quel film in cui interpreta un pazzo. Pochissimi non sanno che il suo miglior album è un album non scritto né interpretato da lui, per la precisione Nebraska di Bruce Springsteen che è anche il miglior album di Springsteen.  Ma Alan Vega è morto l’altra notte, oh, è morto Alan Vega, davvero, i Suicide non ci sono più, e una volta, una volta soltanto, ho ballato davvero nel salotto, come fosse un film, l’ho fatto perché ero innamorato, e anche se Alan Vega è morto e i Suicide non ci sono più io lo sono ancora, e perciò è come se continuassi a ballare, e la canzone è sempre Dream Baby Dream dei Suicide.

Doves cry // Fermate tutto, è morto Prince

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Even at the center of the fire 
There is cold

Ho visto Prince anni fa a Londra, in una di qualcosa come trentuno date di fila (tutte sold out in un paio di giorni), il prezzo del biglietto era il titolo del suo – allora – ultimo disco, che era un numero, e una copia del suo ultimo disco veniva regalata a tutti i presenti coppie comprese, come a dire, diamo per scontato che non lo abbiate già comprato, e come a dire, in ogni casa c’è bisogno di tante copie di questo disco quanti sono i suoi abitanti. Ecco perché io ne ho due copie. Ad ogni buon conto, il palco era circondato dal pubblico, a un certo punto alcune inservienti genere Apollonia si fecero largo tra la folla trasportando una grossa scatola d’argento su ruote (neanche troppo grossa), e la scatola, si scoprì non appena fu trasportata sul palco e aperta, conteneva Prince. Prince suonò una valanga di pezzi di quelli vecchi e classici e fichi per chi li trova fichi, 1999, Purple Rain, Darling Nikki, Kiss, Nothing Compares 2 U, cose così. Tempo mezz’ora e aveva finito. Apollonia non c’era. Darling Nikki è il mio pezzo preferito di sempre tra quelli che non fanno piangere (tra quelli che fanno piangere, invece, è Nothing Compares 2 U). Il mio disco preferito è Gold. A Londra, in anni diversi, comprai Emancipation a tre sterline da Fopp, Purple Rain in vinile (è la prima stampa e si sente come attutito), e l’album nero che era per me negli anni ’90 un Sacro Graal. Ero l’unico negli anni ’90 ad ascoltare e amare Prince in maniera esplicita, schietta e franca, per quanto ammetto di essermi vergognato con il commesso di Rinascita quando comprai il CD singolo di The Most Beautiful Girl in the World. Lui ascoltava credo gli Smiths. Dico il commesso. Incredibile pensare che una volta le due cose potessero essere vissute come contrastanti tra loro. Prince è sempre stato incomparabilmente superiore a Michael Jackson, a Madonna, a Jimi Hendrix, a tutti gli artisti bianchi, neri, ex-neri o meticci a cui in qualche modo è stato accostato. Da ragazzino sognavo di essere magro come Prince sulla copertina di Lovesexy e oggi ringrazio di non esserlo mai stato. Non viene un brivido anche a voi quando, in quella canzone, Prince canta che morirà, se lei non ci sarà lì, stasera? Prince non c’è stasera, i ladri sono entrati nel tempio. La notte dopo il concerto di Londra valutai se usare il rossetto di Vale per scrivermi sulla pancia Insatiable, come Prince, in una foto che avevo visto da ragazzino, ma lasciai perdere l’ipotesi e oggi me ne pento perché – non so perché, ma avrebbe avuto un senso.

Invece Prince è morto stasera, e non c’è niente che possiamo fare.

DSICHI – David Bowie, “Blackstar”

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Avevo scritto questo parere non richiesto proprio nelle ore in cui Bowie stava morendo, e trovo oggi che la frase internettiana e sgargiula che avevo scelto come incipit, “Ascoltare un disco di Bowie è come quando un orientale ti guarda negli occhi: sai che vuole qualcosa da te, ma non sai di cosa cazzo si tratti di preciso, EHI AMIGO, abbiamo riferimenti e valori del tutto diversi”, suoni oggi orrendamente irrispettosa. Non irrispettosa nel contenuto – che peraltro mi sarebbe servito a introdurre il concetto che Bowie (leggere quanto segue con voce da fattone) cioè no insomma cioè vive tipo hai capito in un mondo tutto diverso ma cioè fico tipo no – ma nel fatto che c’è davvero poco da scherzare, sul rock, sulla vita, e soprattutto su un grande eroe e villain del pop da classifica scomparso prematuramente e così d’improvviso; nel fatto, cioè, che internet nel suo essere un’applicazione generalizzata e conformista della più cinica leggerezza è di per sé offensivo e almeno quando muore qualcuno potremmo risparmiarcelo. Francesco mi diceva l’altro giorno che non sopporta tutto questo hype che c’è a ogni disco di Bowie, roba che ho riscontrato un po’ anche io, cose tipo “Ehi! Il nuovo di Bowie è un CAPOLAVORO ASSOLUTO!”; cose tipo che, contrariamente a quanto succede per gli altri (non scrivere “mostri sacri del rock”, non scrivere “mostri sacri del rock”) mostri sacri del rock, il pregiudizio per Bowie era sempre del tutto positivo. Niente di scontato, eh, pensateci: bastava che si spargesse la voce che Lou Reed stesse preparando un disco che cominciavano a risuonare le pernacchie, e la noia serpeggia in noi ogni volta che qualcuno dice “nilìa” senza manco arrivare a “ng”. Non so se si è capita. Comunque, insomma, eccomi ricaduto nell’ironia che volevo evitare. Eccomi che sto per ricadere nel cinismo: se Bowie non vi stava bene, mò che è morto tenetevi St. Vincent. “Ma no”, potreste rispondermi, materni e dolci come la Madonna: “ci terremo questo Blackstar, che durerà nei secoli e nei millenni, e grazie ad esso nei momenti bui, tipo quelli in cui muore una stella del rock, il nostro cuore sempre sarà colmo di gioia e musica straordinaria”. Il nuovo di Bowie è un CAPOLAVORO ASSOLUTO! (10)

