DISCONE – The Austerity Program – Beyond Calculation

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Non cerco quasi mai musica nuova, ne ho già parlato: ieri ho letto un articolo del NME in cui vengono raccontati brevemente 46 gruppi indie degli anni 2000 di cui nessuno si ricorda. Ovviamente in quelle maniere smart di adesso: ogni gruppo una foto e due righe, devi cliccare per scoprire il successivo e via di questo passo, così per ogni articolo invece che scrollare come un qualunque essere umano devi cliccare 46 volte nel sito di NME, con dei banner che ti si aprono a tradimento ad ogni foto e ti si piazzano al posto del tasto “avanti”. Ecco, diciamo che sogno spesso di vivere dentro un internet nel quale UN articolo sta dentro UNA pagina e contiene una o due immagini in tutto, magari inedite. Ma forse è chiedere troppo e sono io a non vivere smart, il che mi costa soldi e tempo. Mi consolo pensando che quelli che passano il tempo a creare articoli di 60 pagine l’uno e gallerie di foto con 12 inquadrature della stessa immagine un giorno MORIRANNO SENZA ASSISTENZA SOCIALE, perché il mondo che hanno costruito non la prevede e la dottoressa che dovrebbe intubarli sta CLICCANDO. L’incazzatura sale più che altro perché la lista dei 46 gruppi indie degli anni 2000 di cui nessuno si ricorda contiene più che altro musica di merda che sarebbe dovuta essere rimossa prima di uscire (per capirci il gruppo più buono della lista sono tipo i Thrills). Come reazione a questa cosa, dovuta anche e soprattutto ad una sovrabbondanza di tempo libero che mi piace pensare di avere, sono andato al baretto (twitter) e ho iniziato a sparare nomi di gruppi indie degli anni 2000 che nessuno ricorda e che, contrariamente ai gruppi nell’articolo di NME, facevano anche bella musica. Explosions In The Sky, Young People, Celebration, roba così. Ho anche messo un hashtag per raccoglierli, se v’intendete di queste cose. A un certo punto decido di cercare un pezzo degli Austerity Program per linkarlo su twitter, vado nel Bandcamp e scopro che un mese fa è uscito un loro disco nuovo.
 AP

With this record, we’ve done that about as well as we’re going to. The eight songs here really feel like they capture the idea of what we’ve been up to as a band, better than anything prior. And so today’s the day that we send that out into the world.

We are always, relentlessly planning. But for a moment, we will pause and hold this record in our hands and then sit down and listen to it. We have done it and it is what we wanted it to be.

And, I mean, fuck yeah to that.

 

Gli Austerity Program sono due cazzari che suonano più o meno come i Big Black, vuol dire sostanzialmente rock con una drum machine. E parti vocali bruciate un po’ alla Steve Albini, ma in realtà tutto totalmente metal. Non death metal o doom metal o black metal, metal e basta. Un po’ esistenzialisti in questa cosa, ma non quel genere di esistenzialismo, non so se mi spiego

(certo che no).

(una volta avevano provato la svolta black metal)

Dal punto di vista musicale non c’è niente nel disco nuovo degli Austerity Program che non abbiate già trovato nei dischi precedenti degli Austerity Program. Allora il gruppo usciva su HydraHead, oggi HydraHead ha chiuso e loro si sono fatti la loro etichetta. E la musica è diventata un po’ più violenta, o è sempre stata violenta uguale ma sentire pezzi nuovi è comunque spaventoso. Beyond Calculation è, grossomodo, il metal come io personalmente vorrei che fosse: scegli che cazzo di musica vuoi suonare, fai delle scelte, attacchi gli strumenti e inizi a urlare più forte di quanto un ascoltatore come me sia disposto a sopportare. Musica onesta, senza screaming o growling o altri cazzi: urlare mentre suoni chitarra e basso. E sotto gli strumenti si slabbrano su dei ritmi programmati che contano battute assurde, chitarra e basso sempre a manetta, nient’altro. Le canzoni si chiamano Song 31 o Song 39 o insomma con dei numeri. Il risultato è che mezzo minuto di Beyond Calculation spaventa di più dell’intera discografia di qualunque neo-doomster o neo-blackster da cameretta statunitense a cui io riesca a pensare. Non sono arrivato ancora alla fine del primo ascolto, il giudizio è prematuro e dettato dalla pura eccitazione e dall’inquietudine che mi ha messo addosso il disco: nondimeno, un DISCONE. O un normalissimo disco di rock pesante infilato a viva forza dentro un’epoca storica di mediocri straconvinti d’essere gente tosta.

