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Frammenti d’un discorso sul cinematografo: WHIPLASH, Bird e I dieci comandamenti

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Prima di dire du parole su Whiplash, che ci è garbato parecchio e che io ho visto per voi in anteprima ai’ Fucecchio Film Festival, devo cominciare dall’inizio; anzi: a dirla tutta sarebbe la fine, ma pace.  In soldoni, L’è andata così: dopo aver visto il film, ho pensato bene di rivederne un altro un po’ più vecchio, che ritengo essere ancor più grosso.

Parlo di Bird, forse uno de’ meglio film mai fatti sulla musica, o meglio su un musicista. Come se Clint Eastwood, perché il regista è lui, si fosse messo dietro alla macchina da presa e, invece che “azione!”, avesse detto: “Belle fiche, ora vi fo vedere come si gira un biopic, poi tornate pure a farvi le seghe”. Secondo me l’è andata così: l’ho scritto nella mia lingua solo perché c’ho poca familiarità con l’americano.

Ciò per dire che Bird l’è davvero BELLO. Aiutatemi a dirlo. È uno di que’ film che solo chi ha girato anche Fino a prova contraria, J. Edgar e un’altra ventina di filmoni della madonnaddolorata poteva fare. Ho nominato Fino a prova contraria e J. Edgar perché i’ primo è una delle su’ meglio cose (basti solo JAMES WOODS, maremma cignala), mentre i’ secondo spicca di brutto tra i suoi ultimi lavori, ma pare che un se ne sia parlato abbastanza. Giusto pe’ chiarezza, eh.

Comunque, si diceva di Bird. È la storia di Charlie Parker, che non mi ricordo perché veniva chiamato Bird. I più maliziosi penseranno “perché ce l’aveva grosso!”, dandosi di gomito come a dodic’anni; ma gli amerihani l’uccello lo chiamano in un altro modo, e poi figurati… i jazzisti l’eran tutti neri: sarebbe stato un soprannome poco originale, no?

Tornando seri – si fa pe’ dire – Charlie Parker l’era un sassofonista che prese il Jazz e lo rivoltò com’un calzino. Soluzioni melodiche e armoniche ganzissime, mai sentite. Un senso di’ ritmo novo pe’ davvero, che ti fa pensare che i negri ce l’abbiano proprio ni’ sangue, il ritmo; altro che luoghi comuni.

Clint, che l’è anche un musicista e la musica la ama sul serio (Piano Blues, per dirne uno, dateci un occhio; ma anche Honkytonk Man e Jersey Boys), c’ha fatto un film nerissimo, ma non nel senso afroamericano della parola: ni’ senso di cupo e funereo, come riesce solo a lui e a pochi altri; dove l’amore pe’ i jazz si trasforma in odio pe’ questa sporca vita, resa ancor più sudicia dall’eroina, dall’ulcera, dal bere e dalla morte d’una figliola.

Charlie Parker non era uno che faceva una vita da chierichetto, e il film ce la racconta tutta. Noi si patisce insieme a lui, a questo fantastico Forest Whitaker sempre sudato com’un maiale, conciato com’un baston da pollaio. Forest, un attore meraviglioso (non avete visto Ghost Dog? rimediate subito e fatelo vostro, diomarrano), non interpreta Bird, ma diventa Bird. È Bird resuscitato come i’ Cristo. Roba che un sarebbero bastati quindici Oscar e novantacinque Coppe Volpi per fa’ capire ai’ mondo come cazzo recita questo qui. E un sarebbero bastati nemmeno pe’ Clint, che per du’ ore e mezzo secche ti tiene incollato allo schermo, ti fa innamorare di quest’omone così geniale e così imperfetto. A film finito, ni’ caso uno non avesse mai sentito una nota di Parker o di jazz in generale, t’avresti voglia di sapere pure chi l’era la donna delle pulizie di Miles Davis.

 

Ora, perché tutta questa pappardella su Bird?

Perché sì; e perché le scene di Bird sono intervallate dall’immagine di questo piatto (quello della batteria, non quello pe’ la pizza) che casca sull’impiantito: Crash! Crash! Crash!. Un rumore che riecheggia ni’ capo di Charlie Parker; come a volergli dire: tutto l’è principiato da lì, ricordatelo. E chi ha fatto Whiplash, un ragazzo che si chiama Damien Chazelle, se l’è ricordato bene.