DSICHI – Calcutta, “Mainstream”

MAINSTREAM 02*Disclaimer: DSICHI è uguale a LIRBI nel senso che è una rubrica che parla di dischi come lirbi parlava di libri però c’è un errore di battitura nel titolo perché per me è divertente. La rubrica avrà cadenza settimanale nel senso che ne faccio un paio, poi una tra quattro mesi e poi mai più. Il problema è che i lirbi toccava leggerli o perlomeno far finta   – e poi, quelli si pagano!

Dopo TZN, Latina ha un altro figlio pop. Non sapevo niente di questo Calcutta finché l’evidenza del reale, cioè il mainstream stesso (che per sua natura arriva troppo tardi: eccomi, d’un tratto, dalla parte dei più, quelli che le cose le sanno solo a un certo punto), non me lo ha sbattuto in faccia. Arrivo perciò a conoscere questo cantautore indipendente e dal sound stortignaccolo proprio quando il consenso a suo favore è unanime – il che un tempo mi avrebbe disturbato (ho avuto 20 anni anch’io), ma oggi non più, e quindi mi commuovo o addirittura piango come un coione ascoltando Frosinone mentre porto il cane. Il disco è sincero e commovente, è pop che funziona perché è di quel tipo che ti mette il magone e ti fa sentire acuto rimpianto per cose di cui, nel mondo in cui non conoscevi ancora questa musica, non ti sarebbe importato nulla. Lo stesso succedeva per esempio con cose come il primo Brondi (che struggimento la provincia ferrarese nel 2002), gli Offlaga Disco Pax o persino il Celentano anni ’60 – non succede invece, per esempio, con il grande pop da classifica tipo lo stesso TZN, che adoro, ma che è spettacolo e commozione fatta e finita in sé – attenti, non citatemi, questa frase che ho appena scritto è insensata – o con il rock alternativo che invece si prende molto sul serio e perciò neutralizza la sua stessa emotività. Tornando a Calcutta, dicevo tutto ok per me, nulla osta se non il fatto che questo tipo di cantautorato minore – dico minore nel senso dell’estetica e delle intenzioni, non è un giudizio -, che ha momenti poetici a volte davvero significativi, tipo la lettura perfetta della pariolinità adolescente data dai Cani nella loro celebre hit o quei pezzi di Truppi in cui lui riesce a scrollarsi di dosso il fatto che in realtà di musica ne sa e perciò arriva dritto e sincero, il problema, dicevo, sta in chi prende canzoni come queste e le rende parte emersa e simbolo di uno splendido mondo culturale italiano sotterraneo, peraltro inesistente; di chi vende a sé stesso e poi a Repubblica e ai suoi lettori l’idea che in Italia ci siano questi cantautori, questi scrittori o registi sempre comunque un po’ neorealisti e pasoliniani che capiscono qualcosa del Paese, che stanno un passo avanti, e i consumatori culturali stiano in guardia, siano avvisati, comprino biglietti per l’Auditorium; in chi, in sostanza, dà a questa musica responsabilità che non ha e spinge perciò gli stessi Cani a fare un secondo disco in cui sono frenati dal loro stesso voler fare i Cani. Poi, ciò detto, tutto bene se dei ragazzi di talento grazie a tutto questo si costruiscono una carriera, sono tutti simpatici e voglio loro del gran bene  – però la musica è degli ascoltatori, e queste considerazioni relativizzanti e ovvie alla fine a me non interessano come forse a voi non interessa tutto quello che c’è scritto prima. (7) comunque.

