T’APPARTENGO (100 canzoni italiane)


Detesto la parola edonismo, o per essere esatti detesto l’accezione che ha preso la parola edonismo dopo essere stata utilizzata per descrivere la stagione degli yuppie. E considerato il fatto che il significato della parola edonismo mi è stato spiegato nei primi anni novanta, si può dire che non ho mai avuto la possibilità di vivere in un mondo in cui la ricerca del piacere come fine ultimo dell’esistenza fosse un ideale puro, per nulla sporcato dalle implicazioni politiche e dai corsi di rettorica frequentati da quelli che poi andavano a scrivere su Filmcritica. Vabbè. Comunque quando qualcuno parla di edonismo reaganiano in genere fa riferimento ad una visione a blocchi dello spirito del tempo secondo cui gli anni ottanta li abbiamo passati a pippare coca sul culo di una modella e gli anni novanta li abbiamo passati ad odiare noi stessi per tutte le botte di coca che avevamo dato fino ad allora. Oltre a questo, il termine edonismo riferito al modello di vita yuppie sembra implicare indirettamente che nei primissimi anni novanta nella società occidentale predominasse il desiderio cosciente di rompersi il cazzo e porre fine alla propria vita. In questo senso, il clamoroso successo di Non è la Rai in quell’epoca (quattro stagioni dal ’91 al ’95) non sarebbe spiegabile.

In una di quelle riviste che mio fratello comprava di tanto in tanto (forse era King, ma potrei sbagliarmi) mi capitò di leggere un articolo sulla piega che stavano prendendo le teenager italiane. Era una cosa scritta in forma di fiction e divisa in miniracconti, uno per ogni stereotipo, con accanto la foto della musa ispiratrice di quel particolare gimmick -l’anoressica wannabe-modella, la comunista fricchettona figlia di papà, la ragazza di Non è la Rai che sculettava pimpante davanti al bidello. Di fianco a quest’ultima campeggiava la foto del viso sbarazzino di Ambra, il che sembra datare l’articolo dalle parti del ’94. Era un reportage dal Paese Reale dieci anni prima che il concetto di Paese Reale fosse plasmato: quali sono i modelli più ridicoli a cui si ispirano oggi le nuove adolescenti? Un articolo di merda, ma va bene per fissare un punto: a un certo punto l’ideologia alla base di Non è la Rai ha fatto il giro ed ha iniziato ad essere appannaggio di quelli che i giovani la droga la rivolta e l’anoressia. Il livoroso finto-paternalismo di quell’articolo era l’espressione di un sentimento reale, che però la società civile di solito riserva alle forme espressive più radicali della controcultura giovanile (squatter anarchici, rave culture, street art etc etc). Non era una cosa circoscritta a qualche articolo per riviste maschili: lo stesso inquisitorio non-biasimo occupava programmi di approfondimento, editoriali dei quotidiani buoni, tavole rotonde, omelie e saggistica. Com’era potuto accadere che la stessa sprezzante noblesse oblige da salotto buono dovesse abbassarsi a smontare un prodotto televisivo major, evidentemente stupido e di clamoroso successo? Provo a raccontarla per come l’ho vissuta io.

Comincio dal passato recente e vado indietro. A metà anni 2000 il Bronson di Ravenna aveva iniziato a mettere in calendario una festa anni ’90. Il Bronson è un locale di estrazione indie, un posto da concerti; quasi tutte le selezioni erano concentrate sui movimenti altrock degli anni novanta, britpop, crossover, d&b, gangsta e via dicendo. La migliore in consolle a queste feste è una dj che si fa chiamare Trinity: ha iniziato da subito a martellare sul repertorio italo, e c’è voluto poco a capire che la sua roba funzionava molto più del resto. Alla fine del suo set metteva sempre T’appartengo di Ambra e le prime volte che la suonava il locale ha seriamente rischiato di venire giù. Ecco, la festa anni ‘90 del Bronson è stata la prima volta che ho ascoltato T’appartengo traendone un piacere reale ed immediato. La canzone è contenuta in un album con lo stesso titolo uscito alla fine del ’94 e rimane la testimonianza discografica di maggior rilievo uscita fuori da Non è la Rai. Quando passava quotidianamente per radio pensavo che fosse la peggior canzone mai incisa. A formare l’opinione hanno contribuito in maniera determinante alcuni fattori non strettamente dipendenti dalla qualità della canzone, ad esempio la mossa del cuore performance in playback nel corso del programma e l’odio per il programma stesso.

Il programma è iniziato nel tardo ’91. Gianni Boncompagni a quell’epoca viene da anni di militanza in Rai, gli ultimi dei quali passati a riconcepire il formato di Domenica In per una nuova generazione di telespettatori –intrattenimento a randa, giochetti low budget, un sacco di ragazze in studio. È già l’ossatura su cui andrà a concepire il programma che sta pensando per Fininvest, in onda dal settembre del ‘91. Il programma si chiama Non è la Rai, dichiarando in maniera piuttosto smargiassa la sua natura di auto-scopiazzatura (è a tutti gli effetti Domenica In con un altro logo sullo schermo), con Enrica Bonaccorti a condurre l’ombra di Boncompagni ben più che intuibile e una legione di ragazze carine a far da pubblico. Ad alcune di loro è affidata la conduzione di alcuni momenti del programma, e l’idea si evolverà nelle edizioni successive fino alla sparizione dei conduttori professionisti dalla trasmissione nella stagione 3. È in questa fase che Non è la Rai diventa a tutti gli effetti Non è la Rai, una cosa che occupa militarmente due ore di palinsesto nei pomeriggi feriali di Italia 1, condotto da una ragazza di 16 anni che viene imbeccata dal regista tramite un auricolare. Persino il nome del programma sembra cambiare significato: non è più un riferimento autobiografico del regista e ideatore quanto una dichiarazione d’intenti in merito al contenuto: qui dentro c’è roba che nella TV nazionale non potreste mai vedere. E alla fine è diventato IL programma di Boncompagni, il suo testamento spirituale, quello a cui pensi se ti dicono il suo nome.

L’impatto di Non è la Rai sulla società italiana di quegli anni, in barba a Kurt Cobain e Tangentopoli, è fortissimo. Per certi versi guardarlo nel ‘92 è come guardare un incidente stradale. La roba di Cecchetto al confronto sembra haute couture per linguisti. Mi capita spesso di guardarlo: il mio migliore amico ne è ossessionato e lo guardiamo insieme. Non c’è nessun trasporto reale, non ci sono storie interessanti o montepremi stellari. Fondamentalmente ci sono solo delle ragazzine a cui è permesso di fare le ragazzine in TV: urlano, ballano, qualcuna canta in playback. C’è questo gioco che si prende un sacco di minutaggio: vengono sorteggiate tre ragazze, si mettono sotto a una doccia. Un tizio chiama da casa, sceglie quale delle tre deve tirare la catena davanti a lei. Da sopra arriva una secchiata d’acqua, o una pioggia di caramelle o petali di rosa o quel che era: se escono i petali vinci un gingillo, se esce acqua ti sei guardato la tua preferita prendere una secchiata. Il gruppo di ragazze è diviso abbastanza nettamente tra una cerchia di notabili (a partire da Ambra Angiolini) e un novero di gregarie che fanno numero. Fuori dallo schermo Iniziano a spargersi leggende metropolitane secondo cui un’orda di ragazze più o meno maggiorenni, accompagnate da madri più infoiate di loro, si presentano ai cancelli per il casting, pronte ad elargir servizi a chiunque abbia il potere di decidere la loro presenza in trasmissione. È roba tramandata per via orale che si spinge fin dove può spingersi l’immaginazione delle persone semplici: le mie preferite sono quella tipa che venne accettata nel cast e mandò a monte il matrimonio programmato per il weekend successivo; ho sentito raccontare la storia di un gruppo di senatrici, le ragazze più in vista, che vessavano brutalmente le altre. Immagino fossero tutte cazzate, ma la gente non smetteva comunque di raccontarle. I miei amici parlavano con cognizione di causa di una ipotetica top ten delle ragazze più fighe (ricordo solo che Miriana Trevisan era al primo posto). Non riuscivo a pensare a loro in quei termini, credo fosse per via di quel settaggio acqua-e-sapone imposto dall’alto che solleticava certe fantasie e le rendeva lontane dal mio ideale dark dell’epoca. Qualche volta ho anche provato a spiegarlo ai miei amici, beccandomi in risposta qualche insulto, “finocchio” e “chiesarolo” perlopiù. Ma a starci appena più attenti l’accusa era quella di non marciare al ritmo del resto del mondo, di spezzare la bolgia (cfr).

Le cose sono finite fuori scala nel giro di pochissimo. Non è la Rai ci ha messo poco a diventare una vetrina da cui spacciare una visione pop che per certi strati della popolazione probabilmente era davvero la roba più figa su piazza, e anche chi s’era già guardato tutto Cronenberg non aveva abbastanza anticorpi. Rispetto alla media delle produzioni musicali che facevano capolino in trasmissione T’appartengo di Ambra (e la successiva L’ascensore) erano probabilmente i lati più rispettabili, ma al di là dei passaggi in radio nella stagione calda (e del sorriso ubriaco di chi la riascolta alle serate-nostalgia) il singolo in sè ha impattato pochino. Ma l’insuccesso sostanziale della Ambra cantante è praticamente l’unica soddisfazione di chi voleva cancellare ogni traccia del programma dal nostro immaginario, un gruppo di pressione bipartisan che lavorava (verosimilmente) per togliere Non è la Rai dal palinsesto e infilarci due ore di qualsiasi altra cosa (verosimilmente letture di Burroughs o tributi a De Andrè). In prospettiva l’insuccesso della Ambra-popstar (la quale comunque un quarto di secolo dopo ha ancora un’agenda bella fitta) è anche un punto di partenza verosimile di due movimenti speculari dei noughties: il primo è tutto il movimento di riscoperta del trash anni ‘90 come linguaggio comune ad una generazione di intellettuali attivi dai 2000 in poi (e quindi un certo culto sotterraneo attorno a T’appartengo); il secondo è un sottogenere del giornalismo d’inchiesta all’epoca del clickbait, gli articoli intitolati “che fine hanno fatto le ragazze di Non è la Rai?”. Polvere eri e polvere ritornerai, l’onda lunga del rigurgito cattolico/sessuofobo che animava le più feroci critiche al programma, quasi tutte pescate dalla bibbia e mascherate da dibattiti sulla decadenza del contemporaneo. La stessa merda che oggi vola sugli youtuber e sugli influencer, o sul ministro del lavoro quando dice che per trovare lavoro gli agganci e il calcetto contano più del CV europeo, perchè salvare quel briciolo di decenza formale è il motivo per cui ci siamo iscritti ai terroristi dell’internet.

(un paio di settimane fa una persona mi ha mandato il CV europeo per chiedermi di scrivere su Bastonate)

Rispetto alle polemichette da cortile su youtuber e affini, però, Non è la Rai è da almeno vent’anni una questione iconografica. Una cosa che nel bene o nel male serve a raccontare i nostri tempi, e questo genere di letteratura conta anche e soprattutto come il bisogno feroce di affrontare un irrisolto, di ricombattere una battaglia che abbiamo straperso -e la nostalgia ci dà perdenti anche a questo giro, guardate solo l’attuale livello di reputazione di un Drive In che ha fatto lo stesso giro dieci anni prima.

La colonna sonora non aiuta; quello che all’epoca diventò l’inno degli hater del programma non vale manco un decimo di T’appartengo. Lo scrisse Vasco Rossi e lo pubblicò nel ‘93, dentro a Gli spari sopra. La canzone si chiama Delusa e quando ci ripenso mi rendo conto che già ai tempi esistevano canzoni molto peggiori di T’appartengo. Delusa è un rockettone sopra le righe e si fregia di uno dei testi più ignobili della storia del pop, in cui con una mano si dà corpo alle leggende metropolitane (“però quel Boncompagni lì secondo me…”) mentre con l’altra ci si cura di fornire un fine riferimento letterario all’ideologia secondo cui girare in minigonna ti rende corresponsabile di tutte le molestie sessuali che potresti subire (oppure “ehi tu delusa attenta che chi troppo abusa rischia un po’ di più e se c’è il lupo rischi tu” vuol dire un’altra cosa e io non l’ho mai capito). A quel punto le fila degli scandalizzati s’erano ingrossate al punto che veniva quasi naturale fare il tifo per Ambra e Boncompagni, e stiamo parlando di gente che faceva gli spot a Forza Italia in diretta TV. Ma francamente già ai tempi avevo sviluppato questo istinto per cui se da una parte c’è Vasco io mi butto dall’altra. Forse è quello che mi fa prendere bene quando la canzone di Ambra passa nello stereo. O magari ha a che fare con l’edonismo.

Quando il gestore di un bar assume due ragazze carine, qui in giro si dice di lui che “ha il senso degli affari”. Quando ti fermi a prendere un cappuccino al bar prima di entrare in ufficio, intorno alle 8 del mattino, c’è sempre qualcuno che ci prova con la barista. Lei ha uno sguardo negli occhi stile “anche oggi ti mando affanculo domani”, chiude la bocca, sorride, versa la schiuma nella tazza. La morte di Gianni Boncompagni ha rinvigorito un dibattito tra innocentisti e colpevolisti che va avanti da 25 anni e passa: i primi usano parole di circostanza, i secondi sono infoiati e ci tengono a puntualizzare che GB sia tra i principali responsabili dell’impoverimento di contenuti della TV italiana. Ecco, credo che almeno post-mortem lo si possa assolvere da questa accusa: non è stato lui a creare l’ossessione degli italiani per la figa. Forse ha avuto un ruolo chiave in tutto il processo di demistificazione della bomba sexy all’italiana, quel calvario mediatico che che da Sophia Loren ha portato ad Alessia Merz, ma 1 le Lory Del Santo e le Tinì Cansino non sono state inventate da Boncompagni, e le stesse leggende metropolitane cantate da Vasco Rossi accompagnano da decenni le selezioni di Miss Italia. Se il problema di questo paese è stato il berlusconismo, la colpa di Boncompagni è di aver surfato su quel mare di merda meglio di chiunque altro -anche se la mia impressione è che la sua più grande colpa sia di avere avuto la faccia come il culo, di svuotare scientemente il contenitore e avere pure la faccia di vantarsene in giro. A conti fatti la sua interpretazione del berlusconismo aveva un sapore quasi verista: ti sedevi e lo guardavi per quel che era e diocristo non c’era proprio un cazzo da vedere. 

