A proposito di, boh, indie

Qualche settimana fa è uscita un’intervista su Noisey, realizzata da Federico Sardo, in cui veniva svelato urbi et orbi che il progetto Cambogia era una gag. L’intervistato era l’autore della gag stessa, che in realtà lui non chiama “gag” bensì

“progetto (di) estremizzazione della figura del cantante indie”

“esperimento sociale volto a sottolineare la maggiore importanza attribuita all’hype rispetto alla reale proposta musicale”

“un’opera vivente che potesse interagire con il pubblico e le dinamiche legate al mondo della musica”

“uno specchio deformante riflesso sulla nuova guardia cantautorale”

“un vero e proprio esperimento sociale per esplorare le dinamiche del mondo musicale odierno fondato sulla predominanza dell’hype rispetto al contenuto effettivo”

Se non sapete chi sia Cambogia, un brevissimo resumé. A un certo punto è uscito il video di questo tizio, una via di mezzo tra Calcutta e Dario Margeli che fin dal nome tirava la giacchina a Calcutta. Il video è stato condiviso con le solite modalità con cui questa roba viene condivisa: “è una gag”, “è uno sfigato”, “è cariiino”; sulle prime sembrava chiaro che fosse una gag, poi questo ha tirato fuori un disco intero –così qualcuno ha iniziato a chiedersi se non fosse uno che sfotteva ma proprio un wannabe, diciamo, tipo Un Incoerente Come Tanti (ve lo ricordate?). E il disco è stato recensito come se fosse un disco vero, qualunque cosa questo significhi. E poi la gag il progetto di estremizzazione è stato svelato. In un arco di tempo abbastanza lungo queste puttanate situazioniste danno sempre somma zero: chi s’è innamorato del disco s’è innamorato a gratis, chi s’è incazzato s’è incazzato a gratis, chi ha gongolato ha gongolato a gratis. Nessuno ha guadagnato un soldo, nessuno ha perso una lira; nella pagina FB intanto gli autori della gag opera vivente continuano a postare, sfottendo con sagacia quelli che s’incazzano e quelli che io non ne ho mai sentito parlare e quelli che tanto si sapeva che. Hanno sempre ragione loro, essendo appunto queste puttanate sempre a somma zero, e la chiave di tutto è tutta dentro al titolo dell’intervista di Fede (il quale, avendo una testa, tende quasi sempre a pubblicare pezzi che puntano a dare una dimensione in più alle cose). Il verbo “trollare” ha un significato preciso, che ho paura a cercare su wiki ma credo abbia a che fare con l’assenza di cervello, col fare incazzare e col gratis, appunto. In tutto questo, in cosa si misura il “successo” di Cambogia?

A proposito di titoli: negli stessi giorni in cui la gag lo specchio deformante sulla realtà di Cambogia viene svelato, esce un articolo su Rockit, firmato Margherita G. Di Fiore, e intitolato “è giusto provare fastidio se le band che disprezziamo hanno successo?”. L’articolo prende le mosse dal fatto che un botto di gente sta esprimendo pubblicamente il proprio fastidio per l’ultimo singolo dei Thegiornalisti, che si chiama Riccione e ok, è un pezzo davvero molto brutto se avete gusti simili ai miei -non tanto come canzone, cioè la canzone è bruttina, ma è proprio il modo di giocare con l’immaginario a cui i Thegiornalisti ciucciano così avidamente la mammella a indisporre. 

(In senso stretto l’articolo non parla dei Thegiornalisti. Parla di odiare i gruppi che hanno successo e contiene foto dei Thegiornalisti.)

Naturalmente una volta che inizi a leggere scopri abbastanza in fretta che è un articolo a tesi, cioè parte dal presupposto inscalfibile che non sia giusto provare fastidio se le band che disprezziamo hanno successo, e cerca di fornire un contesto a questa sorta di postulato, in una maniera anche abbastanza coraggiosa ed accurata (nel senso che si prende il rischio di suonare antipatico e supponente in molti tratti, ed è ok). E ovviamente dal punto di vista di chi l’ha scritto è un pezzo onesto e in buona fede, forse ha pure le sue buone ragioni, come del resto hanno le loro buone ragioni quelli che fanno le gag gli esperimenti sociali e i progetti di estremizzazione della figura del cantante indie, tipo Savastano o Liberato o chi cazzo altro volete voi.

Margherita nel suo articolo identifica quattro categorie di hater, o persone che si lamentano del successo degli artisti indie che ce la fanno: vecchi nostalgici, musicisti falliti, integralisti/elitari e riccardoni. Io credo di far parte dei primi, i vecchiacci nostalgici, “quelli che dopo gli anni novanta non è stato prodotto nulla di buono, che ai tempi miei il rock era un’altra cosa, che i gruppi indie erano indie e che hanno visto concerti che tu non potrai vedere. E te lo fanno pesare”. Purtroppo non posso farne a meno, nel senso che le mie fisime derivano almeno in parte dalla mia età anagrafica, e se scegliessi di dare un’immagine di me come di un intellettuale pacificato ed ascetico che ha scoperto IL SEGRETO e non è irritato dalla musica, diciamo che sarebbe facile capire che è una posa. E del resto il grande non-detto di questo articolo, e della mentalità che lo genera, è che tutte le categorie di hater dei gruppi di successo sono riconducibili a una sola macrocategoria, i cosiddetti “sfigati” o la cosiddetta “gente che non scopa”. 

Credo sia anche importante reclamare la sfiga e il non scopare come diritto inalienabile della persona, e soprattutto come una delle pietre angolari della scrittura musicale. Ad esempio, io quando leggo il titolo dell’articolo di Rockit mi incazzo come una bestia. Primo per una questione formale: perché l’articolo è a tesi “non è giusto lamentarsi se le band che disprezziamo hanno successo” e nel titolo lo metti in forma di domanda? Secondo: mi fa girare le palle che la parola “successo” sia sinonimo di “performance commerciale”, ed è la stessa cosa che mi fa incazzare nella gag esperimento sociale di Cambogia. Questa forse la devo spiegare.

Quando si parla di “successo” ci si riferisce ad un obiettivo. Ad esempio un esperimento scientifico è definito un successo quando consegue i risultati che si sperava. La stessa cosa riguarda ad esempio la cucina, ad esempio se provo a fare la pasta in casa il “successo” è che la pasta son riuscito a mangiarla e mi è piaciuta. Il contrario di “successo” è “fallimento”, quindi l’esperimento fallisce se non dà i risultati sperati, o se la pasta è venuta un pappone di merda che tocca buttare nel cestino. Semplice, no? Ok. Nell’imprenditoria si parla di successo nel momento in cui qualcuno guadagna dei soldi, ma anche qui c’è un obiettivo alle spalle. Esempio banale: disegno una maglietta, la stampo, la vendo su internet e per qualche imperscrutabile ragione migliaia di persone iniziano a comprarla, facendomi guadagnare un pacco di soldi. Il fatto che siamo abituati a comprare e ascoltare musica proveniente dal cosiddetto mainstream (sì, è un termine che viene dalla mia epoca) ha fatto sì che l’industria musicale avesse la stessa impronta –un disco è un successo se guadagna soldi, un tour è un successo se guadagna soldi, un singolo è un successo se guadagna soldi, eccetera. Non c’è niente di male in questa impostazione, ovviamente, ma la musica è comunque in una certa misura un’arte, e come tale può avere esigenze che non le permettono di stare dentro questo sistema economico. 

In effetti l’idea che la musica debba avere come obiettivo di arrivare a un numero più alto possibile di persone è totalmente arbitraria, spesso imperfetta e in certi casi totalmente assurda. La musica di solito esiste all’interno di un contesto specifico in cui si riescono a creare le condizioni ideali perché possa essere ascoltata. Un esempio stupido sono tutte le cose patrocinate pubblicamente, ad esempio il circuito della musica classica –che si tiene in piedi attraverso una complicata struttura di teatri e auditorium la cui esistenza è possibile perché qualcuno al comune è flippato con le filarmoniche e se ne batte il cazzo se Rachmaninov non fa più il break even. Il tutto mentre gli arpisti scioperano e le testate nazionali li sfottono perché “non sono consapevoli di come funziona il mercato”, gli ingenui. 

Nel passato sono stati sviluppati diversi modelli economici alternativi il cui obiettivo dichiarato era di dare somma zero, senza dover necessariamente passare dal pubblico. Uno di questi è appunto l’indie, un network organico incrementale nato verso i primi anni ottanta, nel quale ci si dà una mano a vicenda per tener su la baracca allo scopo di –boh- vedersi dei concerti. Quando ero giovane si usava parecchio la parola “sbattersi”. Era un periodo di cui effettivamente qualcuno della mia età parla con nostalgia, ma era anche e soprattutto un mondo ingenuo, la cui purezza implicava l’utilizzo di dinamiche e rituali patetici, a cominciare appunto dall’uso della parola “sbattersi”. Ma anche al di là del vocabolario, si poteva finire in croce per qualsiasi minchiata. Tra le cose che ho visto ai concerti (“che tu non potrai vedere”) ci sono:

  • risse scoppiate a dei festival DIY perché due banchetti vendevano lo stesso disco a un euro di differenza;
  • campagne di boicottaggio di un gruppo/locale/festival perché s’è saputo che il cantante o l’organizzatore ha preso a ceffoni la fidanzata;
  • gente che iniziava il concerto dissociandosi dai testi del gruppo che aveva suonato prima, seguita da gente che si dissociava dal gruppo che si dissociava;
  • gruppi presi a insulti e oggetti per aver parlato troppo tra un pezzo e l’altro (tipo 30 secondi);
  • gruppi tagliati fuori dal giro di concerti e festival per aver scritto una frase equivocabile sul sito;
  • risse online perché dei gruppi DIY accettavano di suonare in apertura a dei gruppi grossi, in posti col biglietto d’ingresso troppo alto (tipo 18 euro per gli ATDI nel 2000);
  • gruppi invitati a suonare in un posto, a cui all’ultimo momento viene impedito di suonare da chi li ha invitati perché uno dei membri ha una toppa sul giubbotto *forse* fascista (e in realtà no).

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(parlo di “indie” per i Thegiornalisti. La ragione è che quando la gente prende a scorregge i Modà, casualmente, quelli delle webzine e dei blog non hanno un cazzo da obiettare)

(tra le altre cose nessuno di questi dice mai “insultate Diego Fusaro solo perché lui ha successo”. Ma immagino che sia diverso, lì si parla di cultura, giusto?) 

