100 canzoni italiane: MI SONO INNAMORATO DI TE


All’inizio di Basquiat, il film, c’è un monologo recitato in originale da Michael Wincott (e in italiano doppiato da Mino Caprio) secondo cui tutto il mondo dell’arte dopo Van Gogh può essere visto come un continuo risarcimento. “Nobody wants to be part of a generation that ignores another Van Gogh”. Questo vale per la cultura occidentale contemporanea, della quale ci troviamo spesso a pensare a noi stessi come una scrausissima radice quadrata del cazzo. Un esempio? Vi dico quali sono le prime cinque cose che penso se mi dite “Tenco”:

1 Un’associazione/club che una volta all’anno premia le ECCELLENZE del cantautorato italiano

2 Un tizio che si è suicidato in segno di protesta perché la sua canzone era stata trombata al Festival di Sanremo prima della finale

3 Una inchiesta vecchia decenni sulla morte dello stesso

4 il verso “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare

5 una raccolta in doppio CD.

L’ordine esatto testimonia il modo in cui ho conosciuto Tenco e il fatto che mi piace ricominciare tutte le volte dall’inizio. Sono nato più di dieci anni dopo la sua morte, e fin da ragazzo ho avuto questa idea di lui come di una sorta di ultraintellettuale della musica a cui era dedicato un premio della qualità, IL PREMIO TENCO!, mica scherzi. E poi ho scoperto più o meno che era un cantante, e che aveva scritto Ciao amore ciao ed era stato eliminato a Sanremo prima della finale e si era ucciso per questa cosa, e poi ho scoperto che c’erano molti dubbi su questa versione dei fatti. Una volta su qualche rivista lessi qualcuno che diceva che “mi sono innamorato di te perchè non avevo niente da fare” era il verso più punk della storia della musica italiana perchè, boh, contraddiceva l’idea di amor cortese che imperava da secoli nello stato pontifizio o qualcosa del genere.

(Ho letto la stessa cosa anche per il FABER, vabbè)

La passione vera e propria per Tenco la devo a una tizia con cui ebbi una specie di storia nel tardo 2005. Io ero un fanatico di roba alternativa, lei no: parlammo di Luigi Tenco, non so per quale motivo, e lei aveva questo doppio CD che ascoltammo durante un viaggio. A quell’epoca non conoscevo più di sei o sette sue canzoni e quando ti arrivano addosso in un’unica sessione di due ore, insomma, tendi a sentirtelo un po’ addosso. Di Luigi Tenco si può senz’altro dire che come cantautore fosse uno che viveva in un mondo a parte, ma tutto sommato è una cosa che puoi dire anche di tanti -anche di Morgan, per dire. Però a differenza di Morgan le canzoni di Tenco hanno questa capacità fenomenale di scagliarti a calci in culo dentro il suo mondo e a farti diventare la persona che canta, assaporare quel genere di sconfitta, lo schifo per la vita, il bisogno di rivalsa e quel briciolo di sadismo sorridente: quelle foto con lo sguardo torvo ritraggono un po’ Tenco e un po’ te dopo venti minuti che lo stai ascoltando.

Alla tizia non faceva lo stesso effetto perchè l’aveva conosciuto da bambina e ci si era un po’ abituata. Diceva che Tenco era il cantante preferito di suo babbo, e che suo babbo gli aveva dato un’infarinatura su tutto quel che era successo, che era morto da giovane e che aveva questa storia con una certa Dalida e lo suonava nel giradischi il fine settimana, a volte ci cantava sopra. Diceva che suo babbo sapeva cantare benissimo: ci rosicavo un po’ perché io non ho mai sentito cantare mio babbo, e la roba migliore che ho tirato fuori dalle sue cassette è Tu cosa fai stasera di Baldan Bembo (che comunque a Sanremo arrivò seconda). In un’altra conversazione che abbiamo avuto, abbiamo confrontato i modelli paterni con cui siamo cresciuti: suo padre era un muratore innamorato della propria famiglia che ha votato a sinistra tutta la vita, mio babbo era un commerciante e un repubblicano e amava la propria famiglia ma amava anche la propria privacy.

Così, insomma, a ognuno tocca un pezzo di cultura diverso dagli altri. Quello che mi è toccato in sorte l’ho dovuto più o meno costruire da zero con quel che avevo a portata di mano, e francamente non mi sento di aver fatto tutto ‘sto gran lavoro.

Non c’è dubbio sul fatto che se stiamo dentro la canzone italiana, Tenco sia uno degli autori più brutalizzati dalle disamine accademiche e dalla saggistica di genere. È persino possibile far risalire l’idea di una saggistica di genere alla sua esistenza, come nel pippone su Van Gogh: la sua morte prematura da artista malcagato ha aperto la strada a migliaia di risarcimenti apocrifi. Una cosa sconvolgente che ho imparato ascoltando i suoi dischi: la musica di Luigi Tenco riesce miracolosamente a sostenere il peso della sua leggenda. Il problema se mai è la leggenda in sè e per sè. La rettorica stronza con cui viene tramandata fa sì che il suo mito di artista tormentato e pieno di demoni continui a perpetuarsi da cinquant’anni con sempre maggior cattiveria, e l’idea purista di un Tenco-autore che colpiva bersagli che tutti gli altri hanno mancato di brutto è un postulato del cazzo che ha infestato l’immaginario della critica bene per decine di anni senza darci la possibilità di smarcarci e ripensare la musica daccapo. Il fantasma di Luigi Tenco è così ingombrante da essere diventato contestualmente lo spettro di una “canzone d’autore” italiana, spietatamente snob, irragionevolmente “impegnata” e sistematicamente incompiuta/inespressa. Uno spettro che se nella fase di concepimento dell’idea è riuscito ad imporre un’estensione dei confini di ciò che era consentito o non consentito fare con la canzone, di lì a breve ha fornito le condizioni per un’onda di riflusso e per l’imprigionamento del canone musicale del pop italiano “colto” all’interno di un circolo di eletti. Il quale, nell’ultimo paio di decenni, è riuscita ad unificare tutti i suoi sottogeneri di riferimento (indie/alternative, cantautori con 50 anni di storia, rap intellettuale, canzone militante) e formattarli in una forma mentis volta a cantarsela e suonarsela -cose come il Premio Tenco, appunto. Il tutto in virtù di una malinterpretata “osservanza”, che ha tolto alla musica ogni possibilità di farsi notare se non nell’aderenza pedissequa a un canone qualitativo che da quarant’anni e passa nessuno si sente obbligato a modificare nella sostanza. Come a dire che tutto il discorso attorno a Tenco, per quanto mi riguarda, è destinato a franare miseramente intorno al modo in cui sono stati gestiti il suo messaggio e la sua eredità spirituale.

