Anteprima: SAN LEO – DOM

 

Corrieri cosmici di nuovo sulla traccia. Chitarra e batteria tutto quel che serve per restare in quota oltre i confini del subconscio; l’astronave Delta 9 è partita già da un po’, in questo caso, l’astronave sa essere mentale. Ogni riferimento conosciuto, saltato nel momento in cui parte la prima nota, il rituale si innesca, le porte della percezione scardinate e via si va. È dal vivo che la faccenda prende strade imprevedibili, ogni volta diverse, percorsi che finiscono sempre in territori inesplorati. La parte più interessante del viaggio: non la destinazione, il viaggio stesso. In questo senso, San Leo è un moltiplicatore di mondi, DOM la base di partenza; soltanto uno degli infiniti scenari possibili, il secondo resoconto biennale (parafrasando i Throbbing Gristle). I titoli dei pezzi, ancora una volta torrenziali flussi di coscienza come in un clash Lovecraft/Joyce ma preso bene, sono un’ipotesi, la cornice di un quadro che non smette di uscire dalla tela, vaghe coordinate, il resto – come diceva Neffa – è nella mente. Nessun bisogno di assumere sostanze psicotrope perché salga la botta, per cominciare a sentire i colori, vedere i suoni eccetera: sono gli effetti di questa cosa nel preciso istante in cui entra in circolo, espansione del cervello attivata di default come Johnny Mnemonic sull’orlo del collasso neurale ma senza dolore, solo stati alterati da far scappare via piangendo Ken Russell quanto Tim Leary: il film è la cosa vera, o viceversa, comunque una versione superpesa della realtà, migliore della realtà. Il cranio esplode come un cocomero preso a martellate, come nello sketch stigmatizzato da Bill Hicks ma serio, di colpo è di nuovo 1997 ma dopodomani, motori dell’Enterprise lanciati a massima potenza e scatta il florilegio di nomi di gruppi stoner che serve zero tirare in ballo quando potete agilmente sentire com’è schiacciando il tasto play.

Il vinile di DOM esce l’11 maggio. Come prima, produce Luca Ciffo, masterizza Rico. Cambia la lista di etichette che co-producono. Eccole:
Bleuaudio
E’ un brutto posto dove vivere

Brigadisco
DreaminGorilla Records
Vollmer Industries
Tafuzzy Records
Upwind Production
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Anteprime: MARNERO – LA MALORA

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“All’alba di un giorno qualsiasi, una nave entra nel Porto di una città stretta fra mare e foresta.”

La Malora è il terzo e quarto capitolo della Trilogia del fallimento (i precedenti capitoli erano Naufragio universale e Il sopravvissuto). Esce il primo gennaio e si ordina qui. Assieme al disco lo stesso giorno uscirà un romanzo, stesso titolo, scritto da J.D. Raudo ed edito da BéBert. Disco e libro sono divisi in capitoli, ognuno con protagonista un personaggio o una situazione diversa. Vi offriamo in anteprima lo streaming di L’Ubriaco e il Cieco, e i due capitoli del libro corrispondenti. Buona lettura, e buon ascolto.

 

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Anteprima: POST CONTEMPORARY CORPORATION – HEIMAT

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E così veniamo avanti. Tra ieri e oggi un niente, la differenza nel grado di consapevolezza, di logoramento raggiunti (o non raggiunti). Cose peggiori sono successe a tutti noi: il circo non era poi così buono come ci si aspettasse, il film faceva schifo, etc. Sai com’è. Il macchinario, fino all’ultimo ingranaggio, la meccanica, tutto quanto resta invariato; a discrezione personale il livello di partecipazione, di coinvolgimento nella cosa. Non è la volontà di continuare a farne parte a venire messa in discussione: chi ancora respira, ha occhi per vedere, sinapsi da attivare per sentire resta dentro, è matematico. Esiste un solo modo per uscirne del tutto e nessuno davvero in grado di raccontare com’è. Chi è qui è qui, chi non è qui è un’altra cosa qua, è tanto semplice (grazie Giovanni). Da punto A a punto B, il tempo una costante del tutto priva di significato, della benché minima connotazione morale; resta la burocrazia. I poliziotti del detersivo continuano a indicare la strada anche dove la coscienza nemmeno più pretende di fingere un indefinito simulacro, anche quando non è rimasto più alcun fascio di nervi da lavare. Coazione a ripetere, il cul de sac virtualmente eterno; nessuna reale percezione della cosa, come i cani, o gli insetti. Annamo avanti (volemose bbene è facoltativo), intrappolati in un continuum di cui si presuppone la fine, non si conosce l’inizio: non durerà per sempre, comunque sarà sempre troppo poco. Al netto della qualità del vissuto la somma di rimpianti sarà comunque schiacciante, ad avere il tempo per fermarsi a soppesare. Dimmi, non è così?, mandava in loop Emidio. È così.