Nel 2017 è anche difficile spiegare la forma mentis sulla base di cui succedevano cose come queste. Chi se ne frega se l’altro banchetto fa il disco a un euro in più? Lo compro dove costa meno. E se il concerto per me costa troppo non ci vado, e chi cazzo se ne frega dei testi di un altro gruppo o di cosa si mette addosso un musicista? Per certi versi la musica ci ha pure guadagnato: qualunque cosa sia il cosiddetto “indie italiano” oggi, si è abbastanza smarcato da queste psicosi ed incidentalmente sta vivendo uno dei suoi migliori periodi di sempre. Anche i vecchiacci nostalgici sono perlopiù d’accordo su questa cosa: tanti gruppi buoni, tanti concerti buoni, tanti dischi buoni. Ognuno ha la sua lista. Negli ultimi giorni sto ascoltando tantissimo il disco dei Bennett, ed è un disco che stavo aspettando da anni, decenni, non so. Quel tipo di concetto lì, intendo: una forma musicale basilare (noisecore, boh) in cui la differenza è data dal fatto che suonano con più cattiveria di tutti gli altri. In questo per dire i Bennett sono un gruppo di “successo”, nel senso che hanno un’idea musicale, la tirano fuori al meglio delle loro possibilità, si distinguono, suonano necessari e mi inchiodano il culo. ll loro “successo di pubblico” è che se li metti dentro a un festival, assieme ad altri dieci gruppi, a fine serata te li ricordi. 

A quei tempi, tra le altre cose, era consentito parlar malissimo dei gruppi dal punto di vista artistico, anzi era un po’ la base ideologica di tutta la faccenda: certa roba mi piace un casino, certa roba mi fa schifo al cazzo. Parlo di quel che adoro e di quel che detesto, e questo è più o meno quanto. Magari il cantante del gruppo scopre che l’ho insultato, ci facciamo una litigata e poi boh, tutto a posto. 

Una cosa interessante: le logiche autorigeneranti di pulizia etnica anti-hater hanno falciato anche l’indie vero e proprio. Tanto per dire, dei gruppi come i Bennett nessuno parla mai male, e questa cosa mi fa sentire un po’ così –io li adoro, ma vorrei che fosse una cosa un po’ più mia, ecco tutto. Ci sono tante ragioni per cui questa cosa succede –non sono dei mediocri, non si raccolgono amici quando se ne parla male. Ma la principale ragione per cui nessuno ne parla mai male è che i Bennett sono evitabili. Se non te ne frega un cazzo di loro puoi non ascoltarli, e questo significa all’atto pratico cancellarne l’esistenza alle tue orecchie: è ragionevole pensare che non sarai costretto a vederli contro la tua volontà, né che la tua fidanzata ti costringa a sentire il disco a casa, né niente del genere. Se non ascolti i Bennett, non li ascolti. Non è una banalità: tanto per dire, cinque o sei anni fa ho giurato a me stesso che non avrei mai ascoltato una canzone dei Thegiornalisti (era dovuto a una stronzata di cui poi s’è persa memoria). Oggi passo la mia vita circondato da pezzi in cui Paradiso è performer, autore o guest star. Sono costretto a farmene un’opinione, giusto? Mi dispiace che sia negativa, davvero, non ho nessun problema personale con Paradiso, non credo lui ne abbia con me, suppongo faccia la cosa che gli piace, no? è tutto un meccanismo, lo si può condividere o ci si può pisciare sopra. La novità di oggi è che si può fare tutte e due le cose nello stesso momento.  

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Negli ultimi mesi ho letto articoli che debunkavano la “balla” del soldout dei Thegiornalisti a Milano, articoli che gioivano dell’annullamento dei tour di qualche artista fuoriuscito dai talent (scritti spesso da gente che sui talent ha sempre mangiato); ho letto analisi puntuali e dettagliate di fenomeni sostanzialmente inesistenti (tipo che so, “la corsa a rivendere il biglietto dei Radiohead”). Personalmente credo che ci sia un problema di espressione, di terminologia, forse di cultura. Non è solo legato alla parola “indie”, ha a che fare con la cultura dell’ascolto. Siamo disincentivati a porci problemi legati al linguaggio, ad esempio, perché porseli è noioso e rivelatore della nostra frustrazione sessuale. Ed è un modo come un altro di sbracciarsi per entrare a giocare un minutino, in una partita che sai già per certo finirà zero a zero. Tanto per dire, mentre cercavo di dare al pezzo una conclusione qualsiasi, Rockit ha pubblicato un’intervista a Takagi e Ketra intitolata “Non si può piacere a tutti”. E a qualche ora di distanza gli autori del disco di Cambogia hanno annunciato, dalla pagina “ufficiale” di Cambogia Cantante Falzo, che hanno preso in mano il progetto, cambieranno nome e continueranno a suonare. Sembra ci sia stata una specie di rovesciamento interno, non so esattamente cosa, i videomaker sono stati estromessi, gli altri andranno avanti, tutto a posto, ci si becca in giro. 

OFFERTA DI LAVORO – collaboratore freelance per il sito bastonate.com

Massimo mi ha fatto leggere questo annuncio. Sta girando parecchio per i posti, in realtà. In pratica si tratta di un sito, molto famoso, che cerca un collaboratore esterno che sia disposto a (non) farsi assumere a cottimo, 25 euro lordi per un articolo di 10mila battute, editato su WP ed ottimizzato per SEO, e senza manco poterlo firmare -cioè manco ti paga la differenza in “visibilità”, per così dire. Questo stando al bando pubblicato sul sito. Fa un po’ male perchè insomma, sì, ecco, fa male in generale sapere che queste cose vengano chieste, a prescindere da chi le chieda. Ma stando a questa intervista il sito di cui sopra produce al giorno in media “nove articoli, che aggiorniamo o scriviamo ex novo“. Ponendo che questa sia la media aritmetica di 365 giorni l’anno, vuol dire 3285 articoli, che se fossero scritti tutti dallo stesso volonterosissimo collaboratore esterno (90mila battute al giorno) costerebbero al committente un totale di 82125 euro. Sui quali il più che volenteroso collaboratore dovrebbe ovviamente pagare le tasse e tutto quanto (82mila euro non è che te li puoi intascare con una ritenuta d’acconto), ma vista così non è manco una brutta cifra, a parte che il ritmo produttivo è tipo un Ulisse di Joyce ogni due settimane. I due problemi sono che A il sito di cui sopra, per quanto ne so, è un sito che fa solo questa cosa qui, e B stando all’intervista linkata più in alto il sito di cui sopra nel 2016 ha un fatturato che nel 2016 “sfiora i 2 milioni”. Vale a dire che col contratto di cui al bando, il costo di produzione dei contenuti del sito è pari al 4% del fatturato totale.

(immagino che ci sia altra gente impiegata nella società e una struttura commerciale e tutto il resto, mica voglio fare il puro, magari me la prendo un po’ troppo, ma il sito sta dichiarando più o meno di essere intenzionato a spendere per la propria esistenza fisica un venticinquesimo di quel che incassa ) 

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Superata l’obbligatoria fase di rodimento iniziale, comunque, l’annuncio mi ha fatto riflettere. In fondo, boh, non sappiamo per certo com’è stata costruita la piramide di Cheope, no? Magari era nato tutto con un bando per collaborazione esterna, con ritenuta d’acconto e manleva, in un papiro affisso fuori dalle città -il geroglifico non era chiarissimo, non c’erano così tanti lettori, le note in basso magari erano scritte troppo in piccolo e il geroglifico dell’occhio lo si scambiava facilmente per una cassa mortuaria rituale. Lì per lì qualcuno magari s’era sentito, diciamo, non adeguatamente ricompensato, ma voglio dire, non è pazzesco aver preso parte a una cosa così enorme, il cui indiscutibile fascino storico ed artistico si estende per quasi 5000 anni? Ecco: utilizzare le condizioni strutturali della new economy, magari allo scopo di portare a termine una visione di portata inconcepibile. In altre parole, Bastonate cerca nuovi collaboratori a contratto, secondo le condizioni che seguono. 

  • La collaborazione con il sito bastonate.com è a titolo provvigionale ed è quantificata nel 90% dell’incassato netto del collaboratore. Cerco di spiegare come funziona: vi tenete mezza mattina libera, dalle 9 alle 11 circa, e in quel tempo scrivete il pezzo che andrà su Bastonate. Dopo averlo inviato a me, a mo’ di cauzione, vi potrete recare presso un supermercato a scelta nella vostra città (lo staff di bastonate.com, in cambio della provvigione, potrà fornirvi una consulenza per individuare le strutture con il maggior potenziale economico, tramite un algoritmo autogenerato di cui non ci sentiamo liberi in questa sede di specificare le caratteristiche), e inziare attività di coin scouting.
  • L’attività di coin scouting consiste nell’appostarsi appena fuori dalle casse, aiutare la clientela a portare il carrello della spesa in macchina e riportare il carrello nell’apposita rastrelliera, in cambio di un compenso pari alla moneta inserita nel carrello stesso. Ad esempio, se una persona riesce a portare a posto 8 carrelli all’ora, a una media di 0,90 euro a carrello, l’incasso lordo sarà 7,20 euro l’ora -che dalle 11 alle 21, potenzialmente, possono significare 72 euro di incasso giornaliero, cioè (in una settimana lavorativa di 6 giorni) circa 1728 euro al mese. La parte bella? ESENTASSE. Magari buttate un occhio di tanto in tanto, se vedete poliziotti in zona prendetevi un paio d’ore di pausa.
  • Alla fine del turno di coin scouting il collaboratore comunicherà il ricavato giornaliero al suo referente nel sito bastonate.com. A quel punto la redazione potrà programmare l’uscita del pezzo. La struttura organizzativa del sito tratterrà il 10% della cifra incassata al supermercato dal redattore, a titolo di consulenza (sia per l’attività di redazione che per quella di coin scouting). Il 10% è sul fatturato lordo per disincentivare gli sprechi produttivi (EG va bene se di tanto in tanto vi fermate e prendete un caffè, ma non voglio essere io a pagarveli)
  • Si richiede collaborazione continuativa nel tempo, e a tutela della collaborazione stessa il sito bastonate.com potrebbe impegnarsi a minacciare il collaboratore, ogni qualvolta il suo fatturato nell’attività di coin scouting risulti sotto-budget.
  • Il compenso non è legato alla quantità di articoli prodotti, in effetti esiste un meccanismo di incentivi alla non-produzione di cose scritte, in favore di un incremento dell’indotto legato all’attività di coin scouting.
  • Gli articoli pubblicati su bastonate.com non presentano elevatissimi requisiti dal punto di vista editoriale. In effetti, ad essere sinceri, il comitato di redazione ha un certo debole per le supercazzole. La proprietà intellettuale e la responsabilità legale degli articoli rimangono al collaboratore esterno, che per prassi interne alla redazione viene identificato dallo pseudonimo “uomo piramide” unito al numero ordinale di sottoscrizione del contratto.
  • I pagamenti al sito bastonate.com verranno effettuati con rimessa diretta a vista, due volte l’anno, presso un casello autostradale la cui ubicazione è concordata al momento della stipula. 

