#focaccine

L’ironia ha una funzione strategica: permette alle persone di negare il sostegno a degli ideali di estrema destra e di sposarli al contempo.

La troll culture è diventata un modo per il fascismo di nascondersi in piena vista” 

Nazismo non-ironico camuffato da nazismo ironico

A meno che non ci sia un indicatore ovvio degli intenti di un’altra persona, questi intenti non sono davvero misurabili. Potrebbe stare cazzeggiando, potrebbe essere incredibilmente seria, potrebbe essere un misto tra le due cose.” 

 

Sono stralci di testo casuali presi da questo articolo del Guardian, e anche l’articolo è pescato più o meno a caso (se cerchi alt-right su google viene fuori più o meno lo stesso articolo, scritto da centinaia di persone diverse). Ci penso tutte le volte che incrocio Le Focaccine dell’Esselunga, un meccanismo di viral marketing dopato, imposto dall’alto, sinistra joint venture Spotify/radio generaliste con tanto di ufficio stampa e generosi contributi alla viralità, certificando la viralità prima che la viralità avvenisse –magari prendendolo pure per il culo, molto lungimirante sfottere uno che ti sta sfottendo. O peggio scrivere duemila battute il cui senso è “ho capito che è una cosa ironica, scopo, me la godo”. 

C’è una specie di inchiesta su Orrore a 33 giri secondo cui l’autore è il figlio di Cecchetto. Non è importante chi ci sia dietro in realtà, se non è lui sarà qualcun altro che fa lo smargiasso coi soldi di chissà chi. Il punto non è l’operazione in sé, o la canzone in sé, o il video in sé. È che il periodo storico in cui siamo immersi permette a Le Focaccine di esistere e moltiplicarsi come cartina al tornasole del pop. E l’esistenza de Le Focaccine in questa scintillante veste totalitaria è il risultato di una serie di auto-ammutinamenti cognitivi compiuti in nome di un senso della sostenibilità culturale andato in mona, di un autocompiacimento infondato, di un senso di superiorità culturale sbagliatissimo, di un senso dell’umorismo merdoso e di almeno 25 anni di comunicazione politica ridanciana a prescindere. Il tutto a dipingere un presente fatto di spallucce e paradismi* in cui questa tipologia di contenuti può continuare a pensarsi e prosperare, ben accolta dal sistema ideologico che la dovrebbe criticare perchè ad analizzarla c’è meno da sbattersi. La domanda che ci si pone di solito in merito a cose come Le Focaccine e alla sua viralità imposta è: chi ci guadagna? La risposta mia personale, nel caso di specie, è che non me ne frega un cazzo e spero che muoia. Culturalmente dico.

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*Paradismo=ideologia della commistione musicale tra snobismo e vale tutto 

In sacrilega lode di Nitri

Michele Nitri conosce a memoria i settecento mantra della Scuola del Vuoto Sotterraneo. Li sciorina come il rosario blasfemo e sudato che sono, tavola per tavola, vignetta su vignetta, frammentando le linee già inchiostrate. Settecento estensioni di nero codice e blasfema sintassi visuale. Se ne nutre e ve li sputa in gola e lì restano a gonfiarvi il gargarozzo.

Germinato nottetempo, in quel di Walpurga, dall’incontro tra la belladonna e la radice di mandragora, Michele ha ingollato per anni un quantitativo di fumetti e narrativa degenere tale da preoccupare ogni bravo psichiatra in grado di sottolinearne le qualità deleterie, caratteristiche così devianti da scatenare disordini sociali e comportamentali nel lettore più pacifico o nel semplice passante. Da quell’antro oscuro del nostro conscio, fuori dalle logiche bieche e instupidite dalle necessità relazionali, Nitri si è mosso per mettere a soqquadro il panorama; troppo lindo e ordinato quest’ultimo, intimista e pastellato dalle legioni di paesaggisti in fregola primaverile e con un conto di troppo da pagare.

