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Gente che torna a usare le parole giuste, ovvero COME FARE A NON TORNARE e i FBYC

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Non sono dentro a nessun giro, come si sa, non ne sapevo un cazzo e quindi mi viene da pensare che da un paio di anni a sta parte questo sia il periodo FBYC anche se i miei sensi di ragno non hanno funzionato e non mi hanno fatto vedere gemelle con la maglietta dei Mineral che si tengono per mano in corridoi con un sacco di porte; la Zona Cesarini delle maniche corte e di quei pezzi lì che suonano in quel modo lì che sappiamo, il Pitturato da cui vanno tagliati fuori un paio di concetti della nomenclatura abusata tipo SCENA, GENERAZIONALE e INVECCHIARE BENE, perchè si è speso troppo e male di tutto in quella direzione. Riguardo ad altri dischi dello stesso filone sono arrivato a leggere, sì proprio su quel sito lì dai che si capisce, che questi dischi punk qua cantati e suonati e raccontati in un certo modo stanno diventando derivativi e ripetitivi, che è un po’ come andare ad un concerto dei SunnO))) e lamentarsi del fatto che non si capiscono gli accordi. Ma andate affanculo.
L’avete capito che è uscito, fuori dal nulla come i nei dopo troppo lampade, il disco nuovo dei Fine Before You Came e che non chiamerò EP perchè è un disco punk e non esistono EP punk, ma solo dischi punk con un certo numero di pezzi-pochi-o-tanti. Questi sono cinque pezzi nuovi che ho ascoltato più volte mentre percorrevo in bicicletta la tratta Adria-Fasana-Cicese-Pezzoli-Lama-Gavello-Magnolina-Adria, sono circa trenta kilometri di campagna e vento contrario che ti gasano abbastanza. Qua sotto metto una gif animata che lo dimostra.
FBYCbici

Finalmente anche i FBYC hanno fatto il loro disco zeppo di neri e grigi, che va digerito con i quattro stomaci delle mucche e solo dopo che sono stati presi a pugni dal didentro tutti e quattro si inizia ad intravedere qualcosa arrivando a dare un senso anche a quel progetto che è stato VRCVS, capendo anche l’influenza liminale e fluida che ha avuto quel disco di HAVAH che si chiama Settimana (io dentro a questa roba nuova dei FBYC sento che quel disco lì a loro è piaciuto particolarmente, non so, potrebbe essere una cazzata). Mi era sfuggito a suo tempo il quadro entro cui andare a collocare VRCVS, mi era rimasto lo spazio vuoto nel muro col contorno della polvere (semicit.). Voglio dire, mi era piaciuto, ma non lo capivo, non l’ho capito, sto iniziando ora dopo averne ascoltato l’appendice completa in questi cinque pezzi. Che sono spessi, sono pesanti e ti si schiantano sulla groppa: non sulla gobba o sulla schiena, proprio lì sulla groppa, e ti fanno piegare un sacco. E trascinare i piedi e dimenticare di quando si urlava della gente che ti cerca a Settembre, del vecchio sulla spiaggia e di Dublino. COME FARE A NON TORNARE cestina gran parte di tutto quello che c’era prima, non è un disco generazionale che parla di generazioni di giovani vecchi che si incontrano ai concerti, non è un disco che parla di nostalgia con immagini del volersi bene, non è un disco che serve a istruire ed avvicinare gente. E’ un disco che torna a usare le parole giuste, come si diceva lassù nel titolo: lividi, essere stanchi, non sapere, non essere soddisfatti ma fortunati. Inverno a Giugno, riffoni e quella batteria alla fine che pesta un sacco, ma per davvero.
Francamente è un esperimento che mi garba parecchio, era ora di fare il singalong da tristoni veri e ingobbiti ai concerti.

IL DISCO LO PIGLIATE QUA, IN FREE DOWNLOAD COME SEMPRE.

disco dell’anno.

