Grant Hart (1961-2017)


Una cosa la devo ammettere: ci ho sempre sperato. Ci speravo prima che le reunion andassero di moda e ho continuato a sperarci quando le reunion sono diventate una tappa semiobbligatoria per qualsiasi gruppo rock che avesse contato anche solo un po’ fino agli anni novanta. E ho continuato a sperarci un paio d’anni dopo, quando la reunion di un gruppo era normale come il primo demo, una semplice realtà dei fatti con cui semplicemente toccava fare i conti. E ci ho sperato ancora, quando vedevo i gruppi riformarsi un anno dopo aver finito di incassare i soldi del tour d’addio. E più la situazione diventava patetica, più pagliaccesche e rovinose e insensate diventavano le reunion, più ci ho sperato. E più m’incazzavo coi gruppi che lo facevano, più ci speravo. Le voci erano brutte, si diceva che non si guardassero manco più in faccia, si diceva che tra cause e intermediari e diritti sul catalogo storico una cosa del genere non fosse manco pensabile. Poi vedevi Grant Hart scheletrico in qualche documentario e leggevi la biografia di Mould e capivi certe cose, ed è sempre stato facile razionalizzare e calmare la testa su questa cosa, ma col cuore mi sento di dire di non aver mai smesso di sperarci. Un giorno avrei fatto una cinquantina di chilometri e pagato il biglietto, e li avrei visti tutti e tre sullo stesso palco, e loro avrebbero fatto tutte le canzoni a cui potevo pensare, tutte attaccate e senza dire una parola tra un pezzo e l’altro come si sente nei video e nei bootleg, tutto Warehouse in fila e poi due ore di canzoni dai dischi prima, rigidamente alternati –una di Bob Mould e una di Grant Hart. Che poi è la stessa cosa che mi è successa questa mattina, quando mi hanno detto “è morto Grant Hart” e l’ho letto su Variety e non c’era nessun’altra conferma in giro e con la testa lo sai che è vero ma il cuore delle volte continua a battere con la sua velocità e continua a buttar sangue e a sperarci anche dopo che la notizia l’han ribattuta tutti quanti, e adesso pian piano vedrai che si ferma

Raffaele Alberto Ventura

“Cosa succede se un’intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare – o nella peggiore delle ipotesi mantenere  – la propria posizione nella piramide sociale, scopre all’improvviso che i posti sono limitati, che quelli che considerava diritti sono in realtà privilegi e che non basteranno né l’impegno né il talento a difenderla dal terribile spettro del declassamento? Cosa succede quando la classe agiata si scopre di colpo disagiata?” Raffaele Alberto Ventura scrive in giro. Qualche tempo fa ha iniziato a circolare un suo saggio intitolato Teoria della classe disagiata, che per la prima volta grazie a Minimum Fax arriva in una veste fisica. 

(nota: questo scambio è avvenuto lungo un periodo di mesi, il che significa che troverete nel testo riferimenti a cose successe “ieri” o “poco fa” che in realtà sono successe lungo l’estate)

Parto citandoti:

“Immaginate un’azienda che fabbrica un certo tipo di macchina in previsione di una domanda molto ampia. Si tratta di un gigantesco investimento, ma altrettanto gigantesco è il profitto atteso.

Immaginate poi che la previsione si riveli completamente sbagliata: la domanda si è contratta e le macchine non si vendono. Immaginate allora tutte queste belle macchine, oramai inutili, abbandonate nei magazzini. O svendute. Smontate. Distrutte.

Bene. Ora immaginate di essere una di quelle macchine.”

Ti racconto un paio di cose che mi sono successe questi giorni. La prima è che i giorni scorsi su FB qualcuno criticava un articolo, mi pare su Studio, in cui qualcuno scriveva di far parte della classe dei “freelance da 80 euro al pezzo”. Appena sotto, nei commenti, diverse persone si lamentavano che 80 euro al pezzo in realtà sono una cifra fantascientifica, da privilegiati assoluti, roba tipo “80 EURO? A ME A VOLTE NE DANNO 13 LORDI”. La settimana scorsa leggevo una domanda di lavoro sul sito di Aranzulla in cui chiede di collaborare con articoli da 10000 battute, ottimizzati per il SEO e formattati per WP, senza firma, 25 euro sporchi ad articolo. Questa mattina ho trovato su FB un giochino: vai nel sito dell’Irpef, metti il tuo stipendio e ti dice quante persone guadagnano più di te. Io ho messo il mio stipendio lordo -e a quanto pare sto nel 20% degli italiani che in questo momento guadagnano di più con il proprio stipendio. Letti così sono piccoli indicatori di un sistema che sta colando a picco, eppure il sistema non sta colando a picco, giusto? Sta perpetuandosi, in qualche maniera, tu e io siamo contentissimi di farne parte, nel nostro minuscolo. No?

No, assolutamente no. Questa cosa mica si perpetua: entro una generazione sarà tutto finito. Se qualcuno è (relativamente) contento è perché non si rende conto che prima o poi gli finiranno i soldi, che non potrà mettere su famiglia, se ha dei figli non potrà pagargli gli stessi lunghi studi che ha avuto lui, eccetera. Il sistema sta effettivamente colando a picco, ma noi abbiamo l’abitudine di credere che tutto si arrangerà. Quindi un po’ ci lamentiamo perché oggettivamente facciamo fatica, ma in fondo restiamo ottimisti perché non riusciamo a immaginare che le cose non si risolvano. C’è gente che a trenta, a quaranta, a cinquant’anni sta ancora aspettando di entrare in università col posto fisso, di sfondare come scrittore o musicista. Ed è così che partecipa a creare questo ecosistema assurdo in cui non c’è spazio per nessuno perché tutti accettando 80, 25 o 13 euro per articoli che in ore-lavoro varrebbero dai 300 euro in su. L’idea che ci sia un paiolo pieno di dobloni alla fine dell’arcobaleno è l’unica speranza che ci salva dalla disperazione, e nello stesso tempo incita questi comportamenti disfunzionali che dovrebbero essere considerati per ciò che sono: una specie di crumiraggio. Poi, certo, possiamo anche ammettere che la scrittura e la musica non sono altro che hobby, e allora tanto vale farlo gratis come fai tu su Bastonate: anche se Veblen, l’autore della Teoria della Classe Agiata che io cito sempre, ti direbbe che gli hobby sono dei “consumi posizionali” che permettono di valorizzarti in maniera indiretta, quindi alla fine sempre torniamo a questa competizione fratricida che lascerà sul campo le sue vittime. Conta che io sono emigrato, mi paga un’azienda straniera per lavorare in un ufficio e di quello vivo. Non so come vivi te, ma suppongo che non vivi di quello che scrivi (anche se nessuno vuole ammetterlo). Il punto è che una società evoluta ha probabilmente bisogno di gente che scriva (o faccia musica o pittura…) ma nessuna società può permettersi di avere solo gente che scrive o canta o suona: il problema è che visto che lo sviluppo industriale ci offre, assieme a tutto il benessere del caso, una quantità crescente di “lavori di merda” (è il termine tecnico usato da David Graber) per forza la classe media preferisce puntare tutto quello che ha nel tentativo di sfuggire a questo destino. Questo è essere contenti? Dici così perché non hai ancora letto il mio libro.

Però se ci fosse “scontento” ci sarebbe un sistema di resistenze, o l’accenno di un sistema di resistenze, o anche qualcuno che si lancia come “imprenditore di se stesso”, nuovi modelli editoriali, nuovi sistemi di pensiero, no? Cioè tipo il contrario di “contento” è “scontento”…

Forse c’è qualcosa a metà tra contento e scontento ed è: mi lamento in continuazione ma mi tengo stretto quello che ho, ma soprattutto mi tengo stretto il mio sogno. Per realizzare il quale dovrò (scusate) calpestarvi tutta quanti. Per questo ti parlavo di crumiraggio. Secondo me in Italia dovremmo avere delle griglie di salario minimo, anche solo indicative, anche a rischio di far fallire la metà delle aziende, anche a rischio che qualcuno lavori in nero: così almeno la gente capirebbe che non puoi lavorare a tempo pieno per seicento euro al mese, che il tuo sacrificio individuale è responsabile di una gara al ribasso. Il problema è che la classe media italiana fa troppo affidamento sulle sue riserve: paradossalmente è troppo ricca e questo interferisce sul mercato del lavoro. Molta gente crede di lavorare ma invece si sta comprando il lavoro. Al limite io posso anche capire il piccolo imprenditore che te lo propone, perché spesso sottopagare gli impiegati in fase di avvio o in tempo di crisi è l’unica condizione di sopravvivenza. Ma d’altra parte se le condizioni di sopravvivenza sono queste, a chi serve davvero questa azienda? Sta solo rubando ossigeno per inseguire, anche lei, un sogno. Nella cultura, al limite, è un’altra cosa: ammettiamo che non lo facciamo per i soldi e lavoriamo serenamente gratis o per quei pochi soldi che ci permettono di comprarsi i libri e i dischi di cui parliamo.

 

Hai in mente qualche modello virtuoso in mezzo a questo panorama? tipo qualcuno che citeresti in un manuale per risalire la china, o che so, qualche comportamento personale che ti sembra più corretto di altri?

Io ammiro molto quelli che si tirano fuori, a ogni livello del loro percorso. Quelli che hanno famiglie borghesi ma non s’iscrivono all’università. Quelli che iniziano e poi decidono che vogliono andare a fare i cuochi o i liutai. Quelli che fanno i figli a ventidue anni. Chi abdica, chi rifiuta. Papa Benedetto, ecco: lui è un modello incredibile al quale dovrebbero ispirarsi tutti i giovani italiani, quanto ho amato il suo gesto pazzo. Ma vedi bene che c’è un culto romantico anche in questo. E poi si tratta di scommesse rischiose, che non tutti si possono concedere. Oggi la cosa più ragionevole da fare è emigrare, che significa anche ricominciare da capo. Comunque non vorrei sembrare Oscar Farinetti che da consigli ai giovani. Ogni tanto peraltro qualcuno mi scrive e me ne chiede e io mi arrangio per non darne, oppure dico cose contraddittorie tipo “non credere ai tuoi sogni ma non credere a chi ti dice di non credere ai tuoi sogni”. In tutto questo si vede che la mia principale aspirazione sta diventando quella di scrivere libri sapienziali pieni di massime che ognuno può leggere come vuole.

 

Ti piace il boicottaggio? Mi capita spesso di pensare che sia passato di moda troppo in fretta. Ad esempio in certi microsistemi (ad esempio quello delle riviste pop italiane) potrebbe dare certi risultati: non leggere gli articoli su riviste che non pagano o malpagano, ad esempio. Tra l’altro il boicottaggio si lega a una delle mie ossessioni ideologiche, quella di scopare -cioè non si boicotta, non si fa muro su niente, perchè chi fa muro dà l’idea di uno che non scopa. Quindi lì in Francia è diverso? Le cose funzionano più correttamente?

Secondo me è un po’ inutile inventarsi metodi di lotta se, di base, il problema è che lottare non interessa a nessuno. Il boicottaggio non sarebbe necessario se non ci fosse, di base, l’omertà. Nessuno vuole boicottare nessuno perché per farlo dovrebbe prima ammettere di non essere pagato, e allora sarebbe d’un tratto meno credibile quando si presenta come “scrittore”. E qui torniamo al problema che giustamente sollevi te, quello di scopare. Anche se personalmente non credo che presentarsi come scrittori serva davvero, suppongo che molti credano che il mondo giri così e quindi si sbattono tantissimo per ottenere un po’ di capitale sociale ma in realtà passano le serate a commentare su Facebook come tutti. In Francia è diverso? In Francia esiste un’economia, un mercato del lavoro, cosa che in Italia praticamente non c’è più. Il lavoro si trova anche se magari non è quello dei tuoi sogni (che non esiste). Poi certo, più sali nella piramide dei posti prestigiosi più c’è la coda per entrare, salari più bassi ma dignitosi, molto stress, eccetera. E il mondo culturale mi pare molto rigido, non è come in Italia che da outsider puoi fare la scalata come abbiamo fatto un po’ con Prismo.

(Però comunque non scopa nessuno, perché la verità è che abbiamo tutti troppe paranoie per stare bene con gli altri. Forse qualcuno riesce a scopare dopo avere bevuto tantissimo e avere perso tutte le sue inibizioni, ma a quel punto nemmeno se lo ricorda. Ma sinceramente non ho molta esperienza su questo argomento.)

Vedi, il punto è che il grande trauma del lavoratore culturale è convincere se stesso e il mondo che il suo non è un hobby ma appunto un lavoro. Quindi nel momento in cui rivendica pubblicamente che non lo pagano, o lo pagano male, sta praticamente mostrando al mondo che il prestigio che pensava di avere è solo una sofisticata illusione. E in fondo spesso a lui interessa più la moneta simbolica che la moneta sonante, anche perché gli hanno fatto capire che la sua bancarotta simbolica rischia di trasformarsi in bancarotta sonante.

