The New Year – Snow

 

Ho letto un’intervista a Bubba Kadane in cui parla del disco nuovo e del fatto che alcuni dei pezzi sono vecchi di sette o otto anni e sono stati registrati in posti diversi, e questa cosa cozza abbastanza forte con l’idea che mi ero fatto in testa -la quale comunque era abbastanza assurda, avevo questo film dei New Year che si fanno una grigliata a casa di Chris Brokaw o cose così, e a un certo punto Matt Kadane inizia a strimpellare un giro di chitarra, hai presente che nel garage di Chris Brokaw è sempre tutto montato con la backline i microfoni e tutto, no? Ecco. Poi gli altri che son lì con le loro mogli e i bambini dicono, porco$%o, spetta che questo giro qui è buono, spetta che prendo il basso e vediamo se. E qualcun altro s’incazza perchè ci sono i bambini e non si può bestemmiare e poi prende l’altra chitarra e le bacchette e quel che è, nel frattempo qualcuno guarda alle salsicce e i bambini scrivono i testi lì sul momento e parlano tutti della neve, e due ore dopo le salsicce sono fredde e la moglie di Bubba è incazzatissima ma il disco è pronto e l’hanno proprio registrato lì sul momento, inizia col riff di chitarra che Matt Kadane aveva iniziato a strimpellare, The Party’s Over l’hanno dovuta registrare due volte ma il resto è tutto in presa diretta. Beh, mi dispiace di aver letto l’intervista, comunque il disco suona in quel modo lì ed è una figata. 

DISCONE: Kill The Vultures – Carnelian

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Non ho la più pallida idea di come funzioni il rap in generale, ogni tanto leggo qualche pezzo su rockit –la morale di fondo degli articoli sul rap su Rockit è sostanzialmente che non ho alcuna possibilità di capire di cosa si sta parlando e dovrei farmi i cazzi miei (una cosa che naturalmente solletica molto il mio io 17enne e desideroso di essere incluso, e sappiamo tutti che i 38 sono i nuovi 17). I Kill The Vultures non sono, strettamente parlando, un gruppo rap. Per prima cosa i loro concerti sono frequentati perlopiù da gente del giro alt-avant-post*, cioè da un pubblico che chiede alla musica una forte ideologia pop, riferimenti colti a caso, terzomondismo e sbraco da alcolizzati, cose che riescono a confluire perfettamente solo nelle visioni dei più beduini tra gli artisti che ascoltiamo (tipo Grimes o gli Sleep). E poi i loro dischi non suonano necessariamente come dovrebbe suonare un disco rap che esce nel 2016, sia questo un pregio o meno. I Kill The Vultures, almeno nei loro episodi migliori, sono più il frutto della confluenza tra il side project Anticon-oriented di due punk ventiseienni e quelle superband anarcojazz norvegesi con Mats Gustafsson in formazione, vale a dire un gruppo che pone il suo onore nel far coesistere linee di contrabbasso crudissime con beat pesi e ultra-dozzinali.

Carnelian è un disco bellissimo. Loro sono tornati alla loro incarnazione migliore (il gruppo della domenica dei soli Anatomy e Crescent Moon) e sono usciti alla chetichella con un album di canzoni pre-hop animate da questo naturalismo mistico-arabeggiante a cazzo** che se non fossero dei normalissimi alt-freak bianchi verrebbe da eleggerli come l’ultimo baluardo di un modo istintivo e cafone di fare il rap che ormai non lo trovi più neanche nei musei. O magari sono solo dei cazzari da bar con tre idee scarse in testa e una vita così scarica di prospettive da doversi ridurre a cacar fuori un Careless Flame appena appena rivisto con dieci anni di ritardo. E forse il fatto di trovare Carnelian così esaltante rende anche me un alt-freak bianco col trip dell’alt-avant-post ad ogni costo. Chi se ne frega, peraltro.

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*ne ho visti tipo cinque ed è vero che all’inizio della carriera tutto sommato attraevano qualche b-boy, ma l’aria è girata abbastanza in fretta. Non so dire se questa cosa sia uguale in tutto il mondo, ma considerata la dimensione del loro pubblico non so quanto voglio addentrarmi nella questione.

**qui mi piace sempre ricordare tra le altre cose che Crescent Moon a un certo punto aveva messo insieme un sideproject alt-folk chiamato Roma di Luna, e intervistato da Stefano Isidoro Bianchi aveva rivelato che Roma non è un riferimento all’omonima cittadina bensì il modo in cui crede che gli italiani chiamino i rom di sesso femminile.

DISCONE: Miss Red – Murder

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Qualche dettaglio lo trovate in questa intervista su Fact: Kevin Martin viene invitato a suonare in Israele, la data va male, il giorno dopo viene infilato più o meno a caso in una festa dentro un bar, la gente va fuori di melone, a un certo punto una ragazzetta del posto sale in consolle e gli chiede di passarle il microfono. Kevin Martin glielo passa e trova un’anima gemella musicale. Da lì in poi inizia la bizzarra storia di Miss Red, attuale protegé di Martin e freschissima esordiente sulla lunga distanza con il mixtape Murder (lo scaricate qui). Questo per dirla come i giornalisti musicali. Avete presente quando uscì fuori il primo disco di MIA? Immaginatevela così, una versione per nerd scoppiati, The Bug al posto di Diplo, interventi di gente tipo Andy Stott o Evian Christ, tutto a caso meets tutto può succedere.