Ultimamente l’indie rock va considerato come un gioco di sottoinsiemi e sbucciato come una cipolla. Non è proprio una metafora ma ci andiamo vicino. Prendi quello che viene definito indie rock e togli tutti quelli che è definito così per convenzione, la roba major, la roba indie distribuita major e tutto il resto. E questa è la discriminante di base, poi si va a pescare nei sottoinsiemi in maniera arbitraria: ci sono quelli che tendenzialmente scendono a compromessi e quelli che tendenzialmente no; scegli quelli che non, dividi tra gruppi storici e gruppi di nuova formazione, scarti questi ultimi, rimane una ventina di nomi. Di questi prendi quelli che non si sono riuniti negli ultimi dieci anni ma hanno continuato sempre –a fasi alterne, coi loro ritmi e quant’altro- a lavorare. Dopodiché decidi di considerare quelli che (nonostante non siano major, non scendano a compromessi col mercato, non si siano mai sciolti e lavorino con costanza) ogni volta che li vedi salire sul palco sono contenti come dei bambini. A questo punto ti ritrovi in mano (se non erro) due sole carte: Nomeansno e The Ex. Non a caso fanno parte più o meno dello stesso giro: hanno fatto il punk, hanno superato il punk, hanno iniziato a imparare a suonare, sono diventati musicisti della madonna, hanno collaborato con un sacco di gente e stanno ancora a scaricarsi il furgone in posti improbabili di provincia, poco prima di salire e dare la paga a qualunque altro gruppo abbia mai suonato una chitarra in pubblico. C’è anche da dire, comunque, che i Nomeansno non pubblicano un disco da sette-otto anni, mentre gli Ex continuano a sparare sul mercato dischi bellissimi nell’ordine di uno o due all’anno. Quella di cui andiamo a parlare, in ogni caso, è un’occasione speciale: la formazione che incide il disco è la stessa che abbiamo visto l’estate scorsa in giro per l’Italia e si chiama THE EX & BRASS UNBOUND (obbligatorio il caps lock). È composta dagli Ex, ovviamente, nella nuova formazione con Arnold de Boer che canta e suona una chitarra in più; e da un quartetto di fiati composto dalla miglior gente sul mercato: Ken Vandermark, Mats Gustafsson (il quale per il secondo anno a fila suona nel disco dell’anno: nel 2012 era quello di Neneh Cherry & The Thing), Roy Paci (che emenda in un solo colpo tutto una decina d’anni di Puglia Sounds e Concertoni del Primo Maggio) e Wolter Wierbos. È un disco degli ultimi Ex, molto solare e al contempo molto politico nei testi, che tira botte in faccia dall’inizio alla fine. Fate conto di ascoltare un disco tipo il primo con Getatchew Mekuria ma composto solo di otto variazioni della prima traccia. È roba che sprizza amore per la musica e presobenismo in qualunque solco si metta la puntina del disco: suona dritto per tutto il tempo, con Katherina Bornefeld sempre più in primo piano rispetto al resto del gruppo. Enormous Door è esaltante soprattutto per come riesce a devastare ogni pregiudizio sul mefistofelico incrocio tra punk e fiati, svilito da vent’anni di ritmi in levare e terzomondismo a poco prezzo: sentite come si intrecciano nel sensazionale Theme from Konono n.2 (alt-version di una jam uscita originariamente su Turn) e nella reprise di Bicycle Illusion da Catch My Shoe. Roba che ridefinisce il concetto di classe, puro e semplice.

 

Quello che più preoccupa è che di fronte agli Ex cadono le credenze più basilari che abbiamo. Gli Ex sono in giro da quasi trentacinque anni, io li ascolto assiduamente da quindici e sono assolutamente sicuro di non averli mai considerati più in forma di oggi. Nessun altro che produce musica oggigiorno, siano vecchi arnesi del rockenroll senza data di scadenza o giovani punk senza radici ma con un sacco di fotta, NESSUNO suona così fresco e concentrato su disco. Come sempre, ha  ragione Steve Albini:

