Il paradosso della penna d’oca

Due anni fa, a natale, ho ricevuto in regalo una ortenna d’oca. Nella mia famiglia acquisita c’è questa tradizione dell’aprire i regali di natale, è una tradizione che alcuni membri prendono con più serietà di altri ed occupa almeno una giornata. Nelle famiglie c’è spesso questa compresenza di caratteri umani intorno alla festa di Natale: c’è quello che ostenta il suo disprezzo per ogni cosa ad esso legata, e quello in genere sono io; c’è quello che ama cucinare, c’è quello che fa i bigliettini particolari (e quello sono sempre io), c’è quello che ama impacchettare e c’è quello che è specializzato nei regali ampollosi. Ad esempio, recentemente ho manifestato un qualche interesse per la scrittura a mano e questo mi ha portato in casa un sacco di queste cose –inchiostri forse pregiati, set di scrittura confezionatissimi, quaderni di pergamena old skool e una penna d’oca. Su Amazon sta tra i 40 e i 50 euro, è roba molto costosa insomma. Ma non è tanto il valore monetario dell’oggetto, è anche altro. Da bambino mio babbo ne aveva una, di penna d’oca, e mi ci faceva giocare, e forse una parte della mia spinta iniziale legata allo scrivere è dovuta alla bellezza di quell’oggetto e al privilegio di poterlo usare.

Poi vabbè, mi piacerebbe poter dire di averla stra-usata, la penna d’oca, ma guardando al biennio passato non l’ho fatto molto: di tanto in tanto la tiro fuori, più che altro, per non raccontarmi di avere strusciato un bel regalo che mi è stato fatto con il cuore. Non è che sia malfunzionante o che, anzi ha una bella gestione del peso, è più che altro un sentirsi imbarazzati per l’utilizzo, e quando hai uno strumento costoso in mano sembra sempre che tu debba vergare i versi della Divina Commedia e insomma non è il caso. 

(strusciare è il romagnolo per descrivere uno spreco di procedura –se per produrre un bene servono 10x e io impiego 11x, ho strusciato x).

Ma se avessi dovuto comprare una penna d’oca a quel prezzo, non l’avrei mai fatto. Non voglio imporre la mia idea al resto del mondo, è una scelta personale, ma se penso che con gli stessi soldi avrei potuto comprare una riserva semestrale delle penne e degli inchiostri che utilizzo abitualmente per fare schifo nell’arte millenaria della scrittura manuale, e fissarsi con le penne d’oca è come minimo una forma di consumo inefficiente. Ecco tutto. L’anno scorso a natale ho potuto sperimentare questa allegra circostanza: invece della penna mi hanno regalato un buono di X euro da spendere in cartoleria, facendomi felice come un bambino. Il tizio voleva appiopparmi una stilografica col manico di osso di vigogna, ma non se ne parlava nemmeno. 

Questo non toglie che la penna d’oca abbia comunque una ragione di esistere: è un bellissimo oggetto da regalo, fa figura e in una certa misura ha un mercato che prospera, nel senso che è ragionevole pensare che una grande città possa dare da vivere ad un negoziante che tenga nel negozio solo penne d’oca ed altri strumenti per la calligrafia di valore più estetico che tecnico. Ed è parimenti possibile che le caratteristiche di fisicità elastica della penna d’oca le permettano un uso non completamente identico a quello delle cannucce di plastica, e quindi una potenzialità radicalmente diversa in certi campi dello scrivere. E queste caratteristiche intrinseche all’oggetto possono sposare in maniera fruttuosa certe questioni ideologiche che in potenza possono produrre una letteratura qualificata -articoli che lodano e promuovono l’utilizzo di penne d’oca, sapendo più o meno di cosa stanno parlando e dando conto di una dimensione tutt’altro che banale. E a parte questo, è possibile produrre lavori calligrafici di valore artistico altissimo, impareggiabile, lavorando soltanto con una penna d’oca -magari autocostruita.

Questo però non è esattamente il mondo. Nel mondo si stanno affrontando temi di respiro vagamente più universale: ad esempio le persone scrivono sempre meno con la penna, e sempre più con il computer, e questo sembra avere implicazioni molto pesanti nel lungo periodo. I bambini introdotti molto presto alla scrittura digitale apprendono in modo diverso dai bambini che vengono tenuti lontano dai computer, e il potenziale è diverso. Attenzione: non si tratta di capire quale dei due approcci sia meglio dell’altro. Si tratta piuttosto di capire come affrontare da un punto di vista istituzionale le evoluzioni del sistema educativo. Ad esempio, mia nipote frequenta il liceo scientifico e si confronta quotidianamente con i compagni sui compiti, via Whatsapp, si mandano le foto delle soluzioni ai problemi, i dubbi, gli screenshot delle regole da ripassare e cose simili. Una domanda plausibile: si può, in queste condizioni, continuare ad insegnare facendo finta che gli smartphone non esistano? Non conviene investire su un’idea diversa di insegnamento, che abbia meno a che fare con lo sviluppo delle conoscenze individuali e più con lo sviluppo degli skill che serviranno a realizzare lavori collettivi? E fino a che punto conviene abbandonare l’impostazione scolastica tradizionale? Non ne so nulla, ma immagino la scienza dell’educazione sia squassata alle fondamenta da domande di questo tipo. Puoi evitare di portele ma è sicuro che un giorno dovrai pagarne lo scotto.

Viceversa, il mondo di cui sopra è colpito in maniera molto marginale dalla rimonta della penna d’oca. La si può utilizzare per farci cose bellissime, ed è piacevole leggere/scrivere qualche articolo che parla di realtà indipendenti che producono penne autocostruite o disegni realizzati a penna d’oca, in numeri che a volte permettono addirittura di farci qualche soldo alla fine del mese. Fa piacere sapere che la penna d’oca ha ancora una sua ragion d’essere. Basta mettersi d’accordo sul fatto che la penna d’oca non è il futuro della scrittura, che non lo sarà nemmeno tra cinque anni e che non c’è niente di drammatico in questa cosa. 

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(Ultimamente capita di leggere articoli sempre più esaltati e presi bene in merito al ritorno in pompa magna delle audiocassette)  

“Titolo provvisorio: I 400 calci”

Marcello Crescenzi

“Amici!

Che emozione.

Bando alle ciance: con la presente vi invito ufficialmente a collaborare al mio nuovo cineblog di prossima  creazione, specializzato in film d’azione.

Ri-sintetizzo cio’ che vi ho gia’ spiegato: trattasi di un arrembante cineblog che esiste in un mondo parallelo in cui Crank 2 riceve lo stesso hype di Lasciami entrare, The Expendables viene atteso come se fosse il nuovo Scorsese e Ong Bak 2 come se fosse il nuovo Malick. E ho scelto voi perche’, oltre a stimarvi indipendentemente, siete le uniche persone che conosco capaci di trattare la materia in oggetto con eguali straordinari livelli sia di competenza che, soprattutto, di mancanza di vergogna.

Struttura: anarchico mix di news, recensioni, retrospettive, spunti e stravaganze estemporanee varie.
Impegno: quello che vi pare. Non ho particolari ambizioni, tranne vedere “se la’ fuori c’e’ qualcun altro come noi”. E che so, magari un giorno fare un concorso a premi in cui si vince il dvd di 
Triade chiama Canale 6

Titolo provvisorio: “I 400 calci”. 

Secondo titolo provvisorio: “Effetto botte” (da accompagnarsi con intensa foto di Steven Seagal dietro la macchina da presa sul set di Sfida tra i ghiacci). Il titolo definitivo sarà comunque salvo sorprese uno stupido gioco di parole su un noto film o pubblicazione d’essai, unica concessione che farò all’esistenza di un sedicente cinema “alto”. Per il resto né spocchia né ripicche, solo orgoglio e Q.I. sprecato. Accetto suggerimenti.

L’unico dubbio: sono sicuro che prima o poi mi verrà voglia di allargarmi come minimo all’horror, e/o all’exploitation in genere. Anche perché tutto quanto alla fine si unisce sotto il nume tutelare di John Carpenter. Quindi mi sa che in qualche modo lo farò, tanto bene o male credo non si devi più di tanto dalle vostre competenze.

Comunque, il mio piano è: entro lunedì circa apro io con un post/mission sui film più attesi del 2009, e da lì più  o meno capirete che aria tira.

Chiudo con le immortali parole di Edgar Wright: “Esistono due tipi di film: film belli e film noiosi.

Anzi, chiudo con le immortali parole di Van Damme: “I miei film sono internazionali. Tutti capisono uno schiaffo in faccia.

Domande?”

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La mail è del 13 gennaio 2009 ed è indirizzata a quattro persone: io, Dolores Point Five, Casanova Wong Kar-Wai e Jean Luc Merenda. Il mittente si chiama Nanni Cobretti, e al di là di qualche chiacchiera in chat credo sia esatto dire che è l’atto di fondazione di una delle cose più belle a cui abbia mai potuto contribuire. Il sito è andato online effettivamente pochi giorni dopo, si è deciso di chiamarlo “I 400 Calci”, e si è cominciato a scrivere. Non c’è voluto molto per scoprire che di gente come noi ce n’era davvero un sacco

È stato l’inizio di un sacco di cose, che elencare sarebbe anche stupido –e quasi tutte riguardano pezzi di vita che non hanno niente a che fare con lo scrivere. Il sito esiste ancora, è un punto di riferimento per il cinema action/horror. Quando aprì sembrava una cosa fuori da ogni logica, con un livello di nerditudine quasi insostenibile e tutta una serie di categorie critiche assurde. Credo che viverlo in prima persona distorca un po’ il mio giudizio, ma quando leggo di cinema mi trovo spesso a pensare quanto l’esperienza dei Calci abbia influito sul gusto, sul linguaggio e sulle idee di moltissima critica –anche e soprattutto quella più blasonata e snob.   

In questi giorni, se siete a Lucca Comics, potete acquistare in anteprima il primo Manuale di cinema da combattimento, edito da Magic Press, contenente una selezione di articoli del sito, inediti, illustrazioni di David Genchi e prefazioni di Roy Menarini e Leo Ortolani.  La copertina è disegnata da Marcello Crescenzi, e quella che trovate in questa pagina è la prima bozza –da lui gentilmente regalatami. Nell’attesa di poterlo sfogliare, mi chiedo quali saranno i contenuti selezionati, e quelli inediti –e mi spingo ad immaginarlo come un testo fondamentale per tutto quel che riguarda lo scrivere di cinema in italiano. 