THIS MACHINE KILLS ARTISTS

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Tuono Pettinato

 

Gli ultimi dischi dei Melvins, diciamo da dopo Sugar Daddy Live, si dimenticano agevolmente. Indistinguibili l’uno dall’altro, controllatissimi, mai fuori asse, mai uno sbrocco. Con i Melvins Lite ho un rapporto problematico, del tipo rispetto eccetera ma a un certo punto anche basta. Naturalmente rimpiango moltissimo quasi tutto quel che c’è stato fino a Sugar Daddy Live in compenso, perfino robaccia come Colossus of Destiny o quell’ibrido solo in parte centrato (fa strano usare il termine ‘centrato’ in riferimento ai Melvins, ma comunque) che è stato il disco con Lustmord – non considero i Fantomas o gli Shrinebuilder o il primo dei Venomous Concept o gli altri progettini (Dumb Numbers, ecc.), altre storie, né l’associazione a delinquere Melvins-Fantomas, simpatico cazzeggio a volerla vedere nel meglio predisposto dei modi – e porto ancora dentro i concerti fiume con due batteristi King Buzzo e un bassista a caso, ancora prima Buzzo e Crover più il bassista dei Cows. Credo siano in assoluto tra le cose più belle a cui abbia assistito in tutta la mia vita.
Gli ultimi anni sono stati impegnativi. A un calo verticale della qualità non ha corrisposto un minore accanimento in termini di presenza sul mercato, nella forma della solita messe di uscite che nemmeno ha accennato ad attenuarsi (non dico spegnersi), come i loro mentori (i Kiss degli anni d’oro) insegnano, da decenni assestatasi sulla media di un disco ogni sei mesi o giù di lì (senza contare i singoli, spesso in vinile, spesso a tiratura limitata, albi fuori serie della Marvel se la Marvel stampasse dischi e non fumetti). Manco da dire che abbiano preso a pubblicare tutto quel che passava loro per la testa: non è una novità, vanno avanti così da sempre. Erano i pezzi a mancare. Un tracollo in piena regola, la devozione messa a dura prova come mai prima (almeno per me). Vedi alla voce frustare un cavallo morto, tirare la carretta al fienile eccetera. Lentamente qualcosa che per anni è stato parte di me andava spegnendosi, assumendo in maniera sempre più definita e drastica la forma e i contorni di un ricordo lontano, come uno zio d’America che sai non tornerà più, la certezza che mai più nella vita avrei riascoltato Freak Puke o Tres Cabrones o Everybody Loves Sausages, e la lista potrebbe andare avanti elencando tutto quello che han buttato fuori dal 2012 all’altroieri, ed è tanto.

Questo fino a oggi. Fino a This Machine Kills Artists (già dal titolo perfino troppo evidente quanto il tristo pilota automatico degli ultimi tempi se ne sia andato affanculo, perlomeno adesso e qui). Nelle parole del suo stesso creatore:

Perché in acustico ora? Perché ha un senso. […] Ho registrato quasi tutti pezzi dell’album suonando nient’altro che la mia Buck Owens American acustica. È una gran chitarra, è praticamente insostituibile, per questo non la porto mai in tour. Un vero peccato. Magari un giorno dipingerò di rosso bianco e blu quella cinese che invece uso per i concerti. […] Non ho alcun interesse ad assomigliare a una versione stitica di James Taylor o a un Woody Guthrie fatto col culo, che è quel che succede regolarmente ogni volta che un musicista rock stacca la spina. No, grazie. This Machine Kills Artists è un’altra bestia. (la presentazione completa, oltre allo streaming integrale – ma bisogna vedere per quanto tempo – qui)