Eppure qualcosa continua a giustificare la mossa per chi sta qua, a dare un senso agli sforzi per quanto futili, a spingere ininterrottamente a continuare a tribolare, quasi sempre a faccia in giù, quasi sempre nel fango; le pause troppo brevi per saper essere davvero rigeneranti, gli attimi di respiro rari e lontani uno dall’altro. Non importa. La motivazione è riassumibile in una sola parola (in questo la semantica è d’aiuto): biologia. Rendersene conto può essere un sollievo oppure no, non cambia la sostanza. Heimat è la sonorizzazione di quell’istante, il momento della presa di coscienza suprema; ci si può svegliare di soprassalto e trovare intorno soltanto macerie o non svegliarsi affatto e continuare a sognare (magari un giorno, come diceva Jeff Walker). Comunque non ci si sottrae, il giro in qualche modo continua; perché non è soltanto un giro, è IL giro. Le condizioni sono queste, siamo questo. Ho avuto un brutto sogno, è durato (inserire anni mesi giorni dalla nascita).

Heimat è il primo atto della trilogia dell’assedio: tre singoli in vinile, ognuno abbinato a una t-shirt con slogan propagandistico (“Vivere è una vergogna” in questo caso), a precedere la pubblicazione in CD di Patriottismo psichedelico. Post Contemporary Corporation il nome della cosa, Musica di un Certo Livello l’etichetta. In anteprima qui lo streaming.

Anteprima: IO e la TIGRE

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Da ragazzino avevo un cane. Cinque random facts sul mio cane.

1 si chiamava Snupi. Mio fratello voleva chiamarlo Lobo ma tutti gli altri pensavano che fosse un nome stupido, così si decise per un più neutro Snoopy perché all’epoca ero flippato per i Peanuts. Una mattina mio fratello si svegliò prima di me e mi lasciò un biglietto sul tavolo accanto alla colazione con scritto a caratteri cubitali “SEI PIÙ CANE DI SNUPI”. Quando lui e mia mamma andarono a registrare il nome, sembrò molto importante mantenere l’ortografia italiana corretta.

2 mangiava quasi solo avanzi. Avendo un negozio di alimentari in famiglia, non è che facesse esattamente la fame, e dopo qualche anno si ritrovò una panza allucinante. Mandava giù qualsiasi cosa ed era piuttosto geloso del cibo. Quando al negozio disossavano i prosciutti, portavano a casa l’osso con il prosciutto attaccato per spiluccarlo (spiluccare: termine romagnolo che descrive l’atto di spiluccare). Quando avevo finito di spiluccarlo gettavamo l’osso a Snupi perché ci giocasse. Quando avevo finito di spiluccarlo Snupi aveva già perso un paio di etti in sudori freddi, dopodiché dovevo stare attento a dove buttarglielo. Di solito lo facevo nel giardinetto sotto casa, di modo che nessuno avesse problemi. “Nessuno avesse problemi” si riferisce al fatto che quando Snupi aveva un osso nuovo, lui e l’osso giacevano al centro di un cerchio con un raggio di dieci metri, in cui se qualcuno entrava veniva assalito ferocemente e senza pietà. A volte era impossibile avvicinarsi al cane anche per due giorni.

3 mi piaceva una mia compagna di classe delle medie di nome Rachele (nome finto). Io ero una specie di genio della classe (quanto talento buttato) e lei mi aveva chiesto aiuto per qualche problema. Così ci eravamo messi d’accordo per studiare un pomeriggio a casa mia. Mi ero organizzato tre giorni prima per avere una stanza in cui non saremmo stati disturbati da mia madre nemmeno se avesse voluto farlo –cosa assolutamente probabile, così decisi di farlo nel vecchio soggiorno al piano di sopra, diviso dal resto della casa da due rampe di scale che mia madre non avrebbe affrontato anche solo per la schiena. Quel giorno Rachele venne davvero a studiare a casa mia. Si presentò bellissima coi capelli lisci e neri legati da un cerchio, gli occhi neri profondissimi ed una tuta verde immacolata, la ragazza più carina del mondo. Pensai quanto fosse incredibile che avremmo dovuto rimanere soli per due ore insieme, pensai “oddio glielo dico, mi piaci Rachele, voglio mettermi con te”. La accolsi in casa, la presentai a mia mamma e la portai al piano di sopra. Il problema è che nell’ultima ispezione per controllare che il salotto fosse a posto, avevo chiuso inavvertitamente Snupi nelle scale interne, fuori dall’appartamento. Snupi decise di protestare nel suo tipico modo passivo-aggressivo, e quando aprii la porta per andare di sopra scoprii che ci aveva fatto un monticello di diarrea subito dietro. così, nell’aprire la porta delle scale, disegnai inavvertitamente un semiarcobaleno di merda liquida nera e lucente che anni dopo avrei rivisto molto simile nel film Prometheus, e il tanfo improvviso non ebbe un buon effetto su Rachele, che passò il pomeriggio insieme a trattenere i conati. Considero pertanto Snupi l’unico vero ostacolo a quello che sarebbe stato, con ogni ragionevolezza, il mio futuro: convolare a giuste nozze con Rachele verso i diciott’anni e passare i pomeriggi a darle ripetizioni di matematica.

