Qualche disco più o meno recente di cui volevo parlare, e invece poi.

Siete gentili a mandarci in privato il vostro disco e chiedere un’opinione, una recensione, un’intervista, qualcosa. Negli ultimi giorni però ho scritto qualche altra recensione di dischi (nessuno dei quali mandatomi in privato da qualcuno interessato a una mia opinione, no aspetta, uno sì). Non è necessariamente roba recentissima, è che c’è sempre qualcosa che mi blocca prima di pubblicare i pezzi e se non clicco “pubblica” entro breve mi sa che anche a ‘sto giro mi rimane tutto in cassetta. 

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KELLY LEE OWENS – KELLY LEE OWENS Fa parte dell’ormai nutrito sottogruppo di dischi Smalltown Supersound (Neneh Cherry, Carmen Villain etc) che tentano di unire nuovi suoni, female pop e profilo altissimo. Sono tendenzialmente i dischi peggiori che escono per l’etichetta: non è che la musica sia brutta, anzi è proprio fica e giustissima, ma è roba che puoi ascoltare 10 volte a fila e alla fine non ti ricordi manco mezza canzone. Kelly Lee Owens cerca di ovviare aumentando il tasso di giustezza e ficaggine della musica, il disco fila via che è un piacere e alla fine hai comunque voglia di metter su, che ne so, le Shampoo.

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FINE BEFORE YOU CAME – IL NUMERO SETTE Da ascoltatore faccio fatica ad accettare che un gruppo a un certo punto della sua storia fa canzoni urlate a squarciagola e poi boh si siede e si mette a fare qualcos’altro. Capisco perché succeda (si invecchia, ci si affatica, si cresce, boh), ma non porta praticamente mai a dischi migliori o anche solo ugualmente buoni. Tipo a me non viene mai in mente di riascoltare i FBYC del dopo-Ormai, non ce la faccio, mi sembra come quando esci coi tuoi compagni di liceo e a metà della cena hai capito devi scoprire chi di loro è in realtà la Cosa. Però in alcune tracce del Numero Sette, tipo Come Pecore, inizia a venire fuori una versione del gruppo che non somiglia ai FBYC passati ma è comunque tirata e sofferta in quel modo lì un po’ indierock –e la mia malcelata fiducia è nel fatto che questa sia la strada che i FBYC percorreranno da qui in poi. 

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THE FLAMING LIPS – OCZY MLODY Coi Flaming Lips ero un po’ in difficoltà nel senso che per quanto ridicoli siano diventati Wayne Coyne e la sua estetica da Oompa Loompa dell’indie, i dischi “maggiori” dei Lips fino a The Terror sono stati talmente fighi da rendermi disposto ad accettare tutti quei gimmick del cazzo e molti degli inqualificabili side-album del marchio. Oczy Mlody fortunatamente fa schifo (pesante confuso e tristone senza manco la soddisfazione iconoclasta dello sfascio), così posso rigettare tutti i Lips in blocco senza farmi troppe pare. 

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EDDA – GRAZIOSA UTOPIA Odio Edda, è un personaggio del cazzo. Aspetta che faccia un disco sotto al 10 e poi vedi quante gliene dico.  

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DESTROY ALL GONDOLAS – LAGUNA DI SATANA Non ho mai avuto un’etichetta e se mai ne facessi una vorrei che fosse uguale a Macina Dischi, o meglio vorrei che la mia etichetta facesse nell’effetto di sette/otto persone lo stesso effetto che fa a me Macina Dischi quando metto su un disco come quello dei Destroy All Gondolas, sostanzialmente una versione crushing death sconvolta dei Man Or Astro-Man –cioè un concetto che pensavo solo il mio cervello potesse partorire. Probabilmente l’ho scritto da qualche parte e me l’hanno inculata, bastardi. Disco del secolo finchè mi dura la fotta. 

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PONTIAK – DIALECTIC OF IGNORANCE Qualche giorno fa parlavo del modo in cui usiamo gli eufemismi. Ad esempio se ultimamente mi capitasse di scrivere “uno dei dischi rock più coinvolgenti ed esaltanti da molto tempo a questa parte” intenderei in realtà “uno dei pochi dischi rock che sono riuscito ad ascoltare dall’inizio alla fine”. In questo senso il nuovo disco dei Pontiak è decisamente uno dei dischi rock più coinvolgenti ed  esaltanti da molto tempo a questa parte. 

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RAINBOW ISLAND – CRYSTAL SMERLUVIO RIDDIMS Conflitto d’interessi nel senso che pur essendo i Rainbow Island il miglior gruppo italiano in attività, Dj Pikkio è una colonna portante del sito Bastonate. Ho pensato che l’unico modo per risolvere il conflitto d’interessi sarebbe di portarlo al collasso, accelerazionismo critico, cioè convincere Dj Pikkio a farsi la recensione del suo disco. Mi ha detto che non è disposto a farlo, il che –considerando che non ha problemi a postare su Bastonate la foto di un panino con dentro un cazzo- è già di per sé la recensione di Crystal Smerluvio Riddims, grande album naturalismo sgrakkio3DHD quasi tutto costruito su questo concetto di identità che dicevo appunto sopra 