(Quando uscì tutto il casino su Borders avevo provato a scrivere una mia opinione sulla faccenda, ma ne era venuta fuori una questione etica molto pesante e complessa e la mia opinione sulla faccenda era che canzone e video fossero robaccia. Solo che su quel particolare argomento, e in quei particolari giorni, era davvero troppo difficile far capire che si può contemporaneamente pensare che MIA sia tutto sommato una bella persona e che abbia tutto il diritto di esprimersi e far sapere la propria voce su temi delicati come quello del video E che Borders sia una canzoncina di merda. O addirittura, che questa opinione su MIA possa essere appunto un’opinione, che so, una critica artistica, e non una visione del mondo. Non che sia la prima volta, eh. In ogni caso Murder mi serve anche come esempio al positivo: la roba per cui i primi dischi di MIA (i primi uno, ammettiamolo) mi aveva mandato fuori è la stessa che sta dentro questo mixtape di Miss Red: sensualità cinghiona, insensati atteggiamenti gangsta, Martin come sempre in buonissima, tutti che appizzano, la sensazione di una stella nascente, quella sensazione di possibilità infinite.

DISCONE: Jesu – Sun Kil Moon

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Questi giorni c’è stato casino su quella vignetta di Charlie Hebdo e si è tornati punto e a capo con quel famoso discorso sulla satira. Avete presente il famoso discorso sulla satira? Consiste, in sostanza, nel dare la priopria opinione su cosa debba essere la satira. Ci sono quelli per cui la satira non dovrebbe essere offensiva, per esempio, e quelli per cui la satira che non offende non è satira, e quelli per cui la satira deve prendersela contro il potere e gli altri che pensano che la satira non debba portar voti a una parte o all’altra, e poi ci sono quelli che decidono caso per caso. Si tratta di una situazione un po’ paradossale, perché tutti sanno che aprire bocca su questo argomento è noioso in culo ma nessuno riesce davvero a starsene zitto: queste polemiche nascono come poco interessanti e in qualche modo si ingigantiscono, basta che qualche amico nostro su FB dica una cazzata epica e poi si comincia a litigare. È come quando i vecchi si urlavano contro al bar, ma è anche letteratura, e a volte è difficile conciliare le due cose -soprattutto se oggi si parla di foto di bambini morti e domani degli incassi di Checco Zalone. In un orizzonte temporale abbastanza esteso, saperla lunga non conta un cazzo di niente.

Negli ultimi anni ho sviluppato una specie di istinto dinamico dello spirito del tempo intorno alle notizie che mi interessano (o che non riesco ad evitare). Leggo qualche articolo, le opinioni di persone a cui sono legato -timeline di Twitter, amici Facebook- e mi faccio un’idea di massima su cosa pensi la gente. Che so, le capre pensano questo, gli intellettuali pensano questo, i miei amici pensano questo. La divisione per classi dei commentatori alle notizie è quasi sempre tra capre, intellettuali e amici miei. Gli amici miei sono persone che in genere la pensano come me, o che hanno opinioni con cui si può dialogare. Gli intellettuali sono persone distanti da me che hanno opinioni complesse con cui posso entrare in sintonia o meno. Le capre sono persone con cui non sento alcuna affinità e che mi sembra parlino delle cose in maniera troppo semplicistica. Questo impianto cognitivo di massima ha vantaggi e svantaggi: il principale vantaggio è che è il modo più efficiente per risparmiare tempo in merito ad ogni questione, e per ogni argomento riesco a capire cosa ne pensano le varie classi intellettuali.  I due principali svantaggi sono che il sistema funziona con un margine di errore altissimo e che essendo incentrato sulla mia percezione e sulla mia opinione tende a farmi sentire un dio in miniatura. Il fatto è che per la maggior parte delle questioni non posso semplicemente permettermi di prendere le distanze da me stesso e questionare il mio impianto ideologico dalle fondamenta; mi affido agli stereotipi e ai pregiudizi, ci passo le ore dell’aperitivo e passo oltre. Credo di essere una persona mediamente fortunata: ho una brutta dipendenza da internet, ma riesco ancora a scinderla dal reale, a capire che -a ben guardare- non è il mondo vero. Qualcun altro non è così fortunato.  

