THE CUTTHROATS9 – DISSENT

CT9

L’esistenza dei CUTTHROATS9 la scopro nella pagina della posta di Rumore, intorno al 2001. Un tizio scrive chiedendo di trattare i due dischi del gruppo, usciti per Reptilian e Man’s Ruin, e si riferisce a loro come agli ex-UNSANE: eccoci qua. Gli UNSANE si sciolgono dopo quello che forse è il loro disco più bello, Occupational Hazard: Chris Spencer scappa da New York, si trasferisce a San Francisco e fonda un altro gruppo. Lo chiama CUTTHROATS9, in onore di un film che non ho visto: riesco a recuperare il disco su Man’s Ruin. Il disco su Man’s Ruin è senza titolo ed è la classica uscita Man’s Ruin, che in CD ha il retro davanti e il davanti dietro. Complicato da spiegare. Il disco su Man’s Ruin è sostanzialmente un disco degli UNSANE, ci suona pure Dave Curran. Non riesco a trovare l’altro disco in giro. In quel periodo ho uno scambio non proprio intenso ma quantomeno presente con certe persone via posta: ci sentiamo sui network, masterizziamo dischi e ce li spediamo in busta chiusa. L’ADSL, almeno dalle mie parti, deve ancora arrivare. Scrivo al tizio che ha scritto l’email a Rumore, gli chiedo il disco, gli mando qualcosa in cambio –Cave In e simili. Tre o quattro dischi. Poi col tizio smetto educatamente di parlare. Lui mi manda un disco dei Chrome Cranks e uno degli Handsome, e ovviamente i CUTTHROATS9. Il disco su Reptilian, che è uguale all’altro e si chiama Anger Management. La vita va avanti, in ogni caso: i CUTTHROATS9 non si distinguono per meriti particolari e negli anni duemila scatta l’operazione nostalgia. A tre anni dallo scioglimento gli UNSANE si rimettono in pista: esce una raccolta cd/DVD intitolata Lambhouse, con tour allegato. Blood Run del 2005 sembra realizzato un po’ in pilota automatico, ma all’uscita di Visqueen è chiaro come il sole che UNSANE è ancora uno dei pochissimi nomi necessari alla sopravvivenza della musica con le chitarre nel nuovo millennio.

 

A un certo punto mi scova su twitter il tipo con cui avevo scambiato i dischi. Il suo account all’epoca si chiama ingoio indigesto, poi diventa lindigesto. Ha un blog su un certo gruppo di New York, lo trovate qui. Qualche settimana fa è iniziata a girare la foto di una chitarra sverniciata e la scritta CUTTHROATS9 – DISSENT. Il disco nuovo esce così, dalla sera alla mattina: gli UNSANE sono fermi al sensazionale Wreck di un paio d’anni fa, hanno messo insieme il progetto Coextinction e un paio di spin-off (Pigs, Celan). CUTTHROATS9 una mosca bianca a volume altissimo. Dissent è su Bandcamp: essenziale, scarno, monocorde, blues fin dentro al buco del culo. Un gruppo in forma smagliante. Dave Curran non è più in formazione. Chris Spencer? Nelle note di copertina,

Chris Spencer is angry about life, and by god he’s going to make you feel it too.

Obbligatorio.

Gmellow, king.

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Pezzi di Panchine fatte di adamantio ed eternit rimangono impassibili nella credibilità e nello spessore a distanza anche di dieci anni, talento garantito a vita come neanche le protesi all’anca.
Produzione di Squarta e pure l’asfalto alza i pugni.