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FEDEZ & J-AX – COMUNISTI COL ROLEX Presente la copertina? Primo piano di un pugno alzato con il Rolex al polso, sfondo nero, fotografia ultra HD e via andare. Stavo pensando che se il disco fosse uscito senza titolo, sarebbe stata la copertina dell’anno: c’è già nell’immagine lo scarto tra visione del mondo e rappresentazione della visione. Poi vabbè, in Italia se vuoi fare 30 milioni di streaming devi stare sempre lì a spiegare tutto. Nell’estate del 2016 J-Ax, ripreso dal Fatto Quotidiano, dichiarava di battersene bellamente il cazzo di coloro che non gli portano rispetto, nella fattispecie le frange separatiste del rap underground e “i giornalisti che c’erano allora (negli anni novanta, ndr) e che mi insultavano su Rumore e adesso sono ancora qui a insultarmi sui blog che hanno sostituito quella roba”. Il che non ha impedito alla critica hardcore di massacrare il disco utilizzando concetti triti e st(v)accati dal reale tipo “paraculata trash” (Guglielmi su Fanpage), “quel brutto che dà fastidio e non riesci neanche a trasformare in guilty pleasure” (Roncoroni su SA) o “l’album destinato a riscrivere il concetto di imbarazzo” (Monina su Linkiesta). Quando leggi le rece dei dischi qua in giro ti trovi sempre in quella situazione in cui qualcuno ti spiega che il limite è lì, è quello, che questa gente l’ha oltrepassato e va punita. Non si contano le pernacchie di quelli che han capito l’hip hop e Fedez non ne fa parte, uu. È una cosa un po’ patetica in realtà, nel senso, dev’essere carino star lì a guardare questa gente che tenta di distruggere una reputazione che non hai mentre i ragazzini si menano ai tuoi firmacopie –cioè, diciamocelo, non è che la critica del giro Rumore/SA si sia mai cagata la Amoroso. Il disco di Fedez e J-Ax in ogni caso è una delle opere più grasse ed opulente della storia del pop italiano, una roba barocca che sposta di due metri il limite di decenza e sobrietà all’interno del rap italiano e che schiaccia sul pedale del gas in una maniera così smargiassa che quasi esalta. Un delirio hughesiano in piena regola. Poi sì, ci sono contaminazioni tossiche che a quelli della mia generazione (scrivo sia su Rumore che su un blog) saranno sempre indigeste, ma il futuro sorride comunque a chi sta imparando a mangiare il polonio a colazione.

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BAUSTELLE – L’AMORE E LA VIOLENZA L’ultimo disco dei Baustelle è come il disco di J-Ax e Fedez ma con i Rondò Veneziano e Claudia Mori al posto di Kanye West e i The Kolors (e due persone che dicono cose irritanti invece di altre due persone che dicono altre cose irritanti). Volendo fargli le pulci è leggermente meno riuscito del precedente Fantasma in termini di magnificenza, ma tutto sommato è un vezzo perdonabile. La questione interessante è che nella critica genera reazioni uguali e contrarie al disco di cui sopra: un botto di gente è scesa in piazza a difendere le scene “oscenamente pop” del gruppo, citando Bianconi, senza che nessuno si sia preso il disturbo di attaccarle. Tra l’altro che cazzo vuol dire “oscenamente pop”? 

Cat’s Eyes – Treasure House

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Detesto Faris Badwan in ogni singola fase della sua carriera e questo influisce molto sul pregiudizio con cui mi approccio a tutti gli album che pubblica. Non so nemmeno dire perchè li ascolto ma lo faccio sempre, ecco, non me ne perdo mai una. Se vogliamo è anche un po’ paradossale perchè ebbi la sfortuna di conoscere gli Horrors ancora prima che facessero dischi, un concerto terribilmente scrauso durante il loro primo tour italiano a cui sembrava obbligatorio presenziare se si voleva capire dove cazzo stesse andando la musica indie.

(e ci siamo trovati in mezzo un incubo popolato da modelli-musicisti convinti di essere vampiri e circondati da un paio di dozzine di groupie che giravano l’Italia allo scopo di assecondarli in questa fantasia, in sostanza un preair del primo Twilight diretto da Tim Burton)

(triste a dirsi, era effettivamente il posto dove cazzo stava andando la musica indie)

Insomma, detesto Faris Badwan, questo suo non accontentarsi di essere quella cosa adolescenziale lì che già rompeva già abbastanza il cazzo, no, ha bisogno di sentirsi un artista completo e strada facendo di cambiare genere ogni volta che mette mano a un disco degli Horrors o del side project Cat’s Eyes, manifestare ad ogni occasione la pretenziosità del visionario senza del visionario avere, ehm, la visione. Accanirsi su questi personaggi può essere una cosa piuttosto facile e stronza, è come ridere dietro al belloccio di paese che sta tentando la carriera di attore in film di merda. Ma d’altra parte è così pieno di critici compiacenti che si esaltano genuinamente con Horrors e Cat’s Eyes (“non giudicateli dall’aspetto fisico, anche loro hanno ascoltato i Cure“) che viene quasi naturale calcare un po’ la mano. Gentilissimo Badwan a fare discacci come questo che mi permettono di non cambiare idea.

Black Mountain IV

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Wilderness Heart era un capolavoro, e un disco coraggioso. In un momento in cui i canadesi Black Mountain erano diventati un punto di riferimento per la psichedelica sviaggiona di quegli anni, Stephen McBean aveva iniziato a sentirsela stretta ed era uscito fuori con un pugno di canzoni che erano vintage puro, di vaghissima impostazione southern rock. Sembrava stupidissima e si rivelò uno dei dischi di canzoni più belli e duraturi di quegli anni.

IV non è Wilderness Heart, nemmeno alla lontana. In effetti, a parte il numero ordinale nel titolo, IV sembra voler far dimenticare che Wilderness Heart sia mai uscito. Boh, saran contenti quelli a cui faceva cagare.