STREAMO/TrueBelievers/StareBene/DISCONE e altre cose sul nuovoWolf Eyes

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La prima volta che ho letto il nome Wolf Eyes, come quasi tutti in Italia, è stato su Blow Up. Erano i primi anni duemila e si parlava con un certo entusiasmo di qualche uscita a loro nome, poi collegata a tutto un discorso di nuova musica wave e nuova musica industriale, che tuttora mi ronza nelle orecchie. Ho letto e sedimentato, un momento in cui Blow Up e la musica sembravano nutrirsi a vicenda di questa sorta di energia che li spingeva tutti nella stessa direzione. Ho scoperto abbastanza presto che i Wolf Eyes erano, effettivamente, uno dei gruppi più interessanti del periodo: registrazioni carbonare licenziate sul mercato a botte di venti o trenta l’anno, nei formati più disparati e con in calce nomi di etichette assurdi che negli anni a venire avrebbero ossessionato un intero immaginario. Anche solo metterne in condivisione i dischi su Soulseek ti faceva sentire un punk di prima categoria o una specie di grande diffusore della Cultura, a cui un certo punto persino il mondo esterno prima o poi sarebbe arrivato riconoscendo implicitamente il nostro ruolo di teste di ponte (c’era già arrivato, ovviamente, due minuti prima di noi). Ho scoperto abbastanza presto che essere fan dei Wolf Eyes e del NOISE richiedeva una dedizione ed uno stipendio assolutamente maggiori di quelli di cui disponevo ai tempi. Dischi in vinile colorato stampati su un lato solo e tirati in poche decine di copie; cassette a tiratura ugualmente limitata smerciate più o meno a caso ai banchetti di qualche festival europeo a tema in cui era possibile assistere alle performance; amici che risparmiavano per mesi prima di quell’evento e si portavano a casa edizioni immancabilmente limitate e scrause pagando trecento euro a botta; si fa presto a sentirsi inadeguati, uomini non-nuovi, adepti di seconda o terza categoria destinati a una più che prevedibile abiura del NOISE una volta che quei suoni fossero passati di moda.

L’unico modo di continuare a quei livelli, nel noise, è di diventare artista. Ovviamente a un certo punto lo faccio, un po’ lo facevo anche prima ma ora lo faccio con uno spirito. Lo stupore intrinseco alla scoperta che certa musica può interessare a qualcuno che non sei tu. Registro cose con un mangianastri, aggiungo stronzatine fatte con una strumentazione rimediata e composta (vado a memoria) da tre pedali, un mixer, una tastiera, qualche microfono a contatto piazzato ovunque, un vecchio lettore CD dotato di un tasto per i loop e via; il pezzo forte era un Kaoss Pad 2 comprato a un centinaio di euro ad un amico, utilizzato un paio di volte e ributtato nel cestino. Il valore artistico della musica oscillava quasi sempre tra il ripugnante e l’inascoltabile, e le cassette/gli mp3 sono giustamente rimasti in un cassetto finchè la vita è andata necessariamente avanti e mi ha imposto di buttare le macchinette e ricominciare, boh, a disegnare; la mancanza di dedizione alla CAUSA ci ha imposto di rivedere il nostro asse critico ed abbiamo più che volentieri declassato l’harshnoise a un baraccone di idioti che (a parte pochi nomi, dei quali peraltro manco eravamo così convinti) sfruttava l’hype intorno a Wolf Eyes e simili come un trampolino di lancio per fare cagnara con macchinette autocostruite invece che con le vecchie autoghettizzatesi chitarre, senza alcuna idea alla base della musica stessa a parte il puro casino e a qualche cicatrice autoinflitta nei fortunatamente rari concerti dal vivo. Per poi bollarlo come una sega mentale artsy-fartsy non appena abbiamo visto comparire (tipo ai tempi dell’esplosione di un Prurient) il sospetto che la musica di qualcuno si fosse estesa oltre le bestemmie sputate in faccia a un pubblico di dieci stronzi con un microfono effettato a boia. Le storie di ascesa e caduta, nel rock e derivati, sono tutte riscritture apocrife della rivoluzione francese. Nel periodo di monomania riesco persino a farli piacere a qualche collega di lavoro, con il risultato di ritrovarmi di lì a un anno in discussioni in cui è LUI a raccontarmi per filo e per segno progetti di secondo e terzo grado di gente che ha suonato il corno in una cassetta dei WE uscita nel 2004 su American Tapes dicendomi cose tipo questa te la devi assolutamente sentire ti faccio un disco di mp3 mentre tu pensi quanto tempo da perdere ha ‘sto tizio. E poi? Boh, più niente. Circa un lustro fa smettono di uscire dischi a nome Wolf Eyes e i membri si fanno vivi solo in proprio.