I’ film parla d’un pischello che fa il conservatorio e vole diventare un batterista Jazz di quelli veri. Si fa un culo della madonna, sempre a suonare giorno e sera. Un si fa nemmen la doccia: anche lui, sempre sudato fradicio. Il sangue gli scappa dalle dita mentre suona, ma lui continua come nulla fosse. Lo interpreta Miles Teller, bravissimo a portare sullo schermo un personaggio ambizioso, ossessionato ai’ punto tale da rifiutare una bella passserina dagli occhioni blu. Fossi stato io dentro i’film, gl’avrei detto: “le bacchette cacciatele ni’ culo e suonaci la discografia di Art Blakey, finocchio”.

J.K. Simmons, che qui si conferma come uno dei più grossi attori de’ nostri tempi, fa la parte di Fletcher, un direttore d’orchestra che in confronto a lui i’ sergente Hartman pare Fabio Fazio. Cattivissimo, sempre incazzato come una scimmia in una gabbia d’un metro quadro, sboccato e pignolo fino all’inverosimile. Tira le seggiole, offende ogni poero cristo che vada fori d’un quarto di tono; ma soprattutto piglia di mira i’ nostro amico batterista, lo fa smadonnare e sanguinare come non mai, fino a rischiare di farglici rimettere l’osso di’ collo.

Sapete che gli dice al ragazzo? Gli dice: “Caro mio, lo sai che successe a Charlie Parker? Salì su un palco, si mise a suonare, lo fece a cazzo di cane e il batterista tirò di sotto un piatto pe’ comunicargli quanto facesse cacare”. Esatto: lo stesso piatto che crasha al suolo ni’ film di Eastwood. Fu questo fatto a far scattare qualcosa dentro i’ sedicenne Charlie: qualcosa che però, maremma infame, lo fece diventare Bird.

Lo stesso vorrebbe fare lo stronzissimo Fletcher con il determinatissimo Andrew. Ce la farà? Io un ve lo dico, guardatevi Whiplash che è un gran film sulla vita, girato come Iddio vole da un giovine che forse ne’ prossimi anni avrà qualcos’altro da raccontare. Chi dice che è un filmetto c’ha la mamma maiala e gli garba Baricco, ascolta Allevi e l’è anche grillino. E come dice i’ mi’ amico Checco (che vorrei chiamare Cecco, ma poi lo chiamo sempre Francesco): non tirateci fori questa bischerata del filmettino da Sundance perché non è vera; che poi a Robert Redford non gl’è nemmeno garbato. Troppe parolacce, dice.

 

Pe’ concludere, se vi garba andare ai’ cinema per riempirvi un po’ gli occhi e a divertirvi con le avventure di’ popolo ebraico, andatevi a vedere Exodus, l’ultimo di Ridley Scott. Dopo aver fatto trombare Camoron Diaz con una Ferrari, nonno Ridley torna a dare spettacolo con un film biblico, che si potrebbe definire un remake de’ Dieci comandamenti con Charlton Heston, che però era una cosa da sparassi ne’ coglioni, roba che la mi nonna aspettava che lo dessero su Rete4 pe’ risparmiare sul sonnifero.

Exodus è innanzitutto il parco giochi d’un grande ottuagenario, che si diverte come un bimbo a ruzzare con L’Antico testamento: mosche, piaghe, rane, coccodrilli che sbranano gli egiziani, le case degli ebrei che sembrano i bassifondi di Blade Runner.  Christian Bale che ci regala un Mosè degno del miglior Michele Placido, accompagnato dalla stessa fisicità d’un Bruce Wayne e dell’uomo senza sonno che ha visto Dio sotto forma di bambino; mentre il co-protagonista di Breaking Bad (che fa Giosuè) lo osserva stupito da dietro una roccia, confondendo l’antico Egitto con il New Mexico e la visione divina con le anfetamine.

Ramses invece è quello di Animal Kingdom, qui pelato come una palla da biliardo. Un tormentato omo senza palle, che riversa la sua omosessualità latente in piramidi, sfingi e obelischi tirati su dagli schiavetti più avvenenti.

Se uno ci va con lo spirito giusto, l’è un film da vedere; rigorosamente in sala.

E all’uscita vu penserete che i vostri figlioli, un giorno, guarderanno su Rete4 un film molto meno palloso.

Bone cose a tutti.