Se questo vi interessa, potete inviare la candidatura all’indirizzo mail piramidi@bastonate.com. (se la mail vi torna indietro magari provate a insistere)

(nota a margine: sembra che il contratto con il nostro illustratore, uomo piramide 4, si stia risolvendo. è probabile quindi che per un po’ gli articoli di Bastonate siano addobbati con foto del mio gatto) 

In difesa del metal turistico ai festival indie

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La mia dimensione concertistica ideale ha a che fare col disimpegno. Passata una certa età trovo piuttosto difficile avere a che fare con qualunque cosa succeda dopo le 23. L’ultimo concerto metal duro e puro a cui mi sono presentato non lo ricordo nemmeno più. Avete presente di cosa parlo? Quelli del giro Bologna in cui il gruppo principale suona ad un orario fetido, anticipato da cinque gruppi ugualmente pestoni: mi rompo le palle. Non voglio dire che i musicisti emergenti dovrebbero rifiutarsi di aprire le date degli Entombed AD, ma all’atto pratico il mio festival ideale avrebbe un cartellone che prevede dieci ore di indierock melodico, elettropop di merda, rap minimale e folk intimista, e poi un singolo gruppo pesantissimo che suona un set di 45 minuti e manda tutti a casa. Magari il giorno dopo avrei pure il coraggio di sottolinearlo coi miei amici, “impossibile dare conto dell’intensità degli High On Fire ieri sera, della manifesta superiorità con cui han fatto il culo a tutti i cazzari indiemmerda che hanno avuto i coglioni di presentarsi sul palco prima e dopo di loro”. Ci sta. Ma la verità è che due o tre gruppi dell’intensità degli Entombed uno di fila all’altro, mi fanno lo stesso effetto del pranzo a base di cozze al matrimonio di mia seconda cugina. La presenza di uno o due gruppi ultrametal (quest’anno sono gli Slayer) nel cartellone del Primavera sta solo a significare che di gente come me ce n’è tanta ed è gente che continua a pagare il biglietto del festival.

Appunti casuali su Stranger Things

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Stranger Things è una serie prodotta da Netflix: otto puntate di quaranta minuti, la storia della sparizione di un bambino in un paese della provincia americana nel bel mezzo degli anni ottanta. Esteticamente Stranger Things è la riproposizione pedissequa di un’estetica mai dimenticata, che di tanto in tanto torna a far sentir parlare di sé (Super 8 un esempio recente, ma anche certe cose nella prima stagione di Masters of Horror ad esempio). Una cosa della Amblin con main theme alla Carpenter, ambientazioni di provincia, bambini che salvano il mondo, madri coraggio e adulti che non vedono l’evidenza. Sei e mezzo/sette: una serie molto divertente, di quelle che tengono col fiato sospeso e si chiudono in maniera un po’ stronza, così se va bene mettiamo in cantiere la stagione 2. Stranger Things però è diventata un blockbuster: milioni di persone l’hanno accolta come il prodotto televisivo/cinematografico dell’anno, la cosa più bella ed esaltante dell’estate in corso. Qualcuno ha persino parlato del più riuscito connubio di sempre tra Spielberg e Stephen King, cioè -in sostanza- la soluzione ad un irrisolto vecchio di trent’anni circa, che fino a un paio di settimane fa nessuno sapeva di avere.

 

È un meccanismo che ormai si ripropone sempre più di frequente, sempre identico a se stesso. Le serie Netflix vengono messe in streaming con tutte le puntate assieme, così –potenzialmente- chiunque può essersi guardato la stagione intera di Stranger Things otto ore dopo la messa online. Moltissimi lo fanno, un po’ in modalità FOMO un po’ perché effettivamente la serie è bella tesa e scorre da dio. Il giorno successivo così arrivano i primi commenti esaltati, ed entro due giorni è un plebiscito. Poi la pluralità dei giudizi su internet fa sì che le cose si sgonfino un pochetto, e di solito si arriva a una situazione di normalità dopo tre o quattro settimane. Un lasso di tempo in cui chiunque appartenga al pubblico potenziale di Stranger Things si è adoperato per vederla: non è tanto la foga di spararsela, ma dopo tre o quattro giorni sui social network è impossibile schivare gli spoiler (io per dire ne ho beccato uno di Stephen King, superfan della serie dei fratelli Duffer). Succede tutto a caldo: la guardi insieme agli altri e ti fai trascinare dall’entusiasmo. Una cosa abbastanza simile succede anche al cinema, soprattutto per quanto riguarda i franchise -esempio clamoroso all’ultimo seguito di Guerre Stellari, per il quale nell’immediato un giudizio tiepidino poteva bastare a farti bollare come hater (ora penso siano tutti d’accordo sul fatto che sia un film medio).

Quello che mi fa strano è che la serie sia apprezzata soprattutto da gente come me, un pubblico con la mia età anagrafica e interessato alle cose che piacciono a me. Io personalmente mi sento rappresentato da quell’estetica solo in parte: ha fatto parte di me, era quello che guardavamo quando eravamo bambini (il mio primo film al cinema in assoluto è stato ET), ma poi mi ci sono distanziato. L’ha fatto il mondo intero, in una qualche misura: è uscita roba finchè aveva senso che uscisse, e poi ciao.

Una volta lessi il Castoro su Spielberg, e non so se avete presente la collana ma all’inizio raccolgono dichiarazioni significative dei registi. Nel suo caso ce n’era una in cui –lo lessi credo a metà anni novanta- parlava esaltato del futuro e della possibilità di raggiungere tutte le sale con un unico segnale televisivo, o qualcosa del genere, invece che essere costretti a usare la distribuzione classica. Il discorso di Spielberg era senz’altro generato da un genuino entusiasmo filo-tecnologico, ma per me erano anni di paranoia anticapitalista e lì per lì mi era sembrata una tirata totalitarista come poche. Se quello era il futuro era senz’altro una distopia: la possibilità di trasmettere a costo quasi-zero lo stesso contenuto ovunque, pensavo, si risolverà necessariamente nell’unificazione del contenuto e nella battaglia per il monopolio dei trasmettitori. Ad andare bene bene, saremmo andati al cinema per vedere le tipe che sculettavano su Canale 5 contro gli scioperi. Qualche anno dopo lessi una tesi abbastanza affine, scritta da Giona A. Nazzaro, che parlava di Minority Report. Era una riflessione su altre cose: in pratica, come si può giustificare la sostenibilità dei budget spielberghiani se non pianificando un’invasione militare delle sale cinematografiche? Ai tempi sembrava una riflessione un po’ paranoica, affascinante e tutto ma paranoica. Poi d’improvviso sono arrivate la crisi del cinema di commercio, i budget ipertrofici, la polarizzazione del contenuto, lo strapotere delle serie e la fine del cinema americano propriamente detto. Magari è solo roba che è successa nella mia testa. Ma ormai godersi prodotti di cinema strettamente hollywoodiano al di là appunto dei franchise (che tra l’altro nel loro impeto seriale sono stati costretti a ridursi e diventare dei pestaggi senza trama lunghi due ore e mezzo, tipo Civil War o X-Men Apocalypse) è diventata un’impresa che inizia a costare tempo e fatica. Per cui l’alternativa è guardarsi roba piccolissima che sfugge al pettine delle distribuzioni major polarizzate, magari frequentare i festival. Oppure farsi uno schermo in HD e accontentarsi delle serie -che comunque, a leggere la critica, sono pronte a sostituire il cinema da almeno dieci anni.

Un paio di settimane fa parlavo con un amico di questa cosa. Era appena morto Cimino, si parlava del fatto che non lavorava da vent’anni, lui diceva una cosa abbastanza interessante sul futuro dei film. Che il cinema di genere deve necessariamente trovare una modo di esistere futuro, legandosi soltanto agli appassionati in qualche misura, e uscendo dai luoghi fisici deputati al cinema. Questa cosa che per la musica è stata la combinazione vinile-Bandcamp non ha ancora un corrispondente cinematografico, ma è necessario e auspicabile che presto o tardi qualcuno ricomincerà a pensare il cinema in un’altra scala. Questa cosa ovviamente ha un suo senso, anche se personalmente mi spaventa un po’: ci possono essere possibilità per certi grandi nomi su cose tipo Kickstarter, ma come si fa a coltivare una nuova leva di cineasti interessanti con quei mezzi?

Incidentalmente, Stranger Things è una serie molto spielberghiana. Oppure, non incidentalmente, è la tipica serie Netflix incentrata sulla stessa tematica: esistere ed eventualmente primeggiare all’interno di un sistema coercitivo (spesso istituzionale) che si muove attivamente allo scopo di schiacciare l’individuo. Orange is the New Black, House of Cards, Jessica Jones e Marvel’s Daredevil, ma anche per certi versi Unbreakable Kimmy Schmidt e Narcos hanno a che fare con questo tema (le altre cose di Netflix non le ho guardate). Il fatto che ovviamente non lo facciano apposta, e che Netflix in quanto azienda cerchi soprattutto di definire la propria esistenza/primato all’interno di un mercato selvaggio e in mutazione –possibilmente guardando ai dividendi e incamerando un po’ di grano per l’inverno, che come tutti sanno sta arrivando– in questo momento mi sembra solo l’ennesimo richiamo alla distopia spielberghiana di cui sopra. Del resto l’analisi dei dividendi è ormai una parte integrante della critica artistica: è o non è uno dei periodi cruciali della battaglia per il monopolio dei trasmettitori? Streaming contro TV, streaming contro streaming, eccetera; le analisi di mercato sono diventate parti essenziali dello storytelling generale, la gente la guarda in una soluzione unica da sei ore, e il cerchio più o meno si chiude. A vedere le cose con un paio di giorni di distanza, è un po’ come se fossimo condannati ad esistere in una dimensione parallela invisibile ai più, in cui tutta la narrativa sembra un prodotto di fantasia e invece è pura autobiografia, uno dei canovacci narrativi più utilizzati dall’estetica anni ottanta saccheggiata da Stranger Things (esempi banali: Essi Vivono, Society). E suona emblematico che mentre la serie mette in scena il ricalco di quel cinema, i nomi di molti dei responsabili della sua creazione (Dante, Carpenter, McTiernan, la lista può tranquillamente continuare per dieci righe) siano da decenni meno spendibili di quello dell’ultimo shooter o si siano ridotti a fare il nome di lusso in qualche serie. In questo, davvero, Stranger Things genera un irrisolto più che chiuderlo, e in questo davvero fa cacare addosso dalla paura.