4 venne investito il giorno di natale. Era sostanzialmente impossibile tenerlo in casa, apriva buchi ad ogni recinto che tiravamo in piedi, a costo di scuoiarsi il corpo. Scopava con un riccio e litigava con gli altri cani, rischiava di finire sotto le macchine. Mentre pranzavamo coi cappelletti suonò il campanello, andai a rispondere, il mio vicino di casa mi disse “ciao francesco, buon natale! Vedi che hanno buttato sotto il tuo cane in fondo alla via”. Stava facendo a botte con un altro cane e una Fiat Tipo bianca non li vide. Lo portammo dall’unico veterinario di guardia il giorno di natale, probabilmente ubriaco, che gli fece una serie di cure e gli mise una stecca su una zampa. Lo portammo a casa con la parte posteriore del corpo che non funzionava, probabilmente per il trauma. Un altro veterinario ci insegnò a farlo pisciare premendo sulla pancia e a infilargli un clistere dietro per farlo cagare, e fu solo la terza veterinaria, due settimane dopo, a dirci che la spina dorsale era spezzata e che forse era il caso di smettere di farlo soffrire. Così, insomma, si beccò la puntura e una sepoltura illegale in un campo, la croce fatta con gli scassi e la legatura quadrata, come ai boyscout. Allego infografica legatura quadrata.

5 Non ho molte foto di Snupi. Tre o quattro in tutto, sfocate e piuttosto bruttine. Nel natale del 2012 mi arrivò una cartolina a casa che conteneva la pubblicità di qualcosa che poteva essere Sky. Sul divano, accanto a qualche persona sorridente, c’era un cane identico a Snupi, con la stessa macchia marroncina nello stesso punto; il clima natalizio e l’umore ballerino di quei giorni fecero il resto e passai più o meno una giornata a guardare la foto e piangere a dirotto. Delle volte, i cani.

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Il primo disco lungo di IO e la TIGRE uscirà il 10 dicembre per Garrincha Dischi. All’inizio del mese è uscito il video del primo brano. Gentilmente ci hanno concesso di ospitare la seconda anteprima: abbiamo scelto un brano che si chiama Io e il mio cane, che non parla esattamente di Snupi ma ha delle chitarre che spiluccano la carne dalle ossa. Buon ascolto.

 

(facebook QUI, Garrincha QUI, grazie Sfera Cubica, grazie tutti)

Anteprima: SAN LEO – XXIV

San Leo - XXIV cover

 

In quarta elementare sono stato in gita a San Leo con la scuola. Sveglia prima dell’alba, tempo orrendo, nessun raggio di luce all’orizzonte, sul pullman Vattene amore messa in loop da un autista evidentemente sadico. Alla prima i più informati sulle ultime novità discografiche hanno cominciato a cantare; alla quindicesima, di fila, dopo il trentesimo tornante, anche il più ostinato fan di Amedeo Minghi non cantava più.
Ha diluviato tutto il giorno. Anche nel pomeriggio, quando ci hanno portati a Italia In Miniatura; nel parco soltanto noi, le maestre e qualche inserviente blindato nelle baracchine che vendevano ciarpame fradicio di pioggia al niente. Avevo con me dei soldi, cinquemila lire mi pare, di cui potevo disporre a mio piacimento. Ho comprato una granita e una pistola giocattolo; a premere il grilletto riproduceva i rumori di una sparatoria. Ho tenuto il grilletto premuto ininterrottamente fino a esaurire la carica meno di tre ore più tardi. Tornati a scuola, prima che mio padre mi venisse a prendere ho fracassato la gamba di uno stronzetto di quinta giocando a calcio. Sapevo che il giorno dopo la maestra mi avrebbe sgridato davanti a tutta la classe, intanto la vaga sensazione di aver fatto qualcosa di giusto e un pezzo di plastica morto. La mia prima gita.

La rocca di San Leo si è svelata ai miei occhi di bimbo come qualcosa di minaccioso, enigmatico, mistico, fin dal primo sguardo: vero luogo dell’anima nel silenzio irreale, la pioggia, i cieli grigi e il nulla intorno. Le feritoie tra le mura lasciavano immaginare guerre cruente, insensati spargimenti di sangue o epidemie dal decorso penoso in tempi troppo lontani per poter venire visualizzati, se non attraverso il filtro distorto di vecchi film. La prigione era stata progettata per essere una prigione: quattro pareti senza una porta, venire calati dal soffitto e solo dal soffitto poterne uscire, destinazione una cassa di legno a essere fortunati, altrimenti erba verde.