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È abbastanza commovente riascoltarsi oggi i dischi dei Wolf Eyes. L’ho fatto la scorsa settimana: ho iniziato per caso trasferendo dischi da un appartamento all’altro e ripescando dalla pila dei disastri sfilati a qualche distro una delle collaborazioni con i Black Dice. Bello, per niente noioso, per niente gratuito. Ho ricominciato così, un po’ alla volta: Burned Mind che continuo non-originalmente a pensare sia il loro disco definitivo, Human Animal di qualche anno seguente, sempre su Sub Pop, sempre bellissimo. Slicer che forse era uscito su Hanson qualche anno prima, il disco (bellissimo anche questo) con Anthony Braxton. Al momento sono fermo qui. Probabilmente sono partito dai miei preferiti, ma è difficile guardare indietro a quegli anni e trovare un gruppo così amato allora che ancor oggi suona così dentro i tempi. Gran parte del merito è da darsi ovviamente all’eleganza formale dell’estetica del gruppo, oltre ovviamente alla capacità di Nate Young di ottenere un risultato specifico e peculiare a partire da qualsiasi suono. O alla sua capacità di selettore della propria musica capace di buttare sistematicamente nel cestino la roba non interessante o comunque riservarla ad uscite che finisco per non ascoltare. Resta il fatto che il nome Wolf Eyes continua ad essere –parlando di America- la pietra miliare del NOISE così come lo conosco io: al nome Wolf Eyes è associabile quasi tutto quel che so di questa musica, a partire dai padri fondatori per arrivare alle deviazioni freejazz a cui in qualche modo sono giunto ascoltandoli, a una manciata di etichette con nomi tipo Bulb o Hanson o Hospital o American Tapes ma anche Important e Troubleman che li hanno fatti uscire, a duecento side-project dei membri del gruppo, duecento gruppi con cui sono usciti split o dischi in formazione allargata e via di questo passo. Parlando di NOISE, in quella accezione, Wolf Eyes è quasi un genere musicale in sè.

E certo è una notizia che stranisce quella che una nuova formazione del gruppo senza Aaron Dilloway (presente come ospite su una traccia), quattro anni dopo le ultime uscite a nome Wolf Eyes, torna sul mercato con un disco nuovo intitolato No Answer: Lower Floors e viene ospitata su Pitchfork Advance –quindi per certi versi esce con lo stesso hype riservato ai nuovi Strokes* o Yo La Tengo. Siamo ai primi ascolti ma il disco sembra comunque buonissimo: NOISE di sapore molto industrial (in senso buono), per nulla gratuito, costruito su un equilibrio impossibile e su un profilo bassissimo, quasi ad elemosinare nella sua estrema eleganza un posto qualsiasi ai margini dello spettro musicale. Ancora una volta familiare ma al contempo non allineato, ed animato da questo senso di necessità che anche spento il player non accenna ad andarsene: un disco il cui solo essere uscito è una dichiarazione politica che ci colpisce dove fa più male: io ho mollato, i miei conoscenti hanno mollato, il NOISE in molti casi ha mollato. Wolf Eyes è ancora qui in forma smagliante: non sembra potersi permettere di essere altrove.

*mi chiedevo tra l’altro se nel caso di un disco come Comedown Machine sono gli Strokes a pagare per finire su Pitchfork Advance o se è Pitchfork a pagare gli Strokes per l’esclusiva. Quante cazzo di cose che non so.

DISCHI STUPIDI: Black Pus – All My Relations (Thrill Jockey)

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Non credo di dover spiegare a nessuno di quelli che sono qua dentro a parte quelli che sono entrati cercando Maria Nazionale nuda su google (MI FATE SCHIFO, stiamo qua a leggere libri e sentire dischi e guardare film indipendenti sei ore al giorno e diocristo state ancora a cercare su internet le tette grosse) chi siano i Lightning Bolt. Lo faccio lo stesso: i Lightning Bolt sono un gruppo basso-batteria che replica dal punto di vista industrial-noise l’assetto di base di un pezzo cock-rock anni ottanta alla Van Halen. Tapping selvaggio e batteria che rulla all’infinito, il tutto scomposto e ricomposto in un formato che rasenta l’inudibile –incidentalmente, la cosa più bella che fosse dato vedere su un palco negli anni duemila, anche se la band dal vivo suona in mezzo alla gente. I Lightning Bolt ci hanno dato una manciata di dischi, tutti sostanzialmente identici l’uno all’altro e perlopiù pleonastici (il mio preferito è Ride The Skies per via del fatto che è quello che ho ascoltato per primo): la si potrebbe definire un’esperienza fisica pura, una cosa di quelle che vanno fatte dentro a qualche squat e poi archiviate vitanaturaldurante al giusto status di blow-up-sensation, nel senso della rivista, che ha nutrito i nostri sogni per fin troppo tempo.