I dischi dell’anno di’ signore 2014

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I’ bello di que’ grulli che, arrivati verso fine anno, s’apprestano a fare le classifiche, è che verso i’ cinque di dicembre cominciano a riascoltare – se non a sentire pe’ la prima volta – una cinquantina di dischi. E dopo non se li ricordano nemmeno, che credete. Ma l’è un giochino, una specie di fantacalcio dove la formazione però non conta una sega di nulla, mettiamola così.

Anche i’sottoscritto, che sta scrivendo questa trafila di bischerate spesso fa così. Anzi no, ha fatto così, ma ci arriverò più in qua a spiegarvi ogni cosa. Ora fatemi finire i’ ragionamento, maledetto padre pio.

Dicevo: so’ convinto che questa cosa la facciano in tanti. Uno arriva verso dicembre, ha ascoltato una ventina d’album: di questi, cinque li ha sentiti benino; e forse della cinquina n’ha comprati, se va di lusso, due.

Ma alla fin dell’anno i’ nodo viene ai’ pettine: c’è da fa’ la classifica.

Che ci si mette? Cosa s’è ascoltato pe’ davvero?

I’ disco degli U2 (da leggersi: UDDUE), ancora fermo lì nell’iphone che ancora un m’è riescito di levarlo di culo, maremma stregona, si conta?

Il disco di’ cantante dei Radiohead, quello con l’occhino poco bono, che l’ho scaricato da torrent e l’ho sentito mentre lavavo i’ cane, che si fa… si conta?

L’urtimo di Mannarino, che l’ho sentito ‘n macchina d’un mio amico e m’è presa la voglia di morire e di buttarmi di sotto dai’ finestrino della Panda, ci si mette?

Oppure, vediamo… ah, quello degli Elbow! Ma un’era del 2011? No, è quell’altro, dai… sarà uscito verso marzo, l’hai prestato ai’ tu cugino verso Pasqua, s’è addormentato alla quinta canzone e i’ tu’ zio t’ha detto che s’è risvegliato i’ giorno della festa delle forze armate. Pe’ l’appunto, in quel momento i’ disco lo stava sentendo proprio i’ tu zio, pensando che fosse di Peter Gabriel, che finalmente l’aveva fatta finita con gli aborigeni e s’era rimesso a fare le cosine giuste. Insomma, questo cugino ancora l’è lì che dorme, e un’ è mai arrivato in fondo al cd degli Elbow. Dice che se tutto va bene si ridesta il 24 dicembre: c’ha da fare Baldassarre ni’ presepe vivente.

Insomma, come dicevo di sopra, questo l’è un passatempo abbastanza divertente, e come tale va preso. Ma a coloro che c’hanno l’intenzione d’ascoltare quindici dischi in un giorno, anche mentre stanno sul vaso, solo per il gusto di metterli poi nella classifica, consiglierei  di farlo con sincerità.

C’è stato un periodo in cui ero più scemo d’ora; un periodo in cui mi so’ ritrovato a sentire musica solo perché bisognava fare la classifica prima dell’ultimo dell’anno, sennò l’era buriana. Ora, grazie a Iddio o a quello che c’è lassù, l’ho fatta finita.

Quella che state per leggere, scritta in toscano per contratto come l’introduzione (qui un mi fanno scrivere, se un tiro fori la mi toscanità, capito?), non è tanto la classifica dei dischi che penso siano i più ganzi dell’anno, quanto un elenco de’ titoli che più m’hanno tenuto compagnia durante quest’annata un po’ balorda, un po’ strana. Come questa classifica.

Solo uno di loro l’ho ascoltato oggi, un oggi che ormai l’è già divenuto ieri; ma vi farò presente anche il perché.

Ci tengo anche a dire che non ci sono posizioni: ci potevano essere, ma a me la gerarchia, anche con i giochini, mi è sempre rimasta sulle palle. E infatti, eccovi la decina rigorosamente a cazzo di cane.

Leggetela bene e fatemi risapere se v’è garbata.

SHARON VAN ETTEN – ARE WE THERE:

C’ho sempre avuto un problema con la musica fatta dalle donne. Farei prima a dire che c’ho sempre avuto un problema con le donne, ma sarebbe un discorso troppo lungo e palloso. Quello che mi preme dire è che la Sharon, oltre al fatto che me la tromberei anche vestita, ha fatto un album ch’è davvero bono. Avete presente quando vi succede di mangiare qualcosa che non vi garba, un cibo che di solito mangiate a forza? Ecco, poi vi capita di trovare una signora che ve lo cucina bene, e allora sarà i’ mangiare meglio di tutti; ma solo se lo cucina questa signora, eh. Questo disco l’è un po’ così: pianole e chitarre, ma con le pianole messe come vanno messe; voce un po’ alla Pigei Harvey, che sembra uguale alle altre ma non lo è veramente. Però che canzoni; e come le fa lei, con l’amore che la uccide però un ne può neanche fare a meno, son proprio ganze di brutto.