È morto David Bowie

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La crisi finanziaria, il fondamentalismo, il cambiamento climatico  – ma per chi ha vissuto i suoi anni migliori misurando il tempo sulle date di uscita dei dischi, c’è qualcos’altro che rende quest’epoca ancora più cupa: è la consunzione del rock, ragazzi, è tutto vero, la stiamo vivendo, e non sono più gli angeli caduti che bruciano in una fiammata e non sono, quindi, gli eroi classici: i ragazzi sono invecchiati, e si ammalano e muoiono, è quell’improvviso e brutale accadimento della realtà, che alcuni chiamano morte, che si avvicina pian piano a te – di solito inizia dai nonni  -, e poi diventa in qualche modo familiare, ma fa male in modo ancora sorprendente quando invade il mondo dei sogni. Cosa cazzo suggerisci di essere immortale a fare, se poi muori lo stesso, e lo fai senza lustrini o uscite di scena teatrali, ma con le rughe in faccia, e i capelli bianchi come quei fottuti, asettici ospedali? Quindi fanculo Bowie, era tutto falso, parlavi di morire a venticinque anni, e invece eccoti lì, con Lou Reed, con Lemmy, con tutti gli altri ad aspettare tutti gli altri.

Venerdì scorso David Bowie aveva compiuto 69 anni, ieri è morto. Ha cambiato il rock per sempre, e questo almeno cinque volte. Venerdì scorso ha anche pubblicato il suo ultimo disco, si chiama Blackstar, è il più bello che abbia mai fatto.

Time is never time at all // Sono vent’anni che è uscito Mellon Collie

May the king of gloom/
be forever doomed

Io non lo so se è andata davvero così, ma io me la ricordo così. A Roma nel 1995 pioveva, gli autobus erano arancioni, e Piazza Esedra si chiamava ancora così. Via Nazionale era molto bella, e non c’erano catene o negozi di souvenir (non c’erano turisti a Roma nel ’95). Dall’altra parte del fiume, Trastevere era tutta nera e sporca – l’avrebbero ripulita e distrutta per il Giubileo del 2000 -, ad eccezione dei muri dove stava scritto, mai capito perché: Husker Du. In genere i negozi erano prevalentemente librerie, o negozi di dischi, di abiti usati però belli e a poco, e c’erano cinema, un sacco di cinema. Mellon Collie and the Infinite Sadness uscì una sera di ottobre, aveva smesso da poco di piovere, e poco prima di Rinascita, in un cantuccio, c’era una ragazza che piangeva. Comprai il disco a 36.000 lire (come state immaginando la scena? Era buio e freddo, nel ’95 ottobre era freddo e faceva buio presto) e, sulla via del ritorno, lei era ancora lì ma abbracciata a un ragazzo che la consolava – crederò sempre che lui abbia capito l’errore commesso grazie al fatto che io stavo comprando Mellon Collie.

Che quando passo di là e Rinascita non c'è più - al suo posto un gorgo, che ha risucchiato in sé gli autobus arancioni, i Sì, i Ciao, i ragazzini senza casco e quel modo buffo di parlare - che quando passo di là, e Rinascita non c'è più

Che quando passo di là e Rinascita non c’è più – al suo posto un gorgo, che ha risucchiato in sé gli autobus arancioni, i Sì, i Ciao, i ragazzini senza casco e quel modo buffo di parlare – che quando passo di là, e Rinascita non c’è più

Nell’ottobre del ’95, con buio e freddo e pioggia, dei venticinquenni vestiti come gli Smashing Pumpkins nella foto che c’è nell’ultima pagina del booklet erano dei gran fichi, e così sembrarono a me mentre aspettavo che i miei genitori, incredibilmente giovani e in sé, allora, preparassero la cena a me e a mia sorella, che era chiusa in stanza a parlare al telefono (fisso) e, come me, non sapeva tutto quello che sarebbe successo negli anni a venire: la morte delle nonne e dello zio ancora giovane, il cambiamento climatico, una bella bambina, internet nel telefono, e che per anni e anni non ci saremmo né visti né parlati (è ancora così). Mellon Collie è rimasto, l’ho messo su un secondo fa, e a tenermi le lacrime negli occhi (Mellon Collie è l’unico disco che mi abbia fatto piangere – non lo so se è davvero così, me la ricordo così) è la considerazione che non se ne può più di questi blogger, questi recensori, questi uomini che ascoltano la stessa musica di quando avevano i capelli e la barba non gli cresceva, e come tutti dal medioevo o da prima sono lì patetici a cercare qualcuno che capisca perché quegli accordi sono così speciali – e si beccano in genere i vaffanculo di chi, più giovane, sta ascoltando altra musica, e farà un giorno la stessa fine.

MellonCollie booklet

Nel 1995 dei venticinquenni vestiti così sembravano fichissimi – lo penso ancora (i pantaloni argentati) (la giacca gialla)

Non ricordo se è andata proprio esattamente così, ma è così che me la ricordo: non è che non esistessero i vocabolari, nel ’95, ma non c’era di certo Google Translator e in genere non era semplice trovare qualcuno che capisse davvero l’inglese. Perciò cercammo di tradurci da soli i testi, ricordo i fogli A4 scritti in blu con la biro, ricordo davvero la fottuta calligrafia e come posso spiegare quel milione di momenti insignificanti che vive qualunque adolescente che non sa che gli stessi momenti saranno un giorno la cosa più preziosa   – il mio ricordo siamo io e Andrea che attraversiamo il Circo Massimo durante una notte di pioggia, e improvvisamente ci rendiamo conto che per terra è pieno di lombrichi, e la paranoia di evitare di calpestarli ci fa saltare di qua e di là gridando finché non ci rendiamo conto che siamo ridicoli e ridiamo fino a morirne, ma continuando a schivare i lombrichi, e più ridiamo più ce ne sono più è difficile restare in piedi. Sulla traduzione dei testi avevo da dire in realtà che non li capivamo, ma da lì prendevamo i nomi delle nostre band: Sad Machines, roba così, roba diretta. Cosa volesse dire che il tempo non è mai tempo, poi, non lo ho mai capito, ma sono certo con ogni mia più piccola molecola che è proprio così.