Il che non toglie che noialtri Blow Up continuiamo a leggerlo. È così che siamo rimasti più o meno informati di tutte le vicende dei due musicisti che compongono la band: Brian Gibson, bassista, figura come membro di diversi progetti quasi tutti in capo a Load e sembra occupare (tra le altre cose) un posto di rilievo in una casa produttrice di videogame; il batterista Brian Chippendale è una specie di figura chiave per comprendere il nostro tempo, pittore/fumettista di fama ormai mondiale e batterista di lusso convocato alla corte di Bjork, Boredoms e chissà chi altri. Da qualche tempo Chippendale è il tenutario di una one-man-band chiamata Black Pus, la quale esce questi giorni con il suo (credevo secondo e invece) OTTAVO disco, primo su Thrill Jockey, chiamato All My Relations. Al confronto i Lightning Bolt sono i Pink Floyd: filastrocche berciate su pattern di batteria garage-rock stirati fino allo sfinimento, pedali a non finire, tastierine di merda e un’inclinazione a mandare tutto in vacca alla fine del pezzo che persino Kevin Shea avrebbe avuto delle remore morali. La chiave più ovvia in cui vedere All My Relations e (immagino) il resto della produzione Black Pus suona più di quel genere di ossessione e del bisogno di Chippendale di registrare e pubblicare qualsiasi cazzo gli esca dalle mani, in una maniera un po’ Omar Rodriguez o Kawabata Makoto; ma il batterista sembra animato da un’inclinazione più meccanica degli arzigogoli psichedelici dei personaggi di cui sopra, con il risultato che un disco come All My Relations suona più o meno come la cosa meno sperimentale sia mai stata incisa da un uomo. Si trova più tracce (a torto, naturalmente) di una certa ossessività bambinesca alla Chrome, del noise marcio e americano in culo dei dischi griffati AmRep, di certi Suicide (ovviamente) degli anni d’oro di Skin Graft. Sembra stupido dirlo così, ma nell’immediato un disco come All My Relations suona davvero come una delle musiche più brutalmente schierate, dal punto di vista politico, dell’America contemporanea. Avercene, di uomini come Brian Chippendale.

(il disco è su pitchfork advance)

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Potremmo dire che è la SUMMA di tutto quello che gli Autechre hanno realizzato fino ad oggi. Peraltro potremmo dirlo di tutti i dischi da Incunabula in poi, con la differenza che questo è un po’ più lungo sfiancante e splatter degli altri. Notevole il passaggio dai tondi di Oversteps ai quadretti di Exai, credo sia una metafora della società.

QUINTALE.

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Non so se qualcuno ha usato la parolaccia con la M parlando dell’ultimo disco dei Bachi, nel caso credo stiano tutti aspettando che qualcuno cominci. Il nuovo disco dei Bachi da Pietra segna una svolta verso territori hard-blues-sludge-stoner-noise-aggro-core, vent’anni di leggere recensioni e ormai non mi fate più un baffo, potete dirlo che avvertite non so dove non so come che il nuovo disco dei Bachi da Pietra è METAL. Io lo sto ripetendo da venti minuti e mi sento molto meglio rispetto a questa mattina. Questa mattina ascoltavo Quintale in macchina e lo non-capivo con la mia solita nonchalance, ritirando fuori nella mia testa una miriade di gruppi che c’entrano un casino ma che non sono il punto: Hammerhead, Janitor Joe, primi GVSB, ovviamente Melvins (tutti i gruppi con una chitarra mi ricordano i Melvins) e tagliamola pure con certi deliri jesuslizardiani, l’insofferenza nei confronti della vita di un Fausto Rossi e qualcosa di macilento che lavora da sotto tipo una versione veloce dei primi Cathedral con Lee Dorrian che canta come se fosse ancora nei Napalm Death e via di questo passo. Di seguito ho passato la giornata lavorativa dentro l’ufficio canticchiando parola di Paolo, Paolo, Paolo, Paolo il Tarlo e lasciando che il mio collega si chiedesse se avevo sbroccato o meno per via della fotta di vedere che figura farà Berlusconi tra qualche ora davanti a Travaglio e soprattutto che figura farà Travaglio davanti a Berlusconi alla stessa ora.