Ha aspettato, Michele, facendo le sue cose, perseguendo la sua passione senza che questo significasse mettersi nelle mani di sudati e vergognosi e meschini e tumescenti esemplari di “addetti ai lavori” (NOI), impresari con l’anima facile e il culo abusato dalla vita. Ha atteso, affilando l’intenzione.

Poi è scattato, la lama massiccia che cade veloce per il suo stesso peso, tranciando arti e cervella, sbudellando deserti del reale e presunzioni ideologiche. Ha colpito senza aspettare il cadavere nel fiume, ma riempiendoci il mare, mugulando mantra blasfemi a dèi troppi antichi per essere ignorati. Ha messo in piedi Hollow Press.

L’operazione esoterica ha preso poi il nome in codice U.W.D.F.G. (da ora in poi UWDFG) e si è risolta in questo e nel secondo volume ad oggi disponibile. Una sequela di storie improbabili, improponibili, bellissime nella loro ostinata essenzialità, ritmica e narrativa. Cinque fra i più anomali illustratori del circondario alle prese con una forma marcescente di de-genere, impollinata nei cunicoli del sottosuolo come un interminabile partita di D&D per menti stonate, alienanti, genuinamente bizzarre. Nel secondo volume le storie continuano e non è auspicabile farne il resoconto, il riassuntino per il fogliaccio di stampa. Piuttosto: è fra le cose migliori che potessero capitare al fumetto: una versione contemporanea, fracassona, sincera e sentita del “pulp” che fu, nell’ottica che vede i generi copulare intensivamente in orge a più dimensioni, annidandosi dentro a libri e fumetti che raccolgono qualche milione di mondi, modi, tempi, evoluzioni: vi basti.

Un plauso sincero e riverente a un’operazione che continua, va crescendo e fa tornare il buonumore a tutti gli appestati.

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E perdio, buon U.W.D.F.G a tutti!

ps. entusiasmo addizionale va alla pubblicazione (sempre ad opera della Hollow Press di Nitri) di Industrial Revolution di Shintaro Kago, sottospecie di mutazione in salsa Cronenberg dell’immaginario fumettistico orientale, portato a colpi di destrutturazione contro corpi, personaggi, motivi, generi, vignette, ritmo, scansione delle pagine e via dicendo. In pochi in Italia (viene in mente 001 Comics) possono fregiarsi di aver portato questo Grandissimo fra noi. Non contento ha aggiunto una sorta di antologia di Tetsunori Tawaraya (già tra i cinque protagonisti del progetto), chiamandola Tetsupendium Tawarapedia.. Fa’ la cosa giusta, lettore!

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pps. da Hollow Press puoi persino acquistare tavole originali e spettacolare miscellanea. Affrettati, lettore!

Ex Cops – Daggers (Downtown)

X-Cops era il nome di un delirante progetto parallelo dei GWAR; dal vivo i membri si presentavano in divisa da poliziotto invece che bardati nelle manicomiali armature di lattice che sapevamo. Un solo disco, nel 1995, You Have The Right To Remain Silent, su Metal Blade. La musica tra le migliori avessi mai sentito (lo è ancora): industrial metal prevaricatore, nervoso, farcito di steroidi fin sopra gli occhi. Pareva la colonna sonora di un film fascista e reazionario post – Giustiziere della Notte/Ispettore Callaghan, roba di terza-quarta fascia tipo Vigilante, che in Italia passava direttamente in televisione a notte fonda. Splendido.

Esiste la possibilità che almeno uno dei tizi qui coinvolti sappia di cosa sto parlando, dal momento che Billy Corgan (per quei pochi che non, metallaro dal giorno uno) produce e co-firma svariati pezzi di questo bicchiere d’acqua. Non esistono comunque validi motivi per ascoltarne un solo secondo, al di là dell’amarcord autoindotto.