DISCONE: Kill The Vultures – Carnelian

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Non ho la più pallida idea di come funzioni il rap in generale, ogni tanto leggo qualche pezzo su rockit –la morale di fondo degli articoli sul rap su Rockit è sostanzialmente che non ho alcuna possibilità di capire di cosa si sta parlando e dovrei farmi i cazzi miei (una cosa che naturalmente solletica molto il mio io 17enne e desideroso di essere incluso, e sappiamo tutti che i 38 sono i nuovi 17). I Kill The Vultures non sono, strettamente parlando, un gruppo rap. Per prima cosa i loro concerti sono frequentati perlopiù da gente del giro alt-avant-post*, cioè da un pubblico che chiede alla musica una forte ideologia pop, riferimenti colti a caso, terzomondismo e sbraco da alcolizzati, cose che riescono a confluire perfettamente solo nelle visioni dei più beduini tra gli artisti che ascoltiamo (tipo Grimes o gli Sleep). E poi i loro dischi non suonano necessariamente come dovrebbe suonare un disco rap che esce nel 2016, sia questo un pregio o meno. I Kill The Vultures, almeno nei loro episodi migliori, sono più il frutto della confluenza tra il side project Anticon-oriented di due punk ventiseienni e quelle superband anarcojazz norvegesi con Mats Gustafsson in formazione, vale a dire un gruppo che pone il suo onore nel far coesistere linee di contrabbasso crudissime con beat pesi e ultra-dozzinali.

Carnelian è un disco bellissimo. Loro sono tornati alla loro incarnazione migliore (il gruppo della domenica dei soli Anatomy e Crescent Moon) e sono usciti alla chetichella con un album di canzoni pre-hop animate da questo naturalismo mistico-arabeggiante a cazzo** che se non fossero dei normalissimi alt-freak bianchi verrebbe da eleggerli come l’ultimo baluardo di un modo istintivo e cafone di fare il rap che ormai non lo trovi più neanche nei musei. O magari sono solo dei cazzari da bar con tre idee scarse in testa e una vita così scarica di prospettive da doversi ridurre a cacar fuori un Careless Flame appena appena rivisto con dieci anni di ritardo. E forse il fatto di trovare Carnelian così esaltante rende anche me un alt-freak bianco col trip dell’alt-avant-post ad ogni costo. Chi se ne frega, peraltro.

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*ne ho visti tipo cinque ed è vero che all’inizio della carriera tutto sommato attraevano qualche b-boy, ma l’aria è girata abbastanza in fretta. Non so dire se questa cosa sia uguale in tutto il mondo, ma considerata la dimensione del loro pubblico non so quanto voglio addentrarmi nella questione.

**qui mi piace sempre ricordare tra le altre cose che Crescent Moon a un certo punto aveva messo insieme un sideproject alt-folk chiamato Roma di Luna, e intervistato da Stefano Isidoro Bianchi aveva rivelato che Roma non è un riferimento all’omonima cittadina bensì il modo in cui crede che gli italiani chiamino i rom di sesso femminile.

DISCONE: Miss Red – Murder

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Qualche dettaglio lo trovate in questa intervista su Fact: Kevin Martin viene invitato a suonare in Israele, la data va male, il giorno dopo viene infilato più o meno a caso in una festa dentro un bar, la gente va fuori di melone, a un certo punto una ragazzetta del posto sale in consolle e gli chiede di passarle il microfono. Kevin Martin glielo passa e trova un’anima gemella musicale. Da lì in poi inizia la bizzarra storia di Miss Red, attuale protegé di Martin e freschissima esordiente sulla lunga distanza con il mixtape Murder (lo scaricate qui). Questo per dirla come i giornalisti musicali. Avete presente quando uscì fuori il primo disco di MIA? Immaginatevela così, una versione per nerd scoppiati, The Bug al posto di Diplo, interventi di gente tipo Andy Stott o Evian Christ, tutto a caso meets tutto può succedere.

(Quando uscì tutto il casino su Borders avevo provato a scrivere una mia opinione sulla faccenda, ma ne era venuta fuori una questione etica molto pesante e complessa e la mia opinione sulla faccenda era che canzone e video fossero robaccia. Solo che su quel particolare argomento, e in quei particolari giorni, era davvero troppo difficile far capire che si può contemporaneamente pensare che MIA sia tutto sommato una bella persona e che abbia tutto il diritto di esprimersi e far sapere la propria voce su temi delicati come quello del video E che Borders sia una canzoncina di merda. O addirittura, che questa opinione su MIA possa essere appunto un’opinione, che so, una critica artistica, e non una visione del mondo. Non che sia la prima volta, eh. In ogni caso Murder mi serve anche come esempio al positivo: la roba per cui i primi dischi di MIA (i primi uno, ammettiamolo) mi aveva mandato fuori è la stessa che sta dentro questo mixtape di Miss Red: sensualità cinghiona, insensati atteggiamenti gangsta, Martin come sempre in buonissima, tutti che appizzano, la sensazione di una stella nascente, quella sensazione di possibilità infinite.

DISCONE: Jesu – Sun Kil Moon

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Questi giorni c’è stato casino su quella vignetta di Charlie Hebdo e si è tornati punto e a capo con quel famoso discorso sulla satira. Avete presente il famoso discorso sulla satira? Consiste, in sostanza, nel dare la priopria opinione su cosa debba essere la satira. Ci sono quelli per cui la satira non dovrebbe essere offensiva, per esempio, e quelli per cui la satira che non offende non è satira, e quelli per cui la satira deve prendersela contro il potere e gli altri che pensano che la satira non debba portar voti a una parte o all’altra, e poi ci sono quelli che decidono caso per caso. Si tratta di una situazione un po’ paradossale, perché tutti sanno che aprire bocca su questo argomento è noioso in culo ma nessuno riesce davvero a starsene zitto: queste polemiche nascono come poco interessanti e in qualche modo si ingigantiscono, basta che qualche amico nostro su FB dica una cazzata epica e poi si comincia a litigare. È come quando i vecchi si urlavano contro al bar, ma è anche letteratura, e a volte è difficile conciliare le due cose -soprattutto se oggi si parla di foto di bambini morti e domani degli incassi di Checco Zalone. In un orizzonte temporale abbastanza esteso, saperla lunga non conta un cazzo di niente.