Il motivo per cui i San Leo hanno deciso di chiamarsi San Leo scorre lungo i solchi di XXIV. La consistenza dell’aria che si respira dentro quelle mura riprende vita, imprigionata e magicamente traslata nel tinello di casa o ovunque altrove; connessione uomo–territorio più solida e viscerale che in un film di John Milius, pregnante più che in Walden di Thoreau ma con la nuda pietra millenaria al posto della campagna, watt a sfare a riempire il silenzio. Sono dettagli, per il resto stessa tensione, stesso magnetismo, stesse vibrazioni: la stasi innaturale come la quiete terribile che precede l’arrivo di un uragano, l’uragano, poi di nuovo quiete fino al prossimo assalto, e poi ancora. Tutto il disco è così. Chitarra e batteria la sola artiglieria, oltre a un muro di Marshall non serve altro per entrare nella dimensione parallela; quando e in che stato uscirne, se uscirne, le uniche variabili.
È una gara di resistenza tra una scarica di elettricità e l’altra – nel mezzo un sadico temporeggiare – sempre in trincea in attesa della nuova esplosione, annaspare stretti all’angolo come da un pugile drogato. Ogni pezzo parte liquido, come sangue che si espande nell’acqua o una chiazza d’olio che guadagna terreno, occasionalmente da qualche parte echi lontani di suoni che sembrano l’incrocio tra un organo da chiesa e un sonar lanciato nell’iperuranio, per poi virare in una trance tribaloide e malmostosa dalle infinite diramazioni, implacabile come un carrarmato, inderogabile quanto un rullo compressore con il freno sabotato.

Echi Earth ma personali (Pentastar senza la voce, ma pure Primitive And Deadly asciugato fino all’essenziale, sempre senza voce), gli Sleep di Jerusalem, un sacco di altra roba uscita a cavallo tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio, in quello strano varco spaziotemporale dove stoner, doom, rock psichedelico da altre ere si mescolavano con continuità e quella roba costituiva una scena e aveva un pubblico. Oggi, materia da plasmare che restituisce un senso e una consistenza a parole tipo esoterico, ancestrale, sulfureo, ossianico (eccolo il magico termine che significa tutto e niente, ricorrente nelle recensioni di dischi dai Black Sabbath in giu); l’impressione di essere finiti intrappolati, bloccati in un sottomondo, come la cella in cui ristagnava per interminabili ore giorni anni il conte Cagliostro. Qui il cerchio si chiude e i padiglioni auricolari si spalancano.

 

Il vinile di XXIV esce l’8 novembre; una coproduzione Corpoc/Tafuzzy Records. Produce Luca Ciffo, masterizza Rico. In anteprima qui lo streaming integrale.

Anteprima: CASO – CERVINO

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La supplente, una signorona di un quintale e mezzo che tutti quanti prendevano per il culo da sotto i baffi per via della stazza, ci fece fare un disegno a tema libero nella seconda parte della giornata. Io mi esaltai con una cosa di robottoni e mostri fatta con i colori a matita. Lo finii in tempi abbastanza brevi e glielo portai a far vedere. Lei guardò il foglio e lo buttò via dopo due secondo. Mi disse “fai un bel disegno dell’autunno e delle foglie che cadono.” Avevo sette o otto anni e non so dire come mai mi sia rimasto impresso nella memoria fino ad oggi. Non ero bravo a disegnare, ero una schiappa in effetti, uno dei peggio della mia classe: le migliori erano tutte femmine, e anche tra i maschi stavo piuttosto indietro -forse un paio di personaggi erano ancora più scarsi di me. Mia madre lavorava e approfittò con entusiasmo dell’avvio del tempo prolungato intorno alla terza elementare. Noi lo chiamavamo il doposcuola, anche se Giacomo aveva capito il doppioscuola e aveva convinto quasi tutti i più piccoli, a forza di angherie e scappellotti, che si chiamava effettivamente così. Al doppioscuola le classi erano miste, di diversi anni: si disegnava, e basta. La maestra forse si chiamava Rita e ci faceva disegnare con i lampostil, che è il modo in cui chiamavamo i pennarelli in quegli anni. Io facevo pastrocchi sconclusionati senza senso della proporzione e della prospettiva, non avevo idea di come si uniformasse il colore sul foglio, palla persa. Serena stava in classe con me la mattina e in classe mista con me al pomeriggio. Era la più carina e la più brava a disegnare, a un certo punto mi sarei dichiarato a lei pubblicamente -in prima media, o qualcosa del genere. Un suicidio. Adoravo i suoi capelli biondi e lisci e lunghi e le sue bamboline copiate un po’ da Candy Candy, poi passarono gli anni l’infatuazione e la vergogna per averglielo detto. La mia arte non piaceva a nessuno, la maestra Rita sfotteva il mio foglio quando arrivava in fila agli altri, qualcuno dei compagni rideva -non Serena, almeno quello. I professori di educazione artistica alle medie furono diversi ma convenivano informalmente sull’idea che non si può educare all’arte ogni bambino su questo pianeta, e che nel caso io sarei stato fatto fuori alla prima scrematura di casi gravi. La prof di arte al liceo scientifico aveva uno strano modo di accanirsi sugli incapaci: non lo faceva apposta, ma in qualche modo era infastidita dal mio approccio approssimativo e scazzato al disegno tecnico e artistico come se stessi insozzando la purezza della cosa a cui aveva scelto di dedicare la vita. Non tutti possono diventare pittori o architetti, suppongo. Furono tutti quei fumetti a prolungare l’agonia, uniti alla sensazione che se avessi continuato a disegnare sarei potuto arrivare almeno al livello di quei gregari del cazzo che illustravano un numero degli X-Men quando il disegnatore principale era in ritardo con le consegne. Riempivo quadernoni interi con le pose plastiche di uomini e donne ultramuscolosi in improbabili calzamaglie, poi iniziai a copiare a man bassa dagli italiani e dagli europei e mi sembrava di essere arrivato a una specie di segno mio. La prof di arte se ne batteva il cazzo, ovviamente -una volta ebbi perfino il coraggio di mostrarle una tavola, col risultato di farla scoppiare a ridere davanti ai miei compagni di classe. A non farsi notare s’impara col tempo.