Una cosa che c’entra poco. Nel momento in cui scrivo questa domanda sembra stiano sgomberando contemporaneamente Crash e Labas, cioè quasi tutto quel che era rimasto a Bologna (XM24 ha i giorni contati, si dice). La cosa si lega al nostro discorso se prendiamo in considerazione il progetto che si dice essere alla base degli sgomberi, cioè l’idea di realizzare un polo medioborghese che sia gestito su criteri di eccellenza territoriale, una sorta di rebranding che ha l’obiettivo di rendere Bologna una specie di punto vendita Eataly con 500mila dipendenti. Questa cosa sta succedendo un po’ in tutta Italia (anche Torino fa parecchio parlare di sè), e al di là delle pure e semplici questioni di casacca, quello che mi fa più strano è che dal punto di vista economico/urbanistico e in generale di spirito del tempo mi sembrano dei progetti del cazzo. Sembrano mirati alla coesistenza tra ultracapitalismo rampante anni ’80, elogio della piccola impresa e sostenibilità del territorio, che ideologicamente mi sembra una coesistenza impossibile già per principio, e oggi sembra quasi una barzelletta… no?

A me pare interessante notare che molte esperienze culturalmente interessanti degli ultimi decenni siano nate fuori dalla legge, se non contro la legge: prova che le norme che regolano gli spazi pubblici (igiene, fiscalità, stupefacenti, SIAE, eccetera) non sono più adatte alle forme attuali della società. Probabilmente i costi fissi per chi gestisce un locale sono troppo alti e quindi sopravvivono solo quelli che fanno gli spritz a dieci euro. Quindi è ovvio che appaiano forme di resistenza di vario tipo, che durano fintanto che non vengono sanzionate, riassorbite o recuperate, forse anche perché hanno raggiunto una certa “massa critica”, diventano troppo visibili, troppo concorrenziali o troppo fastidiose per il vicinato. Se posso permettermi di essere ottimista, direi che se c’è una certa domanda sociale prima o poi le città sapranno produrre spontaneamente nuovi spazi di convivialità. Ma d’altra parte è vero che da parte delle amministrazioni si nota una certa ottusità, tipica dell’ideologia del “no degrado” e della legalità, o più precisamente del legalismo. Ti ricordi quello che diceva Cristo del Sabato, e dunque della Legge, vero? Non sono gli uomini a essere fatti per il Sabato, ma il Sabato per gli uomini. E ugualmente la Legge. Se la legge porta a conseguenze deplorevoli per la società intera allora sarebbe perlomeno opportuno cambiarla.

 

Queste cose in Francia come sono? Locali, situazioni eccetera

In Francia queste complicazioni economiche e legali sono compensate da una pioggia di finanziamenti e una pianificazione forte, per cui (almeno a Parigi) la domanda di socialità e di vita culturale viene pressapoco soddisfatta senza bisogno di trovare altre strade. Dico Parigi ma in realtà dovrei parlare di Parigi centro, e in generale dei consumi della classe agiata e disagiata, cose che spesso finiscono comunque per costare, ma se vai nelle periferie ovviamente le cose cambiano. E infatti nei casermoni della Courneuve o di Saint-Denis gli spazi di socialità vengono reinventati dagli abitanti e questo anche a margini della legge, creando delle “zone temporaneamente autonome” indifferenti al diritto (penso allo spaccio) o alle consuetudini della borghesia inurbata, pratiche con cui gli immigrati si riappropriano dello spazio nel quale sono stati relegati.

 

Di solito, non so se è una caratteristica di qui, questo tipo di occupazione (dovrò pure usarla una parola) trova una sorta di legittimazione automatica per il fatto di avere a che fare con la “cultura”. questo sia in positivo che in negativo: se un posto “fa cultura”, qualunque cosa significhi, sente il dovere di puntualizzarlo quando elenca le sue ragioni. Questo vale sia per il micro-squat di periferia sgomberato senza colpo ferire che per il locale storico a cui da anni la legge imponeva di mettere in regola l’impianto elettrico, più tutti quelli che ci stanno in mezzo. Per il mangiare e il bere, ad esempio, questa cosa non è così orizzontale o automatica. C’è stata la storia degli sgomberi torinesi, poi boh -ho sentito che certa gente per un certo periodo occupava una via, mi pare a Genova, e cucinava la pasta per i passanti. Per cui c’è questa idea secondo cui “la cultura”, quasi tutta, è povera/indigente ed è supposta poter sopravvivere così, al limite della legalità. Mentre che ne so, il cibo o il giardinaggio riescono ancora a sostenersi nel mercato, e quindi lì devono stare. mentre all’atto pratico per esempio qui in Romagna ci sono tantissimi ristoratori che per evitare il salasso di costi fissi e simili prendono in gestione gli ex circoli di partito, si mangia con la tessera Arci o Endas e ci sono diverse agevolazioni -non so manco bene di che tipo. E questi sono gli stessi posti che fanno anche i concerti. Tra le altre cose quando prendi in gestione di un circolo non ti interessa se il circolo è repubblicano o comunista, prendi quello che c’è -con la tessera che ti obbligano a prendere. quindi in questo caso il superamento istituzionale è duplice in qualche modo -istituzionale e partitico, quelli che vanno a mangiare al Pancotto di Gambellara (RA) non è che guardano a che tessera bisogna fare. C’è una guerra del cibo in vista?

Beh ma Slow Food fu proprio questo, un modo di convincerci che mangiare bene, diciamo pure il lusso a tavola, fosse una cosa culturale, quindi di sinistra, impegnata. Il che poi non è mica falso, è ovvio che il cibo è cultura e in modo persino più fondamentale di un libro, perché crea legami sociali, trasmette una storia. Ma a questo punto tutto è cultura e quindi il problema diventa amministrativo: che cosa dobbiamo agevolare, su cosa si devono pagare meno tasse? E poi perché su certe cose si dovrebbero pagare meno tasse? La ragione, come forse sai, è che gli economisti negli anni Sessanta (penso a William J. Baumol e William G. Bowen) avevano scoperto che certe attività economiche (per esempio gestire un teatro) non si sostengono da sole perché non hanno economie di scala. Quindi il loro costo relativo tende ad aumentare mentre i costi di tutto il resto diminuiscono grazie all’industrializzazione. Quindi se non vogliamo che i teatri spariscano, dobbiamo sovvenzionarli o comunque aiutarli. Il problema è che oggi, in tempo di crisi, ci accorgiamo che a causa di questo pasticcio delle economie di scala la quantità di attività che fanno fatica a sostenersi da sole aumenta. Quindi aumentano i prezzi, oppure si ricorre all’evasione fiscale, oppure ci si costituisce come associazione, o si trovano altre strade. Non è solo una guerra del cibo, è una guerra generalizzata, che sta svuotando le strade dei centri storici e spingendo altrove la vita. Ma la vita suppongo che trovi sempre nuovi modi di produrre la sua cultura, se non sarà nei centri storici sarà negli androni dei palazzi.

 

Hai visto la foto del poliziotto che accarezza la rifugiata a Piazza Indipendenza?

Si, e non capisco perché tutti si commuovono, perché alla fine è un poliziotto in tenuta antisommossa che sta mettendo le mani in faccia a una povera crista che probabilmente non ha chiesto niente. È viscido e paternalista, certo molto meno grave di tutto il resto ma non ci trovo nulla di commovente. Evito di dilungarmi sulle critiche per il modo assurdo in cui è stata gestita questa cosa, sempre in nome di questo legalismo inteso come valore assoluto che dovrebbe giustificare ogni ricorso alla forza, peraltro legalismo che irrompe in un contesto ampiamente degradato proprio nel vuoto di legalità, nell’abbandono, nell’incompetenza delle istituzioni. Qui ci sarebbe da citare Sciascia, che a proposito della linea della fermezza all’epoca del caso Moro fece notare che l’Italia ha questo strano modo di “levarsi forte e solenne” occasionalmente dopo avere magari per decenni “coltivato la corruzione e l’incompetenza”… Però mi permetto d’incrinare un po’ questa narrazione che ci fa sentire tutti più buoni citando un commento intelligente di un ragazzo, forse un po’ casa-poundiano, che ho letto su facebook: lui dice che di sgomberi come questi ce ne sono sempre e da anni, che lui in una casa occupata ci è cresciuto coi genitori, ma che l’opinione pubblica si sveglia e s’indigna solo quando sono dei migranti. Che ne pensi? Ora, lasciando stare che lo status di rifugiato è uno statuto speciale (per giunta da un ex colonia!) che merita un’attenzione particolare, questo commento piuttosto risentito forse attira l’attenzione su quella che viene percepita come un’ingiustizia e sarebbe stupido ignorarlo. La questione del diritto alla casa è ampia e dolorosa, e d’un tratto questo sgombero particolare attira tutte le attenzioni. Ipocrisia della sinistra? Non credo. A me pare che, di nuovo, ci sia la responsabilità dei media, che di fronte a una situazione del genere intuiscono la “notiziabilità” (e quindi la divisività) di una situazione del genere, rispetto ad altre, imponendo questa agenda di scontro di civiltà che (nel caso specifico) ha il merito di attirare la nostra attenzione su una certa ingiustizia, che sicuramente in questo modo verrà in qualche modo riconosciuta e risarcita, ma il demerito di polarizzare le posizioni e rendere ancora più pervasiva la narrazione dello scontro di civiltà.

Sul commento forse-casapoundiano penso che in realtà tutto il discorso de “prima gli italiani” mi ha sempre suonato più come un concetto puro che non resisterebbe allo studio dei casi. Perchè gli italiani che dovrebbero venire “prima”, nell’ottica dei benestanti di cui sopra, sono perlopiù zecche, straccioni e altre categorie di gente che se ne approfitta, e va benissimo parlarne in senso astratto se vogliamo, ma se per assurdo succedesse che tutti gli immigrati venissero uccisi per regio decreto entro il 31 dicembre ’17, il primo gennaio 2018 comincerebbe la caccia agli accattoni (meridionali o che so io). Personalmente  quindi la vedo più in termini di odio di classe che di scontro di civiltà, e del resto la stessa Casa Pound (per il poco che ne so) ha un modo molto borghese ed equilibrato di stare a destra.

Per quanto riguarda la responsabilità dei media, sbaglierò a metterle in correlazione ma tutto questo ritorno in pompa magna dell’odio destrorso verso i meno-qualcosa è contemporaneo alla tendenza dell’industria dell’informazione di costruirsi dal basso. Mi viene quella scena di Bowling For Columbine in cui l’operatore freelance dice che tra il benestante arrestato in un palazzo di Downtown LA e un nero con la pistola a Compton andrà sempre a filmare quello con la pistola. 15 anni dopo è ancora più bizzarro perché per esempio la foto del poliziotto che accarezza la signora a Piazza Indipendenza si inserisce benissimo in questa idea di dover creare un contenuto che abbia potenziale iconografico (tra l’altro la stessa gag dello spot Pepsi su Black Lives Matter), bipartisan o no, politicamente impegnato o no, e che il risultato finale sia una tendenza naturale ad un certo tipo di nazionalismo/classismo becerissimo.

Cercando di mettere tutto assieme, è come se fosse tutto pervaso di questo strano ottimismo tossico che viene quasi sempre e quasi solo dal basso. volendo mettere tutto assieme, i quotidiani rimbalzano contenuti user-generated che mostrano Momenti Di Piccola Poesia dentro il dramma umano, ad uso e consumo di un pubblico che è composto perlopiù da persone erroneamente convinte di non far parte di quelle classi che vengono sgomberate. Che ne dici?

No ma noi mica finiremo così. Finiremo peggio. Senza batterci e forse senza nemmeno soffrire.

SEI E MEZZO ABBONDANTE o di come faccio a mettere un voto numerico quando scrivo una recensione

Un amico FB mi ha scritto questa cosa:

Io e te siamo partiti male, però devo dire che (…) Cioè: se il nuovo Arcade Fire è da otto e mezzo -(pardon: 85/100…) – “Funeral” era da 200? The War on Drugs… Ma solo io quando li ascolto penso a un clone dei Waterboys? Poi figuriamoci se non ci scappava il votone in automatico ai Queens of the Stone Age che, lo ammetto, io non amo particolarmente. Sto poi orecchiando le varie recensioni (su Deezer, basandomi ovviamente ai riferimenti di mio gusto) e davvero non mi ci raccapezzo. Boh!