E mentre trovavo una scusa qualsiasi per uscire dall’ufficio e andare a ricaricare 400 euro sul postepay da puntare online su Berlusconi che lascia lo studio entro 4 minuti dal primo scambio di battute, ho avuto l’illuminazione. Il quinto disco dei Bachi da Pietra è METAL. Un normalissimo e volgarissimo disco heavy metal, una roba che verso fine degli anni ottanta mi piace pensare ne uscissero sedici o diciassette al mese di questo livello, musica estremamente cafona ed estremamente arrabbiata ed estremamente cafona nel suo essere estremamente arrabbiata, testi di stampo fantasy, scale di chitarra, batterie rovinose e gente infoiata con la tecnica e il suono dall’inizio alla fine del disco. Poi le chitarre si doppiano e si triplicano come nei dischi degli Iron Maiden e la gente inizia a pensare che questa è la cosa più tamarra e meno spontanea della storia della musica, una cosa artificiosa, finta basata su premesse ideologiche farlocche e su valori morali che hanno quel che di protofascista (il desiderio di primeggiare, la lotta per la sopravvivenza, la delazione eccetera). Naturalmente solo dei dementi o degli ascoltatori senza spina dorsale possono pensare che queste cose siano classificabili come difetti, specie visto che stiamo parlando di un disco METAL. Al primo passaggio sullo stereo, Quintale sembra il disco più farlocco e sbagliato della storia. Cose tipo Fessura te le ascolti e sembrano un ripescaggio a buffo dei Litfiba di Spirito, la prima parte di Pensieri Parole Opere è cantata in un inglese stile Alberto Sordi, il pippone finale di Baratto sembra la lamentela contro il governo di un vecchio al bar. Dal secondo ascolto in poi si inizia ad entrare nel meccanismo. Contrariamente a quanto scritto quasi ovunque (“estremamente violento ma estremamente accessibile”, l’avran copiato dalla cartella stampa), Quintale è un disco METAL estremamente difficile e insidioso: Succi e Dorella ci blandiscono con promesse di riffoni facili e rovesciano la baracca a furia di sbroccare gratis. Escono fuori incroci impossibili tra cock rock e Rollins Band in Brutti versi, escono fuori bordate da primi della classe a partire da premesse senza costrutto. Viene in mente, soprattutto, quella sensazione di non starci dentro per la violenza della musica e di volerne comunque avere ancora a pacchi, una sensazione che ci ha fatto innamorare della musica METAL (ed evitare che le ragazze si innamorassero di noi e ci distraessero dal nostro volere PIÙ METAL) e che ormai riusciamo a provare se va bene una volta ogni anno e mezzo; una sensazione per cui devi essere tagliato, naturalmente, e non faccio una colpa a nessuno di quelli che si sentiranno –giustamente- esclusi a calci da Quintale e lo troveranno una cosa dozzinale crassa stupida cafona e in generale troppo METAL per volerci avere a che fare. Disco dell’anno.

Il primo disco di mia figlia

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Non credo che tra i vari affari miei di cui ho parlato ci sia anche la mia passione per i dischi farlocchi. Dico passione e non ossessione perchè conosco qualcuno che invece ci va sotto e ne fa il principale punto d’onore della propria carriera. Ma insomma, i dischi farlocchi hanno comunque il loro fascino malato a prescindere. Si intende per disco farlocco qualsiasi disco che non sia di studio o live o boh, greatest hits. I dischi farlocchi sono cose tipi Incesticide dei Nirvana, la raccolta degli EP dei My Bloody Valentine chiamata The EPs e cose simili. Il disco farlocco è una raccolta più o meno apocrifa (e più o meno no) di versioni alternative, out-take, cover, b-side dei singoli, raccolte di dieci pezzi senza senso per tirare la volata a un solo inedito figo, selezioni messe insieme da qualche anonimo genio e caricate su torrent a diventare la miglior uscita dell’artista in questione, eccetera eccetera. Tra le prossime liste che faremo ci sarà senza alcun dubbio una lista dei miei dieci dischi farlocchi preferiti, il cui migliore sarà comunque Born Annoying degli Helmet (su questo non ho davvero nessun dubbio, fatemeli venire voi nel caso scrivendomi al solito disappunto(a)gmail.com).

Tutto il cappello per dire che il disco di cui parlo è un disco farlocco. Si chiama Micah P. Hinson and the Junior Arts Collective, è appunto un disco di Micah P. Hinson e non è uscito per davvero. Si tratta di una raccolta di versioni alternative, cover, out-take e cose simili messa insieme come CD allegato ad una rivista di musica spagnola che si chiama Rockdelux, un po’ a spalla del recente tour autunnale dell’Uomo che ha toccato anche l’Italia per una mezza dozzina di date in acustico.