100 canzoni italiane: NON PAGO AFFITTO (SwaG NeGri)

Stasera era prevista una specie di guest-starring di Bello FiGo al Baccara di Lugo, evento annullato in seguito alle minacce ricevute dal locale. Si tratta solo dell’ultimo di una serie di episodi identici di cui continua ad arrivare notizia da fine anno scorso ad oggi. Un brevissimo excursus: Bello FiGo è una specie di LOLrapper, nel senso, uno di quelli venuti fuori sull’onda dello youtubbismo applicato al rap italiano (un fenomeno che da certe meravigliose concezioni DIY tipo i primi esperimenti Swaiz/Truceklan si è allargato in tempo zero alla base fino a diventare appannaggio di gente con problemi mentali, gente con finti problemi mentali, imprenditori in erba e gente regolare in cerca d’attenzione; un fenomeno di cui praticamente nessun giornalista serio, tra l’altro, si è occupato nei termini in cui avrebbe meritato). La sua roba era relativamente più complessa della media, una specie di Andy Kaufman molesto del LOLrap senza una vera e propria cognizione di causa. Bello FiGo, di origini ghanesi, ha una storia costellata di scaramucce con questo o quell’altro: è uno dei bersagli preferiti di un certo tipo di gentismo fascista alla gricia, poco importa che fosse qualche sparuto cazzaro su Facebook o i diss della Dark Polo Gang. Tutto è uscito di scala nel dicembre del 2016, in ogni caso: ospitato da Belpietro a Dalla vostra parte, Bello FiGo è stato messo in mezzo a uno studio a prendere insulti da alcuni intellettuali italiani (Alessandra Mussolini e gente simile) mentre sotto passavano stralci di Non pago affitto. Ricordo abbastanza bene la sera in cui è successo: stavo facendo disegnini al tavolo della cucina e nel contempo provavo a cimentarmi per la terza o quarta volta nell’impresa di ascoltare tutto Elseq 1-5 dall’inizio alla fine. In effetti stavo andandoci abbastanza vicino, poi qualcuno su Twitter e Facebook ha iniziato a condividere in maniera febbrile questa trollata di Bello FiGo alla Mussolini. Che trollata in senso stretto non è stata: il rapper s’è trovato in studio a fare l’unica cosa possibile, cioè bisbigliare un paio di frasi ogni tanto senza svelare mai, nemmeno per sbaglio, che si tratta di nonsense ironici sugli stereotipi dell’immigrato. È stato così che il personaggio ha fatto il definitivo salto di qualità, in quella modalità contemporanea da social che non ammette la presenza di mezzi toni. Da mentecatto ad intellettuale di riferimento in 48 ore al massimo. Di solito questa merda rientra con la stessa velocità con cui è esplosa, ma Bello FiGo ha qualche potere inspiegabile che manda fuori di testa i neofascio/leghisti. Di lì a poco si è iniziato ad avere notizia di date annullate per minacce ricevute, con la polizia che fa sapere di non aver intenzione di intervenire e garantire la sicurezza nei locali, e i gestori che se ne lavano le mani e chiudono le serrande. Quando succede in posti come Roma o Milano o quel che è mi arrogo il diritto di non pensarne nulla, perché vivere (in) una città di quelle dimensioni presuppone un certo tipo di atteggiamento che non riesco ad avere fino in fondo –in altre parole se un locale di Roma decide di non far suonare Bello Figo penso che non siano cazzi miei o che comunque non posso dare davvero un giudizio. Il Baccara di Lugo è una storia diversa, un posto in cui non sono mai entrato di persona ma che conosco tramite annunci pubblicitari da quando sono bambino –una specie di entità astratta del divertimento in Romagna. Qui da noi del resto ultimamente l’intolleranza viaggia tranquilla e ben supportata dalle popolazioni: dopo Gorino è stato fatto un picchetto a Marina Romea, e se non sbaglio a Borello

(avete notato che questi picchetti anti-accoglienza li fanno tutti in paesi tipo appunto Gorino FE o Borello FC o Marina Romea RA, vale a dire cittadine in cui basta passarci senza scendere dalla macchina per capire che qualunque purezza da salvaguardare se n’è andata affanculo per conto suo da decenni?)

Sto divagando. Il punto è che Bello FiGo è diventato uno sport totalmente diverso, in cui un nuovo livello di idiozia culturale viene vestito con gli abiti vintage del conflitto politico-sociale anni settanta. Incidentalmente, sembra anche uno dei pochi casi in cui la musica entra ancora nella realtà politica e sociale quotidiana. 

Anche se della musica di Bello FiGo non sono disposti a parlare in molti, o almeno non in molti tra quelli che di solito amano parlare di musica. La ragione è che Bello FiGo è fondamentalmente un cazzaro, rappa malissimo e manco si degna di far uscire dischi. Se ne sta lì su Youtube e quella è la sua dimensione. Non è raro leggere commenti sprezzanti che parlano di lui e di certi involontari compagni di scena nei termini di una specie di submusica, una cosa che s’è insinuata nottetempo in un discorso artistico rovinando i teoremi e venendo sopportata/supportata in quota estetica trash. Sono soprattutto i commenti sui social network a settarsi su questi livelli, ma non è impossibile leggere di Bello FiGo in questi termini su riviste e siti più o meno blasonati. Non ha moltissima importanza ai fini dell’analisi che una mina tipo Sono bello come profugo (SwaG Razzismo) –Wesley Willis misto Death Grips ma meglio- bruci di una fotta introvabile se non qui. Poi, certo, è questione di gusti, e si può senza dubbio liquidare tutta la sua roba con un laconico “fa cagare” di cui nessun Bertoncelli verrà mai a chiederci conto, ma nel farlo continuiamo a rendere omaggio a un canone estetico che (a parte essere sbagliato, e sarebbe il meno) sta massacrando qualsiasi tentativo di legare la musica al mondo in cui viviamo, a livello mondiale. 

Un esempio al negativo: domenica sera ci sono stati gli XX a Che tempo che fa.  Dopo che il gruppo ha suonato il suo ultimo singolo, 6.5 a star larghi, Fazio si è avvicinato e ne ha parlato, visibilmente emozionato, usando lo stesso frasario sfoderato da chi li ha recensiti in qualunque sito o rivista musicale musicale. Blablabla l’eleganza blablabla perfetto per le le colonne sonore le sfilate blablabla il suono più giusto dell’oggi. Bellissimo discorso, per carità. Il paradosso è che molta della gente che parla degli XX in questi termini, in Italia, è la stessa che con l’altra mano inchioda da dieci anni Fabio Fazio alla croce del cosiddetto buonismo, in uno di quei loop culturali tipicamente Bello FiGo. Ora non voglio dire che ascoltare Bello FiGo sia più sano che ascoltare gli XX (anche se tutto sommato lo è), ma c’è un motivo per cui 1 la musica degli XX sta bene dovunque tu la metta e 2 tutti gli articoli sugli XX fanno sbadigliare. 

(si parla di loop culturale alla Bello FiGo  quando decidi di metterlo nel culo ai benpensanti e ai buonisti, ti cali le mutande per procedere e tutt’a un tratto inizi a sentire una fitta dietro) 

C’è un bell’articolo di Mattia Salvia, su Vice, in cui si parla della relazione tra Bello FiGo e tutto il sottobosco militante/autonomo, cioè l’unico sottoinsieme della popolazione italiana ancora interessato a menarsi con i militanti di destra. “è sintomatico che di fronte alle intimidazioni che ha subito nelle ultime settimane, non ci sia stata da parte del movimento una presa di posizione netta. “Il fatto che Bello Figo abbia generato questa dinamica di divisione è positivo: a noi interessa che la società sia costretta a scegliere da che parte stare,” ha concluso Ivan. “Come movimento bisognava fare questo, abbiamo perso un’occasione per stare dietro a una cosa che sarebbe stata compresa da tantissime persone.” La mia generazione ha sempre avuto un sacco di minchiate per la testa, ma almeno siamo riusciti a vivere un periodo nel quale era ancora possibile associare per grandi linee un certo senso di rivalsa sociale e un certo tipo di musica che usciva in quegli anni. Nel 2017 ci sono cause molto più calibrate e intelligenti delle nostre, e problemi molto più pressanti, ma vengono sollevati da gente che a quanto ne so ascolta ancora Clandestino di Manu Chao –e quasi tutti coloro che percepiscono l’assurdità di questa cosa consiglierebbero di passare gli XX o i Death Grips. 

Non è che gli altri siano messi meglio, sia chiaro. A parte il relativo svilirsi del concetto di ronda (qualsiasi paese di campagna ha i suoi bravi cittadini che pattugliano le strade in cerca di quelli che entrano a rubare in casa nelle notti d’estate, spesso organizzati in gruppi bipartisan o direttamente apolitici), in passato sembrano aver perso tempo in battaglie più interessanti. Anzi, a conti fatti la sostanziale inesistenza a livello mediatico di Bello FiGo pre-Dalla vostra parte sembra indicare che quelli che vogliano impedire al rapper di esibirsi in pubblico siano gente che prende indirettamente ordini da una classe politica/intellettuale capeggiata da Alessandra Mussolini. Ma forse c’è un processo cognitivo di cui non sono a conoscenza e che rende il tutto molto più fascinoso di quanto io pensi. Di mio faccio fatica a ricordare le pochissime volte in cui ho rischiato personalmente un paio di schiaffoni, men che meno a un concerto. Le cose allora funzionavano in una maniera abbastanza lineare: qualcuno voleva che il concerto si svolgesse, qualcuno voleva che non. Gli sbirri stranamente andavano sempre a dare una mano a quelli del no, e dopo un po’ uno si fa pure l’idea di esser dentro a un gioco leggermente truccato, ma al di là delle questioni ideologiche va detto che quantomeno da una parte e dall’altra c’era gente con un interesse. Le ragioni degli uni e degli altri nel lungo periodo decadono con lo stesso ritmo impietoso, ok, ma in tempo reale entrambi gli schieramenti stanno difendendo un loro diritto percepito. La differenza con l’oggi, e il motivo per cui questa vicenda ha almeno una dimensione di grottesco che va oltre al testo di Non pago affitto, è che oggi non sembra esserci qualcuno davvero disposto a fare a botte per vedere un concerto di Bello FiGo. E a dire il vero non c’è stato nemmeno un raid di Forza Nuova (o Casa Pound o chi per loro) ad un suo concerto che abbia fatto dei feriti; è tutto gestito sulla base di una sorta di conflitto intrinseco alla nostra idea di cultura, da cui peraltro passiamo almeno due ore a settimana a dissociarci usando la parola “italiano” in senso vagamente dispregiativo. 

Per certi versi tra l’altro questo risponde ad una domanda che alcuni di noi si portano dietro dalla prima volta che abbiamo letto Gibson: è possibile mettere in essere un conflitto sociale violento che investa nient’altro che la sfera psichica e il cyberspazio, e magari su qualcosa di cui se a nessuna delle parti in causa frega davvero? 

(giusta osservazione, qualsiasi causa sociale di successo ha coinvolto, nelle fasi di massimo hype, un notevole gruppo di imbucati generici e gente che ci stava dentro per scopare. Ma non credo che si possa davvero scopare ai concerti di Bello FiGo)

È indicativo che tutto questo stia succedendo intorno ad un personaggio che non dà l’idea di essere particolarmente intelligente, o particolarmente capace di leggere la propria realtà. Di Vasco Rossi si diceva che “cantava un malessere serpeggiante”, o stronzate del genere. Se lo chiamate SwaG per me non c’è differenza, e forse in questo Bello FiGo è solo uno che non ha la sfortuna di possedere gli strumenti cognitivi che ci sono toccati in sorte per decodificare la realtà. L’altro ieri mia nipote ci ha mandato il video della festa di carnevale delle medie, e un suo compagno sfilava vestito da Bello FiGo. Questa cosa può non voler dire niente, o può voler dire che qualcuno sotto i diciott’anni riesce a percepire come “figo” un ragazzino poco più grande di lui che parla di scroccare l’ospitalità a Matteo Renzi. Alcuni di loro potrebbero perfino provare ad informarsi, ma non è questo il punto. Musicalmente il punto potrebbe voler essere che se avessi un figlio di 13 anni sarei più felice di darlo in pasto a roba brutale e senza senso come questa, piuttosto che imporgli chissà quale surrogato di cultura pop alta che lo salvi dalla perdizione. Politicamente il punto potrebbe essere che nemmeno io faccio opraio, e allora di che cazzo sto parlando. 

100 canzoni italiane: MI SONO INNAMORATO DI TE


All’inizio di Basquiat, il film, c’è un monologo recitato in originale da Michael Wincott (e in italiano doppiato da Mino Caprio) secondo cui tutto il mondo dell’arte dopo Van Gogh può essere visto come un continuo risarcimento. “Nobody wants to be part of a generation that ignores another Van Gogh”. Questo vale per la cultura occidentale contemporanea, della quale ci troviamo spesso a pensare a noi stessi come una scrausissima radice quadrata del cazzo. Un esempio? Vi dico quali sono le prime cinque cose che penso se mi dite “Tenco”:

1 Un’associazione/club che una volta all’anno premia le ECCELLENZE del cantautorato italiano

2 Un tizio che si è suicidato in segno di protesta perché la sua canzone era stata trombata al Festival di Sanremo prima della finale

3 Una inchiesta vecchia decenni sulla morte dello stesso

4 il verso “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare

5 una raccolta in doppio CD.