Il riferimento è ai voti numerici che vengono appioppati ai dischi sull’ultimo numero di Rumore, nel quale scrivo pure io. La questione in sé non mi interessa, nel senso che non sono stato io a recensire Arcade Fire o TWOD o QOTSA, ma solleva una cosa di cui qua e là mi è capitato di parlare spesso, e quindi VIA AL PIPPONE. Vi capita ancora di pensare ai dischi in termini di voto numerico? Di pensare ad esempio “questo disco è un 5 a dir tanto”? A me no. Mi capitava, probabilmente, all’inizio delle mie frequentazioni musicali snob. A quei tempi leggevo le recensioni sulle riviste con i voti numerici e mi facevo un’idea basata soprattutto su quel numero, ma saranno 20 anni che non penso più a quanto darei a quel disco se la musica fosse un compito in classe al liceo. E fortunatamente non ho mai dovuto scrivere in uno di quei posti che danno i voti ai dischi, o se l’ho dovuto fare erano posti in cui il voto non era poi così importante. Qui sopra ho fatto perfino una rubrica per sfottere i voti e/o darli a caso, si chiama Pitchforkiana in onore al sito che più ha prosperato sul meccanismo dei voti. L’esempio di Pitchfork, tra l’altro, è emblematico di quel che sto dicendo: ricordo diversi voti dati a un disco o all’altro, ma non mi ricordo di una singola riga di testo contenuta nelle recensioni di quegli stessi dischi; e quindi alla fine anche per i più irriducibili di questo gioco il meccanismo dei voti numerici produce una sorta di prenarrazione, una premessa culturale con cui in un modo o nell’altro tocca fare i conti. Il che non toglie che, alla fine della fiera, mettere un voto numerico a un disco sia storicamente una specie di barzelletta tirata per le lunghe, un’ignobile stronzata che non fa bene a nessuno. Ma se sei un sito o una rivista che fa critica tra virgolette “classica” quell’ignobile stronzata è l’unica cosa che rimane in testa al lettore, come se il testo d’accompagnamento servisse a fornire un contesto a quel numerino del cazzo. Da quando scrivo per Rumore, comunque, devo dare un voto ai dischi quando li recensisco. Quello che segue, dunque, è un decalogo di regole in base alle quali poi metto i voti ai dischi.

(premessa necessaria: ci sono persone molto più competenti di me in questo sport, vantano più esperienza più entusiasmo più serietà e più talento in questa cosa dello scrivere recensioni, e qualcuno potrebbe sentirsi indirettamente insultato da queste regole che vado a mettere. Mi giustifico dicendo che queste regole valgono per me, e anzi mi piacerebbe sapere quali regole utilizzate voi).

  1. LA STORIA DEL POP NON È CONTEMPLATA NEL GIUDIZIO DEL DISCO. quando tra scoppiati si parla di voti ai dischi, soprattutto negli ambienti più osservanti e seriosi (tipo il metal), salta sempre fuori un fanatico di Ratzinger che ti dice una roba tipo “7/10 A QUESTO DISCO DEL CAZZO? E REIGN IN BLOOD CHE VOTO SI MERITA? 17/10?”. Ma siamo onesti, nessuno di quelli che leggono una rivista si aspetta un voto che esprima il valore assoluto di un album nella storia del pop; primo perché la maggior parte dei dischi la storia del pop non la vedono neanche in cartolina, e secondo perché se avessi questa capacità globale di storicizzare e soppesare criticamente ogni afflato della produzione culturale contemporanea di lavoro farei il Jorge Luis Borges italiano, non il critico musicale (e calcola che io di lavoro faccio il sementiero). Ma anche in generale, se credi che ogni mese escano dischi posizionabili in uno spettro di valori che va da A Love Supreme a Zucchero Filato Nero (per non essere frainteso, sono due esempi per disco la cui portata storica gigantesca era intuibile anche il giorno dell’uscita e disco di una bruttezza così programmatica da dare immediatamente l’idea di poter diventare una pietra miliare della musica di merda) il problema è tuo, ed è un problema gigantesco, e niente di quello che potrei scrivere ti salverà dal torpore cognitivo in cui tutte quelle riviste del cazzo ti hanno fatto cadere. Senza contare che se questo succedesse, tutti gli altri dischi sarebbero intorno al sei e mezzo, e allora sì che ti romperesti davvero il cazzo di leggere le rece.
  2. NEMMENO LA STORIA DEL GRUPPO È CONTEMPLATA. posso pensare, per esempio, di dare un voto al nuovo disco degli LCD Soundsystem che gli dia un posto esatto all’interno della loro discografia (personalmente: LCD Soundsystem 50/100, Sound of Silver 68/100, This Is Happening 49/100, American Dream 59/100), ma già se mi dici di contestualizzare un disco all’interno di discografie con più di sei episodi lunghi sono in difficoltà, a meno che il disco non faccia schifo, e in quel caso si prende le bastonate. Ma non voglio essere costretto a contestualizzare un disco di gente tipo Melvins o Acid Mothers Temple all’interno del loro corpo discografico.
  3. NON SONO CAZZI MIEI QUEL CHE FANNO GLI ALTRI SULLO STESSO NUMERO. È ragionevole pensare che un disco a cui io metto 6 e un disco a cui Caio mette 8 valgano più o meno lo stesso, soprattutto dal mio punto di vista, ma io di quello che fanno gli altri non posso che sbattermene le palle. Questa cosa riguarda sia me che il direttore/caporedattore della rivista, nel senso che già è faticoso farsi consegnare le rece in tempo utile, figurati prendersi un momento per valutare per filo e per segno quei numerini del cazzo.
  4. IL MIO VOTO NON È SCOLPITO NELLA PIETRA. La forma più alta di giornalismo musicale, se sentite un giornalista musicale serio, prevede che il giornalista riesca a togliere i propri cazzi dall’equazione e riesca a giudicare i dischi in questo modo buddista in cui la musica scorre imperturbabile dentro di noi facendosi conoscere per ciò che intimamente quella musica è, ma la verità è che la maggior parte delle volte tocca scrivere le recensioni mentre stai vivendo una vita. E in certi casi ad esempio hai avuto un appuntamento con una ragazza e ne sei uscito soddisfatto al punto da riuscire ad apprezzare gruppacci tipo i War On Drugs o gli Arcade Fire, e in altri casi hai avuto una giornata lavorativa talmente brutta che perfino gli Unsane e i Melvins potrebbero pagarne lo scotto. Beh, va detto che le ultimissime cose dei Melvins fanno davvero cagare (il disco nuovo degli Unsane non l’ho ancora sentito ma mi rifiuto di pensare che possa valere meno di 10/10). Quindi il 5 di stasera potrebbe essere un 7 di domani, e viceversa, e va più o meno bene così perché alla fine della fiera SIAMO UMANI dio cristo.
  5. CERCO DI STARE IN EQUILIBRIO SUL MESE. Se per un numero devo consegnare dieci recensioni, cerco di regolarmi in modo che i voti di quei dieci dischi riflettano a grandi linee il mio gradimento per quei dischi. Questo può voler dire che magari questo mese c’è penuria e quindi i dischi si beccano voti relativamente più alti del mese scorso dove ho dovuto fare recensioni di roba che mi esaltava e –per contrappasso- stroncare cose che questo mese avrebbero preso forse sei o sette. Non ho abbastanza proiezione mentale per pensare che “sei mesi fa ho messo 7 a questo disco che secondo me era leggermente meglio di questo a cui sto dando, ugualmente, 7”. Ho riscontrato comportamenti simili in certe persone, ma credo che siano puniti dal codice penale.
  6. NON SONO UN SADICO. Se sei un gruppo piccolo e di poco valore ed esci su un’etichetta semiinesistente e qualcuno ha dovuto togliersi il pane di bocca per registrare il disco, trovo inutile e sgradevole metterti un votaccio. Questo può significare che il tuo disco non mi convince ma magari prende 5,5 o 6, e magari nello stesso numero della rivista piazzo un 6,5 al disco nuovo dei Deerhoof. Se i Deerhoof avessero registrato un disco come il tuo, gli avrei appioppato 2 o 3.
  7. SONO PREVENUTO. Sempre, comunque, a prescindere. Il voto del disco dipende dall’aspettativa in merito a quel disco, in merito a quello che in generale penso di quel gruppo, di questo scorcio di secolo e tutto il resto. Questo dipende al 30% dal mio narcisismo, nel senso che quando scrivo una cosa voglio che sembri una cosa scritta da me, e al 70% dipende dalle mie idee sulla musica, che sono ovviamente idee personalissime e opinabilissime, ma vengono prima della musica contenuta nei dischi, da cui appunto “prevenuto”. Ad esempio nell’ultimo periodo la cosa che odio di più nella musica è lo sfoggio di professionalità, la cognizione di causa, e quello che amo di più è quello che sfugge a questa logica del disco ben fatto con tutte le cose al suo posto. Questo significa che ad esempio sono molto ben disposto nei confronti dei matti che fanno dischi matti, tipo Mark Kozelek, e sono molto mal disposto nei confronti degli Arcade Fire. È chiaro che questo non significa che Sun Kil Moon verrà promosso a prescindere e gli AF stroncati a prescindere, perché sono dischi, appunto. Per me è una cosa importante perché il mio bacino potenziale di dischi è abbastanza eterogeneo (la roba che mi interessa va dal pop ultraemerso al grindgore), ma è chiaro che ascolto in modo eterogeneo perché ho una mia idea sulla musica, e siccome oggi praticamente tutti ascoltano in modo eterogeneo, direi che questa regola vale in generale. La mia opinione personale è che se qualcuno riesce ad eclissare la propria idea personale di musica per giudicare i dischi in modo oggettivo, non capisce un cazzo di musica e non bisogna fidarsi troppo, ma anche qui è un’opinione appunto personale.
  8. HO AMICI. Relativamente parlando non sono uno di quelli che scrivono per conoscere musicisti e non bazzico troppo gli addetti ai lavori, ma scrivo da un sacco di tempo e qualche amico ce l’ho pure io. A volte mi capita di dover recensire dischi fatti da amici miei, o comunque da gente che conosco, e il fatto di conoscere le persone influenza pesantemente il mio giudizio. Ad esempio non mi capita praticamente mai di stroncare malissimo il disco di un mio amico, perché contrariamente a voi io non credo nella critica costruttiva (non credo nemmeno nella critica in generale). Piuttosto preferisco passare il disco a qualche collega, e che se la veda lui/lei. E se è vero che nelle recensioni tendo a non mentire quasi mai (eccezion fatta per certe iperboli), succede spesso che la mia conoscenza di certe persone mi porti ad analizzare la loro musica secondo criteri diversi e a livelli più profondi. ad esempio pensare se tal disco riflette da vicino tal persona. E nel caso in cui io riesca a trovare i tratti personali di un mio amico in un disco, potrei esserne piacevolmente colpito, e potrei volerne parlare per quel senso di “io ho capito davvero questa cosa che han fatto i Bagigis”. Oltre a questo posso avere cognizione di quale sia stata la strada del gruppo, posso averli visti a qualche festival dieci anni fa e averli trovati persone piacevoli (è importante essere persone piacevoli).
  9. NON HO ABBASTANZA TEMPO NÉ VOGLIA. Questa è una delle cose più difficili da far capire alle persone: ascoltare un disco per valutarlo richiede un tempo, e un’energia, che spesso non ho. Questo può far sì che il mio voto al disco di tal artista o talaltro sia falsato dal non averne compreso appieno tutti gli aspetti. Riascoltando dischi che ho recensito in passato, ad alcuni di essi sono pentito di aver dato quel giudizio e quel voto. I giudizi troppo frettolosi non sono necessariamente positivi o negativi, a volte sono neutri, eccetera. Giustificare questa cosa, come detto, è difficile. Probabilmente per qualcuno il giornalismo musicale è una vocazione, e ascoltare un disco di merda 4/5 volte per assicurarsi che sia un disco di merda, oltre ogni ragionevole dubbio, è un dovere morale. Per me invece riascoltare il Christmas Album dei Bad Religion (per dire di uno dei dischi più brutti sbagliati e scemi che ho dovuto recensire) (sì, esiste un Christmas Album dei Bad Religion) significa perdere tot minuti che potrei impiegare su un disco che probabilmente è più meritevole di attenzione, più ostico da giudicare e più piacevole da ascoltare. O meglio ancora, riascoltando un disco che ho già consumato per 5 anni, che questa a quanto ne so è ancora una passione. Oltre a questo, attenzione, c’è tutta una sfera di questioni logistiche oggettive a cui anche la gente più volenterosa di me fa fatica a sfuggire. Ad esempio c’è il fatto che le riviste di carta devono sottostare a logiche promozionali più rigide, fatte di ascolti blindati che ti vengono attivati a ridosso della consegna e magari è un disco importante e tocca arrangiarsi in qualche modo, ad esempio prendendosi la responsabilità di un giudizio che –giocoforza- tocca dare dopo un ascolto o due.
  10. NON MI INTERESSA LA PROFESSIONALITÀ. Di lavoro io faccio un’altra cosa, come tutti quelli che scrivono di musica in Italia. Do la colpa all’economia: volete recensioni professionali ma non volete pagare 80 euro la vostra copia della rivista -con cui il capo potrebbe pagarmi qualcosa di simile a uno stipendio normale. Questo tra le altre cose significa che non ho sottoscritto un contratto o un codice di procedura con le riviste che mi ospitano. Il mio obbligo nei confronti di questa o quella rivista segue, come capita per quasi tutti gli altri, una commistione tra rapporti umani e comunioni d’intenti. Non mi sento praticamente mai obbligato, in termini di professionalità o competenza, nei confronti di questo o quel gruppo: scelgo di fare un disco, o mi viene appioppato un disco, e nel momento in cui io o il mio referente (nel caso di Rumore è Rossano Lo Mele) accettiamo, sono tenuto a consegnare la recensione. Ho una specie di vezzo personale: quando scrivo una recensione, cerco sempre di essere originale, di scrivere una cosa che sia un po’ più fresca di quel che leggo in giro. A volte ci riesco, a volte no. Questo però riguarda il testo. Del voto numerico non mi frega assolutamente nulla, ci metto circa tre secondi a deciderlo, e spesso mi sbaglio.