Disegnare è una delle poche cose che ho sempre fatto. Non sono mai stato particolarmente bravo, ma ci ho passato così tante ore sopra da riuscire ad arrivare, occasionalmente, a fare qualcosa che mi piace. Ho messo insieme una specie di stile, come quelli che disegnano i fumetti, ma tutti i fumetti che ho provato a scrivere facevano tutti cagare. Il fatto che quasi tutti i docenti che avevano il compito di insegnarmi a disegnare mi abbiano trattato come un incapace è una coincidenza, o un possibile sottotesto inconscio di rivalsa personale. O forse ho continuato a disegnare perchè mi permetteva di starmene chiuso in casa per conto mio, la cosa che preferisco, o magari è stato perchè a calcio sono sempre stato una schiappa.

Adesso ho quasi trentott’anni e se voglio disegnare devo farlo la notte, invece di dormire. Alcune delle cose che faccio le metto ad illustrare il mio sito perchè non mi piace l’idea di rubare le foto altrui da internet. Altre cose finiscono in qualche poster, una cartolina, una rivista, qualche libro, un CD. È carino, ma non quanto la sensazione che provo a volte, a notte fonda, quando mi muovo verso il letto e con gli occhi gonfi di sonno butto un occhio a un tavolo su cui ho steso ad asciugare una dozzina di fogli che quando ho iniziato erano bianchi. I miei maestri e professori sono morti o in pensione; Serena è sposata, ha due figli e ha aperto una cartoleria nel mio paese, ogni tanto in pausa pranzo capito di lì e compro dei fogli o qualche pennarello. La roba per disegnare la tengo nella tasca interna di una borsa a tracolla. Se vuoi conoscermi davvero, devi andare a rovistare lì e guardare qual è la matita più corta.

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Il prossimo disco di Caso si chiama Cervino ed è il suo primo disco elettrico. Uscirà il 21 ottobre per To Lose La Track (CD) e Sonatine/Corpoc (vinile). Ho il piacere di poter ospitare un pezzo in anteprima, che si chiama Denti di ferro ed è meno elettrico degli altri. Parla di primi amori e pastelli corti. La copertina del disco è di Davide Reviati, uno che a disegnare non ha rivali. Il disegno in alto è di mia figlia e si chiama “Il mare mare“.  

Anteprima: BACHI DA PIETRA – HABEMUS BACO

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Fuori piove e io sono nel parcheggio del centro commerciale con una ragazza e le dico una cosa stupida e forse offensiva, poi un’altra, e lei me dice che la cosa che le ho detto è stata stupida e brutta e offensiva e io per fare lo sciolto inizio a spiegare le mie ragioni ma va tutto male e lei mi dice un’altra cosa brutta e allora mi offendo e voglio passare il resto del tempo a litigare e poi insomma, non è che le parole che ho detto le posso tanto tirare indietro, è come con le cicatrici. Presente? Le cicatrici rimangono lì e possono piacerti o non piacerti ma rimangono comunque. A me piacciono. Ho una cicatrice sul sopracciglio sinistro ma non è stata una litigata con una ragazza, sono stato menato dai fascisti o sono caduto dal seggiolone, non ricordo bene, lunga storia. Non so come mi sono cacciato in questa situazione, però. A un certo punto dentro la macchina l’aria non si respira più e allora esco e prendo la mia auto e me ne torno a casa incazzato e deluso e preso male.  Fuori piove che dio la manda, il viaggio verso casa è lungo tre quarti d’ora e io non sopporto me stesso e le cose che ho detto e credo che  domani la sistemeremo e rimarrà una cicatrice minuscola, impercettibile, ma finché non succede non succede. Poi l’acqua scroscia sui vetri e penso a cosa scriverle prima di dormire. Le tempie rilasciano un po’ di tensione. Al resto ci pensa la musica. Nell’autoradio ho il CD dei Bachi da Pietra che in questo momento è l’unico che hanno fatto, si chiama Tornare nella terra e va suonato forte. Qualcuno ha bisogno di spurgare lo scazzo con cose tristi e sussurrate e malinconiche e che non diano fastidio, io mi faccio gli impacchi di rumore assordante. I Bachi da Pietra stanno a metà tra le due cose e comunque non somigliano a molta roba in giro. Succi e Dorella attaccano a suonare e Succi dice che voglio scopare la vita nel sangue e sborrare sulla fine del mio essere di carne. È come quando sono chiuso in cameretta e mugugno da solo ad alta voce. Poi le cose con la ragazza le ho sistemate e i Bachi da Pietra hanno fatto uscire altri dischi. Tutti belli. La canzone più bella è sempre la traccia uno: Primavera del sangue, Casa di legno, Servo, Pietra della Gogna, Haiti. Non so dire se sia una scelta precisa o solo la mia percezione. I dieci anni successivi li passo a fare cicatrici ed asciugarle con altri dischi. Le canzoni di Succi sono dure come tutte le canzoni belle. No, ci sono anche le canzoni belle e morbide. Quelle di Succi però sono dure.