Preferenze

 

​C’è stato un tempo in cui non dicevo che Blade Runner era il mio film preferito perché Blade Runner era il film preferito di chi non aveva un film preferito. Conteneva la sufficiente dose d’avanguardia per ammaliare sognanti adolescenti, sprigionava la necessaria quantità d’azione per intrattenere ormonali giovanotti, indulgeva in ovattato riverbero quanto bastasse a compiacere decadenti padri di famiglia. Ma per poter sostenere che, invece di una posa, fosse davvero il tuo film preferito, bisognava trovarsi nella non abituale condizione di essere contemporaneamente sognanti, ormonali e decadenti. Per questioni che adesso non è il caso di approfondire, io lo ero. Quando uscì Blade Runner avevo quattordici anni. Fui io a proporre a mio padre e non, come di solito accadeva, il contrario, di andare a vedere un film assieme. Fino a oggi pomeriggio è rimasto un caso isolato. Probabilmente avevo troppo in fretta perso contatto con i compagni delle medie, mentre la classe della prima liceo era a larghissima prevalenza femminile, i due soli maschi non li avevo ancora inquadrati, e al tempo ritenevo inverosimile che l’altro sesso fosse interessato a questo tipo di spettacoli. Non era Laguna Blu, questo. Laguna Blu che, peraltro, non molto tempo prima, mi aveva egregiamente svolto il proprio lavoro. Blade Runner era una cosa seria, aveva bisogno di una compagnia adeguata. E dunque ore diciotto di un grigio sabato autunnale. Incantato dalla visione, all’uscita chiesi a mio padre, in fanciullesca ricerca di approvazione, se gli fosse piaciuto. Rispose con un no motivato da due parole: troppo buio. Incassai la sintetica recensione osservando un altezzoso silenzio. Non sarei stato in grado di condividere con nessuno le emozioni se non fosse giunta in soccorso, poche settimane dopo, la mia professoressa di lettere preferita. Quella che solo oggi capisci che allora certi amori possono concretizzarsi sul serio. Una delle sue tre abituali tracce per il tema in classe proponeva di recensire uno spettacolo (teatrale, cinematografico, musicale) al quale si era assistito di recente. Quel recente obbligò il mio senso del dovere ad escludere dalla rosa dei candidati il concerto dei Rockets al quale assistetti ben due anni prima assieme a madre e fratello. C’è stato evidentemente un tempo in cui mi impegnavo a fungere da collante famigliare. La scelta cadde obbligatoriamente su Blade Runner. Fu un sette e mezzo, il voto più alto in cinque anni di scuola superiore, se si esclude l’otto della maturità. Quel sette e mezzo è rimasto custodito per trent’anni in una cartellina blu, di quelle con l’elastico, assieme a tutte le altre brutte di tutti i temi in classe del liceo. Fino a quando, un pomeriggio di quattro anni fa, una locandina sotto casa attira la mia attenzione. Mi avvicino. È Rutger Hauer. Domani sera presenzierà a dibattito e proiezione del mio film preferito. Salgo in casa, metto mano alla cartellina blu, rileggo il tema e mi accorgo che, a differenza di Harrison Ford, il suo nome non compare mai. Non me ne capacito ma mi giustifico. Evidentemente all’epoca non sapevo chi fosse. Estraggo il tema dalla cartellina, lo inserisco in una fascetta trasparente, sostituendolo alle inutili bollette che da tre anni la gonfiano, e lo infilo nella borsa del lavoro. La sera successiva il treno è in ritardo. Non è inusuale. Potevo prendere quello prima. Ma non ci ho pensato. Non ho valutato. All’arrivo in stazione ho una manciata di minuti prima dell’inizio previsto dello spettacolo. Spero in un calcolato ritardo dell’organizzazione, mentre corro verso il teatro. E nel vicolo deserto, perché ormai devono essere tutti dentro, seduti chissà da quanto, me lo trovo lì davanti, proprio di fronte all’ingresso. Da solo. Rovisto nella borsa, estraggo il tema dalla fascetta e glielo metto davanti. Mi chiede cos’è. Glielo spiego. Sorride, tira fuori una penna e finalmente il suo nome viene impresso su quelle pagine. Gli stringo la mano. Quella mano. E scompare dentro.

Ieri sera ho visto la prima di Blade Runner 2049 con mia figlia. Ignara dei commenti del nonno in quel novembre 1982, non ha ritenuto opportuno sconfessare la regola dei salti generazionali e si è espressa con un troppo lento. Oggi l’ho rivisto con mio padre. Non al corrente del commento della nipote, ha confermato le leggi della genetica commentando con un troppo noioso. Forse la gente si mette d’accordo e non me lo dice. Forse tenere uniti i famigliari non è il mio mestiere. Confido fiducioso nel futuro e nei suoi eventuali nipoti.

(Allospiedo)

cheeese

 

I giorni scorsi mi è arrivata una newsletter di DNA Concerti che annunciava il tour autunnale di Giorgio Poi. È la classica newsletter: ci sono le date di Giorgio Poi, le info su Giorgio Poi e una foto di Giorgio Poi. Nella foto di Giorgio Poi c’è Giorgio Poi con un palloncino davanti alla faccia, e sopra il palloncino c’è disegnato Giorgio Poi che mangia un gelato con aria sconsolata. Mani avanti: non ho nessun problema con Giorgio Poi, non ho opinioni positive né negative sulla sua musica, è quella classica combinazione di musiche sgarzoline e testi sgarzolini che a volte trovo tutto sommato carina e a volte tutto sommato insopportabile (nel senso, la stessa canzone può passare da uno all’altro estremo) (è possibile avere opinioni opposte sulla stessa canzone, lo so che capita anche a voi, non dovreste vergognarvene) e va ad ingrassare quella media aritmetica del sei-e-mezzo-abbondante che detta la linea delle riviste musicali; però mi piace un casino il nome Giorgio Poi, inteso proprio come pura combo nome-cognome. Non so da dove venga ma è da quando sono piccolo che ho questa cosa un po’ autistica di ripetermi ossessivamente nella testa alcuni nomi e cognomi (tipo Jeff Mangum). Insomma, l’altra sera stavo guardando la newsletter di Giorgio Poi mentre mi ripetevo in testa il nome “Giorgio Poi”, e continuavo a fissare un punto imprecisato del vuoto all’interno della foto di Giorgio Poi, e aver passato dopo dieci minuti a poltrire intellettualmente in questo loop estenuante mi si è rimesso in funzione il cervello, così d’improvviso, e d’un tratto ero avvolto in questa angoscia assurda, in questo spleen esistenziale per interposta persona nel quale sentivo d’essere Giorgio Poi, o peggio ancora Giorgio Poi triste e depresso e disegnato su un palloncino e sostenuto da un se stesso che ha abbandonato ogni desiderio d’esser figura umana complessa. Poi è chiaro che uno si scrolla di dosso queste puttanate, ma per un momento ero davvero sopraffatto dal vuoto cosmico. In ogni caso ho deciso che la prima volta che avrò l’occasione di vedere Giorgio Poi dal vivo, cercherò di avvicinarmi a lui, gli allungherò una banconota da cinque euro e cercherò di tirarlo su con i miei migliori occhi da cucciolo, sussurrandogli “Dai, non fare così, ecco, comprati un gelato.” Però non voglio sembrare un fissato, voglio dire, lo so che si tratta di una normalissima foto promozionale e che parliamo di una cosa non esattamente decisiva nella valutazione globale di un artista o di un genere musicale. (nota post-pubblicazione: mi hanno già detto in due che è un microfono. probabilmente avete ragione, ma non vi viene comunque addosso una gran tristezza?Giusto per togliermi lo sfizio, ho comunque deciso di passare i successivi 15 minuti a cercare la foto di un musicista che desse un’idea positiva in relazione al contesto in cui veniva inserito. Che ne so, un viso sorridente, scherzoso, preso bene, rilassato, tranquillo, non troppo in posa.

Niente da fare.

Provateci anche voi: è evidente che da qualche parte qualcosa non funziona. Non è un problema circoscritto alla roba che ascolto o all’Italia; è una cosa globale, universale ed unisex. Inizi a sfogliare vieni sommerso da tutte queste foto identiche una all’altra: gruppi metal-ish incazzatissimi con barbe lunghe capelli marci e occhi sul fotografo come se gli avesse scopato la sorella, e subito dopo i cantautori depressi che guardano a terra in qualche zona degradata della città in cui vive, e poi i rapper che sborrano vogliosi sull’obiettivo indossando abiti appena usciti dalla fabbrica Adidas in Indonesia, e ci sono i musicisti vintage con addosso la combo barba/capelli/cappotto/spleen anni settanta e i residuati della new wave riprodotti coi colori seppiati della vita di merda di cui cantano da 35 anni, e quando va bene c’è qualche produttore di grido ben vestito una pianta ma praticamente nessuno sorride. Mai. Uno su quindici a dir tanto.

Tutte le volte che mi capita di pensarci, e fortunatamente non è così spesso, ne esco distrutto. Se fate il confronto con altri campi è devastante: che ne so, per ogni modella algida e incazzosa ce n’è una sorridente e piaciona; le starlette televisive hanno un’aria sbarazzina e tranquilla, gli attori grossi si fanno fotografare durante la routine quotidiana. Ma che cazzo ne so, prendete anche solo le foto aziendali nei siti e nelle brochure. Se un fotografo entrasse domattina nella mia azienda e ci dicesse “facciamo una foto di gruppo”, è ragionevole pensare che lo scatto conterrebbe cinque o sei facce sorridenti e magari uno o due impiegati che fanno gli idioti. Com’è che i musicisti, cioè gente che nell’interpretazione classica della materia ha fatto di tutto perché il grigiore della vita da ufficio non li riguardi, sembrano sempre avere una scopa infilata su per il culo? Non è tanto legato a un caso o all’altro, anche perché in tutta franchezza Giorgio Poi ha il sacrosanto diritto di farsi fotografare e disegnare sui palloncini come cazzo preferisce, e magari dietro al palloncino se la ride di stramaledetta come ci si può aspettarsi da uno che si fa fotografare in quel modo. È che c’è una questione cognitiva in ballo: ho basato tutte le mie frequentazioni musicali, forse con troppo ottimismo, sull’idea che suonare/ascoltare la musica sia divertente. È vero che non ho mai suonato in un gruppo e mi sono perso tutta la parte di situazioni penose, stenti, difficoltà nel ghetto, letti scomodi, promoter disonesti, abbrutimento del vestiario e generico disagio, ma pensavo che alla fine della fiera salire sul palco e suonare la batteria fosse divertente, e che questa cosa del divertirsi sia la principale ragione per cui la gente continua a suonare. Mi sbaglio? Quand’è che le cose sono cambiate? Perché le pagine delle riviste sono così piene di depressi cronici e titanici personaggi ingabbiati nel loro cliché, come se suonassero per pagare gli strozzini, come se ogni cosa bella legata alla musica scomparisse magicamente ogni volta che qualcuno prova a introdurre una fotocamera dentro al locale?

(Ora, è chiaro che in certi contesti questo problema non si pone. Ad esempio se sei un artista pop ultraemerso è possibile che le foto che pubblichi siano il risultato di un incontro tra sei o sette uffici competenti in materia, che magari stanno cercando di vendere un certo concetto umano attraverso un certo modo di farti cadere luce addosso al viso accigliato. Ma quest’idea tocca una minoranza assoluta di artisti e va studiata cercando di eliminare il fattore umanità dall’equazione -è una cosa che tra l’altro mi è venuta in mente guardando il documentario su Lady Gaga, quello uscito in questi giorni in cui lei a un certo punto si fa riprendere da un cameraman mentre fa sentire per la prima volta a sua nonna una canzone dedicata alla figlia di lei morta diciannovenne (ma non badate a me, tutti quanti stan dicendo che Five Foot Two è un capolavoro di intimità e delicatezza))

Magari uno può dire che è importante apparire e promuoversi in un certo modo, che la foto serve a vendere in qualche modo un’idea di musica, e poi comunque la fotografia è una forma d’arte in sé che può non riflettere necessariamente gli stati d’animo e bla bla bla. Però poi quelle foto vanno a decorare la  back cover di dischi comprati da trentenni, e i servizi a tema in riviste comprate da trentenni. Quando dico trentenni so di esagerare per difetto. Così hai il gruppo doom sludge vestito di nero con le facce accigliate, e il musicista indie in pieno effetto Baudelaire, che suonano e registrano musica destinata a un branco di vecchietti. Domanda stupida: avete amici trentenni che si esaltano a guardare le foto dei gruppi metal incazzosi? O anche: berreste volentieri una birra con i tizi ritratti nella foto? O anche: se foste i gestori di un bar che fa concerti il venerdì sera, ospitereste questa gente a suonare nel vostro locale basandovi solo sulla foto? Vi danno l’idea di poter svolgere un buon lavoro di intrattenitori?

