Festivalbar 2.0 (Bastonate endorsa la cultura pop ma NON le compilation estive in free download, il tutto senza alcuna ragione alla base)

perchè c'è solo una cosa che conta nella vita.

Non so se vi è mai capitato di guardare il Festivalbar, intendo negli anni in cui una cosa come il Festivalbar aveva davvero il suo senso. Il Festivalbar è probabilmente la più grande espressione degli anni ottanta italiani che ha invaso gli anni novanta italiani: mefistofelico patto di sangue tra Fininvest e Radio Deejay che immaginiamo P2-approved e suggellato da continue botte di coca nel backstage durante gli stacchi pubblicitari –da cui le grida estatiche e sorridenti dei presentatori, quasi sempre un uomo e una donna più qualche intruso (perlopiù beccamorti di qualche amministrazione cittadina o sponsor fetidi o il sempiterno patron Vittorio Salvetti). Al Festivalbar passava tutto il meglio del peggior pop della nostra epoca, in modo più che altro casuale e scriteriato, rigorosamente in playback: a fine edizione vinceva chi aveva venduto più singoli e CD. L’eredità culturale del Festivalbar si riassume principalmente in due espressioni: la prima è una classe politica di presentatori senza spina dorsale che s’è fatta le ossa resistendo al vociare delle ragazzine in piazza del Plebiscito. Sotto questo aspetto è indimenticabile soprattutto il gruppo delle presentatrici, il cui protervo vociare al di sopra delle ragazzine ha richiesto di mettere in campo un parterre di stelle la più luminosa delle quali per capirci era Federica Panicucci ma anche gente tipo la Stefanenko o Laura Freddi o la forse incolpevole Alessia Marcuzzi, nonché Elenoire Casalegno della quale alcune voci dell’epoca davano per iscritta a Scienze Politiche a Forlì negli anni in cui ero iscritto anche io (voci non confermate peraltro dalla presenza della bionda starlette a qualche esame, anche se a volte il suo nome saltava fuori durante gli appelli –in genere scritto da certi amici miei assieme a quello di Karol Woityla e Paolo Ponzo, una gloria del Cesena dell’epoca). La seconda eredità era LA COMPILATION, grassetto maiuscolo, spacciata con chirurgica regolarità ad ogni stagione e sbattuta davanti alle telecamere sette volte a puntata dalla Panicucci di turno. La compilation in genere era un CD doppio con gli italiani da una parte e gli stranieri dall’altra, uno blu e uno rosso o sa il cazzo che altro. La grafica era a cura del cugino di qualcuno. La cosa più bella era il fatto che durante il Festivalbar la menavano ALL’INFINITO con moniti stile “solo la nostra compilation è quella originale! Guardate bene! Evitate le imitazioni!”, come se in qualche modo fosse reso necessario dagli eventi (immagino i supermercati invasi di compilation tarocche tipo Festivalburr ’95, o magari era necessario evitare che qualche rivenditore ributtassero fuori gli invenduti dell’anno prima).