Una cosa che non c’entra col resto

L’altra sera Christian Raimo è andato ospite al programma di Belpietro, ha piantato una gran cagnara, ha agitato dei cartelli scritti a mano, e il giorno dopo ha scritto una cosa sui social. Se n’è parlato molto, può darsi che abbiate un’opinione su questa cosa (io ne ho una ma non è l’argomento di questa cosa). A seguito della cosa che ha postato Raimo, mi sono guardato la puntata di Dalla Vostra Parte

Il casino con Raimo è partito per il fatto che Sallusti, in diretta TV, ha espresso sgomento per il fatto che per diversi giorni ci sia stato, da parte degli organi di informazione, un pudore molto sospetto che impediva di dire apertamente che gli stupratori di Rimini erano neri. A un certo punto ha parlato di probabile “boldrinismo”. Poi è finito tutto in urla e cartelli e vabbè. 

Io francamente non ho sottomano i giornali dei giorni scorsi, ma stamattina ho letto un articolo di Repubblica, firmato da Vladimiro Polchi. Il titolo: 

“OGNI GIORNO UNDICI STUPRI, IN QUATTRO CASI SU DIECI L’AUTORE È STRANIERO”. 

L’ho visto condiviso su Twitter con lo stesso titolo: “ogni giorno undici stupri, in quattro caso su dieci l’autore è straniero”. Cosa ci dice un titolo così? Che ogni giorno ci sono undici casi di violenza sessuale, e che quattro o cinque di questi casi l’autore dello stupro è uno straniero. Giusto? Ok. Francamente, così a naso, pensavo di più. Così mi sono messo a leggere l’articolo, ed effettivamente i dati sono impressionanti. L’articolo inizia così: 

“Quasi 11 stupri al giorno, quattromila ogni anno. Più di un milione di donne colpite in Italia.” 

Andiamo di matematica: 11 stupri al giorno, effettivamente, vuol dire 4015 stupri in un anno non bisestile. Bravissimi. Il problema è il “più di un milione di donne” che viene dopo. O più precisamente: 

Secondo l’Istat, un milione e 157mila donne avrebbero subito una violenza sessuale nel corso della vita, tra stupri e tentati stupri.  

Un milione e 157mila donne diviso per 4015 fa circa 288. Vale a dire che se continuassimo a stuprar donne con una media di 4015 casi all’anno, ci metteremmo 288 anni ad arrivare a un milione. A quanto ne so l’aspettativa di vita degli esseri umani è di circa 80 anni, il che può voler dire due cose: ci siamo dati una regolata e stupriamo un quarto di quanto stupravamo fino a qualche tempo fa, o uno dei due dati non è attendibile. Il milione di donne che ha subito violenza, però, a me sembra attendibilissimo: vuol dire grossomodo una donna su trenta. Secondo me sono anche di più. 

Poco più sotto Polchi chiarisce. 4000 sono gli stupri denunciati. 2333 nei primi 7 mesi del 2017, leggerissimamente in calo rispetto ai primi 7 mesi del 2016. Il resto dell’articolo definisce, grossomodo, come sono divisi questi stupri. Il riassunto di tutto: in quattro casi su dieci, l’autore è uno straniero. Voglio dire, il titolo dell’articolo è il riassunto dell’articolo, giusto

No. 

Intanto perché, appunto, ogni giorno non vengono stuprate 11 persone. Non sono informatissimo sulle statistiche che riguardano le violenze sessuali, ma direi che le donne che amiamo di più stuprare stanno, la butto lì, tra i 12 e i 58 anni. Probabilmente, dal punto di vista statistico, di tanto in tanto ci piace violentare una bambina di 7 anni o una donna di 65 anni, ma direi che gli anni di età di una donna che subisce una violenza sessuale sono, in grossa parte, circa 40. Se dividete il dato Istat per 40, viene fuori che ogni anno vengono stuprate 28925 persone (ho qualche pudore a dire donneperché negli anni novanta vidi Rivelazioni). Che significa mediamente 80 persone al giorno, non 11. Non è una differenza da poco: vuol dire che il titolo di Repubblica è molto ottimistico. Se uscite la sera e pensate di avere N possibilità di venire stuprate, in realtà le possibilità sono otto volte N. Lo stesso articolo, giustamente, puntualizza più volte che il dato derivante dalle denunce non è esaustivo e che “Il fenomeno però è lontano dall’essere fotografato con chiarezza”.  

Ma quanti di questi stupratori sono stranieri? Stando al titolo dell’articolo, quattro su dieci. Cioè, se correggiamo il dato iniziale, ieri 32 donne sono state violentate da stranieri. Però, per prima cosa, il titolo non chiarisce quante di queste siano italiane. La confusione probabilmente non è voluta. Verso il fondo dell’articolo si trova il dato: il 61% degli stupratori, e il 68% delle vittime, sono italiani. Vuol dire che al netto di tutto, c’è una forbice del 7% di donne italiane stuprate da uomini stranieri.

Cosa vuol dire questo? Dipende da come si leggono le statistiche, e da come si leggono i titoli dei giornali. Ad esempio, se sei una donna italiana e sei preoccupata per la tua sicurezza, può voler dire che stando agli aggregati, hai da temere per il 93% di incontrare uno stupratore italiano e per il 7% di incontrare uno stupratore straniero. 

È un discorso intrinsecamente razzista. Il titolo, che –ripeto- secondo me è in buona fede, sottende tante cose, alcune delle quali abbastanza ridicole. Ad esempio che tra uno stupro compiuto da un algerino e uno stupro compiuto da un bolognese, quello dell’algerino sia più grave, per il motivo che –boh- li ospitiamo a casa nostra e dovrebbero farci il favore di stuprarsi le loro connazionali. Non c’è molto spazio per i dettagli, ad esempio un certo numero di vittime rumene rispetto al numero di stupratori rumeni (che vengono stuprate da qualcun altro). Ma è bello anche pensare a cosa sta dietro al dibattito, tipo “difendere il diritto delle vittime italiane a subire violenze sessuali solo da italiani”. 

Poi nell’ultimo paragrafo le dichiarazioni di Lella Palladino vanno in una direzione diversa: tutto quello che non viene denunciato, che secondo i conti sopra conterebbe per l’80% circa del totale, andrebbe a cambiare completamente i dati: sono i dati della violenza domestica, quasi sempre sessuale, in cui gli italiani sembrano essere decisamente lanciati. E che quindi, grossomodo, tutte le percentuali di cui abbiamo letto sopra sono totalmente sbagliate e hai perso tre minuti di tempo a leggere un articolo. Tanto per dire, se sei una donna italiana che legge l’articolo e sei preoccupata per la tua sicurezza, uno dei modi più efficaci di evitare di essere violentata è non sposarti. 

Ci tengo a ribadirlo: non conosco nessun dato ufficiale, commento un articolo sulla base dei dati contenuti nell’articolo stesso. E non sono un giornalista, non ho idea di come vengano fatti i titoli, di quali siano le priorità di chi. L’articolo parla di una cosa abbastanza precisa: qui in Italia ci piace molto violentare. Uso la prima persona plurale perchè siamo perlopiù io e voi, maschi italiani, ecco. Ma anche volendo assolverci, un articolo di questo tipo credo dovrebbe intitolarsi 

“Ogni giorno ci sono ottanta stupri e solo undici di questi vengono denunciati”. 

O al limite

“Ogni giorno 11 stupri. In quattro casi su dieci l’autore è straniero. No, scherzo.”. 

Ma naturalmente è meglio mettere in croce gli immigrati, che va bene tutto ma mi raccomando non facciamoci dare dei buonisti da Sallusti. 

La cagnotta di Taylor Swift

Federico Pucci

Il mercato si regola da solo, è una massima che viene estratta — a quanto mi risulta — dall’opera dell’economista americano Premio Nobel Milton Friedman. Non ho mai letto un libro di economia, ma uno dei miei primi ricordi musicali è una battaglia contro il Capitale portata avanti dalla mia band del cuore quando ero ancora un pischellino. A metà anni ’90 i Pearl Jam lottarono contro il monopolio di Ticketmaster, in particolare per il loro controllo sui prezzi dei biglietti, finendo scornati con un tour nella periferia degli Stati Uniti. Le discussioni sul costo dei biglietti dei concerti mi sono sempre risultate un po’ ostiche: da una parte non ho alcuna conoscenza in campo economico e vivo distaccato dalla plebe nel mio mondo di accrediti; dall’altra mi sembra che l’approccio populista rischi di prevalere, propugnando l’idea che uno spettatore o un giornalista (cioè, spesso, nient’altro che uno spettatore dotato di diritto di parola a mezzo stampa) si intendano profondamente del meccanismo finanziario che sta dietro la produzione e promozione di un evento dal vivo. I promoter sanno quel che fanno, no? Il mercato si autoregolerà. Per niente, e il casino si è manifestato con il bubbone del “secondary ticketing”, scoppiato a novembre 2016: a quel punto, il ticketing non era più argomento da specialisti, frequentatori compulsivi di concerti e addetti ai lavori, ma oggetto di chiacchiere da bar. E dopotutto, nei siti come Seatwave, Stubhub e Viagogo a spopolare non sono live clandestini accacì sui palchi affollati di un centro sociale, ma i grandi eventi del pop italiano e internazionale che passa su RTL, per intendersi, tipo il concerto dei Coldplay a San Siro da cui è partito tutto*.

Uno degli adagi vagamente assolutori che sono girati in questi mesi è “se la gente è abbastanza pirla da pagare 300 euro per un biglietto dei Coldplay su Viagogo, affari suoi”. La logica, di nuovo, era che il mercato in qualche modo si sarebbe regolato da solo. In realtà, fortunatamente, sono arrivate leggi che prevedono multe e oscuramenti di siti, sanzioni che forse hanno preso di mira i bersagli errati tipo Ticketone, e iniziative come i biglietti nominali che ad esempio la Barley Arts di Claudio Trotta ha fatto debuttare per il concerto dei Queen con Adam Lambert. Dall’altra parte dell’oceano Ticketmaster (che dal 2014 è proprietaria del sito di bagarinaggio Seatwave e nel 2010 si è fusa con il colosso della produzione Live Nation) ha deciso di arginare questo fenomeno con un programma chiamato #VerifiedFan: attraverso codici che si possono ottenere solo tramite iscrizione al sito, il gigante del ticketing ha cercato di arginare i bot che portano biglietti sulle piattaforme di rivendita, un problema particolarmente sentito per i concerti di grandi artisti come Bruce Springsteen, ma anche per eventi ambitissimi come il musical Hamilton di Lin-Manuel Miranda, giusto per citare due dei pochi che finora hanno aderito. 

Dopo aver annunciato il suo ritorno con un singolo bruttino e slegato che dissa Kanye West, cita ‘I’m Too Sexy’ e professa la morte della vecchia sé stessa, Taylor Swift ha deciso di scendere in campo contro il secondary ticketing a proprio modo. Reduce dal record di 215 milioni di dollari incassati per The 1989 World Tour e in attesa del prossimo giro del mondo, la popstar ha stretto un accordo con Ticketmaster per la diffusione dei suoi biglietti tramite il programma #VerifiedFan, con qualche significativa correzione nel senso di un’avidità palese e francamente oscena.

La musica è un lavoro, un’economia, ma se perfino quel ricettacolo di tecnologie cool e inutili di Mashable chiama questo accordo una “truffa”, c’è da riflettere.