Una visione alternativa è quella secondo cui abbiamo bisogno di storie alla Luigi Tenco, di artisti che muoiano in giovane età o che per altri traumi di vario tipo non siano abilitati a proseguire la loro carriera fino al momento in cui siamo costretti a vederli dissipare quel briciolo di ragion d’essere nell’ennesima ospitata in qualche evento televisivo, canzone donata a qualche popstar del momento, disperato tentativo di rivedere il suono e rimanere sulla cresta dell’onda, ospitata di un rapper eccetera. Da lì in poi dipende da chi gestisce il tuo patrimonio artistico, e in questo la musica di Tenco funziona due volte: confrontata agli standard della canzone italiana, la sua roba è così radicale e respingente da rendere quasi impossibile lo sfruttamento da parte di stronzi e casi umani, contrariamente a -che so- un Battisti (uno la cui prima fase è stata così brutalmente sciacallata dalla macchina dello spettacolo e del pensiero debole che l’ambizione di salvaguardare un brandello della sua eredità spirituale ha imposto a Velezia di passare il resto della sua vita col fucile in mano). Questa cosa, forse, ha continuato a salvare Luigi Tenco. Il suo operato continua ad apparire rispettabile nonostante i massacri di Ciao amore ciao perpetrati a sangue freddo da chi tira i fili dei Mengoni e delle Ferreri del caso, è rimasto asciutto dal fanatismo che ha massacrato la musica del FABER. Non ha molta importanza quanto si possa essere disposti a svendere Tenco: dopo un po’ nessuno avrà voglia di comprare.

Il cinquantennale della morte di Luigi Tenco è una cosa per appassionati hardcore e gente che ha passato la vita ad inseguirlo: si tratta di tanta gente e io lascio volentieri il passo. La mia canzone preferita di Tenco è Mi sono innamorato di te, scelta scontata, quella con la linea di testo che conoscono tutti, quella di cui si è parlato di più. D’altra parte se lasciate la disamina di Tenco in mano agli ultras vi ritroverete a leggere centinaia di pagine sbrodolanti che imputano al cantante l’invenzione della canzone d’autore, della canzone di protesta, della canzone popolare e (in casi fortunatamente rari) del punk. Se andate sul tranquillo e cercate “Tenco” su google, tra i primi risultati oggi c’è un articolo che si intitola “perchè Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco è da considerarsi poesia”. Se provi a spiegarla la rovini, se provi a suonare una cover ne esci con le ossa rotte. Io di mio sono contento di averlo conosciuto relativamente tardi, verso i trenta, lo riascolto di tanto in tanto e ci tiro fuori sempre qualcosa di buono.

Oh, e comunque io e la tizia stiamo ancora assieme. Ogni tanto nostra figlia costringe il nonno a cantarle una canzone. Roba dai cartoni Disney, niente Tenco per ora.

100 canzoni italiane: AGOSTO

(Roberta)
(Roberta)

 

Da bambino, agosto era nient’altro che la prosecuzione di luglio, il che significava altri bagni al mare, altre partite in doppio a Double Dragon o Golden Axe o Joe & Mac o (inserire nome di videogioco scrauso che oggi manco con gli emulatori) e prima e dopo fomentare gli altri che giocavano; altri gelati Eldorado con nomi, forme e colori da oltraggio a ogni tipo di umana decenza ingurgitati senza soluzione di continuità, panini bisunti a pranzo e dover stare all’ombra a guardare l’orizzonte aspettando che passasse un’ora per buttarsi in acqua di nuovo.
Crescendo i cambiamenti non sono stati poi così sostanziali: si limitavano a cabinati diversi al bar, partite che costavano 500 lire invece che 200, gruppi via via sempre più improponibili nel walkman (o, quando ero più grandicello, nel Discman), film diversi nelle arene estive, non molto altro. Settembre era peggio ma c’era tempo per farsene una ragione, non era ancora il momento; finché era estate, era estate.

Poi è arrivato il periodo in cui agosto corrispondeva all’inizio della fine di una seccatura – le giornate iniziavano ad accorciarsi, faceva via via sempre più fresco la sera – il preludio a un’altra seccatura: lunghe mattine a scaldare la sedia in attesa del suono della campanella, e poi ancora, giorno dopo giorno quasi sempre. Il caldo mi dava da fare, con il freddo andava leggermente meglio, ma di poco; scansare le persone mi dava da fare, stare al mondo mi dava da fare. Il mare aveva perso qualsiasi attrattiva, per anni nemmeno mi ci sono avvicinato; spiaggia o asfalto nessuna differenza per me; anzi, tra le due, meglio l’asfalto. Ogni autunno dicevo a me stesso di resistere fino a primavera; ogni primavera dicevo a me stesso che l’autunno sarebbe stato bellissimo. In tutto questo i Diaframma c’erano dentro comunque, di fisso. Li avevo scoperti quando erano famosi, locandina di un concerto incollata al muro di una strada che facevo ogni giorno per andare e tornare da scuola, anni prima di cominciare effettivamente ad ascoltarli: la copertina di Da Siberia al Prossimo Weekend. La vedevo tutti i giorni, due volte al giorno, mentre il tempo delle elementari scorreva inesorabilmente lungo i bordi il frangettone di Fiumani stava sedimentando dentro la mia testa. Per via di quell’imprinting ricevuto in tenerissima età, per me i Diaframma sono stati fin da subito un dato assodato, una certezza più granitica di molte altre.