Mark Kozelek – Sings Christmas Carols (Caldo Verde)

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L’album natalizio, a prescindere da autore e intenzioni, è qualcosa di abominevole, sempre e comunque (unica eccezione John Fahey, ma qui manco si tratta di diversi campionati, e comunque Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere, quindi); nessuna giustificazione, nessuna razionalizzazione che possa in alcun modo reggere. Come quelle barzellette imbarazzanti dove alla fine nessuno ride mai, nemmeno per cortesia, neanche per sbaglio. Anzi, se questo succede, deve semmai fungere da sonar per individuare una persona da cui tenersi necessariamente alla larga.
Oggi il Christmas album è qualcosa che sta a metà strada tra puro modernariato, come la Lambretta o la Dyane, e bieco giochetto pseudosituazionista che non interessa più a nessuno, manco di striscio, manco a volerci trovare per forza pretesti meta/post-qualcosa di qualsivoglia forma e maniera (Sufjan Stevens soltanto l’ultimo esempio che mi viene in mente in ordine di tempo – ciarpame, naturalmente, come del resto qualsiasi altro mai inciso abbia anche solo lontanamente a che fare con renne, slitte, campane e neve, nel senso di cristalli di ghiaccio); perché di pretesti oltre il cattivo gusto e il non saper vivere non ce ne sono, mai ce ne sono stati, mai ce ne saranno. È brutta musica per brutte persone e stop, roba che negli Stati Uniti magari qualche gonzo lo spreme pure ma ad altre latitudini fa solo pena quando va bene, lascia indifferenti quando va come deve andare. L’evoluzione della specie ha i suoi contraccolpi benefici, comunque sempre troppo tardi.
Cold fact: è il 2014 e l’album di natale fa parte di un precipitato di tempi orribili ormai lontani ere geologiche. Chiaro altri ne sono arrivati a sostituirli, gli scenari ben più cupi in senso generale, la linea di demarcazione tra sostenibile e inaccettabile, tra sensato e farsesco da parecchio del tutto indistinguibile; il lato positivo è che un A Very Special Christmas ora nessuno lo infila più su per il culo a nessuno, a meno di cercarlo e volerlo scientemente. Questo non è un problema mio.
Il Christmas album di Mark Kozelek era il tassello mancante dell’inarrestabile gara al ribasso che è la sua carriera da dopo il 2003: parassitismo autofago della peggior risma, i remi in barca e pilota automatico attivato 24/7, ogni tanto qualche infinitesimale colpetto, sussulti di vita rari e lontani l’uno dall’altro, che portano ciclicamente a ricominciare a sperare che il bombardamento psichico prima o poi torni a regime; ma sono alla meglio spasmi in un quadro generale che sta sul rigor mortis già da mo’, la linea resta piatta, campare di rendita su trascorsi che erano e restano enormi, non importa quanta sia la merda che continua a scaricarvici addosso con sprezzo del ridicolo a dir poco hughesiano, l’equivalente del peso specifico di dodici pianeti non riuscirebbe a sommergere un solo secondo di Down Colourful Hill, Rollercoaster, Bridge, Ocean Beach e tutto il resto, ma proprio tutto, fino a Ghosts Of The Great Highway compreso. Dopo, la merda vera, trend che non si inverte, patetico tirare la carretta al fienile a forza di dischi acustici, cover album peregrini, tour in solo (pagare musicisti costa), live album del tour in solo, altri dischi acustici e via, si ricomincia. Prossimo step il film di Sorrentino, e il cielo non è più un limite.

You know, things change, rearrange… they really do. Oppure, come mirabilmente disse Harvey Williams: What does this leave me?
A volte vorrei non aver mai conosciuto i dischi dei Red House Painters, davvero. Poi riaffiora spontaneo il ricordo della prima volta che ho ascoltato Grace cathedral park e mi pento di aver formulato quel pensiero. La bruttura però rimane, tanta, troppa, e aumenta esponenzialmente. Chi ascolta Mark Kozelek oggi arriverà mai a rendersi conto di cosa è stato? Anche questo non è un problema mio. Quanta amarezza, comunque.

