DISCONE: Algiers – S/T (Matador)

Untitled-1

Gli anni che viviamo non sono particolarmente adatti per praticare lo sport del mai ascoltato, specie se rimaniamo nell’ambito delle canzoni (ho avuto anche conversazioni, nel senso di chat, sul fatto che nel 2015 in fondo non abbia più senso produrre e aspettarsi “canzoni”, e il mio trovarlo inconcepibile dà una misura all’anacronismo critico che mi azzoppa). La musica popolare che andiamo a fare e ad ascoltare, più che a suonare inedita, tende ormai a scegliere a quale epoca rifarsi nel suono e nello spirito; per molti versi anche la musica d’avanguardia segue lo stesso percorso, quantomeno dal punto di vista dell’asse critico –la forma mentis e le aspirazioni sono più o meno le stesse degli anni ottanta, da cui l’indulgenza verso generi noiosi tipo shoegaze e ambient, che continua imperterrita a produrre pagine di letteratura. Non so nemmeno dire cosa abbia senso fare oggigiorno per suonare contemporanei: probabilmente il modo più sicuro è assicurarsi che le premesse del suono vengano travisate, o in alternativa fornire un’esegesi plausibile della tua opera in tempo reale, una specie di guerra delle cartelle stampa in realtà aumentata. Saper fare collassare la dimensione sonora e lo spirito dietro la musica è un trucco vecchissimo, in questo contesto, e in molti casi finisce per sembrare una cosa molto stronza. Esistono molti esempi, in ogni caso, di artisti che riescono a decontestualizzare senza sembrare necessariamente delle teste di cazzo. Da questo punto di vista un disco come quello degli Algiers di Atlanta esce sul mercato come una sorta di risarcimento tardivo ai peccati di gente come TV on the Radio. Il loro primo disco è uscito su Matador il primo di giugno e si fonda, per molti versi, sulla stessa non-così-strana convergenza tra black music e postpunk. I TVOTR risolvevano l’equazione buttandola sul riccardone spinto e sull’esecuzione osservante, col risultato che già dal secondo disco lungo la musica era disinnescata e li si ascoltava solo per farsi il viaggio della GRUVA e della negritudine, che te li immagini a suonare con gli occhi socchiusi e la bocca a forma di cuore (anche un po’ razzista, volendo); gli Algiers ne prendono gli aspetti più molesti ed ossessivi e provano a buttarli su un tappeto sonoro casuale che piglia a mani aperte da roba come Einsturzende Neubauten. È una cosa piuttosto simile a quella che fanno Sightings o Neptune rispetto a quella This Heat o Throbbing Gristle; risuona di certi scorci malati che stanno nei dischi del tardivo Mark Stewart o dei Birthday Party, ma con un’impostazione più funk-rovinosa; poi magari entra la voce e porta tutto su binari di supa-cool urbano alla Superfly, ma ormai il danno è fatto e il risultato finale è il disco SKRANNOBLACK dell’anno in corso, una raccolta di canzoni dissociate e ossessive che al confronto il Truceklan era gente a posto. Non lo so, mi sembra un disco eccezionale; magari a breve mi passa l’entusiasmo e torno a fare il cinico.

Algiers – “Blood” from Algiers on Vimeo.

HAVAH/HIS ELECTRO BLUE VOICE, Maple Death e la musica di qui in giro.

mdr001

Non sapevo che US Girls (una musicista di nome Meghan Remy che pubblica dischi di surf-pop sbilenco e stracotto, con parti vocali alla Kathleen Hanna) fosse una fotografa eccezionale, o magari questo particolare scatto le è venuto per culo, ma credo di no. Comunque la copertina del disco di cui parlo oggi è sua. La musica che ci sta dentro, invece, viene da qualche decina di gruppi di pregio.