Negli ultimi anni ho sviluppato una specie di istinto dinamico dello spirito del tempo intorno alle notizie che mi interessano (o che non riesco ad evitare). Leggo qualche articolo, le opinioni di persone a cui sono legato -timeline di Twitter, amici Facebook- e mi faccio un’idea di massima su cosa pensi la gente. Che so, le capre pensano questo, gli intellettuali pensano questo, i miei amici pensano questo. La divisione per classi dei commentatori alle notizie è quasi sempre tra capre, intellettuali e amici miei. Gli amici miei sono persone che in genere la pensano come me, o che hanno opinioni con cui si può dialogare. Gli intellettuali sono persone distanti da me che hanno opinioni complesse con cui posso entrare in sintonia o meno. Le capre sono persone con cui non sento alcuna affinità e che mi sembra parlino delle cose in maniera troppo semplicistica. Questo impianto cognitivo di massima ha vantaggi e svantaggi: il principale vantaggio è che è il modo più efficiente per risparmiare tempo in merito ad ogni questione, e per ogni argomento riesco a capire cosa ne pensano le varie classi intellettuali.  I due principali svantaggi sono che il sistema funziona con un margine di errore altissimo e che essendo incentrato sulla mia percezione e sulla mia opinione tende a farmi sentire un dio in miniatura. Il fatto è che per la maggior parte delle questioni non posso semplicemente permettermi di prendere le distanze da me stesso e questionare il mio impianto ideologico dalle fondamenta; mi affido agli stereotipi e ai pregiudizi, ci passo le ore dell’aperitivo e passo oltre. Credo di essere una persona mediamente fortunata: ho una brutta dipendenza da internet, ma riesco ancora a scinderla dal reale, a capire che -a ben guardare- non è il mondo vero. Qualcun altro non è così fortunato.  

Il disco lungo di Sun Kil Moon uscito nel 2015 (titolo Universal Themes) è stato liquidato in maniera molto frettolosa. Benji era stato uno dei dischi più amati dell’anno precedente, una sorta di insperata risurrezione della carne. A ridosso dell’uscita sul mercato del suo successore, le riviste online iniziano a pubblicare recensioni entusiaste. Poi Mark Kozelek diventa suo malgrado il protagonista di una brutta storia -l’ennesima- di insulti. Nella fattispecie, durante un concerto prende a male parole una giornalista del Guardian, Laura Snapes, perché gli ha chiesto un’intervista di persona invece che via mail. Le dichiarazioni vengono riportate dalla stampa e danno il via ad un periodo di consapevole ostracismo nei confronti dell’artista: a cominciare da un brutto infortunio di Pitchfork, che pubblica per errore una prima recensione estremamente positiva e la sostituisce a breve con un pezzo più tiepido scritto da un altro giornalista (Laura Snapes scrive anche per Pitchfork); altre riviste, tipo Quietus, non si occupano nemmeno del disco. Tutta la vicenda è raccontata per sommi capi da Guia Cortassa in un articolo per Prismo che si cura tra le altre cose di citarmi come esempio di grettezza implicitamente maschilista nel giornalismo musicale italiano (son soddisfazioni). Alla fine della storia, mentre Benji svettava in cima alla maggior parte delle classifiche di fine 2014, di Universal Themes non c’è praticamente traccia.

Difficile dire perché. Sicuramente Universal Themes non è Benji: mentre il primo era un disco tutto sommato dimesso e ultra-classico (perlopiù voce e chitarra acustica) incentrato su un devastatissimo concept narrativo legato alla famiglia di Kozelek e al ritorno ai luoghi dell’infanzia, Universal Themes è il delirante racconto di cose successe al chitarrista nell’ultimo anno –cose totalmente a caso, vita di tutti i giorni di un musicista di fama medio-media. Quello che fa la differenza è la musica: uno dei pochissimi dischi folk-rock di questi anni che non somigliano a nulla, estremamente percussivo, fondato su canzoni di dieci minuti che cambiano radicalmente mood tre o quattro volte nel corso del brano. Uno dei dischi più istintivi, e al contempo complessi, che abbia ascoltato di recente. Probabilmente Benji soddisfaceva bisogni di normalità che UT sembra snobbare del tutto. O forse è perché Mark Kozelek è un misogino del cazzo. Tranne che non credo lo sia veramente, o non so dirlo con certezza, anche se con tutta probabilità è uno stronzo. Ma i musicisti buoni sono quasi tutti degli stronzi, giusto? Kerry King, Noel Gallagher, Stockhausen, Johnny Cash… Non è che sia piacevole, ma suppongo che sia necessario farsene una ragione, o almeno farsi una regola di base (che è diverso dal decidere da caso a caso, a seconda di chi pensa cosa, come sta succedendo di questi tempi). Dicevo, trovo un po’ spiacevole dover prendere posizione in questa cosa come se fosse importante al fine della musica che ascolto. Sia quel che sia, le polemiche nei confronti di Kozelek sono una goccia nel mare di guai in cui il musicista s’è cacciato e una delle tante polemiche che ha messo in piedi in prima persona da Benji in poi.

La strada per un possibile disco in collaborazione tra Jesu e Sun Kil Moon era aperta da anni: due dei musicisti più prolifici degli anni duemila, Kozelek che pubblica i dischi di Broadrick su Caldo Verde (magari vendendoli dentro a bizzarri bundle assieme ai live di Sun Kil Moon epoca pre-Benji). Le collaborazioni tra canzone folk macilenta e rock chitarroso di confine non sono più cosa così rara, basti pensare al disco di Sunn (o))) e Scott Walker il cui annuncio ha fatto girare la testa a così tanta gente un annetto fa (il disco finito non era buono quanto voleva essere ma nemmeno brutto quanto poteva essere), ma anche solo le collaborazioni Will Oldham/Tortoise o quei dischi pesi di Phil Elvrum. Jesu/Sun Kil Moon arriva un po’ all’improvviso, messo in streaming sul sito di SKM, e ha tutta l’aria di una cosa realizzata nei ritagli di tempo. Mark Kozelek continua sulla falsariga di Universal Themes, pipponi infiniti e quasi-rap sulle cose che gli succedono; Justin Broadrick copre tutto di melodie grasse e tironi di chitarre come nei dischi meno significativi della sigla Jesu.