DISCONE: David Lynch, The Big Dream

feat. True Detective, cinema, e altri dischi di David Lynch o abbastanza riconducibili a David Lynch
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I dischi, io, li recensisco quando li compro. Il che non vuol essere altro che un modo simpatico di esprimere il mio solito MA CHE CAZZO ME FREGA a chi mi volesse far notare che questo album è uscito troppo tempo fa, ossia diversi mesi, e appartiene cioè a quel periodo (che inizia due settimane dopo l’uscita di un disco e dura fino al quinto anno dalla pubblicazione) in cui un album, qualunque album, è ANTICAJA E PETRELLA, robaccia polverosa e invecchiata male, buona per essere dimenticata o lanciata con disprezzo in sgabuzzini infestati dai fantasmi, per l’eternità o fino al giorno in cui un media importante non la recuperi trasformandola in classico, ristampandola, e innescando di nuovo in noi la FOTTA, in un pazzo vortice di eterno ritorno e calendarizzazione Maya. È un concetto di Todorov. No forse di Nietzsche. Nietzsche, tra le altre cose, diceva se non sbaglio che luntan ‘e Napule nun se può sta’, e su uno striscione dei tifosi del Napoli ai tempi della B, se non ricordo male, si leggeva che solo chi soffre impara ad amare: e noi amiamo David Lynch perché siamo arrivati alla fine di Twin Peaks, alla grandiosa scena finale di Twin Peaks, dopo la lunga tortura della seconda stagione. Ed ecco la ragione per la quale ci siamo comprati il suo disco.

Disco che non è l’unico, tra l’altro: lo scopro oggi, eh – il mio spirito guida, quello che durante la trance mi informava sui migliori dischi relax/fuck-mainstream fino a otto o nove anni fa, è purtroppo rimasto intrappolato nel Regno Invisibile ai tempi della mia esplorazione a casa Belasco – ma lo scopro con tutto il cuore, con lo stesso JEEZ HOT LULZ! con cui ho scoperto questo The Big Dream. Bè, che disco è questo The Big Dream? In sostanza, Texas Radio and the Big Beat dei Doors portata alla lunghezza di un album intero. In sostanza, una ficata. Dai, cosa c’è di meglio di quel pezzo dei Doors? Forget the night. Live with us in forests of azure. Ed è subito caldo e DEPRE, è subito palude. È subito ambiente misterioso e tristanzuolo tipo True Detective, con un tizio taciturno e fico (Ashared Apil Ekur) che si accompagna a un fanfarone di provincia (FF), formando con lui un’inossidabile macchina investigativa. Che ficata, True Detective. Che poi, al grido di QUANDO C’ERA BERLINGUER, abbiamo tanto rotto la minchia con Twin Peaks, ma alla fine True Detective non è meglio? Tra venticinque anni, segnatevelo, questo pirla qui – intendo il tizio taciturno, intendo io –si comprerà l’album di Nick Pizzolatto. Mio figlio sarà un ballerino, o un avvocato, o un barbiere per allora. E ogni cosa sarà illuminata.

Dicevamo: c’è un sottile filo che collega la teologia cattolica, la danza sufi, le poesie esoteriche di Pessoa e True Detective. No, non è vero, né che lo dicevamo, né che ci sia questo filo, ma avevo voglia di scrivere i nomi delle cose che mi interessano al momento. Mi interessano del resto anche: la colonna sonora di Eraserhead, la colonna sonora di Twin Peaks e specificamente quel cd che si chiama Twin Peaks Season Two Songs and More, la colonna sonora di Shining fatta da Wendy Carlos avendo letto solo il libro e mai usata per il film, la ragione per la quale tutti questi cd sono introvabili e soprattutto perché, maledettamente perché ho ancora bisogno di supporti fonografici in questo mondo senza Dio? The Big Dream di David Lynch, Sacred Bones Records, molte canzoni, parecchi minuti. Compratelo.

Rev_1: Rileggendo la mia stessa recensione, puntualizzo che non sono più d’accordo con me stesso nel definire questo album “Texas Radio and the Big Beat dei Doors portata alla lunghezza di un album intero”. La definizione corretta è Texas Radio and the Big Beat dei Doors portata alla lunghezza di un album intero con un tantino di Achtung Baby qui e lì”.

