Baroness – “Blue Record”

Baroness - "Blue Record"

Solita storia: gavetta più o meno lunga, primo disco importante centrato in pieno, grandi aspettative per il secondo. Aspettative che, è bene ribadire da subito, sono state mantenute anche se alcune precisazioni vanno fatte. Alla base di tutto c’è una specie di “Mastodon meets doom meets anni’70”, una sorta di post-hardcore/doom con retrogusto progressivo, ma questa volta le divagazioni sul tema (le solite: rallentamenti, botte psichedeliche, passaggi acustici etc.etc.) sono veramente tante e anche riuscite, il disco è in effetti estremamente vario. Cali di tensione evidenti non ce ne sono, anche. Tuttavia, questo ‘Blue Record’ sembra confinare i Baroness nella stessa dimensione che ha il Portogallo nel calcio. In sostanza, grandissimi manovratori, tecnica calcistica sopraffina (vedi Cristiano Ronaldo), ma alla fine mancano i finalizzatori che fanno vincere i mondiali. Per carità, formazione rispettabilissima ed è un piacere vederla giocare, magari in semifinale ci arriva, ma una finale devono ancora giocarla. E così possiamo dire che questo disco è decisamente buono, perfino continuo, e qualche volta affonda anche bene. Ma mancano i veri colpi da ko che possono trasformare un ottimo album in un capolavoro. Più che godibile, beninteso, e senz’altro si tratta di un disco di valore, peccato manchino quelle sfumature che potevano far gridare al miracolo.

Slayer – “World Painted Blood” AKA “Lamponi of the same”

Slayer
Slayer - "World Painted Blood"