Io non so che vita abbia fatto Billy Corgan, destinato negli anni a venire (questi anni) a diventare uno zimbello del web, un vecchio rocker dimenticato perché privo di qualsiasi cosa faccia tendenza adesso. Billy Corgan lo vidi dal vivo, la prima volta, a Milano nell’aprile del ’96, a Milano sempre con Andrea che aveva lì i nonni, arrivammo giusto in tempo per l’inizio del gruppo spalla (i Filter, li abbiamo dimenticati tutti) e quando Corgan salì sul palco indossava la maglietta con la scritta ZERO del video, la indossavamo anche io e Andrea e – lo ricordo così, per me è così – la avevano tutti i ragazzi nel pubblico, cioè tutto il pubblico, perché nessuno, lì dentro il Palatrussardi, doveva avere più di diciotto anni. Quasi nessuno, in generale, aveva più di diciotto anni allora. Billy Corgan, che non so che vita avesse fatto prima né quella che ha fatto dopo, quel giorno era un eroe che, ritenevamo, cantasse divinamente e fosse capace di arti magiche con la chitarra elettrica.

Ok, ho trovato solo questa. Sono gli Smashing Pumpkins al Palatrussardi il 24 aprile del 1996. Era la prima volta che vedevamo Billy Corgan senza capelli (in realtà, pochi giorni prima era uscito il video di 1979, che ci aveva sconvolto tutti). Jonathan Melvoin era ancora vivo. Noi anche eravamo vivi.

Ok, ho trovato solo questa. Dovrebbero essere gli Smashing Pumpkins al Palatrussardi il 24 aprile del 1996, ma non so se è così perché, lo ricordo bene, lui indossava la maglietta con scritto Zero, ma magari si è cambiato a un certo punto. Era la prima volta che vedevamo Billy Corgan senza capelli (in realtà, pochi giorni prima era uscito il video di 1979, che ci aveva sconvolto tutti). Jonathan Melvoin era ancora vivo. Verso la fine del concerto suonarono Mayonaise, senza distorsione. Raccontai la cosa ai miei amici il giorno dopo dicendo che la avevano suonata “piano piano”. Si accese un mare di accendini – si poteva fumare al chiuso, all’epoca, e le luci degli smartphone non esistevano ancora. A me si era aperta la bottiglietta d’acqua nello zaino.

Non posso giurare che sia andata così, ma ci metterei la mano sul fuoco: nessun adolescente, nel 1995, era in disaccordo sugli Smashing Pumpkins – si potevano amare i Nirvana oppure i Pearl Jam, o odiare entrambi e amare l’heavy metal, ma i Nirvana erano complessi e ironici e i Pearl Jam troppo lirici e americani. Gli Smashing Pumpkins invece, con Mellon Collie, scrissero la musica perfetta per quella generazione, non so come ma loro sì, ne erano consapevoli perché 1979 (che è il mio anno di nascita e quello di tutti coloro che comprarono Mellon Collie quella stessa sera di ottobre) parla precisamente di questo. Andrea disse un pomeriggio, qualche secondo dopo l’inizio del disco, che nessuno aveva mai composto una musica tanto perfetta per descrivere la tristezza. Non conoscevamo Chopin, non conoscevamo un cazzo a dire la precisione perché avevamo sedici anni, Cristo, ma non ce ne importava proprio niente e a me non importa ancora. Mellon Collie, questo lo ricordo bene, è pressoché l’unico disco che ritengo di aver ascoltato per quattordici mesi dopo la data di uscita, e se ascoltavo altro era Siamese Dream.

Billy Corgan scrisse da solo tutte le canzoni di Mellon Collie tranne le uniche due brutte. Billy Corgan scrisse anche una marea di altre canzoni che non finirono su Mellon Collie ma come b-side nei singoli che aspettavamo con tremenda impazienza – in quegli anni uscivano e venivano venduti i CD singoli – e poi imparavamo a memoria, come tutte le loro canzoni di cui riuscissimo a procurarci i testi. Ho anche ricordi divertenti di quel periodo, tipo il fatto che compravamo costosi spartiti dei Pumpkins che rappresentavano l’unico modo di avere i testi degli album che non li avevano nel libretto (a meno che uno non si mettesse lì a decifrare gli scarabocchi di Siamese Dream). Già che c’eravamo, provavamo a suonare le canzoni, e prendemmo come studio la cantina di uno di noi, che foderammo con i cartoni delle uova cercando di insonorizzarla. Non funzionò, qualcuno chiamò i vigili, che vennero e risero con le lacrime a vedere i cartoni e ci vollero troppo bene e del resto, voi cosa fareste davanti a una scena così, ragazzini vestiti assurdamente con le chitarre elettriche (la mia era rosa) e la batteria, a suonare in una cantina dell’Esquilino in mezzo a un cazzo di milione di contenitori di uova? Un’altra volta qualcuno, per farci provare, ci mise a disposizione di domenica lo studio del padre dentista, che era su Via del Babuino tipo al primo piano, e noi suonammo a tutto volume con in mezzo la sedia da dentista, e quando uscimmo e scendemmo per strada c’era un centinaio di persone che guardava verso la finestra aperta chiedendosi cosa fosse quel baccano appena finito. Sono sicuro, giuro che è andata così.