SOSPESI NEL VUOTO BRUCEREMO IN UN ATTIMO E IL CERCHIO SARÀ CHIUSO

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In un numero della rivista “I Misteri”, edita dalla Cioè a metà degli anni ’90, c’era un pezzo scritto tutto intorno alla foto di una poltrona di quelle a fiori che avrà visto almeno un paio di mondiali di calcio e un sacco di Videomusic mista a Western e Umberto Smaila. Sulla poltrona c’era del lerciume nero, fuliggine collosa, viscera fusa e il pezzo parlava di un tizio che ci si era sciolto sopra per autocombustione. I Misteri era bello perchè ti buttava lì le cose senza parlare in scientifichese, se compri una rivista di parapsicologia e cose così che cazzo te ne frega della scienza e delle formule: ti frega solo della storia, avevano capito TUTTO. E la storia te la ricamavano bene. C’era sto vecchio americano arrabbiato col mondo che durante un talk show televisivo ha preso fuoco. Lo stress e l’esasperazione nervosa avevano accelerato le particelle del suo corpo ad un punto che avevano preso fuoco spontaneamente. Una scintilla causata dal giramento di coglioni, dipinta come la risorsa ultima del genere umano per garantire l’evoluzione definitiva -come autodifesa dal mondo esterno- in una mucosa nera sciolta: filava come ragionamento.
E allora, quanta gioia nel recuperare l’argomento e il bel ricordo dell’autocombustione, del bruciare privatamente senza far danno a nessuno, pacatamente scomparire senza finire imprigionati in un’urna.
E che cazzo di gioia far partire il disco di uno di quei gruppi che sono in giro da un bel po’ e hanno fatto a pezzi tanti di quelle ossa in giro per i centri sociali (chi se li ricorda nel ventre rovente dell’Ultimo AntiMtv Day) scoprendo che è un quasi concept album legato all’annichilimento da fiamma, più o meno figurato. Gli STORM{O} fanno il disco nuovo nello studio di Riccardo Pasini, una costola dei The Secret ed Ephel Duath, lasciando giù un titolo come SOSPESI NEL VUOTO BRUCEREMO IN UN ATTIMO E IL CERCHIO SARA’ CHIUSO che sa già di carica a testa bassa.
Quindici tracce di hardcore da mannaia sulle dita, veloce ma spesso, parecchio spesso, che quando parte l’intro sai già che finirai a faccia ingiù nella merda. E se la tua faccia non va alla merda allora sarà la merda che arriverà alla tua faccia, come diceva quel proverbio là. E succede che ci si ritrova disintegrati quando parte D’Istanti, il pezzo che ti tira giù con il peso di mille vanghe sulla schiena, quattrocentoventi secondo la questura.
Quello che è successo l’anno scorso con i Marnero, vale a dire la riaffermazione assoluta dopo un disco clamoroso, a sto giro DEVE succedere agli Storm{o} perchè di gente che ancora sa fare dischi pesi con questo tiro e quelle cose dette in quel modo lì ne abbiamo bisogno.
Quindi io vi dico che SOSPESI NEL VUOTO BRUCEREMO IN UN ATTIMO E IL CERCHIO SARA’ CHIUSO è un po’ come l’autocombustione, è un gesto di regressione materiale necessario, dovuto e doloroso ed il sollievo stà nel passare da animale eretto a fango pesto: lo potete tirare giù gratis da qua, ma dato che si tratta di una cosa spessa e messa in piedi con la collaborazione di svariati capi di tutto (Shove, Dischi Bervisti, Fallo Dischi, La Fine, Here and Now! Records, Left Hand, Epileptic Media e Desordré Ordonné) direi che se non spendete dieci euro per il vinile vi potrebbero crescere dei cazzi al posto dei pollici. Se invece ne spendete quindici per la versione serigrafata a mano (limitatissima, 40 copie) artigianata da Storm Records nessun bullo vi toccherà mai più mentre andate a scuola.