Il disco lungo di Sun Kil Moon uscito nel 2015 (titolo Universal Themes) è stato liquidato in maniera molto frettolosa. Benji era stato uno dei dischi più amati dell’anno precedente, una sorta di insperata risurrezione della carne. A ridosso dell’uscita sul mercato del suo successore, le riviste online iniziano a pubblicare recensioni entusiaste. Poi Mark Kozelek diventa suo malgrado il protagonista di una brutta storia -l’ennesima- di insulti. Nella fattispecie, durante un concerto prende a male parole una giornalista del Guardian, Laura Snapes, perché gli ha chiesto un’intervista di persona invece che via mail. Le dichiarazioni vengono riportate dalla stampa e danno il via ad un periodo di consapevole ostracismo nei confronti dell’artista: a cominciare da un brutto infortunio di Pitchfork, che pubblica per errore una prima recensione estremamente positiva e la sostituisce a breve con un pezzo più tiepido scritto da un altro giornalista (Laura Snapes scrive anche per Pitchfork); altre riviste, tipo Quietus, non si occupano nemmeno del disco. Tutta la vicenda è raccontata per sommi capi da Guia Cortassa in un articolo per Prismo che si cura tra le altre cose di citarmi come esempio di grettezza implicitamente maschilista nel giornalismo musicale italiano (son soddisfazioni). Alla fine della storia, mentre Benji svettava in cima alla maggior parte delle classifiche di fine 2014, di Universal Themes non c’è praticamente traccia.

Difficile dire perché. Sicuramente Universal Themes non è Benji: mentre il primo era un disco tutto sommato dimesso e ultra-classico (perlopiù voce e chitarra acustica) incentrato su un devastatissimo concept narrativo legato alla famiglia di Kozelek e al ritorno ai luoghi dell’infanzia, Universal Themes è il delirante racconto di cose successe al chitarrista nell’ultimo anno –cose totalmente a caso, vita di tutti i giorni di un musicista di fama medio-media. Quello che fa la differenza è la musica: uno dei pochissimi dischi folk-rock di questi anni che non somigliano a nulla, estremamente percussivo, fondato su canzoni di dieci minuti che cambiano radicalmente mood tre o quattro volte nel corso del brano. Uno dei dischi più istintivi, e al contempo complessi, che abbia ascoltato di recente. Probabilmente Benji soddisfaceva bisogni di normalità che UT sembra snobbare del tutto. O forse è perché Mark Kozelek è un misogino del cazzo. Tranne che non credo lo sia veramente, o non so dirlo con certezza, anche se con tutta probabilità è uno stronzo. Ma i musicisti buoni sono quasi tutti degli stronzi, giusto? Kerry King, Noel Gallagher, Stockhausen, Johnny Cash… Non è che sia piacevole, ma suppongo che sia necessario farsene una ragione, o almeno farsi una regola di base (che è diverso dal decidere da caso a caso, a seconda di chi pensa cosa, come sta succedendo di questi tempi). Dicevo, trovo un po’ spiacevole dover prendere posizione in questa cosa come se fosse importante al fine della musica che ascolto. Sia quel che sia, le polemiche nei confronti di Kozelek sono una goccia nel mare di guai in cui il musicista s’è cacciato e una delle tante polemiche che ha messo in piedi in prima persona da Benji in poi.

La strada per un possibile disco in collaborazione tra Jesu e Sun Kil Moon era aperta da anni: due dei musicisti più prolifici degli anni duemila, Kozelek che pubblica i dischi di Broadrick su Caldo Verde (magari vendendoli dentro a bizzarri bundle assieme ai live di Sun Kil Moon epoca pre-Benji). Le collaborazioni tra canzone folk macilenta e rock chitarroso di confine non sono più cosa così rara, basti pensare al disco di Sunn (o))) e Scott Walker il cui annuncio ha fatto girare la testa a così tanta gente un annetto fa (il disco finito non era buono quanto voleva essere ma nemmeno brutto quanto poteva essere), ma anche solo le collaborazioni Will Oldham/Tortoise o quei dischi pesi di Phil Elvrum. Jesu/Sun Kil Moon arriva un po’ all’improvviso, messo in streaming sul sito di SKM, e ha tutta l’aria di una cosa realizzata nei ritagli di tempo. Mark Kozelek continua sulla falsariga di Universal Themes, pipponi infiniti e quasi-rap sulle cose che gli succedono; Justin Broadrick copre tutto di melodie grasse e tironi di chitarre come nei dischi meno significativi della sigla Jesu.

Mark Kozelek è un personaggio strano, e con ogni probabilità sta diventando una specie di troll musicale -e la prima regola con i troll è quella di non dargli da mangiare. La sua percezione della realtà attorno a sé sembra essersi distorta progressivamente intorno a un concetto internettiano autocentrico, tipo il mio, ma senza la coscienza di essere al baretto sotto casa. Con il risultato che Mark Kozelek la mattina si alza, esce a prendere un caffè, incontra un paio di amici, ascolta mezz’ora di radio, mangia delle bistecche buonissime e la sera ha pronto un pezzo nuovo che prima o poi va a finire in qualche disco. è ragionevole pensare che questo genere di pipponi ombelicali suonino odiosi e indigeribili a molta gente, e che anche quelli che ci trovano un bizzarro fascino e un briciolo di senso non lo faranno per il resto della loro vita. Dentro ai testi di J/SKM ci sono la recensione di Pitchfork, il concerto al Siren Festival, le lettere dei fan e svariata altra roba simile, impacchettata in canzoni con titoli tipo America’s Most Wanted John Dillinger and Mark Kozelek. Il sottotesto generale è un canovaccio abbastanza classico: l’artista incompreso, qualche epifania, qualche calcio nei denti, i veri fan, l’età che avanza. Ma tutta questa roba è portata a funzionare su un livello lirico inedito, sicuramente respingente (è davvero molto difficile starlo ad ascoltare per ottanta minuti a fila) ma anche rivelatorio e perfino illuminante -sotto certi aspetti. Il tutto vangato dalle chitarre e dai tastieroni saturi di un Broadrick al minimo sindacale (e forse per questo estremamente efficace).