Le accuse di fascismo

 

Recentemente ho messo insieme questa specie di teoria sulle accuse di fascismo. purtroppo non è basata su dati concreti, è solo un’impressione generale estrapolata dalle conversazioni a cui assisto di solito. Dicevo, la teoria è che del totale delle accuse di fascismo lanciate da chiunque a chiunque altro, in Italia, nel 2016, il 40% sono accuse fondate. Il restante 60% è composto per metà da idiozie assolute e per metà da accuse molto più fasciste dell’oggetto delle accuse stesse. Questo 30% di accuse di fascismo fasciste una decina d’anni fa stava intorno al 15%, mentre le accuse fondate erano il 55% (gli idioti, in percentuale, erano più o meno gli stessi). Questa cosa è destinata a peggiorare perchè le prassi comunicative (nel mondo in generale, mica solo su internet) sono più fasciste ogni anno che passa. E poi c’è il problema che molto del totale di accuse di fascismo se ne va via perchè tocca controbattere e accusare di fascismo quelli che ti han dato del fascista. Non è che mi sto lamentando, ma il tutto succede a scapito di un buon 70% di episodi di fascismo che avvengono quotidianamente senza venire denunciati o magari tollerati con l’alzata di spalle  del non biasimo. Poi boh, sì, il fascismo di oggi sarà senz’altro lo Sgargabonzi.

per tenerlo a mente anche domani

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Per i tre che magari non lo sanno: la notte tra venerdì e sabato Blu ha iniziato a far sparire tutti i muri che ha fatto a Bologna nel corso di una ventina d’anni, aiutato da gente del Crash e dell’XM. Ha pubblicato una frase laconica sul suo blog, che linkava un post sul sito di Wu Ming che spiega, a grandi linee, le motivazioni della cancellazione.

Non è la prima volta che Blu cancella una sua opera. C’è il caso di Berlino, qualche mese fa, le foto di due muri ingrigiti che giravano per i social con messaggi di indignazione allegati. Dopo qualche giorno si seppe che era stato lui, in risposta a speculazioni edilizie nel quartiere intorno a quei muri: le polemiche sono rientrate, non era affar nostro, si è passati oltre. L’intervento di questo fine settimana, invece, ci ha punto nel vivo.

L’esigenza è provare a utilizzare il dibattito di oggi per fare un passo in avanti e non due indietro. Bologna è, e può continuare ad essere, sede di un dibattito artistico di valore mondiale. Penso che l’arte urbana, in quanto tale, debba essere pubblica, popolare, di tutti. Allo stesso tempo penso che si debba rispettare la libertà degli artisti di accettare o meno una vetrina più grande di quella da loro scelta inizialmente. Da sindaco di Bologna mi impegnerò per garantire il rispetto e la tutela degl spazi pubblici da mettere a disposizione degli street artist, perché l’arte urbana aiuta le città a crescere. Quindi spero che Blu, in futuro, possa di nuovo dipingere per Bologna avendo la garanzia che le sue opere non saranno mai usate con fini commerciali. Allo stesso tempo vorrei che gli street artist siano liberi di decidere cosa fare delle loro opere senza che questo porti a perdite collettive come quelle di oggi.”

Le parole sopra sono di Virginio Merola, sindaco di Bologna dal 2011. Il quale si rende conto, ovviamente, di aver perso un pezzo importantissimo di una sottocultura su cui la città sta almeno in minima parte investendo. Riguardo allo sgombero di Atlantide, ordinato nemmeno sei mesi fa, Merola dichiarava che “non c’è nessuno come me che si è esposto per i diritti dei gay. Ma se questo deve diventare che ogni lobby del mondo gay deve avere una corsia privilegiata al di là delle regole, non ci sto”. Ora, per esempio io non sono mai andato a Bologna a guardare le opere di street art, ma sono stato a vedere qualche concerto ad Atlantide. E in ogni caso parliamo di due controculture che dialogano l’una con l’altra, si sviluppano negli stessi luoghi, agiscono spesso assieme e quasi sempre contro la cultura di regime, che si muove attivamente per scarnificarle isolarle e cancellarle dallo spazio fisico. E occupano spazi. Con che faccia uno nella posizione di Merola si può permettere di manganellare una delle due mentre rimpiange l’altra? Non potrebbe limitarsi a fare da megafono ad un’amministrazione che tutti sanno repressiva e poco disposta al dialogo? L’influenza della mostra curata da Genus Bononiae è così determinante?

La stessa rimozione dei graffiti di Blu per la mostra che inaugura il 18 marzo sembra avere poco a che vedere con il concetto di curatela/conservazione, e molto di più con il concetto di sequestro. Lo scontro delle ultime settimane ha fornito parecchio materiale agghiacciante. Prendete questa intervista a Christian Omodeo, uno dei curatori della mostra di Palazzo Pepoli: “Rispetto al diritto d’autore, non me ne frega niente. Se espongo un’opera, perché considero che serva a portare avanti un discorso o a generare un dibattito lo faccio, esattamente come un dj che sceglie un sample per creare un pezzo totalmente nuovo. Mi aspetto di essere giudicato per quello che ho creato e non per come ho trattato i sample selezionati. Se poi uno o più artisti sentiranno il bisogno di fare ricorso a un quadro giuridico sclerotizzato come il diritto d’autore, valuterò il da farsi, ma la mia posizione non cambierà: un artista che rifiuta che la sua opera possa essere usata, trasformata, distrutta/conservata o deturpata è e sarà sempre ai miei occhi come una multinazionale che tutela i propri prodotti.”

Questo testo non vuol essere, in senso stretto, la dichiarazione di un curatore fascista cosciente di essere spalleggiato dai poteri forti nei suoi espropri, ma un serio e motivato discorso sull’arte e sull’avvenuto tramonto del concetto di diritto d’autore. L’espressione “diritto d’autore” oggi identifica non tanto i diritti di un autore in merito alla sua opera, quanto piuttosto una somma di denaro che viene versata all’autore perchè non eserciti il proprio diritto morale sull’opera stessa. Il fatto che abbiano preso piede alcune forme alternative di gestione del diritto d’autore (ad esempio le licenze creative commons, o il famigerato copyleft del collettivo Wu Ming) ha portato le teste pensanti di certe istituzioni a concludere che gli autori abbiano rinunciato ai diritti morali sulla propria opera. Negli ultimi anni va abbastanza di moda ripensare l’arte di strada in senso istituzionale, una cosa che qualcuno chiama public painting. Ci sono bandi pubblici per riqualificare aree, dipingere muri e tutto il resto. Un artista può decidere se sfruttare o non sfruttare l’occasione, ci sono buone ragioni in entrambi i casi, sta ad ognuno. Quando Blu cancella le sue opere, qualcuno si chiede se l’intervento non sia destinato ad aumentare le sue quotazioni nel mercato della street art. Quando Blu viene criticato o osteggiato dalle istituzioni, altri si curano di sbattere in faccia al pubblico la sua inclusione tra i cinque-dieci-cinquanta street artist più importanti al mondo. Quando Blu prende una decisione drastica e brutale, sono le istituzioni stesse a sbattergli in faccia il suo prestigio (vedere la dichiarazione di un consigliere PD: “Il suo punto di vista è comprensibile, anche se da tempo ha abbandonato la filosofia della street art se si va a guardare il cachet chiesto alla Tate Modern per una sua opera”). Sono tre orientamenti politici opposti della stessa cecità: al confronto, meglio la chiusura totale di un Daverio che sarà pure antipatico ma almeno si mette in gioco in prima persona, scorreggia sulla street art italiana e invita i collezionisti a continuare a comprare acquerelli.

Leonardo scrive un post a commento della vicenda, che si conclude con questa frase: “a questo punto si passa alla fase più delicata, quella in cui l’antipotere si trasforma in potere e si arroga non solo il diritto di creare, ma anche quello di distruggere, secondo leggi che almeno io non ho capito bene.” Quello di Leonardo è un discorso politico e si riallaccia abbastanza da vicino a quello di Wu Ming, pur affrontandolo dal verso opposto. Nel senso, è una questione di gestione dei rapporti di potere, Max Weber all’amatriciana, in cui comunque un discorso come questo può essere rimesso ad una dialettica abbastanza classica e ben conosciuta da tutte le parti in gioco. L’arte di strada non ha bisogno di sobbarcarsi questa cappa ideologica, esiste in uno spazio più mutevole. Quali sono i diritti di Blu sulle proprie opere? Quasi nessuno. Avete notato che quando le opere vengono cancellate dai muri quelli che gridano al fascismo e alla censura non sono mai gli artisti? Certo che l’avete notato. La street art è effimera per sua natura, vive il cambiamento -è il suo bello, dice il saggio. Qualche mese fa arrivò Invader a Ravenna e fece qualche intervento: un paio di giorni dopo qualcuno aveva già trafugato due mosaici che aveva installato in zona San Vitale. L’artista non ha fatto girare un comunicato stampa in cui si dichiara deluso del fatto che l’amministrazione non abbia posto una telecamera di fronte a due edifici. Probabilmente qualcuno le ha grattate e se l’è rivendute in nero a qualche collezionista, e ci ha fatto pure qualche migliaio di euro. Credo succeda con una certa regolarità. Sempre a Ravenna c’è uno street artist piuttosto bravo, si chiama Dissenso Cognitivo, che fa interventi in giro per i muri e i cartelli arrugginiti per le affissioni. Sul cavalcavia vicino al mausoleo di Teodorico c’è un suo disegno devastato da qualche cazzaro che ci ha tirato sopra dei ghirigori con una bomboletta. A quanto ne so non si è mai lamentato di questa cosa: non è nemmeno una questione di etichetta, è proprio logica. Se dipingi su un muro, non hai diritti su quell’opera. Il diritto di distruggere esercitato da Blu, in questo senso, è lo stesso diritto che avrebbe potuto esercitare qualunque pensionato infastidito dagli stessi disegni o qualunque Massi che ama Betty e lo vuole scrivere proprio in corrispondenza del cranio dello storpio al guinzaglio -e tra i vari paradossi della vicenda di questi giorni, è difficile pensarne uno più emblematico del fatto che alcuni ragazzi del Crash siano stati denunciati per aver aiutato Blu a cancellare i suoi graffiti.

