SEI E MEZZO ABBONDANTE o di come faccio a mettere un voto numerico quando scrivo una recensione

Un amico FB mi ha scritto questa cosa:

Io e te siamo partiti male, però devo dire che (…) Cioè: se il nuovo Arcade Fire è da otto e mezzo -(pardon: 85/100…) – “Funeral” era da 200? The War on Drugs… Ma solo io quando li ascolto penso a un clone dei Waterboys? Poi figuriamoci se non ci scappava il votone in automatico ai Queens of the Stone Age che, lo ammetto, io non amo particolarmente. Sto poi orecchiando le varie recensioni (su Deezer, basandomi ovviamente ai riferimenti di mio gusto) e davvero non mi ci raccapezzo. Boh!

Il riferimento è ai voti numerici che vengono appioppati ai dischi sull’ultimo numero di Rumore, nel quale scrivo pure io. La questione in sé non mi interessa, nel senso che non sono stato io a recensire Arcade Fire o TWOD o QOTSA, ma solleva una cosa di cui qua e là mi è capitato di parlare spesso, e quindi VIA AL PIPPONE. Vi capita ancora di pensare ai dischi in termini di voto numerico? Di pensare ad esempio “questo disco è un 5 a dir tanto”? A me no. Mi capitava, probabilmente, all’inizio delle mie frequentazioni musicali snob. A quei tempi leggevo le recensioni sulle riviste con i voti numerici e mi facevo un’idea basata soprattutto su quel numero, ma saranno 20 anni che non penso più a quanto darei a quel disco se la musica fosse un compito in classe al liceo. E fortunatamente non ho mai dovuto scrivere in uno di quei posti che danno i voti ai dischi, o se l’ho dovuto fare erano posti in cui il voto non era poi così importante. Qui sopra ho fatto perfino una rubrica per sfottere i voti e/o darli a caso, si chiama Pitchforkiana in onore al sito che più ha prosperato sul meccanismo dei voti. L’esempio di Pitchfork, tra l’altro, è emblematico di quel che sto dicendo: ricordo diversi voti dati a un disco o all’altro, ma non mi ricordo di una singola riga di testo contenuta nelle recensioni di quegli stessi dischi; e quindi alla fine anche per i più irriducibili di questo gioco il meccanismo dei voti numerici produce una sorta di prenarrazione, una premessa culturale con cui in un modo o nell’altro tocca fare i conti. Il che non toglie che, alla fine della fiera, mettere un voto numerico a un disco sia storicamente una specie di barzelletta tirata per le lunghe, un’ignobile stronzata che non fa bene a nessuno. Ma se sei un sito o una rivista che fa critica tra virgolette “classica” quell’ignobile stronzata è l’unica cosa che rimane in testa al lettore, come se il testo d’accompagnamento servisse a fornire un contesto a quel numerino del cazzo. Da quando scrivo per Rumore, comunque, devo dare un voto ai dischi quando li recensisco. Quello che segue, dunque, è un decalogo di regole in base alle quali poi metto i voti ai dischi.

(premessa necessaria: ci sono persone molto più competenti di me in questo sport, vantano più esperienza più entusiasmo più serietà e più talento in questa cosa dello scrivere recensioni, e qualcuno potrebbe sentirsi indirettamente insultato da queste regole che vado a mettere. Mi giustifico dicendo che queste regole valgono per me, e anzi mi piacerebbe sapere quali regole utilizzate voi).