Mark Kozelek è un personaggio strano, e con ogni probabilità sta diventando una specie di troll musicale -e la prima regola con i troll è quella di non dargli da mangiare. La sua percezione della realtà attorno a sé sembra essersi distorta progressivamente intorno a un concetto internettiano autocentrico, tipo il mio, ma senza la coscienza di essere al baretto sotto casa. Con il risultato che Mark Kozelek la mattina si alza, esce a prendere un caffè, incontra un paio di amici, ascolta mezz’ora di radio, mangia delle bistecche buonissime e la sera ha pronto un pezzo nuovo che prima o poi va a finire in qualche disco. è ragionevole pensare che questo genere di pipponi ombelicali suonino odiosi e indigeribili a molta gente, e che anche quelli che ci trovano un bizzarro fascino e un briciolo di senso non lo faranno per il resto della loro vita. Dentro ai testi di J/SKM ci sono la recensione di Pitchfork, il concerto al Siren Festival, le lettere dei fan e svariata altra roba simile, impacchettata in canzoni con titoli tipo America’s Most Wanted John Dillinger and Mark Kozelek. Il sottotesto generale è un canovaccio abbastanza classico: l’artista incompreso, qualche epifania, qualche calcio nei denti, i veri fan, l’età che avanza. Ma tutta questa roba è portata a funzionare su un livello lirico inedito, sicuramente respingente (è davvero molto difficile starlo ad ascoltare per ottanta minuti a fila) ma anche rivelatorio e perfino illuminante -sotto certi aspetti. Il tutto vangato dalle chitarre e dai tastieroni saturi di un Broadrick al minimo sindacale (e forse per questo estremamente efficace).

La poetica del caso umano non è mai stata così affascinante, parlando di percezione collettiva. La critica snob non ha alcun problema a fare la telecronaca dei talent-show con la piena coscienza del fatto che siano concorsi che generano situazioni disperate, buchi di bilancio, contratti di merda e dischi quasi sempre orribili. I documentari sugli artisti tra virgolette sfortunati stanno diventando una miniera d’oro cinematografica, le sbroccate delle popstar sono ormai un genere letterario a sè. Alcuni artisti sono affascinati dal lato oscuro e ci si tuffano mani e piedi, altri vengono spinti sull’orlo dal pubblico che li insulta e ne scrutina a getto continuo ogni cazzata. Justin Broadrick e Mark Kozelek non potrebbero essere due artisti più diversi: il primo è introverso, prolifico, costante e baciato da una street cred infinita, il secondo è sbracato, prolifico, qualitativamente discontinuo ed emarginato da ogni discorso. Fa quasi paura assistere all’incontro tra i due, parlare il linguaggio che hanno scelto entrambi di parlare.

Mi chiedo spesso cosa sarebbe oggi dell’indie rock se nei primi anni duemila, invece di buttarsi sul revival spinto, gli artisti avessero continuato a spingere un po’ più in là i limiti dell’inascoltato; non so dire se Jesu/SKM sia una vera e propria risposta a questa domanda, ma ad ascoltarlo così d’improvviso fa la figura di un disco venuto da un’altra dimensione, una cosa musicale venuta da una linea di pensiero parallela. è una caratteristica che non si trova così spesso nella musica, men che meno nella musica fatta con le chitarre. Ci pensavo ascoltando l’ultimo Liturgy, anche quello per certi versi un disco molto stupido e anche offensivo, e nondimeno affascinante. Forse il futuro della musica indipendente è nelle mani dei casi umani, di chi non riesce a pensar dritto. O forse dobbiamo iniziare a pensare in un altro modo, lasciare stare le storie e iniziare a guardare ai dischi che, come diceva Jim Morrison, ci raccontano qualcosa della nostra vita. Fino ad allora, se Universal Themes ha incontrato relativa indifferenza, è ragionevole sospettare che J/SKM sia destinato a generare aperto fastidio, prese per il culo, ostracismo manifesto e pernacchie. Per il disco della madonna che è venuto fuori, è un peccato. O forse una colpa, dipende da quanto vi sta sul cazzo il cantante.

Rustie – EVENIFUDONTBELIEVE

IERI/OGGI E’ KALATA KOME UNA MINKIA DAL CIELO LA FOKA SIBERT !!!

La foca Sibert ci guarda dall'alto dei cieli!

La foca Sibert ci guarda dall’alto dei cieli!

La foca in questione in realtà è la nuova MAGNIFICA copertina del nuovo inaspettato album di Rustie che è stato droppato a buffo ieri/oggi sulle nostre rekkie e si chiama EVENIFUDONTBELIEVE kosì in kaps lock! kosì anke se nun ce kredi adesso skriverò solo kon kappa e kaps lock in una modalità kiamata TURBOBLASTO nella rara versione di track by track in ULTRAMODE ON.