È una cosa abbastanza vicina all’evoluzione del concetto di sciopero. Ho più di 35 anni e sono stato -credo- tra gli ultimi ad aver conosciuto l’idea di sciopero classico: i lavoratori incrociano le braccia e creano disservizi, la gente si rende conto di cosa si tratta, prende una posizione. Oggi non è più così: la creazione di un disservizio è sempre e solo vista come tale e tende ad allontanare tra loro le classi lavoratrici. Si bestemmia contro benzinai, impiegati comunali, postini, sbirri, insegnanti e via andare: non si pensa quasi mai che uno loro siano noi. Quanto è stupido ridurre la reazione al gesto di Blu ad un dibattito sulla bellezza, come se la sua roba non fosse violentissima ed ultra-conflittuale? A che serve riportare le dichiarazioni di un Daniele Ara per cui è di vitale importanza puntualizzare che “ora al posto di quell’opera arriveranno le solite scritte idiote”? Che obbligo dovrebbe avere Blu, uno che agisce perlopiù in contrasto con i luoghi che si sono trovati loro malgrado ad ospitarlo, nei confronti della popolazione del luogo? Dove cazzo era tutta questa gente bisognosa di BELLEZZA quando erano in corso i processi agli street artisti? (OK, fortunatamente a Bologna parliamo del passato remoto).

Quello che molti non sembrano afferrare, nel dibattito di cui sto leggendo, è che Blu non ha agito in difesa di un principio intellettuale di massima: il problema non è “la street art che esce dalle strade e entra nei musei”. È un falso problema, uno specchietto nelle allodole, la scintilla di un dibattito che sta spolpando le ossa di una questione tutto sommato poco rilevante, e rischia di mettere sullo sfondo un sistema che è fatto di persone, comportamenti e minacce. Invece Blu ha il coraggio di prendersela specificamente con una mostra, un ente organizzatore, qualcuno che tira i fili, un’amministrazione che fa spallucce. Le armi che usa sono le uniche a sua disposizione: la sua opera e il credito di cui gode. Dal comunicato di Wu Ming: “Non importa se le opere staccate a Bologna sono due o cinquanta; se i muri che le ospitavano erano nascosti dentro fabbriche in demolizione oppure in bella vista nella periferia Nord. Non importa nemmeno indagare il grottesco paradosso rappresentato dall’arte di strada dentro un museo. La mostra Street Art. Banksy & Co. è il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi.

La parola che più mi sta sulle palle in questi giorni è “provocazione”. È una parola che associo ai video softporno di qualche popstar di ultima generazione che in mancanza di meglio spinge sul proibito da operetta. La reazione di Blu, invece, è violentissima. È violenta nei confronti delle istituzioni, è violenta nei confronti della città di Bologna, è violenta nei confronti dei numerosi amanti della sua roba, è violenta nei confronti di chi stava portando avanti il dibattito sulla mostra. Direi che è anche, involontariamente, violenta nei confronti delle reazioni meno violente delle sue: l’immagine di Ericailcane che aveva fatto il giro dei social una settimana fa, oggi di riflesso sembra quasi il capriccio di un bambino viziato. La violenza più grossa, tuttavia, Blu la fa a se stesso: il costo emotivo e personale della cancellazione di così tanto lavoro, e di un pezzo di vita personale così grande, in una città come Bologna, è semplicemente incalcolabile. Di questo la gente non sta parlando a sufficienza: del dolore e del sacrificio che comportano un gesto del genere e del fatto che siano quel dolore e quel sacrificio, così in bella vista, a rendere il gesto così poderoso. Altro che performance.

La quotidianità di internet si fonda su un ragionevole ammontare di episodi del genere, che accadono ad intervalli di tempo sempre più ridotti e generano assuefazione. Quando siamo online la nostra vita quotidiana si fonda sul bisogno di commentare a caldo. È un tragedy-freakshow basato su meccanismi simili a quelli che regolano le tossicodipendenze, ci si accontenta di tutto quello che passa sotto gli occhi e genera una ragionevole confluenza di pareri a cui potersi attaccare. A lungo andare diventa un anestetico: ci armiamo per il dibattito e non siamo più in grado di distinguere una cosa di portata gigantesca da una menata attira-click. Non capita tutti i giorni di assistere ad un gesto violento cazzuto e importante come quello di Blu, un gesto che ha un suo senso nell’ispirare le persone. Che andasse a finire nel dimenticatoio dei dibattiti che ricominciano ogni volta dall’inizio ed in cui ognuno è sempre di destra o di sinistra o post-ideologico e nessuno parla mai di niente di specifico e nessuno parla mai davvero con nessun altro. Allora ha un suo senso preciso che di tutta l’opera di Blu a Bologna, dopo questo weekend di metà marzo, rimanga oggi un fazzolettino di muro, fuori dall’XM, che raffigura il Cassero di Porta Santo Stefano, dove aveva sede Atlantide prima dello sgombero. Purtroppo non è sufficiente a riscrivere la storia, ma la racconta come non è riuscito a fare quasi nessun altro.

Per cui, se dipendesse da me, invece di discutere delle ragioni e delle conseguenze, preferirei che la cosa fatta da Blu ci ispirasse in qualche modo, e che riuscissimo a tenerla a mente anche domani, o quando succederà la prossima cosa che finirà per convogliare il dibattito. Che questa cosa ci permettesse di vedere nel nostro piccolo in quale altro modo possiamo gestire la nostra creatività, in che modo possiamo vivere la città in cui viviamo, o magari porci il problema di chi si sta prendendo cosa. Mica sempre: una volta ogni tanto basterebbe. E magari fissare una data sul calendario: 12 marzo 2016. A Bologna un tizio si mise in mezzo e sacrificò tutta la sua opera per denunciare un abuso.

Speculazioni probabilmente insensate intorno ad una possibile playlist del 2015

3Credo sia inevitabile disaffezionarsi un po’ alle playlist di fine anno, dopo aver passato decenni a spulciarle e spaccare il capello. Rimane comunque uno sport affascinante a cui mi dedico con un briciolo di piacere, contribuendo dove/come posso e flammando saltuariamente. La prima cosa che salta agli occhi se leggete le playlist del 2015, tuttavia, è la loro uniformità. Ci sono venti-venticinque dischi a cui quasi tutte le playlist fanno in qualche modo riferimento, una dozzina di outsider a confondere un briciolo le carte e nessun vero colpo di testa. Fin troppo scontato l’esempio di Kendrick Lamar, forse il disco più amato del 2015: difficile non vederlo nelle primissime posizioni di ogni classifica, e sostanzialmente impossibile che non faccia mostra di sè tra i primi 50. La stessa cosa che succede, in misura leggermente inferiore, a molti altri dischi: Courtney Barnett, Sufjan Stevens, Vince Staples…

Sempre successo, sia chiaro. La cosa ha un po’ il sapore del paradosso se pensiamo a come si sono evoluti il consumo e la critica musicale nell’ultimo decennio. Difficile negare che in questi anni si siano compiuti enormi passi avanti nelle questioni legate al libero accesso alla musica (sia esso legale o illegale, è sempre più difficile avere a che fare con dischi “fisici” di cui non si trova traccia online); difficile negare anche che nella stampa musicale le fonti si siano moltiplicate e che la gente che mette il becco sulla musica nel 2015 sia più di quanta sia mai stata. Quindi, approssimando, tutti abbiamo accesso a qualsiasi disco metta il becco in occidente, e per ogni disco centinaia di migliaia di persone si sentono in dovere, o quantomeno in diritto, di dare un’opinione. Tutti i pareri sul disco di Kendrick Lamar iniziano descrivendolo come un disco molto politico, schierato ed estremamente complesso dal punto di vista musicale. Se questo fosse vero, a qualcuno  il  disco dovrebbe fare schifo. Possibile che un artista così radicale e personale riesca a mettere d’accordo Obama e Ondarock? Sembra di sì.

 

Altro esempio: Holly Herndon, ancora più radicale e schierata, un’artista che lavora su un linguaggio preciso ed esclusivo (nel senso letterale del termine, racconta se stessa attraverso la musica in una modalità molto personale e per larga parte incomprensibile. Avete letto recensioni che fanno a pezzi il suo disco, anche solo dal punto di vista ideologico? Io no. La stessa Herndon rilascia dichiarazioni a nastro sul fatto che -secondo il suo approccio- sia quasi impossibile raccontare ad esempio una storia d’amore contemporanea affidandosi a piano e chitarra. Che senso ha inserirla in una playlist 2015 tra Sufjan Stevens e Courtney Barnett? In altre parole: perchè nel 2015 non è più concepibile uno straccio di linea editoriale, non è più pensabile che una rivista possa/debba scegliere di promuovere o bocciare i dischi su base partigiana, partendo da un approccio alla materia che porta ad includere qualcosa ed escludere qualcos’altro?

Le risposte che vengono date a queste domande sono principalmente due. La prima è che le classifiche di solito sono fatte all’interno di redazioni composte da più individui, e i primi posti sono il risultato di una maggior convergenza. Il fatto che siano tutte uguali mostra una specie di convergenza aritmetica su un gruppo di dischi “medi” che riescano a mettere d’accordo tutti –e per definizione non offendano nessuno, cosa che in un anno come il 2015 in cui le playlist si compongono di moltissimr opere che puntano sul loro essere ostinatamente “radicali” non fa altro che aumentare il livello del paradosso. La seconda risposta è “chi se ne frega, è una classifica”. È una risposta radicata nei meandri del subconscio dell’internet legato alla musica, e fa riferimento a una dicotomia vecchia quindici anni per cui a nessuno di noi frega davvero di far uscire un listone di fine anno ma tutti ci sentiamo obbligati a farlo, magari con l’aggravante di quell’atteggiamento da giretto nei bassifondi, da intellettuale superiore a questi giochetti ma ehi, che ti costa. Anche io, eh: l’idea di mettermi (da ottobre in poi!) a fare una classifica dei miei dischi di fine anno mi fa soffocare, ma mi sono comunque prestato a farlo per quattro pubblicazioni tra riviste cartacee e siti internet. Il punto è che questa dicotomia senza senso si può risolvere solo in un sistema in cui, alla fine di tutto, tutti sono tranquilli e rilassati e gli argomenti vengono affrontati partendo dal presupposto che sì, magari ne parlo male ma in maniera molto easy, cosa tutto sommato vera. Scopate un po’ e affrontate i veri problemi.