La poetica del caso umano non è mai stata così affascinante, parlando di percezione collettiva. La critica snob non ha alcun problema a fare la telecronaca dei talent-show con la piena coscienza del fatto che siano concorsi che generano situazioni disperate, buchi di bilancio, contratti di merda e dischi quasi sempre orribili. I documentari sugli artisti tra virgolette sfortunati stanno diventando una miniera d’oro cinematografica, le sbroccate delle popstar sono ormai un genere letterario a sè. Alcuni artisti sono affascinati dal lato oscuro e ci si tuffano mani e piedi, altri vengono spinti sull’orlo dal pubblico che li insulta e ne scrutina a getto continuo ogni cazzata. Justin Broadrick e Mark Kozelek non potrebbero essere due artisti più diversi: il primo è introverso, prolifico, costante e baciato da una street cred infinita, il secondo è sbracato, prolifico, qualitativamente discontinuo ed emarginato da ogni discorso. Fa quasi paura assistere all’incontro tra i due, parlare il linguaggio che hanno scelto entrambi di parlare.

Mi chiedo spesso cosa sarebbe oggi dell’indie rock se nei primi anni duemila, invece di buttarsi sul revival spinto, gli artisti avessero continuato a spingere un po’ più in là i limiti dell’inascoltato; non so dire se Jesu/SKM sia una vera e propria risposta a questa domanda, ma ad ascoltarlo così d’improvviso fa la figura di un disco venuto da un’altra dimensione, una cosa musicale venuta da una linea di pensiero parallela. è una caratteristica che non si trova così spesso nella musica, men che meno nella musica fatta con le chitarre. Ci pensavo ascoltando l’ultimo Liturgy, anche quello per certi versi un disco molto stupido e anche offensivo, e nondimeno affascinante. Forse il futuro della musica indipendente è nelle mani dei casi umani, di chi non riesce a pensar dritto. O forse dobbiamo iniziare a pensare in un altro modo, lasciare stare le storie e iniziare a guardare ai dischi che, come diceva Jim Morrison, ci raccontano qualcosa della nostra vita. Fino ad allora, se Universal Themes ha incontrato relativa indifferenza, è ragionevole sospettare che J/SKM sia destinato a generare aperto fastidio, prese per il culo, ostracismo manifesto e pernacchie. Per il disco della madonna che è venuto fuori, è un peccato. O forse una colpa, dipende da quanto vi sta sul cazzo il cantante.

DISCONE: Algiers – S/T (Matador)

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Gli anni che viviamo non sono particolarmente adatti per praticare lo sport del mai ascoltato, specie se rimaniamo nell’ambito delle canzoni (ho avuto anche conversazioni, nel senso di chat, sul fatto che nel 2015 in fondo non abbia più senso produrre e aspettarsi “canzoni”, e il mio trovarlo inconcepibile dà una misura all’anacronismo critico che mi azzoppa). La musica popolare che andiamo a fare e ad ascoltare, più che a suonare inedita, tende ormai a scegliere a quale epoca rifarsi nel suono e nello spirito; per molti versi anche la musica d’avanguardia segue lo stesso percorso, quantomeno dal punto di vista dell’asse critico –la forma mentis e le aspirazioni sono più o meno le stesse degli anni ottanta, da cui l’indulgenza verso generi noiosi tipo shoegaze e ambient, che continua imperterrita a produrre pagine di letteratura. Non so nemmeno dire cosa abbia senso fare oggigiorno per suonare contemporanei: probabilmente il modo più sicuro è assicurarsi che le premesse del suono vengano travisate, o in alternativa fornire un’esegesi plausibile della tua opera in tempo reale, una specie di guerra delle cartelle stampa in realtà aumentata. Saper fare collassare la dimensione sonora e lo spirito dietro la musica è un trucco vecchissimo, in questo contesto, e in molti casi finisce per sembrare una cosa molto stronza. Esistono molti esempi, in ogni caso, di artisti che riescono a decontestualizzare senza sembrare necessariamente delle teste di cazzo. Da questo punto di vista un disco come quello degli Algiers di Atlanta esce sul mercato come una sorta di risarcimento tardivo ai peccati di gente come TV on the Radio. Il loro primo disco è uscito su Matador il primo di giugno e si fonda, per molti versi, sulla stessa non-così-strana convergenza tra black music e postpunk. I TVOTR risolvevano l’equazione buttandola sul riccardone spinto e sull’esecuzione osservante, col risultato che già dal secondo disco lungo la musica era disinnescata e li si ascoltava solo per farsi il viaggio della GRUVA e della negritudine, che te li immagini a suonare con gli occhi socchiusi e la bocca a forma di cuore (anche un po’ razzista, volendo); gli Algiers ne prendono gli aspetti più molesti ed ossessivi e provano a buttarli su un tappeto sonoro casuale che piglia a mani aperte da roba come Einsturzende Neubauten. È una cosa piuttosto simile a quella che fanno Sightings o Neptune rispetto a quella This Heat o Throbbing Gristle; risuona di certi scorci malati che stanno nei dischi del tardivo Mark Stewart o dei Birthday Party, ma con un’impostazione più funk-rovinosa; poi magari entra la voce e porta tutto su binari di supa-cool urbano alla Superfly, ma ormai il danno è fatto e il risultato finale è il disco SKRANNOBLACK dell’anno in corso, una raccolta di canzoni dissociate e ossessive che al confronto il Truceklan era gente a posto. Non lo so, mi sembra un disco eccezionale; magari a breve mi passa l’entusiasmo e torno a fare il cinico.