Ora la smetto, sennò piango.

RICCARDO SINIGALLIA  – PER TUTTI:

Di Riccardo ho scritto anche seriamente (cioè, so’ serio anche ora, ma insomma avete capito) da qualche altra parte, e non mi andrebbe più di tanto d’essere ripetitivo; però un po’ ma mi tocca esserlo. Riccardo c’ha proprio la faccia di uno che all’inizio si vergogna d’andare sul palco ma poi dà le paste a tutti. C’ha il viso di quello che suona con quaranta persone davanti; e di queste ce n’è una che gli chiede di fare la canzone di Sanremo: lui non potrebbe nemmeno, ma non sa dire di no. E allora gliela suona. Uno lo riprende col telefonino, e quando arriva a Sanremo vien fori il filmino che lo sputtana. Riccardo lo accetta perché è un Signore. Questo è: un Signore. Un musicista con du palle così, che aspetta i’ momento giusto pe’ fare l’album con i pezzi giusti, quelli del Festival compresi. Un modo di concepire la musica che ci ricorda alla lontana quello di Battisti. Senza la genialità di Lucio, ma con un cuore e una classe che tutti i nomi della “scuola romana” guardano co’ i’ binocolo. Zampaglione (merda) compreso.

SUN KIL MOON – BENJI:

Allora, qui intanto si parla d’un signore che s’è inventato una delle più grandi canzoni di tutti i tempi. Sì, di tutti i tempi. S’intitola “Katy Song”, e lui la cantava quando ancora l’erano i tempi de’ Red House Painters. A una persona normale sarebbe bastato questo per dire: “Sentito che ciccia, ragazzi? Io chiudo bottega, tanto una canzone così non la rifo nemmeno se m’ammazzan la nonna, la mamma, moglie e la parrucchiera di seguito”. E invece, i’ che fa lui? Continua. I’ rischio di un effetto-pennica non è nemmen tanto lontano; ma poi arriva Benji. Che non è quello che parava i rigori, ma l’ultimo disco di Mark Kozelek, sotto i’nome di Sun Kil Moon, come gli garba intitolarsi da diversi anni.

Qui c’è una canzone, tanto pe’ nominarne una pe’ tutte, che tradotta nella nostra (mia) lingua si chiamerebbe “Guardai i’ film La canzone l’è sempre la stessa”.

Ora: ditemi uno, UNO che abbia fatto un brano così quest’anno. Sì, ve lo dico io: si chiama Mark Kozelek, è ingrassato com’un picchio ma l’è sempre lui. L’è tornato col meglio lavoro fatta da quando si chiama Sun Kil Moon. Vi basta? Forse no, non vi basta. E allora ci metto lì anche questa: quando uno l’è bravo in questo mestiere, un’è importante vivere ogni giornata come se la fosse l’urtima, perché alla fine l’è pure una stronzata. L’importante sarebbe arrivare alla fine d’un giorno a caso pe’ poterlo raccontare. E poi, pe’ forza, saperlo raccontare meglio di quegl’altri.

RYAN ADAMS – S/T:

Grande Ryan Adams, che a momenti si chiama quasi come lo Spinstin canadese. Pensate un po’ che aria di merda tira in Canada. Comunque, un’è Brian, ma Ryan. E Ryan l’è quello bravo. Poi, pe’ carità… se vi piace quell’altro, lo comprendo: ognuno c’ha i sua, di problemi. Tutti ci s’ha le nostre debolezze, e il nostro amico che ha fatto un disco che si chiama come lui ne ha tante, tra cui anche quella di fare troppa tutta insieme. Poi, grazie a qui’ cristone, s’è fermato un pochino; anche perché un se ne poteva più, l’era proprio una gara tra lui e John Frusciante: “Te quanti dischi hai fatto quest’anno?” “Mah, n’ho fatti tre solo questo mese: uno d’elettronica, uno acustico e uno che lo vendon solo dai’ fruttivendolo. C’ha un’arancia in copertina”. Insomma, capite che appena ho visto che questo ragazzaccio gl’avea fatto una cosa nuova, ero già partito a dirne male. E mi son dovuto ricredere, dio bellissimo! Se uno c’avesse bisogno d’un LP semplice diretto, con i pezzi che ci sono e che ti s’attaccano dappertutto, anche su i’ culo, l’avete trovato: è questo qui. Classico come gli americani veri sanno essere. Nulla di epocale se non vi garbano gli americani veri, e cazzi vostri se un vi garbano. Se invece sono di vostro gradimento, ci troverete pane per i vostri dentini.