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Bachi Da Pietra
Habemus Baco EP
05 maggio 2015
vinile/digital
Wallace, La Tempesta, Tannen / Audioglobe

in anteprima Tutta la vita

anteprima: CAPRA – MLVGRL

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Mi reputo una bella persona. Non bella, scusate. Bellissima. Cioè, mi capita spesso di pensare che se mai nella vita mi capitasse di incontrami, mi piacerei un sacco. Forse, addirittura, mi innamorerei di me. Pensa che bello. Inizialmente mi seguirei su facebook, riderei di gusto alle cose brillantissime che scrivo, metterei dei timidi like ai miei status, poi qualche commento finto casuale e dopo un po’ mi scriverei anche un messaggio privato, utilizzando un pretesto qualsiasi. Chiacchiererei un po’ di tutto in chat, mi darei un appuntamento nella mia piazza preferita di Milano e ore dopo mi ritroverei a dire una frase come: “Cavolo, sono già le otto! Il tempo è volato via. Abbiamo parlato tutto il giorno…”. Ma non riuscirei a finire la frase. Perché lì mi darei un bacio.

Sono una bella, bellissima persona. Lo so perché so di sopravvalutarmi. Tranquilli: questa cosa del fatto che mi sopravvaluto mi è abbastanza chiara. Però preferisco di gran lunga vivere nella mia finzione – in cui sono il più bravo di tutti a scrivere, a fare radio, a scegliere i film di cui parlare al bar con gli amici, ad ascoltare musica – piuttosto che arrendermi all’evidenza che. Sì, perché poi, anche se mi risulta strano pensarlo, ho conosciuto delle persone più brave e belle di me. Persone verso le quali quindi provo una brutta invidia. Ufflalai, che brutta bestia l’invidia.

Una di queste persone è il mio amico il Capra. Quando vedo il Capra faccio tutto il carino. Gag da amicones a profusione: beviamo insieme le birrette, parliamo di musica, di film e di libri, facciamo le chiacchiere sceme e anche quelle serie. Due amici veri, insomma. Ma nessuno conosce l’orribile segreto! Io sono invidiosissimo del Capra. E mica solo perché il Capra suona in uno dei miei gruppi preferiti. Non solo perché quando suona dal vivo c’è un pubblico fomentato manco fossero allo stadio a vedere Vasco Rossi nel 1987. Mica solo perché sta per uscire con un disco solista che ha una copertina che mi fa piangere solo a pensarci e che è pure pieno di canzoni talmente belle che ti ritrovi a canticchiarle senza accorgertene. Non lo invidio solo perché ha al suo fianco l’amore della sua vita per due.

Lo invidio perché il Capra, da quando l’ho conosciuto tanti anni fa all’Igloo (che invidia aver un posto come l’Igloo), mi è subito sembrato uno con una visione. Potrei dire “con le idee chiare” ma non sarebbe la stessa cosa. E probabilmente non sarebbe neanche vero. Quando l’ho conosciuto il Capra non aveva le idee chiare e forse non le ha ancora adesso. Ma ha comunque una visione. Il Capra sapeva che la sua vita non era lì dove c’eravamo incontrati, in mezzo alle radio, ai concerti, alle scene e alle città. Lui aveva visto nei numerini verdi di Matrix che per essere quello che è oggi, doveva andare a vivere lì dove vive adesso. Sotto Zocca, vicino al Parco Regionale dei Sassi di Roccamalatina. Vive insieme all’Agnese e a Ester in una casa di pietra a due piani, con un enorme vallata davanti, un orto e basta. Ma basta davvero. I suoi vicini di casa più vicini stanno più o meno a quattro chilometri di distanza.