Algiers – “Blood” from Algiers on Vimeo.

HAVAH/HIS ELECTRO BLUE VOICE, Maple Death e la musica di qui in giro.

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Non sapevo che US Girls (una musicista di nome Meghan Remy che pubblica dischi di surf-pop sbilenco e stracotto, con parti vocali alla Kathleen Hanna) fosse una fotografa eccezionale, o magari questo particolare scatto le è venuto per culo, ma credo di no. Comunque la copertina del disco di cui parlo oggi è sua. La musica che ci sta dentro, invece, viene da qualche decina di gruppi di pregio.

Jonathan Clancy cantava nei Settlefish anche quando erano un gruppo crossover e facevano split CD con i Tenuta (di cui non ricordo niente a parte il titolo, ma il CD devo averlo ancora da qualche parte). Poi ha fondato una band che all’inizio sembrava voler essere “tipo Arcade Fire”, chiamato A Classic Education, che poi s’è evoluto in una delle cose pop più belle che siano mai uscite fuori da questo paese. In parallelo ha iniziato a suonare da solista e s’è chiamato His Clancyness, e con questo nome è riconosciuto tra i grossi del cantautorato della nostra epoca (ok, non tra i grossi grossi, tra i grossi di cui si parla tra la gente con cui parlo io, diciamo; è un concetto fumose). Ora ha messo insieme un’etichetta di nome Maple Death e la prima uscita è uno split tra due gruppi che si chiamano HAVAH e His Electro Blue Voice. HAVAH è un progetto solista allargato di tale Michele Camorani, un forlivese che ha iniziato a suonare che era ancora quindicenne credo, un sacco d’anni fa, e ha messo insieme gruppi che si chiamano Roid e poi La Quiete e Raein, è passato per gruppi come Smart Cops, The Diamond Sea e Contrasto, ha suonato con Chris Leo e un sacco d’altra gente. La sua attuale occupazione, oltre ai gruppi ancora attivi, è uno studio di serigrafia che stampa magliette CD e altro per quasi tutti i gruppi che conosco. His Electro Blue Voice è un gruppo di Como dei cui membri non so assolutamente nulla, e che senza che io l’abbia mai visto dal vivo s’è fatto pubblicare un (bellissimo) disco lungo da Sub Pop. Insomma, anche mettendosi d’impegno è difficile mettere insieme tanta roba figa di queste parti in un solo disco. Immagino non sia questo l’obiettivo, ma

I pezzi di HAVAH sono un altro scattino in avanti rispetto a Durante un assedio: le parti vocali filastrocche biascicate con meno enfasi possibile, ricordano indifferentemente certo industrial/neofolk e i Fuckemos, su chitarre shoegaze distortissime e sempre più stratificate. Cinque canzoni. La sensazione è che in qualche modo HAVAH stia andando incontro ad un destino scritto; un giorno una singola canzone di Michele Camorani diventerà la colonna sonora di qualcosa d’importante e universale.

La metà di His Electro Blue Voice è un MATTONE rumorosissimo di diciannove minuti, base Neu! e altezze Sightings disposte a buttarsi ai limiti del rumore bianco. Detto brevemente, due gruppi eccezionali.

Tutto il disco lo trovate qui. Ho letto cinque minuti fa un pezzo che parlando di Sanremo dice “Posso garantirvi che se mi fate sentire cento pezzi inediti riesco a dirvi quali sono italiani e quali no già dal timbro della chitarra elettrica e dal modo con cui è suonata con un margine di errore pressoché nullo.” Non c’è niente di peggio degli articoli che parlano della musica italiana da esportazione, ma a volte mi scappa: scommetto sedici euro che Havah e HEBV, oltre a qualsiasi altro gruppo citato in questa pagina, sarebbero dentro il margine d’errore di cui sopra, e che se ci mettiamo tutte le cose fighe che ho ascoltato negli ultimi tempi (che di caso in caso riempiono i posti da ballare, vengono trattate nelle riviste prestigiose come casistiche a sé, escono su etichette leader di settore, mettono in piedi dibattiti interessantissimi o in generale sono comunque roba di prima classe), è un margine d’errore tutt’altro che nullo. È un margine d’errore dentro cui può capitare che uno si metta in testa di fondare un’etichetta, telefonare a qualche amico e mettere assieme un paio d’uscite di valore assoluto -la cassetta di Stromboli, cioè Nico dei Buzz Aldrin, la trovate in streaming su Quietus ed è ugualmente figa. È un margine d’errore dentro cui stanno musiche d’ogni tipo, elettronica da ballo per arene grosse o avant rock trattato dalle pubblicazioni più quotate al mondo. Quindi insomma, la musica qua in giro sta benissimo, molto meglio che in passato, molto meglio che in un sacco di altri posti eccetera. Se poi non compriamo i dischi buoni, diciamo che la colpa non è né della nostra razza né di chi li pubblica.