Spiego bene: per poter acquistare i biglietti del prossimo e non ancora annunciato tour di Taylor Swift bisogna registrarsi al sito Taylor Swift Tix, e fin qui tutto uguale alla solita procedura #VerifiedFan.

Per chiarire subito un possibile equivoco, Taylor Swift Tix non è progettato per servizi premium tipo meet&greet, è semplicemente l’unico portale di accesso per l’acquisto. Nei mercati K e J-pop sono diffuse pratiche rivolte all’engagemente dei fan, possibilmente tramite acquisto di più copie di un album con la chance di vincere codici speciali per poter incontrare i propri artisti del cuore. Il sito qui invece parla chiaro: attività speciali e meet&greet saranno regolate in seguito, prevedibilmente con la consueta soluzione commerciale, cioè pacchetti più costosi e a numero chiuso. Comunque, per accedere alla possibilità di comprare biglietti (uff, è lungo da dire) ci sono attività «fun» la cui esecuzione comporta un aumento delle proprie chance, una vera e propria crescita del proprio status. Qualcuno ha detto gamification? Forse, ma nessuno ha spiegato esattamente quali coefficienti determinino la crescita del proprio status, detto anche “boost”. 

Quello che si sa è che l’attività privilegiata per ricevere un “boost” è l’acquisto in pre-order del nuovo album Reputation, possibilmente in formato fisico e con consegna UPS (Taylor Swift ha stretto un accordo anche con loro). Cosa impedisce a qualche malintenzionato di comprare decine di album per drogare il sistema? Tranquilli, c’è un tetto: TREDICI album per ciascuno. Dicevo delle lotterie coreane e giapponesi: in Giappone, ad esempio, il mercato dove in assoluto la musica su formato fisico tira di più al mondo, spesso l’incentivo per acquistare più di una copia sono booklet e artwork alternativi, o altri cazzilli variegati inseriti nelle confezioni. Attendiamo di sapere se e come l’artista americana premierà i fan che avranno acquistato 13 copie del suo disco. Un’altra attività “fun” è comprare merchandising autorizzato della serie #TaylorSwiftTix: chi più ne compra, più chance ha di poter comprare un biglietto. Sfortuntatamente per i genitori che avranno già speso 200 euro di copie di un cd, il campo del merchandising non conosce limite: chi vorrà comprare mille t-shirt, potrà farlo. Con tutta questa ROBA di Taylor Swift prodotta, venduta e consegnata da UPS ho come l’impressione che i regali di Natale a tema Taylor Swift saranno molto popolari.

Questa è sicuramente la parte più scottante, quella che dispiega una logica perversa secondo la quale la possibilità di acquistare un biglietto è qualcosa da meritarsi pagando un obolo all’artista. Ma per ricevere un “boost” ci sono anche quelli che chiamerei «lavoretti senza budget», iniziative di engagement gratuite che probabilmente molti fan avrebbero compiuto a prescindere: postare ogni giorno su diverse piattaforme social una notizia con apposito hashtag, possibilmente con una foto del furgone sponsorizzato UPS (non è dato sapere come sarà fatto, ma il sito assicura che “quando lo vedremo passare lo riconosceremo”). Un’altra tecnica, che risale ai gloriosi tempi del marketing multi-level, o vendita piramidale, è quello di far iscrivere al portale Taylor Swift Tix amici e familiari: il codice si può condividere una volta al giorno, ma non si parla di limite di iscrizioni, quindi preparatevi a essere impezzati. Infine, ultima tecnica a sbafo, si può guardare fino a 5 volte al giorno il lyric video sul portale: ma attenzione, senza skippare, ché Taylor vi osserva (davvero, il sito dice che il videoclip va visto dall’inizio alla fine, mi chiedo se controllino anche il volume come alcuni pre-roll inquietanti).

«Allora vedi, ci sono tanti modi gratuiti per poter comprare i biglietti!». Certo, però il “greatest boost” resta comprare il disco, e così il numero 1 dell’album in tutte le classifiche è assicurato.

«Vabè, ma mica sarà obbligatorio?». No, ma è caldamente consigliato: come le microtransazioni di molti videogame, che non sono necessarie e rompono le palle a tutti, ma fanno comodo e così fatturano comunque centinaia di milioni di euro all’anno solo in Italia.

E tutto questo solo per poter comprare un biglietto, ripeto, non per meet&greet e altri servizi premium, che si pagheranno a parte. Ma che vuoi che sia? Non si scatenerà una corsa al biglietto per la popstar più popolare al mondo! Ah sì, perché la truffa di Taylor Swift Tix vale anche fuori dagli USA, ma non è ancora chiaro dove. Forse anche in Italia, dove il precedente The 1989 World Tour non è passato, e dove già da gennaio si attende il debutto di Ticketmaster Italia?

Tornando al principio del discorso, non avrei problemi a veder sobbollire nella loro idiozia i fan disposti a pagare centinaia di euro per poter avere l’umile privilegio di comprare un biglietto: che mi frega, in genere io a questo tipo di concerti vengo accreditato per lavoro. Quello che mi turba è la possibilità che il modello funzioni e si trasformi in un’arma pericolosissima per la diffusione della musica. In questo modo i bagarini sono combattuti con le loro stesse armi: esclusione e prezzi alti. Si gioca sull’idea che i veri fan siano disposti a tutto pur di vedere la loro icona, ed è vero, ed è — diciamo — bello, o affascinante, è ciò che rende la musica così vicina ai culti religiosi e così distante da tutte le altre forme d’arte. Eppure un limite deve esserci, e la truffa di Taylor mi lascia intravedere un mondo in cui la musica dal vivo è cosa per pochi, abbienti e fanatici, e sempre meno un’esperienza condivisa, la chiave di volta di un “poptimismo” che mi pare sempre meno dominante.

Alla fine i Pearl Jam sono tornati a farsi vendere i biglietti da Ticketmaster, si fanno produrre i concerti da Live Nation, e riempiono arene e stadi.  

 

 

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*Quest’estate sono andato alla prima delle due date al Meazza dei Coldplay: fuori dai cancelli ho intervistato 20 persone a caso e nessuna mi ha detto di aver nemmeno visto i siti di secondary ticketing. Al di là del campione statistico insignificante, mi chiedo: il bubbone era una bolla? O la gente paga centinaia di euro come votava Berlusconi e prima ancora la DC?

100 canzoni italiane: I TRENI DI TOZEUR

Enzo Baruffaldi
www.polaroid.blogspot.com

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All’inizio dell’estate del 1984 I treni di Tozeur è al primo posto nella Hit Parade dei singoli più venduti in Italia. Io sto camminando verso il bar sulla spiaggia tenendo per mano mio nonno. Abbiamo appena finito di cenare, lui arriva fino al bar per prendere il caffè e fumare una sigaretta di nascosto da mia nonna. Io mi siedo a uno dei tavolini e, se il televisore in alto nell’angolo è acceso, guardo le repliche di Spazio 1999. Il comandante Koenig corre sempre contro il tempo, e le astronavi (le Aquile!) esplodono mentre si levano in volo dalla Luna. 

Il mese prima, Alice e Battiato avevano portato I treni di Tozeur all’Eurofestival in Lussemburgo. Erano arrivati soltanto quinti ma per molti erano stati i veri vincitori morali, oltre ad aver ottenuto il maggiore successo di vendite di quell’edizione. Io e mio nonno camminiamo tenendoci per mano sul sentiero di larghe mattonelle di cemento, intorno siepi basse, una fila di pini marittimi davanti ai bungalow, uno spiazzo di ghiaia e sabbia che di giorno è pieno di automobili. Mentre camminiamo il cielo è ancora pieno di luce azzurra dopo il tramonto, l’edificio poco più avanti è bianco e arancione. Il vento che soffia dal mare, le cui onde scure intravediamo appena tra le file di ombrelloni già chiusi, trasporta la musica del juke-box del bar, e sento arrivare, tra quella luce e il soffio salmastro dell’acqua dell’Adriatico, il ritornello eterno di I treni di Tozeur:

“e per un istante / ritorna / la voglia di vivere / a un’altra velocità”. 

Se mai la mia vita ha registrato una velocità a cui ritornare, ha fissato e inciso per sempre un desiderio primo come unità di misura per tutto quello che è sopraggiunto poi, è stato lì: in quell’istante trasparente di una sera d’estate appena cominciata, nella musica portata dal vento, camminando senza fretta, vestiti bene per uscire dopo cena. “E un ricordo di me / come un incantesimo”. 

Nella Top Ten di quella settimana I treni di Tozeur batte hit internazionali come Relax dei Frankie Goes To Hollywood, Jump dei Van Halen, Big in Japan degli Alphaville e lo strepitoso esordio della seconda vita di Raf, Self Control. È l’estate in cui escono Born In The USA di Springsteen e People From Ibiza di Sandy Marton. Il Festivalbar lo presentano Claudio Cecchetto e Ramona Dell’Abate, e lo stravince Fotoromanza di Gianna Nannini. Sulla Rai va in onda “Un disco per l’estate” da Saint Vincent, condotto da Barbara Bouchet, Jocelyn, Anna Pettinelli e Mauro Micheloni. Lo vincerà Tony Esposito con Kalimba de luna, ma intorno al televisore dei nostri vicini di casa del mare noi restiamo sbigottiti per un allucinato e disgustato ragazzo biondo platino, Billy Idol che canta in playback Eyes Without A Face

È l’estate delle Olimpiadi di Los Angeles, dopo quelle invernali di Sarajevo. In Italia è al governo Craxi, a giugno muore Berlinguer. Io e mia sorella ascoltiamo l’Hit Parade di Radio 2 stesi sul letto a castello il sabato pomeriggio, gli scuri mezzi chiusi, la sigla con il conto alla rovescia (in inglese!) e poi, “ignition”, parte un razzo e si schianta tutto. Nessuno di noi due sa dove si trovi Tozeur, né capisce perché proprio là costruiscano astronavi dentro chiese abbandonate, ma l’assolata idea di quei solitari villaggi di frontiera, di quel treno che passa lento e se ne va lontano, riempie per sempre il senso di quella vacanza, la distanza inseguita dentro il tempo di ogni vacanza da allora.

Della strada di quella casa in ombra ricordo ancora la Fiat Ritmo cabrio rossa scintillante, la Matra della famiglia di Milano, che sembrava pronta per un safari e che invidiavo tantissimo, e la mia preferita: una Mehari sempre piena di fango, secchi e corde, di un pescatore di Porto Garibaldi. Un ragazzo arriva sopra una Vespa e aspetta seduto sulla staccionata che la ragazza scenda, e lei si affaccia dal balcone con i capelli ancora bagnati e gli urla ridendo “dimmi che sono bellissima”, mentre passiamo camminando io e mio nonno, per mano. 

I treni di Tozeur rappresenta l’apice della collaborazione di Alice, Franco Battiato e Giusto Pio. Certo, tre anni prima avevano vinto un Sanremo con l’altezzosa Per Elisa, canzone di cui all’epoca ignoravo le possibili allusioni all’eroina. Messaggio è un fantastico esempio di come gli Anni Ottanta fossero capaci di rileggere e rinnovare la musica dei Sessanta, aprendo la strada al capolavoro dei Righeira, L’estate sta finendo, di qualche anno dopo. Chanson Egocentrique è tra le espressioni più sofisticate mai apparse nel pop mainstream italiano, e ha davvero del miracoloso come nel 1980 sia potuto diventare un tormentone Il vento caldo dell’estate. Ma, per me, è con I treni di Tozeur del 1984 che ogni elemento raggiunge la compiutezza: il contrasto tra i vasti archi morbidi e l’equilibrata struttura sintetica rispecchia l’intreccio delle due voci di Alice e Franco Battiato dentro quella melodia malinconica (che, avremmo scoperto da grandi, nasconde citazioni di Mozart). Il rapidissimo crescendo che precede il ritornello insegue la scossa improvvisa del desiderio. Ma il gesto più semplice e decisivo è già tutto alla fine della prima strofa, quando il cantautore siciliano si tira indietro proprio sulla parola “Tozeur”, pronunciata all’unisono, e in un cross-fade perfetto fa emergere la limpida voce di Alice, e lascia che sia lei a condurre: è lì che la canzone mostra tutta la sua eleganza e la sua commovente poesia. Come se dentro quella melodia malinconica in fondo a un juke-box le voci si prendessero per mano, e a un certo punto si lasciassero per proseguire.