DISCONE: Indian – From All Purity

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Un sette od otto anni fa quando i Cough uscirono per Relapse ci fu una specie di spinta a quella coscienza collettiva coi capelli lunghi e lo smanicato di jeans che voleva l’imbruttimento, nel senso letterale tipo citofonare all’appartamento sbagliato e ritrovarsi al cospetto di una congrega di demoni che cucinano metanfetamina dentro a delle teste umane -giusto per iniziare a parlare dei dischi usando l’immaginario contestuale-, di tutto il circuito doom. Mi ricordo di aver letto all’epoca rimasugli di recensioni che puzzavano di sudore di sottopalla e affermazioni del tipo “EHI TU CHE ASCOLTI LA ROBA PESA, I COUGH SONO FIGHI PERCHE’ SONO IL GRUPPO PIU’ PESO DELLA RELAPSE, GIURO!”. Sto parafrasando il giusto, ma la posa che c’era dentro e fuori quelle parole era abbastanza da sfigati. I Cough erano fighi perche’ riuscivano ad essere credibili da almeno due punti di vista: quello di protoblackster con la fissa del mistico marcio e quello doom con quel riff là all’inglese. L’uno prevaleva in maniera netta su Ritual Abuse, l’altro non poteva non essere dentro Sigillum Luciferi e tutto si mischiava per tirare fuori una botta tutt’altro che ignorante o limitata al pittoresco, quindi si erano pesi e ci avevano passato del tempo su a lavorarci per esserlo in quel modo lì. Nessuna posa, solo credibilità e spessore.
La cosa bella è che gli Indian hanno tirato fuori una roba che suona ancora più pesa di Ritual Abuse pur mantenendo la stessa credibilità, oltre che la stessa etichetta: From All Purity è il disco doom più peso che ci sia in giro attualmente e il pezzo Rhetoric Of No è la nuova madonna che piange sangue davvero.
E’ il secondo disco che gli Indian fanno uscire per Relapse, il primo era Guiltless ed era più che buono considerando che era una specie di rimasterizzata messa giù meglio dei pezzi usciti prima. Non c’era la malattia, la mortemale, lo strisciare nella merda che c’è in From All Purity e se manca lo strisciare nella merda è un po’ come quando manca la badilata sulla schiena nella roba hardcore: rimane sempre tutto bello, ma manca il dettaglio che ti uccide davvero.
Adesso si sono incattiviti, hanno tolto l’alone di epicità ad ogni costo che strabordava dalla roba vecchia, hanno ingrassato i riff e rallentato tutto quanto per rendere meglio l’effetto di punizione infinita e dolorosa a cui tende tutto il disco.
Grandi sorrisi.

Da quassù nessuno potrà più sentirci urlare

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In vita mia sono stato in montagna una sola volta. Ero bambino, non era nemmeno Inverno, non c’era nessuno della mia età, ero con mia madre e mio padre e l’unico gran lato positivo che ricordo è di aver scoperto di avere una fotofobia per tutte le due settimane che ci sono stato: la congiuntivite non mi faceva tenere gli occhi aperti se c’era luce solare e mi sono rimaste un sacco di foto in cui sembra mi piaccia un sacco l’eroina. Non ce n’è una in cui sorrido perchè mi bruciava e mi lacrimava tutto quello che stava sotto la fronte e mio padre mi ha pure ripescato da un torrente perchè ci sono finito dentro da mezzo ciecato.
Non sono più andato in montagna perchè ho paura di finire in un torrente di nuovo o al peggio di venire intervistato dal tizio di Studio Aperto con gli occhiali a culo di bottiglia di grappa Piave che mi chiede se mi sto divertendo e in caso di risposta negativa mi rincalza sul perchè cazzo non mi sto divertendo.
Sei in montagna, ti devi divertire cazzo. Non ti piace la montagna? E allora cosa ci fai qua. E se ti piace la montagna, perchè non ti stai divertendo? Si sta bene qua, non vedi come si sta bene? Scrivi qualcosa di ispirato guardando fuori dalla finestra. No. Allora vai a fare un giro che è bello fuori, non vedi com’è bello? Non mi interessa. Eppoi arriva l’inevitabile commento di qualcuno che ti gira attorno “Fai le tue cose lì, quello che sai fare meglio, tipo lamentarti”.
Come diceva Ugo Illing: se sei in montagna ti devi divertire per forza o qualcuno ti cagherà il cazzo, se invece sei i FBYC e fai uscire la Domenica due pezzi nuovi non urlati qualcuno ti cagherà il cazzo.
Quassù c’è quasi tutto sono due pezzi per sedici minuti di roba che completano l’eclissi e il gran freddo iniziati con Come fare a non tornare, l’estinzione di tutto ciò che erano i FBYC fino ad Ormai, in una svolta che è ancora più grossa di quella che era toccata prima con il cambio di lingua del cantato perchè a sto giro è cambiata la botta e si resta tutti fermi, è ufficiale. A sto giro si passa dal sentirsi vivere addosso i pezzi e a buttarli fuori facendo a gara a chi li canta a voce più alta e a testa più bassa quando c’è il giro di chitarra al “ehi, no, così fa male“. Non è una cosa che deve piacere o non piacere, non ci si deve trovare d’accordo o meno, è la trasformazione di un gruppo che ha dato-detto-fatto tanto in qualcos altro. E’ una cosa che si subisce addosso, fine della storia.
Si fa partire il disco, ci si becca due minuti di silenzio prima di iniziare a sentire quel totem strumentale di dieci minuti piovuto direttamente dal pianeta degli indiani tristi dal muso lungo che è Angoli.
Si è ostaggio di questa cosa che è più lenta e monotona e CAZZO silenziosa, ma non si riesce a fermare prima della fine. Va cambiata l’attitudine con cui ci si avvicina ad ogni loro roba di questa fase e in questo processo di distacco l’hype che avevamo coi dischi precedenti rende tutto più difficile e sì, ci ha fatto più male che bene, a tutti (leggasi “Spegniamo tutto, restiamo soli, non pensiamoci più”).
Jacopo è sempre uno dei migliori a scrivere le cose e gli va dato il merito di essere uno di quelli che sa quali sono le cose che vanno scritte e non quelle che il fan in fotta vuol sentire, che poi le due cose in molti pezzi/situazioni/dischi coincidano in modo così reale che neanche l’effetto Forer degli oroscopi è pura parte della stregoneria che ha reso i Fine Before You Came quello che sono. Meno testi e più mantra tristi, forse. Meno botta e più silenzi sicuro, poi la svolta del cantato alla Enrico Ruggeri in certe parti di Distanze è frutto dell’adattarsi a un nuovo comunicare che è hardcore in un modo tutto suo, che poi non so neanche cosa voglia dire, ma insomma non credo c’entri la figa.