Postumi

GUARDA ANCHE TU IL VIDEO CON BESTEMMIE SUL SUONARE CHE HA COMMOSSO STEVE ALBINI

No niente, è che l’altro giorno leggevo la sgasata di infotainment protogeek sulla volontà di Sony di buttare fuori un reboot del Walkman che non c’entra un cazzo con nessuna filosofia di portabilità e pop del fratello morto. E’ un coso (costoso) con cui ci si può ascoltare ADDIRITTURA la versione flac di Analphabetapolothology, cioè il nonsenso più assoluto e non sto nemmeno a sottolineare il concetto con la metafora dello scopare col cazzo di un altro. Probabilmente mettendo il dito in bocca per sentire dove tira il vento del pay-to-listen finirà per essere un qualcosa su cui scaricare i dischi di rappertatuatoacaso con i codici trovati nei pacchetti di ringo, due aggiornamenti firmware all’anno, tre anni di vita con un paio di dimezzamenti del prezzo.
Nella scatola non ci sono nemmeno le cuffie, giusto così.
Sarebbe però un buon motivo per rompere i coglioni a Montagano di V4V Records per fare uscire i RECUPERONI DEI GRUPPI PUNK solo in digital download FLAC per trollare meglio la baracca.
Mi pare infatti una bella storia scrivere il mio primo pezzo dell’anno nuovo parlando di cose nuove che in realtà sono nella testa e nello stomaco datate al carbonio alla fine ’90 inizio ’00
Sta per uscire il disco nuovo degli Auden , orbita emo-core chitarra aperta che ha giocato di sponda con i primi FBYC e una delle più cose italiane di quegli anni là che era la Holiday Records.

Cover
Some Reckonings sono sostanzialmente otto pezzi di vecchia scuola, tanto cuore, brutto inglese e LA-LA-LALA-LA-LALALA tutti belloni, con tanta maniera e tanto tiro. Personalmente non sto ascoltando altro da un paio di settimane ed è tantissimo per un disco che si assimila in tre ascolti: cresce un sacco. Esce in vinile e in download non so quando, di preciso, entro Gennaio comunque. Seguirli da vicino.

L’altra miglior notizia del 2015 della categoria POSTUMI è questa qua
Immagine
Reunion dei Samsara, prima data al Renfe di Ferrara vuol dire ruspare via almeno 10 anni di feste lesbo fatte là dentro e riattaccarsi i dread col dentifricio.

DISCONE – Aphex Swift – S//T

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David Rees è un fumettista, a quanto pare abbastanza famoso negli Stati Uniti (pubblica su Wired e simili). Da qualche anno ha iniziato un business via posta: tu gli spedisci le tue matite, lui ti fa la punta e te le rispedisce a casa. Pare si rifaccia ad un sistema arcaico di cui ovviamente voglio sapere tutto, e questo è. Ha anche pubblicato un manuale, il che tutto sommato lo definisce come un matto con metodo, cioè il classico personaggio uscito fuori da internet. Durante l’estate ha lavorato a un disco di mashup tra musica di Aphex Twin e tracce vocali di Taylor Swift. Si tratta, grossomodo , del disco più interessante che ho ascoltato quest’anno.

Internet ha sviluppato a dismisura una pratica di musica automatica che ancora non viene trattata alla stregua della  musica diciamo “vera”. La ragione principale è che viviamo ancora all’interno di un sistema di mercato e in questi casi l’unico che guadagna soldi da queste cose (Google) non lo fa direttamente o comunque in maniera tale da essere incentivato ad investirci sopra. La musica automatica è anche una minaccia per il sistema cognitivo nel momento in cui la sua struttura orizzontale e le sue componenti aleatorie negano per principio la premessa alla base dell’arte occidentale, cioè la visione di un genio assoluto regalata al mondo tramite forme espressive pre-codificate. La dimensione soggettiva della percezione diventa il fondamento del successo artistico del fenomeno: una  fetta consistente, di assoluta maggioranza, del totale di quelli che generano il traffico verso un dato contenuto è dato da troll, simpaticoni, curiosi, mezzeseghe e brillanti conversatori. Un’assoluta minoranza è composta da persone toccate nel vivo da una canzone, un video o qualcosa di simile, per produrre il quale non sono necessariamente stati spesi tempo soldi o dedizione intellettuale. Fossero il doppio, e fossero solo loro, questa roba smetterebbe di esistere il giorno successivo alla pubblicazione.