 

100 canzoni italiane: LA CANZONE DEL SOLE

 

La prima volta che lessi di tutte le minchiate imposte da Battisti ai suoi dischi tardivi fu leggendo un articolo su Sorrisi e Canzoni o il Radiocorriere TV, che mio babbo comprava tutte le settimane -o uno o l’altro, mai tutti e due. O più probabilmente era su una di quelle riviste di moda con pretese minimal e colonne di testo striminzite su poderose distese di carta bianchissima che mi capitava di leggere dal dentista o dal barbiere mentre aspettavo il mio turno. L’anno era abbastanza evidentemente il 1992; dentro c’era un servizio sull’ultimo disco di Lucio Battisti, Cosa succederà alla ragazza. Non so dire di preciso a che stadio fossi con la mia cultura musicale ma sono certo che Battisti, già allora, non ne faceva parte.

 

Il servizio non era proprio un servizio sul disco. Era più che altro un elenco delle paranoie di Battisti per quanto riguardava la promozione del disco -o meglio: la risolutezza di Battisti nel proibire ogni tipo di promozione del disco. Il/la giornalista snocciolava qualche impietoso dettaglio, il racconto di una normale giornata negli uffici di -credo- Columbia. La scena è simile a quella di Johnny Cash che entra negli uffici della sua etichetta in total black, interpretato da Joaquim Phoenix. Anche il Battisti tardivo è abbastanza interpretato da Joaquim Phoenix; viene fatto accomodare nell’ufficio di competenza e consegna all’executive il nuovo disco con tanto di copertina già decisa -un foglio bianco del cazzo con sopra scritto a penna l’acronimo del titolo (C.S.A.R.). Clausola: la scritta dev’essere di quelle esatte dimensioni, in qualsiasi edizione del disco -quindi ad esempio il CD e la musicassetta dovranno contenere un ritaglio dell’immagine. Nessun tipo di promozione, niente pubblicità, niente promo radio né niente. E poi mi pare di ricordare che ci fosse qualche considerazione sul perché Battisti si ostinasse su questo silenzio stampa. Questo è più o meno quel che mi è rimasto in mente, e la memoria potrebbe tradirmi su uno o più dei punti di cui sopra. Non so se sia vero, e non credo di avere mai visto una copia fisica di CSAR in un negozio. In assenza di Battisti, comunque, i giornalisti si avventuravano saltuariamente nel racconto di come fosse impossibile fare un articolo su di lui e sul suo nuovo disco, nonostante all’epoca il cantanutore fosse ancora un punto di riferimento, forse IL, il nome a cui si pensa per primo quando si parla di canzone italiana. Ed oltre a questo era ancora uno dei cantautori più attuali, quelli la cui musica veniva più commerciata scambiata citata e discussa. Solo, non era la musica che stava facendo in quel momento.

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Dicono che i video musicali siano nati per una questione di convenienza: piuttosto che spedire un gruppo americano in Germania a promuovere il disco nei programmi del pomeriggio, li si filmava nella loro città e poi si spediva la pizza a tutte le redazioni del mondo. Oggi il video è considerato un mezzo di espressione cruciale ed è una cosa che viaggia per canali suoi, su piattaforme dedicate, e spesso si rivolge ad un pubblico di riferimento specifico, che se non hai fatto il video non ha interesse ad ammetterti dentro il suo orizzonte culturale. Qualsiasi innovazione tecnologica ha dato possibilità e ha tolto possibilità alla musica. Quelli che hanno attraversato più epoche musicali hanno la possibilità di scegliere se provare a vedere il futuro, vivere con gioia il presente o rimpiangere il passato. Ognuna di queste scelte ha pregi e difetti, non è che provare il futuro sia meglio che rimpiangere il passato -dipende più che altro da come la racconti. Molte persone per esempio hanno scoperto Battisti sfilando certi dischi pazzeschi dalla collezione del babbo, e questo ha contribuito a creare una cultura sotterranea di Battisti come una specie di corrispondente italiano dei Beatles, nel senso di dischi belli che erano già in casa nostra e che avremmo potuto apprezzare appieno solo nella maturità. Io questa cosa non l’ho mai avuta. Mio babbo non collezionava dischi, anche se tutto sommato era abbastanza un fan di Battisti, della sua percezione di Lucio Battisti (uno dei due cantanti che avevano rivoluzionato la musica italiana, come diceva lui) (l’altro era Modugno). Ma io personalmente ci sono arrivato in un modo più sputtanato. Una serata tra amici una chitarra e uno spinello, come cantavano gli Elio. Situazione boyscout/parrocchiale, divertimento coatto. Uno dei presenti possiede una chitarra acustica la sa suonare, gli altri scelgono le canzoni. Il repertorio rispetta due criteri: il chitarrista deve conoscere più o meno gli accordi della canzone, gli altri devono conoscere più o meno le parole. Negli anni trenta probabilmente si cantavano le canzoni fasciste o quelle degli alpini o gli stornelli di paese, poi è uscita La canzone del sole e credo che a quel punto sia cambiato più o meno tutto.

 

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Ho una storia punk-DIY su Lucio Battisti. Era un Italian Party, mi pare nel 2006. Gli Uochi Toki eseguirono un pezzo che a un certo parlava (male) di Battisti. E poi salirono i Fine Before You Came, che si dissociarono da quello che avevano detto gli Uochi Toki su Battisti. E poi salirono gli Anna Karina che si dissociarono dal fatto che i FBYC si erano dissociati. A un certo punto suonavano anche i Canadians, ma probabilmente a loro di Battisti non fregava un cazzo e non dissero nulla in merito. Fine della storia punk-DIY su Lucio Battisti.

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Non ho una grandissima opinione della musica di Battisti, sono disposto a riconoscerne le indubbie qualità musicali ma non è mai stata roba mia. Nel corso degli anni ho ascoltato praticamente tutto quel che ha fatto, senza tirarci mai fuori un disco da isola deserta. Certo come tutti sono stato spazzato via dal primo ascolto di Anima latina, ma al quarto ascolto ne avevo a basta. Preferisco piuttosto alcune cose dei dischi di pop espressionista che l’hanno seguito -a me sembra roba espressionista, magari è postprogfusion ripensata, non mi interessa, non è roba mia. Ne sento l’eco, come più o meno tutti, in certe espressioni di canzone italiana evoluta del sottobosco italiano attuale, ma personalmente intuire echi tardobattistiani nella musica attuale significa quasi automaticamente prendermi male per un disco -Iosonouncane, Sinigallia, quella roba lì che piace a tutti gli indiesnob: ne riconosco volentieri le qualità ma non ce la faccio, davvero, mi sento culturalmente spompato dopo il terzo minuto. Però Battisti mi piace un casino. Se si parla di Battisti mi prendo istantaneamente bene. La ragione è extramusicale: l’epopea umana e legale di Battisti da metà anni settanta in poi, che immagino sarete d’accordo nel definire uno dei più esaltanti viaggi alla scoperta di sé che la canzone popolare italiana abbia mai conosciuto.  

Mio babbo diceva che Battisti lo avevano tagliato fuori perchè era di destra. Io a quei tempi non ne capivo moltissimo di politica ma Battisti usciva fuori anche dai tombini, quindi boh. Credo che mio padre parlasse di una sorta di confronto sociale di cui c’era una percezione reale anche nei contesti più paciocconi e bonari dell’Italia di quegli anni, tipo la Romagna Che Lavora. Negli anni a venire ho letto dicerie sul fatto che Battisti non fosse fascista, e sembravano più o meno fondate quanto quelle sul fatto che fosse fascista. Pare che lui non avesse mai voluto chiarire l’equivoco per fare sì che fosse la sua musica a parlare. Non so se sia stato il primo a dire questa cosa ma negli anni successivi è una cosa che s’è sentita dire parecchio, e quasi sempre a sproposito. Ma applicata a Battisti diventa anche e soprattutto uno specchio degli anni in cui queste dicerie serpeggiavano e definivano una parte della fascia d’ascolto, inevitabilmente segnata da un’appartenenza politica/ideologica/mentale: se qualcuno non c’era dentro non era nemmeno da prendere in considerazione. Oggi siamo molto migliorati sotto questo aspetto: i blocchi mentali sono stati sostituiti dalla cultura dell’inclusività, dall’idea che va bene tutto o che tutto può andare bene, niente viene tolto dal discorso a prescindere. L’orizzontalità, dal punto di vista politico, ha enormi vantaggi e svantaggi: il dialogo coinvolge tutti, ma bisogna parlare una lingua un po’ più semplice, e a forza di insistere su questi concetto siamo arrivati a dire le stesse cose che si dicevano nel 1934.

Non so se l’avesse previsto o meno, ma Battisti ha scelto di non far parte di questo giochetto. Di lui, da un certo punto in poi, si conosce soltanto una serie infinita di rifiuti e porte chiuse. La sua sparizione è tutt’altro che un capriccio, un processo di chiusure progressive e sempre più evidenti che culmina in uno stato di reclusione autoimposto dall’80 in poi -grossomodo, il periodo in cui smette anche di collaborare con Mogol. La sua morte arriva più o meno in sordina una quindicina d’anni dopo, e da lì in poi la sua eredità artistica e commerciale è gestita da Velezia/Grazia Letizia Veronese, che da decenni si muove con un accanimento allucinato per impedire che la musica e il nome del marito siano utilizzati in-qualunque-contesto.

A un certo punto della nostra storia il cantautorato e la musica pop erano più o meno la stessa cosa, una cosa che i barbogi di quella generazione continuano a sbattere in faccia a tutte le generazioni successive alla loro, più o meno come i barbogi inglesi continuano a rompere il cazzo con gli Zeppelin e gli Stones. Aaah, il FABER. Aaaah, LUCIO DALLA. Aaaaah, BATTISTI. Forse le cose a quei tempi erano davvero diverse, i musicisti volevano fare le canzoni, e magari avevano una vocazione maggioritaria -arrivare al pubblico grosso, posizionarsi sulle mappe della cultura, qualcosa del genere. Forse per la loro epoca erano dei rivoluzionari, ma fuori dalla stagione più eccitante -che io personalmente non credo di aver vissuto- sono stati inchiodati da una storiografia del cazzo, da una critica che forse non era così capace di pensare (o pensarsi) in grande, di superarli (o superarsi). Il risultato è che ancora oggi la stampa istituzionale continua ad essere pimpante e sul pezzo quando escono i remaster di certi classici del rock o i pezzi risuonati di De Gregori, e giudica tutto partendo dall’assioma che tutta la roba figa sia già successa. Ma bene o male, per quanto riguarda la maggior parte dei cantautori, la base è comunque una storiografia classica: magari era un’analisi critica muffosa datata e poco lungimirante, ma era comunque un’analisi critica, un tentativo di parlarne seriamente. Lucio Battisti invece ha conosciuto lo step successivo di questa cosa, che secondo il canone corrente è l’onore più alto che si possa concedere alla musica: la gente canta le sue canzoni in cerchio attorno a un fuoco, sbaglia i ritornelli, sbaglia l’entrata sulla strofa (“Le biciclette abbandonate sopra il prato e poi è impossibile da infilare bene se la state cantando in 30). La sua roba viene tramandata anche attraverso le musiche nei giochi dei programmi di famiglia, quelli di Michele Guardì tipo. Le canzoni di Battisti sono anche musiche d’attesa nei centralini, infinite versioni-presaperilculo degli originali, cover di merda, jingle un po’ cambiati per gli spot. Non sono in molti a vedere la loro musica diventare questa roba qui. Credo che Battisti non fosse preso particolarmente bene di questa cosa.  

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Non è stata la mia generazione a sdoganare la cultura di massa, noi siamo solo riusciti a sovrinterpretare il lavoro critico della precedente. La cultura pop è affascinante, coinvolgente e a buon mercato: è il suo lavoro. Ma trarre piacere da espressioni culturali non-pop, una volta finiti dentro ai processi mentali del pop, è quasi impossibile, può succedere solo dopo aver compiuto uno sforzo intellettuale che col passare del temop è sempre più faticoso. Io ad esempio non ho più la forza di guardare i film dove non succede nulla. Ho avuto una fase di amore assoluto per quel tipo di cinema statico e contemplativo, ma a un certo punto sono riuscito ad inserire certi registi in quel discorso -che ne so, John McTiernan- e dieci anni dopo non riuscivo più a guardare un film senza omicidi. Il mondo ha seguito la stessa parabola in ogni campo, ma oggi persino John McTiernan non riesce più a girare dei film. Pensate solo a come sono strutturati i principali organi di diffusione culturale oggigiorno: non so voi, ma a me non capita mai di vedere una rivista e non sapere chi sono le persone di cui si parla negli articoli principali. L’algoritmo di Facebook predilige le discussioni vivaci, che all’atto pratico sono quelle in cui tante persone hanno già un’opinione. Su Twitter hai 140 caratteri a disposizione per far passare un concetto. Su Instagram funziona la piccola invenzione: dieci buone idee piuttosto che una geniale. Decenni col vento in poppa su questa impostazione hanno fatto sì che la “popolarità” di una cultura diventasse una specie di dogma: le statistiche servono a certificare la bontà dei prodotti. Non è una cosa di internet, in ogni caso. Per quanto potessi rendermene conto nei primissimi anni novanta, l’ostinata assenza di Battisti era considerata il vezzo di un eccentrico scoppiato che poteva permettersi di campare coi diritti d’autore. Ma Battisti per sparire ha fatto sostanzialmente tre cose: si è chiuso dentro una casa, ha fatto crescere la siepe attorno al cancello e ha smesso di rispondere al telefono. Oggi una sparizione alla Battisti non potrebbe nemmeno essere pensata, è proprio diverso il meccanismo della presenza -e quindi dell’assenza. .