Questi dovrebbero (potrebbero) essere gli SP a Milano, sempre il 24 aprile del '96. E' radicalmente diversa dall'altra foto, credo sia giusta questa perché ricordo lo schermo dietro. Il pogo su Zero mi travolse come non mai. Chissà che una di quelle mani non sia la mia.

Questi dovrebbero (potrebbero) essere gli SP a Milano, sempre il 24 aprile del ’96. E’ radicalmente diversa dall’altra foto, credo sia giusta questa perché ricordo lo schermo dietro. Il pogo su Zero mi travolse come non mai. Chissà che una di quelle mani non sia la mia.

Il finale di un pezzo così non lo so come potrebbe essere – è che mi viene da fare una considerazione malinconica e infinitamente triste, che è una conclusione scontata, ma del resto anche Mellon Collie finisce con la ballata che ti aspetti perché è un grande disco classico e i classici sono così, se sono libri hanno i personaggi e la morale, se sono arti visive imitano il vero, e se sono dischi hanno la ballata in fondo (Learning to Crawl dei Pretenders, il secondo Pogues, Fisherman’s Blues, Blood on the Tracks e Mellon Collie). La considerazione malinconica, dicevo, è che i Pumpkins sembrano aver fatto una fine cinica come gli anni che sono seguiti al più bel decennio che ci sia mai stato – gli anni Novanta del ventesimo secolo, in cui loro furono la più grande rock band del mondo. Billy ha riunito il gruppo e soprattutto è un meme. Iha suona in gruppi minori, e fa cose che riguardano la moda. Jimmy e D’Arcy, come allora, sono incasinati con la droga e le stronzate, lei in particolar modo è perduta da qualche parte in America, sul suo conto si trovano a stento notizie strane, e se non fosse una cosa difficile, soprattutto se non fosse una cosa alla moda, perché non voglio rovinare tutto con la moda, giuro che andrei a cercarla e filmerei la ricerca per sapere che ne è stato. Viaggerei, credo, sullo stesso furgone che c’è nel video di Today. Per quanto riguarda me, ho una vita molto bella e chi mi conosceva da ragazzino penso direbbe che è proprio la vita ci si sarebbe aspettati da quel me-stesso. Io so soltanto che tutto ciò che è venuto – è stato un bene – ha portato via il piccoletto che ero, dandomi altro, certo, e altro togliendomi. Questa, come banalità, non è male, eh? Andrea vive all’estero da tanto, lo ho visto forse quattro volte in dieci anni e quando ci vediamo diciamo cose che tra le righe vogliono dire ti voglio bene, ma ormai non ci conosciamo più e quindi parliamo di libri alla moda, di stronzate. Mia sorella, non so perché, ma devo essermela persa da qualche parte quindici anni fa. I miei genitori sono molto vecchi, ma mio padre è diventato il nonno più dolce dello splendido bimbo che non avrei mai immaginato di avere. La mia copia di Mellon Collie è sempre la stessa.

(si possono dedicare i post? Per V., soprattutto la V. del 1995 che non conoscevo ma è come se. And you can make it last forever)

LIRBI #7 – MANUALI DI AUTO AIUTO

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Un LIRBO è qualcosa su cui poggiarsi. Vero per i tavoli con una gamba troppo corta (Pigneto di merda che ci fai comprare robaccia tirata fuori da cantine di contadini morti di peste), vero per le persone, ché se non avessimo i libri, i NOSTRI amati libri che a mucchi, a SCROSCI cadono giù da scaffali troppo pieni, COME L’ACQUA DAL CIELO IN UN INCUBO DI DÜRER; precipitano, pesanti e spigolosi, ammazzandoci il cane, aprendoci il sopracciglio o peggio, PIEGANDOSI, se in brossura. I libri, stronzate da blog editoriale a parte, sono a volte letteralmente di sostegno, nel senso che danno, a volte, istruzioni e consigli per affrontare determinate situazioni, o per superare qualche limite caratteriale o organizzativo, o insegnare un modo di comportarsi, una strategia valida su più fronti della nostra quotidianità – insomma, si tratta di libri pensati per migliorare le nostre piccole, insulse vite immorali di pezzenti, depressi e poveracci, noi plebe, noi ciompi, noi popolo minuto senza la benché minima speranza. Sto parlando dei LIBRI DI AUTOAIUTO perché sì, ne ho letti alcuni, e questa puntata di LIRBI è dedicata a loro.