This Machine Kills Artists è la cosa migliore che potesse capitare a chi ancora ha a cuore uno dei personaggi più dissociati e molesti del mondo. Inaspettato come un calcio in faccia a tradimento, polverizza il polverizzabile con una chitarra acustica e una voce che se non è la più ripugnante mai sentita ci va molto vicino. Il senso di straniamento iniziale dura esattamente ventisette secondi, i primi ventisette secondi dell’iniziale Dark brown teeth (basta la parola, già sai com’è qui); pare un clone subnormale di Billy Bragg incazzato per qualcosa che sta soltanto dentro la sua testa e lo sta divorando. Nessuna Giusta Causa per cui ergersi e farsi paladino, solo demoni invisibili che lo stanno mangiando vivo. Quei demoni sono gli stessi di sempre; appena entra la voce capisci che la visione obliqua e deformata delle cose è la stessissima di sempre. Dal primo all’ultimo pezzo (quasi tutti troncati a buffo dopo due minuti e qualcosa, chissà perché), inutile citarne qualcuno in particolare, la solita cara vecchia storia, la stessa visione malsana e trasfigurata e contagiosa della realtà, come venire catapultati nell’Interzona del Pasto Nudo o nella cosmogonia di Clive Barker dei “Libri di Sangue” di colpo e senza possibilità di uscita.

Meraviglioso. Fosse un amico verrebbe da abbracciarlo e dirgli bentornato a casa, magari grigliare qualche tonnellata di carnazza ignorante per celebrare, sperando che porti con sé Gene Simmons e i ragazzi (dando per buona questa urban legend ovviamente).
Viene davvero da credere in King Buzzo, fosse anche solo per il fatto che a parlargli lui risponde. DEVOTION.

THE CUTTHROATS9 – DISSENT

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L’esistenza dei CUTTHROATS9 la scopro nella pagina della posta di Rumore, intorno al 2001. Un tizio scrive chiedendo di trattare i due dischi del gruppo, usciti per Reptilian e Man’s Ruin, e si riferisce a loro come agli ex-UNSANE: eccoci qua. Gli UNSANE si sciolgono dopo quello che forse è il loro disco più bello, Occupational Hazard: Chris Spencer scappa da New York, si trasferisce a San Francisco e fonda un altro gruppo. Lo chiama CUTTHROATS9, in onore di un film che non ho visto: riesco a recuperare il disco su Man’s Ruin. Il disco su Man’s Ruin è senza titolo ed è la classica uscita Man’s Ruin, che in CD ha il retro davanti e il davanti dietro. Complicato da spiegare. Il disco su Man’s Ruin è sostanzialmente un disco degli UNSANE, ci suona pure Dave Curran. Non riesco a trovare l’altro disco in giro. In quel periodo ho uno scambio non proprio intenso ma quantomeno presente con certe persone via posta: ci sentiamo sui network, masterizziamo dischi e ce li spediamo in busta chiusa. L’ADSL, almeno dalle mie parti, deve ancora arrivare. Scrivo al tizio che ha scritto l’email a Rumore, gli chiedo il disco, gli mando qualcosa in cambio –Cave In e simili. Tre o quattro dischi. Poi col tizio smetto educatamente di parlare. Lui mi manda un disco dei Chrome Cranks e uno degli Handsome, e ovviamente i CUTTHROATS9. Il disco su Reptilian, che è uguale all’altro e si chiama Anger Management. La vita va avanti, in ogni caso: i CUTTHROATS9 non si distinguono per meriti particolari e negli anni duemila scatta l’operazione nostalgia. A tre anni dallo scioglimento gli UNSANE si rimettono in pista: esce una raccolta cd/DVD intitolata Lambhouse, con tour allegato. Blood Run del 2005 sembra realizzato un po’ in pilota automatico, ma all’uscita di Visqueen è chiaro come il sole che UNSANE è ancora uno dei pochissimi nomi necessari alla sopravvivenza della musica con le chitarre nel nuovo millennio.