Non so quando le cose siano cambiate. Nella mia percezione non sono sempre state così, ecco: se guardate i dischi del passato nella vostra collezione, c’era quantomeno un margine di errore. Non voglio tirare fuori la roba edonista stile glam metal -anche se mediamente le foto dei gruppi glam metal davano l’idea di gente che si divertiva, ecco. Ma ad esempio Reign In Blood ha questa copertina angosciante coi caproni e le teste mozzate e la musica violentissima e tutta quella roba nazista nei testi, ma c’è anche una foto dietro al disco con quattro normalissimi ventenni presi bene, che cazzeggiano con le lattine di birra e si tirano i capelli a vicenda. Come minimo uno guarda la foto e pensa che questi qua siano amici, e che magari nella loro testa quella musica possa essere divertente. Il che, peraltro, è uno dei concetti chiave per capire appieno Reign In Blood. Ma pure i Beatles, per dire, facevano un sacco di gag idiote durante i servizi fotografici; ancora oggi Paul McCartney è più facile vederlo con gli occhi vispi da vecchietto del pop, e quell’espressione che si ritrova addosso è una parte fondamentale della sua grandezza artistica. Tipo io non sopporto i Beatles, musicalmente, ma una cena con Paul McCartney me la farei al volo, capace che alla fine paga pure il conto. Oggi di quella roba lì non è rimasto quasi nulla: il musicista pop medio, in qualunque fascia di età, continua a cercare quell’impatto fotografico brutale alla Joy Division. Sicuramente Anton Corbijn non è mai passato di moda, e non credo ci sia davvero un problema in questa cosa. Semmai il problema è che sono passati di moda tutti gli altri. Poi ti capita anche, per dire, di vedere gente della scena che posa nelle nuove campagne di Gucci, e tutto sommato sei contento per quelli di loro che hanno improntato la loro poetica artistica dell’ultimo decennio per finire in queste campagne. E poi li guardi in faccia e sono presi malissimo pure lì.

Sono anni che si parla di crisi artistica di questo o quel genere musicale (praticamente sono tutti in crisi a parte il rap, nel quale non c’è una crisi ma tipo una spaccatura), e se ne parla in termini di pubblico o in termini di influenza sui costumi o in termini di che cosa ascoltano i quindicenni, o in termini economici. Quasi nessuno parla mai di crisi della rappresentazione visiva dei concetti musicali, anche perché solo a scriverlo c’è da sentirsi degli scacciafiga, e un po’ perché si tratta di una delle tante situazioni di stallo della contemporaneità in cui non c’è modo di trovare un povero cristo che abbia il coraggio di alzarsi e dire “è colpa mia”. Gli artisti e i fotografi si possono buttare addosso la responsabilità a vicenda, l’ufficio stampa non ha altre foto a disposizione, la redazione sta chiudendo il numero, il lettore se ne batte il cazzo e la somma aritmetica del tutto è sempre e solo

Grant Hart (1961-2017)


Una cosa la devo ammettere: ci ho sempre sperato. Ci speravo prima che le reunion andassero di moda e ho continuato a sperarci quando le reunion sono diventate una tappa semiobbligatoria per qualsiasi gruppo rock che avesse contato anche solo un po’ fino agli anni novanta. E ho continuato a sperarci un paio d’anni dopo, quando la reunion di un gruppo era normale come il primo demo, una semplice realtà dei fatti con cui semplicemente toccava fare i conti. E ci ho sperato ancora, quando vedevo i gruppi riformarsi un anno dopo aver finito di incassare i soldi del tour d’addio. E più la situazione diventava patetica, più pagliaccesche e rovinose e insensate diventavano le reunion, più ci ho sperato. E più m’incazzavo coi gruppi che lo facevano, più ci speravo. Le voci erano brutte, si diceva che non si guardassero manco più in faccia, si diceva che tra cause e intermediari e diritti sul catalogo storico una cosa del genere non fosse manco pensabile. Poi vedevi Grant Hart scheletrico in qualche documentario e leggevi la biografia di Mould e capivi certe cose, ed è sempre stato facile razionalizzare e calmare la testa su questa cosa, ma col cuore mi sento di dire di non aver mai smesso di sperarci. Un giorno avrei fatto una cinquantina di chilometri e pagato il biglietto, e li avrei visti tutti e tre sullo stesso palco, e loro avrebbero fatto tutte le canzoni a cui potevo pensare, tutte attaccate e senza dire una parola tra un pezzo e l’altro come si sente nei video e nei bootleg, tutto Warehouse in fila e poi due ore di canzoni dai dischi prima, rigidamente alternati –una di Bob Mould e una di Grant Hart. Che poi è la stessa cosa che mi è successa questa mattina, quando mi hanno detto “è morto Grant Hart” e l’ho letto su Variety e non c’era nessun’altra conferma in giro e con la testa lo sai che è vero ma il cuore delle volte continua a battere con la sua velocità e continua a buttar sangue e a sperarci anche dopo che la notizia l’han ribattuta tutti quanti, e adesso pian piano vedrai che si ferma

Raffaele Alberto Ventura

“Cosa succede se un’intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare – o nella peggiore delle ipotesi mantenere  – la propria posizione nella piramide sociale, scopre all’improvviso che i posti sono limitati, che quelli che considerava diritti sono in realtà privilegi e che non basteranno né l’impegno né il talento a difenderla dal terribile spettro del declassamento? Cosa succede quando la classe agiata si scopre di colpo disagiata?” Raffaele Alberto Ventura scrive in giro. Qualche tempo fa ha iniziato a circolare un suo saggio intitolato Teoria della classe disagiata, che per la prima volta grazie a Minimum Fax arriva in una veste fisica. 

(nota: questo scambio è avvenuto lungo un periodo di mesi, il che significa che troverete nel testo riferimenti a cose successe “ieri” o “poco fa” che in realtà sono successe lungo l’estate)

Parto citandoti:

“Immaginate un’azienda che fabbrica un certo tipo di macchina in previsione di una domanda molto ampia. Si tratta di un gigantesco investimento, ma altrettanto gigantesco è il profitto atteso.

Immaginate poi che la previsione si riveli completamente sbagliata: la domanda si è contratta e le macchine non si vendono. Immaginate allora tutte queste belle macchine, oramai inutili, abbandonate nei magazzini. O svendute. Smontate. Distrutte.

Bene. Ora immaginate di essere una di quelle macchine.”

Ti racconto un paio di cose che mi sono successe questi giorni. La prima è che i giorni scorsi su FB qualcuno criticava un articolo, mi pare su Studio, in cui qualcuno scriveva di far parte della classe dei “freelance da 80 euro al pezzo”. Appena sotto, nei commenti, diverse persone si lamentavano che 80 euro al pezzo in realtà sono una cifra fantascientifica, da privilegiati assoluti, roba tipo “80 EURO? A ME A VOLTE NE DANNO 13 LORDI”. La settimana scorsa leggevo una domanda di lavoro sul sito di Aranzulla in cui chiede di collaborare con articoli da 10000 battute, ottimizzati per il SEO e formattati per WP, senza firma, 25 euro sporchi ad articolo. Questa mattina ho trovato su FB un giochino: vai nel sito dell’Irpef, metti il tuo stipendio e ti dice quante persone guadagnano più di te. Io ho messo il mio stipendio lordo -e a quanto pare sto nel 20% degli italiani che in questo momento guadagnano di più con il proprio stipendio. Letti così sono piccoli indicatori di un sistema che sta colando a picco, eppure il sistema non sta colando a picco, giusto? Sta perpetuandosi, in qualche maniera, tu e io siamo contentissimi di farne parte, nel nostro minuscolo. No?

No, assolutamente no. Questa cosa mica si perpetua: entro una generazione sarà tutto finito. Se qualcuno è (relativamente) contento è perché non si rende conto che prima o poi gli finiranno i soldi, che non potrà mettere su famiglia, se ha dei figli non potrà pagargli gli stessi lunghi studi che ha avuto lui, eccetera. Il sistema sta effettivamente colando a picco, ma noi abbiamo l’abitudine di credere che tutto si arrangerà. Quindi un po’ ci lamentiamo perché oggettivamente facciamo fatica, ma in fondo restiamo ottimisti perché non riusciamo a immaginare che le cose non si risolvano. C’è gente che a trenta, a quaranta, a cinquant’anni sta ancora aspettando di entrare in università col posto fisso, di sfondare come scrittore o musicista. Ed è così che partecipa a creare questo ecosistema assurdo in cui non c’è spazio per nessuno perché tutti accettando 80, 25 o 13 euro per articoli che in ore-lavoro varrebbero dai 300 euro in su. L’idea che ci sia un paiolo pieno di dobloni alla fine dell’arcobaleno è l’unica speranza che ci salva dalla disperazione, e nello stesso tempo incita questi comportamenti disfunzionali che dovrebbero essere considerati per ciò che sono: una specie di crumiraggio. Poi, certo, possiamo anche ammettere che la scrittura e la musica non sono altro che hobby, e allora tanto vale farlo gratis come fai tu su Bastonate: anche se Veblen, l’autore della Teoria della Classe Agiata che io cito sempre, ti direbbe che gli hobby sono dei “consumi posizionali” che permettono di valorizzarti in maniera indiretta, quindi alla fine sempre torniamo a questa competizione fratricida che lascerà sul campo le sue vittime. Conta che io sono emigrato, mi paga un’azienda straniera per lavorare in un ufficio e di quello vivo. Non so come vivi te, ma suppongo che non vivi di quello che scrivi (anche se nessuno vuole ammetterlo). Il punto è che una società evoluta ha probabilmente bisogno di gente che scriva (o faccia musica o pittura…) ma nessuna società può permettersi di avere solo gente che scrive o canta o suona: il problema è che visto che lo sviluppo industriale ci offre, assieme a tutto il benessere del caso, una quantità crescente di “lavori di merda” (è il termine tecnico usato da David Graber) per forza la classe media preferisce puntare tutto quello che ha nel tentativo di sfuggire a questo destino. Questo è essere contenti? Dici così perché non hai ancora letto il mio libro.