VIVA LO SPAM ROCK

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Nel momento in cui scrivo non è ancora chiaro come saranno esattamente legati il nuovo iPhone e il nuovo album degli U2: qualcuno diceva che sarebbe stato precaricato nel telefonino tipo Magna Charta di Jay-Z, ma pare di no, “sarà una cosa nuova/innovativa che sfiderà il nostro modo di intendere la musica e la telefonia e le campagne di questo genere”, grossomodo. Fino a ieri sapevamo, fondamentalmente, che iPhone6 e il nuovo disco degli U2 sarebbero stati legati in qualche maniera, ed è stupefacente quanto già così il concetto faccia schifo. Diventa una specie di contest di concetti schifosi, a dire il vero. La prima cosa che è successa è stata che la gente sui network, riguardo all’eventualità di essere forzata a possedere un disco recente degli U2 contro la propria volontà, ha usato termini tipo “tortura”.

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Sento necessario dare il mio parere sugli U2. Gli U2 mi fanno VOMITARE, in grassetto corsivo maiuscolo. Di tutti i miei nemici è il più pericoloso è il primo della lista. Non li odio per la loro musica, cioè, sono assolutamente convinto che abbiano fatto dischi bellissimi di un genere di musica che a me non interessa, e questo è più o meno quanto. Non li odio nemmeno per quello che rappresentano, per il fatto che hanno passato la carriera a pestare delle bucce di banana e neanche per quanto è fastidiosa la figura pubblica di Bono Vox, e mentre dico che “non odio gli U2 per la figura pubblica di Bono Vox” sento l’autocontrollo che mi scivola lentamente via, ma è la verità. Odio gli U2 de merda per QUEL SUONO. Quel modo squillante sgarzolino ed equosolidale in cui le chitarre e la voce s’incrociano le une con l’altra e fanno PIRIPIRIPIRIPIRIPIRI tutti assieme e la dimensione di merda in cui vivono, il ROCK puro, il rock democristiano e sociale e di tutti che passa in radio ad ogni ora del giorno e della notte perché vuoi mettere la poesia racchiusa in One. Ci sono altri gruppi che mi stanno sulle palle per lo stesso motivo, tipo i Cure. Per la maggior parte di questi maschero l’opinione, autogiustificando la mia insincerità col fatto che l’odio di questi gruppi sia soprattutto una questione di gusti, e quindi spesso racconto che in realtà non disdegno del tutto dischi come Three Imaginary Boys o War, ma la verità è che l’idea di passare mezz’ora in silenzio ascoltando dischi come Three Imaginary Boys o War è il modo in cui dipingo a me stesso il concetto di “malessere”, la sofferenza della mente che diventa fiacchezza del corpo, la sensazione di non avere vie d’uscita, l’aria che diventa pesante intorno a te, capire che ogni scelta che hai fatto nella tua vita è sbagliata, voler fuggire all’estero ma non paesi anglosassoni. Ecco, quel genere lì di “malessere”, per capirci. Ma il malessere che provo nei confronti dei Cure non è paragonabile con quello che provo per gli U2. La loro musica che passa casualmente in radio o nei posti o nelle playlist delle persone che non capiscono un cazzo di musica, perché l’unica cosa che posso dire di uno che mette gli U2 in una qualsiasi playlist è che non capisce un cazzo di musica, e so che probabilmente è falso e che i dischi degli U2 contengono tante gemme nascoste ma il fetore di quella chitarrina squillante di merda, e torno al punto, mi ottunde la mente, mi distrugge il karma e mi fa riconsiderare ogni cosa brutta io abbia mai detto di qualsiasi gruppo con le chitarre copiate a man bassa dai Korn. Davvero, non c’è nessun altro motivo per cui odio gli U2, non sono andato particolarmente in profondità nella loro discografia, non penso che si siano persi a un certo punto o che siano diventati delle macchiette eccetera, mi stanno semplicemente sul cazzo, fanno musica SBAGLIATA e possono prosperare solo in un mercato musicale SBAGLIATO, quello dei concertoni con centomila persone che pagano duecento euro a testa e il palco con I VISUAL e i carri armati che spuntano da dietro a puntualizzare la loro visione politica che non discuto ma è veicolata da quelle CHITARRINE DEL CAZZO. Ecco. So benissimo di non vestire i panni del critico in questa sede, di essere una persona antipatica che sputa su un gruppo che ha significato tanto per molti e che probabilmente ho speso soldi in cose peggiori, tipo Shootyz Groove, ma NON CE LA FACCIO. Sto perdendo il filo ed è tutta colpa di quei gorgheggi di merda.