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Personalmente preferisco altre tre interpretazioni. La prima è che i cosiddetti “generi musicali” sono tutt’altro che morti e anzi stanno evolvendosi e dividendosi, progressivamente, in mentalità strutturate che si riferiscono più ad un pubblico di riferimento che nessuno ha ancora ben canonizzato. Ad esempio è difficile dire che oggigiorno abbia ancora senso portare avanti una fantomatica battaglia tra “rock” e “musica elettronica” (che all’atto pratico, fuori dalle recensioni e dagli articoli, non sta avendo luogo); e al contempo stanno diventando sempre più visibili i confini di un nuovo genere musicale, che potremmo chiamare “musica per intellettuali della musica” e codifica decine di generi musicali (rap, rock, metal estremo, jazz, dance, elettronica da ascolto, avant, musiche tradizionali e via di questo passo) che vengono ascoltati contemporaneamente dallo stesso ascoltatore in quanto libero intellettuale. I dischi più presenti nelle classifiche di fine anno fanno riferimento a un pubblico formato -in larghissima maggioranza- da questo tipo di ascoltatori autoconvinti di essere “trasversali”, ma accomunati da una serie di procedure e automatismi che regolano in modo piuttosto rigido il flusso di musica in entrata. Se un disco o un artista riesce ad entrare in questo flusso e farsi notare, lo si trova nelle playlist del 2015.

La seconda risposta è quella della semplicità: ascoltiamo tutti gli stessi dischi, perchè sono “sicuri”, sono comunque tanti e non ci fanno perdere tempo. Far sì che la propria musica venga ascoltata, a partire da qualsiasi livello di popolarità, è molto più facile rispetto a qualche decennio fa, e quasi tutti i dischi in cima alla classifica sono “buoni” o “interessanti”.

La terza risposta è che il grado di bullismo su internet sta aumentando, e il plebiscito tende ad autoalimentarsi. Può essere piuttosto frustrante trovarsi a parlare male del disco di Grimes su un social network quando tutti ne parlano con toni estatici: tocca giustificarsi e subire il giudizio di chi non è d’accordo, imbarcandosi in discussioni che spaccano il capello e finiscono per trasformare un normalissimo parere negativo (sul disco di Grimes, hai mica detto Coltrane) in una complessa dichiarazione politica che non hai semplicemente l’energia di mantenere, e quindi la maggior parte delle volte si lascia perdere e si riserva ai dischi pietosi un pietoso silenzio, alterando marginalmente la percezione generale di un artista. Ecco, una cosa di cui non parla mai nessuno è l’energia che serve a stare qua dentro.

Ho 38 anni, un lavoro, una famiglia e degli interessi. Il lavoro mi porta via la maggior parte del tempo e la famiglia la maggior parte del tempo rimanente. Sono interessato all’arte in generale: musica, libri, film, fumetti, fotografia e tutto il resto. Dieci anni fa l’unico vero limite al mio consumo e alla mia produzione di cultura (diciamo così) era economico: avevo tot soldi da spendere e me li gestivo come potevo. Vedevo tre film al cinema a settimana, compravo centinaia di dischi all’anno, uscivo periodicamente a fare foto, scrivevo per tutta la sera, leggevo una cinquantina di libri l’anno, fumetti nei ritagli di tempo, centinaia di concerti eccetera. Potevo permettermi di isolarmi al mondo per due giorni e passare tutto il tempo a scrivere, disegnare o dipingere. Metter su famiglia mi ha messo di fronte a delle scelte: dal 2013 ad oggi i cinquanta libri all’anno sono diventati cinque, i film al cinema sono diventati tre o quattro in un anno solare. Cinque anni fa per me era del tutto inconcepibile andare al cinema e trovarmi davanti la locandina di un film interessante di cui non sapevo assolutamente nulla: oggi è la regola. Tenersi informati su qualcosa costa tempo e costa energia: l’impegno che butti in una cosa è la principale unità di misura delle cose che fai. Mentre scrivo questo pezzo penso a tutto quello che non sto scrivendo, guardando, ascoltando e disegnando in questo momento, a lungo andare diventa una specie di ossessione da tempo perduto.

Non è che mi sto lamentando: non c’è nulla di strano in questa cosa, è quello che succede a tutti. Continuiamo ad andare avanti tagliando progressivamente un pezzo, poi un altro e un altro ancora, e tendiamo quasi tutti ad un futuro sulla poltrona a guardare il Cesena o l’equivalente 2036/accelerazionista del Cesena.  Quello che è strano, invece, è che non riesco ancora a percepirmi come un personaggio anacronistico. Prendiamo la musica: apro una rivista e conosco quasi tutto quello di cui parla, magari in maniera superficiale o incompleta, ma so di cosa si sta parlando. Entro in un locale a vedere un concerto e non mi sento oggetto degli sfottò di persone con quindici anni in meno di me, anzi ormai i concerti a cui vado sono invasi di persone della mia stessa età che portano i miei stessi vestiti e le mie stesse barbe. In qualche modo le persone della mia generazione sono rimaste un target importantissimo per la musica d’autore. Molta della musica che viene prodotta oggi sembra fatta apposta per soddisfare bisogni da ultratrentenni: che sia estremamente catchy ma che al contempo se ne riesca a cogliere immediatamente la complessità tecnica e gli infiniti riferimenti passati –ancora Lamar, ancora Herndon, ancora Staples, Ronson, Courtney Barnett, Kamasi Washington, Arca, Jim O’Rourke, Tame Impala, Deafheaven, Julia Holter, Jerusalem in my Heart, Viet Cong, 0PN, Father John Misty e un sacco di altri. Non è che siano brutti dischi (ok, alcuni sono orribili, parere personale), ma sono la principale manifestazione di un periodo musicale per nulla eccitante in cui tutto è facilmente comprensibile da tutti, e allo stesso tempo colto e ricercato. Per nulla a caso è frequentissimo trovarsi di fronte a dischi di pop-R&B realizzati in cima alla catena alimentare, che si avvalgono di collaboratori di ultra-pregio e trovano anche molta stampa favorevole. In Italia l’esempio più mastodontico è il doppio album di Jovanotti, ma non è così diverso il caso dell’ultimo disco di Justin Bieber, a cui è bastato tirar su due collaboratori fighi per diventare un caso culturale del pop contemporaneo; per non parlare di roba tipo Carly Rae Jepsen che –senza nessuna ragione intuibile- passa da guilty pleasure a serissima manifestazione di cantautorato popolare contemporaneo e riesce a dare persino qualche spallata nelle playlist dei siti più in vista. Alla fine sono incarnazioni diverse dello stesso bisogno, qualcosa che stia in mezzo e giustifichi il bisogno di roba che possa essere ascoltata per pura evasione.

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Nel momento in cui mi sono ritrovato a compilare le classifiche di fine anno non ho trovato molte cose che mi andasse di inserire. Guardando indietro, è stato un anno in cui ho consumato musica in modo estremamente passivo, ascoltando quasi solo dischi che qualcuno mi ha chiesto di ascoltare o dischi che ascoltavano tutti. Con il risultato che non ho trovato quasi niente che sentissi particolarmente “mio” e della maggior parte dei dischi che ho apprezzato non ho sentito il minimo impulso a scriverne. Per il prossimo anno ho deciso che non andrà più così: costi quel che costi, voglio trovare l’energia che serve a cercare tre dischi che mi facciano girare la testa, a costo di dover ricominciare da zero e costruirmi un percorso di ricerca, sacrificando per strada un buon centinaio di dischi che è obbligatorio ascoltare.

Per cui, insomma, una classifica del 2015 vera e propria non c’è, o se c’è è fatta in larga maggioranza di dischi che hanno già ascoltato tutti e non ha senso rileggere qui dentro. Il mio disco dell’anno è Cervino di Caso, e credo che sia la prima volta che amo così tanto un disco di cantautorato italiano. è un disco molto piccolo, quasi insulso, e tutt’altro che perfetto, ma è anche l’album con cui mi sono trovato a scambiare il maggior grado di emotività. Se siete di quelli per cui nel 2015 conta il disco di D’Angelo anche se è uscito a dicembre scorso, vi ringrazio tanto perchè mi permettete di mettere dentro alla mia playlist American Intelligence di Theo Parrish, che è uscito lo stesso giorno e ha segnato la presenza più costante nei miei ascolti lungo il 2015. Stando alla rigidità dell’anno solare il disco che ho preferito è The Ark Work dei Liturgy, forse il primo album di un gruppo fuoriuscito dal black metal che punta a stupire per quello che contiene piuttosto che per quello che non contiene (e nel farlo si trova a mirare altissimo e diventare una delle pochissime cose “rock” di oggi che sembrano aprire uno scenario invece che risputare nuove versioni di linguaggi vecchi come il cucco). E probabilmente sono d’accordo con tutti su Mutant di Arca: è il disco più 2015 del 2015, quello che si racconta meglio e che tocca più sfumature. Degli altri dischi che mi sono piaciuti non sono sicuro, faccio un elenco parziale e ridondante: Micachu, Heroin in Tahiti, Clever Square, Lightning Bolt, Wolf Eyes, Mike Cooper, Uochi Toki, Marnero, Algiers, Permanent Fatal Error, Panoram, Jlin, Courtney Barnett, New Order, Sun Kil Moon, High On Fire, FKA twigs, M.E.S.H., Luca Sigurtà, Fennesz/King Midas Sound, TIOGS. Nessuno di questi mi ha davvero spazzato via, faccio con quello che ho. Dischi ultra-osannati che mi hanno fatto cacare: Tame Impala, Mark Ronson, Deerhunter,  Beach House, Drake, Grimes, Father John Misty, Kendrick Lamar, Deafheaven, Carly Rae Jepsen. Dischi che mi aspettavo fighi e in qualche misura mi hanno deluso: Black Breath, Zu, Bachi da Pietra, Sleater-Kinney, Dr.Dre, Prurient, Oneohtrix Point Never. Buon anno.