 

A un certo punto mi scova su twitter il tipo con cui avevo scambiato i dischi. Il suo account all’epoca si chiama ingoio indigesto, poi diventa lindigesto. Ha un blog su un certo gruppo di New York, lo trovate qui. Qualche settimana fa è iniziata a girare la foto di una chitarra sverniciata e la scritta CUTTHROATS9 – DISSENT. Il disco nuovo esce così, dalla sera alla mattina: gli UNSANE sono fermi al sensazionale Wreck di un paio d’anni fa, hanno messo insieme il progetto Coextinction e un paio di spin-off (Pigs, Celan). CUTTHROATS9 una mosca bianca a volume altissimo. Dissent è su Bandcamp: essenziale, scarno, monocorde, blues fin dentro al buco del culo. Un gruppo in forma smagliante. Dave Curran non è più in formazione. Chris Spencer? Nelle note di copertina,

Chris Spencer is angry about life, and by god he’s going to make you feel it too.

Obbligatorio.

Gmellow, king.

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Pezzi di Panchine fatte di adamantio ed eternit rimangono impassibili nella credibilità e nello spessore a distanza anche di dieci anni, talento garantito a vita come neanche le protesi all’anca.
Produzione di Squarta e pure l’asfalto alza i pugni.

DISCONE: David Lynch, The Big Dream

feat. True Detective, cinema, e altri dischi di David Lynch o abbastanza riconducibili a David Lynch
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I dischi, io, li recensisco quando li compro. Il che non vuol essere altro che un modo simpatico di esprimere il mio solito MA CHE CAZZO ME FREGA a chi mi volesse far notare che questo album è uscito troppo tempo fa, ossia diversi mesi, e appartiene cioè a quel periodo (che inizia due settimane dopo l’uscita di un disco e dura fino al quinto anno dalla pubblicazione) in cui un album, qualunque album, è ANTICAJA E PETRELLA, robaccia polverosa e invecchiata male, buona per essere dimenticata o lanciata con disprezzo in sgabuzzini infestati dai fantasmi, per l’eternità o fino al giorno in cui un media importante non la recuperi trasformandola in classico, ristampandola, e innescando di nuovo in noi la FOTTA, in un pazzo vortice di eterno ritorno e calendarizzazione Maya. È un concetto di Todorov. No forse di Nietzsche. Nietzsche, tra le altre cose, diceva se non sbaglio che luntan ‘e Napule nun se può sta’, e su uno striscione dei tifosi del Napoli ai tempi della B, se non ricordo male, si leggeva che solo chi soffre impara ad amare: e noi amiamo David Lynch perché siamo arrivati alla fine di Twin Peaks, alla grandiosa scena finale di Twin Peaks, dopo la lunga tortura della seconda stagione. Ed ecco la ragione per la quale ci siamo comprati il suo disco.

Disco che non è l’unico, tra l’altro: lo scopro oggi, eh – il mio spirito guida, quello che durante la trance mi informava sui migliori dischi relax/fuck-mainstream fino a otto o nove anni fa, è purtroppo rimasto intrappolato nel Regno Invisibile ai tempi della mia esplorazione a casa Belasco – ma lo scopro con tutto il cuore, con lo stesso JEEZ HOT LULZ! con cui ho scoperto questo The Big Dream. Bè, che disco è questo The Big Dream? In sostanza, Texas Radio and the Big Beat dei Doors portata alla lunghezza di un album intero. In sostanza, una ficata. Dai, cosa c’è di meglio di quel pezzo dei Doors? Forget the night. Live with us in forests of azure. Ed è subito caldo e DEPRE, è subito palude. È subito ambiente misterioso e tristanzuolo tipo True Detective, con un tizio taciturno e fico (Ashared Apil Ekur) che si accompagna a un fanfarone di provincia (FF), formando con lui un’inossidabile macchina investigativa. Che ficata, True Detective. Che poi, al grido di QUANDO C’ERA BERLINGUER, abbiamo tanto rotto la minchia con Twin Peaks, ma alla fine True Detective non è meglio? Tra venticinque anni, segnatevelo, questo pirla qui – intendo il tizio taciturno, intendo io –si comprerà l’album di Nick Pizzolatto. Mio figlio sarà un ballerino, o un avvocato, o un barbiere per allora. E ogni cosa sarà illuminata.