La compilation del Festivalbar fa ancora bella mostra di sé nei cestoni dei dischi usati che nessuno guarda più. Stai rovistando in mezzo a badilate di dischi che già vedere insieme in una cesta è pura weltanschauung, tipo tiro su un pugno di dischi a caso e dentro ci sono Fausto Papetti, Kate Bush e i Paw, e ti trovi una specie monumento sporco e lugubre degli anni novanta, l’equivalente pop della statua della libertà in 1997 Fuga da NY. La compilation del Festivalbar mette New Order ed Ace of Base in scaletta senza alcun rispetto per la prospettiva storica, momenti di puro presente affastellati l’uno sull’altro a dare l’impressione di una continuità disruptiva che in qualche modo travalica le categorie di bello e brutto come è prassi per qualsiasi cosa sia cult, vale a dire per qualsiasi cosa sia esistita negli anni novanta. A quei tempi era diverso: tutti i singoli più famosi e obnubilanti dell’estate in un solo CD (registrabile in cassetta) per qualcuno era la cosa più vicina al paradiso dopo la possibilità di fumare nei locali, il che la rendeva scientificamente il disco più venduto dell’estate. La compilation, nel mio immaginario, ha smesso di esistere quando ha smesso di avere senso il Festivalbar. Nel corso della mia esistenza ne ho fatta qualcuna, ma non c’era il cuore dentro. Il colpo di grazia al concetto di compilation, per quanto mi riguarda, è stato inferto dall’introduzione in Italia del concetto di rivista con compilation-sampler mensile, tipo Rock Sound. Due o tre o quattro nomi di richiamo e tutti gli altri a remare dietro, un paio di pagine (presumo pagate) di intervista all’interno e una dozzina di nomi che scorrono su CD in busta cartonata (fatto dal cugino di qualcun altro) che possiedo ancora a casa e testimoniano il fatto che il rock alternativo di merda NON è un concetto inventato nella seconda metà degli anni duemila ma esisteva in dosi massicce già allora. Poi è arrivato il free download, e poi è arrivata l’ADSL. Oggi come oggi se dovessi attaccarmi al myspace di un gruppo ed ascoltare UN SOLO pezzo per artista mi verrebbe male e preferirei non provarci nemmeno (il che è paradossale, soprattutto considerato che della maggior parte dei dischi mi scarico l’album intero e lo cestino dopo aver sentito il primo pezzo). Da qualche anno, tuttavia, va di moda una cosa ancora più terrificante. I blog musicali, d’estate e sotto natale, mettono fuori una compilation a testa. È liberamente scaricabile, tiene conto del singolo gusto dell’autore, viene assemblata con cura e professionalità e contiene musica il più delle volte bellissima, eccitante e presa bene (d’altra parte se non sai mettere insieme dieci pezzi belli scegliendoli a caso per la tua compilation hai un problema grosso-grosso-grosso), spesso legata da una tematica, spesso messa insieme da una persona bella con cui mangerei volentieri anche stasera, ma quest’estate non ne ho ascoltata nessuna (se vi ho detto di averlo fatto stavo mentendo). Senza contare il fatto che ascoltando la musica via iTunes sono costretto a sentirmi i brani ordinati per artista e/o ritaggare tutte le canzoni della compilation e/o creare una playlist ex-novo e/o dargliela su (scelgo sempre la quarta). Però l’altra settimana, giusto per vedere che effetto faceva, ho comprato una cassetta da 60 e ho registrato il mio primo nastro da qualcosa come dieci anni. Una gran rottura di coglioni, alzarsi alla fine di ogni pezzo per stoppare il registratore e poi in macchina non ho manco più il mangianastri.

IL DOWNLOAD ILLEGALE DELLA SETTIMANA (special edition feat. Leolino Bongiorno): Battles – Gloss Drop

è ufficiale: questa è una delle più brutte copertine di sempre. Sembra macinato di carne di infima qualità, ma magari è solo lana rosa, Big Babol o ciò che resta del costume del Tenerone del Drive-In 1985 circa

C’è gente in giro per forum musicali et altri simpatici siti specializzati che si sta già divertendo a sparare a zero sul nuovo disco dei Battles, che esce a giugno ed è stato anticipato da un singolo non troppo in linea con quanto fatto in precedenza dalla band americana. C’è chi pregusta le duemila battute al vetriolo che scriverà a giugno (le pregusta oggi senza nemmeno aver sentito il disco, o magari avendo sentita la solita copia watermarked esclusiva – e allora scrivine adesso, non a giugno che fa caldo ed io non ho voglia di mettermi di fronte allo schermo a leggere duemila battute al vetriolo), c’è chi già parla di una svolta in stile Animal Collective (sempre senza aver sentito il disco, o magari dopo aver sentito un fake confezionato dagli stessi spacciatori degli Animal Collective apposta per disorientare la gente) e chi afferma di essere già andato oltre Battles perché i (inserire un nome a caso, magari un nome di un gruppo che non conosce nessuno e forse manco esiste) sono senz’altro meglio perché c’hanno più senso ritmico, il fumo più buono, più groove, suoni più ricercati, sono più belli, sono più giovani, sono parenti di, escono per, suonavano con. Il mondo è bello perché è vario ed ovviamente io da liberale rispetto sempre e comunque le opinioni altrui (vere o false che siano), però sono piuttosto perplesso. Mi sembrano giudizi sparati alla cazzo di cane tanto per aumentare la propria autostima e nel contempo fare una bella figura in una cerchia ristretta di persone dedite all’ascolto di dischi scaricati illegalmente, ma magari mi sbaglio perché quando lurko forum musicali et altri simpatici siti specializzati lo faccio molto in fretta perché temo di essere scoperto (se mi scoprono rischio di abbassare la mia autostima) e non afferro il senso di ciò che viene scritto. Dovrò soffermarmi di più e leggere meglio, magari imparo cose nuove ma soprattutto imparo come si giudica un disco a prescindere dall’averlo ascoltato o meno.

