Una per i cinquanta di Mark Kozelek

 

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Arriva sempre il momento del cambio di velocità, di stile, di scena. Un dettaglio prende il sopravvento sul resto, il corso dell’esistenza slitta senza lasciare il tempo di accorgersene, fino a quando la situazione si assesta, la mutazione si arresta, e da lì in poi a posto così. Fattori esterni, quasi sempre connessi allo scorrere del tempo; inventario dei dolori, dell’attaccatura dei capelli, delle esigenze della vita. Scendere a patti, abbassare gli standard; in una parola, starci. Il più delle volte viene assimilato e digerito come un cambiamento in meglio; altre, il risultato un mix di accettazione, non potere o volere fare altrimenti, adattamento e/o resa incondizionata (variabili le percentuali). Comunque il risultato è sempre lo stesso: chi era qualcosa diventa qualcos’altro, il precedente qualcosa non tornerà mai più. Restano i ricordi in chi vuole o può ricordare.

L’incarnazione attuale di Mark Kozelek va avanti più o meno dal 2005; la deriva farsesca è affare più recente, coinvolge strettamente l’uso improprio di canali inutili, attaccare briga con nullità per motivi inesistenti e qualche pugno di clic, probabili implicazioni cliniche tenute a bada in modi che ignoro, una sfera virtuale che amplifica distorce deforma il reale in perfetta corrispondenza con i tempi che corrono. Un cerchio che comunque si chiude, da una forma di autismo a un’altra forma di autismo, cambiano il conto in banca e il battage mediatico.

Mark Kozelek nasce il 24 gennaio di cinquant’anni fa in un paese nella contea di Stark che ritornerà spesso nelle sue canzoni, come del resto qualsiasi altro luogo, persona o situazione abbia incrociato lungo la strada. A costruire il personaggio penserà fin dalle prime interviste, scostanti e imbarazzanti (per l’interlocutore) dal giorno uno, che restituiscono il totale di un James Dean in sedicesimi che resta vivo, senza patente e con la chitarra al collo: si dipinge tossico all’età di dieci anni, in contemporanea impara i rudimenti dello strumento che non abbandonerà più. A quattordici si disintossica, quel che verrà poi il risultato. A diciotto inizia a scrivere pezzi suoi, hardcore il veicolo primario; suona in giro, come piace dire; molti gruppi, poco o nulla di anche solo lontanamente rilevante. Fino al momento in cui rallenta i tempi più verso zona bradicardia, diminuisce progressivamente la distorsione fino ad assestarsi a livello Neil Diamond, a volte stacca proprio la spina. Red House Painters il nome della cosa; Down Colourful Hill, raccolta di tracce demo incise tra il 1989-90 recuperate senza editing di alcun tipo, esce su 4AD che nel 1992 più di un’etichetta era uno stato della mente. In qualche modo ha perfettamente senso si incastri tra Dead Can Dance e This Mortal Coil: l’umore è quello, l’attitudine è quella; continente, genere, formazione, questioni secondarie, comunque si resta al di là del blu oltre la soglia dentro il nero,dove qui più che altrove fa brutto vero. Il sentire comune catturato in copertine e artwork che tuttora dicono di standard mai più ripetuti, una linea comune che nessuno, mai, ha saputo anche solo sfiorare (da un certo momento in poi, nemmeno più la 4AD stessa, che comunque continua a sopravvivere).

 

I dischi successivi altre zone della mente limitrofe, variazioni su un tema che non si esaurisce mai, la dimostrazione che è più che sufficiente un giorno di vita per accumulare ricordi che un’intera esistenza non basterebbe per sviscerare, dove una gita in macchina fino a un parco di divertimenti non molto distante dalla base produce Grace cathedral park, quattro minuti in cui è racchiuso un intero universo, ed è solo il primo pezzo del primo album. Tutti i dischi dei Red House Painters sono un sacco a pelo psichico dove trovare rifugio ogni volta che ci si torna a sentire come soltanto lui ha saputo trovare il modo e le parole per dire: zitto all’angolo, paralizzato e in caduta libera. C’è un passaggio su major che incasina irrimediabilmente gli equilibri, un disco bloccato per tot anni, infine uscito a band già dissolta (Old Ramon), l’abbandono del nome per questioni burocratiche, due dischi solisti il cui materiale per l’80% sono cover, una nuova band che si chiama come un pugile coreano meno una “g” finale che aggiunge sottintesi esoterici, un primo disco agli stessi livelli dei precedenti, poi la nuova fase, che dura tuttora.

Il dischi dal 2005 in poi, in solo o come Sun Kil Moon cambia poco (spesso è solo lui comunque) massimizzano quanto distillato fino ad allora con rigore francescano. Da qui l’esatto opposto, nel segno dell’imperativo ‘minimo sforzo, massima resa’: etichetta propria, nessun filtro attivato al di là della questione alimentare, dischi su dischi su dischi, meno ispirazione più minutaggio, live registrati in presa diretta e via andare. Un loop che s’avvita e persiste, con esponenziale carogna, fino alla svolta che placa – in questo caso: consacrazione hollywoodiana definitiva per intercessione di Sorrentino, dopo qualche falsa partenza che aveva rimpinguato conto in banca e autostima solo momentaneamente (Almost Famous, Vanilla sky, Shopgirl), aumentando la carogna di conseguenza – da quelle parti si vive meglio, si incontra gente più interessante, i guadagni precedenti diventano spiccioli al confronto; annusare l’aria che tira, arrivare a credere di avercela fatta poi tornare nei bassifondi, unito a una personalità tra il passivo-aggressivo patologico e Asperger senza essere Steven Spielberg, questo il risultato.

La messe di colpi a vuoto, dissipazione, dischi sempre più improbabili e mettere in vendita la qualunque non conosce requie. Con una svolta inaspettata: per qualche imperscrutabile prodigio Benji nel 2014 riporta di prepotenza il nome sulle mappe che contano, folgorando simultaneamente sulla via di Damasco stampa di settore, vecchia guardia, ascoltatori casuali, chiunque. Parrebbe l’alba di una nuova era. Il suono si asciuga allo stesso modo in cui il brodo si allunga, i testi grandinate di parole il cui senso risiede nel grado di interesse che si è disposti a provare sentendo cazzate a raglio come dopo avere iniettato una dose massiccia di pentothal in vena a un ergastolano. La scritta sul retro di Bloody Kisses dei Type O Negative conosce un corrispettivo sonoro reale. O forse non fa più per me ma comunque non riesco a smettere di guardarlo questo film. O entrambe, o nessuna.

Poco più di di un anno dopo a ribadire, a spostare l’asse sul prossimo livello. Universal Themes la sua personale Prolisseide, con una sostanziale differenza: Kozelek non è Andrea Pazienza (e Sorrentino non è Devid Boiv). Per uno che sostanzialmente scrive quello che gli è successo, come portare per la prima volta al luna park un bambino. Mancano però il materiale umano e la testa in fiamme per saperne rendere conto. Conseguenza: l’elenco di personaggi famosi che lo hanno conosciuto è sterile, inane, interessante quanto la lista della spesa di un estraneo. Come Gassman quando declama gli ingredienti delle merendine ma credendoci sul serio. Nel complesso è fatto abbastanza bene di testa ma i particolari sono scarsi, come Jacopo Fo secondo Pazienza. Manca giusto qualcuno che lo pesti come ET a kendo.

Nel 2016 in dialogo con Justin Broadrick per dare in pasto altra inanità a chi ci crede; molti gli spunti di riflessione, tutti strettamente collegati a concetti quali tirare la carretta al fienile, Franza o Spagna purché se magna, cecità sordità ma non mutismo, alla base il rifiuto di farla finita unito alla cronica incapacità di rapportarsi con il presente (da entrambe le parti). L’amicizia angloamericana trova infine sbocco in un disco condiviso dopo anni di io registro-tu pubblichi, cover improbabili e attestati di stima si direbbe unilaterali; poco importa la dinamica, la sostanza quella resta. Globalmente l’ennesimo contributo a un quadro generale ormai da quel po’ configurato, solo un altro tassello in una storia che continua a cannibalizzare il passato bruciando il presente, a incarnare una fase di stallo che sembra durare all’infinito, cristallizzando il tempo, deformando lo spazio in un lungo rettilineo senza scosse che in un niente porta al finale di Soylent Green però dal vero.