Per qualche tempo avevano viaggiato in prima ma non era durata, non poteva durare. Quando il carattere è quello che è e non si conoscono vie diverse dal parlare chiaro, più persone con cui dover avere a che fare eleva la probabilità di scazzi oltre i bordi dell’infinito; meglio tenere il piede in quante più scarpe possibile, c’è chi fisiologicamente non è portato. E infatti: da Ricordi all’autoproduzione il passo è breve quando non si sa tenere a freno la lingua (per litigare, non per leccare). La discesa è stata inesorabile. Intanto Videomusic continuava a mandare regolarmente in onda i loro video: Siberia, Diamante grezzo, Paternità. Il primo aveva acceso in me da qualche parte tra il cuore e lo stomaco una fiamma che non avrebbe più smesso di ardere; certo a differenti intensità, comunque sempre allo stesso posto. Come un’altra costante: negli anni novanta trovarla, la roba a nome Diaframma, era un casino. I dischi dovevo ordinarli per posta da un distributore napoletano che teneva soprattutto techno e metal e sarebbe fallito poco dopo l’uscita di Sesso e Violenza. Da lì in poi ero perso. Sarei stato perso.

Nella città balneare che hanno dimenticato di bombardare c’era un negozio che forse più di ogni altro ha significato per me formazione. Vendeva dischi che erano dischi, fanzine che erano fanzine (alcune in VHS, roba assurda già da mo’ sepolta nelle sabbie del tempo), una marea di vinili usati in tempi in cui il vinile veniva considerato poco meno che patetica anticaglia residuale. Non bastasse, teneva in consultazione un archivio di riviste il cui solo effetto collaterale sul lungo termine è stato abituarmi troppo bene: lì ho sfogliato Bassa Fedeltà, Dynamo!, Rumore con i Nine Inch Nails in copertina e recensioni degli ultimi di Burzum, Brutal Truth e Breeders nello stesso numero convinto che quella fosse la prassi, lì ho comprato a un prezzo farsesco il doppio vinile di Warehouse senza sapere cosa fosse, semplicemente perché attratto dai colori. In un certo senso la vita me l’ha salvata, per poi rovinarmela successivamente con Down Colourful Hill preso usato in occasione delle festività natalizie, altra storia. È lì che ho visto per la prima volta Scenari Immaginari.

I Diaframma erano Federico Fiumani e così sarebbero rimasti: un disco ogni tot, concerti, altro disco, altri concerti, e via così. Non era più un evento un nuovo disco dei Diaframma, piuttosto un tassello in una strada di cui non si intravede la fine, un pretesto per continuare a far girare il nome; ai concerti le stesse facce con più primavere, più rughe, ogni tanto qualche novizio che quasi certamente sarebbe rimasto. Scenari Immaginari si inserisce nel flusso, ne fa parte, senza minimamente sforzarsi di andare oltre la funzione di raccordo tra quello prima e quello dopo. Il primo pezzo si intitola Agosto e parte con il turbo già innestato, un avvio che è l’equivalente di un pugno nelle orecchie difficile da razionalizzare a prima botta, in un certo senso la precognizione della deriva satiro-paccianesca che l’infinito canzoniere di Fiumani avrebbe imboccato in tempi più recenti (Francesca 1986, Mi sento un mostro e via deliziando):

Agosto, voglio chiudermi in casa con duemila giornali porno
sono tante e tali le posizioni che non conosco! (proprio così, col punto esclamativo finale)

Parole che oggi non hanno più alcun senso – già ne avevano poco allora, se non come ricordo di un ricordo per chi aveva un’età da cui ero ancora parecchio lontano. Da ragazzino, nel solaio in un casolare di anziani parenti di un amico delle medie, avevamo scovato un vecchio fotoromanzo in bianco e nero, protagonisti Cicciolina attorniata da uccelli turgidi. Angolature psichedeliche, trama pseudo-gialla, personaggi che parlavano attraverso i balloon come nei fumetti ma dicendo zozzerie. Era roba torbida, sgranata, materiale da sega come poteva esserlo nei primi ottanta in un paese disperso nella brughiera dove non c’era neanche il cinema. Quella è la mia personale definizione di giornale porno; la parte poetica, artistica, l’ho persa tutta. Non sono nato in Francia, Gabriel Pontello lo conosco solo di fama, un nome che ho letto chissà dove, comunque quando l’era aurea era già tramontata da un pezzo anche qui. Le VHS andavano forte, la carta per quel genere di pubblicazioni stava scomparendo. In edicola, di giornali porno c’era Video Impulse e riga, il resto relegato nell’angolo dei depravati nella zona più losca e nascosta dove non ho mai avuto il coraggio di mettere piede – o i manga, di cui mai mi è fregato qualcosa.