Anthony Robbins, Come migliorare il proprio stato mentale, fisico e finanziario. Manuale di psicologia del cambiamento (Bompiani, pp. boh, euro 12,50)

No, davvero: ho comprato questo libro, e dirò di più, lo ho anche letto. Aggiungerò un elemento: ho visitato a suo tempo il sito dell’autore, NON SI SA MAI, e ho scoperto che dà consulenze psicologiche tipo a diecimila dollari a botta. Tipo che ai tempi de mi’ nonno, se facevi quello strano, du calci in culo e via, e se ti provavi a lamentare, tre calci in culo. Ecco perché mio nonno e anche i vostri nonni di merda vivevano in tempi orrendi, totalitari, fatti di nazifascismo, tradimento di mogli e sigarette al chiuso. Ma detto ciò questo libro, che è geniale nell’edizione italiana – che è tipo una bozza non corretta, oltre a un miliardo di refusi ci sono tipo frasi appese che finiscono in nulla, parti di testo messe a cazzo dove non c’entrano ecc. (esce da Bompiani, eh, non Edizioni del Rivoletto di Merda)- contiene in sostanza consigli su cosa fare quando ti prende male. A me è rimasto impresso il fatto che se tipo ti cazzia il tuo capo devi immaginarlo con una parrucca da pagliaccio. Non funziona, ma io non riesco più a non farlo. (Da regalare tipo a tutti quelli che lavorano nell’editoria e rompono la minchia che li pagano poco: comunque, di certo, più di quanto paga Bompiani. Voto 1)

Stefania Marini, Paura al volante! Come superare la fobia della guida (Sovera, pp. 96, € tipo 8)

Diobò, guidare. Che cazzo di tensione di merda. Tipo che tu sai che domenica mattina guiderai, e quindi dal venerdì cominci a pensare, ok è tranquilla, entro, cintura, poi mi rilasso un attimo, freno a mano di merda, poi il piede destro il sinistro e si va. Non so se si fa così, so solo che la maggior parte di voi non sa di cosa io stia parlando, cioè esattamente la stessa cosa che succede quando parlo di Kant o di Tolstoj, quindi non fate tanto i superiori, PAGLIACCI (vi sto immaginando con una parrucca multicolore, cfr. sopra). Detto ciò, ci sono un sacco di paure fiche, tipo la URANOFOBIA (paura del cielo) o la BOTTONOFOBIA (non ricordo il nome vero, comunque è la fobia clinica dei bottoni, mia moglie ha conosciuto una che la aveva) e altre ancora, lo racconta questo lirbo nella sua parte più bella, il resto è tipo OH, sei hai paura di guidare, rilassati e guida. Un gigantesco GRAZIE AL CAZZO, ma la colpa è di chi impone mezzi più complessi degli scooter cinquanta per spostarsi in città – la colpa è del maltempo, della pioggia, del governo (voto boh, 6 al lirbo, 2 al guidare e 0 al non saperlo fare).

Tracy Hogg, Il linguaggio segreto dei neonati (con excerpts di: Heidi Murkoff, Cosa aspettarsi quando si aspetta e Eduard Estivil, Fate la nanna) (Mondadori, pp. 354, € 14,00)

E voi, l’avete fatta questa esperienza di essere padri o madri, soprattutto madri, intendo per la prima volta, e di essere proiettati per mesi in questo mondo batuffoloso fatto di conteggio di giorni e settimane, di chiamare FAGIOLINO il bimbo nella pancia (mia moglie parlava invece di una “lucertola nelle mutande”), di corredini, pace angelicata e riunioni conviviali con altre MAMMOLE e coglioni fuoriposto (i futuri padri) in studi ginecologici per i formidabili CORSI PREPARTO? Bene, allora non avete bisogno della dannata PUBBLICISTICA sull’argomento – perché esiste tutto un business, una propaganda a mezzo lirbi sul grande tema della maternità e poi (dopo che il bimbo viene espulso) su tutto quello che mette i brividi a proposito di infanzia. “Mette i brividi” nel senso che non dice la verità, o meglio la dice in modo subdolo e sottile concentrandosi su aspetti secondari tipo “i bimbi mettono gioia” o “quando piangono in fin dei conti non è nulla”, ma tacendo del tutto l’amara verità, ossia che i nove mesi del parto sono un INCUBO di FITTE e BETA e MALFORMAZIONI e MALATTIE annidate in ogni angolo, ma tipo che cerchi su google non so, “mi prude la fronte al terzo mese che vuol dire” e i primi tre risultati sono “MORTE MORTE MORTE”, il quarto “TI NASCE PREMATURO HOT LULZ!!1” e, dal quinto in avanti, ancora MORTE. Poi arriva il momento del parto, che per mesi ti hanno preparato al fatto che è tutto sotto controllo e iper-medicalizzato, e tu, tu maschio perché lei femmina è lì che soffre e se la cava così, ti ritrovi vestito da astronauta in questo momento liminare in cui pensi, ok, ora nascerà, so’ medici, è tutto sotto controllo e poi vedi IL PANICO e L’ORRORE sulle loro facce e… Insomma, poi nasce e il più è fatto, diventano utili allora libri tipo “Cosa aspettarsi il primo anno” che ti dice “A 12 settimane il tuo bimbo saprà cantare ed esprimere alcuni precisi gusti” e tu ti giri e lui è lì inerte che rotola lentamente sul tappeto, oppure “Fate la nanna” (voto 10) che potrebbe cavarsela con una pagina per insegnare un metodo effettivamente infallibile di farli addormentare – le altre 99 pagine servono a giustificare il prezzo, e il metodo vero e proprio potrei trascriverlo facilmente qui ma DOVETE MORIRE e comprare il libro anche voi, adesso. Poi nove, dieci mesi di ansione al livello massimo e poi ve ne sbatterete il cazzo anche voi di sterilizzare il biberon o di cambiare il cucciolo a ogni scureggia. Per allora, le ragazze dolci che un tempo conoscevate, nove su dieci, avranno completato la loro trasformazione in orride puttane del diavolo, ma fare figli vale comunque la pena, lo giuro, e magari, come me, beccate la decima. (Voto 10 ai bimbi in generale)