Comunque io Gloss Drop, il disco nuovo dei Battles, l’ho già sentito e posso dire che è una figata. Me ne ha passata una copia esclusiva il buon Leolino Bongiorno (il figlio di Mike Bongiorno che hanno fermato ubriaco fradicio al volante della Porsche di un amico), raccomandandosi di non metterla assolutamente il rete altrimenti i Battles non lo avrebbero aiutato a ritrovare la salma di suo padre Miles (il correttore automatico di OpenOffice® sta iniziando a scrivere Miles Bongiorno, non capisco perché deve per forza tirare in ballo Miles Davis – o forse sì: Miles Davis e Miles Bongiorno andavano dallo stesso parrucchiere, Rolando il parrucchiere delle dive). Io sulle prime sono rimasto perplesso perché non capivo il nesso tra la salma di Miles Bongiorno, Rolando il parrucchiere delle dive e i Battles ma poi ho ascoltato meglio e mi sono addirittura entusiasmato perché il nuovo disco dei Battles suona esattamente come un qualcosa che sta a metà tra Miles Davis e l’edizione 1997 del Festival di Sanremo condotta da Bongiorno e vinta dai Jalisse (pettinati anche loro da Rolando, che cazzo di capelli avevano quando hanno vinto Sanremo???). Non ci credevo nemmeno ed invece i Battles sono vivi e lottano insieme a noi, ed oltretutto hanno avuto pure il coraggio di cambiare e di non replicarsi. Davvero bravi, ed un grazie a Leolino Bongiorno che mi ha regalato un copia esclusiva del loro cd ed ha migliorato notevolmente la qualità della mia vita attuale.

Piacerebbero anche a Miles Bongiorno, se solo potesse ascoltarli.

il download legale della settimana: GIRL TALK – ALL DAY (Illegal Art)

Nel comune di Cesena si chiama sfunezzo, con la Z di zanzara (da noi si dice ZZANZZARA, non DZANDZARA). È intraducibile, ma è quando arriva una persona e fa un gran casino senza chiedersi troppo di fino il motivo per cui lo sta facendo. Oppure quando qualcuno mostra di lavorare a una cosa senza realmente arrivare a un risultato finale compiuto e specifico, oppure un milione di altre descrizio
ni che si avvicinerebbero al concetto senza infilarlo. Comunque da noi è una specie di dispregiativo, tipo fai solo un gran sfunezzo ma alla fine diobò ti potevi anche stare a casa tua, cose che la figa lessa standard di Cesena non v’insegna (probabilmente perchè sullo sfunezzo non si può rosicare).