Comunque l’immagine rende l’idea, prepara il terreno. Nelle righe successive si dispiega l’essenza del pezzo, gradatamente, fino a trovare pieno compimento nel liberatorio finale: Fate come me, ripetuto a oltranza, come a convincersi, fino a convincere davvero. La messa in parole e musica di uno stato mentale comune a chiunque sia rimasto dove sta di solito mentre tutti gli altri sono in vacanza da qualche parte lontano, con una conclusione inaspettata. L’opposto speculare di Caldo, dove invece le condizioni atmosferiche portavano a uno spostamento (certo infruttuoso, frustrante, ma intanto muoversi, andare da qualche parte non importa l’esito). In Agosto succede l’esatto contrario: chiudersi in casa un gesto volontario, pienamente consapevole, avvantaggiarsi nel tempo che manca ad un altro inverno, senza una meta, senza programmi da onorare. Il senso di isolamento diventa liberazione, la liberazione che si prova nel sentirsi completamente risolti.

Agosto è il pezzo perfetto per il mese da cui prende il nome. È universale, perché comunque sia andata per chiunque arriva sempre il momento in cui tornare alla base, inevitabilmente prima del 31 coincide con la certezza di non essere stati, in fondo, in nessun posto, in tutti i casi essere tornati esattamente da dove si era partiti. E allora a quale scopo brigare: chiudersi in casa, con o senza giornali porno, diventa a quel punto un’opzione da considerare per la prossima.

Ne ha scritti di pezzi in cui è fin troppo facile rispecchiarsi Fiumani, a valanghe; di tutti questo è il più carogna, il più inderogabile. Siberia suona diverso se ascoltato a vent’anni o a quaranta; Agosto no. Agosto è sempre lì, indistruttibile, immutabile come la stagione; in agosto fa caldo e si va da qualche parte, fanculo le metafore e via di mete altrimenti inaccessibili, compensazione e device sempre accesi.
Nel frattempo è uscito un altro pezzo con lo stesso titolo che ha colonizzato l’immaginario di chiunque con la canzone italiana abbia intrattenuto rapporti che vadano quel minimo oltre esami comprati all’università (ma comunque Sanremo se lo ciuccia ogni anno), e dell’Agosto di Fiumani – per non dire di quello politicamente consapevole di Lolli – è stata arata via ogni traccia da qualsiasi mappatura spaziotemporale. Ma dal 1998 in poi, ogni estate che Dio manda in terra, è a questa Agosto che ritorno.

100 canzoni italiane: SAPORE DI SALE

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Poi improvvisamente l’estate svaniva, da ponente arrivavano grandi nuvole grigie cariche di pioggia e gli odori acri della pineta si tramutavano in folate di vento freddo.

(Sapore di mare, 1982)

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Moltissimi di quelli che hanno provato a vivere un’estate senza fine ci hanno lasciato le penne in un modo o nell’altro, e questo comprende sia i tizi di Point Break che certi parenti lontani che si son comprati un monolocale a Tenerife coi soldi della pensione. La scomoda verità è che nessun organismo può permettersi di assumere quelle dosi di caipiroska al maracuja per più di due settimane, così la società si è inventata il rientro dalle ferie. Succede più o meno a metà agosto, ed è quasi sempre un pacco. La narrativa classica intorno al concetto di ferie è una fregatura: il subconscio umano la rifiuta in maniera sistematica. La favola dell’andare lì e riposarsi per due settimane al sole e vivere pazze avventure per svuotare il cervello e tornare rilassati in ufficio non ha mai funzionato fino in fondo, e incaponircisi fa solo male alla salute. Ci sono molti altri aspetti della contemporaneità che si basano sulla stessa narrativa: sesso promiscuo, droghe, alcolici, cibi grassi, concerti dal vivo e svariati altri, ma almeno in questi casi la narrazione ha iniziato a comprendere la lista di effetti collaterali collegati all’uso e all’abuso -hangover, malattie incurabili, colesterolo, depressione postcoito. Le ferie invece le affrontiamo tutti gli anni con la pia illusione di staccare, riposare o spaccarsi a merda. Qualcuno ci riuscirà, qualcuno no. Il morale di tutti verrà falciato dal tornare alle proprie faccende.

E dire che per arrivare ai primi di agosto stavo correndo da sei mesi.

Non è per niente un caso se le opere d’arte che parlano di estate lo fanno in modo malinconico, se hanno tutte a che fare con un’idea di fine quasi inevitabile e implicano la delusione del dopo. Un bacio dato appena prima dei titoli di coda vale sempre quanto un matrimonio, ma un bacio dato in estate ha una data di scadenza che è quasi implicita anche nei film, e tocca girare la minestra prima di nominare Fellini. Dicevo, l’estate. Ci sono posti deputati a viverla, in branchi di migliaia di persone assatanate che si spaccano ammerda e se va male postano pure le foto su instagram. Ho la fortuna o la sfortuna di vivere in uno di questi posti, la riviera romagnola: da qui le cose sono un po’ diverse perchè non è solo l’autobiografia, vedi arrivare qualcuno, senti le loro storie, una parte dell’ingranaggio è scoperta e sotto gli occhi dei passanti. Così qui giugno e luglio son mesi di preparazione in cui si tasta il terreno e ci si prepara a un’esplosione di gioia collettiva che, colpo di scena, prima o poi arriva anche se non come negli anni ottanta, e poi d’improvviso è passata e tocca di tornare a casa e ricominciare a lavorare, quasi sempre in lacrime. Le città si svuotano del traffico di chi alloggia e due terzi dei posti chiudono le serrande per nove mesi. C’è una canzone che parla più o meno di questa cosa.