L’uscita del nuovo Slayer nel 2009 è l’occasione per parlare dei grandi sottintesi di “pubblico” e “critica” della musica dura -metal, per la precisione- degli ultimi 20 anni, più che parlare del disco. Questo per due ragioni: la prima è che il disco è disponibile in streaming sul loro myspace (alla url di myspace con poi “/slayer” nientemeno, non con quei soliti trucchetti tipo /slayer_us , /slayerofficial , /slayerquelliveri, /slayer_original oppure /slayer_quelli_che_da25anni_non_hanno_imparato_a_suonare) e la seconda è che comunque suona esattamente come quasi tutti i dischi degli Slayer, e quel quasi lo tratteremo dopo. Dunque, gli Slayer nascono nel 1981 e (ve la faccio breve) passano gli anni ’80 come uno dei “quattro grandi” del thrash metal assieme a Megadeth, Metallica (che poi di dischi di Thrash puro ne hanno fatto forse uno, è pure ora che qualcuno lo dica) e Anthrax. Nel loro piccolo ebbero perfino una loro evoluzione, perché “Hell Awaits” non è “Reign in Blood” e “Reign in Blood” non è “South of Heaven”. Arrivano però gli anni ’90, anni in cui certa critica (manco tutta) faceva ancora il proprio dovere. Perché dopo 10 anni che suoni la stessa roba, è pure ora che qualcuno ti dica qualcosa. E così il rompete le righe che ben conosciamo: tra evoluzioni che sembrano sincere e riuscite (Anthrax, Sound of White Noise, classico disco avanti di qualche anno cui nessuno rende merito), altre sincere e meno riuscite (Load e ReLoad dei Metallica), altre addirittura eccezionali a prescindere dalle motivazioni (la triade dei Megadeth da Rust in Peace a Youthanasia), mentre gli unici dei quattro che non sembrano evolversi né in modo sincero né riuscito sono proprio gli Slayer. C’è da aprire una parentesi : quel connubio pubblico/critica per cui una trascina un po’ l’altro e viceversa, in quel momento spingeva sul vento “della novità” e – a dirlo oggi sembra folle – sull’aspetto artistico della vicenda. Su “Divine Intervention” sputarono in molti, anche perché era un periodo (1994) in cui dire “è sempre la stessa roba” era negativo. Fatto sta che pure gli slayer provarono a mescolare (per quello che potevano senza perdere del tutto la loro ragion d’essere, cioè poco) le carte, con “Diabolos in Musica” e “God hates us all” che, a prescindere dal risultato (poteva anche essere non disprezzabile) sembravano far pensare a una prossima uscita degli Slayer dal metal “che conta”. E invece arrivano gli anni 2000, e le carte cambiano per tutti. Improvvisamente le case discografiche -sarà la crisi, boh- puntano solo sul sicuro, e il sicuro in quel momento sono tutti quei metallari rimediati al genere senza spirito critico (e di questi, nel degrado generale , ce n’è a tonnellate) che sembrano volere improvvisamente che il tempo si fermi. O anzi meglio, che torni indietro all’età dell’oro, e che tutto si ripeta nel 2009 completamente decontestualizzato, come fossimo nel 1986, o 1996, o comunque in un’epoca in cui -forse anche purtroppo- non siamo più. E allora s’è visto di tutto, Megadeth che tornano (male) a Rust in Peace, Metallica che tornano a una specie di And Justice For All (e per la verità non gli è riuscito nemmeno malaccio), Anthrax che richiamano il cantante di 20 anni prima, ma non solo, sono state rinnegate almeno parzialmente le evoluzioni (a torto o a ragione, si può discutere) di quasi tutti i gruppi che le avevano proposte, si veda, che so, il ritorno al metal dei Paradise Lost, al growl degli Amorphis, al thrash anni ’80 dei Kreator, e la lista sarebbe sterminata. Gli Slayer sembravano però quelli che potevano trarre maggior vantaggio: loro solo una cosa sapevano fare (bastonare gli strumenti) e un disco come Christ Illusion (un ritorno a Reign in Blood, perfino Seasons in The Abyss sembrava più moderno) alla fine è il prodotto di questi squallidi anni 2000 per eccellenza: perfino carino, due-tre pezzi addirittura eccellenti, tanto mestiere etc.etc. La questione a questo punto diventa un’altra: cosa è diventata questo tipo di musica? Abbiamo ancora la possibilità di esaltarci per gli Slayer ( e il discorso vale per molti altri)? O ormai è qualcosa tipo motoraduno di Harley, in cui sempre le stesse facce sono unite più dall’abitudine e dal ricordo del passato che dall’urgenza espressiva, dalla comunanza di qualche tipo di valore – sempre tenendo conto che di musica si parla, non dico certo “cambieremo il mondo” – o qualcosa del genere? Veramente ormai la sincera esaltazione è sostituita dall’amarcord musicale, e il lavoro della critica resta solo quello di aggiungere un elemento alla discografia, magari aggiungendo che è uguale ai dischi prima? E quando dico “ormai”, andrebbe inteso da una decina d’anni. Perdonatemi il lungo -e forse fine a sé stesso- pistolotto, ma se avete avuto la pazienza di leggermi fino a qui, allora sappiate che WPB non va bene neanche come amarcord, perché manca anche il tiro che aveva reso Christ Illusion adatto agli anni 2000 (notato che si accorcia con ’00 come a dire, anni zero?). Si riprende un po’ a sprazzi, ma un motivo per riascoltare un disco thrash stantio uscito nel 2009 senza un tiro ottimo non lo vedo. Se poi serve per andare in tour è tutto un altro discorso, visto che dal vivo queste band ancora tengono alla grande e anzi non hanno rivali. Ma è veramente l’unico motivo che giustifichi l’esistenza di questo capitolo.

YOB – “The Great Cessation” (Profound Lore)

Yob
Yob - "The Great Cessation"

Era più o meno il 2003, gli Sleep morirono per trasformarsi metà in Om e metà in High on Fire, gli Electric Wizard pure morirono per trasformarsi metà in Electric Wizard assai peggiori di quelli prima e l’altra metà in Ramesses, che forse di tutti i nominati fino adesso sono quelli riusciti meglio ma stiamo parlando di un’altra cosa. I più lesti a riempire il buco e raccogliere l’eredità di quel magico duo, all’epoca sinonimo di Stoner/Doom pesante e acido (soprattutto presso i metallari, perché ricordiamoci che era roba che veniva fuori da etichette tipo Earache e Rise Above, leggasi Lee Dorrian, che se dovevamo aspettare gli indie-boy intellettuali il massimo della durezza oggi probabilmente sarebbe Fiordaliso), furono i Yob che infilarono in rapidissima sequenza “Catharsis”, “The Illusion of Motion” e “The Unreal Never Lived”, tre capolavori che a giudizio di chi scrive e di chiunque abbia orecchie funzionanti rappresentarono la conferma che a salire sul trono lasciato vacante dai due mostri sacri erano loro. Proprio in quel momento però gli Yob si sciolsero e dalle ceneri nacquero i Middian che dopo solo un disco (bellino, ma il primo vero passo indietro del leader M.Scheidt) dovettero svanire per problemi legali con un’altra band che reclamava l’uso del nome (ebbeh del resto come lasciarselo sfuggire?), e quindi riecco i Yob, tra l’altro sotto Profound Lore, etichetta che amo in modo viscerale e che anche solo per le uscite di The Angelic Process (mancarone prossimo venturo?) e Amber Asylum rappresenta una garanzia. Lieto fine? Beh, si e no, perché se è vero che il loro ritorno è comunque un piacere e che il disco è valido e migliore di “Age Eternal” dei Middian di cui sopra, è anche vero che gli anni passati qualche scoria l’hanno lasciata, sia in loro (perché la continuità non è più quella del passato) che – soprattutto – in noi (non è che possiamo stupirci nel 2010 di qualcosa uguale a 5 anni fa). Mestiere, qualità e qualche lampo di classe ci sono, ma è chiaro che se pure per qualche anno abbiano preso il posto di Wizard e Sleep nella cronaca, quello nella storia del genere non lo prenderanno mai.