Ok, allora Girl Talk è il leader maximo dello sfunezzo applicato al pop. Dj Pikkio in chat lo definisce un riccardone del pop concettuale e/o una specie di Steve Vai del taglia/incolla. Sostanzialmente è un tizio che monta un pezzo con venti campionamenti da altri pezzi, perlopiù sgamabilissimi –anzi proprio in bella vista. Ne mette insieme venti e ci tira fuori un disco, lo mette in download gratuito e fa parlare di sé per un paio di giorni. Girl Talk è uno strano. A parte avere l’aspetto di una persona orribile, fino ad oggi il sampling è stato perlopiù affare del rap, all’interno del quale veniva disciplinato secondo regole non scritte (ma credo comunemente accettate) secondo le quali i break vanno presi e ricontestualizzati altrimenti è facile. Per così dire. Poi sono arrivati veri e propri generi di pop legati alla ricontestualizzazione millelire e/o alla reincisione di un pezzo rap con un ritornello dei Police, mentre più o meno la old school si barricava all’interno di un sistema sempre più autistico e schizofrenico (il che non è necessariamente un male, sia ben chiaro, tutt’altro). Nel nuovo millennio il campionamento è diventato più o meno uno sport, e allo stato attuale non è facilissimo capire cosa distingua il mash-up più becero da un furto ideologico dei Gang Of Four a caso o da un disco di cover country degli AC/DC piuttosto che da un mixone dei Soulwax con due ore di inizi di canzoni a caso. C’è anche tutta una letteratura che cerca di contestualizzare la cosa dal punto di vista degli affari legali e/o politici, problemi di difficile o difficilissima soluzione in qualsiasi caso. In tutto questo Girl Talk sembra semplicemente il più sciolto di tutti. Oggi esce il suo ultimo All Day, anche questo in download omaggio, e contiene dodici pezzi che mischiano una selezione più o meno casuale di tutto il pop in commercio senza troppi problemi di discernimento e con un’arroganza riccardona (grazie Pikkio) per nulla priva di gusto. Probabilmente a conti fatti il suo disco migliore, quello in cui anche la minima preoccupazione per la credibilità se ne va affanculo. Il tutto fatto per LO SFUNEZZO, ovviamente, ma se c’è un disco più carico da ascoltare in questi giorni me lo si segnali via mail. Grazie.

piccoli fans + download illegali: HAVAH – Adriatic Sea No Surf

L’ideale sarebbe avere un nome un po’ storto, così quando lo cerchi su Google esce fuori subito e non si devono sbattere” (cit.)

Havah è un progetto sh^^gaze che fa capo a Michele Camorani, che sarebbe il batterista de La Quiete e il tenutario di Serimal, oltre che coinvolto a vario titolo in cose tipo Raein e/o insomma, quasi tutto quello che è esistito di figo nel postpunk italiano dal 2000 in poi. Havah è la sua cosa pop, ed è fatta di una serie di riverberi devastanti su canzoni appena abbozzate che sembrano la versione sh^^gaze dei Fuckemos, i quali se non lo sapete sono il miglior gruppo mai esistito. Nel senso di voce impastata bassissima, forse un po’ più funebre. Le uniche due cose che si trovano in rete al momento sembrano essere il myspace del gruppo e un bel post-fiume di Jacopo FBYC. Sia nell’uno che nell’altro caso viene postato il link al mediafire del primo disco, registrazione casalinga autoprodotta e gratuita -che è l’unico modo di fare queste cose, o magari siete fan dell’ultimo Wavves e io non voglio avere a che fare con voi- intitolato Adriatic Sea No Surf, che riporta le lancette indietro di un paio d’anni (o di decenni, a seconda di quale prospettiva vogliamo usare) ad un’epoca in cui tutto era puro incontaminato e sembrava che queste cose le avessero potute fare tutti. Fermo restando che qualcuno le fa meglio di altri, che Adriatic Sea No Surf è un disco FIGO. Che v’aspettavate, abbiamo pure citato i Fuckemos. Altre cose che potremmo citare sono Sisters Of Mercy, Banjo Or Freakout, Joy Division, Descendents, Evan Dando, persino certo Doug P, i Mats e svariati altri nomi a casaccio. L’altra settimana ha suonato a Forlì e me lo sono perso per cose di lavoro. Speriamo torni alla carica a breve. Lo farà.