L’adorabile inutilità di Courtney Barnett

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Sabato scorso ho deciso di innamorarmi del disco di Courtney Barnett. È stata una decisione più o meno scientifica, basata sugli ascolti che gli avevo dato i mesi scorsi –da cui era uscita fuori l’idea che fosse un buon disco, di quel buono con cui si ha a che fare su base bimestrale anche in tempi di crisi, e che tutto sommato il suo successo critico così elevato dà la misura della situazione generale del rock d’autore, chiamiamolo così. Insomma, mi sono messo lì e mi sono innamorato. Il suo accento, certi dettagli dei testi, la musica da ascoltare, è un disco assolutamente adorabile che ascolterò tantissimo e non lascerà alcuna traccia. I dischi che preferisco oggi sono tutti così.

Da qualche anno sento sfuggirmi di dosso la passione per la musica, nel senso, quella cosa che ti senti tutto carico quando sta uscendo un disco che aspetti e lo scarti e lo suoni, o che so, quando ascolti un gruppo per la prima volta e rimani a bocca aperta. Qualche anno fa notavo che mi succedeva sempre meno spesso, ora sto notando che non mi succede proprio più. Occasionalmente mi capita di incolpare la musica per questa cosa, nel senso che secondo me molti dei dischi che piacciono a molte persone e stanno nelle playlist delle buone riviste alt-rock, che tutto sommato è la musica che ascolto, in realtà non sono tutto questo granché. Oddio, al trenta per cento è anche una questione legata a come sono cambiati i gusti del pubblico in generale: la musica da qualche anno a questa parte è diventata un po’ più generica di com’era quindici o venti anni fa. Ed è vero che i tempi sono cambiati e oggi la musica è un briciolo più anonima, ma la verità ultima e definitiva è che sono io a non aver più voglia di prendere la macchina e andare a vedere qualche ventenne che non conosco a 25 km da qui. Due giorni fa leggevo un articolo molto interessante di Birsa Alessandri intitolato La musica dance sta uccidendo l’indie rock ma non abbastanza in fretta, e parla del fatto che la musica dance stia in qualche modo uccidendo l’indie rock (utilizzando concetti tipo “hetero-middle-whiteness” e “fallocrazia”, che effettivamente sono sempre stati abbastanza problematici in un certo tipo di musica e di narrativa musicale, anche se continuo a credere lo siano stati meno di quanto si vada dicendo ultimamente in giro) ma non lo stia facendo abbastanza in fretta. Probabilmente un paio d’anni fa sarei stato in feroce disaccordo, ora sono disposto ad ammettere molte delle ragioni del pezzo -e per quello su cui non sono d’accordo, non vedo manco più il punto di star lì a contestare. Quello che mi interessa comunque, nell’articolo e forse nell’idea generale di musica che ha uno come Birsa, è questa concezione della musica come occupazione di spazio, che sia culturale o fisico o quel che è. Voglio dire, io non sono d’accordissimo con alcuni presupposti dialettici di questa concezione, ad esempio l’idea che debba arrivare qualcosa di meglio a spazzare via il peggio o che insomma arrivi qualcosa che a spazzare via qualcos’altro, come a cercare aria per respirare. È una concezione che s’è sempre predicata, anche e soprattutto nelle culture da cui bene o male ho preso tutto: pensare solo a tutta la retorica del primo-secondo-terzo punk, un’altra di quelle cose che mi hanno esaltato per 10 anni e che ora, se mi capita di risentirle, mi fan venir voglia di spaccar vetri. Ma al contempo in queste sottoculture potevi tutto sommato fare la tua cosa senza che qualcuno venisse troppo a rompere il cazzo, e una volta creato un network –per quanto piccolo e sfigato- le cose funzionavano a meraviglia.

La cosa paradossale è che oggi la cosa dei network sarebbe ancor più fattibile, nel senso, non costa quasi niente –si può suonare e scrivere di un genere musicale preciso e di ultra nicchia, diventare essenziali per 45 persone in Italia invece che vagamente piacevoli per 4500. La questione è che non viene fatto. Perché? Non lo so. In parte è per la questione dell’occupazione, occupare questo, occupare quest’altro. l’idea che un argomento più “caldo” possa essere affrontato meglio da me che da quest’altra persona che ne scrive su quest’altro quotidiano in maniera imprecisa o senza trasporto. Un’altra ragione è che basta scrivere di argomenti più emersi per essere notati, e di conseguenza generare un dibattito più dinamico, e il crearsi di un dibattito può dare molta dipendenza. Sia quel che sia, la principale rete di persone che operano qui in giro è composta da persone che si occupano tutte della stessa cosa e suonano tutte la stessa musica e fanno tutte lo stesso cinema e gli stessi libri, guardacaso le stesse cose che tutti ascoltano guardano e leggono, in un bizzarro circolo vizioso dell’inutile ad ogni costo che 1 ha un vago retrogusto onanista e 2 lascia poche speranze di rottura, tra virgolette, futura. Così mi capita di pormi spesso, di questi tempi, un problema che è opposto a quello dell’occupazione, un problema legato al liberare degli spazi, al togliermi dai posti. Gli Uochi Toki a un certo punto dicevano “voglio essere l’unico a pensarla”, ed è tutto sommato una buona approssimazione. La maggior parte dei pezzi che inizio e magari completo non vanno a finire in pagina perché non riesco a trovare un giusto punto d’incontro tra quello che ho voglia di scrivere e quello che abbia un briciolo di senso avere scritto. Il risultato a volte è una settimana di stacco tra un pezzo pubblicato e il successivo. E qualche piccolo occasionale paradosso, ad esempio il fatto che sul mio blog non ho pubblicato articoli o recensioni su nessuno dei dischi che ho amato di più quest’anno.

Magari è stupido a pensarci, ma cosa scrivi di un disco che ti piace? Dipende dal perché ti piacciono. È una fase in cui per me hanno molto senso le raccolte di canzoni, la scrittura dei musicisti, magari due linee di testo che mi si aprono in testa. E questo a livello di scrittura può essere un vicolo cieco perché l’unico modo di portarci a casa un articolo decente è cercare di entrare in sintonia con la scrittura delle canzoni stando lontani dalla critica musicale, una cosa che praticare mi fa sempre più schifo. Un modo ragionevole per farlo, un modo che non mi stanca nel brevissimo, è trovare un punto di incontro tra le canzoni che mi piacciono e i pezzi in cui scrivo. Ad esempio adottare un certo linguaggio o una linea di testo e raccontare una storia e andare avanti finchè il coso non è pronto da mettere in pagina, e molto spesso finisco a guardare il pezzo e pensare che sto facendo schifo. La ragione fondamentale è che a un certo punto mi viene in mente questo tizio che conoscevo nei primi tempi di internet: scriveva le recensioni di discacci tipo Sadness Will Prevail su certe riviste metal, cercando di “descrivere le sensazioni che provavo al momento”. Venivano fuori citazioni della bibbia e scene mutuate da certi horror, e una volta avrei provato a scrivere cose divertenti per intrattenere il lettore ma in questa fase odio anche scrivere in maniera divertente. Così la cosa più ragionevole diventa smettere di incaponirsi e buttare il file nel cestino. Sento sempre più spesso, questo sì, di occupare uno spazio che qualcun altro potrebbe occupare con qualcosa di più importante e quindi boh, lasciamo che qualcuno dia un parere più appassionato su qualcosa che potrebbe interessarci di più. A chi frega davvero di quello che pensiamo della musica? Qual è il punto, dato che nessuno di noialtri ci tira fuori un vero stipendio?

Dal punto di vista critico, sento che essere preso bene dalle canzoni piuttosto che dai suoni e dai linguaggi squalifica almeno in parte le cose che scrivo, nel senso che tende a sfuggirmi il polso del presente (figurarsi quello del futuro) e fa planare molte delle cose di cui mi occupo su discorsi stupidi. Ad esempio: cosa di quello che esce oggi avrebbe avuto senso se fosse uscito vent’anni fa? Fino a che punto si può continuare ad ascoltare lo stesso disco prima di sentire di essere alla messa domenicale? I testi di questo disco sono abbastanza buoni da farmi dimenticare che sto ascoltando la stessa merda da trent’anni? sono problemi stupidi, dicevo. Più senso avrebbe capire a grandi linee qual è il mio posto nel mondo, in questa cosa, e sapere chi sono le persone a cui sto parlando, e magari parlare a loro in un modo più quieto. A questo proposito, il disco di Courtney Barnett non mi serve mica così tanto. Lei sta lì a cantare con questo atteggiamento stralunato e indolente e parla di starsene sveglia a fissare il soffitto alle tre di notte con l’odore di olio usato che viene dalla cucina e fa necrochic, e certi piatti su cui è disegnato un levriero irlandese con una baguette al collo e nel complesso le viene da pensare che ha fame e le viene anche da pensare alla persona a cui sta pensando. E questa cosa che fa è bellissima e forse un giorno lontano mi avrebbe salvato la vita, ma la mia vita di allora era più semplice o più difficile o avevo comunque più immaginazione. Oggi sì, innamorarmi scientemente di Courtney Barnett e del suo disco inutilmente adorabile è il palliativo intellettuale di qualcosa che una volta sarebbe stato emotivo e magari avrebbe prodotto un articoletto più bello di questo. Non è necessariamente una cosa meno sincera, anzi magari lo è di più, ma cosa ce ne facciamo?

Perchè Bastonate si chiama Bastonate

BSTA

“Bastonate, lo dice anche il nome (poteva chiamarsi Manganello oltre 70 anni fa), è un sito di tipo “ventennio” abituato a manganellare chiunque con l’unico intento di distruggere per farsi notare e prendere magari un premio da chi organizza la Festa della Rete, un altro noto personaggio che si inseriva negli account dei vip per rubare notizie: e abbiamo detto tutto.”