Però se ci fosse “scontento” ci sarebbe un sistema di resistenze, o l’accenno di un sistema di resistenze, o anche qualcuno che si lancia come “imprenditore di se stesso”, nuovi modelli editoriali, nuovi sistemi di pensiero, no? Cioè tipo il contrario di “contento” è “scontento”…

Forse c’è qualcosa a metà tra contento e scontento ed è: mi lamento in continuazione ma mi tengo stretto quello che ho, ma soprattutto mi tengo stretto il mio sogno. Per realizzare il quale dovrò (scusate) calpestarvi tutta quanti. Per questo ti parlavo di crumiraggio. Secondo me in Italia dovremmo avere delle griglie di salario minimo, anche solo indicative, anche a rischio di far fallire la metà delle aziende, anche a rischio che qualcuno lavori in nero: così almeno la gente capirebbe che non puoi lavorare a tempo pieno per seicento euro al mese, che il tuo sacrificio individuale è responsabile di una gara al ribasso. Il problema è che la classe media italiana fa troppo affidamento sulle sue riserve: paradossalmente è troppo ricca e questo interferisce sul mercato del lavoro. Molta gente crede di lavorare ma invece si sta comprando il lavoro. Al limite io posso anche capire il piccolo imprenditore che te lo propone, perché spesso sottopagare gli impiegati in fase di avvio o in tempo di crisi è l’unica condizione di sopravvivenza. Ma d’altra parte se le condizioni di sopravvivenza sono queste, a chi serve davvero questa azienda? Sta solo rubando ossigeno per inseguire, anche lei, un sogno. Nella cultura, al limite, è un’altra cosa: ammettiamo che non lo facciamo per i soldi e lavoriamo serenamente gratis o per quei pochi soldi che ci permettono di comprarsi i libri e i dischi di cui parliamo.

 

Hai in mente qualche modello virtuoso in mezzo a questo panorama? tipo qualcuno che citeresti in un manuale per risalire la china, o che so, qualche comportamento personale che ti sembra più corretto di altri?

Io ammiro molto quelli che si tirano fuori, a ogni livello del loro percorso. Quelli che hanno famiglie borghesi ma non s’iscrivono all’università. Quelli che iniziano e poi decidono che vogliono andare a fare i cuochi o i liutai. Quelli che fanno i figli a ventidue anni. Chi abdica, chi rifiuta. Papa Benedetto, ecco: lui è un modello incredibile al quale dovrebbero ispirarsi tutti i giovani italiani, quanto ho amato il suo gesto pazzo. Ma vedi bene che c’è un culto romantico anche in questo. E poi si tratta di scommesse rischiose, che non tutti si possono concedere. Oggi la cosa più ragionevole da fare è emigrare, che significa anche ricominciare da capo. Comunque non vorrei sembrare Oscar Farinetti che da consigli ai giovani. Ogni tanto peraltro qualcuno mi scrive e me ne chiede e io mi arrangio per non darne, oppure dico cose contraddittorie tipo “non credere ai tuoi sogni ma non credere a chi ti dice di non credere ai tuoi sogni”. In tutto questo si vede che la mia principale aspirazione sta diventando quella di scrivere libri sapienziali pieni di massime che ognuno può leggere come vuole.

 

Ti piace il boicottaggio? Mi capita spesso di pensare che sia passato di moda troppo in fretta. Ad esempio in certi microsistemi (ad esempio quello delle riviste pop italiane) potrebbe dare certi risultati: non leggere gli articoli su riviste che non pagano o malpagano, ad esempio. Tra l’altro il boicottaggio si lega a una delle mie ossessioni ideologiche, quella di scopare -cioè non si boicotta, non si fa muro su niente, perchè chi fa muro dà l’idea di uno che non scopa. Quindi lì in Francia è diverso? Le cose funzionano più correttamente?

Secondo me è un po’ inutile inventarsi metodi di lotta se, di base, il problema è che lottare non interessa a nessuno. Il boicottaggio non sarebbe necessario se non ci fosse, di base, l’omertà. Nessuno vuole boicottare nessuno perché per farlo dovrebbe prima ammettere di non essere pagato, e allora sarebbe d’un tratto meno credibile quando si presenta come “scrittore”. E qui torniamo al problema che giustamente sollevi te, quello di scopare. Anche se personalmente non credo che presentarsi come scrittori serva davvero, suppongo che molti credano che il mondo giri così e quindi si sbattono tantissimo per ottenere un po’ di capitale sociale ma in realtà passano le serate a commentare su Facebook come tutti. In Francia è diverso? In Francia esiste un’economia, un mercato del lavoro, cosa che in Italia praticamente non c’è più. Il lavoro si trova anche se magari non è quello dei tuoi sogni (che non esiste). Poi certo, più sali nella piramide dei posti prestigiosi più c’è la coda per entrare, salari più bassi ma dignitosi, molto stress, eccetera. E il mondo culturale mi pare molto rigido, non è come in Italia che da outsider puoi fare la scalata come abbiamo fatto un po’ con Prismo.

(Però comunque non scopa nessuno, perché la verità è che abbiamo tutti troppe paranoie per stare bene con gli altri. Forse qualcuno riesce a scopare dopo avere bevuto tantissimo e avere perso tutte le sue inibizioni, ma a quel punto nemmeno se lo ricorda. Ma sinceramente non ho molta esperienza su questo argomento.)

Vedi, il punto è che il grande trauma del lavoratore culturale è convincere se stesso e il mondo che il suo non è un hobby ma appunto un lavoro. Quindi nel momento in cui rivendica pubblicamente che non lo pagano, o lo pagano male, sta praticamente mostrando al mondo che il prestigio che pensava di avere è solo una sofisticata illusione. E in fondo spesso a lui interessa più la moneta simbolica che la moneta sonante, anche perché gli hanno fatto capire che la sua bancarotta simbolica rischia di trasformarsi in bancarotta sonante.

Una cosa che c’entra poco. Nel momento in cui scrivo questa domanda sembra stiano sgomberando contemporaneamente Crash e Labas, cioè quasi tutto quel che era rimasto a Bologna (XM24 ha i giorni contati, si dice). La cosa si lega al nostro discorso se prendiamo in considerazione il progetto che si dice essere alla base degli sgomberi, cioè l’idea di realizzare un polo medioborghese che sia gestito su criteri di eccellenza territoriale, una sorta di rebranding che ha l’obiettivo di rendere Bologna una specie di punto vendita Eataly con 500mila dipendenti. Questa cosa sta succedendo un po’ in tutta Italia (anche Torino fa parecchio parlare di sè), e al di là delle pure e semplici questioni di casacca, quello che mi fa più strano è che dal punto di vista economico/urbanistico e in generale di spirito del tempo mi sembrano dei progetti del cazzo. Sembrano mirati alla coesistenza tra ultracapitalismo rampante anni ’80, elogio della piccola impresa e sostenibilità del territorio, che ideologicamente mi sembra una coesistenza impossibile già per principio, e oggi sembra quasi una barzelletta… no?

A me pare interessante notare che molte esperienze culturalmente interessanti degli ultimi decenni siano nate fuori dalla legge, se non contro la legge: prova che le norme che regolano gli spazi pubblici (igiene, fiscalità, stupefacenti, SIAE, eccetera) non sono più adatte alle forme attuali della società. Probabilmente i costi fissi per chi gestisce un locale sono troppo alti e quindi sopravvivono solo quelli che fanno gli spritz a dieci euro. Quindi è ovvio che appaiano forme di resistenza di vario tipo, che durano fintanto che non vengono sanzionate, riassorbite o recuperate, forse anche perché hanno raggiunto una certa “massa critica”, diventano troppo visibili, troppo concorrenziali o troppo fastidiose per il vicinato. Se posso permettermi di essere ottimista, direi che se c’è una certa domanda sociale prima o poi le città sapranno produrre spontaneamente nuovi spazi di convivialità. Ma d’altra parte è vero che da parte delle amministrazioni si nota una certa ottusità, tipica dell’ideologia del “no degrado” e della legalità, o più precisamente del legalismo. Ti ricordi quello che diceva Cristo del Sabato, e dunque della Legge, vero? Non sono gli uomini a essere fatti per il Sabato, ma il Sabato per gli uomini. E ugualmente la Legge. Se la legge porta a conseguenze deplorevoli per la società intera allora sarebbe perlomeno opportuno cambiarla.

 

Queste cose in Francia come sono? Locali, situazioni eccetera

In Francia queste complicazioni economiche e legali sono compensate da una pioggia di finanziamenti e una pianificazione forte, per cui (almeno a Parigi) la domanda di socialità e di vita culturale viene pressapoco soddisfatta senza bisogno di trovare altre strade. Dico Parigi ma in realtà dovrei parlare di Parigi centro, e in generale dei consumi della classe agiata e disagiata, cose che spesso finiscono comunque per costare, ma se vai nelle periferie ovviamente le cose cambiano. E infatti nei casermoni della Courneuve o di Saint-Denis gli spazi di socialità vengono reinventati dagli abitanti e questo anche a margini della legge, creando delle “zone temporaneamente autonome” indifferenti al diritto (penso allo spaccio) o alle consuetudini della borghesia inurbata, pratiche con cui gli immigrati si riappropriano dello spazio nel quale sono stati relegati.

 

Di solito, non so se è una caratteristica di qui, questo tipo di occupazione (dovrò pure usarla una parola) trova una sorta di legittimazione automatica per il fatto di avere a che fare con la “cultura”. questo sia in positivo che in negativo: se un posto “fa cultura”, qualunque cosa significhi, sente il dovere di puntualizzarlo quando elenca le sue ragioni. Questo vale sia per il micro-squat di periferia sgomberato senza colpo ferire che per il locale storico a cui da anni la legge imponeva di mettere in regola l’impianto elettrico, più tutti quelli che ci stanno in mezzo. Per il mangiare e il bere, ad esempio, questa cosa non è così orizzontale o automatica. C’è stata la storia degli sgomberi torinesi, poi boh -ho sentito che certa gente per un certo periodo occupava una via, mi pare a Genova, e cucinava la pasta per i passanti. Per cui c’è questa idea secondo cui “la cultura”, quasi tutta, è povera/indigente ed è supposta poter sopravvivere così, al limite della legalità. Mentre che ne so, il cibo o il giardinaggio riescono ancora a sostenersi nel mercato, e quindi lì devono stare. mentre all’atto pratico per esempio qui in Romagna ci sono tantissimi ristoratori che per evitare il salasso di costi fissi e simili prendono in gestione gli ex circoli di partito, si mangia con la tessera Arci o Endas e ci sono diverse agevolazioni -non so manco bene di che tipo. E questi sono gli stessi posti che fanno anche i concerti. Tra le altre cose quando prendi in gestione di un circolo non ti interessa se il circolo è repubblicano o comunista, prendi quello che c’è -con la tessera che ti obbligano a prendere. quindi in questo caso il superamento istituzionale è duplice in qualche modo -istituzionale e partitico, quelli che vanno a mangiare al Pancotto di Gambellara (RA) non è che guardano a che tessera bisogna fare. C’è una guerra del cibo in vista?