(nel momento in cui scrivevo questo passaggio, Guè Pequeno stava facendosi una raspa su Instagram Stories)

La cosa più fascinosa della Canzone del sole è che il suo testo ha travallato quarant’anni oltre il contesto sociale e politico che l’ha concepita. La canzone del sole ha uno dei testi più sgradevoli della storia: un maschio descrive la difficoltà di accettare la crescita sessuale (e intellettuale) di una sua fiamma di quando erano quasi-bambini. Probabilmente già all’epoca era un testo piuttosto indietro, che trova una blandissima giustificazione culturale se lo si guarda da un’ottica impersonale -cioè se si pensa che Mogol non stesse parlando di se stessi ma criticando gli altri. Quello che è stupefacente è ciò che è successo unendo il testo agli accordi: il fatto che fosse una sequenza così facile da imparare per i chitarristi alle prime armi, ha fatto sì che La canzone del sole entrasse a far parte di una hit parade da oratorio che dopo 40 anni e passa è ancora lì a dar mostra di quella stessa sessuofobia. Ma per contrappasso molti membri dell’intellighenzia culturale italiana dal ‘72 in poi sono riusciti a limonare duro per la prima volta in situazioni da oratorio, magari appartandosi mentre gli altri continuavano a cantar Battisti -e questo ha posto le basi del superamento di quella stessa sessuofobia, di quel maschilismo represso e a buon mercato, inaugurando un processo culturale che ci ha portato all’account Instagram di Guè Pequeno. Ok, forse è un volo pindarico, ma questa è 100 Canzoni Italiane e da quando ho iniziato a farla ho imparato una cosa sola: le canzoni che hanno definito la storia di questo paese, l’hanno fatto per puro caso.

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Girava questo libro con gli accordi e i testi delle canzoni, serviva fondamentalmente a creare coesione all’interno dei gruppi cattolici. Le selezioni all’interno di questo libro definivano il grosso del repertorio che veniva cantato in cerchio assieme agli altri mangiatori di ostie/abbracciatori di alberi. Nessuna di quelle canzoni ha la forza sufficiente a mantenere intatto il proprio fascino dopo essere aver subito il trattamento del coro. Ad ognuna di queste canzoni riesco ad assegnare un punteggio nella Scala Cric. La Scala Cric è una scala decimale che stabilisce precisamente l’entità della voglia di prendere un cric e distruggere cose nel momento in cui quella canzone inizia a venire diffusa. La Scala Cric va da 0 Cric (Robert Baden-Powell) a 10 Cric (Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia). Una rapida carrellata di alcuni dei principali successi da campeggio in Scala Cric:

Nomadi, Io vagabondo: 10 Cric

(Probabilmente Io vagabondo è la canzone italiana che odio di più in assoluto, il più scalcinato e depresso pezzo d’immaginario che la controcultura italiana abbia mai prodotto. Contiene in sè quasi tutte le premesse che portarono alla svolta della Bolognina e a tutte le svolte successive, e non a caso resiste ancora -e anzi prospera- nei pianobar delle poche feste dell’Unità rimaste.)

 

Vasco Rossi, Colpa d’Alfredo: 6 Cric

(Vasco Rossi è probabilmente l’unico artista italiano la cui musica è meglio cantata nei cori della parrocchia che in qualsiasi altro contesto, ma non so decidere se questo sia un merito o una colpa)

 

Francesco Guccini, Canzone per un’amica: 4 Cric

(in parrocchia non la si riusciva mai a finire perchè qualcuno pensava portasse sfiga, e questo le ha permesso di rimanere quasi sopportabile)

Fabrizio De Andrè, Il pescatore: 6 Cric

(a dispetto di dieci anni di anticlimax personale col FABER si salva, relativamente parlando, perchè la maggior parte della gente, me compreso, non aveva la più pallida idea di che cazzo parlasse il testo)

 

Fiorella Mannoia, Il cielo d’Irlanda: 9 Cric

(a dispetto della relativa giovinezza della canzone è una delle più insopportabili per via del mirabile mix di pacifismo, terzomondismo, luoghi comuni e quel terribile skill della Mannoia di cantare laggata di 4 microsecondi rispetto alla base)

 

883, Come mai: 7 cric

(la mia incondizionata adorazione per i primi 883 non basta a cancellare il ricordo di quella cazzo di overdose da Come mai che fu l’estate del ‘93, prontamente riversatasi nel repertorio del coro parrocchiale)

 

Marco Ferradini, Teorema: 3 cric

(salvata da questioni di epica intrinseca, per via di tutta la storia della meteora-Ferradini. La svolta telefonatissima della terza strofa ha impedito che diventasse un inno machista e un po’ mi dispiace)

 

Edoardo Bennato, Il gatto e la volpe: 9 cric

(Bennato è presentissimo in questi contesti corali: almeno L’isola che non c’è e Sono solo canzonette fanno parte del repertorio hardcore dei cori parrocchiali. Questo la dice lunga sul disimpegnato cattocomunismo intrinseco alla sua opera, di cui del resto Sono solo canzonette è l’inno ufficiale, spero di parlarne per esteso prima o poi. Ma Il gatto e la volpe è comunque una classe a parte del fastidio)

 

Dario Baldan Bembo, L’amico è: 8 cric

(questa fu pensata scientificamente per finire in contesti di volemosebbene collettivi, contiene ogni ingrediente pensabile per renderla un inno alla cooperazione e al pensare positivo, compreso il geniale O-O-O-O-O-O-O che la rende cantabile anche allo stadio. È talmente spudorata che quasi si salva, quasi)

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La canzone del sole arriva a 6 cric.

 

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Copio due righe che avevo già scritto tempo fa: l’espressione “diritto d’autore” oggi identifica non tanto i diritti di un autore in merito alla sua opera, quanto piuttosto una somma di denaro che viene versata all’autore perchè non eserciti il proprio diritto morale sull’opera stessa. Il tacito accordo sulla musica che i cantautori del livello di Battisti sottoscrivono si basa su una prassi secondo cui io ti verso dei soldi (pochi o tanti, a seconda) e tu non mi rompi il cazzo su come uso la tua musica. Succede in generale con tutte le questioni editoriali: se una rivista ti commissiona un articolo in cambio di una somma di denaro -spesso offensiva, boh, 30 euro lordi- a un certo punto esce fuori l’espressione “cessione dei diritti”. Non ci si guarda mai di fino, è burocratese, ma è anche un po’ agghiacciante. Nel momento in cui Grazia Letizia Veronese si scaglia quasi aprioristicamente contro qualsiasi utilizzo dell’opera del marito si fa carico di una visione alternativa, quella secondo cui un autore potrebbe esercitare un proprio diritto su un’opera, e potrebbe farlo a prescindere da quanti siano i soldi in ballo. La causa tra Mogol e Acqua Azzurra viene raccontata spesso dai cronisti in termini di sostanziale incredulità: più che dare il conto delle ragioni di una e dell’altra parte, si tende a fare un tendono a scagliarsi sull’assurdità dei veti posti da Velezia, o si appellano al sacro bisogno di non dimenticare l’eredità storica di Lucio. Ma forse Battisti aveva visto prima di tutti dove cazzo va a finire tutta questa roba, e se vi è capitato di guardare i tributi al FABER sapete già che è un posto bruttissimo. Io per sicurezza farei due passi indietro, tutti quanti.

Un approccio più borghese al problema dell’okkupazione a BOLO vez

I primi di aprile la Pepsi si trovò costretta a ritirare il suo ultimo spot per via de “l’ira dei social”, come la chiamano i giornali. Lo spot metteva in scena una manifestazione per i diritti civili, dalle forte connotazioni razziali: Kendall Jenner sta posando per un servizio su un lato della strada, si toglie la parrucca, si unisce alla manifestazione, guadagna le prime file, offre una Pepsi a un poliziotto in antisommossa, tutti sorridono si abbracciano e gridano olé. È un videoclip talmente assurdo e sbagliato da sembrare un documento importantissimo della nostra epoca, come se fosse riuscito ad unire l’impeto gradasso da multinazionale anni ottanta a quell’estetica del montaggio serrato anni dieci, alla Romain Gavras. Il dibattito sulla cultural appropriation fino al giorno prima era tre livelli sotto. Ecco, Kendall Jenner che offre la Pepsi al celerino è la prima cosa a cui ho pensato quando ho visto questa foto qui sotto, scattata la mattina dell’8 agosto a Bologna.

Il presente della Bologna occupata è piuttosto grigio. Ieri mattina (l’8 agosto è una data abbastanza significativa in città) la questura ha eseguito lo sgombero in contemporanea di Crash e Labas, due delle pochissime realtà autogestite rimaste in città. Al Labas sono seguiti scontri, di cui s’è vista qualche foto e qualche video. Stamattina prendevo il caffè al bar e ho letto l’articolo a commento sulla Stampa, firmato da Alberto Mattioli. L’articolo si intitola “La città dell’eterno Settantasette resta senza spazi occupati”. Nel contesto generale dell’informazione italiana è un articolo abbastanza standard, ma alla fine mi sentivo come dopo aver guardato lo spot della Pepsi: c’è una visione del mondo che esce fuori dall’articolo e che –pur essendo completamente irragionevole- sembra essere la base del dibattito di oggi. Mi permetto di copiare alcuni spezzoni e di mettere qualche riflessione mia, a volte legata e a volte no.

Adesso c’è chi evoca il fantasma del Settantasette, con i carri armati di Kossiga che scendono per via Zamboni. Esagerati. Però ieri mattina, in via Orfeo, centro quasi pieno, è stata guerriglia. La polizia è arrivata in forze per sgomberare il Làbas, centro sociale che occupa(va) l’ex caserma Masini, adesso di proprietà della Cassa depositi e prestiti che vorrebbe venderla.”

L’inizio è già piuttosto travolgente perché mette in scena una premessa, un modo di pensare che è spesso inconscio ma diffusissimo anche tra di noi, quell’atteggiamento un po’ blasé verso gli scontri di piazza. La premessa secondo cui sì forse c’è qualche isolato focolaio di protesta boh sì dai anche legittimo se vuoi ma questo non è né il Venezuela né il 1977, la polizia ha smesso da tempo la forma mentis intimidatoria e anticomunista e la base sociale abbia perso da tempo qualunque ragione di tirar su barricate. Nell’articolo sono presenti diversi riferimenti a questo tipo di sufficienza.

Sul fronte politico, il sindaco Pd, Virginio Merola, ieri in Sardegna, si chiama fuori: l’operazione è stata decisa dalla magistratura e attuata dalla questura, quindi «non ho titolo per interferire». Però promette «una soluzione alternativa» per il Làbas. Dall’opposizione tuona Lucia Borgonzoni, la sfidante leghista di Merola: «Il problema è che in Comune gli occupanti sono interlocutori più considerati di chi paga le tasse». 

Questo passo non è tanto significativo di per sé, quanto per il fatto che né le frasi di Merola né quelle della Borgonzoni sono commentate nell’articolo. Entrambe le dichiarazioni sono piuttosto stupide, tuttavia: la Bergonzoni definisce “interlocutori privilegiati” dei tizi che nelle stesse ore stanno venendo sgomberati a manganellate. Merola dichiara pubblicamente una cosa molto più grave, le cui implicazioni sono potenzialmente infinite: la sua amministrazione non ha alcun potere sulle questioni legate agli immobili della città. Questo tra l’altro è lo stesso atteggiamento di repressione-non-repressione che Atlantide e XM24 denunciano da anni: i referenti teorici dell’amministrazione che mischiano disponibilità al dialogo e declinazione-di-ogni-responsabilità per rendere il confronto inutile in maniera sistematica. Come a dire: io con voi ci parlo anche ma se poi arrivano coi manganelli non è colpa mia. Se un sindaco non viene interpellato e non ha responsabilità alcuna in merito agli sgomberi nella città da lui amministrata, in cosa consiste di preciso la sua autorità? Perché si dovrebbe spendere tempo soldi ed energia per votarlo?