Gruppi con nomi stupidi: MOANAA

 
Loro sono polacchi e sicuramente nella loro lingua “Moanaa” significa qualcosa di oscuro e tetro e introspettivo o comunque in tema con l’introverso e umbratile post metal che propongono, ma a chi di język polski non mastica nemmeno una parola, e magari è stato giovane in Italia intorno agli anni ottanta, il loro nome evocherà tutt’altro. O forse è soltanto una mia fissazione, la stessa che per esempio mi ha impedito di prendere minimamente sul serio il pastiche fantahorror-ultragore Il Labirinto del Fauno dal preciso istante in cui viene fuori che il nome di un personaggio era – per l’appunto – Moana. A scanso di equivoci, questi Moanaa sono quanto di più lontano possa esistere dal più vago odore di proibito e pornesco: musi lunghi, sguardi fissi verso il pavimento, magliette dei Minsk a tutto andare, e spesso e volentieri il temibile grugno dell’inquietante visual artist K-vass (una specie di Z’EV rasta se riuscite ad immaginarvelo) sbattuto in faccia ai concerti. Roba da ammazzare la libido anche al più infoiato dei camionisti dopo sei mesi passati ininterrottamente al volante. Lo scorso maggio hanno messo in rete un EP di tre pezzi che per qualche incomprensibile movimento della psiche mi ricorda Sweet Daisy degli Sludge (uno dei gruppi più criminalmente ignorati di sempre), chissà perchè, forse perchè dura mezz’ora; lo si può ascoltare su bandcamp o dal loro myspace. Non è male. Chitarre liquide alternate a legnate moderatamente cattive tipo versione blanda dei Mouth of the Architect, sporadici inserti di vocals filtrate (altrimenti il mood è sul sofferente andante), da qualche parte i santini dei Pelican, dei folli Isis e dei Neurosis post-A Sun that Never Sets (il che non è che sia esattamente una bellezza, ma fa lo stesso), qualche fuga psichedelica di tanto in tanto, ma roba tranquilla, da cannetta leggera poco prima di addormentarsi, e il disco termina veloce così come era iniziato, e ridendo e scherzando un ascolto tira l’altro mentre il sonno tarda ad arrivare. Con una produzione più sporca sarebbe stato un gioiellino. Sono giovani, si faranno.

FUMETTI: Lucertulas – The Brawl (Robot Radio/Macina Dischi)

note aggiuntive:

1 lo scanner mi è morto a metà dell’opera, AKA pazienza per la qualità delle immagini -ho usato una fotocamera.
2 il disco è in streaming e/o download integrale qui, il che ce lo fa amare ancora di più e per sempre e DIOCRISTO.
3 grazie a Giorgio.
4 Lucertulas.

WEIRD WIVES – piccoli fans, mattoni, download illegale della settimana, true believers e pure un po’ DISCONE.

Avete mai sentito parlare di tali Surfer Blood? Parlando del loro ultimo disco, Nunziata di OndaRock scrive “è un piccolo, delizioso compendio di noise-pop impreziosito da qualche eccentrica soluzione in fase di arrangiamento e da una scrittura che, se raramente tenta la sorte, pur riesce mediamente fresca e accattivante”. Sarò un classista e un pezzo di merda, ma ho pensato che non fosse necessario ascoltarlo per decidere che era un disco del cazzo. Googlando alla ricerca di altri pareri in materia mi imbatto su indie-rock.it e scopro che le recensioni sono tutte impostate rispondendo a una decina di tag (tra cui spicca densità di qualità), perdo interesse nella faccenda Surfer Blood e inizio a leggermi le rece tanto per capire il punto.  Comunque poi il disco me lo son sentito, e ovviamente tutti i paroloni di ‘sta terra non tolgono il fatto che sia una robetta paracula blurgh-fi che mischia Pet Sounds, gli Weezer e due quintali di shoegaze d’accatto -fosse uscito in qualsiasi anno precedente al 2008 probabilmente sarebbe stato persino un buon disco pop. Stamattina invece mi alzo presto e vado a cacare col macbook sulle ginocchia, decido di dare la mia occhiata mensile a Stereogum e scopro conto che esiste una side-band non ufficiale dei Surfer-Blood (tre musicisti su cinque) che si chiama Weird Wives e spacca il culo alle vigogne. Ci sono pezzi in streaming, e sono una specie di antipasto ad un paio di EP messi in download gratuito dalla band. File under COSE A CASO: un pastone vintage-noise* devastante tra Jesus Lizard ed ubriachezza molesta, con un sacco di accenti garage che ricordano vagamente certe cose di Hunches o Hospitals. Le canzoni rispettano quasi tutte i dettami delle band sopracitate, AKA pezzi punk sconvolti di due minuti, ma il CLIMAX è senza dubbio una traccia di nove minuti intitolata Bulldozer Puppet Fucker. Che in realtà è una canzone di tre minuti più sei minuti di feedback di chitarra a buffo, roba davvero MOLTO gratuita ed esaltante. Il fatto che il cantante sia un obeso sudatissimo à la Pink Eyes e faccia il trick di sputar fuoco ai concerti li farà probabilmente finire in mezzo alle cronache accanto alla lunga et insidiosa schiera di sodali-barra-imitatori dei Fucked Up, ma sono davvero un gruppo noise di quelli che Dio ne caga fuori uno ogni sei mesi al massimo. E vi danno pure i dischi gratis da scaricare. RISPETTO.