Daria Grani, Ho fatto la dieta. Come scoprire perché non si riesce a seguire uno schema alimentare (Mandragora, pp. 143, € 10,00)

Aaah, magnà. Ditemi cristodio cosa c’è di meglio al mondo. No, non è meglio il sesso, non è meglio il DANARO che comunque, perlomeno, può servire a pagare del CIBO e, sotto la Befana, è fatto di cioccolato e ti può consolare in quel mese di merda che è gennaio. Magnà è giusto, magnà è divino, attorno al magnà ruotano concetti tipo andare in vacanza (=fare colazione in alberghi dal buffet sterminato), lavorare (=c’è la pausa pranzo) o andare a matrimoni diversi dal tuo, che è una giornataccia perché passi di tavolo in tavolo e ti fanno le foto e ti dicono auguri che belli che siete, e tu sorridi e rispondi grazie per essere venuti quando quello che intendi è ME SE FREDDA. Comunque, il magnà non lo capisce chi non lo ama, e potrei parlarne per ore ma non mi capirete se non siete amanti dei manicaretti, cioè di qualunque cosa sia commestibile, così come solo gli amanti della lettura potranno capire in realtà la bellezza del leggere – meglio se libri commestibili. Quello che capirete è che, è ovvio, il magnà ha l’effetto collaterale di renderti un ciccione di merda, tra l’altro per sempre nel senso che chi è ciccione una volta, come i Marines, lo è per sempre, anche da magro. E chi è ciccione dentro sconta ogni volta che magna con il senso di colpa mortifero che lo spinge a rendersi ridicolo con attività tipo lo spinning e/o a fare la dieta. Nell’orgia di uno di questi sensi di colpa, anni fa, in una fase non particolarmente cicciona, comprai Ho fatto la dieta leggendone le prime, feroci pagine che mirano a farti sentire appunto uno sporco e lurido ciccione. Poi, un bel giorno, la pioggia mi sorprese in motorino, e piovve talmente tanto che tutto ciò che avevo nello zaino si trasformò in una palla di carta indistinta, compreso fortunatamente questo libro. Ho trovato l’esperienza comunque utile. (10 al magnà, 5 al libro, 0 alla dieta).

LA PESANTATA DEL VENERDÌ – Musica indipendente italiana e totalitarismo

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È dunque difficile per ogni singolo uomo lavorare per uscire dalla minorità, che è divenuta per lui una seconda natura. Egli è perfino arrivato ad amarla e per il momento è realmente incapace di valersi del suo proprio intelletto, non avendolo mai messo alla prova.
(Kant)

Al mondo esistono due concetti in contrasto tra loro, il totalitarismo e la libertà; la seconda, la odiano tutti, nel senso che ne amano una visione perversa che può essere riassunta così: fare il cazzo che vuoi, sempre, senza assumersi responsabilità né conseguenze, anzi venendo ricompensati (in DANARO, si parla di DANARO) quando questo “cazzo che vuoi” esiste anche in forma pagata, da qualche parte, in qualche modo.

È apparso l’altro giorno su Change.org (non seguo Internet, né altre forme di realtà: ma suppongo si tratti di una piattaforma per petizioni da scagliare contro il nulla, tipo APPELLO A OBAMA CONTRO IL FATTO CHE LA LAZIO HA PERSO, roba velleitaria senza alcuna possibilità di ottenere risultati, ossia un’altra disgustosa forma dell’egolatria che usiamo chiamare WEB) un appello alle principali stazioni radio italiane perché, in mancanza di una legge ad hoc (!), si mettano d’accordo affinché il 20% del loro airplay trasmetta esclusivamente musica italiana emergente.