L’ordine esatto testimonia il modo in cui ho conosciuto Tenco e il fatto che mi piace ricominciare tutte le volte dall’inizio. Sono nato più di dieci anni dopo la sua morte, e fin da ragazzo ho avuto questa idea di lui come di una sorta di ultraintellettuale della musica a cui era dedicato un premio della qualità, IL PREMIO TENCO!, mica scherzi. E poi ho scoperto più o meno che era un cantante, e che aveva scritto Ciao amore ciao ed era stato eliminato a Sanremo prima della finale e si era ucciso per questa cosa, e poi ho scoperto che c’erano molti dubbi su questa versione dei fatti. Una volta su qualche rivista lessi qualcuno che diceva che “mi sono innamorato di te perchè non avevo niente da fare” era il verso più punk della storia della musica italiana perchè, boh, contraddiceva l’idea di amor cortese che imperava da secoli nello stato pontifizio o qualcosa del genere.

(Ho letto la stessa cosa anche per il FABER, vabbè)

La passione vera e propria per Tenco la devo a una tizia con cui ebbi una specie di storia nel tardo 2005. Io ero un fanatico di roba alternativa, lei no: parlammo di Luigi Tenco, non so per quale motivo, e lei aveva questo doppio CD che ascoltammo durante un viaggio. A quell’epoca non conoscevo più di sei o sette sue canzoni e quando ti arrivano addosso in un’unica sessione di due ore, insomma, tendi a sentirtelo un po’ addosso. Di Luigi Tenco si può senz’altro dire che come cantautore fosse uno che viveva in un mondo a parte, ma tutto sommato è una cosa che puoi dire anche di tanti -anche di Morgan, per dire. Però a differenza di Morgan le canzoni di Tenco hanno questa capacità fenomenale di scagliarti a calci in culo dentro il suo mondo e a farti diventare la persona che canta, assaporare quel genere di sconfitta, lo schifo per la vita, il bisogno di rivalsa e quel briciolo di sadismo sorridente: quelle foto con lo sguardo torvo ritraggono un po’ Tenco e un po’ te dopo venti minuti che lo stai ascoltando.

Alla tizia non faceva lo stesso effetto perchè l’aveva conosciuto da bambina e ci si era un po’ abituata. Diceva che Tenco era il cantante preferito di suo babbo, e che suo babbo gli aveva dato un’infarinatura su tutto quel che era successo, che era morto da giovane e che aveva questa storia con una certa Dalida e lo suonava nel giradischi il fine settimana, a volte ci cantava sopra. Diceva che suo babbo sapeva cantare benissimo: ci rosicavo un po’ perché io non ho mai sentito cantare mio babbo, e la roba migliore che ho tirato fuori dalle sue cassette è Tu cosa fai stasera di Baldan Bembo (che comunque a Sanremo arrivò seconda). In un’altra conversazione che abbiamo avuto, abbiamo confrontato i modelli paterni con cui siamo cresciuti: suo padre era un muratore innamorato della propria famiglia che ha votato a sinistra tutta la vita, mio babbo era un commerciante e un repubblicano e amava la propria famiglia ma amava anche la propria privacy.

Così, insomma, a ognuno tocca un pezzo di cultura diverso dagli altri. Quello che mi è toccato in sorte l’ho dovuto più o meno costruire da zero con quel che avevo a portata di mano, e francamente non mi sento di aver fatto tutto ‘sto gran lavoro.

Non c’è dubbio sul fatto che se stiamo dentro la canzone italiana, Tenco sia uno degli autori più brutalizzati dalle disamine accademiche e dalla saggistica di genere. È persino possibile far risalire l’idea di una saggistica di genere alla sua esistenza, come nel pippone su Van Gogh: la sua morte prematura da artista malcagato ha aperto la strada a migliaia di risarcimenti apocrifi. Una cosa sconvolgente che ho imparato ascoltando i suoi dischi: la musica di Luigi Tenco riesce miracolosamente a sostenere il peso della sua leggenda. Il problema se mai è la leggenda in sè e per sè. La rettorica stronza con cui viene tramandata fa sì che il suo mito di artista tormentato e pieno di demoni continui a perpetuarsi da cinquant’anni con sempre maggior cattiveria, e l’idea purista di un Tenco-autore che colpiva bersagli che tutti gli altri hanno mancato di brutto è un postulato del cazzo che ha infestato l’immaginario della critica bene per decine di anni senza darci la possibilità di smarcarci e ripensare la musica daccapo. Il fantasma di Luigi Tenco è così ingombrante da essere diventato contestualmente lo spettro di una “canzone d’autore” italiana, spietatamente snob, irragionevolmente “impegnata” e sistematicamente incompiuta/inespressa. Uno spettro che se nella fase di concepimento dell’idea è riuscito ad imporre un’estensione dei confini di ciò che era consentito o non consentito fare con la canzone, di lì a breve ha fornito le condizioni per un’onda di riflusso e per l’imprigionamento del canone musicale del pop italiano “colto” all’interno di un circolo di eletti. Il quale, nell’ultimo paio di decenni, è riuscita ad unificare tutti i suoi sottogeneri di riferimento (indie/alternative, cantautori con 50 anni di storia, rap intellettuale, canzone militante) e formattarli in una forma mentis volta a cantarsela e suonarsela -cose come il Premio Tenco, appunto. Il tutto in virtù di una malinterpretata “osservanza”, che ha tolto alla musica ogni possibilità di farsi notare se non nell’aderenza pedissequa a un canone qualitativo che da quarant’anni e passa nessuno si sente obbligato a modificare nella sostanza. Come a dire che tutto il discorso attorno a Tenco, per quanto mi riguarda, è destinato a franare miseramente intorno al modo in cui sono stati gestiti il suo messaggio e la sua eredità spirituale.

Una visione alternativa è quella secondo cui abbiamo bisogno di storie alla Luigi Tenco, di artisti che muoiano in giovane età o che per altri traumi di vario tipo non siano abilitati a proseguire la loro carriera fino al momento in cui siamo costretti a vederli dissipare quel briciolo di ragion d’essere nell’ennesima ospitata in qualche evento televisivo, canzone donata a qualche popstar del momento, disperato tentativo di rivedere il suono e rimanere sulla cresta dell’onda, ospitata di un rapper eccetera. Da lì in poi dipende da chi gestisce il tuo patrimonio artistico, e in questo la musica di Tenco funziona due volte: confrontata agli standard della canzone italiana, la sua roba è così radicale e respingente da rendere quasi impossibile lo sfruttamento da parte di stronzi e casi umani, contrariamente a -che so- un Battisti (uno la cui prima fase è stata così brutalmente sciacallata dalla macchina dello spettacolo e del pensiero debole che l’ambizione di salvaguardare un brandello della sua eredità spirituale ha imposto a Velezia di passare il resto della sua vita col fucile in mano). Questa cosa, forse, ha continuato a salvare Luigi Tenco. Il suo operato continua ad apparire rispettabile nonostante i massacri di Ciao amore ciao perpetrati a sangue freddo da chi tira i fili dei Mengoni e delle Ferreri del caso, è rimasto asciutto dal fanatismo che ha massacrato la musica del FABER. Non ha molta importanza quanto si possa essere disposti a svendere Tenco: dopo un po’ nessuno avrà voglia di comprare.

Il cinquantennale della morte di Luigi Tenco è una cosa per appassionati hardcore e gente che ha passato la vita ad inseguirlo: si tratta di tanta gente e io lascio volentieri il passo. La mia canzone preferita di Tenco è Mi sono innamorato di te, scelta scontata, quella con la linea di testo che conoscono tutti, quella di cui si è parlato di più. D’altra parte se lasciate la disamina di Tenco in mano agli ultras vi ritroverete a leggere centinaia di pagine sbrodolanti che imputano al cantante l’invenzione della canzone d’autore, della canzone di protesta, della canzone popolare e (in casi fortunatamente rari) del punk. Se andate sul tranquillo e cercate “Tenco” su google, tra i primi risultati oggi c’è un articolo che si intitola “perchè Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco è da considerarsi poesia”. Se provi a spiegarla la rovini, se provi a suonare una cover ne esci con le ossa rotte. Io di mio sono contento di averlo conosciuto relativamente tardi, verso i trenta, lo riascolto di tanto in tanto e ci tiro fuori sempre qualcosa di buono.

Oh, e comunque io e la tizia stiamo ancora assieme. Ogni tanto nostra figlia costringe il nonno a cantarle una canzone. Roba dai cartoni Disney, niente Tenco per ora.

100 canzoni italiane: AGOSTO

 

Da bambino, agosto era nient’altro che la prosecuzione di luglio, il che significava altri bagni al mare, altre partite in doppio a Double Dragon o Golden Axe o Joe & Mac o (inserire nome di videogioco scrauso che oggi manco con gli emulatori) e prima e dopo fomentare gli altri che giocavano; altri gelati Eldorado con nomi, forme e colori da oltraggio a ogni tipo di umana decenza ingurgitati senza soluzione di continuità, panini bisunti a pranzo e dover stare all’ombra a guardare l’orizzonte aspettando che passasse un’ora per buttarsi in acqua di nuovo.
Crescendo i cambiamenti non sono stati poi così sostanziali: si limitavano a cabinati diversi al bar, partite che costavano 500 lire invece che 200, gruppi via via sempre più improponibili nel walkman (o, quando ero più grandicello, nel Discman), film diversi nelle arene estive, non molto altro. Settembre era peggio ma c’era tempo per farsene una ragione, non era ancora il momento; finché era estate, era estate.

Poi è arrivato il periodo in cui agosto corrispondeva all’inizio della fine di una seccatura – le giornate iniziavano ad accorciarsi, faceva via via sempre più fresco la sera – il preludio a un’altra seccatura: lunghe mattine a scaldare la sedia in attesa del suono della campanella, e poi ancora, giorno dopo giorno quasi sempre. Il caldo mi dava da fare, con il freddo andava leggermente meglio, ma di poco; scansare le persone mi dava da fare, stare al mondo mi dava da fare. Il mare aveva perso qualsiasi attrattiva, per anni nemmeno mi ci sono avvicinato; spiaggia o asfalto nessuna differenza per me; anzi, tra le due, meglio l’asfalto. Ogni autunno dicevo a me stesso di resistere fino a primavera; ogni primavera dicevo a me stesso che l’autunno sarebbe stato bellissimo. In tutto questo i Diaframma c’erano dentro comunque, di fisso. Li avevo scoperti quando erano famosi, locandina di un concerto incollata al muro di una strada che facevo ogni giorno per andare e tornare da scuola, anni prima di cominciare effettivamente ad ascoltarli: la copertina di Da Siberia al Prossimo Weekend. La vedevo tutti i giorni, due volte al giorno, mentre il tempo delle elementari scorreva inesorabilmente lungo i bordi il frangettone di Fiumani stava sedimentando dentro la mia testa. Per via di quell’imprinting ricevuto in tenerissima età, per me i Diaframma sono stati fin da subito un dato assodato, una certezza più granitica di molte altre.

Per qualche tempo avevano viaggiato in prima ma non era durata, non poteva durare. Quando il carattere è quello che è e non si conoscono vie diverse dal parlare chiaro, più persone con cui dover avere a che fare eleva la probabilità di scazzi oltre i bordi dell’infinito; meglio tenere il piede in quante più scarpe possibile, c’è chi fisiologicamente non è portato. E infatti: da Ricordi all’autoproduzione il passo è breve quando non si sa tenere a freno la lingua (per litigare, non per leccare). La discesa è stata inesorabile. Intanto Videomusic continuava a mandare regolarmente in onda i loro video: Siberia, Diamante grezzo, Paternità. Il primo aveva acceso in me da qualche parte tra il cuore e lo stomaco una fiamma che non avrebbe più smesso di ardere; certo a differenti intensità, comunque sempre allo stesso posto. Come un’altra costante: negli anni novanta trovarla, la roba a nome Diaframma, era un casino. I dischi dovevo ordinarli per posta da un distributore napoletano che teneva soprattutto techno e metal e sarebbe fallito poco dopo l’uscita di Sesso e Violenza. Da lì in poi ero perso. Sarei stato perso.

Nella città balneare che hanno dimenticato di bombardare c’era un negozio che forse più di ogni altro ha significato per me formazione. Vendeva dischi che erano dischi, fanzine che erano fanzine (alcune in VHS, roba assurda già da mo’ sepolta nelle sabbie del tempo), una marea di vinili usati in tempi in cui il vinile veniva considerato poco meno che patetica anticaglia residuale. Non bastasse, teneva in consultazione un archivio di riviste il cui solo effetto collaterale sul lungo termine è stato abituarmi troppo bene: lì ho sfogliato Bassa Fedeltà, Dynamo!, Rumore con i Nine Inch Nails in copertina e recensioni degli ultimi di Burzum, Brutal Truth e Breeders nello stesso numero convinto che quella fosse la prassi, lì ho comprato a un prezzo farsesco il doppio vinile di Warehouse senza sapere cosa fosse, semplicemente perché attratto dai colori. In un certo senso la vita me l’ha salvata, per poi rovinarmela successivamente con Down Colourful Hill preso usato in occasione delle festività natalizie, altra storia. È lì che ho visto per la prima volta Scenari Immaginari.