 

Una per Michael Cimino

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Il primo film di Michael Cimino che ho visto è anche il mio preferito. Non solo tra i suoi; in generale. Tra i film della vita sarebbe fuori gara, una questione che trascende qualsiasi parametro. C’entra quel che si vede, la storia (miracolo irripetuto di tale Charles Leavitt, allora all’esordio; poi scriverà soltanto cagate), le immagini, i movimenti di macchina eccetera, almeno quanto c’entra quel che è stato prima, come Michael Cimino sia arrivato fino a lì; soprattutto, quel che è venuto poi. Il film è Verso il Sole. L’ho visto per la prima volta al cinema vent’anni fa, innumerevoli altre in VHS; non so di altri formati su cui sia uscito in Italia, nemmeno mi interessa. In Cinemascope o su nastro magnetico che si deteriora fino a sfracellarsi e scomparire, per me le sole strade praticabili per questa faccenda. Quale che sia il formato non cambia molto: le scene in interni – stanze d’ospedale o bettole ai bordi dell’umanità popolate da personaggi improbabili – hanno comunque le movenze spettrali, il colore livido degli straight-to-video; nelle scene in esterni invece i panorami si espandono, riempiono la corteccia cerebrale penetrandola come migliaia di aghi, non c’è modo di fermare l’esondazione. Ogni volta lo schermo a tubo catodico esplodeva, ed era bello essere vivi. Succedeva con i film di John Ford, di Anthony Mann, con Verso il Sole; poi non è successo più.

Nel 2005 ho visto I Cancelli del Cielo in Piazza Maggiore a Bologna; prima si trovava soltanto l’edizione mutilata in VHS, per cui ho sempre evitato. Non so quale versione io abbia visto, so solo che è durata molto. In qualsiasi caso, l’attesa è stata ben ripagata: una luce così mai mi aveva riempito gli occhi – su uno schermo, per strada, stessa differenza – mai più l’avrei rivista. Più reale del reale: era come vedere il sole sorgere, battere, tramontare, per la prima volta. Nessun altro film in qualsiasi formato mi ha fatto lo stesso effetto. Una pallida imitazione di alcuni sprazzi l’avevo incontrata qualche volta, dal vero, in un tramonto dopo un temporale violentissimo; solo che qui quella stessa luce era stata dilatata per quattro ore circa, insieme allo stesso senso di tragedia pre e post-calma innaturale, il tutto moltiplicato per una cifra incalcolabile. Michael Cimino ha introdotto la proiezione, non ricordo cosa abbia detto. Le scene del film invece le porto stampate in testa dalla prima all’ultima. Quando è finita l’orologio segnava le due del mattino; mi sembrava di essermi appena seduto. Avrei voluto continuasse più di quanto mi sia sentito abbandonato una volta letta l’ultima riga de L’Ombra dello Scorpione. Da allora non ho più rivisto I Cancelli del Cielo; nell’eventualità di non ritrovare quella luce, preferisco farmi bastare il ricordo.

Ha un senso che Verso il Sole rimanga l’ultimo film di Michael Cimino. Quale sia stato il punto di rottura, cosa gli abbia fatto capire che alla fine non era più cosa per la quale, non so e non mi interessa. Va bene così. Voglio dire, come altrimenti? Non riesco a pensare a un film altrettanto adatto per chiudere la sua carriera. Non l’ho mai conosciuto ma la sua esistenza è stata per me un faro. Sapere che ancora respirava mi era di conforto: comunque c’era, da qualche parte, a combattere la sua guerra con le sue regole. Non lo avevano piegato. Piuttosto che starci aveva scelto il silenzio, magari in attesa di una serie di convergenze favorevoli; nessuno lo saprà mai.

Tutti i miei eroi sono morti male: impazziti, mangiati dall’alcol, il cervello fritto dalle droghe, dimenticati. Antonin Artaud, Hank Williams, Peter Laughner, Philip Dick, Peter Steele. Michael Cimino era l’ultimo. Non me ne sono rimasti altri.

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100 canzoni italiane: AGOSTO

 

Da bambino, agosto era nient’altro che la prosecuzione di luglio, il che significava altri bagni al mare, altre partite in doppio a Double Dragon o Golden Axe o Joe & Mac o (inserire nome di videogioco scrauso che oggi manco con gli emulatori) e prima e dopo fomentare gli altri che giocavano; altri gelati Eldorado con nomi, forme e colori da oltraggio a ogni tipo di umana decenza ingurgitati senza soluzione di continuità, panini bisunti a pranzo e dover stare all’ombra a guardare l’orizzonte aspettando che passasse un’ora per buttarsi in acqua di nuovo.
Crescendo i cambiamenti non sono stati poi così sostanziali: si limitavano a cabinati diversi al bar, partite che costavano 500 lire invece che 200, gruppi via via sempre più improponibili nel walkman (o, quando ero più grandicello, nel Discman), film diversi nelle arene estive, non molto altro. Settembre era peggio ma c’era tempo per farsene una ragione, non era ancora il momento; finché era estate, era estate.

Poi è arrivato il periodo in cui agosto corrispondeva all’inizio della fine di una seccatura – le giornate iniziavano ad accorciarsi, faceva via via sempre più fresco la sera – il preludio a un’altra seccatura: lunghe mattine a scaldare la sedia in attesa del suono della campanella, e poi ancora, giorno dopo giorno quasi sempre. Il caldo mi dava da fare, con il freddo andava leggermente meglio, ma di poco; scansare le persone mi dava da fare, stare al mondo mi dava da fare. Il mare aveva perso qualsiasi attrattiva, per anni nemmeno mi ci sono avvicinato; spiaggia o asfalto nessuna differenza per me; anzi, tra le due, meglio l’asfalto. Ogni autunno dicevo a me stesso di resistere fino a primavera; ogni primavera dicevo a me stesso che l’autunno sarebbe stato bellissimo. In tutto questo i Diaframma c’erano dentro comunque, di fisso. Li avevo scoperti quando erano famosi, locandina di un concerto incollata al muro di una strada che facevo ogni giorno per andare e tornare da scuola, anni prima di cominciare effettivamente ad ascoltarli: la copertina di Da Siberia al Prossimo Weekend. La vedevo tutti i giorni, due volte al giorno, mentre il tempo delle elementari scorreva inesorabilmente lungo i bordi il frangettone di Fiumani stava sedimentando dentro la mia testa. Per via di quell’imprinting ricevuto in tenerissima età, per me i Diaframma sono stati fin da subito un dato assodato, una certezza più granitica di molte altre.

Per qualche tempo avevano viaggiato in prima ma non era durata, non poteva durare. Quando il carattere è quello che è e non si conoscono vie diverse dal parlare chiaro, più persone con cui dover avere a che fare eleva la probabilità di scazzi oltre i bordi dell’infinito; meglio tenere il piede in quante più scarpe possibile, c’è chi fisiologicamente non è portato. E infatti: da Ricordi all’autoproduzione il passo è breve quando non si sa tenere a freno la lingua (per litigare, non per leccare). La discesa è stata inesorabile. Intanto Videomusic continuava a mandare regolarmente in onda i loro video: Siberia, Diamante grezzo, Paternità. Il primo aveva acceso in me da qualche parte tra il cuore e lo stomaco una fiamma che non avrebbe più smesso di ardere; certo a differenti intensità, comunque sempre allo stesso posto. Come un’altra costante: negli anni novanta trovarla, la roba a nome Diaframma, era un casino. I dischi dovevo ordinarli per posta da un distributore napoletano che teneva soprattutto techno e metal e sarebbe fallito poco dopo l’uscita di Sesso e Violenza. Da lì in poi ero perso. Sarei stato perso.

Nella città balneare che hanno dimenticato di bombardare c’era un negozio che forse più di ogni altro ha significato per me formazione. Vendeva dischi che erano dischi, fanzine che erano fanzine (alcune in VHS, roba assurda già da mo’ sepolta nelle sabbie del tempo), una marea di vinili usati in tempi in cui il vinile veniva considerato poco meno che patetica anticaglia residuale. Non bastasse, teneva in consultazione un archivio di riviste il cui solo effetto collaterale sul lungo termine è stato abituarmi troppo bene: lì ho sfogliato Bassa Fedeltà, Dynamo!, Rumore con i Nine Inch Nails in copertina e recensioni degli ultimi di Burzum, Brutal Truth e Breeders nello stesso numero convinto che quella fosse la prassi, lì ho comprato a un prezzo farsesco il doppio vinile di Warehouse senza sapere cosa fosse, semplicemente perché attratto dai colori. In un certo senso la vita me l’ha salvata, per poi rovinarmela successivamente con Down Colourful Hill preso usato in occasione delle festività natalizie, altra storia. È lì che ho visto per la prima volta Scenari Immaginari.