GRUFF  RHYS – AMERICAN INTERIOR:

“Quando un uomo con lo scopino di’ gabinetto incontra un omo con l’asciugacapelli, quello con lo scopino l’è un omo morto”. È la frase che sembra pronunciare questo gallese rintronato e di fori come i missili, sonato come solo chi è cresciuto in un paese diaccio, umido che c’ha solo i minatori, i Mclusky e Ryan Giggs può essere. Pe’ gli stolti che un lo sapessero, Gruff Rhys l’è i’ cantante dei Super Furry Animals, complesso che sarebbe abbastanza famoso, se un fosse per i’ fatto che poi un se li ricorda mai nessuno.

Questo è il su disco solista, e mi pare sia il quarto che ha fatto; quello prima l’era bello un monte pure quello, ma questo l’è meglio ancora. Anche solo per il motivo di fondo: si tratta appunto d’un concept, una parola difficile e brutta ma che qui ci sta, e parla d’un esploratore gallese che alla fine di’ Settecento andò in America a cercare una tribù di nativi che – così gl’avevan detto – parlava proprio in gallese. Quando arrivò lì, scoprì d’essere stato preso per il culo. Morì poco dopo, un c’aveva nemmeno trent’anni; ma fece in tempo a disegnare una mappa che poi fu usata da quegl’altri due, Lewis & Clark. Il resto guardatelo su wikipedia, perché ora c’è da dire che American Interior l’è davvero ben riuscito, una cosina proprio da applausi. Folk, pop, elettronica, bassa fedeltà e tanta roba à la Elvis Costello è quello che vi troverete. E vi toccherà farvelo garbare, perché è tutto così.

DAMON ALBARN – EVERYDAY ROBOTS:

C’è forse da dire qualcosa di questo bel ragazzo, che se fossi buo ci farei anch’un pensierino, e che ormai l’è uno dei nomi più grossi di tutta la musica Pop(pe)? No, c’è poco da scrivere. Se non che questo l’è un discone, fatto da uno che scrive musica così mangia le caramelle o beve i’ limoncello. La sua l’è una voce sempre più bella e più calda, che a volte ti pare di sentire Ray Davies che si diverte a spippolare le tastierine. Insomma, te sei lì che ascolti Everyday Robots e godi com’un maiale in calore, solo che i’ tu orgasmo dura un po’ più di mezzora, in questo caso facciamo tre quarti d’ora abbondanti. Poi alla fine arriva Brian Eno e sei totalmente ai’ completo. “Adesso ci mancherebbe solo una bella fica”, ti vien da dire. Ma la fica non c’è, e allora diventi finocchio solo pe’ Damon Albarn.

D’ANGELO – BLACK MESSIAH:

Eh eh eh, ora qui casca l’asino! Come fo a ragionare su questo disco? È un bel problema. Sì, l’è un casino perché l’è in giro solo da oggi, con grande stupore e sorpresa di tutti gli amanti di questo Musicista maiuscolo. Niente a che vedere co i’ grandissimo Nino: Un jeans e una maglietta gode già di enorme e meritata fortuna nell’immaginario nazional-popolare. No, parliamo di uno che quasi quindic’anni fa ha cacato fori una cosa di nome Voodoo, una pietra miliare della musica da negri, di cui questo nuovo Black Messiah è diventato l’ufficioso Chinese Democracy. Tutti gl’anni doveva uscire e invece non usciva una sega, al limite era sempre il solito live del ’97 che ti faceva girare i coglioni a elica e basta. Ma menomale l’è uscito, altrimenti c’era chi era di già pronto a andare a cercarlo a casa, benché il ragazzo paia invero un muso di bischero ben poco raccomandabile.