  1. LA STORIA DEL POP NON È CONTEMPLATA NEL GIUDIZIO DEL DISCO. quando tra scoppiati si parla di voti ai dischi, soprattutto negli ambienti più osservanti e seriosi (tipo il metal), salta sempre fuori un fanatico di Ratzinger che ti dice una roba tipo “7/10 A QUESTO DISCO DEL CAZZO? E REIGN IN BLOOD CHE VOTO SI MERITA? 17/10?”. Ma siamo onesti, nessuno di quelli che leggono una rivista si aspetta un voto che esprima il valore assoluto di un album nella storia del pop; primo perché la maggior parte dei dischi la storia del pop non la vedono neanche in cartolina, e secondo perché se avessi questa capacità globale di storicizzare e soppesare criticamente ogni afflato della produzione culturale contemporanea di lavoro farei il Jorge Luis Borges italiano, non il critico musicale (e calcola che io di lavoro faccio il sementiero). Ma anche in generale, se credi che ogni mese escano dischi posizionabili in uno spettro di valori che va da A Love Supreme a Zucchero Filato Nero (per non essere frainteso, sono due esempi per disco la cui portata storica gigantesca era intuibile anche il giorno dell’uscita e disco di una bruttezza così programmatica da dare immediatamente l’idea di poter diventare una pietra miliare della musica di merda) il problema è tuo, ed è un problema gigantesco, e niente di quello che potrei scrivere ti salverà dal torpore cognitivo in cui tutte quelle riviste del cazzo ti hanno fatto cadere. Senza contare che se questo succedesse, tutti gli altri dischi sarebbero intorno al sei e mezzo, e allora sì che ti romperesti davvero il cazzo di leggere le rece.
  2. NEMMENO LA STORIA DEL GRUPPO È CONTEMPLATA. posso pensare, per esempio, di dare un voto al nuovo disco degli LCD Soundsystem che gli dia un posto esatto all’interno della loro discografia (personalmente: LCD Soundsystem 50/100, Sound of Silver 68/100, This Is Happening 49/100, American Dream 59/100), ma già se mi dici di contestualizzare un disco all’interno di discografie con più di sei episodi lunghi sono in difficoltà, a meno che il disco non faccia schifo, e in quel caso si prende le bastonate. Ma non voglio essere costretto a contestualizzare un disco di gente tipo Melvins o Acid Mothers Temple all’interno del loro corpo discografico.
  3. NON SONO CAZZI MIEI QUEL CHE FANNO GLI ALTRI SULLO STESSO NUMERO. È ragionevole pensare che un disco a cui io metto 6 e un disco a cui Caio mette 8 valgano più o meno lo stesso, soprattutto dal mio punto di vista, ma io di quello che fanno gli altri non posso che sbattermene le palle. Questa cosa riguarda sia me che il direttore/caporedattore della rivista, nel senso che già è faticoso farsi consegnare le rece in tempo utile, figurati prendersi un momento per valutare per filo e per segno quei numerini del cazzo.
  4. IL MIO VOTO NON È SCOLPITO NELLA PIETRA. La forma più alta di giornalismo musicale, se sentite un giornalista musicale serio, prevede che il giornalista riesca a togliere i propri cazzi dall’equazione e riesca a giudicare i dischi in questo modo buddista in cui la musica scorre imperturbabile dentro di noi facendosi conoscere per ciò che intimamente quella musica è, ma la verità è che la maggior parte delle volte tocca scrivere le recensioni mentre stai vivendo una vita. E in certi casi ad esempio hai avuto un appuntamento con una ragazza e ne sei uscito soddisfatto al punto da riuscire ad apprezzare gruppacci tipo i War On Drugs o gli Arcade Fire, e in altri casi hai avuto una giornata lavorativa talmente brutta che perfino gli Unsane e i Melvins potrebbero pagarne lo scotto. Beh, va detto che le ultimissime cose dei Melvins fanno davvero cagare (il disco nuovo degli Unsane non l’ho ancora sentito ma mi rifiuto di pensare che possa valere meno di 10/10). Quindi il 5 di stasera potrebbe essere un 7 di domani, e viceversa, e va più o meno bene così perché alla fine della fiera SIAMO UMANI dio cristo.