(l’appello è di tre mesi fa, ok)

Autore dell’appello il sito (magazine? Portale? Quel che è) All Music Italia, che non conoscevo per le stesse ragioni di cui sopra, ma che ha come slogan “Rimettiamo al centro la musica italiana” (“ri”mettiamo? Perché, quando lo è mai stata? Parlano dei tempi in cui Mozart non aveva ancora utilizzato il tedesco?) e sulla homepage, nel momento in cui scrivo, er Piotta che rivendica il fatto di essere sempre stato indie, spia secondo me del fatto che AMI deve essere tra i numerosi (il 45% degli scozzesi, per esempio) sostenitori del distorto argomento “indipendente è  meglio di per sé” (come se non si sapesse che il diavolo ha tutte le canzoni migliori, e il diavolo possiede le BIG FIRMS, tipo la Geffen, la Chiesa e la Apple).

La questione non è semplice né di per sé, né da riassumere, nemmeno per maestri della penna e campioni di libertà come siamo noi di Bastonate (degli Stuart Mill incolti, dei von Hayek impreparati, difensori della democrazia e dei diritti altrui, ad eccezione di indiani d’America e greci non ateniesi), ma mi sembra avere molto a che fare con temi – in ordine sparso – come la sopravvalutazione di sé e di ciò che si fa, la pretesa di ottenere con la forza quello che non si ha e magari neanche si cerca (il successo popolare, che ovviamente se sei i R.U.N.I., gruppo che amo e che considero innocente, e che scelgo di menzionare proprio per questo, suppongo tu abbia messo in conto che non ce la farai, non in quel senso), e la falsa concezione che gli artisti mainstream siano lì a togliere del lavoro a te. In questo senso, persone come Miley Cyrus (o J-Ax o Giusy Ferreri, visto che si parla di musica italiana) sono i veri migranti del pop.

A livello personale, non ritengo che “piccolo sia bello” (FF invece sì, per esempio, e questo dimostra la pluralità di visioni e apertura di Bastonate, il Le Monde dei blog). Sono piuttosto un fan del grande, del grandioso, amo le piramidi, gli alberi come baobab e sequoie, Shakespeare, Kafka e The Newsroom. Quanto alla musica leggera, Lou Reed, Lee Hazlewood e i Suicide, e un botto di roba indipendente se è per questo, ma in generale prediligo gente che ha spinto ciò che faceva fino alle più estreme conseguenze. Sempre a proposito di musica, non ho nulla contro quella emergente di per sé, aggettivo da brividi a parte, ma neanche capisco perché, a parità di valore o di assenza dello stesso, la si dovrebbe preferire a quella già emersa. Soprattutto, non capisco perché l’emersione dovrebbe avvenire secondo un meccanismo di imposizione. Accendi Spotify e – che cazzo! – non si trovano né Townes Van Zandt né Gram Parsons (non ascolto solo vecchie scorregge, eh: è che stamattina mi andava così, e sostengo la mia prosa con un esempio di vita vissuta), ma solo THEGIORNALISTI* o i miei amici Rainbow Island (musica geniale che tuttavia non ritengo le radio commerciali possano ragionevolmente trasmettere, così come non credo che il mio libro preferito di tutti i tempi, le Ricerche filosofiche di Wittgenstein, vada dato come lettura estiva alle medie).

Qual è il retropensiero dietro a progetti come questo? Aiutare i giovani? Sostenere la cultura? Ma i giovani non sono questi, i giovani sono una punk band che suona per sempre nelle oscure cantine di un 1979 eterno; e questa non è “la cultura”, non necessariamente, o lo è solo in senso socio-antropologico o salcazzo-filosofico, roba di cui è piuttosto evidente che nessuno si occupi a livello ufficiale (ok, qualcuno in qualche ufficio delibera contributi pubblici per film di infima qualità: ne sono lieto, ma non è questa la mia battaglia né il punto del pezzo).

Sarò perfido o forse clinicamente depresso, ma io credo che l’unico pensiero dietro a tutto sia riassumibile nelle cose che dicevo sopra: supervalutazione di sé, autoreferenzialità, rifiuto a emanciparsi da sé stessi e tante altre, tutte quelle che formano questo immenso, gigantesco IO che fa impallidire quello di cui scriveva negli anni ’70 Tom Wolfe (ma anche Christopher Lasch, un sociologo credo alquanto noto, che ne La cultura del narcisismo pone il culto dell’io in una inquietante relazione con la mancanza di prospettive).

Chi ha vent’anni, penso, suona per camminare sulla folla, indossare giacche di leopardo  o piegarsi all’indietro fin quasi a toccare terra. Non bisogna perdere questi obiettivi per nessun costo. Se è una cosa giusta, accadrà (lo ha scritto credo Steinbeck). Se non accade – bè, se non accade, ci sono tante cose in una vita umana che può essere bello intraprendere, un lavoro, una famiglia, continuare a suonare e riprovare mille volte – ma, vi prego tutti, lasciamo stare leggi e imposizioni.

 

 

* Sulla scelta del nome di un gruppo rock’n’roll, rimando alle pagine 82-88 del fondamentale Supernatural Strategies for Making a Rock’n’Roll Group, di Ian F. Svenonius, Akashic Books, New York 2012