Raccomandabile o no, io oggi è di già la terza volta che lo sento. E vi dirò di più: non c’avevo nemmeno bisogno d’ascoltarlo pe’ sapere che l’avrei messo in classifica. L’era scontato come un rigore pe’ la Juve al novantaduesimo che sarebbe stato il disco Black dell’anno, senza la necessità di sentire gli altri. E appunto, senza i’ bisogno di sentire nemmeno questo. D’Angelo l’è D’Angelo, c’è poco da fare; e come li mescola da Cristo Re lui, il funky, il soul, l’R&B, tutte queste cose black qui, non le mescola nessuno. Mettetevelo ni’ capo.

EDDA – E ADESSO COME MI AMMAZZERAI?:

Edda, sei uno spettacolo. Uno S-P-E-T-T-A-C-O-L-O.  Ni’ mezzo a tanti grullarelli con la chitarrina, te sei la pehora nera, la mosca bianca, i’ cane (di dio) a tre teste. L’hare krishna che tromba come un riccio, il cantautore che non gliene frega un cazzo di essere un cantautore, la rockstar che s’è davvero sbattuta d’ogni cosa, soprattutto del fatto di essere una rock star. Sparito e poi ricomparso più in forma che mai: un discone dietro l’altro, ed eccoci qui al terzo capitolo. A questo giro la musica è davvero diversa. Se il primo l’era acustico e il secondo una cosa intricata, dolorosa e sovrarrangiata, questo l’è i’ su’ album Punk. La voce, la chitarra, i’ basso e la batteria. Basta.

“Tutte le volte che vedo mio padre, esco di casa con la voglia di ammazzare”: principia così, quest’inno alla famiglia spregiudicato e sboccato, scritto e interpretato da uno che è uno de’ pochi veri fenomeni rimasti in un universo tristemente merdoso e inutile. Uno dei pochi che sa pigliare in mano il coltello e che sa come e quanto rigirarlo nella piaga; che parla – ma sopra ogni cosa, canta – la lingua de’ disadattati, perché in fondo anche Edda l’è uno di loro. Uno de’ meglio, se non il meglio di tutti. Non ce la fai a sentirlo sempre, non ce la fai a cantarlo sotto la doccia. Ma quando lo metti e lo fai partire a tutto volume, allora ti chiappa e non ti lascia più andare. Prigionieri per sempre di Stefano, i’ nostro indemoniato preferito.

CLOUD NOTHINGS – HERE AND NOWHERE ELSE:

Allora, ragazzi… lo volete un disco ganzo, che forse piace anche alle fiche, con delle chitarre che suonano come chitarre, che sembra un concentrato di Indie americano come garba a noi e che soprattutto batte i’ferro dall’inizio alla fine, senza mai calare? L’hanno fatto questi ragazzacci, ancora giovini per davvero, di tantissime e alcolicissime speranze, con tante cosine da raccontare, tante melodie da scrivere sopra a muri di watt che nemmeno l’elettricista quando viene a montarvi l’impianto in salotto. Canzoni un po’ da pogare, da risuonare col nostro orange o col nostro marshall preso usato; da cantare a bocca larga, con un po’ di birre in corpo. La musica giusta per aiutarci a dimenticare, come i’ vero rock ‘n roll riesce a fare. Ormai sempre meno, ma queste son le rilucenti e ganziali eccezioni.

GIOVANNI SUCCI – LAMPI PER MACACHI:

C’ho pensato fino all’ultimo secondo, madonna viperotta: che disco ci metto? Un altro italiano no, dai. Ma con tutta la roba bella che c’è proprio un disco di cover vai a pigliare? Ma allora non capisci proprio un cazzo pe’ davvero! Sì, tutto vero, soprattutto è vero che non capisco un cazzo. Ma che ci posso fare? Chi è normale non ha molta fantasia, cantava uno che c’è rimasto sotto dall’81, e qualche volta c’è chi fa una cosa normale e riesce a fartela apparire meno normale di tutte le altre cose che uno aveva pensato fossero anormali. Un lo so se mi son spiegato, ma il concetto è semplice, troppo semplice: Giovanni Succi (quello dei Bachi da Pietra, che se un li conoscete siete proprio de’ ciuchi maremmani) uno che se lo incontri al buio, per la strada, potrebbe farti abbastanza cacare addosso, ha inciso otto canzoni di Paolo Conte. Ora, chi te lo fa fare di rifare Paolo Conte? C’ha provato anche Fiumani, con un disco di cover di cantautori elogiato a destra e a manca ma invero abbastanza ridicolo, dove le canzoni sembrano ricantate dal mi nonno ai be’ tempi della vendemmia. Succi invece fa tutt’altra cosa: non ci mette solo il cuore, lo stomaco, i’ cervello, la mascella, la voce, le dita della mano, le sopracciglia e il cristo redentore, ci mette il talento. Il talento di uno che ha grandi poteri, dai quali derivano grandi responsabilità, come garba ricordarci all’omo ragno. I’ Succi l’è uno che piglia i pezzi dell’Avvocato di Asti e li risputa catramosi e trasfigurati. Sono di fatto otto canzoni di Giovanni Succi scritte da Paolo Conte. Questo mitico incrocio tra Mark Lanegan, Tom Waits  e Ron Perlman ce l’ha fatta: gl’è riuscito di ricantare delle canzoni che non avevano bisogno d’una nobilitazione. Lui è riuscito a farle rivivere, in un coagularsi di suoni e sospiri che son come un grido in una notte bastarda e maiala. Evviva Paolo Conte e a questo giro evviva anche i’ Succi.