Qui però bisogna intendersi. Perché il Làbas era un centro sociale «buono», che offriva attività culturali, un laboratorio per i bambini, un mercatino biologico e un letto a qualcuno che non l’ha (a proposito: da ieri, sono a spasso una ventina di migranti in più). Ne parlava bene perfino l’ex presidente del quartiere, Ilaria Giorgetti, ed è una notizia perché la signora è di Forza Italia. (…)  Conferma Bruno Simili, vicedirettore della rivista del «Mulino», grande patrimonio culturale bolognese: «Il Làbas non va confuso con i gruppuscoli che cercano visibilità occupando spazi nella speranza di farsene buttare fuori. È, o era, un luogo frequentato anche dalla borghesia del quartiere».  

È nel momento in cui l’articolo prende le difese di uno dei posti che inizia a delinearsi davvero lo scarto tra un mondo e il racconto di quel mondo.

Se avete seguito gli sgomberi di ieri avrete notato che lo sgombero del Labas ha fatto molto più rumore di quello, contemporaneo, del Laboratorio Crash. Questo nonostante il Crash sia presente e attivo in città da molto più tempo del Labas. La ragione principale è che il Labas era considerato da moltissimi un esempio virtuoso, positivo, di occupazione. È questa la principale tematica oggi, la contrapposizione tra virgolette ideologica di due modi di occupare. Da una parte ci sono quelli CATIVI, i covi strapieni di fancazzisti fuorisede che a casa loro col cazzo che occuperebbero una caserma dismessa, quelli con le pulci e la musica alta in cui se entri ti iniettano l’eroina con le siringhe usate contro la tua volontà –e che a quanto pare, per Simili, mettono in piedi tutto questo ambaradan solo per farsi menare dai poliziotti. Dall’altra ci sono i BUONI, quelli che mettono in scena un modello di occupazione all’insegna del pensare positivo e vagamente new age (che credo si risolva fondamentalmente nel mercatino bio, dove persino LA BORGHESIA si degna saltuariamente di metter piede).

È una distinzione stupida. Lo è sia nelle premesse che nell’evidenza empirica.

(Io sono un borghese, comunque. Impiegato con titolo di studio, possiedo una casa e un’automobile, ho figli, bevo il cappuccino al bar e a volte leggo pure La Stampa. Non sono mai stato al Làbas, anche se in diversi me ne hanno parlato benissimo; ho messo piede diverse volte negli altri squat della città, che in quelle serate specifiche smettevano di iniettare la droga ai presenti e offrivano attività culturali per borghesi disposti su tutto lo spettro politico, tipo i concerti. Lo so che è un’ovvietà, lo dico solo per far capire che il tessuto sociale di una città e delle realtà che lo compongono è COMPLESSO. Lo so che è dura parlarne fuori dall’accademia, ma qualcuno deve pur farlo.)

La narrativa del “bene i centri sociali buoni e male i centri sociali cattivi” è come quella del “bene gli immigrati che vengono qui per lavorare, male quelli che vengono qui a rubare stuprare o grattarsi il culo”. È una narrativa che si basa su un presupposto: i csa (o i residenti extracomunitari) sono corpi estranei alla vita sociale di una città, a cui dev’essere imposto di guadagnarsi una legittimazione coi fatti o andarsene fuori dalle palle. Questo presupposto se si parla di Bologna è particolarmente paradossale: è un dato di fatto che da circa mezzo secolo moltissime delle più importanti/vive/attive/riconosciute manifestazioni culturali della città si riconducono a spazi autogestiti. Ma anche in generale, se si accetta questa premessa, se ne può discutere solo in due modi: da ignoranti, o in malafede. E alla prova dei fatti, quando è ora di procedere agli sgomberi non sembra che le autorità competenti facciano molta distinzione tra Làbas e Crash. Nonostante la corsa ai distinguo delle autorità non-competenti, tra cui appunto il sindaco.

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C’è un’idea alternativa che viene fuori quando questa storia la racconta chi gli spazi li occupa. È quella di un folle e mastodontico progetto per la riqualificazione di Bologna, secondo il quale la città ha la concreta possibilità di diventare una specie di scicchissima San Gimignano da mezzo milione di abitanti. È un progetto che passa attraverso la ripulitura di interi quartieri strategici, tipo la zona dietro la stazione –da cui appunto origina l’esigenza di radere al suolo l’Ex Mercato, che resiste da anni ad una fine già scritta (celeberrimo il muro di Blu, a cui seguì la famosa cancellazione dello scorso anno)- e si fonda sull’idea di trapiantare tutto il sottobosco abbestia bolognese (il quale, sia chiaro, non si limita a due spazi occupati, ma a tutto il tessuto sociale meno abbiente) al di fuori delle mura della città. All’interno di questo progetto di ingegneria sociale, di gentrificazione pilotata dall’alto, il dibattito non è tanto sulla presunta legittimità degli sfratti, degli espropri e degli sgomberi. Su quelli sono più o meno tutti d’accordo. Il dibattito è se non si possa riconcepire in senso sociale esperienze “esemplari” di organizzazione dal basso come il Làbas, ed è impossibile capire cosa significhi di preciso “soluzione alternativa” nella lingua della giunta Merola, ma immagino che qualcuno stia pensando a una specie di quasi-Làbas di diretta emanazione comunale, magari sponsorizzato Eataly (o Pepsi), ancora più ben visto dalla borghesia locale.

Se si ragiona in questi termini il discorso è finito molto prima di iniziare. Se si ragiona in questi termini il Làbas diventa buono perché ha manifestato il desiderio inconscio di adeguarsi al new deal della Bologna grassa dotta e rosa pallido, e da quel poco che so del Làbas non c’è niente di più distante dal vero. 

È ragionevole pensare che questo progetto fallisca, e che lo faccia dal loro punto di vista (quello dei dividendi, dell’indotto eccetera). Per quanto riguarda quelli che vengono sgomberati, credo che siano da tempo i più lucidi e consci di quale sia la loro posizione all’interno delle dinamiche di potere, i discorsi sulla solidarietà e le priorità politiche dentro le mura della città. In questo penso che davvero Bologna sia in qualche modo un esempio, un’avanguardia. L’aggressiva politica del riqualificare tutto e del correre incontro a un’inesistente classe media, per citare John D. Raudo, passa attraverso un drammatico strappo tra i cittadini e la città, nel senso istituzionale del termine.

Adesso c’è da pensare a domani e ognuno lo farà sulla base di quello che si sente. Gli scambi successivi tra Merola (il quale, non avendo alcuna autorità, non si capisce perché continui a entrare nel merito) e il Làbas suonano già piuttosto grotteschi. Lascio un link, se volete tenervi un po’ aggiornati (ci sono appuntamenti, ci sono aggiornamenti, eccetera). La foto sopra è stata pubblicata dal Labas, più o meno in contemporanea allo sgombero. Non so chi l’abbia scattata, se qualcuno me lo dice metto i credit.

#focaccine

L’ironia ha una funzione strategica: permette alle persone di negare il sostegno a degli ideali di estrema destra e di sposarli al contempo.

La troll culture è diventata un modo per il fascismo di nascondersi in piena vista” 

Nazismo non-ironico camuffato da nazismo ironico

A meno che non ci sia un indicatore ovvio degli intenti di un’altra persona, questi intenti non sono davvero misurabili. Potrebbe stare cazzeggiando, potrebbe essere incredibilmente seria, potrebbe essere un misto tra le due cose.” 

 

Sono stralci di testo casuali presi da questo articolo del Guardian, e anche l’articolo è pescato più o meno a caso (se cerchi alt-right su google viene fuori più o meno lo stesso articolo, scritto da centinaia di persone diverse). Ci penso tutte le volte che incrocio Le Focaccine dell’Esselunga, un meccanismo di viral marketing dopato, imposto dall’alto, sinistra joint venture Spotify/radio generaliste con tanto di ufficio stampa e generosi contributi alla viralità, certificando la viralità prima che la viralità avvenisse –magari prendendolo pure per il culo, molto lungimirante sfottere uno che ti sta sfottendo. O peggio scrivere duemila battute il cui senso è “ho capito che è una cosa ironica, scopo, me la godo”. 

C’è una specie di inchiesta su Orrore a 33 giri secondo cui l’autore è il figlio di Cecchetto. Non è importante chi ci sia dietro in realtà, se non è lui sarà qualcun altro che fa lo smargiasso coi soldi di chissà chi. Il punto non è l’operazione in sé, o la canzone in sé, o il video in sé. È che il periodo storico in cui siamo immersi permette a Le Focaccine di esistere e moltiplicarsi come cartina al tornasole del pop. E l’esistenza de Le Focaccine in questa scintillante veste totalitaria è il risultato di una serie di auto-ammutinamenti cognitivi compiuti in nome di un senso della sostenibilità culturale andato in mona, di un autocompiacimento infondato, di un senso di superiorità culturale sbagliatissimo, di un senso dell’umorismo merdoso e di almeno 25 anni di comunicazione politica ridanciana a prescindere. Il tutto a dipingere un presente fatto di spallucce e paradismi* in cui questa tipologia di contenuti può continuare a pensarsi e prosperare, ben accolta dal sistema ideologico che la dovrebbe criticare perchè ad analizzarla c’è meno da sbattersi. La domanda che ci si pone di solito in merito a cose come Le Focaccine e alla sua viralità imposta è: chi ci guadagna? La risposta mia personale, nel caso di specie, è che non me ne frega un cazzo e spero che muoia. Culturalmente dico.

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*Paradismo=ideologia della commistione musicale tra snobismo e vale tutto 

Il pezzo introspettivo

I Linkin Park erano un gruppo del cazzo. Le circostanze storiche li hanno inchiodati ad un periodo nel quale il crossover stava cercando una band che simboleggiasse il salto dello squalo, e il loro disco d’esordio arrivò semplicemente al momento più giusto, o al momento più sbagliato. Vendettero troppo e troppo in fretta e furono spremuti dall’etichetta come si conviene alle sensazioni del pop rock con la scadenza scritta davanti a caratteri cubitali. La loro carriera è continuata fino ad oggi, e se me lo chiedete non saprei davvero dire perchè. Hybrid Theory era talmente sputtanato e melodico che quando uscì il primo singolo dell’album successivo s’era tutti pronti a cacargli sopra; non c’era già quasi più gusto a farlo. E in effetti il primo singolo di Meteora, Somewhere I Belong, era davvero una merda improponibile

o no. Mi ritrovai ad ascoltarla in condizioni al limite dell’umano: sei o sette pasaggi uno in fila all’altro, presa bene sull’ultimo break con Bennington che si scortica le corde vocali, e tutto questo impianto fragile nel testo che s’accompagnava ai chitarroni. Era un pezzo introspettivo. “Introspettivo” è proprio l’aggettivo che usai, durante una telefonata con Matteo, non so chi dei due fosse più stupito che l’ultima canzoncina di un gruppo del cazzo come i Linkin Park ci prendesse così bene. “Introspettivo” è una parola improbabile, una po’ da critico musicale: in prospettiva mi sono vergognato talmente tanto di averla usata che ancora oggi se mi capita sotto gli occhi ripenso alla canzone dei Linkin Park.

La buona notizia è che il resto di Meteora non era un granché. La critica ci pisciò sopra senza fare una piega, i Linkin Park si accontentarono di venderlo ai ragazzetti, portarono a casa un altro record di vendita e dissero addio al sogno umido di un’immortalità artistica che a scapito del singolo  introspettivo non avevano il cervello manco per immaginare.

Da lì in poi non ci ho più voluto avere a che fare. Per quanto possibile, almeno: i Linkin Park, come tutti i gruppi del cazzo di straordinario successo commerciale, erano talmente pimpati e pompati che la loro musica s’è trovata a far da colonna sonora nelle situazioni più disparate. Uno non può scegliere il modo in cui entra nella storia, e di solito si consola pensando che la maggior parte degli altri nella storia non ci finisce proprio. Ma i Linkin Park se li prese in carico un visionario. Nel 2006 usò una loro canzone, Numb/Encore, per musicare la scena di apertura del remake di una serie TV che lo aveva reso famoso negli anni ottanta. In maniera probabilmente accidentale si tratta di una delle più belle scene mai viste al cinema, e del film più bello degli anni duemila. Io tendo a sopravvalutare tutto quel che dice Michael Mann, così negli ultimi dieci anni ho ripreso in mano i Linkin Park e di tanto in tanto mi riascolto qualcosa. La mia canzone preferita dei Linkin Park è Somewhere I Belong, il pezzo introspettivo. La seconda che preferisco è Numb/Encore, che è sempre  introspettiva, e riascoltando i Linkin Park te ne accorgi subito che di introspettivi come loro ce n’erano pochi, e che lo erano quasi sempre e almeno avevano il coraggio di esserlo senza enfatizzare troppo. È ragionevole pensare che il suicidio di Chester Bennington non farà un granché per ridimensionarli artisticamente: erano un gruppo del cazzo. Se solo tutti i gruppi del cazzo fossero come loro.