EVENIFUDONTBELIEVE è come infilare il cazzo in un marshmellow

Rustie: come infilare il cazzo in un marshmellow

PORKUDDIO KE DISKODIO KE HA FATTO RUSTIE!!! HA REKUPERATO IL TERRENO PERSO DOPO IL WARPOP NOIA GREEN LANGUAGE USCITO L’ANNOSKORSO!!! KUI’ TROVEERETE SOLO 500% VIDEOGAMEWAVE!!! FORSE RUSTIE E’ STATO STIMOLATO EL FARE IL DISKO PIU’ SO HD IT HURTS POSSIBILE DA QUELLA KAKKA DI DISKO DEL KOMPARE DI GLUKOSIO SKOZZESE HUDMO NO COME GIA’ IPOTIZZATO DA ME IL POVERO RUS FU TIRATO DAI ROMPICOJONI DELL’INDUSTRY DA UN LATO A FARE UNA COSA AVANTGARDE BLISS E DALL’ALTRA UNA VOCAL POP GLOSSY DU COJONI FONTE: FACT INTERVIEW. EKKO PERKE’ RUS E’ TORNATO URLANDO MO TI FACCIO VEDERE KOME SKRANNA GIOIOSO UN HDBOY !!! STAVOLTA NIENTE FEAT ANZI UN BOTTO DI FEAT, MA TUTTI FEAT. RUSTIE STESSO!!! KUINDI FINALMENTE SOLO KAZZISMI DI ZUKKERO TIPO KAZZETTI DI MARSHMELLOWS!!! L’ALBUM E’ USCITO IERI/OGGI ASKOLTATO IERI/OGGIMATITNA MENTRE ANDAVO A LAVORO HO RAGGIUNTO LE STELLE KOME SUCCEDEVA IN SONIC COLOURS ORA LO STO RISENTENDO SU SPOTIFY PER RECENSIRVELO SPERO IN TEMPO KE ORMAI E’ NOTIZIA VEKKIA KONCETTOVEKKIO GIA’ DISKO SUPERATO !!!  PERO’ SARA’ UTILE A VOI DI BASTONATE KE AMATE SOLO VINILE E ASPETTATE IL VINILE DI RUSTIE!!! IO INVECE ASPETTO IL CD BLEEPWARP KE SI OTTENEVA SE VENIVI RITUI’TTATO DA RUSTIE!!! E IOHOSONO STATO TITUI’TTATO DA RUSTIE TIE’!!!

VISTO KE NUN CE KREDI EKKO KOME SONO STATO RITWITTATO!

VISTO KE NUN CE KREDI EKKO KOME SONO STATO RITWITTATO!

EVENIFUDONTBELIEVE:

01 Coral Elixrr [feat. Rustie]: SUBITO KITARRA DEFENDER OF THE FUTURE KE IRROMPE TRA LE NUVOLE IN TEMPESTA !!! L’ELISIR CORALLO SOMMINISTRATOCI CI FA KADERE NELL’EKKO MONDO DI RUSTIE KE SODDISFATTO CI SUSSURRA: KUESTO E’ IL MIO MONDO ◦°˚\(*❛‿❛)/˚°◦

02 First Mythz: GIUNTI NELL’EKKO MONDO RUSTIE VENIAMO SUBBITO INTRODOTTI DAI SAGGI DELIFINI AL PRIMO MITO DI RUSTIE: I KAZZOTTI TRANCE IN 4K SATURATO !!! KE EPIKE SARAKKE !!! o(≧∇≦o)

03 Atlantean Airship: DALLE SKIUME SAPONOSE DEL MAR DEI SARKAZZI EMERGE L’AERONAVE KE CI PORTERA’ IN GIRO PER I DIVERSI STAGE DELL‘EKKO MONDO RUSTIE !!! KE SKIANTO IMPONENTE !!! (((o(*゚▽゚*)o)))

04 4Eva [feat. Rustie]: DURANTE LA PAUSA PRANZO SULL’AERONAVE RUSTIE NE APPROFITTA PER KANTARCI BALLADE DEL KONVINCERCI ADAMARLOPERSEMPRE !!! A ME KONKUISTA SUBITO KON I LEAD TIPO PINBALL FANTASIES !!! PERSEMPRERUSTIE !!!! ヾ(〃^∇^)ノ♪

05 Big Catzz: LE KOSE SI FANNO MOVIMENTATE KUANDO L’AERONAVE AFFIANKA UN KRANDE KATTZO IN KORSA !!! UN POWER KICK CI GETTA SULLA SKIENA DI KUEST’ENORME BESTIA FURRY KE KORRE GIOIOSA IN MEZZO ALLA SAVANA !!! KE KAVALKATA !!! o(*>ω<*)o

06 Peace Upzzz [feat. Rustie]: DOPO LA SUDATA NELLA SAVANNNNA RUSTIE CI BUTTA IN UN GIGAAUTOLAVAGGIO VOLANTE PER LAVARCI E VOLARE VERSO LE STELLEEEEE GRAZIE ALLA SUA PROPULSIONE A GATE ACCELLERATI!!!! LA PACE E’ IN ALTOOOOZ/REACH4THESTARZ!!!! ☆~~ヾ(>▽<)ノ。・☆ 

07 Your Goddezz: IN CIELO CI AKKOGLIE LA DEA DAI KAPELLI VAPOROSI HA UN MANO UN GAMEBOY COLOR ATTAKKATO AD UN BLASTOVISORE DI NUOVA GENERAZIONE 10K KE PROIETTA VISUALZ DIRETTAMENTE DAL SUO STIKKIO DIVINO!!! VISIONI DI INFINITI MONDI PARALLELI TURBOBLASTI !!! ╰(◉ᾥ◉)╯

08 Coral Castelz: TORNIAMO SUI LIDI SPUMOSI DELL’EKKO MONDO RUSTIE NEL KASTELLO KORALLO STANNO TENENDO UN RAVEPARTY TRANSOCEANIKO!!! KUANTI DEFENDER OF THE FUTURE CI SONO! CI OFFRONO DEL KROKKANTE SESAMO KOLORATO !!! KE SFIZIOOOOOOOOOO !!!! ⌒°(❛ᴗ❛)°⌒

09 What U Mean [feat. Rustie]: KAZZUVORDI’!? EKKO L’INNO DELL’EKKORAVEPARTY !!! KUI’ CI SI SBALLA DI STRAMALEDETTO RAKAZZIIIIII!!! ANDAMENTO ONDINA MIX KON SUBOLO POWAHKICK GABBO !!!  ヽ༼>ل͜<༽ノ

10 Morning Starr [feat. Rustie]: SE’ FATTA MATTINA E I BOBBLERS AKKOLGONO IL SOLE CON IL LORO RITUALE MATTINIERO DEL DROPPPONE HAPPY HONDA !!! KE FELICITA’ !!!   ҉*\( ‘ω’ )/*҉