Evviva anche i Bachi Da Pietra, visto che ci siamo; perché i mi babbo ha detto che i’ nome lo fa ridere, però son bravi.

 

Un ce la fo ad aggiungere altro. Solo un applauso per chi ce l’ha fatta a leggere fino a qui. Ringrazio i mi amico Francesco che mi chiede sempre di scrivere qualcosa ma io non lo faccio mai. Io volevo solo scrivere due parole su Succi, ma le avevano già scritte loro. Meglio di me. Però Francesco m’ha detto: “fammi i dischi 2014. In toscano”.  E allora, come si dice… du’ piccioni con una fava. E io sono chiaramente la fava. Ciao.

Bastonate Pro-loco: VALDARNO (perché in Toscana un ci garba la musica)

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È risaputo: noi toscani siamo una razzaccia. Siamo sempre a piagnucolare, ci garba lamentarci d’ogni cosa: del caldo, del freddo, della fiha, del dio, della madonna, della Fiorentina, del sindaco che «se non si decide a rimettere le buche ni’mezzo di’corso la prossima volta i’voto un glielo ridò, anche se l’è di sinistra!». Sì sì, ci si crede tutti, va’ tranquillo.

Fatto sta che della musica un ci si rammarica mai abbastanza, mi vien da dire. E mai che mi fosse capitato una volta d’uscire di casa e d’origliare una cosa così: «Oh, ma l’hai sentito che disco di merda quello novo degli Archei Fair?»; oppure: «Dio bonino, ma che lo senti come sona male l’ultimo de’ Pergèm? Ma le chitarre chi gliel’ha missate, Gigi Maifredi?».

Invece nulla, a noi giovini toscani ci garba tirare la merda addosso a tutti, ma della musica pare un gliene freghi nulla a nessuno, nemmeno a chi la fa.

I’ discorso sarebbe lungo, ma parecchio lungo; talmente incasinato che mi ci vorrebbero paginate intere di BASTONATE pe’ vedere di levarmi un ditino di hulo sull’argomento. Dunque principierei col dire che la quistione musicale delle mi’ parti, come quasi in tutto lo Stivale, l’è più che altro un problema di pubblico, ma non solo: i’ fatto è che siamo proprio in pochi ad avere ancora in noi i’ vero senso dell’indignazione, di’ teorema della bestemmia libera applicato alla musica.

Vi fo un esempio, così ci si chiappa al volo.

Se io sorto di casa il venerdì sera e vedo che in un lohale d’una città a caso sona un gruppo qualunque di gente ganza, brava, che fa della musica bona pe’ davvero, pe’ giunta in italiano, la prima cosa che mi garberebbe fare è andare a sentirli.

Ora, pe’ comodità chiamerò la città AREZZO e i’complesso lo rinominerò, pe’ i’ piacere della semplicità, GAZEBO PENGUINS.

Dov’ero rimasto? Ah sì: ci sono i GAZEBO PENGUINS ad AREZZO. Ragazzi, che si fa, si va a sentirli o no? Ci si va di corsa, altro che seghe! Insomma, uno arriva lì e s’immagina che un pochina di gente ci sia, ad ascoltare questi ragazzi. No, macché: tu arrivi presto, diciamo poco prima dell’inizio della serata e semo du’ gatti. Un’arriva nessuno nemmeno a piangere in albanese; però uno normale, in cor suo, pensa che almeno un’ottantina di cristi prima o poi arriveranno. Magari ci sta che qualcuno si sia perso pe’ la strada. Invece, nulla, comincia i’concerto e a sentire pare ci siano sempre i soliti visi già visti in quell’altre date etrusche di’gruppo. E allora lì tu ti metti a sentire la musica e sei contento, perché l’bella, perché ti garba: il concerto spacca i’culo come ai’solito, loro ti gasano abbestia come sempre.