I Diaframma erano Federico Fiumani e così sarebbero rimasti: un disco ogni tot, concerti, altro disco, altri concerti, e via così. Non era più un evento un nuovo disco dei Diaframma, piuttosto un tassello in una strada di cui non si intravede la fine, un pretesto per continuare a far girare il nome; ai concerti le stesse facce con più primavere, più rughe, ogni tanto qualche novizio che quasi certamente sarebbe rimasto. Scenari Immaginari si inserisce nel flusso, ne fa parte, senza minimamente sforzarsi di andare oltre la funzione di raccordo tra quello prima e quello dopo. Il primo pezzo si intitola Agosto e parte con il turbo già innestato, un avvio che è l’equivalente di un pugno nelle orecchie difficile da razionalizzare a prima botta, in un certo senso la precognizione della deriva satiro-paccianesca che l’infinito canzoniere di Fiumani avrebbe imboccato in tempi più recenti (Francesca 1986, Mi sento un mostro e via deliziando):

Agosto, voglio chiudermi in casa con duemila giornali porno
sono tante e tali le posizioni che non conosco! (proprio così, col punto esclamativo finale)

Parole che oggi non hanno più alcun senso – già ne avevano poco allora, se non come ricordo di un ricordo per chi aveva un’età da cui ero ancora parecchio lontano. Da ragazzino, nel solaio in un casolare di anziani parenti di un amico delle medie, avevamo scovato un vecchio fotoromanzo in bianco e nero, protagonisti Cicciolina attorniata da uccelli turgidi. Angolature psichedeliche, trama pseudo-gialla, personaggi che parlavano attraverso i balloon come nei fumetti ma dicendo zozzerie. Era roba torbida, sgranata, materiale da sega come poteva esserlo nei primi ottanta in un paese disperso nella brughiera dove non c’era neanche il cinema. Quella è la mia personale definizione di giornale porno; la parte poetica, artistica, l’ho persa tutta. Non sono nato in Francia, Gabriel Pontello lo conosco solo di fama, un nome che ho letto chissà dove, comunque quando l’era aurea era già tramontata da un pezzo anche qui. Le VHS andavano forte, la carta per quel genere di pubblicazioni stava scomparendo. In edicola, di giornali porno c’era Video Impulse e riga, il resto relegato nell’angolo dei depravati nella zona più losca e nascosta dove non ho mai avuto il coraggio di mettere piede – o i manga, di cui mai mi è fregato qualcosa.

Comunque l’immagine rende l’idea, prepara il terreno. Nelle righe successive si dispiega l’essenza del pezzo, gradatamente, fino a trovare pieno compimento nel liberatorio finale: Fate come me, ripetuto a oltranza, come a convincersi, fino a convincere davvero. La messa in parole e musica di uno stato mentale comune a chiunque sia rimasto dove sta di solito mentre tutti gli altri sono in vacanza da qualche parte lontano, con una conclusione inaspettata. L’opposto speculare di Caldo, dove invece le condizioni atmosferiche portavano a uno spostamento (certo infruttuoso, frustrante, ma intanto muoversi, andare da qualche parte non importa l’esito). In Agosto succede l’esatto contrario: chiudersi in casa un gesto volontario, pienamente consapevole, avvantaggiarsi nel tempo che manca ad un altro inverno, senza una meta, senza programmi da onorare. Il senso di isolamento diventa liberazione, la liberazione che si prova nel sentirsi completamente risolti.

Agosto è il pezzo perfetto per il mese da cui prende il nome. È universale, perché comunque sia andata per chiunque arriva sempre il momento in cui tornare alla base, inevitabilmente prima del 31 coincide con la certezza di non essere stati, in fondo, in nessun posto, in tutti i casi essere tornati esattamente da dove si era partiti. E allora a quale scopo brigare: chiudersi in casa, con o senza giornali porno, diventa a quel punto un’opzione da considerare per la prossima.

Ne ha scritti di pezzi in cui è fin troppo facile rispecchiarsi Fiumani, a valanghe; di tutti questo è il più carogna, il più inderogabile. Siberia suona diverso se ascoltato a vent’anni o a quaranta; Agosto no. Agosto è sempre lì, indistruttibile, immutabile come la stagione; in agosto fa caldo e si va da qualche parte, fanculo le metafore e via di mete altrimenti inaccessibili, compensazione e device sempre accesi.
Nel frattempo è uscito un altro pezzo con lo stesso titolo che ha colonizzato l’immaginario di chiunque con la canzone italiana abbia intrattenuto rapporti che vadano quel minimo oltre esami comprati all’università (ma comunque Sanremo se lo ciuccia ogni anno), e dell’Agosto di Fiumani – per non dire di quello politicamente consapevole di Lolli – è stata arata via ogni traccia da qualsiasi mappatura spaziotemporale. Ma dal 1998 in poi, ogni estate che Dio manda in terra, è a questa Agosto che ritorno.

100 canzoni italiane: STARE AL MONDO

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(Roberta)

 

 

Ho visto morire l’hip hop italiano davanti ai miei occhi. Lateralmente, da spettatore, poco importa: quando si testimonia la fine di qualcosa il ruolo rivestito (se si è rivestito un ruolo, e non è questo il caso) è questione di sfumature. Quel che c’era ha smesso di esserci, questo è quanto. Nulla che potessi fare a riguardo: a un certo punto, semplicemente, i dischi belli hanno smesso di uscire. Chi aveva qualcosa da dire e gli strumenti per dirlo ha appeso il microfono al chiodo o cambiato direzione verso qualche altra onda; il posto vacante non è stato occupato da qualcun altro (è ancora così). Tutto il resto è venuto di conseguenza, ricadute incluse (le chiamo così quando in percentuale più o meno ridotta hanno influenzato pure il corso della mia vita): niente più programmi in radio, megaeventi da trasferta e dormire in treno al ritorno il mattino dopo, niente più Zona Dopa dietro casa, niente più vagoni sottopassaggi muri capannoni colorati nottetempo con murales da implosione immediata di tutte quante le sinapsi contemporaneamente – gli antenati della street art a robe metaforiche che sensibilizzano preferivano gigantesche scritte incomprensibili tra cyberpunk e un qualche nuovo alfabeto alieno, lavoravano sodo, ovunque, niente menate con le istituzioni: due mondi separati, non interagivano e basta. A ripensarci non ho bisogno di considerarmi un privilegiato: so di esserlo. Da spettatore ho preso e trattenuto in hard drive solo il meglio; le stronzate mi scivolavano addosso o manco le calcolavo – non ricordo di avere visto direttamente o conosciuto di persona un solo personaggio discutibile tentare di uccidere il funk – sapevo da cosa, da chi tenermi debitamente alla larga, quali fogli non sfiorare nemmeno con un bastone lungo trenta metri eccetera; questo io chiamo censura preventiva, e ha funzionato alla grande. Il lato negativo nell’essere stati abituati fin troppo bene si manifesta quando qualcosa che faceva parte del panorama, che il panorama lo determinava, scompare di punto in bianco. I segnali magari c’erano ma eri troppo infatuato per accorgertene. Quando poi arriva, la sassata della perdita fa male dieci volte tanto. E ha fatto male. Tutto quel che fino a un momento prima era standard, routine (ma ad averne, di routine così), una serie di belle certezze e dati assodati, di colpo è diventato niente. Deve essere la versione redux di quel che succede quando si smette di esistere (non credo in una vita – o altre vite – dopo la morte); musicalmente una morte in ogni caso.

Il 1999 è l’ultimo anno di vita dell’hip hop italiano. Scienza Doppia H, L’Attesa, O Tutto O Niente, Novecinquanta gli ultimi fuochi, Merda&Melma il tabula rasa, Chicopisco il period the end. Neffa l’ha deciso come ai tempi Soul Boy e Speaker Dee’Mo hanno deciso che quello sarebbe stato l’inizio. Il senso è lo stesso, l’ineluttabilità è la stessa: va così perché è così che deve andare. Stesso discorso nell’altro verso: il treno è passato, c’è chi è rimasto fermo alla stazione, un gioco a cui non tutti scelgono di appartenere; di solito, chi intraprende il percorso opposto sono le teste capaci di fare la differenza. Quel che inizia finisce, per cui ecco cosa.