Non so nulla di Taylor Swift, a parte quello che sanno più o meno tutti (sta per uscire l’ultimo disco; pare tra l’altro che qualche giorno fa abbia leakkato per errore un’anteprima di dieci secondi a cazzo e sia andata prima in classifica). Di Aphex Twin ho ascoltato i dischi senza che necessariamente la mia vita sia cambiata mentre lo facevo. Aphex Swift è una serie di mash-up che di primo acchito suonano molto scolastici, non che mi intenda di mash-up, e funzionano da dio. Fossero stati realizzati da Richard D.James  in persona o da David Rees o dal bambino che vive nella casa accanto alla mia, non avrebbe importanza dal punto di vista del risultato o della letteratura generata (in fin dei conti con il bastard-pop abbiamo già dato il collo dieci anni fa e già allora era finita in sfregi) (e/o con due o tre pezzi clamorosi suonati in qualche pista da ballo per il LOL). Un punto di partenza più considerabile è il momento in cui una versione omogeneizzata di certe intuizioni periferiche di Aphex Twin è stata inglobata dentro Kid A e qualcuno aveva iniziato a parlare di futuro del pop. Aphex Swift, quindici anni dopo ed alle stesse orecchie, suona estremamente più radicale benché realizzabilissimo senza sforzi dieci anni prima, magari con una volontà più programmatica e una sensibilità pop molto superiori, e quindi intrinsecamente passatista /Per quanto sotto il passatismo medio della musica passatista. E del resto esiste soprattutto al di fuori dal mercato della musica tradizionale, non vende AFX o Taylor Swift a gente non introdotta, non si gestisce come plusvalore di un originale qualsiasi. Senza contare i legami con le infinite leggende metropolitane di una collaborazione Aphex Twin/Madonna nei tardi anni novanta, mai quagliata e tuttavia in qualche modo riscalata in forme ibride -Chris Cunningham su Frozen, l’asse Bjork/Matmos, Mietta che cita Bjork come influenza capitale nei primi anni di evanescenza vapor-cantautorale, Robert Miles che smette la cassa e inizia a dialogare con il contemporaneo, Dj Hell che nobilita Alan Vega e Billie Ray Martin nello stesso disco, il big beat- lungo una ventina d’anni di una risacca ideologica del pop di cui Aphex Swift può senz’altro essere considerato il punto d’arrivo. Il senso ultimo è comunque quello di una musica fortemente popolare ma dal punto di vista materico, la hit parade della generazione astratta, forse persino il primo vintage consapevole (e non a traino) con cui abbiamo avuto a che fare da anni a questa parte e senza le noiose derive intellettuali con cui ci tocca avere a che fare mentre ascoltiamo robaccia tipo Soused solo perchè è di ottima fattura. Quale che sia la natura di questa musica, ed è probabile l’analisi sia falsata dai miei flaw percettivi, è innegabile che Aphex Swift sia –anche e soprattutto nel suo suonare così allineato smargiasso e di alto profilo- uno dei dischi dell’anno.

MEGAPIEGA

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“TOR-TEL-LINIII E BOC-CHI-NI, TOR-TEL-LINI E BOC-CHI-NIII”
Pierobon ne aveva appena parato un altro da distanza ravvicinata a EMILIO BENITO DOCENTE del Rimini e intanto Meggiorini aveva da poco iniziato a travestirsi da giocatore di calcio e metteva lì un gol fantasma per il Cittadella e poi quello della condanna a metà secondo tempo. E via ancora il coro sui tortellini e sui bocchini, io mica capivo dove fosse l’offesa per i romagnoli in quel coro lì, che alla fine son due cose belle e tu non litighi con la morosa impugnandoti la patta dei jeans e gridando “Downton Abbey e piscio da seduto” ma il senso è che quel Rimini lì era più forte di quel Cittadella là, perchè c’aveva Ricchiuti e da scemi avevano perso Vantaggiato. Però s’è goduto e si è andati tutti al Pepenero a festeggiare.
Perchè è così: la riviera è fatta un sacco dalla GENTE e DAI POSTI. E insieme si uniscono e fanno una polis greca avanti di duemilacinquecento anni con sei mesi di attitudine ultraestiva di figa, settore alberghiero di cemento condonato, aperitizi e bamba. L’Italia che ispira e che va in vacanza, praticamente.
Hemingway aveva Key West, il punk italiano ha l’Emilia Romagna e se i Distanti ci mancano un sacco la botta di culo è che la loro influenza è lì nelle robe nuove che escono. Non è questione di eredità, è proprio un solco di tradizione tracciato e c’è solo da seguirlo: è uscito il disco nuovo dei Riviera e si chiama Riviera, c’è ancora la tromba che tira su la pacca e il magone da vecchie foto di scuola.