*vintage-noise per me significa AmRep più qualche disco T&G/Skin Graft basato su coordinate AmRep. Giusto per chiarire, sia mai che mi prendete per un fan degli Scratch Acid. Beh ok, gli Scratch Acid spaccano il culo.

MATTONI issue #2: Alan Licht

 

Nell’autunno 2003 A New York Minute, titanico doppio album del chitarrista minimalista Alan Licht, finì in downloading illegale su Internet – come consuetudine – diversi mesi prima che il disco uscisse “fisicamente” nei negozi. Non so come sia andata la faccenda nel dettaglio, sta di fatto che il rip che circolava in rete (e che, ironia amara, tuttora si trova con maggiore facilità) presentava una scaletta diversa da quella che poi, molto tempo dopo, avremmo trovato sul CD; probabilmente qualche fonico dello studio dove Licht stava registrando, preso da un improvviso impeto rivoluzionario, nell’urgenza di fare nel più presto possibile qualcosa di eversivo ha rippato una copia di lavoro dell’album con ancora la tracklist provvisoria. Il problema – ironia doppiamente amara – è che i due pezzi scartati dalla versione definitiva sono, quando non i migliori del disco in senso assoluto, certamente i più stimolanti e affascinanti. Essendo entrambi costruiti principalmente su samples di canzoni arcinote posso ipotizzare che l’esclusione sia stata dovuta all’impossibilità di pagare diritti d’autore che si immaginano esorbitanti, somme che il filiforme Licht non sarebbe riuscito a saldare nemmeno se l’album avesse stazionato nelle zone alte della classifica di Billboard per ere geologiche. Ma sono congetture; la verità, probabilmente, la conoscono soltanto Licht e il fonico manolesta di cui sopra.
Il primo pezzo è la versione originale della title-track; chi conosce bene il disco (beninteso: uno dei massimi capolavori di minimalismo chitarristico dello scorso decennio) avrà imparato ben presto e a proprie spese a skippare di default quell’infernale quarto d’ora di cut-up di previsioni del tempo registrate da una trasmissione radiofonica nel corso dell’intero mese di gennaio 2001 e miscelate al rumore del traffico e ad altro chiacchiericcio molesto assortito carpito chissà dove. Tutt’altra musica e tutt’altro costrutto assume invece il brano nella sua concezione primigenia: i minuti da 15 diventano 23, e intorno al dodicesimo l’incessante fluire metallico di vaniloqui sul tempo sfuma nel ritornello campionato e messo in loop di New York Minute di Don Henley, pilastro assoluto delle stazioni radio FM americane di una volta, pezzaccio strappacuore e bomba nucleare dell’airplay in quegli eighties che Licht, da vecchio rockettaro quale era e comunque resta, conosce come le sue tasche. In a New York Minute/ Everything can change… In a New York Minute/ You can get out of the rain… Estrapolate da un pezzo che è tra le sintesi più cruciali di concetti quali mutamento e perdita e mutamento dovuto alla perdita, queste frasi ripetute ossessivamente come un mantra (con tanto di “u-uuh” spettrale contrappunto che le accompagna) acquistano rinnovata consapevolezza e ulteriore, lacerante urgenza tragica, diventando – forse inconsapevolmente – la più grande e importante trasposizione in musica del post-11 settembre vissuto dai newyorkesi dopo l’intero American Supreme dei Suicide (disco tanto decisivo quanto frettolosamente dimenticato). Un pezzo che strappa il cuore anche a chi il crollo delle twin towers l’ha visto al telegiornale, comodamente seduto sulla poltrona di casa. Anche a chi delle twin towers se ne sbatte allegramente i coglioni. Terminale.
Il secondo brano – questo invece cassato in toto dalla scaletta definitiva – si intitola Bridget O’Riley, dura ventidue minuti ed è interamente costruito su porzioni del giro di synth che apre Baba O’Riley degli Who messe in loop e sovrapposte creando un effetto di “stratificazione” proprio del migliore Steve Reich, una sorta di equivalente “elettrico” della sua Violin phase con in più il calore dell’analogico (i samples sono presi da una copia in vinile di Who’s Next e in più punti si avverte il crocchiare della puntina sul solco impolverato) e la pompa kitsch delle superproduzioni: all’undicesimo minuto infatti il mosaico di loops, ormai divenuto un’ingarbugliata impalcatura a sé stante, entra in collisione con un campionamento – messo a sua volta in loop – del climax di Heart of glass dei Blondie, creando un cortocircuito sensoriale persino superiore alla somma delle parti. In quel periodo Licht era intrippato col bastard pop, e questi due suoi esperimenti sono probabilmente l’unico lascito degno di nota di quell’irritante ennesimo abbaglio passeggero della stampa musicale “che conta”. Entrambi i pezzi sono ora scaricabili, del tutto legalmente, da qui.