Dopo avere temporeggiato per qualche frista di troppo, mantenendo le posizioni fino a quando era il caso, Neffa si è alla fine reso conto che col ‘già sai che non ve n’è‘ ripetuto all’infinito si va poco lontano, anche se quel dire sei stato tu a inventarlo; il resto verrà di conseguenza. Poco dopo una leggendaria jam corale da padroni di casa all’MTV Day che vista a posteriori è l’equivalente della danza finale nel Settimo Sigillo, la ballotta dei guaglioni si sfalda. I due lasciti più radicali: dopo Merda&Melma e successiva coda di live che è stata davvero l’ultima occasione (non sarò mai abbastanza grato a me stesso per avere alzato il culo dal divano in due occasioni – Bologna e Modena – per assistere al miracolo) Deda, il migliore MC italiano di sempre, appende il microfono al chiodo senza ripensamenti; Neffa pubblica Chicopisco e bella lì. L’ultimo sguardo prima di scrivere la parola fine, scegliere di scriverla un attimo prima che l’intero ingranaggio collassi e imploda, one last midnight come diceva Rust, poi azzerare il contatore e passare ad altro (che il suo “altro” non abbia mai corrisposto al mio, altro discorso). Senza sospesi, senza rimpianti. La certezza di avere fatto quel che s’aveva da fare nei modi e nei tempi in cui andava fatto, ora basta. Buon proseguimento a chi rimane, ci sono state delle gioie ma questo è l’epilogo. Questa, “la fine” lo è per davvero (non come ha detto e dice Kaos, che assiste a questo funerale dall’86 però intanto è sempre lì).

Tutto quel che seguirà, che ancora segue, qualcos’altro. Come Verso il sole è l’ultimo film americano: non che da lì abbia smesso di esistere il cinema ma per chi ha visto c’è stato un prima e un dopo, le cose sono cambiate irreversibilmente, fare finta che no senza mentire a sé stessi diventa impossibile. Una questione di piani: livelli diversi, mai più ripetuti, il cui ricordo basta ad annichilire tutto il resto, a rendere tutto il resto, l’intera faccenda, un altro campionato, spesso un altro sport. Non ero nato quando uscirono Paranoid, o White Light/White Heat, o Closer; per Rapadopa o Verba Manent o sXm invece c’ero e ricordo tutto. Il ricordo, il più delle volte, mi basta e avanza ancora oggi.

La gestione del dopo, un affare individuale che ognuno svolta come può: si passa ad altro se subentra la voglia di passare ad altro, ma non sarà mai la stessa cosa. Comunque quel vuoto che può essere foro o voragine a seconda del carico emotivo investito finché è durata non lo riempi, non lo puoi riempire; rimarrà sempre lì, immobile al suo posto. Per me è così che ha sempre funzionato, in ogni ambito, in entrambi i sensi, positivo o negativo: porto nel cuore o dentro la testa chiunque abbia conosciuto, qualsiasi cosa abbia visto; quando viene a mancare, è qualcosa che manca che non può venire sostituito. Quando la somma di quel che manca oltrepassa di diverse lunghezze la somma di quel che è rimasto è il momento delle domande serie. Certi calcoli sarebbe meglio non iniziarli mai comunque.

Quando è uscito Chicopisco la vita aveva appena cominciato a investirmi; per qualche tempo ancora ho potuto prenderlo come un piacevole sottofondo, più piacevole di altri ma comunque sempre un sottofondo alla vita che scorre, come qualsiasi altro disco avessi ascoltato. Erano le ultime ore d’aria e non lo sapevo. Quel che c’era stato fino a lì una sorta di prova generale, scaldare i muscoli prima della gara seria, un lungo rettilineo a precedere una serie di salite che fanculo il tour de france; salite che ancora non potevo vedere del tutto. Ben presto, il più delle volte, buio con o senza alberi (è lo stesso). Il segnale che adesso basta cazzate era già arrivato, rendersene conto avrebbe richiesto il suo, come prendere una legnata in piena faccia talmente potente da non riuscire a razionalizzare subito l’impatto. Il biglietto d’ingresso al festival orrendo urlante della vita vera, che non è ancora finita. Tengo sempre a portata Chicopisco per una sola ragione: dentro c’è Stare al mondo.

Della musica faccio un uso strumentale, per così dire: quando mi sento triste, è qualcosa di triste che voglio ascoltare; quando mi sento allegro qualcosa di allegro, e così via. Torno a Stare al mondo (il pezzo) ogni volta che stare al mondo (l’azione) eleva il grado di difficoltà ben oltre il livello mostro finale. Ne ho anche altri di talismani ma questo è speciale perché asseconda la corrente, mi mette quieto, comunque vada in pace con lo scorrere delle stagioni. Mi aiuta a mantenere l’unità di me stesso. È talmente universale che chiunque potrebbe dirne la stessa cosa, ne sono convinto. Ho imparato sulla pelle a più riprese il significato letterale di ogni singola frase, pure di questo sono convinto chiunque potrebbe dire lo stesso; cambia il grado di intensità, sempre lì stiamo. Comunque si tratta di restare in piedi, vincerne alcune, perderne altre. In questo, siamo uniti.

Il più grande gruppo da quando esiste il campionatore

Questa non è una copertina

Questa non è una copertina.

È fuori Frankenstein Goes to Holocaust, ad oggi l’ultimo misfatto di Riccardo Balli. Non semplicemente un libro sulla storia del mash-up: una ricognizione alla Balli maniera dentro alle viscere del saccheggio sonoro e oltre, dalla nascita del genere più invendibile di sempre ai suoni di domani, in parallelo a varie forme di ibridazioni letterarie con relative conseguenze (più altre cose, come diceva Elvis Presley nel racconto “E hanno una band dell’altro mondo” di Stephen King).
Ho contribuito con un pezzo sui KLF. Per chi li ricorda, il titolo di questo pezzo ha un senso e un valore precisi, da cui prendere le distanze è più che insensato: del tutto inutile. Finché è durata, fino a quando hanno scelto di farla durare, innovazione e eversione hanno camminato fianco a fianco, di pari passo, con effetti indissolubili nel tempo, impossibili da replicare. Loro un equivalente elettronico dei Velvet Underground in versione ultrapotenziata: chiunque abbia ascoltato i loro dischi è poi a sua volta diventato musicista, spargendo il contagio. Con esiti identici (prototipo mai eguagliato, a fronte di miliardi di tentativi nessuno più ha saputo ricrearne parte della grandezza, ad andar bene una pallida copia) e una sostanziale differenza: Lou Reed è poi diventato Lou Reed, John Cale è ancora John Cale, mentre per Bill Drummond e Jimmy Cauty la mossa successiva ha significato autoannullamento, repentino e inderogabile, a fama planetaria raggiunta. Non esistono equivalenti ai KLF, in ogni senso; soprattutto in termini di radicalità, coerenza, fedeltà assoluta ai propri princìpi, per quanto (o forse proprio perché) incomprensibili a chiunque altro. Conta il gesto, contano i fatti (se il senso venga poi recepito, una questione irrilevante). Non importa quanto alto il prezzo da pagare. Per adesso la damnatio memoriae prosegue: silenzio stampa totale, nessuna eccezione, niente reunion, non li troveremo a tradimento nel cartellone del prossimo Primavera performing the album Chill Out in its entirety. Così vieni dimenticato, la sola via per sparire completamente. Passare all’atto è semplice, basta volerlo.
Nel libro è rimasta fuori la prima parte del mio intervento. Eccola.

È stato come spalancare di colpo un portale che si affaccia su un universo del tutto ignoto. Come fissare per la prima volta il sole. Il velo di Maya nell’esatto istante in cui si squarcia. Il momento in cui nulla sarà più come prima elevato alla N. Una volta imparato qualcosa non puoi più fingere che non esista (o meglio puoi anche, in linea teorica, ma non funziona sempre e non funziona con tutti – certo non con me); in cinque minuti scarsi erano state racchiuse troppe rivelazioni, tutte insieme, concentrate in troppo poco tempo. Il più potente degli allucinogeni iniettato direttamente nel cervello, al confronto, un vago prurito dopo una puntura di zanzara. Per assimilare la portata di quel che avevo visto e sentito, per elaborare gli strumenti concettuali necessari alla comprensione di parte del tutto (il quadro completo, quello nessuno arriverà mai a saperlo maneggiare, a parte – forse – i diretti interessati) sarebbero passati anni, letteralmente. A ogni acquisizione di nuovi elementi il mosaico diventava via via più decifrabile, comunque mai del tutto visibile. Non è ancora finita: la strada è lunga, il tragitto tutt’altro che lineare, e non so dove porta.