Dicevamo: c’è un sottile filo che collega la teologia cattolica, la danza sufi, le poesie esoteriche di Pessoa e True Detective. No, non è vero, né che lo dicevamo, né che ci sia questo filo, ma avevo voglia di scrivere i nomi delle cose che mi interessano al momento. Mi interessano del resto anche: la colonna sonora di Eraserhead, la colonna sonora di Twin Peaks e specificamente quel cd che si chiama Twin Peaks Season Two Songs and More, la colonna sonora di Shining fatta da Wendy Carlos avendo letto solo il libro e mai usata per il film, la ragione per la quale tutti questi cd sono introvabili e soprattutto perché, maledettamente perché ho ancora bisogno di supporti fonografici in questo mondo senza Dio? The Big Dream di David Lynch, Sacred Bones Records, molte canzoni, parecchi minuti. Compratelo.

Rev_1: Rileggendo la mia stessa recensione, puntualizzo che non sono più d’accordo con me stesso nel definire questo album “Texas Radio and the Big Beat dei Doors portata alla lunghezza di un album intero”. La definizione corretta è Texas Radio and the Big Beat dei Doors portata alla lunghezza di un album intero con un tantino di Achtung Baby qui e lì”.

SOSPESI NEL VUOTO BRUCEREMO IN UN ATTIMO E IL CERCHIO SARÀ CHIUSO

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In un numero della rivista “I Misteri”, edita dalla Cioè a metà degli anni ’90, c’era un pezzo scritto tutto intorno alla foto di una poltrona di quelle a fiori che avrà visto almeno un paio di mondiali di calcio e un sacco di Videomusic mista a Western e Umberto Smaila. Sulla poltrona c’era del lerciume nero, fuliggine collosa, viscera fusa e il pezzo parlava di un tizio che ci si era sciolto sopra per autocombustione. I Misteri era bello perchè ti buttava lì le cose senza parlare in scientifichese, se compri una rivista di parapsicologia e cose così che cazzo te ne frega della scienza e delle formule: ti frega solo della storia, avevano capito TUTTO. E la storia te la ricamavano bene. C’era sto vecchio americano arrabbiato col mondo che durante un talk show televisivo ha preso fuoco. Lo stress e l’esasperazione nervosa avevano accelerato le particelle del suo corpo ad un punto che avevano preso fuoco spontaneamente. Una scintilla causata dal giramento di coglioni, dipinta come la risorsa ultima del genere umano per garantire l’evoluzione definitiva -come autodifesa dal mondo esterno- in una mucosa nera sciolta: filava come ragionamento.
E allora, quanta gioia nel recuperare l’argomento e il bel ricordo dell’autocombustione, del bruciare privatamente senza far danno a nessuno, pacatamente scomparire senza finire imprigionati in un’urna.
E che cazzo di gioia far partire il disco di uno di quei gruppi che sono in giro da un bel po’ e hanno fatto a pezzi tanti di quelle ossa in giro per i centri sociali (chi se li ricorda nel ventre rovente dell’Ultimo AntiMtv Day) scoprendo che è un quasi concept album legato all’annichilimento da fiamma, più o meno figurato. Gli STORM{O} fanno il disco nuovo nello studio di Riccardo Pasini, una costola dei The Secret ed Ephel Duath, lasciando giù un titolo come SOSPESI NEL VUOTO BRUCEREMO IN UN ATTIMO E IL CERCHIO SARA’ CHIUSO che sa già di carica a testa bassa.
Quindici tracce di hardcore da mannaia sulle dita, veloce ma spesso, parecchio spesso, che quando parte l’intro sai già che finirai a faccia ingiù nella merda. E se la tua faccia non va alla merda allora sarà la merda che arriverà alla tua faccia, come diceva quel proverbio là. E succede che ci si ritrova disintegrati quando parte D’Istanti, il pezzo che ti tira giù con il peso di mille vanghe sulla schiena, quattrocentoventi secondo la questura.
Quello che è successo l’anno scorso con i Marnero, vale a dire la riaffermazione assoluta dopo un disco clamoroso, a sto giro DEVE succedere agli Storm{o} perchè di gente che ancora sa fare dischi pesi con questo tiro e quelle cose dette in quel modo lì ne abbiamo bisogno.
Quindi io vi dico che SOSPESI NEL VUOTO BRUCEREMO IN UN ATTIMO E IL CERCHIO SARA’ CHIUSO è un po’ come l’autocombustione, è un gesto di regressione materiale necessario, dovuto e doloroso ed il sollievo stà nel passare da animale eretto a fango pesto: lo potete tirare giù gratis da qua, ma dato che si tratta di una cosa spessa e messa in piedi con la collaborazione di svariati capi di tutto (Shove, Dischi Bervisti, Fallo Dischi, La Fine, Here and Now! Records, Left Hand, Epileptic Media e Desordré Ordonné) direi che se non spendete dieci euro per il vinile vi potrebbero crescere dei cazzi al posto dei pollici. Se invece ne spendete quindici per la versione serigrafata a mano (limitatissima, 40 copie) artigianata da Storm Records nessun bullo vi toccherà mai più mentre andate a scuola.