Negli ultimi anni sono andato a trovarlo un bel po’ di volte e ormai nella mia testa quel posto lì dove ha deciso di vivere il Capra è diventato il Capra stesso. No, scusate: il Capra è diventato il posto dove ha deciso di andare a vivere. Il Capra ha creato, con l’Agnese, senza la quale il Capra non sarebbe il Capra, un mondo suo dove mi sembra che tutto sia al posto giusto. È una questione di gestione dei tempi e degli spazi che noi comuni mortali, che il più delle volte subiamo i luoghi in cui viviamo, fatichiamo a comprendere. Siamo convinti di modificare la nostra vita e il nostro modo di vivere con le nostre azioni. E in una certa misura questa nostra fiducia è ben riposta. Ma lui ci sorpassa tutti a destra senza mettere la freccia e vive in un’altra dimensione. Che come mi ha raccontato una volta – e come io posso testimoniare – è rivoluzionaria.

Il Capra si è creato lo Spazio e il Tempo di fare tutte le cose che lo rendono il Capra. Quando è estate, va con il motorino nella valle che ha davanti casa. Insegue i cinghiali. Poi li incontra, si spaventa e allora torna a casa con la coda tra le gambe e i bozzi sul motorino. Il Capra ha passato tante notti con una luce da campeggio in fronte a staccare a mano, una a una, tutte le lumache che li mangiavano le foglie dell’insalata del suo orto. Quando non sa cosa fare, gioca con tutti i suoi animali. Che sono tantissimi. Quando ha fatto tutto quello che voleva fare durante la sua giornata, dopo cena, mette su il caffè, si siede nella sua poltrona preferita in salotto e legge dei tomi grossi come il mio comodino. Una volta ha scavato un tunnel nella neve che da casa sua lo ricongiungeva al mondo. Quando è arrivato lì in quella casa ha imparato a fare tantissime cose: ha costruito un recinto per le sue galline, ha imparato a fargli fare le uova, ha capito come fare l’orto e a mettersi nel piatto quello che vuole. Una volta il Capra ha dato da mangiare il caffè che metteva nel compost alle galline e queste sembravano delle amiche di Lapo. Sai perché? Perché il Capra ha anche fatto una marea di cazzate. Ma anche quando sbaglia il Capra lo fa meglio di me.

Una volta ho letto il diario di Salvador Dalì. Ad un certo punto racconta di aver preso il raffreddore. Con estrema pazienza, si mette a spiegare ai suoi noiosissimi lettori comuni che quello che ha lui non è un raffreddore normale. Lui è un genio, per cui il suo raffreddore non è un raffreddore qualunque, ma il raffreddore di un genio. Gli errori del Capra sono come il raffreddore di Dalì. Sono solo suoi. E ce lo raccontano perfettamente.

(Federico Bernocchi)

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Sopra la panca, il primo disco solista di Capra, uscirà il 15 aprile per To Lose La Track e Garrincha Dischi. In anteprima potete ascoltare MLVGRL, la più bella canzone di sempre con un codice fiscale nel ritornello.

VERNICE ROSSA (Caso VS Johnny Mox – anteprima da Obstinate Sermons)