Esisteva un canale televisivo chiamato Videomusic, di solito (non necessariamente) corrispondeva al tasto 9 del telecomando: il portale del portale. Ogni pomeriggio mandava in onda On the air, flusso ininterrotto di videoclip presentati dalla voce piacevolmente impersonale di uno speaker che parlava sopra l’inizio e la fine di ogni blocco, introducendo il blocco successivo; lì ho intercettato per la prima volta il video di America: what time is love? a casa di un amico, finiti i compiti.
Avevo nove anni, nessun televisore in casa: la scatola magica stava dai nonni, dal cugino, dagli amici; l’effetto, su di me, qualcosa a metà tra Tutti amano l’Ipnorospo e una droga di cui non puoi sapere quando avverrà la prossima somministrazione. Questa volta era diverso, al netto dell’ipnosi: qualcosa di molto più vero del vero, è stato chiaro dal primo fotogramma. Un Natale avevo visto a dai nonni una versione de “I Miserabili” in bianco e nero che avrebbe tolto la voglia di vivere a un miracolato; tetrissima, claustrofobica, deprimente oltre ogni parametro conosciuto da un bambino di cinque anni. Il video di America mi aveva fatto rimbalzare in testa, con amarezza e virulenza centuplicate, la scena iniziale della nave, con i prigionieri in catene stipati da qualche parte sotto coperta che supplicavano di venire liberati mentre fuori dalla prigione di legno infuriava una tempesta indescrivibile. Per anni non l’ho più rivisto, bastava e avanzava il ricordo. Quando è ricapitato, molti anni dopo, ulteriore dimostrazione di quanto la mente umana possa distorcere la percezione delle cose: un delirio ma preso bene, anche se (ma questo l’avrei imparato poi) le riprese erano state effettuate a temperature polari – lo si nota dalla condensa nel fiato di quasi tutti i figuranti – con l’intero cast a bagnomaria.

Girato in un austero bianco e nero, tanto simile alle tonalità intercettate pochi mesi prima nel trailer di Europa di Lars Von Trier (responsabile di generose porzioni di sonno sottratte lungo interminabili notti trascorse a occhi sbarrati nel buio), nel video viene messa in scena una ricostruzione anfetaminica, sovreccitata, deformata, della scoperta dell’America da parte dei vikinghi, secoli prima di Cristoforo Colombo (come dice il testo, del resto: We came a long time ago/ Nine Nine Two – but you did not know): furia iconoclasta e sarcasmo in parti uguali (mastodontiche, incalcolabili), un rapper nero e un’amazzone in topless con i capezzoli coperti da due ‘X’ scotchate come nella riproduzione virtuale di un film porno visto da un citofono, flash abbaglianti da crisi epilettica, sopra ogni cosa il ghigno allucinato di uno sconvolto Glenn Hughes pre-rehab (indubbiamente il particolare più perturbante, il featuring più grottesco e inconcepibile di sempre) mentre scandisce bene le parole del ritornello, oltre a un ‘I wanna see you sweat‘ che visti i trascorsi è veicolo di cortocircuiti mentali che sanno dirsi interessanti – per chi da un punto di vista psichico già sta sull’orlo del precipizio e ha bisogno della spinta per passare allo step definitivo. Parole che allora già mi disorientavano, nonostante una conoscenza dell’inglese da quarta elementare (perché facevo la quarta elementare): What time is love? Che poi in fondo è la domanda delle domande, a saperla interpretare. Lo sentivo che c’era qualcosa che non quadrava, che la frase, messa giù com’era, non aveva alcun senso, sintatticamente parlando.

Quella notte prendere sonno è stato più difficile del solito. Non avevo mai ascoltato roba del genere, ne volevo ancora. Sarei stato presto accontentato: i KLF erano famosi, molto famosi, più o meno qualsiasi emittente radiofonica li trasmetteva quotidianamente. Ritrovare America sulle frequenze di Radio Deejay dopo pranzo una questione di giorni, di ore. A cinquecento anni da Colombo, pochi mesi prima di Ridley Scott, questo era il tributo. Privo dell’apparato iconografico, senza immagini, rimaneva il pezzo dance più divertente, violento, aggressivo e coinvolgente avessi mai sentito; la situazione non si è spostata di un millimetro da allora. L’impressione: come venire catapultato in mezzo a uno stadio stracolmo, ben oltre il limite consentito, nel pieno del rave più coinvolgente del mondo. Era il culmine dell’era aurea, l’esplosione più colossale prima dell’inizio del collasso. Il concetto di ‘rave’ era stato ampiamente assimilato e digerito dalla casalinga quanto dal pensionato quanto dal bambino; per depotenziarne gli effetti eversivi, per addomesticare la portata assestandola a livelli inoffensivi per le masse, stava rapidamente prendendo forma l’eurodance, bieco carrozzone che avrebbe tenuto banco per altri quattro anni almeno, dove in un’ipotetica scala di valori i 2 Unlimited avrebbero finito per diventare gli esponenti più illuminati.

Altro campionato: i KLF venivano da un altro pianeta, dove presto sarebbero tornati. Con la terza rilettura di What time is love? il penultimo assalto psichico prima dell’implosione. Costruita su un sample di Ace of spades dei Motorhead, America preconizza in blocco quel che sarebbe stato: tastieroni, base campionata da qualcos’altro e ricontestualizzata, rap ignorante a esprimere concetti basici (non per questo deleteri, non nel loro caso), dribblandone sul nascere qualsiasi deriva avesse anche solo minimamente a che fare con l’abbrutimento e la morte neuronale, superando il futuro sul nascere. Ciao baraccone: ecco servito il prossimo lustro senza lo schifo, per chi non ha saputo vedere ci sono i Twenty 4 Seven. Ecco perché da qualche parte ancora salta fuori I can’t stand it (nomen omen se mai locuzione abbia avuto un senso); perché What is love? è diventata una hit planetaria. Non un caso: manca la parola time nel titolo.

promesse da mantenere

promesse da mantenere

Anteprima: POST CONTEMPORARY CORPORATION – HEIMAT

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E così veniamo avanti. Tra ieri e oggi un niente, la differenza nel grado di consapevolezza, di logoramento raggiunti (o non raggiunti). Cose peggiori sono successe a tutti noi: il circo non era poi così buono come ci si aspettasse, il film faceva schifo, etc. Sai com’è. Il macchinario, fino all’ultimo ingranaggio, la meccanica, tutto quanto resta invariato; a discrezione personale il livello di partecipazione, di coinvolgimento nella cosa. Non è la volontà di continuare a farne parte a venire messa in discussione: chi ancora respira, ha occhi per vedere, sinapsi da attivare per sentire resta dentro, è matematico. Esiste un solo modo per uscirne del tutto e nessuno davvero in grado di raccontare com’è. Chi è qui è qui, chi non è qui è un’altra cosa qua, è tanto semplice (grazie Giovanni). Da punto A a punto B, il tempo una costante del tutto priva di significato, della benché minima connotazione morale; resta la burocrazia. I poliziotti del detersivo continuano a indicare la strada anche dove la coscienza nemmeno più pretende di fingere un indefinito simulacro, anche quando non è rimasto più alcun fascio di nervi da lavare. Coazione a ripetere, il cul de sac virtualmente eterno; nessuna reale percezione della cosa, come i cani, o gli insetti. Annamo avanti (volemose bbene è facoltativo), intrappolati in un continuum di cui si presuppone la fine, non si conosce l’inizio: non durerà per sempre, comunque sarà sempre troppo poco. Al netto della qualità del vissuto la somma di rimpianti sarà comunque schiacciante, ad avere il tempo per fermarsi a soppesare. Dimmi, non è così?, mandava in loop Emidio. È così.