Beh ma Slow Food fu proprio questo, un modo di convincerci che mangiare bene, diciamo pure il lusso a tavola, fosse una cosa culturale, quindi di sinistra, impegnata. Il che poi non è mica falso, è ovvio che il cibo è cultura e in modo persino più fondamentale di un libro, perché crea legami sociali, trasmette una storia. Ma a questo punto tutto è cultura e quindi il problema diventa amministrativo: che cosa dobbiamo agevolare, su cosa si devono pagare meno tasse? E poi perché su certe cose si dovrebbero pagare meno tasse? La ragione, come forse sai, è che gli economisti negli anni Sessanta (penso a William J. Baumol e William G. Bowen) avevano scoperto che certe attività economiche (per esempio gestire un teatro) non si sostengono da sole perché non hanno economie di scala. Quindi il loro costo relativo tende ad aumentare mentre i costi di tutto il resto diminuiscono grazie all’industrializzazione. Quindi se non vogliamo che i teatri spariscano, dobbiamo sovvenzionarli o comunque aiutarli. Il problema è che oggi, in tempo di crisi, ci accorgiamo che a causa di questo pasticcio delle economie di scala la quantità di attività che fanno fatica a sostenersi da sole aumenta. Quindi aumentano i prezzi, oppure si ricorre all’evasione fiscale, oppure ci si costituisce come associazione, o si trovano altre strade. Non è solo una guerra del cibo, è una guerra generalizzata, che sta svuotando le strade dei centri storici e spingendo altrove la vita. Ma la vita suppongo che trovi sempre nuovi modi di produrre la sua cultura, se non sarà nei centri storici sarà negli androni dei palazzi.

 

Hai visto la foto del poliziotto che accarezza la rifugiata a Piazza Indipendenza?

Si, e non capisco perché tutti si commuovono, perché alla fine è un poliziotto in tenuta antisommossa che sta mettendo le mani in faccia a una povera crista che probabilmente non ha chiesto niente. È viscido e paternalista, certo molto meno grave di tutto il resto ma non ci trovo nulla di commovente. Evito di dilungarmi sulle critiche per il modo assurdo in cui è stata gestita questa cosa, sempre in nome di questo legalismo inteso come valore assoluto che dovrebbe giustificare ogni ricorso alla forza, peraltro legalismo che irrompe in un contesto ampiamente degradato proprio nel vuoto di legalità, nell’abbandono, nell’incompetenza delle istituzioni. Qui ci sarebbe da citare Sciascia, che a proposito della linea della fermezza all’epoca del caso Moro fece notare che l’Italia ha questo strano modo di “levarsi forte e solenne” occasionalmente dopo avere magari per decenni “coltivato la corruzione e l’incompetenza”… Però mi permetto d’incrinare un po’ questa narrazione che ci fa sentire tutti più buoni citando un commento intelligente di un ragazzo, forse un po’ casa-poundiano, che ho letto su facebook: lui dice che di sgomberi come questi ce ne sono sempre e da anni, che lui in una casa occupata ci è cresciuto coi genitori, ma che l’opinione pubblica si sveglia e s’indigna solo quando sono dei migranti. Che ne pensi? Ora, lasciando stare che lo status di rifugiato è uno statuto speciale (per giunta da un ex colonia!) che merita un’attenzione particolare, questo commento piuttosto risentito forse attira l’attenzione su quella che viene percepita come un’ingiustizia e sarebbe stupido ignorarlo. La questione del diritto alla casa è ampia e dolorosa, e d’un tratto questo sgombero particolare attira tutte le attenzioni. Ipocrisia della sinistra? Non credo. A me pare che, di nuovo, ci sia la responsabilità dei media, che di fronte a una situazione del genere intuiscono la “notiziabilità” (e quindi la divisività) di una situazione del genere, rispetto ad altre, imponendo questa agenda di scontro di civiltà che (nel caso specifico) ha il merito di attirare la nostra attenzione su una certa ingiustizia, che sicuramente in questo modo verrà in qualche modo riconosciuta e risarcita, ma il demerito di polarizzare le posizioni e rendere ancora più pervasiva la narrazione dello scontro di civiltà.

Sul commento forse-casapoundiano penso che in realtà tutto il discorso de “prima gli italiani” mi ha sempre suonato più come un concetto puro che non resisterebbe allo studio dei casi. Perchè gli italiani che dovrebbero venire “prima”, nell’ottica dei benestanti di cui sopra, sono perlopiù zecche, straccioni e altre categorie di gente che se ne approfitta, e va benissimo parlarne in senso astratto se vogliamo, ma se per assurdo succedesse che tutti gli immigrati venissero uccisi per regio decreto entro il 31 dicembre ’17, il primo gennaio 2018 comincerebbe la caccia agli accattoni (meridionali o che so io). Personalmente  quindi la vedo più in termini di odio di classe che di scontro di civiltà, e del resto la stessa Casa Pound (per il poco che ne so) ha un modo molto borghese ed equilibrato di stare a destra.

Per quanto riguarda la responsabilità dei media, sbaglierò a metterle in correlazione ma tutto questo ritorno in pompa magna dell’odio destrorso verso i meno-qualcosa è contemporaneo alla tendenza dell’industria dell’informazione di costruirsi dal basso. Mi viene quella scena di Bowling For Columbine in cui l’operatore freelance dice che tra il benestante arrestato in un palazzo di Downtown LA e un nero con la pistola a Compton andrà sempre a filmare quello con la pistola. 15 anni dopo è ancora più bizzarro perché per esempio la foto del poliziotto che accarezza la signora a Piazza Indipendenza si inserisce benissimo in questa idea di dover creare un contenuto che abbia potenziale iconografico (tra l’altro la stessa gag dello spot Pepsi su Black Lives Matter), bipartisan o no, politicamente impegnato o no, e che il risultato finale sia una tendenza naturale ad un certo tipo di nazionalismo/classismo becerissimo.

Cercando di mettere tutto assieme, è come se fosse tutto pervaso di questo strano ottimismo tossico che viene quasi sempre e quasi solo dal basso. volendo mettere tutto assieme, i quotidiani rimbalzano contenuti user-generated che mostrano Momenti Di Piccola Poesia dentro il dramma umano, ad uso e consumo di un pubblico che è composto perlopiù da persone erroneamente convinte di non far parte di quelle classi che vengono sgomberate. Che ne dici?

No ma noi mica finiremo così. Finiremo peggio. Senza batterci e forse senza nemmeno soffrire.

SEI E MEZZO ABBONDANTE o di come faccio a mettere un voto numerico quando scrivo una recensione

Un amico FB mi ha scritto questa cosa:

Io e te siamo partiti male, però devo dire che (…) Cioè: se il nuovo Arcade Fire è da otto e mezzo -(pardon: 85/100…) – “Funeral” era da 200? The War on Drugs… Ma solo io quando li ascolto penso a un clone dei Waterboys? Poi figuriamoci se non ci scappava il votone in automatico ai Queens of the Stone Age che, lo ammetto, io non amo particolarmente. Sto poi orecchiando le varie recensioni (su Deezer, basandomi ovviamente ai riferimenti di mio gusto) e davvero non mi ci raccapezzo. Boh!

Il riferimento è ai voti numerici che vengono appioppati ai dischi sull’ultimo numero di Rumore, nel quale scrivo pure io. La questione in sé non mi interessa, nel senso che non sono stato io a recensire Arcade Fire o TWOD o QOTSA, ma solleva una cosa di cui qua e là mi è capitato di parlare spesso, e quindi VIA AL PIPPONE. Vi capita ancora di pensare ai dischi in termini di voto numerico? Di pensare ad esempio “questo disco è un 5 a dir tanto”? A me no. Mi capitava, probabilmente, all’inizio delle mie frequentazioni musicali snob. A quei tempi leggevo le recensioni sulle riviste con i voti numerici e mi facevo un’idea basata soprattutto su quel numero, ma saranno 20 anni che non penso più a quanto darei a quel disco se la musica fosse un compito in classe al liceo. E fortunatamente non ho mai dovuto scrivere in uno di quei posti che danno i voti ai dischi, o se l’ho dovuto fare erano posti in cui il voto non era poi così importante. Qui sopra ho fatto perfino una rubrica per sfottere i voti e/o darli a caso, si chiama Pitchforkiana in onore al sito che più ha prosperato sul meccanismo dei voti. L’esempio di Pitchfork, tra l’altro, è emblematico di quel che sto dicendo: ricordo diversi voti dati a un disco o all’altro, ma non mi ricordo di una singola riga di testo contenuta nelle recensioni di quegli stessi dischi; e quindi alla fine anche per i più irriducibili di questo gioco il meccanismo dei voti numerici produce una sorta di prenarrazione, una premessa culturale con cui in un modo o nell’altro tocca fare i conti. Il che non toglie che, alla fine della fiera, mettere un voto numerico a un disco sia storicamente una specie di barzelletta tirata per le lunghe, un’ignobile stronzata che non fa bene a nessuno. Ma se sei un sito o una rivista che fa critica tra virgolette “classica” quell’ignobile stronzata è l’unica cosa che rimane in testa al lettore, come se il testo d’accompagnamento servisse a fornire un contesto a quel numerino del cazzo. Da quando scrivo per Rumore, comunque, devo dare un voto ai dischi quando li recensisco. Quello che segue, dunque, è un decalogo di regole in base alle quali poi metto i voti ai dischi.

(premessa necessaria: ci sono persone molto più competenti di me in questo sport, vantano più esperienza più entusiasmo più serietà e più talento in questa cosa dello scrivere recensioni, e qualcuno potrebbe sentirsi indirettamente insultato da queste regole che vado a mettere. Mi giustifico dicendo che queste regole valgono per me, e anzi mi piacerebbe sapere quali regole utilizzate voi).