I Diaframma erano Federico Fiumani e così sarebbero rimasti: un disco ogni tot, concerti, altro disco, altri concerti, e via così. Non era più un evento un nuovo disco dei Diaframma, piuttosto un tassello in una strada di cui non si intravede la fine, un pretesto per continuare a far girare il nome; ai concerti le stesse facce con più primavere, più rughe, ogni tanto qualche novizio che quasi certamente sarebbe rimasto. Scenari Immaginari si inserisce nel flusso, ne fa parte, senza minimamente sforzarsi di andare oltre la funzione di raccordo tra quello prima e quello dopo. Il primo pezzo si intitola Agosto e parte con il turbo già innestato, un avvio che è l’equivalente di un pugno nelle orecchie difficile da razionalizzare a prima botta, in un certo senso la precognizione della deriva satiro-paccianesca che l’infinito canzoniere di Fiumani avrebbe imboccato in tempi più recenti (Francesca 1986, Mi sento un mostro e via deliziando):

Agosto, voglio chiudermi in casa con duemila giornali porno
sono tante e tali le posizioni che non conosco! (proprio così, col punto esclamativo finale)

Parole che oggi non hanno più alcun senso – già ne avevano poco allora, se non come ricordo di un ricordo per chi aveva un’età da cui ero ancora parecchio lontano. Da ragazzino, nel solaio in un casolare di anziani parenti di un amico delle medie, avevamo scovato un vecchio fotoromanzo in bianco e nero, protagonisti Cicciolina attorniata da uccelli turgidi. Angolature psichedeliche, trama pseudo-gialla, personaggi che parlavano attraverso i balloon come nei fumetti ma dicendo zozzerie. Era roba torbida, sgranata, materiale da sega come poteva esserlo nei primi ottanta in un paese disperso nella brughiera dove non c’era neanche il cinema. Quella è la mia personale definizione di giornale porno; la parte poetica, artistica, l’ho persa tutta. Non sono nato in Francia, Gabriel Pontello lo conosco solo di fama, un nome che ho letto chissà dove, comunque quando l’era aurea era già tramontata da un pezzo anche qui. Le VHS andavano forte, la carta per quel genere di pubblicazioni stava scomparendo. In edicola, di giornali porno c’era Video Impulse e riga, il resto relegato nell’angolo dei depravati nella zona più losca e nascosta dove non ho mai avuto il coraggio di mettere piede – o i manga, di cui mai mi è fregato qualcosa.

Comunque l’immagine rende l’idea, prepara il terreno. Nelle righe successive si dispiega l’essenza del pezzo, gradatamente, fino a trovare pieno compimento nel liberatorio finale: Fate come me, ripetuto a oltranza, come a convincersi, fino a convincere davvero. La messa in parole e musica di uno stato mentale comune a chiunque sia rimasto dove sta di solito mentre tutti gli altri sono in vacanza da qualche parte lontano, con una conclusione inaspettata. L’opposto speculare di Caldo, dove invece le condizioni atmosferiche portavano a uno spostamento (certo infruttuoso, frustrante, ma intanto muoversi, andare da qualche parte non importa l’esito). In Agosto succede l’esatto contrario: chiudersi in casa un gesto volontario, pienamente consapevole, avvantaggiarsi nel tempo che manca ad un altro inverno, senza una meta, senza programmi da onorare. Il senso di isolamento diventa liberazione, la liberazione che si prova nel sentirsi completamente risolti.

Agosto è il pezzo perfetto per il mese da cui prende il nome. È universale, perché comunque sia andata per chiunque arriva sempre il momento in cui tornare alla base, inevitabilmente prima del 31 coincide con la certezza di non essere stati, in fondo, in nessun posto, in tutti i casi essere tornati esattamente da dove si era partiti. E allora a quale scopo brigare: chiudersi in casa, con o senza giornali porno, diventa a quel punto un’opzione da considerare per la prossima.

Ne ha scritti di pezzi in cui è fin troppo facile rispecchiarsi Fiumani, a valanghe; di tutti questo è il più carogna, il più inderogabile. Siberia suona diverso se ascoltato a vent’anni o a quaranta; Agosto no. Agosto è sempre lì, indistruttibile, immutabile come la stagione; in agosto fa caldo e si va da qualche parte, fanculo le metafore e via di mete altrimenti inaccessibili, compensazione e device sempre accesi.
Nel frattempo è uscito un altro pezzo con lo stesso titolo che ha colonizzato l’immaginario di chiunque con la canzone italiana abbia intrattenuto rapporti che vadano quel minimo oltre esami comprati all’università (ma comunque Sanremo se lo ciuccia ogni anno), e dell’Agosto di Fiumani – per non dire di quello politicamente consapevole di Lolli – è stata arata via ogni traccia da qualsiasi mappatura spaziotemporale. Ma dal 1998 in poi, ogni estate che Dio manda in terra, è a questa Agosto che ritorno.

100 canzoni italiane: SAPORE DI SALE

ono001

 

Poi improvvisamente l’estate svaniva, da ponente arrivavano grandi nuvole grigie cariche di pioggia e gli odori acri della pineta si tramutavano in folate di vento freddo.

(Sapore di mare, 1982)

___

Moltissimi di quelli che hanno provato a vivere un’estate senza fine ci hanno lasciato le penne in un modo o nell’altro, e questo comprende sia i tizi di Point Break che certi parenti lontani che si son comprati un monolocale a Tenerife coi soldi della pensione. La scomoda verità è che nessun organismo può permettersi di assumere quelle dosi di caipiroska al maracuja per più di due settimane, così la società si è inventata il rientro dalle ferie. Succede più o meno a metà agosto, ed è quasi sempre un pacco. La narrativa classica intorno al concetto di ferie è una fregatura: il subconscio umano la rifiuta in maniera sistematica. La favola dell’andare lì e riposarsi per due settimane al sole e vivere pazze avventure per svuotare il cervello e tornare rilassati in ufficio non ha mai funzionato fino in fondo, e incaponircisi fa solo male alla salute. Ci sono molti altri aspetti della contemporaneità che si basano sulla stessa narrativa: sesso promiscuo, droghe, alcolici, cibi grassi, concerti dal vivo e svariati altri, ma almeno in questi casi la narrazione ha iniziato a comprendere la lista di effetti collaterali collegati all’uso e all’abuso -hangover, malattie incurabili, colesterolo, depressione postcoito. Le ferie invece le affrontiamo tutti gli anni con la pia illusione di staccare, riposare o spaccarsi a merda. Qualcuno ci riuscirà, qualcuno no. Il morale di tutti verrà falciato dal tornare alle proprie faccende.

E dire che per arrivare ai primi di agosto stavo correndo da sei mesi.

Non è per niente un caso se le opere d’arte che parlano di estate lo fanno in modo malinconico, se hanno tutte a che fare con un’idea di fine quasi inevitabile e implicano la delusione del dopo. Un bacio dato appena prima dei titoli di coda vale sempre quanto un matrimonio, ma un bacio dato in estate ha una data di scadenza che è quasi implicita anche nei film, e tocca girare la minestra prima di nominare Fellini. Dicevo, l’estate. Ci sono posti deputati a viverla, in branchi di migliaia di persone assatanate che si spaccano ammerda e se va male postano pure le foto su instagram. Ho la fortuna o la sfortuna di vivere in uno di questi posti, la riviera romagnola: da qui le cose sono un po’ diverse perchè non è solo l’autobiografia, vedi arrivare qualcuno, senti le loro storie, una parte dell’ingranaggio è scoperta e sotto gli occhi dei passanti. Così qui giugno e luglio son mesi di preparazione in cui si tasta il terreno e ci si prepara a un’esplosione di gioia collettiva che, colpo di scena, prima o poi arriva anche se non come negli anni ottanta, e poi d’improvviso è passata e tocca di tornare a casa e ricominciare a lavorare, quasi sempre in lacrime. Le città si svuotano del traffico di chi alloggia e due terzi dei posti chiudono le serrande per nove mesi. C’è una canzone che parla più o meno di questa cosa.

___

La prima volta che l’Italia sente parlare di Gino Paoli, un giovane cantautore di Genova, è per un brano intitolato La gatta. È una storia un po’ strana: Nanni Ricordi, direttore artistico e fondatore di Dischi Ricordi, s’innamora dei cantautori genovesi e ne porta quanti più possibile a casa sua. Gino Paoli ha venticinque anni a malapena e inizia ad incidere roba di scarsissimo successo; lo stesso La gatta viene accolto da sbadigli e indifferenza, ma dopo qualche tempo la canzone inizia a funzionare col passaparola degli ascoltatori e s’arrampica timidamente su per la classifica dei 45 giri. Nel ‘61 Paoli, firma Il cielo in una stanza, che arriva a Mina via Mogol, e diventa un pezzo grosso. Nei due anni successivi è scatenato: scrive per gente grossa, scrive per sé, infila successi, inizia la relazione con la Vanoni, suona costantemente in giro per l’Italia, comincia a bere, mette incinta la moglie, conosce Stefania Sandrelli ancora sedicenne, se ne innamora. Nel 1963 si prende una piccola pausa: Paoli e il suo gruppo suonano in un locale a Capo d’Orlando. I proprietari del posto li invitano a fermarcisi per due settimane, una casa deserta in una spiaggia deserta, dice lui, che in vacanza scrive una canzone e la chiama Sapore di sale.

Nel frattempo Nanni Ricordi è stato silurato dalla sua etichetta, che lo sostituisce andandosi a prendere il direttore artistico della RCA italiana, Vincenzo Micocci. L’etichetta, privata del suo uomo di punta, assume proprio Nanni Ricordi. Il primo effetto del cambio d’etichetta è il trasferimento da un’etichetta all’altra di un gruppo di fedelissimi, tra cui appunto Gino Paoli. E se è vero che un’etichetta vale l’altra, in RCA gli arrangiamenti delle canzonette in quel periodo sono affidati ad un compositore trentaquattrenne di nome Ennio Morricone. Il quale non ama particolarmente lavorarci, o comunque tende a caricarle di pillole avvelenate e mini-sperimentazioni. Per Sapore di sale il maestro si orienta su un giro di basso teso e squillante, appoggiato a delle rullate di batteria che sembrano un po’ una marcetta militare, con gli archi sotto e i campanellini che fanno il verso alle parti cantate -a un certo punto c’è anche un assolo di sax (Gato Barbieri, nientemeno) a fare da contrappunto. Nel complesso sembra una presa per il culo, e probabilmente in una certa misura lo è. Ma l’unione tra parole melodia e arrangiamento crea uno di quegli equilibri impossibili che rendono immortali certe canzoni.

Sopravvivere ad agosto, dicevamo. Nell’anno 2016 è un’arte sottile che passa attraverso una serie di prassi rituali, cristallizzatesi lungo gli ultimi anni fino a somigliare a qualsiasi altra routine provinciale. Il primo del mese tutti i fanatici di musica postano sui social il video di Agosto dei Perturbazione, o due righe contro quelli che postano Agosto dei Perturbazione; il 2 commemoriamo la strage di Bologna, qualcuno s’allunga fino a quella dell’Italicus il giorno successicco. Poi la gente più o meno inizia ad entrare nel mood vacanziero e si divide tra quelli che si riposano, quelli che si Spaccano Ammerda e quelli che si rintanano nell’antro più oscuro e disperato a loro disposizione -il mio preferito è un documento google drive che ho chiamato RUMENTA e contiene stralci di robe che ho iniziato a scrivere e non sono mai riuscito a finire; ogni tanto ne prendo uno e lo uso come base concettuale per scrivere qualcos’altro che nella maggior parte dei casi non quaglia lo stesso, e adesso che ci penso è un’altra metafora di agosto. L’estate, dove vivo, richiede impegno e serietà. Ho memorie di un passato che non somigliava ad oggi. Quando ho iniziato a frequentare Ravenna, intorno al ‘96, m’accorgevo del gap tra estate e resto dell’anno. Le persone si rintanavano in casa per nove mesi, poi uscivano cariche a molla e si sfondavano di birra per un trimestre. Finivano la stagione tutti esausti e pronti a tornare in letargo, e nel complesso sembrava un ecosistema sostenibile. Le variazioni di anno in anno erano micro-variazioni: ci si sposta da un locale all’altro, da una zona all’altra della stessa città; ogni tre o quattro anni cambiano il genere musicale ed il cocktail di riferimento -a volte hai fortuna, altre volte no. Ora in giro funziona un sacco la caipiroska al maracuja, dicevo. Urgh.

Da bambino invece mio babbo mi portava al mare. Partivamo la domenica mattina, si passava dal bar di Case Castagnoli a trovare i suoi amici e poi giù a Cesenatico passando dai paesini dietro, lui guidava un’Alfetta grigia a cui teneva più che a qualsiasi altra cosa o persona al mondo. Portava dei pantaloncini da mare color panna con una fantasia fiorata e i baffoni rossi che anche oggi non sono ancora tornati di moda. Facevamo il bagno assieme e teneva le chiavi attaccate alla catenina d’oro che portava al collo. Nella mia percezione le spiagge erano tutte vuote, le strade erano tutte polverose e il principale problema era capire dove mettere l’autoradio una volta estratta. L’acqua del mare sembrava piscio, grossomodo come adesso. Credo di essere stato felice di andarci, e per semplificare credo lo fosse anche lui. Quando sei bambino agosto è un concetto che non ti tocca nè in positivo nè in negativo -funziona tutto con il meteo: se piove non vai al mare, se non piove vai al mare. C’erano i corsi estivi col pullman e le educatrici e i bambini più grandi che ti menavano addosso, ma quello era uguale all’inverno -senza pullman. Quando sei bambino non percepisci quasi mai la fine delle cose, se mai t’accorgi quando qualcos’altro inizia: la scuola, il catechismo, gli allenamenti, i cartoni animati in TV. Lo spleen agostano arriva dopo l’adolescenza, quando smetti di studiare e non lavori più e qualcuno ti convince che in quelle due-tre settimane di follia scriteriata sta nascosto il senso di quel che hai fatto nel resto dell’anno. Non dico che non sia mai successo nulla di bello: ho avuto qualche buon party, ho collezionato cose da raccontare, una volta mi sono anche innamorato. Ma ho dovuto fare i conti con troppe delusioni, troppe aspettative, troppi rientri di merda. E anche negli anni migliori arriva il 16 agosto, che tutti hanno il fiatone e alla festa in spiaggia c’è metà della gente che c’era la sera prima. Poi quelli della polisportiva cominciano la preparazione atletica e gli altri stanno al bar a guardare le ultime puntate dei varietà merdosi che trasmetteva la Rai d’estate. La depressione da rientro è tra i peggio cliché dell’epoca dei social.