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La prima volta che l’Italia sente parlare di Gino Paoli, un giovane cantautore di Genova, è per un brano intitolato La gatta. È una storia un po’ strana: Nanni Ricordi, direttore artistico e fondatore di Dischi Ricordi, s’innamora dei cantautori genovesi e ne porta quanti più possibile a casa sua. Gino Paoli ha venticinque anni a malapena e inizia ad incidere roba di scarsissimo successo; lo stesso La gatta viene accolto da sbadigli e indifferenza, ma dopo qualche tempo la canzone inizia a funzionare col passaparola degli ascoltatori e s’arrampica timidamente su per la classifica dei 45 giri. Nel ‘61 Paoli firma Il cielo in una stanza, che arriva a Mina via Mogol, e diventa un pezzo grosso. Nei due anni successivi è scatenato: scrive per gente grossa, scrive per sé, infila successi, inizia la relazione con la Vanoni, suona costantemente in giro per l’Italia, comincia a bere, mette incinta la moglie, conosce Stefania Sandrelli ancora sedicenne, se ne innamora. Nel 1963 si prende una piccola pausa: Paoli e il suo gruppo suonano in un locale a Capo d’Orlando. I proprietari del posto li invitano a fermarcisi per due settimane, una casa deserta in una spiaggia deserta, dice lui, che in vacanza scrive una canzone e la chiama Sapore di sale.

Nel frattempo Nanni Ricordi è stato silurato dalla sua etichetta, che lo sostituisce andandosi a prendere il direttore artistico della RCA italiana, Vincenzo Micocci. L’etichetta, privata del suo uomo di punta, assume proprio Nanni Ricordi. Il primo effetto del cambio d’etichetta è il trasferimento da un’etichetta all’altra di un gruppo di fedelissimi, tra cui appunto Gino Paoli. E se è vero che un’etichetta vale l’altra, in RCA gli arrangiamenti delle canzonette in quel periodo sono affidati ad un compositore trentaquattrenne di nome Ennio Morricone. Il quale non ama particolarmente lavorarci, o comunque tende a caricarle di pillole avvelenate e mini-sperimentazioni. Per Sapore di sale il maestro si orienta su un giro di basso teso e squillante, appoggiato a delle rullate di batteria che sembrano un po’ una marcetta militare, con gli archi sotto e i campanellini che fanno il verso alle parti cantate -a un certo punto c’è anche un assolo di sax (Gato Barbieri, nientemeno) a fare da contrappunto. Nel complesso sembra una presa per il culo, e probabilmente in una certa misura lo è. Ma l’unione tra parole melodia e arrangiamento crea uno di quegli equilibri impossibili che rendono immortali certe canzoni.

Sopravvivere ad agosto, dicevamo. Nell’anno 2016 è un’arte sottile che passa attraverso una serie di prassi rituali, cristallizzatesi lungo gli ultimi anni fino a somigliare a qualsiasi altra routine provinciale. Il primo del mese tutti i fanatici di musica postano sui social il video di Agosto dei Perturbazione, o due righe contro quelli che postano Agosto dei Perturbazione; il 2 commemoriamo la strage di Bologna, qualcuno s’allunga fino a quella dell’Italicus il giorno successicco. Poi la gente più o meno inizia ad entrare nel mood vacanziero e si divide tra quelli che si riposano, quelli che si Spaccano Ammerda e quelli che si rintanano nell’antro più oscuro e disperato a loro disposizione -il mio preferito è un documento google drive che ho chiamato RUMENTA e contiene stralci di robe che ho iniziato a scrivere e non sono mai riuscito a finire; ogni tanto ne prendo uno e lo uso come base concettuale per scrivere qualcos’altro che nella maggior parte dei casi non quaglia lo stesso, e adesso che ci penso è un’altra metafora di agosto. L’estate, dove vivo, richiede impegno e serietà. Ho memorie di un passato che non somigliava ad oggi. Quando ho iniziato a frequentare Ravenna, intorno al ‘96, m’accorgevo del gap tra estate e resto dell’anno. Le persone si rintanavano in casa per nove mesi, poi uscivano cariche a molla e si sfondavano di birra per un trimestre. Finivano la stagione tutti esausti e pronti a tornare in letargo, e nel complesso sembrava un ecosistema sostenibile. Le variazioni di anno in anno erano micro-variazioni: ci si sposta da un locale all’altro, da una zona all’altra della stessa città; ogni tre o quattro anni cambiano il genere musicale ed il cocktail di riferimento -a volte hai fortuna, altre volte no. Ora in giro funziona un sacco la caipiroska al maracuja, dicevo. Urgh.

Da bambino invece mio babbo mi portava al mare. Partivamo la domenica mattina, si passava dal bar di Case Castagnoli a trovare i suoi amici e poi giù a Cesenatico passando dai paesini dietro, lui guidava un’Alfetta grigia a cui teneva più che a qualsiasi altra cosa o persona al mondo. Portava dei pantaloncini da mare color panna con una fantasia fiorata e i baffoni rossi che anche oggi non sono ancora tornati di moda. Facevamo il bagno assieme e teneva le chiavi attaccate alla catenina d’oro che portava al collo. Nella mia percezione le spiagge erano tutte vuote, le strade erano tutte polverose e il principale problema era capire dove mettere l’autoradio una volta estratta. L’acqua del mare sembrava piscio, grossomodo come adesso. Credo di essere stato felice di andarci, e per semplificare credo lo fosse anche lui. Quando sei bambino agosto è un concetto che non ti tocca nè in positivo nè in negativo -funziona tutto con il meteo: se piove non vai al mare, se non piove vai al mare. C’erano i corsi estivi col pullman e le educatrici e i bambini più grandi che ti menavano addosso, ma quello era uguale all’inverno -senza pullman. Quando sei bambino non percepisci quasi mai la fine delle cose, se mai t’accorgi quando qualcos’altro inizia: la scuola, il catechismo, gli allenamenti, i cartoni animati in TV. Lo spleen agostano arriva dopo l’adolescenza, quando smetti di studiare e non lavori più e qualcuno ti convince che in quelle due-tre settimane di follia scriteriata sta nascosto il senso di quel che hai fatto nel resto dell’anno. Non dico che non sia mai successo nulla di bello: ho avuto qualche buon party, ho collezionato cose da raccontare, una volta mi sono anche innamorato. Ma ho dovuto fare i conti con troppe delusioni, troppe aspettative, troppi rientri di merda. E anche negli anni migliori arriva il 16 agosto, che tutti hanno il fiatone e alla festa in spiaggia c’è metà della gente che c’era la sera prima. Poi quelli della polisportiva cominciano la preparazione atletica e gli altri stanno al bar a guardare le ultime puntate dei varietà merdosi che trasmetteva la Rai d’estate. La depressione da rientro è tra i peggio cliché dell’epoca dei social.