11 Death Bliss: EMERGENZA NELL’EKKO MONDO RUSTIE !!! E’ MORTO IL BLISS !!! SENZA TOP BLISS L’EKKO MONDO POTREBBE SPEGNERSIIIII !!! EKKO KE TUTTI GLI ANIMALI DI KUESTO MONDO PRENDONO I LORO POWAHKICK LE LORO PIU’ SINCERE MELODIE LE LORO MIGLIORI SGOMMATE E KARIKANO TUTTO NEI KANNONI SPARA BLISS !!! SI SPARGE PIANGINA NEL CIELO !!!!! ヽ(*⌒∇⌒*)ノ

12 New Realm: EKKO E’ TORNATO IL TOP BLISS NELL’EKKO MONDO DI RUSTIE ! AMOREVOLE SIGLETTA DEL CERKIO DELLA VITA!!! KE BEL NUOVO REAME!!! ┗(^∀^)┛

13 Emerald Tabletz: ALLA KORTE DEL RINNOVATO RE DELL’HD RUSTIE CI VENGONO MOSTRATE LE SAKRE TAVOLETTE DI SMERALDO !!! KUAL SPLENDORE !!! KUALE HONORE !!! INKREDIBILE KOMPOSIZIONE DEFENDER OF THE FUSION KE PENSAVAMO SKOMPARSA KON LA MORTE DI HUDMO !!! FORSE LA MIGLIOR KOMPOSIZIONE SU SKERMO LED KE ABBIA MAI KOMPOSTO IL NOSTRO AMATO RE RUSTIE !!! SIA LODE AL RE !!! ヾ(o✪‿✪o)シ

14 Open Heartzz: TROPPE EMOZIONI!!! KUESTO PEZZO SERVE A DISTENDERCI SULLE RIVE DELL’EKKO MONDO RUSTIE E APRIRCI IL KUORE AL KANTO DELLE SIRENE !!! KOME DIVENTARE UNA SIRENETTA IN TRE MOSSE !!! (๑•́‧̫•̀๑)

15 444Sure [feat. Rustie]: PURTROPPO E’ GIUNTO IL MOMENTO DELL’ADDIO ALL’EKKO MONDO DI RUSTIE !!!  POSSO TORNARCII’!??!’ EPPEFFORZAAAAA!!! MI DICE RUSTIE!!! PEPEPERFFOOORZAAAAA KE DEVI RITORNA KUESTO E’ IL MIO MONDO E’ SEMPRE KUI PER TE’ !!!! E IO INFATTI E’ DA STAMANE/IERIMMATTINA KE CI STO TORNANDO !!! ヽ(´ω`○)ノ.+゚*。:゚+  。゚✶ฺ.ヽ(*´∀`*)ノ.✶゚ฺ。

KRAZIE RUSTIE DI AVER RESO LE MIE JURNATE PIU’ POSSIBILE TURBOKOLORATE FOSSE PER VOIALTRI ERO ANKORA A GIOKARE A MARRONITA’ SERIOSE KOLOR KAN KE SKAGA !!! FUK U !!!┌∩┐(◣_◢)┌∩┐

W RUSTIE !!! (♥ω♥ ) ~♪

ekko komodo link korporate streamo: https://play.spotify.com/album/49Iya42dgyQlHiImgCcvJt

Un tizio di Vicenza che non fa musica tipo Will Oldham

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Ieri mattina stavo venendo al lavoro e ascoltavo I See a Darkness. Non era la prima volta che lo ascoltavo e nemmeno la seconda, credo più la milleduecentesima. È uno di quei dischi che hai voglia di ascoltare sempre perché è oscuro e compromesso ma ha dei pezzi con melodie molto solari tipo A Minor Place e ha le canzoni belle e ha un bel modo di muoversi e lo puoi ascoltare a volume impercettibile o fortissimo senza che perda un briciolo di verve (a parte il fatto che in pezzi tipo I See A Darkness la linea di basso è così pesa che se alzi troppo il volume finisci per friggere le casse dell’autoradio), e ho pensato che nonostante sia ultrablasonato e ultravenduto, tutto sommato nel complesso sia un disco la cui importanza è sottostimata. Prima di I See A Darkness c’era già una bella scena di folkettari che agivano in territori indie, ma diciamo che se ti mettevi a guardarci con un briciolo di tempo e pazienza saresti riuscito a individuarli e isolarli all’interno di un paio di tendenze. Poi esce I See a Darkness e qualche tempo dopo la scena indiefolk, forse per conto suo e forse in parte per via del disco, inizia a stratificarsi in così tanti livelli da farlo diventare uno dei generi musicali più frequentati di tutta la musica popolare con un sistema a classi ben definito (superstar, meteore, mestieranti, leggende etc) e una critica specializzata di settore che si occupa, o potrebbe occuparsi, quasi solo di quello. Ecco, questo preambolo non serve assolutamente a nulla parlando del nuovo disco di Phill Reynolds, se non a dire che appunto è un disco genericamente indiefolk ed è un disco davvero molto bello se vi piace quella dimensione indiefolk bella carica e arrangiata, che occasionalmente –volendo- sconfina nell’epico alla National e poi abbassa i toni e diventa intimo/calmo e poi ricomincia daccapo. Molto figo, davvero. I prossimi giorni ho letto che inizia il tour e che tocca un bel po’ di città italiane (Phill Reynolds è un tizio di Vicenza e non si chiama davvero Phill Reynolds); suppongo sia un peccato perdere l’occasione di vederselo dal vivo.

dischi stupidi: DEAFHEAVEN – NEW BERMUDA

 

dfhQuando non escono i dischi dei Deafheaven è abbastanza facile dimenticare che i Deafheaven esistano, concentrarsi su quello che esce e lasciare che la nostra copia di Sunbather ammuffisca nelle zone basse degli scaffali dove l’abbiamo sbattuta. Parlo figurativamente, sia chiaro: non credo ci siano davvero esseri umani che abbiano comprato una copia fisica di questo disco, anzi nonostante la copertina rosa che ROMPE GLI SCHEMI de sto cazzo era proprio il disco perfetto da ascoltare con servizi tipo Spotify Free (in cui l’occasionale arrivo della pubblicità dei fermenti lattici conferisce quel briciolo di varietà musicale che il gruppo, così radicale estremo incompromissorio e monolitico, non ha pensato fosse necessario mettere nel disco). Poi improvvisamente arriva la notizia del disco nuovo del gruppo e tutto l’affare Deafheaven torna all’ordine del giorno, compreso qualche matto che chiede espressamente la recensione su Bastonate. Boh.