Eppure qualcosa continua a giustificare la mossa per chi sta qua, a dare un senso agli sforzi per quanto futili, a spingere ininterrottamente a continuare a tribolare, quasi sempre a faccia in giù, quasi sempre nel fango; le pause troppo brevi per saper essere davvero rigeneranti, gli attimi di respiro rari e lontani uno dall’altro. Non importa. La motivazione è riassumibile in una sola parola (in questo la semantica è d’aiuto): biologia. Rendersene conto può essere un sollievo oppure no, non cambia la sostanza. Heimat è la sonorizzazione di quell’istante, il momento della presa di coscienza suprema; ci si può svegliare di soprassalto e trovare intorno soltanto macerie o non svegliarsi affatto e continuare a sognare (magari un giorno, come diceva Jeff Walker). Comunque non ci si sottrae, il giro in qualche modo continua; perché non è soltanto un giro, è IL giro. Le condizioni sono queste, siamo questo. Ho avuto un brutto sogno, è durato (inserire anni mesi giorni dalla nascita).

Heimat è il primo atto della trilogia dell’assedio: tre singoli in vinile, ognuno abbinato a una t-shirt con slogan propagandistico (“Vivere è una vergogna” in questo caso), a precedere la pubblicazione in CD di Patriottismo psichedelico. Post Contemporary Corporation il nome della cosa, Musica di un Certo Livello l’etichetta. In anteprima qui lo streaming.

Anteprima: SAN LEO – XXIV

San Leo - XXIV cover

 

In quarta elementare sono stato in gita a San Leo con la scuola. Sveglia prima dell’alba, tempo orrendo, nessun raggio di luce all’orizzonte, sul pullman Vattene amore messa in loop da un autista evidentemente sadico. Alla prima i più informati sulle ultime novità discografiche hanno cominciato a cantare; alla quindicesima, di fila, dopo il trentesimo tornante, anche il più ostinato fan di Amedeo Minghi non cantava più.
Ha diluviato tutto il giorno. Anche nel pomeriggio, quando ci hanno portati a Italia In Miniatura; nel parco soltanto noi, le maestre e qualche inserviente blindato nelle baracchine che vendevano ciarpame fradicio di pioggia al niente. Avevo con me dei soldi, cinquemila lire mi pare, di cui potevo disporre a mio piacimento. Ho comprato una granita e una pistola giocattolo; a premere il grilletto riproduceva i rumori di una sparatoria. Ho tenuto il grilletto premuto ininterrottamente fino a esaurire la carica meno di tre ore più tardi. Tornati a scuola, prima che mio padre mi venisse a prendere ho fracassato la gamba di uno stronzetto di quinta giocando a calcio. Sapevo che il giorno dopo la maestra mi avrebbe sgridato davanti a tutta la classe, intanto la vaga sensazione di aver fatto qualcosa di giusto e un pezzo di plastica morto. La mia prima gita.

La rocca di San Leo si è svelata ai miei occhi di bimbo come qualcosa di minaccioso, enigmatico, mistico, fin dal primo sguardo: vero luogo dell’anima nel silenzio irreale, la pioggia, i cieli grigi e il nulla intorno. Le feritoie tra le mura lasciavano immaginare guerre cruente, insensati spargimenti di sangue o epidemie dal decorso penoso in tempi troppo lontani per poter venire visualizzati, se non attraverso il filtro distorto di vecchi film. La prigione era stata progettata per essere una prigione: quattro pareti senza una porta, venire calati dal soffitto e solo dal soffitto poterne uscire, destinazione una cassa di legno a essere fortunati, altrimenti erba verde.

Il motivo per cui i San Leo hanno deciso di chiamarsi San Leo scorre lungo i solchi di XXIV. La consistenza dell’aria che si respira dentro quelle mura riprende vita, imprigionata e magicamente traslata nel tinello di casa o ovunque altrove; connessione uomo–territorio più solida e viscerale che in un film di John Milius, pregnante più che in Walden di Thoreau ma con la nuda pietra millenaria al posto della campagna, watt a sfare a riempire il silenzio. Sono dettagli, per il resto stessa tensione, stesso magnetismo, stesse vibrazioni: la stasi innaturale come la quiete terribile che precede l’arrivo di un uragano, l’uragano, poi di nuovo quiete fino al prossimo assalto, e poi ancora. Tutto il disco è così. Chitarra e batteria la sola artiglieria, oltre a un muro di Marshall non serve altro per entrare nella dimensione parallela; quando e in che stato uscirne, se uscirne, le uniche variabili.
È una gara di resistenza tra una scarica di elettricità e l’altra – nel mezzo un sadico temporeggiare – sempre in trincea in attesa della nuova esplosione, annaspare stretti all’angolo come da un pugile drogato. Ogni pezzo parte liquido, come sangue che si espande nell’acqua o una chiazza d’olio che guadagna terreno, occasionalmente da qualche parte echi lontani di suoni che sembrano l’incrocio tra un organo da chiesa e un sonar lanciato nell’iperuranio, per poi virare in una trance tribaloide e malmostosa dalle infinite diramazioni, implacabile come un carrarmato, inderogabile quanto un rullo compressore con il freno sabotato.

Echi Earth ma personali (Pentastar senza la voce, ma pure Primitive And Deadly asciugato fino all’essenziale, sempre senza voce), gli Sleep di Jerusalem, un sacco di altra roba uscita a cavallo tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio, in quello strano varco spaziotemporale dove stoner, doom, rock psichedelico da altre ere si mescolavano con continuità e quella roba costituiva una scena e aveva un pubblico. Oggi, materia da plasmare che restituisce un senso e una consistenza a parole tipo esoterico, ancestrale, sulfureo, ossianico (eccolo il magico termine che significa tutto e niente, ricorrente nelle recensioni di dischi dai Black Sabbath in giu); l’impressione di essere finiti intrappolati, bloccati in un sottomondo, come la cella in cui ristagnava per interminabili ore giorni anni il conte Cagliostro. Qui il cerchio si chiude e i padiglioni auricolari si spalancano.

 

Il vinile di XXIV esce l’8 novembre; una coproduzione Corpoc/Tafuzzy Records. Produce Luca Ciffo, masterizza Rico. In anteprima qui lo streaming integrale.

Una per Robin Williams, un anno dopo

Da bambino guardavo Mork & Mindy a casa dei nonni. O meglio, la sigla di Mork & Mindy: mi piaceva la canzone e il fatto che il personaggio fosse fatto di plastilina (che si muovesse, poi, un prodigio). Quel che veniva dopo, attori in carne e ossa e risate preregistrate, una noia mortale (peraltro del tutto incomprensibile ai miei occhi di bimbo). Così spegnevo il televisore e passavo alla fase due: allagare la stanza da bagno, cooptato e pienamente incoraggiato dal nonno. Erano dimostrazioni scientifiche, diceva. Delle teorie di Archimede, diceva. Per me Archimede era un personaggio dei fumetti di Topolino e quel che mi importava alla fine era allagare il bagno con Nano, nano, la tua mano apri piano ancora a rimbombarmi nel cervello. Avevo quattro anni.

De L’attimo fuggente mi ha annichilito il finale, come probabilmente per chiunque altro su questo pianeta. Arrivarci in compenso una conquista, un traguardo da meritare: lunghissimi, interminabili minuti a lottare con il sonno, con il buio, per non finire inghiottito dalla poltrona di un cinema di cui ho perso anche il ricordo. Discorsi e dinamiche di cui mi arrivava a esser larghi il 5%. Non riuscivo a entrare nel flusso, a dare un senso alla farsa indecifrabile che si stava dipanando e sembrava non finire mai. Non capivo il motivo di tanto affannarsi, di tanto penare. Un circo urlante, una festa, ma non era divertente, al contrario. Era uno strazio. Gli ultimi cinque minuti però in qualche modo mi sono arrivati; sarà stata la musica, l’enfasi montante, inesorabile, fino a raggiungere picchi wagneriani sul finale, in parallelo a quel che succedeva sullo schermo, azioni che finalmente capivo davvero. Tutto quanto messo insieme mi ha attorcigliato le budella, la gola, un nodo che all’improvviso mi era diventato impossibile sciogliere. La prima volta in cui ricordo di avere pianto guardando un film. Non per paura; era come liberarsi di un fardello. Avevo sei anni, mi ci aveva portato mio padre.