DISCONE: Bachi da Pietra – Festivalbug

rassLongiano è dove lavoro. Io in realtà lavoro nella via Emilia, Longiano è un borghetto che sta sulla prima collina e il pezzo di via Emilia attribuito a Longiano sta lì ad abbassare la media delle cose belle. Sali da Budrio sullo stradone e vedi più o meno tutto quello che c’è da vedere: la via Emilia che in quel punto è terra di mangimifici e puzza di scorreggia vecchia e poi dietro il mare, già quando stai guardando l’avvallamento a Balignano. Ci sono più ulivi del solito, parlando di Romagna, e poi continui a salire e c’è il borgo, lo chiamano proprio il borgo, tipo non so, la città vecchia. È costruito su un cucuzzolo con una rocca e una piazza in cima. Una volta nella piazza ci suonò Ludovico Einaudi (l’Eluvium italiano), in cambio di un periodo di tempo in cui aveva occupato il teatro Petrella per fare un disco. Sopra la piazza c’è la rocca, è un’altra piazzetta minuscola con un pozzo e una statua che forse è di Leonardo Lucchi e un parapetto da cui godi della vista più bella al mondo. Ci sono dei vetri sul palazzo e dentro la fondazione Tito Balestra. Tito Balestra era un poeta figo, ho letto una raccolta di poesie, si chiamava Se hai una montagna di neve tienila all’ombra. Una vita fa. Ieri mattina, invece, sentivo il nuovo disco dei Bachi da Pietra. Tre tracce tre stampate da Corpoc: la seconda si chiama Madalena ed è un blues malatissimo, quando dico BLUES lo intendo acustico ma penso sempre a Henry Rollins che urla you got my boss man’s a bastard and i wanna kill him blues. Tra le loro migliori cose. La terza si chiama Baratto – Resoconto esatto ed è il resoconto di quello che è stato dato ai Bachi da Pietra in cambio del download a scrocco del disco precedente. Tra le varie cose il disco è stato barattato con un pasto a casa della modella di Bastonate, la quale (non del tutto a caso) lancia messaggi positivi via cartello una decina di righe qui sopra. Ciao Amal.

La traccia 1 del primo disco dei Bachi era Primavera del sangue. Presente? Voglio scopare la vita nel sangue sborrare sulla fine del mio essere di carne. E via col resto.