  1. LA STORIA DEL POP NON È CONTEMPLATA NEL GIUDIZIO DEL DISCO. quando tra scoppiati si parla di voti ai dischi, soprattutto negli ambienti più osservanti e seriosi (tipo il metal), salta sempre fuori un fanatico di Ratzinger che ti dice una roba tipo “7/10 A QUESTO DISCO DEL CAZZO? E REIGN IN BLOOD CHE VOTO SI MERITA? 17/10?”. Ma siamo onesti, nessuno di quelli che leggono una rivista si aspetta un voto che esprima il valore assoluto di un album nella storia del pop; primo perché la maggior parte dei dischi la storia del pop non la vedono neanche in cartolina, e secondo perché se avessi questa capacità globale di storicizzare e soppesare criticamente ogni afflato della produzione culturale contemporanea di lavoro farei il Jorge Luis Borges italiano, non il critico musicale (e calcola che io di lavoro faccio il sementiero). Ma anche in generale, se credi che ogni mese escano dischi posizionabili in uno spettro di valori che va da A Love Supreme a Zucchero Filato Nero (per non essere frainteso, sono due esempi per disco la cui portata storica gigantesca era intuibile anche il giorno dell’uscita e disco di una bruttezza così programmatica da dare immediatamente l’idea di poter diventare una pietra miliare della musica di merda) il problema è tuo, ed è un problema gigantesco, e niente di quello che potrei scrivere ti salverà dal torpore cognitivo in cui tutte quelle riviste del cazzo ti hanno fatto cadere. Senza contare che se questo succedesse, tutti gli altri dischi sarebbero intorno al sei e mezzo, e allora sì che ti romperesti davvero il cazzo di leggere le rece.
  2. NEMMENO LA STORIA DEL GRUPPO È CONTEMPLATA. posso pensare, per esempio, di dare un voto al nuovo disco degli LCD Soundsystem che gli dia un posto esatto all’interno della loro discografia (personalmente: LCD Soundsystem 50/100, Sound of Silver 68/100, This Is Happening 49/100, American Dream 59/100), ma già se mi dici di contestualizzare un disco all’interno di discografie con più di sei episodi lunghi sono in difficoltà, a meno che il disco non faccia schifo, e in quel caso si prende le bastonate. Ma non voglio essere costretto a contestualizzare un disco di gente tipo Melvins o Acid Mothers Temple all’interno del loro corpo discografico.
  3. NON SONO CAZZI MIEI QUEL CHE FANNO GLI ALTRI SULLO STESSO NUMERO. È ragionevole pensare che un disco a cui io metto 6 e un disco a cui Caio mette 8 valgano più o meno lo stesso, soprattutto dal mio punto di vista, ma io di quello che fanno gli altri non posso che sbattermene le palle. Questa cosa riguarda sia me che il direttore/caporedattore della rivista, nel senso che già è faticoso farsi consegnare le rece in tempo utile, figurati prendersi un momento per valutare per filo e per segno quei numerini del cazzo.
  4. IL MIO VOTO NON È SCOLPITO NELLA PIETRA. La forma più alta di giornalismo musicale, se sentite un giornalista musicale serio, prevede che il giornalista riesca a togliere i propri cazzi dall’equazione e riesca a giudicare i dischi in questo modo buddista in cui la musica scorre imperturbabile dentro di noi facendosi conoscere per ciò che intimamente quella musica è, ma la verità è che la maggior parte delle volte tocca scrivere le recensioni mentre stai vivendo una vita. E in certi casi ad esempio hai avuto un appuntamento con una ragazza e ne sei uscito soddisfatto al punto da riuscire ad apprezzare gruppacci tipo i War On Drugs o gli Arcade Fire, e in altri casi hai avuto una giornata lavorativa talmente brutta che perfino gli Unsane e i Melvins potrebbero pagarne lo scotto. Beh, va detto che le ultimissime cose dei Melvins fanno davvero cagare (il disco nuovo degli Unsane non l’ho ancora sentito ma mi rifiuto di pensare che possa valere meno di 10/10). Quindi il 5 di stasera potrebbe essere un 7 di domani, e viceversa, e va più o meno bene così perché alla fine della fiera SIAMO UMANI dio cristo.
  5. CERCO DI STARE IN EQUILIBRIO SUL MESE. Se per un numero devo consegnare dieci recensioni, cerco di regolarmi in modo che i voti di quei dieci dischi riflettano a grandi linee il mio gradimento per quei dischi. Questo può voler dire che magari questo mese c’è penuria e quindi i dischi si beccano voti relativamente più alti del mese scorso dove ho dovuto fare recensioni di roba che mi esaltava e –per contrappasso- stroncare cose che questo mese avrebbero preso forse sei o sette. Non ho abbastanza proiezione mentale per pensare che “sei mesi fa ho messo 7 a questo disco che secondo me era leggermente meglio di questo a cui sto dando, ugualmente, 7”. Ho riscontrato comportamenti simili in certe persone, ma credo che siano puniti dal codice penale.
  6. NON SONO UN SADICO. Se sei un gruppo piccolo e di poco valore ed esci su un’etichetta semiinesistente e qualcuno ha dovuto togliersi il pane di bocca per registrare il disco, trovo inutile e sgradevole metterti un votaccio. Questo può significare che il tuo disco non mi convince ma magari prende 5,5 o 6, e magari nello stesso numero della rivista piazzo un 6,5 al disco nuovo dei Deerhoof. Se i Deerhoof avessero registrato un disco come il tuo, gli avrei appioppato 2 o 3.
  7. SONO PREVENUTO. Sempre, comunque, a prescindere. Il voto del disco dipende dall’aspettativa in merito a quel disco, in merito a quello che in generale penso di quel gruppo, di questo scorcio di secolo e tutto il resto. Questo dipende al 30% dal mio narcisismo, nel senso che quando scrivo una cosa voglio che sembri una cosa scritta da me, e al 70% dipende dalle mie idee sulla musica, che sono ovviamente idee personalissime e opinabilissime, ma vengono prima della musica contenuta nei dischi, da cui appunto “prevenuto”. Ad esempio nell’ultimo periodo la cosa che odio di più nella musica è lo sfoggio di professionalità, la cognizione di causa, e quello che amo di più è quello che sfugge a questa logica del disco ben fatto con tutte le cose al suo posto. Questo significa che ad esempio sono molto ben disposto nei confronti dei matti che fanno dischi matti, tipo Mark Kozelek, e sono molto mal disposto nei confronti degli Arcade Fire. È chiaro che questo non significa che Sun Kil Moon verrà promosso a prescindere e gli AF stroncati a prescindere, perché sono dischi, appunto. Per me è una cosa importante perché il mio bacino potenziale di dischi è abbastanza eterogeneo (la roba che mi interessa va dal pop ultraemerso al grindgore), ma è chiaro che ascolto in modo eterogeneo perché ho una mia idea sulla musica, e siccome oggi praticamente tutti ascoltano in modo eterogeneo, direi che questa regola vale in generale. La mia opinione personale è che se qualcuno riesce ad eclissare la propria idea personale di musica per giudicare i dischi in modo oggettivo, non capisce un cazzo di musica e non bisogna fidarsi troppo, ma anche qui è un’opinione appunto personale.
  8. HO AMICI. Relativamente parlando non sono uno di quelli che scrivono per conoscere musicisti e non bazzico troppo gli addetti ai lavori, ma scrivo da un sacco di tempo e qualche amico ce l’ho pure io. A volte mi capita di dover recensire dischi fatti da amici miei, o comunque da gente che conosco, e il fatto di conoscere le persone influenza pesantemente il mio giudizio. Ad esempio non mi capita praticamente mai di stroncare malissimo il disco di un mio amico, perché contrariamente a voi io non credo nella critica costruttiva (non credo nemmeno nella critica in generale). Piuttosto preferisco passare il disco a qualche collega, e che se la veda lui/lei. E se è vero che nelle recensioni tendo a non mentire quasi mai (eccezion fatta per certe iperboli), succede spesso che la mia conoscenza di certe persone mi porti ad analizzare la loro musica secondo criteri diversi e a livelli più profondi. ad esempio pensare se tal disco riflette da vicino tal persona. E nel caso in cui io riesca a trovare i tratti personali di un mio amico in un disco, potrei esserne piacevolmente colpito, e potrei volerne parlare per quel senso di “io ho capito davvero questa cosa che han fatto i Bagigis”. Oltre a questo posso avere cognizione di quale sia stata la strada del gruppo, posso averli visti a qualche festival dieci anni fa e averli trovati persone piacevoli (è importante essere persone piacevoli).
  9. NON HO ABBASTANZA TEMPO NÉ VOGLIA. Questa è una delle cose più difficili da far capire alle persone: ascoltare un disco per valutarlo richiede un tempo, e un’energia, che spesso non ho. Questo può far sì che il mio voto al disco di tal artista o talaltro sia falsato dal non averne compreso appieno tutti gli aspetti. Riascoltando dischi che ho recensito in passato, ad alcuni di essi sono pentito di aver dato quel giudizio e quel voto. I giudizi troppo frettolosi non sono necessariamente positivi o negativi, a volte sono neutri, eccetera. Giustificare questa cosa, come detto, è difficile. Probabilmente per qualcuno il giornalismo musicale è una vocazione, e ascoltare un disco di merda 4/5 volte per assicurarsi che sia un disco di merda, oltre ogni ragionevole dubbio, è un dovere morale. Per me invece riascoltare il Christmas Album dei Bad Religion (per dire di uno dei dischi più brutti sbagliati e scemi che ho dovuto recensire) (sì, esiste un Christmas Album dei Bad Religion) significa perdere tot minuti che potrei impiegare su un disco che probabilmente è più meritevole di attenzione, più ostico da giudicare e più piacevole da ascoltare. O meglio ancora, riascoltando un disco che ho già consumato per 5 anni, che questa a quanto ne so è ancora una passione. Oltre a questo, attenzione, c’è tutta una sfera di questioni logistiche oggettive a cui anche la gente più volenterosa di me fa fatica a sfuggire. Ad esempio c’è il fatto che le riviste di carta devono sottostare a logiche promozionali più rigide, fatte di ascolti blindati che ti vengono attivati a ridosso della consegna e magari è un disco importante e tocca arrangiarsi in qualche modo, ad esempio prendendosi la responsabilità di un giudizio che –giocoforza- tocca dare dopo un ascolto o due.
  10. NON MI INTERESSA LA PROFESSIONALITÀ. Di lavoro io faccio un’altra cosa, come tutti quelli che scrivono di musica in Italia. Do la colpa all’economia: volete recensioni professionali ma non volete pagare 80 euro la vostra copia della rivista -con cui il capo potrebbe pagarmi qualcosa di simile a uno stipendio normale. Questo tra le altre cose significa che non ho sottoscritto un contratto o un codice di procedura con le riviste che mi ospitano. Il mio obbligo nei confronti di questa o quella rivista segue, come capita per quasi tutti gli altri, una commistione tra rapporti umani e comunioni d’intenti. Non mi sento praticamente mai obbligato, in termini di professionalità o competenza, nei confronti di questo o quel gruppo: scelgo di fare un disco, o mi viene appioppato un disco, e nel momento in cui io o il mio referente (nel caso di Rumore è Rossano Lo Mele) accettiamo, sono tenuto a consegnare la recensione. Ho una specie di vezzo personale: quando scrivo una recensione, cerco sempre di essere originale, di scrivere una cosa che sia un po’ più fresca di quel che leggo in giro. A volte ci riesco, a volte no. Questo però riguarda il testo. Del voto numerico non mi frega assolutamente nulla, ci metto circa tre secondi a deciderlo, e spesso mi sbaglio.

Una cosa che non c’entra col resto

L’altra sera Christian Raimo è andato ospite al programma di Belpietro, ha piantato una gran cagnara, ha agitato dei cartelli scritti a mano, e il giorno dopo ha scritto una cosa sui social. Se n’è parlato molto, può darsi che abbiate un’opinione su questa cosa (io ne ho una ma non è l’argomento di questa cosa). A seguito della cosa che ha postato Raimo, mi sono guardato la puntata di Dalla Vostra Parte

Il casino con Raimo è partito per il fatto che Sallusti, in diretta TV, ha espresso sgomento per il fatto che per diversi giorni ci sia stato, da parte degli organi di informazione, un pudore molto sospetto che impediva di dire apertamente che gli stupratori di Rimini erano neri. A un certo punto ha parlato di probabile “boldrinismo”. Poi è finito tutto in urla e cartelli e vabbè. 

Io francamente non ho sottomano i giornali dei giorni scorsi, ma stamattina ho letto un articolo di Repubblica, firmato da Vladimiro Polchi. Il titolo: 

“OGNI GIORNO UNDICI STUPRI, IN QUATTRO CASI SU DIECI L’AUTORE È STRANIERO”. 