DISCONE: Indian – From All Purity

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Un sette od otto anni fa quando i Cough uscirono per Relapse ci fu una specie di spinta a quella coscienza collettiva coi capelli lunghi e lo smanicato di jeans che voleva l’imbruttimento, nel senso letterale tipo citofonare all’appartamento sbagliato e ritrovarsi al cospetto di una congrega di demoni che cucinano metanfetamina dentro a delle teste umane -giusto per iniziare a parlare dei dischi usando l’immaginario contestuale-, di tutto il circuito doom. Mi ricordo di aver letto all’epoca rimasugli di recensioni che puzzavano di sudore di sottopalla e affermazioni del tipo “EHI TU CHE ASCOLTI LA ROBA PESA, I COUGH SONO FIGHI PERCHE’ SONO IL GRUPPO PIU’ PESO DELLA RELAPSE, GIURO!”. Sto parafrasando il giusto, ma la posa che c’era dentro e fuori quelle parole era abbastanza da sfigati. I Cough erano fighi perche’ riuscivano ad essere credibili da almeno due punti di vista: quello di protoblackster con la fissa del mistico marcio e quello doom con quel riff là all’inglese. L’uno prevaleva in maniera netta su Ritual Abuse, l’altro non poteva non essere dentro Sigillum Luciferi e tutto si mischiava per tirare fuori una botta tutt’altro che ignorante o limitata al pittoresco, quindi si erano pesi e ci avevano passato del tempo su a lavorarci per esserlo in quel modo lì. Nessuna posa, solo credibilità e spessore.
La cosa bella è che gli Indian hanno tirato fuori una roba che suona ancora più pesa di Ritual Abuse pur mantenendo la stessa credibilità, oltre che la stessa etichetta: From All Purity è il disco doom più peso che ci sia in giro attualmente e il pezzo Rhetoric Of No è la nuova madonna che piange sangue davvero.
E’ il secondo disco che gli Indian fanno uscire per Relapse, il primo era Guiltless ed era più che buono considerando che era una specie di rimasterizzata messa giù meglio dei pezzi usciti prima. Non c’era la malattia, la mortemale, lo strisciare nella merda che c’è in From All Purity e se manca lo strisciare nella merda è un po’ come quando manca la badilata sulla schiena nella roba hardcore: rimane sempre tutto bello, ma manca il dettaglio che ti uccide davvero.
Adesso si sono incattiviti, hanno tolto l’alone di epicità ad ogni costo che strabordava dalla roba vecchia, hanno ingrassato i riff e rallentato tutto quanto per rendere meglio l’effetto di punizione infinita e dolorosa a cui tende tutto il disco.
Grandi sorrisi.