La traccia 1 di Non Io era Casa di legno. Presente? Scendi all’automatico col bancomat, dieci litri di benzina in una tanica, saluti un conoscente e sali in macchina, sorridi alla tua soluzione drastica.

La traccia 1 di Tarlo Terzo era Servo. Presente? Se non avete presente Servo mi chiedo anche che cazzo ci stiate a fare qua dentro.

La traccia 1 di Quarzo era Pietra della Gogna. Presente? Che sì era un pezzone in generale ma è difficile già solo uscire vivi dal primo minuto di batterie.

La traccia 1 di Quintale era Haiti. Basta un angolo diverso nella traiettoria di un destino, un angolo diverso un grado nello spazio mai finito e avresti me in quell’angolo. E lui al posto mio.

La musica positiva e sgarzolina* spesso è musica migliore di quella partorita dal dolore o dalla negatività, perché in qualche modo quando non esprimi lo schifo e il disgusto puoi concepire soluzioni musicali che diano soddisfazione all’orecchio in sé. Non è una regola fissa, non è nemmeno una regola anzi. La musica negativa e dolorosa tende ad essere un mezzo per esprimere, appunto, dolore e negatività. Molta gente si costringe a superare le crisi con un’overdose di miele e di pallini colorati, ed è un modo. Qualcuno cerca musica che parli di come si sente con parole più belle e spaventose e cattive e che penetrano l’anima di quelle che sarebbe trovare lui. Ci sono i giorni in cui la roba scritta da Succi è roba che non hai voglia di sentire, e ci sono i giorni in cui la roba scritta da Succi è la roba che ti esce dal cervello. Sono giorni in cui non hai particolarmente voglia di esistere e in qualche modo la musica dei Bachi in quei giorni diventa l’aria che respiri. Oggi è uno di quei giorni, e io ho il nuovo disco dei Bachi da Pietra in cuffia. Si chiama Festivalbug. La traccia 1 di Festivalbug si chiama Tito Balestra. Dovreste sentire che roba, ragazzi.

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*sgarzolino: termine romagnolo che indica uno stato d’animo di gioia immotivata, manifestato da scelte estetiche estremamente pop e –appunto- sgarzoline, tipo indossare un cappotto giallo canarino o mettere lenzuola con i maialini disegnati nel risvolto. Credo che anche il risvolto sia un concetto romagnolo.

Corrections House – Last City Zero

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Gente di Eyehategod, Neurosis, Buried At Sea e Yakuza. Come se Philip Zimbardo continuasse a spiegare perchè ad Abu Ghraib c’erano persino delle soldatesse a seviziare prigionieri. Reading di tortura e di cani che ridono, davvero. Tra le cose migliori dell’anno e dell’ultimo industrial.

Giampiero cor disco

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Forse dovrei essere onesto e dire che da quando è uscito Apocalypse di Bill Callahan, la traccia numero 3 è uno dei pezzi che ho suonato con più frequenza nel mio stereo. Ne ho parlato qui. Il punto è che insomma, America! è un giro di giostra singolo e quindi niente, lo accetti. Qualche mese fa ho saputo da qualcuno, cioè da internet, che Bill Callahan avrebbe cacato fuori un disco nuovo, il quale si sarebbe chiamato Dream River e non avrebbe contenuto America!, la quale appunto era nel disco prima. A volte basta questo.

Ai tempi di Vitaminic scrivevo con un tizio che si chiamava Giampiero Cordisco. Abruzzese, tipo, ma credo viva a Roma. A un certo punto eravamo a pensare alle rubriche nuove, con certa gente, e qualcuno era saltato fuori di fare Giampiero cor disco. Si sarebbe dovuto fare una foto col disco e parlare del disco. O qualsiasi altra cosa. Ecco, ok, era un’idea stupida, ma ieri pomeriggio stavo cazzeggiando su twitter ed è arrivato Giampiero cor disco. Vedi di spacchettare ‘sto coso, mi fa. L’ho ascoltato la prima volta ieri sera, uscito di qui.

Al terzo minuto di musica sono innamorato perdutamente da due minuti. Da lì in poi la trama diventa triste e noiosissima e si compone di aggettivi usati un milione di volte. È un bel disco. Ti lacera l’anima. Non so se sia meglio del precedente. Lo amo.