Jonathan Clancy cantava nei Settlefish anche quando erano un gruppo crossover e facevano split CD con i Tenuta (di cui non ricordo niente a parte il titolo, ma il CD devo averlo ancora da qualche parte). Poi ha fondato una band che all’inizio sembrava voler essere “tipo Arcade Fire”, chiamato A Classic Education, che poi s’è evoluto in una delle cose pop più belle che siano mai uscite fuori da questo paese. In parallelo ha iniziato a suonare da solista e s’è chiamato His Clancyness, e con questo nome è riconosciuto tra i grossi del cantautorato della nostra epoca (ok, non tra i grossi grossi, tra i grossi di cui si parla tra la gente con cui parlo io, diciamo; è un concetto fumose). Ora ha messo insieme un’etichetta di nome Maple Death e la prima uscita è uno split tra due gruppi che si chiamano HAVAH e His Electro Blue Voice. HAVAH è un progetto solista allargato di tale Michele Camorani, un forlivese che ha iniziato a suonare che era ancora quindicenne credo, un sacco d’anni fa, e ha messo insieme gruppi che si chiamano Roid e poi La Quiete e Raein, è passato per gruppi come Smart Cops, The Diamond Sea e Contrasto, ha suonato con Chris Leo e un sacco d’altra gente. La sua attuale occupazione, oltre ai gruppi ancora attivi, è uno studio di serigrafia che stampa magliette CD e altro per quasi tutti i gruppi che conosco. His Electro Blue Voice è un gruppo di Como dei cui membri non so assolutamente nulla, e che senza che io l’abbia mai visto dal vivo s’è fatto pubblicare un (bellissimo) disco lungo da Sub Pop. Insomma, anche mettendosi d’impegno è difficile mettere insieme tanta roba figa di queste parti in un solo disco. Immagino non sia questo l’obiettivo, ma

I pezzi di HAVAH sono un altro scattino in avanti rispetto a Durante un assedio: le parti vocali filastrocche biascicate con meno enfasi possibile, ricordano indifferentemente certo industrial/neofolk e i Fuckemos, su chitarre shoegaze distortissime e sempre più stratificate. Cinque canzoni. La sensazione è che in qualche modo HAVAH stia andando incontro ad un destino scritto; un giorno una singola canzone di Michele Camorani diventerà la colonna sonora di qualcosa d’importante e universale.

La metà di His Electro Blue Voice è un MATTONE rumorosissimo di diciannove minuti, base Neu! e altezze Sightings disposte a buttarsi ai limiti del rumore bianco. Detto brevemente, due gruppi eccezionali.

Tutto il disco lo trovate qui. Ho letto cinque minuti fa un pezzo che parlando di Sanremo dice “Posso garantirvi che se mi fate sentire cento pezzi inediti riesco a dirvi quali sono italiani e quali no già dal timbro della chitarra elettrica e dal modo con cui è suonata con un margine di errore pressoché nullo.” Non c’è niente di peggio degli articoli che parlano della musica italiana da esportazione, ma a volte mi scappa: scommetto sedici euro che Havah e HEBV, oltre a qualsiasi altro gruppo citato in questa pagina, sarebbero dentro il margine d’errore di cui sopra, e che se ci mettiamo tutte le cose fighe che ho ascoltato negli ultimi tempi (che di caso in caso riempiono i posti da ballare, vengono trattate nelle riviste prestigiose come casistiche a sé, escono su etichette leader di settore, mettono in piedi dibattiti interessantissimi o in generale sono comunque roba di prima classe), è un margine d’errore tutt’altro che nullo. È un margine d’errore dentro cui può capitare che uno si metta in testa di fondare un’etichetta, telefonare a qualche amico e mettere assieme un paio d’uscite di valore assoluto -la cassetta di Stromboli, cioè Nico dei Buzz Aldrin, la trovate in streaming su Quietus ed è ugualmente figa. È un margine d’errore dentro cui stanno musiche d’ogni tipo, elettronica da ballo per arene grosse o avant rock trattato dalle pubblicazioni più quotate al mondo. Quindi insomma, la musica qua in giro sta benissimo, molto meglio che in passato, molto meglio che in un sacco di altri posti eccetera. Se poi non compriamo i dischi buoni, diciamo che la colpa non è né della nostra razza né di chi li pubblica.

Postumi

GUARDA ANCHE TU IL VIDEO CON BESTEMMIE SUL SUONARE CHE HA COMMOSSO STEVE ALBINI

No niente, è che l’altro giorno leggevo la sgasata di infotainment protogeek sulla volontà di Sony di buttare fuori un reboot del Walkman che non c’entra un cazzo con nessuna filosofia di portabilità e pop del fratello morto. E’ un coso (costoso) con cui ci si può ascoltare ADDIRITTURA la versione flac di Analphabetapolothology, cioè il nonsenso più assoluto e non sto nemmeno a sottolineare il concetto con la metafora dello scopare col cazzo di un altro. Probabilmente mettendo il dito in bocca per sentire dove tira il vento del pay-to-listen finirà per essere un qualcosa su cui scaricare i dischi di rappertatuatoacaso con i codici trovati nei pacchetti di ringo, due aggiornamenti firmware all’anno, tre anni di vita con un paio di dimezzamenti del prezzo.
Nella scatola non ci sono nemmeno le cuffie, giusto così.
Sarebbe però un buon motivo per rompere i coglioni a Montagano di V4V Records per fare uscire i RECUPERONI DEI GRUPPI PUNK solo in digital download FLAC per trollare meglio la baracca.
Mi pare infatti una bella storia scrivere il mio primo pezzo dell’anno nuovo parlando di cose nuove che in realtà sono nella testa e nello stomaco datate al carbonio alla fine ’90 inizio ’00
Sta per uscire il disco nuovo degli Auden , orbita emo-core chitarra aperta che ha giocato di sponda con i primi FBYC e una delle più cose italiane di quegli anni là che era la Holiday Records.