Da quassù nessuno potrà più sentirci urlare

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In vita mia sono stato in montagna una sola volta. Ero bambino, non era nemmeno Inverno, non c’era nessuno della mia età, ero con mia madre e mio padre e l’unico gran lato positivo che ricordo è di aver scoperto di avere una fotofobia per tutte le due settimane che ci sono stato: la congiuntivite non mi faceva tenere gli occhi aperti se c’era luce solare e mi sono rimaste un sacco di foto in cui sembra mi piaccia un sacco l’eroina. Non ce n’è una in cui sorrido perchè mi bruciava e mi lacrimava tutto quello che stava sotto la fronte e mio padre mi ha pure ripescato da un torrente perchè ci sono finito dentro da mezzo ciecato.
Non sono più andato in montagna perchè ho paura di finire in un torrente di nuovo o al peggio di venire intervistato dal tizio di Studio Aperto con gli occhiali a culo di bottiglia di grappa Piave che mi chiede se mi sto divertendo e in caso di risposta negativa mi rincalza sul perchè cazzo non mi sto divertendo.
Sei in montagna, ti devi divertire cazzo. Non ti piace la montagna? E allora cosa ci fai qua. E se ti piace la montagna, perchè non ti stai divertendo? Si sta bene qua, non vedi come si sta bene? Scrivi qualcosa di ispirato guardando fuori dalla finestra. No. Allora vai a fare un giro che è bello fuori, non vedi com’è bello? Non mi interessa. Eppoi arriva l’inevitabile commento di qualcuno che ti gira attorno “Fai le tue cose lì, quello che sai fare meglio, tipo lamentarti”.
Come diceva Ugo Illing: se sei in montagna ti devi divertire per forza o qualcuno ti cagherà il cazzo, se invece sei i FBYC e fai uscire la Domenica due pezzi nuovi non urlati qualcuno ti cagherà il cazzo.
Quassù c’è quasi tutto sono due pezzi per sedici minuti di roba che completano l’eclissi e il gran freddo iniziati con Come fare a non tornare, l’estinzione di tutto ciò che erano i FBYC fino ad Ormai, in una svolta che è ancora più grossa di quella che era toccata prima con il cambio di lingua del cantato perchè a sto giro è cambiata la botta e si resta tutti fermi, è ufficiale. A sto giro si passa dal sentirsi vivere addosso i pezzi e a buttarli fuori facendo a gara a chi li canta a voce più alta e a testa più bassa quando c’è il giro di chitarra al “ehi, no, così fa male“. Non è una cosa che deve piacere o non piacere, non ci si deve trovare d’accordo o meno, è la trasformazione di un gruppo che ha dato-detto-fatto tanto in qualcos altro. E’ una cosa che si subisce addosso, fine della storia.
Si fa partire il disco, ci si becca due minuti di silenzio prima di iniziare a sentire quel totem strumentale di dieci minuti piovuto direttamente dal pianeta degli indiani tristi dal muso lungo che è Angoli.
Si è ostaggio di questa cosa che è più lenta e monotona e CAZZO silenziosa, ma non si riesce a fermare prima della fine. Va cambiata l’attitudine con cui ci si avvicina ad ogni loro roba di questa fase e in questo processo di distacco l’hype che avevamo coi dischi precedenti rende tutto più difficile e sì, ci ha fatto più male che bene, a tutti (leggasi “Spegniamo tutto, restiamo soli, non pensiamoci più”).
Jacopo è sempre uno dei migliori a scrivere le cose e gli va dato il merito di essere uno di quelli che sa quali sono le cose che vanno scritte e non quelle che il fan in fotta vuol sentire, che poi le due cose in molti pezzi/situazioni/dischi coincidano in modo così reale che neanche l’effetto Forer degli oroscopi è pura parte della stregoneria che ha reso i Fine Before You Came quello che sono. Meno testi e più mantra tristi, forse. Meno botta e più silenzi sicuro, poi la svolta del cantato alla Enrico Ruggeri in certe parti di Distanze è frutto dell’adattarsi a un nuovo comunicare che è hardcore in un modo tutto suo, che poi non so neanche cosa voglia dire, ma insomma non credo c’entri la figa.