___

Non ho la più pallida idea di cosa parli Sapore di sale. Davvero. La maggior parte delle teorie la vede come una canzone su Stefania Sandrelli, una versione smentita da Gino Paoli in persona -vatti a fidare delle teorie, o di Gino Paoli. Mi sembra un’interpretazione ingrata perchè sbatterti in faccia la Sandrelli in una canzone che parla della vita è come sbatterti in faccia Fellini in un racconto che parla d’estate. Dentro Sapore di sale c’è un blocco di testo, sedici righe, così perfetto che non riesci a raccontarlo in nessun altro modo che copiandolo pari pari. Qui il tempo è dei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale ti butti nell’acqua e mi lasci a guardarti e rimango da solo nella sabbia e nel sole poi torni vicino e ti lasci cadere così nella sabbia e nelle mie braccia e mentre ti bacio sapore di sale sapore di mare sapore di te. Non è tanto il contenuto, è che lo vedi come se stesse succedendo a te in quel momento e come se ci fosse la data di scadenza, la parola fine. Chi è che non si è mai innamorato di una donna coi capelli increspati dalla salsedine? Come fai a non innamorarti? Magari prima del ‘63 non succedeva. Pure Paoli se lo sarà sentito addosso, che nel testo la ripete due volte identica. Cambia solo che la seconda volta, mentre la bacia, la voce spinge tanto e si fa scura di un dramma che è impossibile capire se hai poche estati sulle spalle. Uno dei momenti più disperati di sempre nella musica italiana. A quelli che l’ascoltano, però, Sapore di sale sembra un pezzo scanzonato, e la canzone diventa il più grande successo della carriera di Gino Paoli.

Vent’anni dopo esce un film che si chiama come un verso della canzone, Sapore di mare. Qualcuno della mia generazione, e di quella che l’ha preceduta, ci ha costruito sopra tutta la cultura che ha addosso, e queste cose alla fine di tutto tocca rispettarle: ci sono le gag sull’italietta di quegli anni, c’è Jerry Calà al suo meglio, c’è il rimpianto e il muso lungo, e c’è pure una specie di lieto fine a buon mercato.

A me purtroppo non è mai piaciuto. C’è una specie di incantesimo o di maledizione alla base di tutta la faccenda. Alcune canzoni funzionano bene in qualsiasi contesto e si prestano a diecimila riletture, altre no; non ho mai ascoltato una cover di Sapore di sale che mi piacesse, non ho mai amato Sapore di mare, non mi piace nemmeno quando il suo autore, che nel frattempo è diventato l’incarnazione di tutto quello che è brutto nella musica italiana, la ripropone con un arrangiamento nuovo che non funziona mai, neanche un briciolo. La mia teoria è pura autodifesa: esiste una sola Sapore di sale. È uscita da uno studio di registrazione nel ‘63, e mi parla dell’estate nell’unico modo che penso abbia senso. Quella che era prima in classifica quando Gino Paoli prese la pistola e si sparò un colpo al cuore.

100 canzoni italiane: STARE AL MONDO

neffa

(Roberta)

 

 

Ho visto morire l’hip hop italiano davanti ai miei occhi. Lateralmente, da spettatore, poco importa: quando si testimonia la fine di qualcosa il ruolo rivestito (se si è rivestito un ruolo, e non è questo il caso) è questione di sfumature. Quel che c’era ha smesso di esserci, questo è quanto. Nulla che potessi fare a riguardo: a un certo punto, semplicemente, i dischi belli hanno smesso di uscire. Chi aveva qualcosa da dire e gli strumenti per dirlo ha appeso il microfono al chiodo o cambiato direzione verso qualche altra onda; il posto vacante non è stato occupato da qualcun altro (è ancora così). Tutto il resto è venuto di conseguenza, ricadute incluse (le chiamo così quando in percentuale più o meno ridotta hanno influenzato pure il corso della mia vita): niente più programmi in radio, megaeventi da trasferta e dormire in treno al ritorno il mattino dopo, niente più Zona Dopa dietro casa, niente più vagoni sottopassaggi muri capannoni colorati nottetempo con murales da implosione immediata di tutte quante le sinapsi contemporaneamente – gli antenati della street art a robe metaforiche che sensibilizzano preferivano gigantesche scritte incomprensibili tra cyberpunk e un qualche nuovo alfabeto alieno, lavoravano sodo, ovunque, niente menate con le istituzioni: due mondi separati, non interagivano e basta. A ripensarci non ho bisogno di considerarmi un privilegiato: so di esserlo. Da spettatore ho preso e trattenuto in hard drive solo il meglio; le stronzate mi scivolavano addosso o manco le calcolavo – non ricordo di avere visto direttamente o conosciuto di persona un solo personaggio discutibile tentare di uccidere il funk – sapevo da cosa, da chi tenermi debitamente alla larga, quali fogli non sfiorare nemmeno con un bastone lungo trenta metri eccetera; questo io chiamo censura preventiva, e ha funzionato alla grande. Il lato negativo nell’essere stati abituati fin troppo bene si manifesta quando qualcosa che faceva parte del panorama, che il panorama lo determinava, scompare di punto in bianco. I segnali magari c’erano ma eri troppo infatuato per accorgertene. Quando poi arriva, la sassata della perdita fa male dieci volte tanto. E ha fatto male. Tutto quel che fino a un momento prima era standard, routine (ma ad averne, di routine così), una serie di belle certezze e dati assodati, di colpo è diventato niente. Deve essere la versione redux di quel che succede quando si smette di esistere (non credo in una vita – o altre vite – dopo la morte); musicalmente una morte in ogni caso.

Il 1999 è l’ultimo anno di vita dell’hip hop italiano. Scienza Doppia H, L’Attesa, O Tutto O Niente, Novecinquanta gli ultimi fuochi, Merda&Melma il tabula rasa, Chicopisco il period the end. Neffa l’ha deciso come ai tempi Soul Boy e Speaker Dee’Mo hanno deciso che quello sarebbe stato l’inizio. Il senso è lo stesso, l’ineluttabilità è la stessa: va così perché è così che deve andare. Stesso discorso nell’altro verso: il treno è passato, c’è chi è rimasto fermo alla stazione, un gioco a cui non tutti scelgono di appartenere; di solito, chi intraprende il percorso opposto sono le teste capaci di fare la differenza. Quel che inizia finisce, per cui ecco cosa.

Dopo avere temporeggiato per qualche frista di troppo, mantenendo le posizioni fino a quando era il caso, Neffa si è alla fine reso conto che col ‘già sai che non ve n’è‘ ripetuto all’infinito si va poco lontano, anche se quel dire sei stato tu a inventarlo; il resto verrà di conseguenza. Poco dopo una leggendaria jam corale da padroni di casa all’MTV Day che vista a posteriori è l’equivalente della danza finale nel Settimo Sigillo, la ballotta dei guaglioni si sfalda. I due lasciti più radicali: dopo Merda&Melma e successiva coda di live che è stata davvero l’ultima occasione (non sarò mai abbastanza grato a me stesso per avere alzato il culo dal divano in due occasioni – Bologna e Modena – per assistere al miracolo) Deda, il migliore MC italiano di sempre, appende il microfono al chiodo senza ripensamenti; Neffa pubblica Chicopisco e bella lì. L’ultimo sguardo prima di scrivere la parola fine, scegliere di scriverla un attimo prima che l’intero ingranaggio collassi e imploda, one last midnight come diceva Rust, poi azzerare il contatore e passare ad altro (che il suo “altro” non abbia mai corrisposto al mio, altro discorso). Senza sospesi, senza rimpianti. La certezza di avere fatto quel che s’aveva da fare nei modi e nei tempi in cui andava fatto, ora basta. Buon proseguimento a chi rimane, ci sono state delle gioie ma questo è l’epilogo. Questa, “la fine” lo è per davvero (non come ha detto e dice Kaos, che assiste a questo funerale dall’86 però intanto è sempre lì).

Tutto quel che seguirà, che ancora segue, qualcos’altro. Come Verso il sole è l’ultimo film americano: non che da lì abbia smesso di esistere il cinema ma per chi ha visto c’è stato un prima e un dopo, le cose sono cambiate irreversibilmente, fare finta che no senza mentire a sé stessi diventa impossibile. Una questione di piani: livelli diversi, mai più ripetuti, il cui ricordo basta ad annichilire tutto il resto, a rendere tutto il resto, l’intera faccenda, un altro campionato, spesso un altro sport. Non ero nato quando uscirono Paranoid, o White Light/White Heat, o Closer; per Rapadopa o Verba Manent o sXm invece c’ero e ricordo tutto. Il ricordo, il più delle volte, mi basta e avanza ancora oggi.

La gestione del dopo, un affare individuale che ognuno svolta come può: si passa ad altro se subentra la voglia di passare ad altro, ma non sarà mai la stessa cosa. Comunque quel vuoto che può essere foro o voragine a seconda del carico emotivo investito finché è durata non lo riempi, non lo puoi riempire; rimarrà sempre lì, immobile al suo posto. Per me è così che ha sempre funzionato, in ogni ambito, in entrambi i sensi, positivo o negativo: porto nel cuore o dentro la testa chiunque abbia conosciuto, qualsiasi cosa abbia visto; quando viene a mancare, è qualcosa che manca che non può venire sostituito. Quando la somma di quel che manca oltrepassa di diverse lunghezze la somma di quel che è rimasto è il momento delle domande serie. Certi calcoli sarebbe meglio non iniziarli mai comunque.

Quando è uscito Chicopisco la vita aveva appena cominciato a investirmi; per qualche tempo ancora ho potuto prenderlo come un piacevole sottofondo, più piacevole di altri ma comunque sempre un sottofondo alla vita che scorre, come qualsiasi altro disco avessi ascoltato. Erano le ultime ore d’aria e non lo sapevo. Quel che c’era stato fino a lì una sorta di prova generale, scaldare i muscoli prima della gara seria, un lungo rettilineo a precedere una serie di salite che fanculo il tour de france; salite che ancora non potevo vedere del tutto. Ben presto, il più delle volte, buio con o senza alberi (è lo stesso). Il segnale che adesso basta cazzate era già arrivato, rendersene conto avrebbe richiesto il suo, come prendere una legnata in piena faccia talmente potente da non riuscire a razionalizzare subito l’impatto. Il biglietto d’ingresso al festival orrendo urlante della vita vera, che non è ancora finita. Tengo sempre a portata Chicopisco per una sola ragione: dentro c’è Stare al mondo.

Della musica faccio un uso strumentale, per così dire: quando mi sento triste, è qualcosa di triste che voglio ascoltare; quando mi sento allegro qualcosa di allegro, e così via. Torno a Stare al mondo (il pezzo) ogni volta che stare al mondo (l’azione) eleva il grado di difficoltà ben oltre il livello mostro finale. Ne ho anche altri di talismani ma questo è speciale perché asseconda la corrente, mi mette quieto, comunque vada in pace con lo scorrere delle stagioni. Mi aiuta a mantenere l’unità di me stesso. È talmente universale che chiunque potrebbe dirne la stessa cosa, ne sono convinto. Ho imparato sulla pelle a più riprese il significato letterale di ogni singola frase, pure di questo sono convinto chiunque potrebbe dire lo stesso; cambia il grado di intensità, sempre lì stiamo. Comunque si tratta di restare in piedi, vincerne alcune, perderne altre. In questo, siamo uniti.

100 canzoni italiane: SE TELEFONANDO / MATTO, CALDO, SOLDI, GIROTONDO / UN UOMO DA RISPETTARE

Morrie3

Da qualche giorno è possibile trovare in libreria il volumone Superonda – Storia segreta della musica italiana. Si tratta di un libro scritto da Valerio Mattioli, che contiene “il racconto di quelle musiche che tra 1964 e 1976 riuscirono a sviluppare linguaggi originali e in grado per una volta di proiettare la musica italiana all’estero, esercitando una sotterranea influenza sul mondo dell’elettronica, del rock alternativo, e delle musiche sperimentali.” Un libro che mi piace immaginare fondamentale per definire quello che lo stesso autore, a un certo punto, ha osato definire spaghetti sound: tutto quel calderone di musiche off provenienti da questo paese che, in varia misura, hanno definito la musica mondiale. Per l’occasione Valerio ci ha mandato la storia di canzone italiana da mettere nella nostra rubrica, e questo è più o meno quanto. Correte in libreria. (FF)

_____

La mia canzonetta (intesa come “canzone melodica all’italiana”) preferita in assoluto è ovviamente Se telefonando. Dico “ovviamente” perché davvero non capisco quale altra possa essere – e non per me, per CHIUNQUE. È un tale capolavoro di ingegno (la famosa storia della ripetizione di “tre note soltanto”) e ha una costruzione talmente particolare (l’assenza di un vero e proprio ritornello ecc) che pure se non l’avesse cantata Mina sarebbe comunque un piccolo monumento, o almeno credo (la versione di Nek non depone a favore di questa mia tesi, ok).