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E comunque non ho davvero perso il filo. E in realtà non è così brutto, è molto peggio. L’occupazione militare dei telefonini, scopriamo, non si limita agli iPhone 6, nel qual caso peraltro sarebbe una squalifica dell’oggetto (almeno l’operazione JayZ-Samsung dava l’idea di avere un senso nel millennio in corso, ecco). Dal sito degli U2: Simply go to the Music app on your iOS device, or to your iTunes music library on your Mac or PC, and find ‘Songs of Innocence’ under the artist or album tab. The new album is in iCloud, just tap the track listing to start listening or tap the cloud icon to download. Io per ora sembro essere salvo, ma forse è solo perchè non ho aggiornato il sistema operativo. Obiezione tipica, che vale come possibile critica a un discorso sugli U2 di cui Perché dovrei incazzarmi per il fatto che possiedo una cosa in più? Basta non cagarla. Su queste cose di solito rispondo parlando del digitale terrestre, di quanto la sua esistenza ha fondamentalmente arrecato ingenti danni alla mia esistenza pur non possedendo io un televisore, ma sarebbe il grido di un vecchio che si lamenta di altri vecchi e un possibile gancio per fare arrivare gente del 5 Stelle sul mio sito. Non è questo il punto. Il punto è che l’esistenza di un disco degli U2 nel mio cellulare mi obbliga a farmi un’opinione sulla faccenda, giusta o sbagliata che sia. Come posso boicottare qualcosa che possiedo per diritto innato? Come posso contribuire al fallimento di una campagna pubblicitaria degli U2 se il solo fatto di possedere iTunes mi ha reso parte del suo successo? E perché dovrei voler boicottare la campagna? Perché dovrei pormi questioni legate al diritto di controllare ciò che possiedo nel mio telefonino? Questioni solo apparentemente stupide, credo.

Il layer successivo di concetti del cazzo in merito contempla tutti i discorsi legati alla mia opinione sulla campagna di qualcun altro, che non di rado segue un criterio induttivo di, uhm, universalizzazione della mia idea sulla faccenda (il fatto che io consideri gli U2 vecchiume non vuol dire che lo siano). Nel senso, quello che critico non è il disco degli U2 e non è nemmeno lo sgradevole effetto di possedere un disco degli U2 legalmente senza averlo mai voluto. La mia critica diventa una critica al marketing dei due colossi coinvolti, considera parole tipo target, possibili boomerang commerciali e via dicendo. Mi imposto su questa traccia per almeno due minuti prima di rendermi conto di quanto sono ridicolo: non è il mio lavoro, non voglio che sia il mio lavoro, non ho nessuna qualifica che dia autorevolezza al mio parere. Odio gli U2 per via di quei suoni sgarzolini di merda, non ho mai aspettato con religioso silenzio il keynote di Apple; non potrebbe fregarmene di meno di quanto questa mossa farà calare o crescere i fatturati di questa gente. E a conti fatti l’esistenza di un nuovo disco degli U2 finirà per permeare la mia vita in modi molto più sgradevoli di come farebbe stando nella mia playlist di iTunes. Alla radio, per dire, mentre faccio la spesa al supermercato e partono quei PIRIPIRIPIRIPIRIPIRI a zanzara suonati dall’impianto, e qualsiasi altra situazione di ascolto coatto su cui non ho alcun controllo. Gli U2 non basta non ascoltarli.