Ma alla fine, quando vedi che al bachino de’ dischi e delle magline siamo in una decina, ti piglia così male che t’avresti la voglia di prendere in ostaggio un’intera cover band di De André e poi portalli in Curva Fiesole vestiti da Juventini. Perché se una sera ci son cinque bischeri che fanno le cover di De André allora l’è pieno di gente, accidenti a quel cristo che l’ha voluto morto. Perché se una sera c’è uno che mette dei dischi che fanno cacare anche a chi l’ha fatti, tipo l’ultimo degli Stokes, pare facciano i mugoloni a ufo, da quanta folla tu ci trovi. Perché se capita che ci sia un gruppo che fa piangere merda anche ai’signore benedetto e santo da quanto un si può sentire, ma il cantate l’è bellino e allora raccatta più fihe d’un ginecologo, allora c’è da fare la fila per andare a sentilli sonare. E di solito questi sono i peggio di tutti, le peggiori braccia sottratte alla vendemmia, strumenti levati alla musica decente, non dico i FUGAZI ma roba decente. No, loro no: certi testi che se li metti accanto al tema d’un bambino dell’elementari, ti vien da preferire il cittino; musica inutile, perché una cosa va ricordata a tutti: la musica inutile l’è di morto, ma di morto peggio di quella brutta. Peggio anche di quella musica a cui garberebbe essere politicizzata: qui’folk riempito di slogan che nemmeno i’mi nonno nella lotta partigiana, ideologicamente ferma in una sezione del PSIUP di Lamporecchio nel ’63; che canta BELLA CIAO ma in realtà vorrebbe solo dire BELLA TOPA.

Ma i gruppi che a un certo punto ti tirano fori «chi non salta Berlusconi è»? Ragazzi, si sa che dalle nostre parti semo più o meno tutti più rossi di’foho, ma queste cose non me le fate, accidenti alle maiale delle vostre mamme; non me le fate perché la prossima volta vengo a sentirvi con addosso la maglina di Casa Pound con la tartaruga, un sto ruzzando.

Perché, dio meraviglioso e serpente, se vo alla FLOG a Firenze e ci sono i DIAFRAMMA (i DIAFRAMMA, capito brutti strulli?), mezza gente arriva per sentire un Dj – Set dove passano lo Ska più merdoso e trito mai concepito?

Gliel’ho detto a Kekko: posso andare avanti per ore con queste cose. Tipo: perché se vo a vedere BILLY BRAGG o i MASSIMO VOLUME ci trovo solo capi bianchi? Perché se vo a vedere i MUDHONEY a Firenze ci son tre donne ma ai VERDENA l’è talmente pieno che c’ho la necessità di chiamare l’autombulanza?

Io so’ consapevole che i’problema un sia solo nostro, della Toscana; che i problemi ce li hanno tutti e che se i’casino fosse solo questo allora sì che si starebbe tutti come dei Papi emeriti e tanti saluti ai’ Nuovo democristo che avanza. Però io vivo qui, i concerti provo a vederli tutti qui, e se metti caso una volta mi capita di tornare a risentire i’solito complesso – che richiamerò, per analogia, GAZEBO PENGUINS – in una città non toscana a caso – che pe’ brevità chiamerò BOLOGNA -, perché il locale l’è tutto pieno che pare ci sia il Derby dell’Appennino?

Come mai in Toscana un si capisce un cazzo? Come mai se si chiamano i MARLENE KUNTZ a suonare a uno stadio comunale ci vengono in cinquanta e i MODENA CITY RAMBLERS fanno la piazza piena? Come mai le donne che vanno a vedere gruppi come quest’urtimo c’hanno i capelli unti e di sicuro gli puzza anche la passera?

Ma questa l’è un’altra storia, ragazzi, e ne sentirete ragionare presto, molto presto.

Intanto, lo sapete in do’ vo? Vo a fare i biglietti pe’ i MASSIMO VOLUME: dice ci verrà parecchia gente, dice.

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Marco Renzi (Pallino)