Naturalmente, Mina a parte, il merito di tutto va all’uomo che il brano l’ha scritto e arrangiato: cioè Ennio Morricone. Siccome però immagino che per gli standard di Bastonate scegliere Se telefonando sarebbe interpretato come un gesto di svogliatezza e prevedibile banalità, di Morricone mi piace citare uno dei suoi brani incredibilmente considerati “minori” (anche se ultimamente vedo parecchie persone che lo citano e condividono in giro, quindi tanto “minore” non lo deve essere più). È del 1969 ed è preso da – prendo quello che ho scritto in Superonda – “un dramma antiborghese con venature erotiche e gialle chiamato Vergogna schifosi. Per il film Morricone concepisce un altro dei suoi studi «matematici», una filastrocca cantata dai Cantori Moderni ed Edda Dell’Orso basata sulla reiterazione insistita di cellule composte da poche note soltanto, minuziosamente conficcate su un tempo incalzante che potrebbe ricordare la vertiginosa bossa di Metti una sera a cena.

Morricone questa “ossessione matematica” ce l’ha sempre avuta, e un sacco di suoi brani sono piccoli studi in tal senso (la stessa Se telefonando ne è un esempio). Il tema di Vergogna schifosi però è davvero uno dei suoi esperimenti più audaci, specie considerando l’anno in cui è stato scritto. Perdonami se ritorno al copiaincolla da Superonda: “il ritmo è un motorik su cui mulinano saliscendi orchestrali, scampanellii orgiastici e un basso tachicardico che pure è l’unico appiglio che impedisce al brano di schizzare in aria, preso com’è da questo vortice a spirale dalle circonferenze variabili e, man mano che passano i minuti, sempre più fuori asse. Il brano si chiama Matto, caldo, soldi, morto girotondo e l’effetto è sul serio un capogiro dapprima divertito e poi irreale, non si sa bene quanto opprimente o dionisiaco. Su questo calco gruppi come gli Stereolab costruiranno, coscientemente o meno, carriere intere”.

Se lo ascolti bene è un brano pesantemente… ma sì, drogato. Appartiene al filone pop (o meglio ancora “lounge”) del Maestro, ma è giusto a un passo dalle sue cose più psichedeliche – non tanto quelle del periodo western, quanto quelle di inizi ’70 dalla collaborazione con Dario Argento in poi (che è anche il suo periodo che preferisco). Anzi a questo punto fammi esagerare e concedimi un’ultima citazione dal libro, così almeno posso menzionare in extremis quell’altro capolavoro assoluto che è il tema di Un uomo da rispettare: dico in Superonda che “sembra riprendere le trionfali atmosfere dello spaghetti western per schiantarle in un sudicio vicolo popolato da tossici che alzano gli occhi al lampione e per la prima volta realizzano tutta la gloria, il dramma, la bellezza necrofila della metropoli in rovina: è come se Miles Davis avesse deciso di rileggere Porgy and Bess nel 1974 di Dark Magus anziché nel 1959 del binomio con Gil Evans”. E guarda, giuro che è così. Alla fine sia Miles che Morricone sono trombettisti, anche se Ennio nei 70 non si metteva al collo il boa rosa schocking.

Ok, mi hai chiesto un brano e alla fine te no ho tirati fuori tre, se vuoi continuo e facciamo un album.

100 canzoni italiane: LA FABBRICA DI PLASTICA

“Prova ad esser tu quel che non sei.”

______________________________________________

gg

Ci sono tante storie che si vengono a incrociare dentro La fabbrica di plastica e quasi tutte valgono la pena d’esser raccontate. Una è la storia del cantante-ragazzino di successo che cova inaspettate aspirazioni artistiche, una è quella del rockettaro ruspante intrappolato nella morsa del commercio che a un certo punto decide di buttare la carriera al cesso e fare di testa sua. Un’altra è quella della lotta tra mainstream ed alternative, delle sue varie implicazioni, dell’appropriazione culturale, del punto di rottura, delle soluzioni di compromesso. Un’altra è quella che segue le relazioni pericolose tra musica pop e desiderio di autodistruzione. Certo, sono storie all’italiana, quindi sono quasi sempre depotenziate e segnate da un giusto compromesso tra gloria eterna e noia mortale. Del resto il rock non è mai stato affar nostro, ci siamo arrangiati come potevamo, abbiam provato a darne una versione alla pizzaiola che valesse la pena d’esser raccontata da Bolzano in su, e il più delle volte abbiamo cannato alla grande.

La storia pubblica di Grignani inizia nella sezione Nuove Proposte del Sanremo 1995, l’edizione stravinta dai Neri Per Caso e Le ragazze. Grignani, un ragazzo di Milano che all’epoca non ha ancora compiuto 23 anni, arriva a metà classifica, ma la sua canzone inizia a funzionare in giro per le radio e diventa una specie di caso nazionale. Ha la vocina dolce da angioletto, un viso da mandar fuori le ragazze, i capelli lunghi e quel look un po’ clochard-chic che starebbe bene addosso a Layne Staley quanto a una comparsa di 90210. Il singolo successivo, La mia storia tra le dita (con cui si era già presentato a Sanremo Giovani l’anno precedente), funziona anche meglio del primo, e l’album d’esordio del cantante diventa un best-seller che esce anche in versione internazionale e arriva a sfiorare i due milioni di copie. Grignani è un personaggio strano, un tizio un po’ schivo con lo sguardo torvo che parla la lingua dei giovani, si scrive le canzoni e sembra sempre in procinto di fare una mattata. Sarebbe la cosa più vicina a una rockstar concepibile in Italia a metà anni novanta, ma la musica contenuta nel disco (oggettivamente, un cantautorato pop sanremese ultra-convenzionale), unita a quell’immagine grungy, lo fa sembrare un imbucato alla festa degli altri.

 

Ma nei mesi dell’esordio non sappiamo molto di lui. Come scopriremo in seguito, a dispetto del successo di Destinazione Paradiso, Grignani è il primo ad avere riserve sul proprio disco: poco controllo artistico, tante interferenze dei piani alti, il successo improvviso, l’etichetta che lo costringe a presenziare a programmi TV e contesti con cui si sente non entrarci niente. Finito il giro delle trasmissioni, se Nei mesi di blackout che precedono l’arrivo del secondo disco, iniziano a circolare persino voci sulla sua morte. Grignani, al contrario, è vivo e vegeto e sta lavorando a un disco che gli somigli davvero.

dieci canzoni ispirate e sofferte, nei testi e nelle trame strumentali, dove feedback, distorsioni, ritmi accesi e atmosfere anche inquietanti azzardano la difficile contaminazione con un pop italiano quasi solo nelle parole. Un lavoro coraggioso, quindi, che oltre a introdurre suoni senz’altro inconsueti e stimolanti nel putrido panorama della musica autoctona di largo consumo riesce persino, seppur non in tutti gli episodi, a rendersi credibile.

La fabbrica di plastica esce nel 1996. Quelle sopra sono parole di Federico Guglielmi, scritte all’epoca sul Mucchio e ripubblicate ora sul suo blog, assieme ad un’intervista in cui il cantautore si scaglia contro la sua etichetta per quello che lo ha costretto a fare per il disco precedente e dichiara manco troppo implicitamente l’intenzione di far tabula rasa con il passata. Non che sia così necessario far parlare Grignani fuori dalle sue canzoni: La fabbrica di plastica è brutalmente autobiografico, una buona metà dei pezzi parla dei suoi problemi con il successo, la traccia che dà il titolo al disco parla dell’incapacità di essere a proprio agio nel personaggio cucitogli addosso. Musicalmente siamo dalle parti del pop rock che funziona in quegli anni a livello internazionale, un po’ a metà tra britpop modernista/anabolizzato alla The Bends, grunge di terza generazione e quella roba vagamente industrial stile colonna sonora del Corvo. Musica che ha un suo pubblico fatto di folle sterminate ma perlopiù residenti dall’altra parte dell’Atlantico, che non ha alcun corrispondente in Italia.

In linea di principio sono storie che ci piacciono molto. Intendo, quelle che hanno a che fare con la catarsi, la liberazione, la riconquista del proprio spazio. All’atto pratico però sono storie che ci piacciono solo quando finiscono bene, quando il protagonista sposa una modella o pubblica dischi di successo. C’è quel monologo bellissimo del barbone (Tom Waits) nelLa leggenda del Re Pescatore, presente? “Uno va a lavorare otto ore al giorno sette giorni la settimana e si sente le palle così strizzate in una morsa che comincia a contestare l’essenza stessa della sua esistenza. Poi un giorno prima di staccare il capo lo chiama nel suo ufficio e gli dice, ‘ehi Bob, vieni un momento qua e dammi una leccatina al culo’. Lui pensa, chi se ne frega, sarà quel che sarà, ho proprio voglia di vedere che faccia fa quando gli pianto un paio di forbici nel braccio. Poi pensa a me e dice ‘un momento, ho tutte e due le braccia e le gambe, non devo mendicare per vivere’. E stai pur sicuro che Bob mette giù le forbici e tira fuori la linguetta. Vedi, io sono una specie di semaforo della morale.” Il sogno incredibile di un ragazzo-copertina che voleva smettere canzoncine romantiche per ragazze qualunque si schianta contro la realtà di un insuccesso scottante: La fabbrica di plastica, pur trainato dal nome e dalla faccia di Grignani, vende 150mila copie a malapena, nemmeno un decimo di quel che aveva venduto il disco d’esordio.  

 

All’atto pratico La fabbrica di plastica è una mezza misura, un personaggio in cerca d’autore, una cosa non-collocabile che non sembra piacere a quasi nessuno. Dietro i complotti sulla mafia che governa le programmazioni delle radio c’è anche un briciolo di senso comune: le chitarre non entrano, non hanno senso, non servono a nessuno; e in Italia i soldi veri li fai passando alla radio. Che è un’equazione abbastanza facile da risolvere, niente di complicato. Sopra l’arrangiamento de La fabbrica di plastica, canzone, ci si può cantare la melodia di Destinazione Paradiso senza problemi, il che rende la rivoluzione copernicana di Grignani una questione di alzare il volume e basta. Del resto la seconda metà degli anni novanta è invasa di queste mezze misure, perlopiù accolte da una stampa ultra-favorevole: il discorso secondo cui dietro l’esempio di Marlene ed Afterhours era possibile ripensare il rock indipendente italiano secondo un’ottica cantautorale, o ripensare il cantautorato tradizionale secondo un’estetica indie-rock. Da questo punto di vista, certamente, La fabbrica di plastica ha un valore storico incalcolabile. È il primo vero esempio di uno scricchiolamento del sistema di valori che reggeva il mainstream, il suo primo tentativo di giocare secondo le regole dell’alternative e mutuandone parte del linguaggio. Quello che è più pazzesco è il posto da cui è venuto fuori tutto questo, la mente di un ragazzo-copertina che ogni previsione dava per un bamboccio.

A riascoltarlo oggi, il disco fa quasi tenerezza. Il tempo è stato poco clemente con questo genere, persino i capolavori (che so, Mellon Collie, roba così) sono relativamente snobbati e rispettati più che altro in ossequio a questi anni. La totale autoreferenzialità delle liriche, unita all’unicità del personaggio-Grignani, lo rende un disco con cui identificarsi è quasi impossibile. E forse è questo, più che il volume e il boicottaggio delle radio, il principale motivo per cui La fabbrica di plastica non ha mai fatto breccia nei cuori del pubblico grosso. Forse è stato Grignani il primo a capirlo: il suo disco successivo, Campi di popcorn, è già una mezza inversione di rotta, testi spostati sulla metafora spinta, canzoni che si trastullano spesso con arrangiamenti acustici; tutt’altro che un brutto disco, sia ben chiaro: anzi, nella sua forma così compromissoria, dal punto di vista artistico è forse il suo miglior disco e sicuramente il modo più accurato di descriverlo. Ma nei suoi solchi è già chiara l’inversione di rotta, l’abiura, il ritorno all’ordine e tornare ad essere quel che non s’è. Al di là degli sporadici ripescaggi della critica che ne sa, del Grignani alt-rock non frega comunque nulla a nessuno: qualche anno dopo compare in quel videoclip circondato da decine di ragazze scosciate, e guarda la telecamera promettendo fermamente di rasarle l’aiuola, nessuno ha un cazzo da ridire. Le storie di alcool droghe e concerti mandati in merda erano già iniziate, e oggi non si contano più; forse era inevitabile che diventasse un meme, uno di quelli che tornano a far notizia per una mattata, un pasticciacciobbrutto o chissà che altro. A differenza dei Povia e delle Del Santo e tutti gli altri fenomeni da baraccone su cui ci piace accanirci, tuttavia, Grignani sembra ancora avere un altro proiettile in canna, una canzoncina più buona di quel che t’aspetti, una cover degna di nota, una scusa plausibile per la sua ultima cazzata. Un giorno forse ci accorgeremo che è stato davvero uno dei più grandi. Speriamo che per lui non sia troppo tardi.

100 canzoni italiane #13: IL MARE IMPETUOSO AL TRAMONTO

IMG_6239

 

La prima volta che ne sento parlare è un nome sulla bocca del babbo, che trattiene a malapena l’esaltazione e l’orgoglio. Versione corta di una polemica stratificata, droppata a pranzo con la mamma un pelo scandalizzata:  “la scret una canzoun contra la cisa chisè incazè tot”. Scrivere il dialetto romagnolo è un esercizio insensato; in italiano, ha scritto una canzone contro la chiesa che si sono incazzati tutti. La versione lunga della vicenda è quella che vede una canzone contenuta in Blue’s, il disco più recente di un cantautore emiliano che tutti chiamano Zucchero. La canzone è intitolata Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica, ed è oggetto di scandalo pubblico per via di un verso contenuto all’interno della traccia, che recita “Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica”. La mamma si lamenta con il babbo e gli dice che la chiesa fa del bene e gesù è morto per i nostri peccati. È una cosa che nella mia famiglia si ripropone ciclicamente. Il babbo odia i comunisti e la chiesa, la mamma odia i comunisti e basta. Qualche sera dopo persino il babbo sta a casa a guardare Fantastico, o quale che sia lo show del sabato sera, condotto quasi sicuramente da Celentano con Zucchero ospite-scandalo che getta acqua sul fuoco delle polemiche. Qui le preferenze si invertono: il babbo scopre che la canzone non è contro la chiesa e ne rimane un po’ deluso, la mamma scopre che la canzone non è contro la chiesa e che ha un ritmo piacevole che rimane in testa.