L’ho visto condiviso su Twitter con lo stesso titolo: “ogni giorno undici stupri, in quattro caso su dieci l’autore è straniero”. Cosa ci dice un titolo così? Che ogni giorno ci sono undici casi di violenza sessuale, e che quattro o cinque di questi casi l’autore dello stupro è uno straniero. Giusto? Ok. Francamente, così a naso, pensavo di più. Così mi sono messo a leggere l’articolo, ed effettivamente i dati sono impressionanti. L’articolo inizia così: 

“Quasi 11 stupri al giorno, quattromila ogni anno. Più di un milione di donne colpite in Italia.” 

Andiamo di matematica: 11 stupri al giorno, effettivamente, vuol dire 4015 stupri in un anno non bisestile. Bravissimi. Il problema è il “più di un milione di donne” che viene dopo. O più precisamente: 

Secondo l’Istat, un milione e 157mila donne avrebbero subito una violenza sessuale nel corso della vita, tra stupri e tentati stupri.  

Un milione e 157mila donne diviso per 4015 fa circa 288. Vale a dire che se continuassimo a stuprar donne con una media di 4015 casi all’anno, ci metteremmo 288 anni ad arrivare a un milione. A quanto ne so l’aspettativa di vita degli esseri umani è di circa 80 anni, il che può voler dire due cose: ci siamo dati una regolata e stupriamo un quarto di quanto stupravamo fino a qualche tempo fa, o uno dei due dati non è attendibile. Il milione di donne che ha subito violenza, però, a me sembra attendibilissimo: vuol dire grossomodo una donna su trenta. Secondo me sono anche di più. 

Poco più sotto Polchi chiarisce. 4000 sono gli stupri denunciati. 2333 nei primi 7 mesi del 2017, leggerissimamente in calo rispetto ai primi 7 mesi del 2016. Il resto dell’articolo definisce, grossomodo, come sono divisi questi stupri. Il riassunto di tutto: in quattro casi su dieci, l’autore è uno straniero. Voglio dire, il titolo dell’articolo è il riassunto dell’articolo, giusto

No. 

Intanto perché, appunto, ogni giorno non vengono stuprate 11 persone. Non sono informatissimo sulle statistiche che riguardano le violenze sessuali, ma direi che le donne che amiamo di più stuprare stanno, la butto lì, tra i 12 e i 58 anni. Probabilmente, dal punto di vista statistico, di tanto in tanto ci piace violentare una bambina di 7 anni o una donna di 65 anni, ma direi che gli anni di età di una donna che subisce una violenza sessuale sono, in grossa parte, circa 40. Se dividete il dato Istat per 40, viene fuori che ogni anno vengono stuprate 28925 persone (ho qualche pudore a dire donneperché negli anni novanta vidi Rivelazioni). Che significa mediamente 80 persone al giorno, non 11. Non è una differenza da poco: vuol dire che il titolo di Repubblica è molto ottimistico. Se uscite la sera e pensate di avere N possibilità di venire stuprate, in realtà le possibilità sono otto volte N. Lo stesso articolo, giustamente, puntualizza più volte che il dato derivante dalle denunce non è esaustivo e che “Il fenomeno però è lontano dall’essere fotografato con chiarezza”.  

Ma quanti di questi stupratori sono stranieri? Stando al titolo dell’articolo, quattro su dieci. Cioè, se correggiamo il dato iniziale, ieri 32 donne sono state violentate da stranieri. Però, per prima cosa, il titolo non chiarisce quante di queste siano italiane. La confusione probabilmente non è voluta. Verso il fondo dell’articolo si trova il dato: il 61% degli stupratori, e il 68% delle vittime, sono italiani. Vuol dire che al netto di tutto, c’è una forbice del 7% di donne italiane stuprate da uomini stranieri.

Cosa vuol dire questo? Dipende da come si leggono le statistiche, e da come si leggono i titoli dei giornali. Ad esempio, se sei una donna italiana e sei preoccupata per la tua sicurezza, può voler dire che stando agli aggregati, hai da temere per il 93% di incontrare uno stupratore italiano e per il 7% di incontrare uno stupratore straniero. 

È un discorso intrinsecamente razzista. Il titolo, che –ripeto- secondo me è in buona fede, sottende tante cose, alcune delle quali abbastanza ridicole. Ad esempio che tra uno stupro compiuto da un algerino e uno stupro compiuto da un bolognese, quello dell’algerino sia più grave, per il motivo che –boh- li ospitiamo a casa nostra e dovrebbero farci il favore di stuprarsi le loro connazionali. Non c’è molto spazio per i dettagli, ad esempio un certo numero di vittime rumene rispetto al numero di stupratori rumeni (che vengono stuprate da qualcun altro). Ma è bello anche pensare a cosa sta dietro al dibattito, tipo “difendere il diritto delle vittime italiane a subire violenze sessuali solo da italiani”. 

Poi nell’ultimo paragrafo le dichiarazioni di Lella Palladino vanno in una direzione diversa: tutto quello che non viene denunciato, che secondo i conti sopra conterebbe per l’80% circa del totale, andrebbe a cambiare completamente i dati: sono i dati della violenza domestica, quasi sempre sessuale, in cui gli italiani sembrano essere decisamente lanciati. E che quindi, grossomodo, tutte le percentuali di cui abbiamo letto sopra sono totalmente sbagliate e hai perso tre minuti di tempo a leggere un articolo. Tanto per dire, se sei una donna italiana che legge l’articolo e sei preoccupata per la tua sicurezza, uno dei modi più efficaci di evitare di essere violentata è non sposarti. 

Ci tengo a ribadirlo: non conosco nessun dato ufficiale, commento un articolo sulla base dei dati contenuti nell’articolo stesso. E non sono un giornalista, non ho idea di come vengano fatti i titoli, di quali siano le priorità di chi. L’articolo parla di una cosa abbastanza precisa: qui in Italia ci piace molto violentare. Uso la prima persona plurale perchè siamo perlopiù io e voi, maschi italiani, ecco. Ma anche volendo assolverci, un articolo di questo tipo credo dovrebbe intitolarsi 

“Ogni giorno ci sono ottanta stupri e solo undici di questi vengono denunciati”. 

O al limite

“Ogni giorno 11 stupri. In quattro casi su dieci l’autore è straniero. No, scherzo.”. 

Ma naturalmente è meglio mettere in croce gli immigrati, che va bene tutto ma mi raccomando non facciamoci dare dei buonisti da Sallusti. 

La cagnotta di Taylor Swift

Federico Pucci

Il mercato si regola da solo, è una massima che viene estratta — a quanto mi risulta — dall’opera dell’economista americano Premio Nobel Milton Friedman. Non ho mai letto un libro di economia, ma uno dei miei primi ricordi musicali è una battaglia contro il Capitale portata avanti dalla mia band del cuore quando ero ancora un pischellino. A metà anni ’90 i Pearl Jam lottarono contro il monopolio di Ticketmaster, in particolare per il loro controllo sui prezzi dei biglietti, finendo scornati con un tour nella periferia degli Stati Uniti. Le discussioni sul costo dei biglietti dei concerti mi sono sempre risultate un po’ ostiche: da una parte non ho alcuna conoscenza in campo economico e vivo distaccato dalla plebe nel mio mondo di accrediti; dall’altra mi sembra che l’approccio populista rischi di prevalere, propugnando l’idea che uno spettatore o un giornalista (cioè, spesso, nient’altro che uno spettatore dotato di diritto di parola a mezzo stampa) si intendano profondamente del meccanismo finanziario che sta dietro la produzione e promozione di un evento dal vivo. I promoter sanno quel che fanno, no? Il mercato si autoregolerà. Per niente, e il casino si è manifestato con il bubbone del “secondary ticketing”, scoppiato a novembre 2016: a quel punto, il ticketing non era più argomento da specialisti, frequentatori compulsivi di concerti e addetti ai lavori, ma oggetto di chiacchiere da bar. E dopotutto, nei siti come Seatwave, Stubhub e Viagogo a spopolare non sono live clandestini accacì sui palchi affollati di un centro sociale, ma i grandi eventi del pop italiano e internazionale che passa su RTL, per intendersi, tipo il concerto dei Coldplay a San Siro da cui è partito tutto*.

Uno degli adagi vagamente assolutori che sono girati in questi mesi è “se la gente è abbastanza pirla da pagare 300 euro per un biglietto dei Coldplay su Viagogo, affari suoi”. La logica, di nuovo, era che il mercato in qualche modo si sarebbe regolato da solo. In realtà, fortunatamente, sono arrivate leggi che prevedono multe e oscuramenti di siti, sanzioni che forse hanno preso di mira i bersagli errati tipo Ticketone, e iniziative come i biglietti nominali che ad esempio la Barley Arts di Claudio Trotta ha fatto debuttare per il concerto dei Queen con Adam Lambert. Dall’altra parte dell’oceano Ticketmaster (che dal 2014 è proprietaria del sito di bagarinaggio Seatwave e nel 2010 si è fusa con il colosso della produzione Live Nation) ha deciso di arginare questo fenomeno con un programma chiamato #VerifiedFan: attraverso codici che si possono ottenere solo tramite iscrizione al sito, il gigante del ticketing ha cercato di arginare i bot che portano biglietti sulle piattaforme di rivendita, un problema particolarmente sentito per i concerti di grandi artisti come Bruce Springsteen, ma anche per eventi ambitissimi come il musical Hamilton di Lin-Manuel Miranda, giusto per citare due dei pochi che finora hanno aderito. 

Dopo aver annunciato il suo ritorno con un singolo bruttino e slegato che dissa Kanye West, cita ‘I’m Too Sexy’ e professa la morte della vecchia sé stessa, Taylor Swift ha deciso di scendere in campo contro il secondary ticketing a proprio modo. Reduce dal record di 215 milioni di dollari incassati per The 1989 World Tour e in attesa del prossimo giro del mondo, la popstar ha stretto un accordo con Ticketmaster per la diffusione dei suoi biglietti tramite il programma #VerifiedFan, con qualche significativa correzione nel senso di un’avidità palese e francamente oscena.

La musica è un lavoro, un’economia, ma se perfino quel ricettacolo di tecnologie cool e inutili di Mashable chiama questo accordo una “truffa”, c’è da riflettere.

Spiego bene: per poter acquistare i biglietti del prossimo e non ancora annunciato tour di Taylor Swift bisogna registrarsi al sito Taylor Swift Tix, e fin qui tutto uguale alla solita procedura #VerifiedFan.

Per chiarire subito un possibile equivoco, Taylor Swift Tix non è progettato per servizi premium tipo meet&greet, è semplicemente l’unico portale di accesso per l’acquisto. Nei mercati K e J-pop sono diffuse pratiche rivolte all’engagemente dei fan, possibilmente tramite acquisto di più copie di un album con la chance di vincere codici speciali per poter incontrare i propri artisti del cuore. Il sito qui invece parla chiaro: attività speciali e meet&greet saranno regolate in seguito, prevedibilmente con la consueta soluzione commerciale, cioè pacchetti più costosi e a numero chiuso. Comunque, per accedere alla possibilità di comprare biglietti (uff, è lungo da dire) ci sono attività «fun» la cui esecuzione comporta un aumento delle proprie chance, una vera e propria crescita del proprio status. Qualcuno ha detto gamification? Forse, ma nessuno ha spiegato esattamente quali coefficienti determinino la crescita del proprio status, detto anche “boost”. 