Junior Arts Collective è il miglior disco di Micah P. Hinson dai tempi di Opera Circuit. Gli altri dischi di Hinson erano buoni e a tratti strepitosi, ma è sempre stato sufficiente vederselo dal vivo in uno dei suoi passaggi annuali per farsi l’idea che le canzoni contenute in cose tipo Pioneer Saboteurs o il disco di cover avevano tutto un altro potenziale di miseria e decadenza ed avrebbero meritato un trattamento più scarno. L’attacco di violino della versione solo-strumentale di I Keep Havin’ These Dreams basta a capire com’è l’andazzo in tutto il lavoro: senso di vuoto ed inadeguatezza, piangersi addosso per giorni interi, apro gli occhi e intorno vedo solamente mostri, mi sveglio e faccio schifo, uomini che si preoccupano continuamente delle guerre degli altri così nascondono la propria guerra dentro ognuno di loro e via di tag di Bastonate. Il cantautore texano, in forma smagliante, infila un numero dietro l’altro. Punte di strazio assoluto la 7 Horses Seen e Beneath The Rose prese in acustico in una stanza stracarica di echi, roba che ti basta a giustificare da sola un altro anno di musica. La versione hinsoniana di Can’t Help Falling in Love straccia quella di Elvis Presley, il resto è contrappunto di quelli che oggi il tuo pezzo preferito è quello e domani quell’altro. Non fosse rimbalzato per qualche m-blog, di Micah P. Hinson and the Junior Arts Collective non sarebbe rimasta traccia. Un po’ un peccato per quello che -se i dischi farlocchi non fossero squalificati per puro principio ed evidente miopia dei giornalisti ruock- sarebbe potuto essere il disco di cantautorato americano del 2012. L’uomo ha promesso un ritorno in brevissimi tempi con gruppo al seguito, una ragione come un’altra per tirare a campare oltre l’inverno.

Martedì scorso, il primo gennaio, è nata la mia prima bimba. Avevo compilato una lista dei dischi da farle ascoltare per l’imprinting, ma poi s’è deciso che l’ultimo di Micah sarebbe stato soddisfacente.

QUATTRO MINUTI/STREAMO/DISCONE – Corin Tucker Band – Kill My Blues

ammetto che le foto promozionali sono una merda a ‘sto giro

VIA

ROCK NORMALE come il disco di Nikki che ovviamente non ho mai ascoltato se non L’ultimo bicchiere che quella invece l’ho ascoltata sei volte e intendo dire che l’ho ascoltata sei volte ieri (storia vera, quando entra Pezzali nel finale sono lacrime tutte le volte, da sempre e per sempre). L’ex Sleater Kinney Corin Tucker stava in piedi da sola già ai tempi del primo disco a nome proprio, alla faccia di chi si è posto più di un dubbio sul fatto che in realtà il genio in seno al gruppo fosse Carrie Brownstein (titolare assieme a Janet Weiss di un progetto intitolato Wild Flag, sospeso tra SK-revival e garage-pop di merda senza botta e senza pezzi e senza futuro). Il nuovo disco della Band è più bello di quello prima. Stessa identica musica, sia chiaro: pezzi power-pop di tre minuti suonati forte e con la botta e senza cazzi. Quello che cambia è che i pezzi sono scritti meglio e il gruppo è ancora più in parte, che te lo riascolti tre volte di fila invece che due, che siamo più vecchi e che la figa non è più una scusa da un bel po’. Se parliamo di revival degli anni novanta e abbiamo un briciolo di interesse a fare un discorso sensato, forse è il caso di partire da qualcuno che negli anni novanta c’era e suona cose anni novanta ancora adesso e lo fa nel modo in cui lo faceva negli anni novanta. Bene.
STOP
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DISCONE – WHORES – RUINER (tutto maiuscolo)