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Non ho la più pallida idea di cosa parli Sapore di sale. Davvero. La maggior parte delle teorie la vede come una canzone su Stefania Sandrelli, una versione smentita da Gino Paoli in persona -vatti a fidare delle teorie, o di Gino Paoli. Mi sembra un’interpretazione ingrata perchè sbatterti in faccia la Sandrelli in una canzone che parla della vita è come sbatterti in faccia Fellini in un racconto che parla d’estate. Dentro Sapore di sale c’è un blocco di testo, sedici righe, così perfetto che non riesci a raccontarlo in nessun altro modo che copiandolo pari pari. Qui il tempo è dei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale ti butti nell’acqua e mi lasci a guardarti e rimango da solo nella sabbia e nel sole poi torni vicino e ti lasci cadere così nella sabbia e nelle mie braccia e mentre ti bacio sapore di sale sapore di mare sapore di te. Non è tanto il contenuto, è che lo vedi come se stesse succedendo a te in quel momento e come se ci fosse la data di scadenza, la parola fine. Chi è che non si è mai innamorato di una donna coi capelli increspati dalla salsedine? Come fai a non innamorarti? Magari prima del ‘63 non succedeva. Pure Paoli se lo sarà sentito addosso, che nel testo la ripete due volte identica. Cambia solo che la seconda volta, mentre la bacia, la voce spinge tanto e si fa scura di un dramma che è impossibile capire se hai poche estati sulle spalle. Uno dei momenti più disperati di sempre nella musica italiana. A quelli che l’ascoltano, però, Sapore di sale sembra un pezzo scanzonato, e la canzone diventa il più grande successo della carriera di Gino Paoli.

Vent’anni dopo esce un film che si chiama come un verso della canzone, Sapore di mare. Qualcuno della mia generazione, e di quella che l’ha preceduta, ci ha costruito sopra tutta la cultura che ha addosso, e queste cose alla fine di tutto tocca rispettarle: ci sono le gag sull’italietta di quegli anni, c’è Jerry Calà al suo meglio, c’è il rimpianto e il muso lungo, e c’è pure una specie di lieto fine a buon mercato.

A me purtroppo non è mai piaciuto. C’è una specie di incantesimo o di maledizione alla base di tutta la faccenda. Alcune canzoni funzionano bene in qualsiasi contesto e si prestano a diecimila riletture, altre no; non ho mai ascoltato una cover di Sapore di sale che mi piacesse, non ho mai amato Sapore di mare, non mi piace nemmeno quando il suo autore, che nel frattempo è diventato l’incarnazione di tutto quello che è brutto nella musica italiana, la ripropone con un arrangiamento nuovo che non funziona mai, neanche un briciolo. La mia teoria è pura autodifesa: esiste una sola Sapore di sale. Solo quella versione parla davvero dell’estate, nell’unico modo in cui penso abbia senso parlarne. Uscì da uno studio di registrazione nel 1963, ed era prima in classifica il giorno che Gino Paoli prese la pistola e si sparò un colpo al cuore.

100 canzoni italiane: STARE AL MONDO

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(Roberta)

 

 

Ho visto morire l’hip hop italiano davanti ai miei occhi. Lateralmente, da spettatore, poco importa: quando si testimonia la fine di qualcosa il ruolo rivestito (se si è rivestito un ruolo, e non è questo il caso) è questione di sfumature. Quel che c’era ha smesso di esserci, questo è quanto. Nulla che potessi fare a riguardo: a un certo punto, semplicemente, i dischi belli hanno smesso di uscire. Chi aveva qualcosa da dire e gli strumenti per dirlo ha appeso il microfono al chiodo o cambiato direzione verso qualche altra onda; il posto vacante non è stato occupato da qualcun altro (è ancora così). Tutto il resto è venuto di conseguenza, ricadute incluse (le chiamo così quando in percentuale più o meno ridotta hanno influenzato pure il corso della mia vita): niente più programmi in radio, megaeventi da trasferta e dormire in treno al ritorno il mattino dopo, niente più Zona Dopa dietro casa, niente più vagoni sottopassaggi muri capannoni colorati nottetempo con murales da implosione immediata di tutte quante le sinapsi contemporaneamente – gli antenati della street art a robe metaforiche che sensibilizzano preferivano gigantesche scritte incomprensibili tra cyberpunk e un qualche nuovo alfabeto alieno, lavoravano sodo, ovunque, niente menate con le istituzioni: due mondi separati, non interagivano e basta. A ripensarci non ho bisogno di considerarmi un privilegiato: so di esserlo. Da spettatore ho preso e trattenuto in hard drive solo il meglio; le stronzate mi scivolavano addosso o manco le calcolavo – non ricordo di avere visto direttamente o conosciuto di persona un solo personaggio discutibile tentare di uccidere il funk – sapevo da cosa, da chi tenermi debitamente alla larga, quali fogli non sfiorare nemmeno con un bastone lungo trenta metri eccetera; questo io chiamo censura preventiva, e ha funzionato alla grande. Il lato negativo nell’essere stati abituati fin troppo bene si manifesta quando qualcosa che faceva parte del panorama, che il panorama lo determinava, scompare di punto in bianco. I segnali magari c’erano ma eri troppo infatuato per accorgertene. Quando poi arriva, la sassata della perdita fa male dieci volte tanto. E ha fatto male. Tutto quel che fino a un momento prima era standard, routine (ma ad averne, di routine così), una serie di belle certezze e dati assodati, di colpo è diventato niente. Deve essere la versione redux di quel che succede quando si smette di esistere (non credo in una vita – o altre vite – dopo la morte); musicalmente una morte in ogni caso.