Cover
Some Reckonings sono sostanzialmente otto pezzi di vecchia scuola, tanto cuore, brutto inglese e LA-LA-LALA-LA-LALALA tutti belloni, con tanta maniera e tanto tiro. Personalmente non sto ascoltando altro da un paio di settimane ed è tantissimo per un disco che si assimila in tre ascolti: cresce un sacco. Esce in vinile e in download non so quando, di preciso, entro Gennaio comunque. Seguirli da vicino.

L’altra miglior notizia del 2015 della categoria POSTUMI è questa qua
Immagine
Reunion dei Samsara, prima data al Renfe di Ferrara vuol dire ruspare via almeno 10 anni di feste lesbo fatte là dentro e riattaccarsi i dread col dentifricio.

DISCONE – Aphex Swift – S//T

as

David Rees è un fumettista, a quanto pare abbastanza famoso negli Stati Uniti (pubblica su Wired e simili). Da qualche anno ha iniziato un business via posta: tu gli spedisci le tue matite, lui ti fa la punta e te le rispedisce a casa. Pare si rifaccia ad un sistema arcaico di cui ovviamente voglio sapere tutto, e questo è. Ha anche pubblicato un manuale, il che tutto sommato lo definisce come un matto con metodo, cioè il classico personaggio uscito fuori da internet. Durante l’estate ha lavorato a un disco di mashup tra musica di Aphex Twin e tracce vocali di Taylor Swift. Si tratta, grossomodo , del disco più interessante che ho ascoltato quest’anno.

Internet ha sviluppato a dismisura una pratica di musica automatica che ancora non viene trattata alla stregua della  musica diciamo “vera”. La ragione principale è che viviamo ancora all’interno di un sistema di mercato e in questi casi l’unico che guadagna soldi da queste cose (Google) non lo fa direttamente o comunque in maniera tale da essere incentivato ad investirci sopra. La musica automatica è anche una minaccia per il sistema cognitivo nel momento in cui la sua struttura orizzontale e le sue componenti aleatorie negano per principio la premessa alla base dell’arte occidentale, cioè la visione di un genio assoluto regalata al mondo tramite forme espressive pre-codificate. La dimensione soggettiva della percezione diventa il fondamento del successo artistico del fenomeno: una  fetta consistente, di assoluta maggioranza, del totale di quelli che generano il traffico verso un dato contenuto è dato da troll, simpaticoni, curiosi, mezzeseghe e brillanti conversatori. Un’assoluta minoranza è composta da persone toccate nel vivo da una canzone, un video o qualcosa di simile, per produrre il quale non sono necessariamente stati spesi tempo soldi o dedizione intellettuale. Fossero il doppio, e fossero solo loro, questa roba smetterebbe di esistere il giorno successivo alla pubblicazione.