Scopro scrivendo il post sui Metz di non avere mai menzionato il disco dei o degli Whores di Atlanta sull’unico posto, grossomodo, dove ancora scrivo di musica. Il disco dei o degli Whores me l’ha girato il mio amico Paolo ma ci sono voluti diverse settimane perchè me lo ascoltassi. Il disco dei o degli Whores ha molti difetti e un solo pregio. I difetti sono che non è un disco di pezzi, che è estremamente poco fantasioso, che è quasi impossibile distinguere tra le cinque tracce, che è fatto da gente dotata di pochissimo gusto estetico (perlopiù mutuato da gente tipo Killdozer o Alice in Chains o simili) e nessuna originalità, che è uno sport gratuito ed essenziale e che vive in un’America gretta e irragionevole nella quale Saddam sta per invadere il Kuwait e degli sbirri stanno per pestare Rodney King, che non solo non è il paese reale ma è anche una facile via di fuga da problemi che né io né (probabilmente) il gruppo ha. Il solo pregio è che tutti questi difetti sono una specie di condizione strutturale inevitabile e vengono bypassati suonando la musica contenuta in Ruiner con una violenza e un incazzo che riportano a momenti cruciali della storia della nostra vita tipo la prima volta che abbiam sentito gli Slayer o il disco degli Harkonen su HydraHead o quel gruppo francese che vomitava sul microfono e non ho mai più trovato in giro e si chiamavano tipo Ambush o qualcosa di simile, la prima volta che ti passano i napalm death e Dudley dei Jesus Lizard e un milione di altre esperienze che una volta erano settimanali e ora una volta all’anno se va bene un po’ perché la musica ora è peggiore e un po’ perché noi siamo dei vecchi e degli scorreggioni e devono venirci a dare il bacetto della buonanotte col bastone e i gomiti alti. La pianto qui perché Ruiner non è uno di quei dischi di cui scrivi e viene fuori un bel pezzo che non contenga una sfilza di stronzate già lette in un migliaio di altri pezzi simili. E poi ho da scrivere il listone di domani. Ruiner dei o degli Whores è il disco dell’anno. È uscito a natale 2011, troppo tardi per le playlist dell’anno scorso, quindi secondo me conta.

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DISCONE: Woven Hand – The Laughing Stalk (Glitterhouse)

Secondo il manuale der critico, quando esce un disco intitolato The Laughing Stalk e non è roba stronza o fatta per ridere devi trovare necessarie parentele tra la musica dell’autore e quella di Mark Hollis. Con David Eugene Edwards la cosa non funziona benissimo. Viene la tentazione di sparare “autore schivo, compromesso e in continua mutazione come il deus ex-machina dei Talk Talk”, così a caso, ma c’è da arrendersi quantomeno all’evidenza che l’esordio dei 16 Horsepower e l’ultimo disco di Woven Hand contengono più o meno la stessa musica, e che la musica nel corso degli ultimi quindici anni –or so- si è evoluta più che altro con un trend più o meno sinusoidale. Vale a dire che a un certo punto arrivava un disco più acustico di Woven Hand e dopo qualche anno c’era un disco più incazzato di Woven Hand, senza che la cosa andasse ad inficiare il formato standard dei pezzi scritti su David Eugene Edwards: parla con Dio, ha i cazzi suoi, i dischi sono un’esperienza spirituale, IL FOLK, i nativi, u-ye-ye e via abborracciando. Arrivato a mille battute mi viene da pensare che anche a questo giro sarà difficilissimo risparmiare a chi legge la filippica sul FOLK e sui nativi e su Dio, un po’ perchè a questo punto quasi chiunque ha ascoltato e visto dal vivo Woven Hand e insomma, la cosa bella di Woven Hand è che anche un idiota che passa davanti al palco per puro caso si rende conto in venticinque secondi che David Eugene Edwards è la musica che suona. Il che agevola abbastanza l’approccio critico nei suoi confronti, creando una specie di intercapedine nell’indiefolk che esce di questi tempi, ti costringe a prenderti un’ora libera dagli altri cazzi, stendersi sul divano e ascoltarlo a palla e iniziare a vedere gli spiriti. Da qui in poi il viaggio è più o meno sempre lo stesso: un’interiorità molto compromessa e drammatica, un suono molto grezzo e molto curato al contempo, gli echi, i microfoni anni cinquanta e una specie di sollievo che deriva da non essere quello che canta. Poi arriva a casa tua sorella e ha le piume nei capelli e un vestito a righe rosse e ti urla qualcosa tipo U-YE-YE. Nel cercare di uscir fuori dalla gabbia della recensione automatica, è difficilissimo comunque non dire almeno a bassa voce che The Laughing Stalk sembra poter essere davvero il meglio scritto e il più incazzato di tutti i dischi a nome Woven Hand. Segno che al di là di David Eugene Edwards che parla con Dio, ha i cazzi suoi, i dischi sono un’esperienza spirituale, IL FOLK, i nativi, u-ye-ye e via abborracciando, probabilmente ricominciare con una backing band nuova di zecca e ripresentarsi sul palco con un assetto stile gruppo stoner acido e violentissimo ha portato una bella ventata d’aria fresca al progetto Woven Hand e alla nostra vita in generale; o in alternativa tagliare gli spigoli con l’accetta e iniziare a convincersi che pur non essendo mai stato davvero di moda e continuando ad agire in un apparente stato di immobilità creativa, Edwards è da vent’anni circa un artista in crescita continua. Possibile disco dell’anno 1874.