Obstinate Sermons è il nuovo (grandioso) disco di Johnny Mox. Nella confezione del disco, assieme alla musica (bellissima) e ad un artwork sensazionale di SoloMacello,  c’è anche un racconto scritto da Caso e intitolato Vernice Rossa. Lo trovate in supermegaanteprima qui sotto. (FF)
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Ultimamente prima di salire sul palco penso a uno scalatore, uno famoso negli anni cinquanta e sessanta. Quando lo dico qualcuno ride.
Credo non ci sia niente di male nell’avere dei riferimenti, solo di solito si attinge dallo stesso recipiente: chi fa musica si sceglie in piena libertà una o due band che sembrano affini per suono o attitudine; io ho provato a sentirmi un po’ meno vincolato, a cambiare la mano e infilarla in una boccia differente.
Quindi ora prima di iniziare penso a Walter Bonatti. Risate. Era un mio conterraneo e mentre attacco la chitarra penso a una sua particolare impresa: l’ascesa del Cervino. Se non la conosci te la racconto. L’anno è il 1965, lui ha poco più di trent’anni e decide di intraprendere la sua ultima scalata estrema
prima di iniziare a vivere la montagna in modo diverso e più morbido; decide di conquistare quella vetta in inverno e dal lato più impervio mai scalato prima: la Parete Nord. Le condizioni sembrano a tutti impossibili, per il freddo, le bufere di neve e una via tutta da inventare; i compagni di viaggio che devono condividere la risalita rinunciano e tornano a casa, lui no, decide che vuole farlo comunque, anche da solo. Per quattro giorni si perdono le sue tracce. Geiger Hermann invece è un pilota svizzero specializzato in voli tra le montagne e in quei giorni porta il suo aereo diverse volte attorno al picco ma non riesce a scorgere nessuna traccia dell’alpinista; i quotidiani danno Bonatti per disperso, titolano l’imminente sconfitta e preparano al dramma. Il quinto giorno, mentre la gente a valle guarda in alto anche se non può vedere nulla, Hermann vola altisssimo e in vetta, proprio accanto alla croce, scorge una piccola figura che fa “ciao” con la mano. Il pilota scatta due o tre fotografie, in bianco e nero, sgranate e piuttosto mosse.
I due si conoscevano, erano soliti incontrarsi superate certe altitudini; si racconta addirittura che a volte il pilota incontrando Bonatti appeso alla parete spegnesse per qualche secondo il motore e, lasciando l’aereo in volo libero, salutasse l’amico in francese :“comment ça va, Walter?”. La cosa
che mi piace tantissimo è che fossero ognuno testimone dell’impresa dell’altro. Penso a Walter Bonatti mentre faccio i gradini che mi portano sul palco. A dire il vero ci penso anche quando il palco non c’è. Lo faccio nel bar di periferia come nel club alla moda, mentre attacco la chitarra e mentre dico “ciao a tutti, grazie per l’ospitalità”. Suono i primi accordi e il pensiero se ne va. Ho cambiato spesso riferimenti, anche in questo credo non ci sia nulla di male. A sedici anni quando avevo appena iniziato a suonare pensavo ai Satanic Surfers; i Satanic Surfers pensavano agli RKL.
Qualche anno dopo pensavo a Billy Bragg e Billy Bragg pensava ai Clash. I Clash invece non so a chi pensassero. Non credo sia un banale desiderio di emulazione, nessuno, né io e immagino nemmeno quelle band, ha mai voluto ricalcare un atteggiamento o riproporre un modello. Per provare a spiegarlo restando nel “recipiente montagna” è come quando scegli un sentiero e, anche se lo conosci a memoria, ti fa stare tranquillo trovare ogni tanto lungo il percorso una pietra con un segno o un numero in vernice rossa. Forse ha ragione chi ride, è una cosa stupida, non sono un vero appassionato, nemmeno un principiante, sono al livello precedente se esiste, quello di chi si alza tardi, scosta un poco la tenda e semplicemente prova piacere nel vedere che la montagna c’è, è lì. Mi sento persino un po’ in colpa a volte per aver scelto questo riferimento, in colpa nei confronti di chi si sveglia presto e infila tutta la forza della mattina nelle gambe mentre io senza lavoro e apatico nemmeno punto la sveglia. Quando in pigiama metto sul piatto un disco che possa buttarmi nella giornata c’è chi ha già camminato ore, pranzato al rifugio e si beve il meritato genepì. Però alla fine poco mi frega, nei periodi come questo in cui vago per la città senza una meta e con la confusione nella testa, le montagne alle spalle sono una delle poche certezze e mi va quasi di ringraziarle.
Ne abbiamo parlato a lungo nelle telefonate. Ho sempre pensato avessimo un sacco di cose in comune: la città di provincia, il vento delle Alpi, un lavoro indecente, la torta della tua ragazza, il desiderio di dire schiettamente le cose e una passione comune. Persino sul palco ci sono delle analogie, non solo perché spesso ci stiamo senza compagnia, ma perché sono certo che come me conosci la solitudine che possono dare le luci colorate dentro agli occhi, il fastidio della macchina del fumo o l’inutilità del battere di mani a tempo. In questo momento credo ci sia un nodo in più, qualcosa che lega noi due a quella avventura. Con il telefono in mano ci siamo raccontati il momento non solo musicale che stiamo vivendo ed è un po’ come se avessimo cercato assieme il sasso sporco di vernice. Siamo stati e forse siamo ancora appesi alla parete in una situazione difficile; abbiamo visto qualche amico rinunciare, prendere la strada del ritorno o conformarsi alla richiesta. Noi no, siamo lì ad abbracciare la roccia fredda e ostinati facciamo un altro gradino, proviamo a piantare un altro chiodo nel granito. Forse solo così possiamo raggiungere l’obbiettivo e toccare con la mano la croce che sta in cima, forse l’obbiettivo non è nemmeno la vetta ma solo continuare a reinventare il nostro percorso, cambiare i riferimenti per non lasciarci trascinare dalla bufera, mettercela tutta e imparare a godere dello sforzo.
Quando faccio un disco nuovo penso sempre che sia l’ultimo: “è il 2014, ha più trent’anni e decide di compiere l’ultima impresa estrema prima di vivere la musica in maniera diversa e più morbida”. Non ci riesco mai. Non ci sono ancora riuscito. Faccio il primo concerto, poi ne faccio un altro, regalo il primo cd e vendo il secondo, mentre canto leggo il labiale alla prima fila, sono le mie parole, la mia canzone, il fonico può spegnere la cassa spia se vuole. Anche questo è un segno rosso sul mio sentiero? Non lo so, non l’ho ancora capito, in ogni caso porterò la macchina fotografica per il tuo concerto in città, non sono un campione in quello, scatterò una foto sicuramente mossa. Spenti gli amplificatori: “come va?”. Se vuoi te lo dico in francese.