Capolavoro da testa bassa e abbracciarsi forte, punk di sussistenza e autarchia sentimentale coi testi TUTTIVERI TUTTOMALE TUTTOBENE a la Giorgio che arrivano sempre lì dove devono arrivare, all’organo della malinconia derivativa con cui abbiamo imparato a galleggiare col sorriso e la sabbia in mezzo al culo, a tenerci lì dove dobbiamo essere e cioè ad ascoltare un disco che è talmente punk romagnolo che per capirne tutti i riferimenti e i risvolti bisogna avere poco più o poco meno di trentanni almeno. Quasi come per andare al Pepenero.

Facciamo che siamo tutti belli e bravi abbastanza da fare il pre-order da fallodischi, dai che “Risata” è il pezzo della vita.

Shellac – Dude Incredible

Shellac

Scoiattoli che si menano in copertina – e già me dà ar cazzo. Poi penso a quel pezzo di 1000 Hurts sugli scoiattoli (…real squirrels/and they were thousands…) e sono indeciso se archiviare la cosa nella sezione “genio” o in quella “disagio mentale”. O, terza possibilità, in quella “spiritosaggini da ragazzi sicuri di sé”, ironie di merda che significano robe tipo, Facciamo musica serissima e intellettuale, roba PENSATA, e siamo convinti di essere i migliori ma fino a un certo punto, oltre il quale ci cachiamo sotto e perciò ci poniamo con un atteggiamento sia sbruffone (“fa tutto schifo, tranne noi e gli SQUIRREL Bait”) che ostentatamente understatement (“abbiamo SCOIATTOLI in copertina e i pezzi parlano di temi buffi”). Non so se si è capito, ma è la terza opzione quella vera. E significa che gli Shellac sono dei mediocroni, delle mezze tacche, dei topi (scoiattoli) che oggi ballano perché i grandi veri sono morti o in prigione, quel processo che nella musica succede anche in altri ambiti, tipo che i tizi del Pop Group oggi fanno la figura dei gigantoni del post-punk perché tanto i Joy Division cor cazzo che li vedi, o tipo James Taylor o Donovan che sfruttano la morte di Dylan a proprio vantaggio, o ancora Paoli che dopo la morte di Tenco si prende tutto il piatto, e Vecchioni che vince Sanremo a FABER morto, eccetera.

Nella mia vita, i miei momenti più inutili e vuoti sono stati quelli passati viaggiando in città di merda (di norma Bologna, che odio visceralmente, soprattutto a causa di quel passaggio maròne che porta dalla piazza della stazione alla strada lunga e dritta, quel passaggio attraverso la corte di un palazzo dove c’è una lirberia di remainders che è la più perfetta immagine della depressione che possa esistere), dietro a gruppi del cazzo che mi sentivo in dovere di vedere in concerto. Gli Shellac li vidi in una di queste occasioni, che sarebbe stata poi la prima di tipo cinquanta ma non lo sapevo ancora, mi sembrava un’occasione unica all’epoca, e quando si misero a fare i minchioni giocando con i pezzi della batteria – “Ehi non siamo bravi davvero, non criticateci” – concepii in me un pensiero d’odio per loro che ancora mi porto dietro. Perché ragazzi, vaffanculo, basta con questa storia che siamo lì fuori per DIVERTIRCI, il rock è una cosa seria, e come tutte le cose serie obbedisce alla legge GENIO O MORTE, o in altre parole, non ce ne facciamo niente dei TALENTINI quando possiamo avere Kurt Cobain. (Con i “talentini”, pensai molte ore dopo, occupiamo metri e metri di scaffalature piene di dischi inutili. Mio figlio ha l’abitudine di tirare giù i cd e di lanciarli fortissimo a terra. Tendo a incazzarmi, ma quando vedo che in fin dei conti sta solo dando un senso – il gioco – a roba tipo Oneida, o Don Caballero, non posso far altro che passargli anche i Tortoise).

Il math-rock sono le scienze politiche della musica, nel senso che in nessun altro genere si verifica così tanto spesso la sequenza “ragazzi con un po’ di talento che obbedendo a regole rigide e assurde finiscono per fare robaccia autoreferenziale e inutile, ma senza un grande dispiego di energie”: non è free-jazz (filosofia analitica), non c’è bisogno di studiare poi così tanto per produrre noia. A dire la verità, non sono certo che gli Shellac facciano math-rock, anzi credo di no, ma uso consapevolmente questa definizione pensando con gusto al tipo di persone che ne potrebbe essere irritato (se ti irrita qualcuno che sbaglia una definizione come math-rock a proposito di un gruppo come gli Shellac, sei di sicuro un nerd fottuto che ha letto Jeremy Bentham o Kant del cazzo, e urla EGUALITARISMO mentre l’Isis gli taglia la testa). Ma sia quale sia il genere, gli Shellac fanno musica quadrata e geometrica come la testa di Steve Albini, che in questo disco, per onestà, SPIGNE come forse mai prima. Insomma, il disco è una bomba, e quelli in copertina non credo siano scoiattoli. (8, che poi se non mi sentissi in dovere di ritenere comunque un disco anni ’90 – Terraform – il loro migliore, direi che il loro migliore è questo, nel senso che grossomodo è quello che ti aspetti da loro, solo in modo attuale e in super-tiro)