Il fatto è che non c’è moltissimo da dire su New Bermuda, il nuovo disco dell’ensemble statunitense (qualunque cosa sia un ensemble). Non si può dire che i Deafheaven siano un gruppo che straborda di idee geniali, a meno che non consideriate geniali viaggiare in auto con tre amici chiacchierando di figa e politica, con il guidatore incaponito su questa cosa di suonare il disco dei Darkthrone nell’autoradio e il passeggero che continua a tirar giù il volume perché vuol parlare del flirt con la tipa di Pesaro. Solo che nel disco dei Deafheaven al posto del flirt con la tipa di Pesaro ci sono terribili schitarrate armoniche di estrazione FM-rock (che solo la malafede potrebbe continuare a definire “shoegaze”), e al posto dei Darkthrone c’è un gruppo black metal di quarta o quinta con una blandissima idea del genere e quattromila euro di effetti sul microfono. I pezzi di New Bermuda generalmente vanno avanti alternando le due cose: i blastbeat macinano per sette minuti interminabili e a metà iniziano a venire sovrastati dai giri di chitarra FM-rock e da certe texture di ambient dronata. Poi le batterie smettono di macinare anche nel sottofondo e lasciano il campo libero a terrificanti momenti interlocutori tra postrock e AOR, che daranno pur conto di una mente aperta ma che a conti fatti somigliano a certa roba che si ascolta nei dischi delle ex cover band dei Litfiba che hanno scoperto i Tortoise e virano strumentale. Sul serio, roba che pure i tardivi Explosions in the Sky si sarebbero vergognati di mettere nei dischi. E il punto con i Deafheaven è che questi sono i momenti di gran lunga più gradevoli del disco: ce ne si accorge dopo un po’, quando le chitarre smettono di fare plin plin e il gruppo ricomincia a pestare e urlare con la voce effettata e quei testi intimi e disperati (che prendo in parola leggendo le rece di Pitchfork, dallo stereo escono cose tipo UOHACHERII BORGOHDIEAOOOOAH GHIDEREEEIEHH SOOOOORHG FESDESDEREEEER) e tira avanti così per altri sei minuti abbassando progressivamente il volume per dar modo ai plin plin di fare capolino.

Il tutto ripetuto più o meno uguale per cinque tracce, la cui durata che varia da un minumo di 8.24 a un massimo di 10.15 minuti. Il più grande punto a favore dei Deafheaven è quella suspense che la loro musica è in grado di generare man mano che si va avanti col minutaggio: tipo il quarto pezzo (Come Back) inizia come una specie di clonaggio becero di Isis o Pelican, quel bel riccardonesimo strumentale con le melodie sbagliate, e cresce piano piano iniziando a ventilare l’ipotesi di uno sbrocco che come ascoltatore non mi sento più inclinato a sopportare. E man mano che la traccia va avanti si inizia a percepire l’imminenza dello sbrocco e l’incapacità di sopportare un altro minuto di quel black metal industriale (nel senso di sempre uguale) con la voce effettata, e tutto sommato è una sensazione di sgomento ed inadeguatezza che nei dischi trovo sempre meno stesso. Poi lo sbrocco arriva al terzo minuto –ed è terribile, davvero, il prog metal più becero sul mercato (uso l’espressione “prog metal” come un insulto pur sapendo che dovremmo essere oltre certe categorie da quinta liceo e tenere la mente ben aperta, ma d’altra parte è questa stupidissima convenzione critica ad abbattere le barriere tra decontestualizzazione e far le cose alla cazzo, e di riflesso dare modo a gruppi tipo Deafheaven di passare per interessanti).

Da qui in poi si va incontro ad una fine già scritta, a questo punto è chiaro che il menu non offre piatti più freschi, e in qualche modo senti che quella tensione che si era sviluppata scivola nel disinteresse apatico, il che è comunque stupefacente se si considera che il disco è fatto di gente che urla cose incomprensibili per tre quarti d’ora. C’è sicuramente altra roba geniale in un disco come New Bermuda, ad esempio il fatto che la componente melodica e la componente estrema siano perfettamente separabili l’una dall’altra, e che l’una e l’altra prese singolarmente siano quasi più pallose della somma delle parti. E soprattutto la concezione alla base di un disco come questo, ancor più che del precedente Sunbather (tutto sommato più onesto e vivace). Una cosa che sembra creata in provetta per trollare i critici di settore e farli cuocere nel loro pianeta mentale fatto di metallari che osteggiano IL NUOVO e non apprezzano LA TENSIONE e LA COMPLESSITÀ EMOTIVA del combo di San Francisco (qualunque cosa sia un combo). È ragionevole pensare che in casi come questi un grosso della colpa sia problema sia della critica, e per estensione dell’ascoltatore, ma tutto sommato credo che la poverinaggine di New Bermuda sia anche e soprattutto dovuta alla cattiva fede del gruppo. O magari sono io che ho la mente chiusa e settata su uno standard medievale da metallaro, e alla fine non è molto importante che sia una o l’altra -tanto la copia di New Bermuda è destinata a finire nello scaffale appena sotto a Sunbather.