PS. E adesso per favore non chiedetemi di descrivere il disco: suona esattamente come tutti i dischi di stoner doom pesante e acido della terra.

Harvestman – ”In a Dark Tongue” (Neurot)

Harvestman
Harvestman - "In a Dark Tongue"

Dopo un album d’esordio che ha diviso anche due bastonatori come me e M.C. (lì in versione Dragone Nervoso, nome che ha influenzato gran parte della “”stampa”” -notare le virgolette- metal che negli ultimi 10 anni non ha sparato cazzate, io la penso come quel Tony lì pur non essendo lui, che è uno di quelli che non spara cazzate) e la colonna sonora di un film italiano diretto da Alex Infascelli (H2Odio), Steve Von Till torna come Harvestman. Se il suo lato apocalittico trova sfogo nei Neurosis e quello di cantautore folk-intimista con barbetta si esprime nel progetto solista omonimo, in questa terza incarnazione si presenta come sciamano con un occhio alla musica del passato. Diciamo subito che se la principale caratteristica del debut era la varietà (croce per alcuni e delizia per altri), oggi il lavoro è meno eterogeneo, sempre abbastanza vario ma senz’altro più coerente. Questo lungo trip psichedelico intriso di mitologia e simbolismo riesce stavolta infatti a risultare non slegato, benché sia capace di passare da 10 minuti di “The Hawk of Achill” in cui gli Hawkind sono molto più che un’influenza marginale ai 7 di Karlsteine in cui il folk si fonde con il drone a-là Growing. Tuttavia, forse proprio a causa di quanto detto, alcuni passaggi risultano più prolissi che in passato. Resta un disco di uno che la musica la sa fare, ma non siamo al cospetto di un capolavoro e probabilmente la longevità non sarà quella di altri lavori del tipo. Comunque molto valido, ma la sensazione è sempre quella: è in altri progetti che Steve Von Till dà il meglio.

DISCONE: ANAAL NATHRAKH (con due A) “In The Constellation Of The Black Widow”

Alla fine, morto e sepolto il metal come lo conoscevamo, l’unico lascito del circuito che continua a mostrare di aver capito la regola numero uno del genere (pestare sodo) sono questi due inglesi. Casino assortito tra bordate grind e passaggi death/grind (con putridume a tratti quasi black), batteria elettronica sparata a 200, urla belluine ma – e qui sta il bello – infarcito di sfumature(una per tutte: cori pulitiAnaal Nathrakh) qui e lì e mantenendo viva l’unica regola che abbia senso: bastonare selvaggiamente. Qui poi il delicato equilibrio tra potenza e tiro raggiunge (come sempre, nel loro caso) un punto prossimo alla perfezione. E’ sempre il loro stesso disco (giusto un tantino più marcio), ma loro sono tra quei tre-quattro gruppi al mondo che possono anche permettersi di fotocopiare i loro CD e nonostante questo fare dischi della Madonna. Ci sarebbe da chiarire bene il concetto di sfumature detto prima, ma limitiamoci a dire che riescono, nei limiti del possibile, a rendere un casino così persino vario. Insomma, difficilmente si può trovare miglior modo di inaugurare la categoria DISCONE (maiuscolo) in un sito che si chiama BASTONATE.