E alla fine sempre di spam-rock si tratta, come i gruppetti che si segnano il tuo indirizzo email e ti mandano il link a soundcloud senza avere idea di che musica ascolti, e tu annoiato li butti nel secchio delle cose che non ascolterai mai. Si tratta di musica buttata addosso a un miliardo di persone nella speranza che cinquecento milioni la ascoltino e cinquanta milioni la trovino gradevole, facciano girare la macchina, diventino uno snodo culturale inevitabile. La statura di entrambi così enorme da renderli uno standard istituzionale, una cosa su cui ha più senso discutere di diritti piuttosto che di prodotti. Il punto è che se al posto di un disco di merda ci fosse stato un Unforgettable Fire, non sarebbe cambiato niente. Nemmeno se al posto degli U2 ci fossero stati i gruppi accanto a cui andranno a finire nell’iPod senza che io voglia (Tussle e Volcano Suns). E nemmeno se al posto di un dispositivo Apple il disco fosse stato messo in streaming su google o Facebook: si tratta comunque di pensiero unico, di nessuna possibilità di organizzare il dissenso, e del fatto che la questione di cui parliamo sia così poco importante che non varrà la pena mettersi di traverso. Non vale mai la pena. Vai avanti trent’anni a non porti il problema e ti trovi in un mondo in cui il gruppo più famoso sono gli U2.

Bella merda.

IL METAL SBAGLIATO – l’ultimo singolo dei Mastodon

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There are those who were born to be winners. And then, there are these guys.

Fosse riferita a un altro gruppo, la frase avrebbe un senso. Magari i Mastodon non sono nati per vincere in senso assoluto (comporterebbe una predeterminazione di qualche tipo alla base di cui sono del tutto all’oscuro, tutto è possibile in ogni caso); che stiano bene come un topo nel formaggio dove stanno in compenso è un fatto. Ancora in piedi dopo manco un milligrammo di trash, carriera in costante ascesa, dischi dal successo via via inversamente proporzionale al valore, mai un cedimento (in termini di popolarità, gente ai concerti, vinili e magliette venduti; la qualità è un altro campo da gioco, altri discorsi). Storicizzati più per perseveranza e dati incontestabili che per merito, dopo quindici anni e una serie di rivoluzioni copernicane intorno al nulla (di cui Francesco parla qui) continuano a portare avanti la loro cosetta pseudo-metal post-qualcosa che per qualche incomprensibile ragione continua a eccitare i ragazzini, andando a pescare in fasce d’età e interessi sempre più vaste e diversificate. Di fatto avendo acquisito una credibilità a 360 gradi che mette d’accordo il metallaro alla vecchia con vaghe ambizioni conservatoriali (più o meno inespresse), il relitto coi rasta e la felpa degli Amebix quanto il boscaiolo con la barba. Sanno suonare e la produzione non fa schifo: questo è tutto quel che si può dire sui loro dischi.

Adult Swim è un canale via cavo di Atlanta, occasionalmente pubblica dischi. Singles Program 2014 l’ultima emanazione (in ordine di tempo): nessun supporto fisico solo mp3, sedici pezzi in sedici settimane. Atlanta (il pezzo) è il quattordicesimo. Suonano i Mastodon, canta Gibby Haynes in uno dei rari featuring della sua carriera; appena apre bocca, nell’esatto istante in cui parte il pezzo, il déjà vu è violentissimo e tristissimo allo stesso tempo, in parti uguali. Ministry, Jesus built my Hotrod, 1992. Solo che i Mastodon non sono i Ministry – non quelli di Al Jourgensen e Paul Barker quantomeno. Sui Ministry del solo Jourgensen si potrebbe discutere: sarebbe una bella gara, quanto a musica superflua, anodina, irrilevante, pleonastica. Altra storia.