DISCONE: Bachi da Pietra – Festivalbug

rassLongiano è dove lavoro. Io in realtà lavoro nella via Emilia, Longiano è un borghetto che sta sulla prima collina e il pezzo di via Emilia attribuito a Longiano sta lì ad abbassare la media delle cose belle. Sali da Budrio sullo stradone e vedi più o meno tutto quello che c’è da vedere: la via Emilia che in quel punto è terra di mangimifici e puzza di scorreggia vecchia e poi dietro il mare, già quando stai guardando l’avvallamento a Balignano. Ci sono più ulivi del solito, parlando di Romagna, e poi continui a salire e c’è il borgo, lo chiamano proprio il borgo, tipo non so, la città vecchia. È costruito su un cucuzzolo con una rocca e una piazza in cima. Una volta nella piazza ci suonò Ludovico Einaudi (l’Eluvium italiano), in cambio di un periodo di tempo in cui aveva occupato il teatro Petrella per fare un disco. Sopra la piazza c’è la rocca, è un’altra piazzetta minuscola con un pozzo e una statua che forse è di Leonardo Lucchi e un parapetto da cui godi della vista più bella al mondo. Ci sono dei vetri sul palazzo e dentro la fondazione Tito Balestra. Tito Balestra era un poeta figo, ho letto una raccolta di poesie, si chiamava Se hai una montagna di neve tienila all’ombra. Una vita fa. Ieri mattina, invece, sentivo il nuovo disco dei Bachi da Pietra. Tre tracce tre stampate da Corpoc: la seconda si chiama Madalena ed è un blues malatissimo, quando dico BLUES lo intendo acustico ma penso sempre a Henry Rollins che urla you got my boss man’s a bastard and i wanna kill him blues. Tra le loro migliori cose. La terza si chiama Baratto – Resoconto esatto ed è il resoconto di quello che è stato dato ai Bachi da Pietra in cambio del download a scrocco del disco precedente. Tra le varie cose il disco è stato barattato con un pasto a casa della modella di Bastonate, la quale (non del tutto a caso) lancia messaggi positivi via cartello una decina di righe qui sopra. Ciao Amal.

La traccia 1 del primo disco dei Bachi era Primavera del sangue. Presente? Voglio scopare la vita nel sangue sborrare sulla fine del mio essere di carne. E via col resto.

La traccia 1 di Non Io era Casa di legno. Presente? Scendi all’automatico col bancomat, dieci litri di benzina in una tanica, saluti un conoscente e sali in macchina, sorridi alla tua soluzione drastica.

La traccia 1 di Tarlo Terzo era Servo. Presente? Se non avete presente Servo mi chiedo anche che cazzo ci stiate a fare qua dentro.

La traccia 1 di Quarzo era Pietra della Gogna. Presente? Che sì era un pezzone in generale ma è difficile già solo uscire vivi dal primo minuto di batterie.

La traccia 1 di Quintale era Haiti. Basta un angolo diverso nella traiettoria di un destino, un angolo diverso un grado nello spazio mai finito e avresti me in quell’angolo. E lui al posto mio.

La musica positiva e sgarzolina* spesso è musica migliore di quella partorita dal dolore o dalla negatività, perché in qualche modo quando non esprimi lo schifo e il disgusto puoi concepire soluzioni musicali che diano soddisfazione all’orecchio in sé. Non è una regola fissa, non è nemmeno una regola anzi. La musica negativa e dolorosa tende ad essere un mezzo per esprimere, appunto, dolore e negatività. Molta gente si costringe a superare le crisi con un’overdose di miele e di pallini colorati, ed è un modo. Qualcuno cerca musica che parli di come si sente con parole più belle e spaventose e cattive e che penetrano l’anima di quelle che sarebbe trovare lui. Ci sono i giorni in cui la roba scritta da Succi è roba che non hai voglia di sentire, e ci sono i giorni in cui la roba scritta da Succi è la roba che ti esce dal cervello. Sono giorni in cui non hai particolarmente voglia di esistere e in qualche modo la musica dei Bachi in quei giorni diventa l’aria che respiri. Oggi è uno di quei giorni, e io ho il nuovo disco dei Bachi da Pietra in cuffia. Si chiama Festivalbug. La traccia 1 di Festivalbug si chiama Tito Balestra. Dovreste sentire che roba, ragazzi.

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*sgarzolino: termine romagnolo che indica uno stato d’animo di gioia immotivata, manifestato da scelte estetiche estremamente pop e –appunto- sgarzoline, tipo indossare un cappotto giallo canarino o mettere lenzuola con i maialini disegnati nel risvolto. Credo che anche il risvolto sia un concetto romagnolo.