Robin Williams assomigliava a mio padre. Almeno fino a Will Hunting compreso (anche dopo, ma meno) la somiglianza ai miei occhi era impressionante. Prenderne coscienza mi faceva un effetto strano (il legame a ogni film sempre più saldo): come una riproduzione virtuale di situazioni familiari nelle sembianze di un altro, solo leggermente diverse. Il suo volto, certe espressioni più di altre mi squartavano; su tutte, lo sguardo quando il personaggio che interpreta viene ferito volontariamente, di volta in volta da un personaggio diverso, stessa meccanica. La reazione, istantanea, come il dolore si irradia dopo una coltellata inferta a tradimento: infinito stupore, assoluto sgomento, vedere il proprio cuore calpestato con gli anfibi, totalmente vulnerabile, totalmente inerme. Un libro aperto. Delle volte il personaggio che lo feriva volontariamente nella cosa vera ero io. Transfert impegnativi: rivivere attraverso lo schermo una replica moltiplicata alla N di stati mentali pure troppo ricorrenti. Chiodi nella carne cruda. In tutti i casi porte che sarebbe stato meglio non aprire. Eppure, mai smesso di farlo. Fino a qualche anno fa, quando il livello delle produzioni in cui Robin Williams finiva coinvolto, ormai da tempo in picchiata verticale, ha smesso di scendere per assestarsi sul nero stabile; le scelte (artistiche, imprenditoriali), proiezioni di una mente deragliata già da mo’. Roba talmente contorta o amara o respingente o imbarazzante o solamente triste da rendere impossibile proseguire il viaggio. Non ero il solo: la diaspora era cominciata da un pezzo, nessuna inversione di tendenza, e non accennava a fermarsi. Del resto, difficile anche solo immaginare chi potesse essere lo spettatore di un film con Robin Williams in quegli anni, chi scegliesse volontariamente di pagare il prezzo del biglietto o anche solo occupare novanta minuti del proprio tempo con quella roba. A parte, forse, Robin Williams.

Ricordo bene quando ho imparato che era successo, l’istante. Persone che da allora non ho più rivisto, device che per me sono ancora fantascienza; sospesi nell’Interzona che è più o meno ogni luogo dove ci si trovi pochi giorni prima di ferragosto, da qualche parte, non troppo tardi. Qualcuno la butta piano: è morto Robbie Williams. Penso immediatamente all’agghiacciante video di Come undone diretto da Jonas Akerlund, sorta di upgrade di Requiem for a dream film virato deboscio, visto una sola volta in piena notte e mai più dimenticato; un ricordo lontano, comunque a fuoco, ma è un attimo. Qualcun altro aggiusta il tiro, cellulare alla mano: il morto è Robin Williams. I dettagli nei giorni successivi, questioni di secondaria importanza, la meccanica conta poco: prima respirava, ora non respira più, questo è quanto.

Mai pensato a gerarchie di alcun tipo per i miei film preferiti; comunque La leggenda del re pescatore occuperebbe un posto molto in alto. Pochi altri hanno lasciato in me un segno altrettanto profondo, ancora meno hanno determinato il mio percorso umano in maniera altrettanto radicale, definitiva, inderogabile, rendendomi la persona che sono quando sento la terra ben salda sotto i piedi (quando non, altro discorso). Ancora oggi non esiste altro film che mi faccia sentire come mi fa sentire La leggenda del re pescatore, niente che nemmeno gli si avvicini. È come se avesse colto esattamente il punto. Ogni altra parola per tentare di razionalizzare l’orrore del mondo diventa superflua al confronto; giri a vuoto, come topi ballerini condannati a ripetere la stessa danza in eterno. Se mai si può imparare qualcosa da un film, lì è dove in assoluto l’ho imparato meglio. Non avevo mai visto La leggenda del re pescatore al cinema; VHS, televisione, DVD, la qualunque, mai abbastanza spesso, mai troppo volentieri. Ma al cinema ancora no. Ci sono riuscito l’anno scorso nel momento più opportuno, uno di quei giorni memorabili (secondo Flaiano non più di quattro o cinque nella vita, il resto volume) in cui tutto è dove dovrebbe essere, tutto va come dovrebbe andare; per un attimo il tracciato acquista un senso, a un tratto so bene dove sto, vedo chiaro dove sto andando. Non succede spesso. Lì è successo. Robin Williams era morto da un mese. Per me, il suo ultimo regalo.

Una per i trentacinque anni di “Closer”

 

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Del Corvo ho letto prima il fumetto, il film l’ho visto dopo. Niente TV, poche stazioni radio, in proporzione una bella dose di informazioni inutili con cui sono stato riempito negli anni formativi viene dai fumetti. Mi piacevano i fumetti, senza distinzione. Da Dylan Dog a Tank Girl più tutto quel che stava in mezzo e oltre. La mia mente era una spugna, assorbiva tutto. Il problema era riuscire a metterci le mani una volta esaurita la paghetta, che era misera e finiva sempre troppo presto in proporzione al bisogno. A volte ho rubato, a elaborare il senso di colpa mi aiutava Kevin: se ti serve tanto una cosa e tu non hai i soldi, la puoi anche prendere in prestito. Ripensavo a quelle parole e mi passava. Il Corvo l’ho comprato. Due numeri a tremila lire – il terzo.tremila e cinque, quei bastardi – in mezzo un numero zero a duemila e stop: una spesa affrontabile. Mai nemmeno considerato l’edizione limitata, mai collezionato roba; nessuna fascinazione per l’oggetto in quanto tale, contava il contenuto, e mille lire in più o in meno per me erano soltanto mille lire in più o in meno. Mezzi per un fine, tanto per restare in argomento. È stato bello finché è durato e per molto altro tempo ancora Il Corvo. Troppo breve (ma non è sempre così per tutto?), quando è finito ci ho messo un po’ a elaborare la perdita. Avrei voluto continuasse. Quasi ogni capitolo portava il titolo di un pezzo dei Joy Division; così li ho scoperti, senza averne ascoltata una sola nota. Pochi anni più tardi, Closer mi è esploso in faccia.

È stato il primo, non sono andato in ordine cronologico. Copie bootleg orrende giravano in vinile a prezzi sostenibili, tanto bastava; una bella copertina e un vago ricordo le spinte finali per entrare nel tunnel. Mai sentito altro prima di Atrocity exhibition, il primo pezzo. Da lì il resto, combustibile per un fuoco che non ha smesso di ardere da allora. Avevo fotocopiato i testi tradotti a scuola. Senza sarebbe stata solo bella musica, strana e vagamente respingente, vagamente ostile. Altra cosa con le parole sotto gli occhi nero su bianco, condizione necessaria per dare un mio senso a quei lamenti. Entrarci, come una mano dentro un guanto nuovo, dell’esatta misura. Raramente è stato più facile, più chiaro; una verità ovvia.

Se ci arrivi presto è come se ci arrivi tardi: burocrazia, atto dovuto, comprare un vestito senza averlo provato e farselo andare bene; disfarsene senza rimpianti quando smette di fare il suo. Ma se ci arrivi al momento giusto è una rivelazione in grado di svoltare un’esistenza, di determinarla. Abitarlo per mesi o anni o una vita la logica conseguenza. Non viverla benissimo comunque, come per ogni altro classico personale, sempre in trincea: chiunque ne oltrepassi la linea di confine un invasore, la certezza che il disco parli a te soltanto, parole che nessun altro al mondo potrà comprendere mai, non allo stesso grado di intensità (semplicemente inaccettabile formulare il pensiero). Trip del genere. Rain Man al quadrato. Incidentalmente potrei dire lo stesso per una marea di altri dischi, per altri motivi, tutti validi secondo il mio sistema di valori. E come altrimenti.

Quando qualcosa è parte di te la porti dietro sempre, non importa il contesto. Continua a farmi strano vedere più di una persona in un locale dimenarsi sulle note di un loro pezzo – di solito Love will tear us apart (chissà perché sempre quella poi) – incastrato a viva forza tra una prescindibile merdata e la successiva. Lo stesso imbarazzo di seconda mano che mi assaliva per Smells like teen spirit sparata a tutta birra alle feste del liceo, decontestualizzata con violenza e brutalità paragonabili a uno stupro di gruppo moltiplicato all’infinito. Un riempipista. Quando il fastidio ha oltrepassato il livello di guardia ha coinciso con quando ho smesso di farne una questione. I dischi esistono per essere ascoltati.

Per anni non ho visto una foto di Ian Curtis. Per anni ho pensato fosse nero, nel senso di africano. Il suono della voce unito a nessun supporto visivo a confermare o smentire mi aveva portato a tracciare l’obbligatoria conclusione, a esserne convinto. Lo immaginavo bluesman deragliato, lo stato mentale che mi arrivava era quello: stare male, molto male, dentro qualche baracca gelida in nessun posto in particolare. Il resto sfumature.