Quello che si sa è che l’attività privilegiata per ricevere un “boost” è l’acquisto in pre-order del nuovo album Reputation, possibilmente in formato fisico e con consegna UPS (Taylor Swift ha stretto un accordo anche con loro). Cosa impedisce a qualche malintenzionato di comprare decine di album per drogare il sistema? Tranquilli, c’è un tetto: TREDICI album per ciascuno. Dicevo delle lotterie coreane e giapponesi: in Giappone, ad esempio, il mercato dove in assoluto la musica su formato fisico tira di più al mondo, spesso l’incentivo per acquistare più di una copia sono booklet e artwork alternativi, o altri cazzilli variegati inseriti nelle confezioni. Attendiamo di sapere se e come l’artista americana premierà i fan che avranno acquistato 13 copie del suo disco. Un’altra attività “fun” è comprare merchandising autorizzato della serie #TaylorSwiftTix: chi più ne compra, più chance ha di poter comprare un biglietto. Sfortuntatamente per i genitori che avranno già speso 200 euro di copie di un cd, il campo del merchandising non conosce limite: chi vorrà comprare mille t-shirt, potrà farlo. Con tutta questa ROBA di Taylor Swift prodotta, venduta e consegnata da UPS ho come l’impressione che i regali di Natale a tema Taylor Swift saranno molto popolari.

Questa è sicuramente la parte più scottante, quella che dispiega una logica perversa secondo la quale la possibilità di acquistare un biglietto è qualcosa da meritarsi pagando un obolo all’artista. Ma per ricevere un “boost” ci sono anche quelli che chiamerei «lavoretti senza budget», iniziative di engagement gratuite che probabilmente molti fan avrebbero compiuto a prescindere: postare ogni giorno su diverse piattaforme social una notizia con apposito hashtag, possibilmente con una foto del furgone sponsorizzato UPS (non è dato sapere come sarà fatto, ma il sito assicura che “quando lo vedremo passare lo riconosceremo”). Un’altra tecnica, che risale ai gloriosi tempi del marketing multi-level, o vendita piramidale, è quello di far iscrivere al portale Taylor Swift Tix amici e familiari: il codice si può condividere una volta al giorno, ma non si parla di limite di iscrizioni, quindi preparatevi a essere impezzati. Infine, ultima tecnica a sbafo, si può guardare fino a 5 volte al giorno il lyric video sul portale: ma attenzione, senza skippare, ché Taylor vi osserva (davvero, il sito dice che il videoclip va visto dall’inizio alla fine, mi chiedo se controllino anche il volume come alcuni pre-roll inquietanti).

«Allora vedi, ci sono tanti modi gratuiti per poter comprare i biglietti!». Certo, però il “greatest boost” resta comprare il disco, e così il numero 1 dell’album in tutte le classifiche è assicurato.

«Vabè, ma mica sarà obbligatorio?». No, ma è caldamente consigliato: come le microtransazioni di molti videogame, che non sono necessarie e rompono le palle a tutti, ma fanno comodo e così fatturano comunque centinaia di milioni di euro all’anno solo in Italia.

E tutto questo solo per poter comprare un biglietto, ripeto, non per meet&greet e altri servizi premium, che si pagheranno a parte. Ma che vuoi che sia? Non si scatenerà una corsa al biglietto per la popstar più popolare al mondo! Ah sì, perché la truffa di Taylor Swift Tix vale anche fuori dagli USA, ma non è ancora chiaro dove. Forse anche in Italia, dove il precedente The 1989 World Tour non è passato, e dove già da gennaio si attende il debutto di Ticketmaster Italia?

Tornando al principio del discorso, non avrei problemi a veder sobbollire nella loro idiozia i fan disposti a pagare centinaia di euro per poter avere l’umile privilegio di comprare un biglietto: che mi frega, in genere io a questo tipo di concerti vengo accreditato per lavoro. Quello che mi turba è la possibilità che il modello funzioni e si trasformi in un’arma pericolosissima per la diffusione della musica. In questo modo i bagarini sono combattuti con le loro stesse armi: esclusione e prezzi alti. Si gioca sull’idea che i veri fan siano disposti a tutto pur di vedere la loro icona, ed è vero, ed è — diciamo — bello, o affascinante, è ciò che rende la musica così vicina ai culti religiosi e così distante da tutte le altre forme d’arte. Eppure un limite deve esserci, e la truffa di Taylor mi lascia intravedere un mondo in cui la musica dal vivo è cosa per pochi, abbienti e fanatici, e sempre meno un’esperienza condivisa, la chiave di volta di un “poptimismo” che mi pare sempre meno dominante.

Alla fine i Pearl Jam sono tornati a farsi vendere i biglietti da Ticketmaster, si fanno produrre i concerti da Live Nation, e riempiono arene e stadi.  

 

 

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*Quest’estate sono andato alla prima delle due date al Meazza dei Coldplay: fuori dai cancelli ho intervistato 20 persone a caso e nessuna mi ha detto di aver nemmeno visto i siti di secondary ticketing. Al di là del campione statistico insignificante, mi chiedo: il bubbone era una bolla? O la gente paga centinaia di euro come votava Berlusconi e prima ancora la DC?

100 canzoni italiane: I TRENI DI TOZEUR

Enzo Baruffaldi
www.polaroid.blogspot.com

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All’inizio dell’estate del 1984 I treni di Tozeur è al primo posto nella Hit Parade dei singoli più venduti in Italia. Io sto camminando verso il bar sulla spiaggia tenendo per mano mio nonno. Abbiamo appena finito di cenare, lui arriva fino al bar per prendere il caffè e fumare una sigaretta di nascosto da mia nonna. Io mi siedo a uno dei tavolini e, se il televisore in alto nell’angolo è acceso, guardo le repliche di Spazio 1999. Il comandante Koenig corre sempre contro il tempo, e le astronavi (le Aquile!) esplodono mentre si levano in volo dalla Luna. 

Il mese prima, Alice e Battiato avevano portato I treni di Tozeur all’Eurofestival in Lussemburgo. Erano arrivati soltanto quinti ma per molti erano stati i veri vincitori morali, oltre ad aver ottenuto il maggiore successo di vendite di quell’edizione. Io e mio nonno camminiamo tenendoci per mano sul sentiero di larghe mattonelle di cemento, intorno siepi basse, una fila di pini marittimi davanti ai bungalow, uno spiazzo di ghiaia e sabbia che di giorno è pieno di automobili. Mentre camminiamo il cielo è ancora pieno di luce azzurra dopo il tramonto, l’edificio poco più avanti è bianco e arancione. Il vento che soffia dal mare, le cui onde scure intravediamo appena tra le file di ombrelloni già chiusi, trasporta la musica del juke-box del bar, e sento arrivare, tra quella luce e il soffio salmastro dell’acqua dell’Adriatico, il ritornello eterno di I treni di Tozeur:

“e per un istante / ritorna / la voglia di vivere / a un’altra velocità”. 

Se mai la mia vita ha registrato una velocità a cui ritornare, ha fissato e inciso per sempre un desiderio primo come unità di misura per tutto quello che è sopraggiunto poi, è stato lì: in quell’istante trasparente di una sera d’estate appena cominciata, nella musica portata dal vento, camminando senza fretta, vestiti bene per uscire dopo cena. “E un ricordo di me / come un incantesimo”. 

Nella Top Ten di quella settimana I treni di Tozeur batte hit internazionali come Relax dei Frankie Goes To Hollywood, Jump dei Van Halen, Big in Japan degli Alphaville e lo strepitoso esordio della seconda vita di Raf, Self Control. È l’estate in cui escono Born In The USA di Springsteen e People From Ibiza di Sandy Marton. Il Festivalbar lo presentano Claudio Cecchetto e Ramona Dell’Abate, e lo stravince Fotoromanza di Gianna Nannini. Sulla Rai va in onda “Un disco per l’estate” da Saint Vincent, condotto da Barbara Bouchet, Jocelyn, Anna Pettinelli e Mauro Micheloni. Lo vincerà Tony Esposito con Kalimba de luna, ma intorno al televisore dei nostri vicini di casa del mare noi restiamo sbigottiti per un allucinato e disgustato ragazzo biondo platino, Billy Idol che canta in playback Eyes Without A Face

È l’estate delle Olimpiadi di Los Angeles, dopo quelle invernali di Sarajevo. In Italia è al governo Craxi, a giugno muore Berlinguer. Io e mia sorella ascoltiamo l’Hit Parade di Radio 2 stesi sul letto a castello il sabato pomeriggio, gli scuri mezzi chiusi, la sigla con il conto alla rovescia (in inglese!) e poi, “ignition”, parte un razzo e si schianta tutto. Nessuno di noi due sa dove si trovi Tozeur, né capisce perché proprio là costruiscano astronavi dentro chiese abbandonate, ma l’assolata idea di quei solitari villaggi di frontiera, di quel treno che passa lento e se ne va lontano, riempie per sempre il senso di quella vacanza, la distanza inseguita dentro il tempo di ogni vacanza da allora.

Della strada di quella casa in ombra ricordo ancora la Fiat Ritmo cabrio rossa scintillante, la Matra della famiglia di Milano, che sembrava pronta per un safari e che invidiavo tantissimo, e la mia preferita: una Mehari sempre piena di fango, secchi e corde, di un pescatore di Porto Garibaldi. Un ragazzo arriva sopra una Vespa e aspetta seduto sulla staccionata che la ragazza scenda, e lei si affaccia dal balcone con i capelli ancora bagnati e gli urla ridendo “dimmi che sono bellissima”, mentre passiamo camminando io e mio nonno, per mano. 

I treni di Tozeur rappresenta l’apice della collaborazione di Alice, Franco Battiato e Giusto Pio. Certo, tre anni prima avevano vinto un Sanremo con l’altezzosa Per Elisa, canzone di cui all’epoca ignoravo le possibili allusioni all’eroina. Messaggio è un fantastico esempio di come gli Anni Ottanta fossero capaci di rileggere e rinnovare la musica dei Sessanta, aprendo la strada al capolavoro dei Righeira, L’estate sta finendo, di qualche anno dopo. Chanson Egocentrique è tra le espressioni più sofisticate mai apparse nel pop mainstream italiano, e ha davvero del miracoloso come nel 1980 sia potuto diventare un tormentone Il vento caldo dell’estate. Ma, per me, è con I treni di Tozeur del 1984 che ogni elemento raggiunge la compiutezza: il contrasto tra i vasti archi morbidi e l’equilibrata struttura sintetica rispecchia l’intreccio delle due voci di Alice e Franco Battiato dentro quella melodia malinconica (che, avremmo scoperto da grandi, nasconde citazioni di Mozart). Il rapidissimo crescendo che precede il ritornello insegue la scossa improvvisa del desiderio. Ma il gesto più semplice e decisivo è già tutto alla fine della prima strofa, quando il cantautore siciliano si tira indietro proprio sulla parola “Tozeur”, pronunciata all’unisono, e in un cross-fade perfetto fa emergere la limpida voce di Alice, e lascia che sia lei a condurre: è lì che la canzone mostra tutta la sua eleganza e la sua commovente poesia. Come se dentro quella melodia malinconica in fondo a un juke-box le voci si prendessero per mano, e a un certo punto si lasciassero per proseguire.