Il download illegale della settimana – Let’s Play Domination

                                                                                                                          
                        
Sì, bè, diciamo che forse un certo grado zero di  dolore auricolare ben lubrificato certa musica lo contempla. Per dire, anno disgrazia 1988, contorni di squat, Thatcher e germinazione varia di giovani anarcoidi iniettati di groove nigga e denti digrignati: per dire di intuizioni geniali e hardcorer funky. Gente a cui non frega un cazzo eppure fotte di tutto.  Musica di merda con l’anima. Basti dire del germe virulento che è diventato Asbetos Lead Asbetos, mano lunga di Jack Dangers e manopole in fotta elettronica. Oppure del mapping in corso dell’immaginario tra Hawkwind, Clash, Rough Trade, William Gibson, la Repubblica Libera e Indipendente di Frestonia e blabla in quel di Ladbroke Grove & Portobello. Londra. Nel decennio del post-’77. Da questo intreccio di diaspore, umori e droghe nascono alcune delle musiche più sbrodolate d’oggi, un’eredità automatica da cui ancora non abbiamo imparato a dissociarci. Da queste strade, s’innalzano fortunatamente anche musiche ancora più stranite, alienanti e dimenticate: tipo W.D.E., appunto. Frattaglie antisociali di suono sputato in faccia ad apparente cazzo di cane: una produzione che è tipo quella di un tombarolo minatore che ha passato la vita sotto terra e non riconosce altro che questo DNA  d’aria e d’eco: musica che si bea d’essere atonale e si bagna di tutta la proprià ossessività. Un quartetto che come il (p-punk) e soci s’andava innamorando di shock tactics per ribaltare strategie di marketing alternative, e finisce ovviamente per fare del proprio irriducibile rumore l’unica fonte possibile di informazione. Alla fin fine il tutto suona talmente tanto bene e perfetto che non ti capaciti di quanto vomitare dentro un ampli possa, davvero, suonare bene. Per dire di un incrocio ante-litteram di Big Black, The Birthday Party e The Pop Group: preciso, preciso: rasoiate assurde di chitarra deintonata, un batterista che picchia come dovesse sfasciare tubature, un basso che sembra tirato fuori da un sound system di qualsiasi digi-dubber o On-U sounder a venire. La voce, poi, trionfo di ormoni fuori scala d’alienazione, paranoia, sarcasmo agit-prop che prende per il culo se stesso. Il bello del gioco è che si viene dominati veramente, ogni canzone un latrato pop che non è nascosto sotto gli strati di feedback e stridii, ma che è feedback e stridii; con invenzioni orgasmiche tipo Look Out Jack, 1:24 che dà un senso nuovo nel parlare di stop’n’go e rockabilly/noise-rock dubbato nell’anima più che nel suono. Inoltre: cover di U-Roy (sono sbronzo, non ricordo che merda ho preso e sento solo bassi neri e strani rumori), LL Cool J (succhiatelo, Beastie Boys) e Lipps Inc.(Funkytown, ma a pezzi, dai). Fianco a fianco con Swans e Pussy Galore su sussidiaria Mute. Sbrodolamenti di Julian Cope, Simon Reynolds e David Bowie. Partnership (…) con Mutoid Waste Company. Presunti live con Loop e Hüsker Dü. Prodromi di un sentire che contemplava tutto questo e il circuito delle cassettediy con Fuck Off Records, studi di registrazione, suub funk, dub da neanderthaliani, groove meccanico, demagogia da tafferuglio, il rumore come prodotto (collaterale, ma centrale) e non come matrice principale, Graham Massey e quel cazzo d’altro volete voi.
Non è dato sapere perché non è stato cagato, date le carte in tavola. Forse troppo sonicamente indisponenti persino per chi si spupazzava Public Image Ltd e The Fall. Troppo alto il coefficiente di rumore organizzato d’entropia e sboronate rock’n’roll tipo Cramps. Troppo libera la forma e realmente alienante la musica. Forse si sono sfatti da soli e hanno lasciato le briciole nel genoma d’altri (Kevin Martin, con The Bug, maybe?). Forse è colpa dei Testimoni di Geova.
ps. è di questi giorni la notizia della ristampa; non conosciamo ancora la qualità del suono, la reperibilità effettiva e le eventuali aggiunte da singoli, live, remix. Insomma , non ne sappiamo un cazzo.