Poi è arrivato il momento in cui un dettaglio del quadro generale è entrato a gamba tesa nel vissuto personale penetrando dall’esterno, mi ha invaso. All’improvviso e per sempre è diventata una questione privata; uno slittamento di piani ha dato un preciso significato, un peso specifico, una consistenza a tutti i giorni e anni precedenti vissuti nell’attesa del momento ora raggiunto, il momento del crollo. La colonna sonora più appropriata girava già dentro di me, da anni.

Closer è uscito trentacinque anni fa. Francesco me l’ha ricordato. Mai celebrato l’anniversario, sempre ignorato mese e giorno. Contrappasso definitivo, ironia suprema: dopo decenni a tenermi compagnia, miliardi di ore spese a scandagliarne ogni piega alla ricerca di nuovi elementi che rafforzassero un legame comunque fin dal giorno uno profondo più dell’oceano, del tutto ininfluente la mole di film, libri, contributi di ogni provenienza e natura sull’argomento (scansati di default o entrati da un orecchio e usciti dall’altro), a sopravvivere più a lungo nella memoria e nelle budella niente e nessuno dei suddetti, in molti sensi la nemesi assoluta. Una cover.

Le cover sono croce senza delizia il più delle volte. Con i Joy Division poi la possibilità di fallire miseramente diventa invariabile certezza – oltre che spietato indicatore del grado di assoluta incoscienza e straordinaria presunzione degli autori dello scempio – senza passare dal via, matematico. A parte un paio passabili (Nine Inch Nails, Dead souls; Codeine, Atmosphere) riconosco una sola eccezione: Transmission rifatta dai Nomeansno, in qualsiasi forma, esibizione e contesto. Mai smesso di ascoltarla, mai ascoltata troppo. La preferisco all’originale. Non saprei spiegare perché, ancora oggi per me non esiste nient’altro che anche solo le si avvicini. Un detonatore. Appena parte il giro di basso le lacrime rotolano giù (come dicevano i Tears For Fears), è incontrollabile. Mi ricordano che sono ancora vivo, non importa per quanto, non finché i fratelli Wright si sgolano ripetendo ossessivamente dance dance dance dance dance to the radio come fosse la sola cosa sensata da urlare con quanto fiato un corpo possa contenere, fino al collasso; di colpo ogni casualità acquista un senso mentre le torsioni di Ian mi rimbalzano nel cervello come un flash maligno, innescando cortocircuiti seri.

Una per chi torna, per chi resta, per chi non è mai andato via (la reunion dei Royal Trux solo un pretesto)

 

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[…]as for a reunion, it will never happen. It is just too depressing.
(Neil Hagerty 2012)

We’ve been offered a few times, but it just doesn’t make sense to me. Royal Trux was something that existed in time– a relationship, a partnership, a chemistry– and that doesn’t exist right now.
(Jennifer Herrema, 2012)

I gruppi tornano insieme. L’acqua è bagnata, il cielo è blu, e i gruppi tornano insieme. Inattività, senescenza, perfino la morte: nessun ostacolo, nessun problema, fino a quando esiste un pubblico pagante i gruppi tornano insieme. Per una sgroppata o più di una, a dipendere da ostinazione, potere d’acquisto, altre variabili (tutte intimamente connesse al flusso di denaro che si auspica generi la mossa). Nessun modo di invertire la tendenza, due soli i canali: starci, o non partecipare. In ogni caso qualsiasi reazione al riguardo non sposta di un micrometro l’asse discorso, perché non c’è nessun discorso. Come boicottare la Cocacola o sdegnarsi per ogni nuovo civile massacrato arbitrariamente a sfregio: tutto resta comunque uguale, è così che va e stop. Uno standard che già da mo’ ha perso ogni connotazione morale, annichilita dalla coazione a ripetere che ha reso l’eccezione routine. Una convenzione, come le giornate di 24 ore o il giorno di Natale il 25 dicembre. Ieri i Toyal Trux, domani chissà chi, so what (precisamente come dicevano i Flipper nel finale di Ever).

Ho sentito nominare per la prima volta i Royal Trux tra le righe di una recensione di Claudio Sorge, non ricordo il disco; ne parlava come fossero l’ultimo gruppo prima dell’apocalisse, stesso trattamento riservato a chiunque altro suonasse una chitarra collegata a un amplificatore. Un modo condivisibile di impostare la questione tutto sommano, almeno fino a quando resti sintonizzato su quell’onda; solo una volta sceso dal treno realizzi quanto ciarpame, certamente in buona fede, sia stato venduto come i nuovi fratelli Asheton; finché ci sei dentro continui a sorridere e annuisci contento, al sicuro dall’orrore del mondo, cullato da certezze più solide del granito. Persuasione: non necessariamente comporta una logica stringente alla base. Basta qualcosa che faccia partire la macchina morbida dell’empatia, qualcosa che abbia a che fare con bisogno e fede aprioristica verso qualcosa o qualcuno, che li alimenti. Una volta innescato il meccanismo, in questo caso, solo buone vibrazioni. Non esiste altro io abbia letto con uguale piacere, altro dove abbia ritrovato lo stesso candore; forse giusto Beppe Riva, se ora fossi bisnonno. Ma così non è, quindi non è così. E comunque, qui, che benedizione è stata.

 

Che storia i Royal Trux. Un’idea, un concetto, di quelli in grado di scardinare un intero sistema di valori, di ridiscuterne l’essenza stessa. Rock and roll più di tutti i Nuggets messi assieme e oltre; come Alan Vega, come Peter Laughner senza l’epilogo, come Wesley Willis. Un paradigma, uno stato mentale, il suo manifestarsi, vero prodigio. Come passare attraverso tanta droga da uccidere buona parte della popolazione dell’universo conosciuto e riuscire a padroneggiare gli strumenti per saperne riferire in maniera comprensibile anche a un bambino di sei anni. Più veri del vero. Pura magia fuoriusciva da solchi che avresti detto fatati; ogni istante, ogni riff deragliato, ogni scheletro ritmico squartato, ogni teoria rigorosamente finita a schifio nell’arco di dieci secondi, roba da rendere qualsiasi cameretta all’istante una cattedrale di degrado. Premere play, l’equivalente di cominciare a scaldare il cucchiaino; senza dover prima avere a che fare con pusher ributtanti, senza danni cerebrali permanenti, tutto dentro la testa. Splendido.
Jennifer Herrema era la mia Marilyn Monroe, la mia Laura. Come potesse esistere tanta bellezza concentrata in una sola persona, mai riuscito a capacitarmi. Ma esisteva, da qualche parte, lontano da qui; nella mia testa, Huysmans al quadrato. Piedistallo. Detonatore e generatore di gran trip: drogarsi insieme, fissare il vuoto da una veranda di qualche sconosciuto in Arkansas, respirare la stessa aria. Non avrei avuto bisogno di altro.

A Twin Infinitives sono arrivato poi. I negozi non lo tenevano. Nessun negozio, pareva. Non ho avuto un pc fino a poco prima dell’attacco alle torri, Internet soltanto una vaga idea di cosa fosse (nella pratica: qualcosa che mi era precluso). Digitare “twin infinitives” mi ha portato al sito di Scaruffi; ne parlava come del più grande capolavoro di tutti i tempi o poco meno. Non ho un’opinione su Scaruffi: come chiunque altro abbia letto, ha scritto cose che condivido e altre che non condivido (mai preoccupato di stabilire una supremazia delle une sulle altre), finché è durata mi sono divertito e questo è quanto. Quel che so: ho ascoltato Twin Infinitives un sacco di volte per un sacco di tempo, poi ho smesso e da allora non ne sento più il bisogno. I dischi strani mi prendevano meglio dei dischi meno strani; Twin Infinitives è molto strano. Poi mi è passata. I Royal Trux per me hanno cessato di esistere di lì a poco.

Ho ascoltato qualche disco di Neil Hagerty dopo lo scioglimento: tempo buttato al vento, non la prima volta né la più grave. I dischi di Jennifer Herrema più gregari a caso, bypassati senza il minimo ripensamento. Ora tornano come entità a popolare questo circo ed è un altro so what flipperiano grosso quanto il Grand Canyon.