Il 1999 è l’ultimo anno di vita dell’hip hop italiano. Scienza Doppia H, L’Attesa, O Tutto O Niente, Novecinquanta gli ultimi fuochi, Merda&Melma il tabula rasa, Chicopisco il period the end. Neffa l’ha deciso come ai tempi Soul Boy e Speaker Dee’Mo hanno deciso che quello sarebbe stato l’inizio. Il senso è lo stesso, l’ineluttabilità è la stessa: va così perché è così che deve andare. Stesso discorso nell’altro verso: il treno è passato, c’è chi è rimasto fermo alla stazione, un gioco a cui non tutti scelgono di appartenere; di solito, chi intraprende il percorso opposto sono le teste capaci di fare la differenza. Quel che inizia finisce, per cui ecco cosa.

Dopo avere temporeggiato per qualche frista di troppo, mantenendo le posizioni fino a quando era il caso, Neffa si è alla fine reso conto che col ‘già sai che non ve n’è‘ ripetuto all’infinito si va poco lontano, anche se quel dire sei stato tu a inventarlo; il resto verrà di conseguenza. Poco dopo una leggendaria jam corale da padroni di casa all’MTV Day che vista a posteriori è l’equivalente della danza finale nel Settimo Sigillo, la ballotta dei guaglioni si sfalda. I due lasciti più radicali: dopo Merda&Melma e successiva coda di live che è stata davvero l’ultima occasione (non sarò mai abbastanza grato a me stesso per avere alzato il culo dal divano in due occasioni – Bologna e Modena – per assistere al miracolo) Deda, il migliore MC italiano di sempre, appende il microfono al chiodo senza ripensamenti; Neffa pubblica Chicopisco e bella lì. L’ultimo sguardo prima di scrivere la parola fine, scegliere di scriverla un attimo prima che l’intero ingranaggio collassi e imploda, one last midnight come diceva Rust, poi azzerare il contatore e passare ad altro (che il suo “altro” non abbia mai corrisposto al mio, altro discorso). Senza sospesi, senza rimpianti. La certezza di avere fatto quel che s’aveva da fare nei modi e nei tempi in cui andava fatto, ora basta. Buon proseguimento a chi rimane, ci sono state delle gioie ma questo è l’epilogo. Questa, “la fine” lo è per davvero (non come ha detto e dice Kaos, che assiste a questo funerale dall’86 però intanto è sempre lì).

Tutto quel che seguirà, che ancora segue, qualcos’altro. Come Verso il sole è l’ultimo film americano: non che da lì abbia smesso di esistere il cinema ma per chi ha visto c’è stato un prima e un dopo, le cose sono cambiate irreversibilmente, fare finta che no senza mentire a sé stessi diventa impossibile. Una questione di piani: livelli diversi, mai più ripetuti, il cui ricordo basta ad annichilire tutto il resto, a rendere tutto il resto, l’intera faccenda, un altro campionato, spesso un altro sport. Non ero nato quando uscirono Paranoid, o White Light/White Heat, o Closer; per Rapadopa o Verba Manent o sXm invece c’ero e ricordo tutto. Il ricordo, il più delle volte, mi basta e avanza ancora oggi.

La gestione del dopo, un affare individuale che ognuno svolta come può: si passa ad altro se subentra la voglia di passare ad altro, ma non sarà mai la stessa cosa. Comunque quel vuoto che può essere foro o voragine a seconda del carico emotivo investito finché è durata non lo riempi, non lo puoi riempire; rimarrà sempre lì, immobile al suo posto. Per me è così che ha sempre funzionato, in ogni ambito, in entrambi i sensi, positivo o negativo: porto nel cuore o dentro la testa chiunque abbia conosciuto, qualsiasi cosa abbia visto; quando viene a mancare, è qualcosa che manca che non può venire sostituito. Quando la somma di quel che manca oltrepassa di diverse lunghezze la somma di quel che è rimasto è il momento delle domande serie. Certi calcoli sarebbe meglio non iniziarli mai comunque.

Quando è uscito Chicopisco la vita aveva appena cominciato a investirmi; per qualche tempo ancora ho potuto prenderlo come un piacevole sottofondo, più piacevole di altri ma comunque sempre un sottofondo alla vita che scorre, come qualsiasi altro disco avessi ascoltato. Erano le ultime ore d’aria e non lo sapevo. Quel che c’era stato fino a lì una sorta di prova generale, scaldare i muscoli prima della gara seria, un lungo rettilineo a precedere una serie di salite che fanculo il tour de france; salite che ancora non potevo vedere del tutto. Ben presto, il più delle volte, buio con o senza alberi (è lo stesso). Il segnale che adesso basta cazzate era già arrivato, rendersene conto avrebbe richiesto il suo, come prendere una legnata in piena faccia talmente potente da non riuscire a razionalizzare subito l’impatto. Il biglietto d’ingresso al festival orrendo urlante della vita vera, che non è ancora finita. Tengo sempre a portata Chicopisco per una sola ragione: dentro c’è Stare al mondo.