Ascoltare in sequenza Jesus built my Hotrod e Atlanta fa un effetto strano. Triste, per chi c’era; imbarazzante, come di fronte a qualcosa di inappropriato, per chiunque non sia rimasto del tutto indifferente di fronte al fatto compiuto; comunque sottilmente patetico. Un monito. Te lo sbatte in faccia il passare degli anni, il tempo che scorre con tutte le sue devastanti ripercussioni. Riporta prepotentemente alla mente il deperimento dei tessuti, la consunzione, la nostalgia di anni che non torneranno più; la morte, che prima o poi arriva per tutti. Quel che sta in mezzo sono spari nel buio per chi non si rassegna al ciclo della vita, alla biologia che alla fine dei giochi è la sola cosa vera. Colpi a vuoto, come i vecchi liftati che vanno in palestra a sessant’anni, o le signore che si abbassano l’età e vanno con ragazzi più giovani. Atlanta è questo: Gibby Haynes il vecchio liftato (metaforicamente: di persona dimostra esattamente gli anni che ha), i Mastodon i ragazzi più giovani. Giusto i confini della cosa sono più sfumati, perché i giovani sembrano crederci sul serio, mentre Haynes è in pilota automatico già innestato probabilmente dal 2003. Se non altro, un pregio Atlanta ce l’ha: serve a ricordare che è esistito un gruppo chiamato Butthole Surfers, un gruppo chiamato Ministry, e un disco, Psalm 69, tutto questo in anni in cui aveva senso esistesse.

Una per Nebo, GQ e quella storia lì

C’è che insomma era un po’ che non leggevo Nebo -o meglio Proeliator– e non sapevo avesse iniziato questa subcollaborazione con sta zona underground di GQ (una roba che si propone di essere le forbici con le punte arrotondate per il figlio di Vice e Cronaca Vera) e riscoprirlo al centro di un palese caso di “sciacquamento di palle editoriale” mi fa sentire come quando non senti un amico dalle medie e poi lo ritrovi al telegiornale dopo aver ammazzato qualcuno o essersi ammazzato con i canoni bizzarri del trend giornalistico del momento.
Ho iniziato a leggere Nebo lurkando i meandri del 63, che è stata e credo sia ancora la miglior maniera per studiare, capire e coltivare e acquisire cultura su internet. E’ un posto dove nell’internet del ’99 e degli anni 2000 ci hanno postato talenti veri, blogger senza sapere di esserlo, mille storie messe giù con una scrittura che se raccolti, ancora ad oggi, avrebbero fatto fare dei soldi veri a chi frequentava.
Nebo è uno di spessore uscito da lì, dal 63, ma che lì ci è arrivato con lo spolvero del rapper del nord-est da Mestre a Monfalcone, coi Genoma insieme a Nasdaq (DJ col manico vero) e quel pezzo lì sopra vale quanto una premonizione di mille dissing ed è roba di dieci anni fa.
Ritrovarmi ad ascoltare questo pezzo, i video di una Barbie Xanax invecchiata come una trentenne di Bristol che parla di un sindacato di categoria per la gente che scrive su internet in caso di licenziamento, la redazione di GQ che gestisce in modo a dir poco amatoriale la vicenda, non so, sento il rumore del livello che si abbassa, mi sento fisicamente più stupido, vedo scene in cui GQ ha l’ottima idea di prendere una penna come Nebo, di volere lo stile di Nebo, le parole di Nebo, l’incoerenza artefatta di Nebo, il pacchetto completo, con la mente veloce a scrivere figure di un certo tipo partendo da fatti di un certo tipo e poi qualcuno che gli campiona su “You want the truth? YOU CAN’T HANDLE THE TRUTH” infine l’inquadratura si allarga su una stanza grande quanto l’internet dove nessuno di quelli che ci lavorano sa più cosa vuole, nessuno sa più leggere oltre le prime quattro righe. Nemmeno GQ.

Nebo è stato cacciato per aver scritto a modo suo sul pestaggio domestico di Christy Mack, poi una videoblogger che campa di hater ci ha fatto un video di lamentela cercando di assomigliare a Selvaggia Lucarelli pur non riuscendoci da almeno dieci anni, GQ non ha voluto dire/sapere.
La morale è che se sei una testata importante, con un bacino importante, ed assumi un blogger ex rapper, assicurati che quel rapper sia quello che cerchi, o di pagarlo abbastanza per farlo diventare meno di quello che cerchi. O che sia Emis Killa, come ha fatto Sky.