 

Il download illegale della settimana – Formula

 

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O.L.D. è soltanto una delle incarnazioni del multiforme James Plotkin, personaggio di cui già abbiamo accennato (e su cui sicuramente torneremo), probabilmente la più radicale. Nati nella seconda metà degli anni ottanta per mano di Plotkin e dell’indemoniato singer Alan Dubin (unico membro stabile della formazione, che per un nanosecondo accoglierà pure Jason Everman, senz’altro il Carneade più sfortunato del mondo), gli O.L.D. (acronimo di Old LadyDrivers) licenzieranno tra il 1988 e il 1995 quattro album, uno split con gli Assück e una raccolta di remix in chiave gabber/speedcore, quasi tutti per Earache (all’epoca l’etichetta più coraggiosa e lungimirante sul mercato), ognuno dei quali degno di una trattazione a parte. Formula, sigillo conclusivo del marchio, si spinge comunque oltre, entrando insindacabilmente e fin da subito a far parte di quella ristrettissima cerchia di dischi “alieni”, episodi che non conoscono precedenti, influenze esterne o numi tutelari di alcun tipo, genere o maniera; lavori capaci di delineare un intero universo perfettamente chiuso in sé stesso e a sé stesso totalmente bastante, musica atemporale, del tutto priva di punti di riferimento di sorta, musica che – letteralmente – ti chiedi da dove cazzo sia potuta uscire. Roba impossibile da pensare, figuriamoci da imitare. In un gioco raffinato di alterazione mentale e atrocità psicologica, la coppia Plotkin/Dubin costruisce, attraverso sette movimenti della durata variabile da cinque a undici minuti, tramite sventagliate di maligni synth, deraglianti architetture sonore tra lo space rock più manicomiale e la psichedelia traslata in un contesto da romanzo di William Gibson (il tutto punteggiato dalla terrificante voce da androide malato di Dubin, costantemente effettata e trasformata in un agghiacciante lamento da cyborg), una spirale delirante di allucinazione e orrore priva di vie d’uscita, uno dei momenti più visionari e brutali di tutta la musica recente.
Formula avvicina idealmente Plotkin e Dubin ai Nick Blinko, agli Alan Vega, ai Robin Crutchfield, ai Jandek, a tutti quei pochi che dal niente hanno creato un mondo a sé stante il cui ingresso resta precluso ai più. Disco indescrivibile se mai ne sia esistito uno, Formula attraversa come un UFO la produzione discografica del 1995; a riascoltarlo oggi suona ancora completamente fuor di contesto, del tutto inafferrabile, orgogliosamente altro: come veder sfrecciare una galassia davanti agli occhi, o un troglodita che ascolta i Chrome in un’astronave, come un’orchestra in una stazione orbitale che si eccita con le Frippertronics. Probabilmente conscio dell’irripetibilità dell’atto, Plotkin scioglierà gli O.L.D. di lì a poco; il disco, colpa anche di una Earache allora allo sbando più totale, affannosamente in cerca di un’identità per tenersi al passo coi tempi, non vende nemmeno una copia. Bisognerebbe davvero poterne riparlare tra duecento anni.