Adelmo Fornaciari ha iniziato a fare musica molto tempo prima. Studente di veterinaria folgorato dalla musica, abbandona l’università e prova a sfondare come autore. Nei settanta suona con gruppi sconosciuti, nel 1981 vince a Castrocaro, negli anni seguenti partecipa a Sanremo piazzandosi quasi sempre malissimo. nell’85 Donne arriva penultima al festival ma stravince la guerra dell’airplay, dà un briciolo di successo al disco che la contiene e spiana la strada al suo primo bestseller, Blue’s, anno 1987, all killers no fillers.

Due anni dopo la scena è quella di una cena qualunque: brutta giornata di lavoro, la mamma e il babbo litigano su qualcosa, Davide mangia a velocità supersonica e si chiude in bagno con la musica alta. Ha comprato la cassetta di Oro Incenso e Birra ma non l’ascolta mai, gliela chiedo in prestito e passo un semestre con le cuffie nelle orecchie e quel nastro nel walkman tarocco. Non so niente di musica, ma i miei compagni di classe parlano continuamente di Zucchero e canticchiano pezzi di una canzone che parla di “un ballo da strappamutande”. A dodici o tredici anni, nei paesini di campagna come il mio, somigliamo tutti a Heidi. Si dice che qualcuno nell’altra classe ha imparato a fumare, qualcun altro ha bevuto la birra, si dice che uno della sezione A “ha già chiavato”. Tommaso è in classe con me ma ha un anno in più (è stato bocciato in seconda media) e mi vessa con la benevolenza di chi vuole farmi diventare uomo, essendo io il più piccolo gracile e pestabile della classe. Mi canta la canzone blasfema di Zucchero in faccia e mi chiede chi mi piace delle femmine in classe con noi. Anche agli scout ne parlano: Matteo fa un’imitazione abbastanza ragionevole della voce eccitata di Zucchero che esce dall’altoparlante e sembra tutto proibito ed oscuro. Davide è l’unico che conosco con una collezione di cassette, e il fatto che abbia il nastro originale basta e avanza a convincermi che Zucchero sia un musicista da approfondire. Il disco è bello, ha questa musica strana coi cori che non ho mai sentito alla radio e parla di cose che gli adulti di solito non dicono ma che sospetto esistano per certi indizi che qualcuno lascia in giro. Lo tengo in cuffia altissimo dopo cena a casa, il babbo esce incazzato dal soggiorno prende l’auto e si fionda al bar, Davide esce dal cesso dopo un’ora e mezzo (mai scoperto cosa ci facesse in bagno tutto quel tempo) e mi guarda con un briciolo di compassione altezzosa. La mamma gli chiede cosa ascolto, lui le dice che ascolto Zucchero e commenta “usè insburgnì”. In italiano, sta dicendo che ho deciso di sottopormi volontariamente ad una dose massiccia di Oro Incenso e Birra. Al momento in cui questi fatti succedono, nessuno di loro ha ben chiaro che insborniarmi coi dischi sarà il principale passatempo della mia adolescenza e della mia età adulta.

Oro Incenso e Birra è listato tra le massime performance commerciali nella storia della discografia italiana. Quando il disco esce Zucchero ha 34 anni e un vago appeal da uomo vissuto, springsteeniano e leggermente sovrappeso. La sua influenza nel pop contemporaneo è prossima allo zero, e i musicofili non se lo cagano manco di striscio. Per la critica musicale è già una specie di turista, abbastanza scarso, impelagato in una cosa non sua che dovrebbe studiare altri 30 anni per riuscire vagamente a capirne i fondamenti. In barba alla critica, i dischi di Zucchero si vendono come il pane ed il cantante ha già ospitato gente tipo Miles Davis sul suo palco. Ma ai tempi di Oro Incenso e Birra, i credit del suo disco sono una parata di notabili della musica internazionale da togliersi il cappello.

Qualche mese dopo ho trovato qualcos’altro di cui insborniarmi; qualcuno mi passa i primi dischi rock, il primo metal, le prime cose un po’ esoteriche. La fase Zucchero è stata intensa ma breve e non lascerà conseguenze di lungo corso. Mio fratello ha nove anni più di me e di Zucchero se ne sbatte bellamente il cazzo, continua a passare un’ora e mezzo in bagno prima di uscire, dorme dalla sua morosa, esce sempre più tardi. La mamma e il babbo parlano sempre meno e col muso sempre più lungo. Lei ora apprezza Zucchero, niente di serio ma lo apprezza, perché qualcuno di cui si fida gliene ha parlato bene. Il babbo ha incrociato Diamante alla radio e se n’è totalmente innamorato, al punto da metterla in heavy rotation nella serie di cassette ADAMO che continua a registrarsi con gli stessi pezzi in ordine sempre diverso. Quando sento che l’ha registrata gli dico, con un briciolo d’orgoglio, che ho la cassetta originale e posso prestargliela.

Per gli artisti come Zucchero il consenso ed il dissenso si alimentano a vicenda con un’efficienza che ha dell’incredibile, finendo per affastellarsi e creando un gioco di specchi in cui la percezione del vero affoga il reale in un formato artistico per famiglie che è sacro o profano a seconda di come lo guardi. Oro Incenso e Birra è il trionfo di una visione pop magniloquente che addosso a chiunque altro sembrerebbe (ancora più) ridicola. La sua specializzazione diventa quella dell’artista italiano con un briciolo di credibilità internazionale: credo sia difficile, anche a fine anni ottanta, trovare una vera e propria fanbase di Zucchero, un gruppo di persone che si muovono per lui a prescindere, tipo i fan di Vasco Rossi; il suo seguito è composto di curiosi, padri di famiglia ed appassionati di “musica leggera”. Al contempo, nei suoi dischi ci suona un guazzabuglio di gente che per chiunque altro sarebbe inavvicinabile. Uscito dal successo di Oro Incenso e Birra, diventa un cartone animato umano. Miserere con Pavarotti, Per colpa di chicchicchirichì che tira la volata a Spirito DiVino, concerti-evento sempre più grossi, la caricatura del bluesman vissuto con davanti una fiamminga di culatello.

Se escludiamo l’airplay è possibile passare gli anni novanta al riparo da Zucchero. Non è più un oggetto di controversia, non cerca di riconvertirsi come attivista politico della domenica, non gira film eccetera. A metà anni novanta gli ho fatto ciao ciao con la manina, mi interesso di politica, leggo libri strani che leggono tutti e ascolto roba rumorosa che fa bestemmiare la mamma da dietro la porta chiusa della cameretta. Piuttosto che rimettere Oro Incenso e Birra nel mangianastri sono disposto a farmi fare un’appendicectomia con un cucchiaino. Sono anni complicati. Di Zucchero mi capita di parlarne di tanto in tanto con i miei genitori. Il babbo non ricorda più la canzone contro la chiesa e dice che Zucchero “unera nisun prema ad fè Diamante”, non era nessuno prima di fare Diamante. La mamma mi racconta di averlo incrociato in TV, il cronista diceva che era l’artista italiano più rispettato all’estero, forse Zucchero aveva detto qualcosa contro Madonna, che era tutto fumo e niente arrosto, o almeno così aveva capito la mamma, che ha sempre odiato Madonna e non ho mai capito bene perché proprio lei, forse sono i richiami sessuali. Davide è in altre faccende affaccendato, la comunicazione tra un diciassettenne e un ventiseienne è complicata per una questione di linguaggio. Lavoriamo d’estate al negozio di alimentari, lui ogni tanto si avvicina e mi canticchia “Lo sai fratello? siamo nella merda. A proposito, come ti va?” Dovessi trovare un altro artista che è riuscito a mettere d’accordo me, mio fratello ed entrambi i miei genitori, se pure in periodi differenti, probabilmente impazzirei.

Non ascoltavo Il mare impetuoso al tramonto da una ventina d’anni. Decido di riprovarci una domenica d’autunno, un po’ per ridere un po’ per farmi il viaggio dell’infanzia. Non è quel che si dice un pezzo da storia della musica, ma non è poi così male. è una cosa che si balla, tanto per iniziare, ha una certa cattiveria nel modo in cui Zucchero butta le parti vocali che si sposa bene alla fantasia da segaiolo del testo (che sì, è un pelo scandaloso, o comunque non è semplicissimo ascoltare in alta classifica un cantante che ordina a una ragazza o a una suora o a sua sorella di farsi guardare mentre si masturba in prima fila di fronte all’altare durante una messa) (ok, sto tirando un po’ il testo per la giacca). E in prospettiva, la scelta delle parole nel ritornello rasenta il genio:

 

Il mare
impetuoso al tramonto
salì sulla luna
e dietro una tendina di stelle
Se la chiavò.

Lo scopro solo nel 2015 che il genio non è di Zucchero. Il ritornello è copiato pari pari da una poesia di Piero Ciampi, classico caso di omaggio non accreditato e riconosciuto in seguito.

La nazione preferisce concentrarsi sugli scandali. Quello de Il mare impetuoso al tramonto è molto più debole di quello del disco prima, e più avanti toccherà a qualcun altro di portare la fiaccola del testo controverso -qualche decina di cantanti bolliti a Sanremo, qualche decina di wannabe-blockbuster dell’estate italiana, un paio di rappettari, a un certo punto ci hanno provato pure Morandi e Biagio Antonacci. Ogni volta è più triste e disgiunta dal vero della volta precedente.

Fuori dalla sua epoca Oro Incenso e Birra è un album piuttosto weird, e spero che prima o poi Demented Burrocacao ne parli in Italian Folgorati. Non è che non sia un disco brutto, ma ha un modo strano di far convivere sciacallaggi gospel/R&B e futuri standard del pop-in-italiano senza che uno rubi la scena all’altro, con il senso del ridicolo ancora sotto il livello di guardia e senza nessun vero e proprio sbrocco del gusto per camminare nelle parti alte della classifica. La voce della nonna che urla Delmo vin a cà alla fine di Diamante gela il sangue dalla commozione, e riesce a trovare un senso anche in mezzo a quei riffoni sintetici da world music de noantri, anzi in qualche modo ne trae una strana forza vitale. Ma il disco in generale ha questa forza, soprattutto ascoltato oggi in prospettiva: il monumento ad un’altra epoca storica, forse ad un’altra Italia, magari la metà oscura e mal-pensante dell’Italia del Gioca Jouer: un paese che balla affamato di figa e innamorato di un’America conosciuta nella pubblicità del Jack Daniels, non proprio cosciente di ciò che succede intorno a sé ma non sempre a proprio agio con questa incoscienza. Non posso dire che sia stato Zucchero a costringerci a guardarci allo specchio, e senza dubbio poteva andare a finire in un altro modo, ma se inizi a porti domande finisci a cercare qualcuno che ti dia risposte. In questo i dischi successivi di Zucchero non sono adattissimi: per lui gli dèi hanno decretato una fine ingloriosa, una carriera da macchietta e parassita di un terzomondismo musicale alla radice quadrata, più patetico e insopportabile ad ogni nuovo episodio a cui costringe il pubblico. Un destino non così diverso da quello di chi si è sentito costretto a passare il resto della vita a cercare dischi che raccontassero il mondo, che sia Brodo di cagne strategico o il nuovo di Max Gazzè.

Il babbo ha ancora qualche cassetta con su Diamante. Il nastro originale di Oro Incenso e Birra non è sopravvissuto al rogo della mia collezione di nastri, compiuto dalla mamma verso il ’99 quando la cameretta iniziava ad essere ragionevolmente invasa di CD. Lei ascolta ancora la radio, ha un piccolo lettore CD ma qualche anno fa mi ha chiesto se c’è modo di mastilizzare il disco che Zucchero ha registrato a Cuba. Davide non ascolta musica da un po’.

100 canzoni italiane #12: GIOCA JOUER

SSS003

Odio questa canzone. C’è sempre stata e l’ho sempre odiata. Ha attraversato la mia vita con quella melodia a ticchettare in sottofondo come una specie di acufene del cazzo. Posso solo immaginare cosa sia stata un’esistenza in un paese e in un’epoca storica in cui il Gioca Jouer non sia mai esistito, in cui le persone sono libere da quel fardello. Sto pensando da settimane a una canzone pop che odio più di Gioca Jouer, anche a livello internazionale, ma non sono riuscito a trovare nulla che possa davvero insidiarne il primato sui miei nervi.

La genesi del pezzo è raccontata, tra le altre cose, nell’autobiografia di Claudio Cecchetto uscita l’anno scorso. Si chiama In Diretta, sottotitolo Il Gioca Jouer della mia vita. L’ho visto impilato in un autogrill a novembre, non ho resistito e l’ho portato alla cassa. Ho sfogliato qualche pagina in macchina e ho finito per leggerne metà, in un’oretta e mezzo, prima di ripartire dall’area di servizio. In diretta è un libro strano. È scritto in maniera molto ombelicale e si basa su presupposti ideologici agghiaccianti che capisco solo in parte, forse perché non sono molto ferrato nelle autobiografie dei personaggi di successo: la storia di un magnate dello spettacolo e della cultura del divertimento, scritta in prima persona con le faccine e le parole “in diretta” scritte sempre in grassetto. I racconti sono brevi e poco complicati, scritti probabilmente da quello che firma il libro,ed intervallati da capoversi in corsivo che fissano alcuni punti chiave del discorso, conclusioni etiche, imperativi morali, riflessioni ex-post. È un’opera genuinamente appassionante: si divora in un boccone, va giù fino alla fine e lascia addosso una strana sensazione di incompiutezza.