è sulla pagina FB di un tizio che ha linkato il pezzo di Frigieri dell’altro giorno. La cosa mi dà l’occasione per spiegare, in maniera più o meno ufficiale (ufficiosamente è la settantesima volta che lo faccio), perchè questo sito ha un nome così stupido.
Nel 2009 era appena uscito I 400 Calci ed era una formula che mi piaceva molto -trovare una cosa specifica da trattare e scriverne con un linguaggio e una grammatica e dei riferimenti che avrebbero compreso appieno solo quelli che erano già interessati a una cosa specifica. Di siti sul metal ce n’erano tanti in Italia, ma i blog non erano molti e comunque avevano quasi tutti un’impostazione più classica o più tipo gonzo. Così ho pensato di provare a tirar su un blog che parlasse di musica pesa, non necessariamente solo metal -anzi più che altro sludge e derivati. Avevo scritto un paio di cose corte per vedere se il formato e i contenuti potessero avere un briciolo di senso; decisi che forse sì ma magari non così tanto però magari con Matteo forse sì. Al nome non ci ho pensato molto, nel senso, volevo vederlo online e rendermi conto dei se, e doveva essere un sito che parlasse di musica pesante, magari con un nome arrogante stronzo e via andare, tipo che so, BASTONATE. Tac.

(quando mi è venuto in mente ho sorriso mezzo minuto, tipo ho pensato a una conversazione tra due tizi vestiti male, “HAI LETTO COSA HA SCRITTO BASTONATE OGGI?” o “SIGNORA, SONO ACCREDITATO PER LA RIVISTA BASTONATE”. Meglio sorridere mezzo minuto che una citazione o un titolo inglese, tipo EXIT ONLY o THE SHAPE OF BLOG TO COME)

Poi insomma, sono andato online e ci ho dormito una notte e il giorno dopo Matteo e gli altri mi han risposto che sì, potevamo provarci, facciamolo. Da lì in poi è andata un po’ a rotoli: abbiamo deciso che la musica poteva anche non essere pesante, anzi proprio sticazzi, e poi anche copiare metalsucks o i 400 calci non avrebbe avuto senso quanto boh, provare a fare una roba diversa che non avevamo manco in testa -e anche oggi non è che mi sia chiarissima. Il nome è rimasto perchè all’inizio scrivevamo per 10 visitatori al giorno e non aveva molto senso star lì a far strategie. Poi la gente ha iniziato a leggerci un po’ di più e a quel punto non aveva più senso scegliere un altro nome.

E questo è più o meno quanto. Segue un rapidissimo elenco delle cose più fastidiose che ti capitano se scegli un nome tipo BASTONATE per il tuo sito musicale:

1 Ogni tanto arriva qualcuno e mi dà del fascista per via del nome del sito. BASTONATE, HAHAHAHA, FASCI. “Fascista” è una di quelle parole con cui è facile smettere di ragionare, tocca scegliere se sentirsi molto lusingati o molto offesi o battersene il cazzo, e in tutti e tre i casi siamo comunque al limite del paradosso -nel senso che qualcuno per quella parola lì ci è morto e continua a morirci, e qualcun altro non ha alcun problema a tirarla fuori per insultare un sito di musica. Ecco, diciamo che Bastonate non si chiama Bastonate in onore a Benito Mussolini, e più in generale il mio orientamento politico non sono affari vostri -anzi spero che di tanto in tanto qualcuno mi dia credito di quanta energia spendo per fare affiorare il meno possibile i miei pipponi politici-sociali-economici nel sito).

2 Le volte che mi viene in mente di cercare “bastonate” tipo su google per sapere se qualcuno parla di me, mi trovo in mezzo a certe storie di cronaca svilenti tipo “uccide la moglie a bastonate” o commenti sul genere “io questi qua li prenderei tutti a bastonate”. Non va bene per il karma, qualunque cosa sia il karma. Tra l’altro una delle cose più frustranti è che per dire su Facebook non è possibile tracciare le discussioni che avvengono intorno al mio sito, se non in minima parte. Probabilmente se sei un gruppo esposto all’odio manifesto di una certa classe di ascoltatori, non so, i Verdena, questa cosa è anche positiva -tiene al riparo il fegato. Io invece amo molto sapere se le cose che scriviamo generano quante e quali discussioni, e se vado a cercarlo mi vengono sempre fuori episodi di cronaca nera del basso Veneto.

3 Tre o quattro volte a settimana qualcuno (artisti, gruppi, etichette) mi contatta direttamente e mi manda il disco e mi dice “così ci puoi bastonare” o “ti va di bastonarci?” o “ecco il disco, bastonatori”. Questa cosa mi rompe un sacco il cazzo perchè né io né gli altri che scrivono siamo persone aggressive, e se lo siamo non abbiamo aperto il sito per sublimare chissà cosa. Questa cosa mi rompe un sacco il cazzo perchè implica che se parlo male sul disco lo faccio sull’onda di una mission o che ne so, una linea editoriale, e Bastonate non ha né l’una né l’altra -la responsabilità della qualità dei dischi che mi mandate è VOSTRA, io ho solo la responsabilità dei miei gusti. Leggete i pezzi e decidete se mandarmi le cose o no. Oppure non fatelo (immagino serva troppo tempo), ma non difendetevi con l’aggressività passiva di quelli che ehi, questo sito qui è per hater e questa rivista qua tanto stronca tutti.

Morrissey (stasera, a Cesena)

morrissey

Quando gli Smiths si sciolsero, nel 1987, avevo dieci anni. A posteriori posso ricordare alcuni flash di quello che poteva essere viverseli sul momento: mio fratello chiuso in bagno per un’ora e mezzo con il mangianastri che pompava musica che non sentivo da nessun’altra parte; una decina d’anni dopo ascoltare How Soon Is Now? e ricordare che era una delle canzoni che metteva più spesso. A quei tempi, in ogni caso, gli Smiths mi scivolarono relativamente addosso. Mi piacevano alcuni singoli, uscii pazzo quando sentii Please Please Please musicare la pubblicità di una birra in TV, mi ritrovai a canticchiare spesso There Is a Light That Never Goes Out in anni nei quali ascoltavo praticamente solo metal (rispondeva ai principali requisiti: estrema, mortifera, ironica), Bigmouth Strikes AgainPanic che incitava a impiccare i dj e boh, un’altra decina di altre. E riuscivo a vedere l’impatto eccezionale delle copertine dei loro dischi, ma tutte quelle cose non riuscivo a metterle una insieme all’altra. Ascoltare un disco degli Smiths, dopo tre o quattro canzoni, è sempre stata una sofferenza. Le compilation, stessa cosa. Le produzioni così anni ottanta, quei riverberi, la voce così enfatica di Morrissey, la chitarrina appuntita di Marr: non era roba mia.

Per qualcuno, molte persone in realtà, gli Smiths sono uno dei gruppi della vita. Le ho guardate per lungo tempo con un briciolo di sospetto, un po’ perché ho gusti diversi e un po’ perché in larga parte era lo stesso Morrissey a prenderle per il culo (rileggetevi il testo di Heaven Knows I’m Miserable Now). La proiezione di questi ragazzi magri e pettinati con gli occhialoni, che piangono e piangono per qualsiasi sciagura capiti alle loro vite, tipo il compito di latino o il supermercato che non tiene più i tegolini. Poi ho scoperto che anche alcune delle mie persone preferite hanno gli Smiths tra i dieci gruppi della vita. Uno è il mio collega Matteo, che conobbi su un forum metal all’altezza del 2000, in una discussione sui Neurosis, lui parlava con cognizione di causa e aveva la copertina di Meat is Murder come avatar. Un altro è Phil Anselmo, di cui potete trovare un video sul tubo in cui parla estasiato per 5 minuti di quanto eccezionale fosse Johnny Marr e di quanto Morrissey fosse il cantante più particolare e riconoscibile della storia dopo King Diamond –e così en passant rivela che sì, c’è un motivo per cui anche i Pantera hanno una canzone che si chiama Cemetery Gates. Un altro ancora è un giornalista musicale di nome Maurizio Blatto: nel 2014 ha pubblicato un libro su Baldini&Castoldi intitolato My Tunes, uno dei più bei libri mai scritti sulla musica. è una specie di raccolta di episodi autobiografici raccontati attraverso 77 canzoni, non necessariamente le sue preferite. L’episodio più commovente del libro è quello che parla di Asleep, una canzone per piano e voce che il gruppo non mise su The Queen Is Dead e usò come b-side del singolo The Boy With The Thorn In His Side. La strana storia di una canzone invisibile, che il gruppo ha suonato una sola volta dal vivo, e che diventa la colonna sonora della vita di un negoziante torinese che alla musica si è dato anima e corpo.

Credo che sia il più bel periodo di sempre per scrivere e leggere di musica. Dopo essere rimasta impantanata per anni in un cliché alla Rolling Stone volto a santificare gli artisti, i loro eccessi e la loro (quasi sempre inesistente) carica rivoluzionaria, la scrittura musicale ha incontrato i blog ed è diventata la sega mentale delle persone che ascoltano la musica. Spariti i blog, è rimasto l’approccio dal basso: la musica che prende un senso quando incontra le persone che la ascoltano, quando la musica dice qualcosa sulla nostra vita (ancora Panic), e allora forse ha più senso parlare della mia vita che della loro musica. Forse è una forma di vampirismo, scrivere della propria vita e leggere delle vite degli altri, ma in fondo sempre meglio che ascoltare l’ennesima storia su Manchester e sulla working class britannica degli anni ottanta. Io, di mio, a Morrissey sono grato soprattutto di questo: checché ne possiamo pensare delle sue canzoni, sembrano destinate a tirare fuori il meglio delle persone che le hanno adottate. Come quella volta che lui, da solista, suonò ad un Heineken Jammin’, sbattuto terzo in scaletta dopo Depeche Mode e Negramaro: sale sul palco in camicia rossa, prende il microfono, il gruppo attacca Panic e ci troviamo tutti in lacrime a chiedere la testa del dj.

Dopo allora non l’ho più visto, più che altro per colpa sua (concerti paccati all’ultimo, pochi pezzi degli Smiths in scaletta, eccetera). Poi è spuntata fuori un po’ all’improvviso, dopo ventiquattr’ore di sì-no-forse-non so, la notizia di un concerto di Morrissey al Carisport di Cesena, che si terrà stasera. Il concerto è organizzato dai ragazzi di Acieloaperto, l’ultima di tante cose eccezionali successe quest’anno per merito loro. Suppongo sia obbligatorio celebrare.

 

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(il pezzo è mio ed è apparso su Romagna&Dintorni Cult di questo mese, ma per una sfiga c’è stato qualche problema con l’editing. Luca mi ha permesso di pubblicare sul sito la versione corretta.)