Della musica faccio un uso strumentale, per così dire: quando mi sento triste, è qualcosa di triste che voglio ascoltare; quando mi sento allegro qualcosa di allegro, e così via. Torno a Stare al mondo (il pezzo) ogni volta che stare al mondo (l’azione) eleva il grado di difficoltà ben oltre il livello mostro finale. Ne ho anche altri di talismani ma questo è speciale perché asseconda la corrente, mi mette quieto, comunque vada in pace con lo scorrere delle stagioni. Mi aiuta a mantenere l’unità di me stesso. È talmente universale che chiunque potrebbe dirne la stessa cosa, ne sono convinto. Ho imparato sulla pelle a più riprese il significato letterale di ogni singola frase, pure di questo sono convinto chiunque potrebbe dire lo stesso; cambia il grado di intensità, sempre lì stiamo. Comunque si tratta di restare in piedi, vincerne alcune, perderne altre. In questo, siamo uniti.

100 canzoni italiane: SE TELEFONANDO / MATTO, CALDO, SOLDI, GIROTONDO / UN UOMO DA RISPETTARE

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Da qualche giorno è possibile trovare in libreria il volumone Superonda – Storia segreta della musica italiana. Si tratta di un libro scritto da Valerio Mattioli, che contiene “il racconto di quelle musiche che tra 1964 e 1976 riuscirono a sviluppare linguaggi originali e in grado per una volta di proiettare la musica italiana all’estero, esercitando una sotterranea influenza sul mondo dell’elettronica, del rock alternativo, e delle musiche sperimentali.” Un libro che mi piace immaginare fondamentale per definire quello che lo stesso autore, a un certo punto, ha osato definire spaghetti sound: tutto quel calderone di musiche off provenienti da questo paese che, in varia misura, hanno definito la musica mondiale. Per l’occasione Valerio ci ha mandato la storia di canzone italiana da mettere nella nostra rubrica, e questo è più o meno quanto. Correte in libreria. (FF)

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La mia canzonetta (intesa come “canzone melodica all’italiana”) preferita in assoluto è ovviamente Se telefonando. Dico “ovviamente” perché davvero non capisco quale altra possa essere – e non per me, per CHIUNQUE. È un tale capolavoro di ingegno (la famosa storia della ripetizione di “tre note soltanto”) e ha una costruzione talmente particolare (l’assenza di un vero e proprio ritornello ecc) che pure se non l’avesse cantata Mina sarebbe comunque un piccolo monumento, o almeno credo (la versione di Nek non depone a favore di questa mia tesi, ok).

Naturalmente, Mina a parte, il merito di tutto va all’uomo che il brano l’ha scritto e arrangiato: cioè Ennio Morricone. Siccome però immagino che per gli standard di Bastonate scegliere Se telefonando sarebbe interpretato come un gesto di svogliatezza e prevedibile banalità, di Morricone mi piace citare uno dei suoi brani incredibilmente considerati “minori” (anche se ultimamente vedo parecchie persone che lo citano e condividono in giro, quindi tanto “minore” non lo deve essere più). È del 1969 ed è preso da – prendo quello che ho scritto in Superonda – “un dramma antiborghese con venature erotiche e gialle chiamato Vergogna schifosi. Per il film Morricone concepisce un altro dei suoi studi «matematici», una filastrocca cantata dai Cantori Moderni ed Edda Dell’Orso basata sulla reiterazione insistita di cellule composte da poche note soltanto, minuziosamente conficcate su un tempo incalzante che potrebbe ricordare la vertiginosa bossa di Metti una sera a cena.

Morricone questa “ossessione matematica” ce l’ha sempre avuta, e un sacco di suoi brani sono piccoli studi in tal senso (la stessa Se telefonando ne è un esempio). Il tema di Vergogna schifosi però è davvero uno dei suoi esperimenti più audaci, specie considerando l’anno in cui è stato scritto. Perdonami se ritorno al copiaincolla da Superonda: “il ritmo è un motorik su cui mulinano saliscendi orchestrali, scampanellii orgiastici e un basso tachicardico che pure è l’unico appiglio che impedisce al brano di schizzare in aria, preso com’è da questo vortice a spirale dalle circonferenze variabili e, man mano che passano i minuti, sempre più fuori asse. Il brano si chiama Matto, caldo, soldi, morto girotondo e l’effetto è sul serio un capogiro dapprima divertito e poi irreale, non si sa bene quanto opprimente o dionisiaco. Su questo calco gruppi come gli Stereolab costruiranno, coscientemente o meno, carriere intere”.

Se lo ascolti bene è un brano pesantemente… ma sì, drogato. Appartiene al filone pop (o meglio ancora “lounge”) del Maestro, ma è giusto a un passo dalle sue cose più psichedeliche – non tanto quelle del periodo western, quanto quelle di inizi ’70 dalla collaborazione con Dario Argento in poi (che è anche il suo periodo che preferisco). Anzi a questo punto fammi esagerare e concedimi un’ultima citazione dal libro, così almeno posso menzionare in extremis quell’altro capolavoro assoluto che è il tema di Un uomo da rispettare: dico in Superonda che “sembra riprendere le trionfali atmosfere dello spaghetti western per schiantarle in un sudicio vicolo popolato da tossici che alzano gli occhi al lampione e per la prima volta realizzano tutta la gloria, il dramma, la bellezza necrofila della metropoli in rovina: è come se Miles Davis avesse deciso di rileggere Porgy and Bess nel 1974 di Dark Magus anziché nel 1959 del binomio con Gil Evans”. E guarda, giuro che è così. Alla fine sia Miles che Morricone sono trombettisti, anche se Ennio nei 70 non si metteva al collo il boa rosa schocking.

Ok, mi hai chiesto un brano e alla fine te no ho tirati fuori tre, se vuoi continuo e facciamo un album.