Quando esce Gioca Jouer Claudio Cecchetto non è ancora Claudio Cecchetto. Nel senso, è già un personaggio in rapidissima ascesa a cui è stata affidata la conduzione del festival più importante della TV italiana, ma non è ancora diventato tutto il resto. Il pezzo mette insieme una serie impressionante di elementi a cui associo il male puro, nella musica e più in generale: i balli nei villaggi vacanze, le persone che s’incazzano se sbagli i passi dell’hully gully, l’inquietante figura dello speaker da discoteca e le canzoncine con il balletto al campeggio della parrocchia. La teoria di Cecchetto era di trasportare tutto in un contesto pop e dare i comandi a voce. Una cosa alla portata di tutti, pensata e realizzata per fare un video e riempire le piste di imitatori a buon mercato. L’idea di Cecchetto viene accolta con entusiasmo da Giancarlo Meo, il quale a sua volta gira la palla a Claudio Simonetti dei Goblin -che s’inventa al volo il ritmo e la melodia (“strutturata su un tempo terzinato, quello tipico della tarantella”). Elio Cipri di Fonit Cetra, il babbo di Syria, fiuta il successo e convince Cecchetto a bloccare il singolo per qualche mese allo scopo di farlo diventare la sigla del secondo Sanremo, di cui Cecchetto sarà presentatore. Una volta messa sul mercato, diventa un successo di pubblico istantaneo e senza precedenti. In uno dei festival più memorabili della storia moderna (quello con la vittoria matta di Alice e canzoni in gara del tenore di Maledetta primavera, Tu cosa fai stasera, Ancora Sarà perché ti amo), il bestseller assoluto della hit parade è quella che già in tempo reale può definirsi la canzone più stupida mai ascoltate nella storia di questo paese.

Le canzoni stupide godono di una discreta letteratura. C’era un bel pezzo sulla storia di The Lion Sleeps Tonight ad esempio, o un libro di Dave Marsh su Louie Louie e relativi articoli a commento. Credo di ricordare un racconto di Peter Buck che dice di aver cercato per anni di scrivere una vera e propria canzone stupida con i REM e di non essere arrivato mai oltre Stand. È senz’altro vero, del resto, che molte delle canzoni più importanti del pop siano pezzi così poco complessi da sembrare fatti apposta per entrare nella testa della gente, rimanerci per trent’anni e venire risputati fuori sotto forma di premesse culturali. Molta letteratura e molto cinema seguono gli stessi criteri. Una teoria adiacente, a cui  Gioca Jouer sembra potersi rifare, è quella per cui l’obiettivo dello scrivere musica popoolare è tirare fuori il massimo risultato da un numero quanto più limitato possibile di opzioni a disposizione. Ma forse andare a scomodare il minimalismo per Gioca Jouer è un po’ azzardato. Sia quel che sia, non è azzardato vedere in Gioca Jouer una sorta di Louie Louie italiana.

Personalmente, non sono mai riuscito a superare l’odio feroce. Da ragazzo scelsi ascolti relativamente snob, e mi sono riavvicinato con un briciolo di fatica, da persona adulta, alla musica popolare. Come ogni persona cresciuta negli anni novanta, e conseguentemente folgorata sulla via dell’eclettismo ad ogni costo, ho iniziato abbastanza presto ad apprezzare un briciolo di musica trash, ad apprezzarla in quanto tale; e mi trovo spesso nella posizione di adorare cose che chiunque trova dozzinali e ridicole. Ma con Gioca Jouer non ce l’ho mai fatta. Credo di riuscire a intuire il genio dietro la semplicità con cui parole e musica s’incontrano, ma non ho mai sorpassato lo scoglio ideologico: quando sento partire le note la mia mente pensa automaticamente a situazioni tipo Society di Yuzna, Essi Vivono, l’orgia di Eyes Wide Shut, il filmino di American Psycho o il massacro alla fine di The Addiction. Immagino questa situazione in cui notabili ricchissimi si riuniscono per festeggiare la propria supremazia, arrivano le ragazze, parte la musica di sottofondo, si spogliano e cominciano a scoparsi a vicenda mentre si guardano allo specchio e fanno OK con le dita. A un certo punto s’iniziano a intravedere le escrescenze alla base del collo e poi partono gli sbocchi di sangue. Credo non sia una cosa della canzone in sè, ok. Più probabilmente è dovuto alla sgradevolezza generale dei personaggi coinvolti, al concetto televisivo che sta dietro al tutto (pensate solo che senso avrebbe la canzone senza il videoclip), e a tutto quello che è successo dopo Gioca Jouer.

L’America la costruiamo qui, con Radio Deejay!”. Parole pronunciate da Cecchetto per convincere Gerry Scotti a non trasferirsi negli USA per provare la carriera da pubblicitario. Il personaggio raccontato nella biografia è un simpatico ragazzotto di provincia, baciato da una serie di eventi fortunati, da un entusiasmo incrollabile e da un’ambizione artistica senza pari, che si spacca in quattro per tutta la vita allo scopo di imporre la propria visione al paese. A un certo punto, mentre sta parlando della sua esperienza al Sanremo del 1980 (il primo condotto da lui), tira fuori la parola “rivoluzione”. La stessa parola verrà usata usata qualche tempo dopo da Albertino, intervistato da Damir Ivic in occasione del ventennale del Deejay Time: “Il panorama radiofonico era già bello statico vent’anni fa, quando siamo arrivati noi – e abbiamo fatto la rivoluzione.” Vale senz’altro la pena di concedere un briciolo d’indulgenza alle persone che provano orgoglio per ciò che hanno fatto in vita, e in quest’epoca storica non c’è niente di peggio che l’understatement. Ma fino a quanto è possibile rinegoziare il significato delle parole? Berlusconi parlò di rivoluzione liberale almeno in un paio di occasioni, per illustrare un programma politico basato sull’accodarsi ai vincitori cercando invano di superarli in astuzia o almeno beccarsi qualche briciola (aderirono tutti, entusiasti e sorridenti). Non è facile stabilire quale lemma, tra libertà e rivoluzione, ha preso più calci in faccia dagli anni novanta ad oggi.

Claudio Cecchetto era la testa di ponte di un movimento riformista. O quantomeno, di un movimento che si auto-percepiva come riformista. Era un movimento trasversale, una specie di elite di rivoluzionari, che operava all’interno del mercato radio-televisivo italiano. Era un’elite che s’era definitivamente cacata il cazzo delle sviolinate old skool e delle canzoncine leziose, del pensiero unico RAI. Era un’elite che sognava la libertà, cioè l’America, cioè il divertimento, la cassa a quattro quarti, e la figa. Nel suo takeover, tutt’altro che ostile, sarebbe stata disposta a caricare tutto quello che fosse rimasto impigliato alla rete e darcelo da mangiare. Una specie di ultimo mostro pasoliniano, ed è anche divertente notare che Pasolini viene ucciso nel ’75, lo stesso anno in cui Cecchetto fa il suo esordio in radio.

Dieci anni dopo, più o meno, Silvio Berlusconi riesce ad imporre il proprio impero mediatico, del cui lato giovanilista Cecchetto diventa il principale vessillifero. L’Italia under-20, una classe politica senza opinioni politiche concepita da Cecchetto alla fine degli anni settanta, è un luogo della mente in attesa di esplodere come luogo geografico, un’area in cui le infrastrutture votate allo svago stanno diventando satelliti di un unico pulsante centro del divertimento -un posto che stava da qualche parte tra la radio, lo schermo della TV e l’Aquafan di Riccione. Tutto quello che entra nell’orbita di Cecchetto in questo periodo diventa la cosa, per un lasso di tempo che variava indistintamente dai due giorni ai trent’anni. La serie infinita di successi dell’uomo, che copre quasi un ventennio di cambiamenti rocamboleschi in Italia, è la cronistoria di un takeover ostile mosso in seno alla cultura italiana.

sm

Dentro In diretta si parla raramente di arte, almeno non in senso classico -Cecchetto non è mai stato un Andy Warhol, e soprattutto non ha mai prodotto -nemmeno ci ha provato- dei Velvet Underground. I nomi che riempiono la sua autobiografia sono famosissimi e hanno mosso milioni di persone, ma nessuno di loro ha mai scritto un disco che sia considerato davvero bello o importante. Nel libro, invece, si parla continuamente di dati di vendita, share, audience. Non che sia una cosa campata per aria: il sistema in cui Cecchetto lavora è un sistema radio-televisivo, o comunque un sistema mediatico fondato su indici di gradimento. È un apparato molto semplice e molto complesso che si fonda sulla capacità dei singoli di drenare soldi e consenso da una parte o dall’altra, volontariamente o involontariamente, per un certo periodo di tempo. Pian piano è diventato l’unico modo di definire il successo e il fallimento dal punto di vista artistico: negli anni novanta sarebbe stato ancora possibile spernacchiare un musicista di merda che spaccava milioni di copie, oggi quella dei numeri (hit sul tubo, streaming sulle piattaforme eccetera) è l’unica realtà su cui ha senso basare le analisi critiche. Buon per Cecchetto e gli altri, per carità. La sua stessa visione è spaccata in due -il Claudio Cecchetto che snocciola dati di vendita stellari è lo stesso Claudio Cecchetto che racconta di aver dovuto sacrificare l’integrità artistica di Radio Deejay al momento di venderla.

Credo che a un certo punto la nostra nazione volesse essere diversa da quel che poi è diventata. Non ne ho la certezza, perché sono nato nel ’77 e mi sono svolto l’adolescenza cullato dalla risacca della fine dei movimenti, senza sentirmi addosso la minaccia tangibile di venire incarcerato o menato dai fascisti -o chi per loro, insomma. Le storie che sentivo raccontare, in quegli anni, erano storie di autodeterminazione, coraggio, serietà, morti per strada, stragi di stato. Le persone che le raccontano le hanno vissute sulla propria pelle, sono scampate faticosamente ad una fine cruenta e si sono riuscite a beccare un pulpito ben stipendiato da cui poterne parlare per il resto della vita, pontificando sulla debolezza delle generazioni più giovani. Una cosa che non sentiamo mai raccontare, tanto per dire, è quello di come sia stato possibile passare dalla strategia della tensione alla strategia della tensione evolutiva. Il 2 agosto del 1980 esplode la bomba alla stazione di Bologna; sei mesi dopo, quasi esatti, Gioca Jouer è la nuova sigla del Festival di Sanremo. Forse a un certo punto avremmo mollato le stronzate dell’appartenenza e saremmo riusciti a reinventarci come popolo, o forse no. Di fatto, non ne abbiamo mai avuto l’occasione. A un certo punto qualcuno ha intuito che tutto sommato davanti a noi c’era una via più semplice e appetibile, e la nostra società era talmente esausta che gli è andata dietro facendo il trenino come nei villaggi vacanze. Così l’abbiamo buttata in caciara, ci siam messi a saccheggiare gli americani e vaffanculo –se a loro era andata così bene, a noi sarebbe bastato aggiungere la salsa di pomodoro della nonna. Da un certo punto di vista, assolutamente marginale, si potrebbe dire che ci siamo picchiati e uccisi in piazza fin quando non siamo riusciti a passare da un pensiero unico a due pensieri uguali.

Gioca Jouer è continuata ad esistere e a venir suonata. Funziona sia alle feste di tendenza che nei rotocalchi vintage tipo Schegge, quelli che mostrano i filmati Rai dei bei tempi d’oro prima di cena. Funziona sempre perchè è il manifesto coatto e indesiderato di una generazione che è ancora in charge, e a cui è stata ricostruita chirurgicamente una nuova innocenza, più finta e sgarzolina, che ogni tanto sente il bisogno di ricantarsela. La più grande intuizione di Cecchetto è stata capire che l’Italia di Roma a mano armata  non vedeva l’ora di diventare l’Italia di Distretto di polizia, e che l’Italia di Distretto di polizia aveva la possiblità di instaurarsi come regime autorigenerantesi. Da questo punto di vista è fin troppo logico che la musica di Gioca Jouer l’abbia scritta quello di Profondo Rosso.

La lista dei danni perpetrati alla nostra cultura da Claudio Cecchetto è sterminata, e Gioca Jouer è solo la prima coltellata inflitta: Sandy Marton, Sabrina Salerno, Jovanotti, Fiorello, Gerry Scotti, Amadeus, dj Francesco, i Finley, Deejay Television, Fabio Volo, solo per citare i pezzi da novanta. Ho un debole per i primi 883, ma se andiamo sul secondo grado (Daniele Bossari, la Panicucci, Andrea Pezzi, Nikki, Dj Flash, Albertino, lo Zoo di 105, MTV Italia, Paola Maugeri e potrei andare avanti per quaranta pagine) va anche peggio. Decenni di popstar e animatori che non sporcavano in giro e non davano fastidio a nessuno; trentacinque anni dopo non ce li siamo ancora tolti dai coglioni, e francamente ormai sembra troppo tardi. Hanno invaso politica, sport, estetica, cultura, pensiero e quasi tutti vorrebbero essere come loro. Ovunque ti volti sono lì: accendi la radio o la TV o guardi un manifesto per strada o compri la mozzarella al supermercato e tutto risuona di quel tittitiritititti, come un acufene del cazzo, e poi i gerarchi con le escrescenze corporee da chirurgia plastica scopano le modelle minorenni rifatte e intanto fanno la mossa dello spray.