Non so nulla di Taylor Swift, a parte quello che sanno più o meno tutti (sta per uscire l’ultimo disco; pare tra l’altro che qualche giorno fa abbia leakkato per errore un’anteprima di dieci secondi a cazzo e sia andata prima in classifica). Di Aphex Twin ho ascoltato i dischi senza che necessariamente la mia vita sia cambiata mentre lo facevo. Aphex Swift è una serie di mash-up che di primo acchito suonano molto scolastici, non che mi intenda di mash-up, e funzionano da dio. Fossero stati realizzati da Richard D.James  in persona o da David Rees o dal bambino che vive nella casa accanto alla mia, non avrebbe importanza dal punto di vista del risultato o della letteratura generata (in fin dei conti con il bastard-pop abbiamo già dato il collo dieci anni fa e già allora era finita in sfregi) (e/o con due o tre pezzi clamorosi suonati in qualche pista da ballo per il LOL). Un punto di partenza più considerabile è il momento in cui una versione omogeneizzata di certe intuizioni periferiche di Aphex Twin è stata inglobata dentro Kid A e qualcuno aveva iniziato a parlare di futuro del pop. Aphex Swift, quindici anni dopo ed alle stesse orecchie, suona estremamente più radicale benché realizzabilissimo senza sforzi dieci anni prima, magari con una volontà più programmatica e una sensibilità pop molto superiori, e quindi intrinsecamente passatista /Per quanto sotto il passatismo medio della musica passatista. E del resto esiste soprattutto al di fuori dal mercato della musica tradizionale, non vende AFX o Taylor Swift a gente non introdotta, non si gestisce come plusvalore di un originale qualsiasi. Senza contare i legami con le infinite leggende metropolitane di una collaborazione Aphex Twin/Madonna nei tardi anni novanta, mai quagliata e tuttavia in qualche modo riscalata in forme ibride -Chris Cunningham su Frozen, l’asse Bjork/Matmos, Mietta che cita Bjork come influenza capitale nei primi anni di evanescenza vapor-cantautorale, Robert Miles che smette la cassa e inizia a dialogare con il contemporaneo, Dj Hell che nobilita Alan Vega e Billie Ray Martin nello stesso disco, il big beat- lungo una ventina d’anni di una risacca ideologica del pop di cui Aphex Swift può senz’altro essere considerato il punto d’arrivo. Il senso ultimo è comunque quello di una musica fortemente popolare ma dal punto di vista materico, la hit parade della generazione astratta, forse persino il primo vintage consapevole (e non a traino) con cui abbiamo avuto a che fare da anni a questa parte e senza le noiose derive intellettuali con cui ci tocca avere a che fare mentre ascoltiamo robaccia tipo Soused solo perchè è di ottima fattura. Quale che sia la natura di questa musica, ed è probabile l’analisi sia falsata dai miei flaw percettivi, è innegabile che Aphex Swift sia –anche e soprattutto nel suo suonare così allineato smargiasso e di alto profilo- uno dei dischi dell’anno.

MEGAPIEGA

fabrizio_corona_bc11

“TOR-TEL-LINIII E BOC-CHI-NI, TOR-TEL-LINI E BOC-CHI-NIII”
Pierobon ne aveva appena parato un altro da distanza ravvicinata a EMILIO BENITO DOCENTE del Rimini e intanto Meggiorini aveva da poco iniziato a travestirsi da giocatore di calcio e metteva lì un gol fantasma per il Cittadella e poi quello della condanna a metà secondo tempo. E via ancora il coro sui tortellini e sui bocchini, io mica capivo dove fosse l’offesa per i romagnoli in quel coro lì, che alla fine son due cose belle e tu non litighi con la morosa impugnandoti la patta dei jeans e gridando “Downton Abbey e piscio da seduto” ma il senso è che quel Rimini lì era più forte di quel Cittadella là, perchè c’aveva Ricchiuti e da scemi avevano perso Vantaggiato. Però s’è goduto e si è andati tutti al Pepenero a festeggiare.
Perchè è così: la riviera è fatta un sacco dalla GENTE e DAI POSTI. E insieme si uniscono e fanno una polis greca avanti di duemilacinquecento anni con sei mesi di attitudine ultraestiva di figa, settore alberghiero di cemento condonato, aperitizi e bamba. L’Italia che ispira e che va in vacanza, praticamente.
Hemingway aveva Key West, il punk italiano ha l’Emilia Romagna e se i Distanti ci mancano un sacco la botta di culo è che la loro influenza è lì nelle robe nuove che escono. Non è questione di eredità, è proprio un solco di tradizione tracciato e c’è solo da seguirlo: è uscito il disco nuovo dei Riviera e si chiama Riviera, c’è ancora la tromba che tira su la pacca e il magone da vecchie foto di scuola.

Capolavoro da testa bassa e abbracciarsi forte, punk di sussistenza e autarchia sentimentale coi testi TUTTIVERI TUTTOMALE TUTTOBENE a la Giorgio che arrivano sempre lì dove devono arrivare, all’organo della malinconia derivativa con cui abbiamo imparato a galleggiare col sorriso e la sabbia in mezzo al culo, a tenerci lì dove dobbiamo essere e cioè ad ascoltare un disco che è talmente punk romagnolo che per capirne tutti i riferimenti e i risvolti bisogna avere poco più o poco meno di trentanni almeno. Quasi come per andare al Pepenero.

Facciamo che siamo tutti belli e bravi abbastanza da fare il pre-order da fallodischi, dai che “Risata” è il pezzo della vita.