DISCONE: Boniface – Christianity (Mass Suicide Cult)

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Oh comunque alla fine il nuovo Papa ha messo d’accordo tutti tranne gli haters, l’unico leader del mondo è in effetti Francesco (Papa Kekko) che, con le recenti prese di posizione umili e Cristiane nel senso più evangelico del termine ha restituito alla Cristianità il ruolo di Forza Positiva e Guida per l’Umanità Intera, non più istituzione chiusa in se stessa e lontana, ma di nuovo Madre che abbraccia e accoglie i peccatori, soprattutto i peccatori, nella luce della fede.

VAFFANCULO!

Direttamente da un posto migliore, cioè un Inferno lisergico e violaceo (come avrebbe scritto Metal Shock negli anni ’90), il probabile gruppo-scherzo Boniface (perché sì, è uno scherzo, lo si capisce dalle foto in cui quello dietro so’ chiaramente io. Mindfuck. Io comunque scrivo qui questa eventualità, così non potrò essere troppo lollato dai metallari sgamati) viene in un colpo a far piazza pulita di: quanto di buono fatto dalla Chiesa in questi mesi; i Liturgy e la nuova tendenza dell’hipster-black metal; Miley Cyrus e le sue stronzate pedofile; le nostre vite in generale.

Che alla fine, poi, il disco è (non) uscito in gennaio: ma noi non facciamo compromessi, per niente e per nessuno, disprezziamo la quotidianità, l’ordinario e, come Famine dei Peste Noire (a proposito: altro DISCONE di cui parlerò se mai dovessi scendere al compromesso di mitigare la mia elitaria misantropia parlando di qualcosa a qualcuno), tutte le reti sociali di internet. E quindi, a spiegare alle merde che osano chiamare se stesse UOMINI perché Christianity dei Boniface è un discone ci arriviamo soltanto oggi.

I Boniface hanno le intro. La copertina bianca e nera. Un nome che si fa beffe della cristianità, le outro, e soprattutto hanno magnato durante il digiuno di papa Francesco, con il disperato (ma disperato in modo glaciale e trattenuto) scopo di mandare in merda i tentativi della Madonna di evitare la guerra in Siria. Ogni oliva ascolana, una bomba in più sugli innocenti. Morte, distruzione, male. Per ora, hanno evitato la liberazione del prete . No, davvero, che mostro che sono: ho un senso di colpa grande come una casa. Sabato avevo deciso di digiunare, ma poi alle sei e mezzo-sette fingendo di dover bere (bere si poteva) ho voluttuosamente aspirato un cocktail di frutta. Lussureggiante, tipo con le frutte sopra, coi cocchi, co l’OMBRELLINO! Poi uno dice che Satana non esiste e non ti tenta. Così, ho mollato il patetico tentativo di cristianità – ne esistono di non patetici? – e ho digitato di nuovo

BLACK METAL

nella barra di ricerca di Google Chrome.

Boniface, grazie di esistere, Lucifero, grazie di aver indirizzato le mie ricerche, Lucifero, grazie di esistere. Che poi, in questi giorni, tutto per me sta convergendo nel diavolo, Horns! I see horns!, come dice quella canzone dei Watain (che se fossero napoletani direbbero “Cuorn! Veco e ccuorn!”), i gusti nel vestire, nel mangiare, un po’ tutto il mio modo di essere, dunque perché non perdere l’anima del tutto.

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Vedete, l’altro giorno questo ragazzo gentile dall’aria di un mezzadro ha superato una linea di confine che, forse, non doveva essere superata  – e non mi riferisco a quando mi sono informato del prezzo di una bicicletta arrivando quasi a introdurmi in un ben noto negozio hipster di biciclette hipster. No, alludo a quando sono andato a fare colazione da quei burini di Rosti indossando una maglietta dei Bathory, e l’ho fatto tranquillamente perché tanto tutti ritenevano che fossi solo un altro alternativo spiritoso. Il più grande inganno che il diavolo abbia mai fatto all’uomo è fargli credere di non assumere mai l’aria di un tranquillone: ma siamo in molti, qui dentro, e stiamo già affilando le forchette per il prossimo digiuno.

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