  5. CERCO DI STARE IN EQUILIBRIO SUL MESE. Se per un numero devo consegnare dieci recensioni, cerco di regolarmi in modo che i voti di quei dieci dischi riflettano a grandi linee il mio gradimento per quei dischi. Questo può voler dire che magari questo mese c’è penuria e quindi i dischi si beccano voti relativamente più alti del mese scorso dove ho dovuto fare recensioni di roba che mi esaltava e –per contrappasso- stroncare cose che questo mese avrebbero preso forse sei o sette. Non ho abbastanza proiezione mentale per pensare che “sei mesi fa ho messo 7 a questo disco che secondo me era leggermente meglio di questo a cui sto dando, ugualmente, 7”. Ho riscontrato comportamenti simili in certe persone, ma credo che siano puniti dal codice penale.
  6. NON SONO UN SADICO. Se sei un gruppo piccolo e di poco valore ed esci su un’etichetta semiinesistente e qualcuno ha dovuto togliersi il pane di bocca per registrare il disco, trovo inutile e sgradevole metterti un votaccio. Questo può significare che il tuo disco non mi convince ma magari prende 5,5 o 6, e magari nello stesso numero della rivista piazzo un 6,5 al disco nuovo dei Deerhoof. Se i Deerhoof avessero registrato un disco come il tuo, gli avrei appioppato 2 o 3.
  7. SONO PREVENUTO. Sempre, comunque, a prescindere. Il voto del disco dipende dall’aspettativa in merito a quel disco, in merito a quello che in generale penso di quel gruppo, di questo scorcio di secolo e tutto il resto. Questo dipende al 30% dal mio narcisismo, nel senso che quando scrivo una cosa voglio che sembri una cosa scritta da me, e al 70% dipende dalle mie idee sulla musica, che sono ovviamente idee personalissime e opinabilissime, ma vengono prima della musica contenuta nei dischi, da cui appunto “prevenuto”. Ad esempio nell’ultimo periodo la cosa che odio di più nella musica è lo sfoggio di professionalità, la cognizione di causa, e quello che amo di più è quello che sfugge a questa logica del disco ben fatto con tutte le cose al suo posto. Questo significa che ad esempio sono molto ben disposto nei confronti dei matti che fanno dischi matti, tipo Mark Kozelek, e sono molto mal disposto nei confronti degli Arcade Fire. È chiaro che questo non significa che Sun Kil Moon verrà promosso a prescindere e gli AF stroncati a prescindere, perché sono dischi, appunto. Per me è una cosa importante perché il mio bacino potenziale di dischi è abbastanza eterogeneo (la roba che mi interessa va dal pop ultraemerso al grindgore), ma è chiaro che ascolto in modo eterogeneo perché ho una mia idea sulla musica, e siccome oggi praticamente tutti ascoltano in modo eterogeneo, direi che questa regola vale in generale. La mia opinione personale è che se qualcuno riesce ad eclissare la propria idea personale di musica per giudicare i dischi in modo oggettivo, non capisce un cazzo di musica e non bisogna fidarsi troppo, ma anche qui è un’opinione appunto personale.
  8. HO AMICI. Relativamente parlando non sono uno di quelli che scrivono per conoscere musicisti e non bazzico troppo gli addetti ai lavori, ma scrivo da un sacco di tempo e qualche amico ce l’ho pure io. A volte mi capita di dover recensire dischi fatti da amici miei, o comunque da gente che conosco, e il fatto di conoscere le persone influenza pesantemente il mio giudizio. Ad esempio non mi capita praticamente mai di stroncare malissimo il disco di un mio amico, perché contrariamente a voi io non credo nella critica costruttiva (non credo nemmeno nella critica in generale). Piuttosto preferisco passare il disco a qualche collega, e che se la veda lui/lei. E se è vero che nelle recensioni tendo a non mentire quasi mai (eccezion fatta per certe iperboli), succede spesso che la mia conoscenza di certe persone mi porti ad analizzare la loro musica secondo criteri diversi e a livelli più profondi. ad esempio pensare se tal disco riflette da vicino tal persona. E nel caso in cui io riesca a trovare i tratti personali di un mio amico in un disco, potrei esserne piacevolmente colpito, e potrei volerne parlare per quel senso di “io ho capito davvero questa cosa che han fatto i Bagigis”. Oltre a questo posso avere cognizione di quale sia stata la strada del gruppo, posso averli visti a qualche festival dieci anni fa e averli trovati persone piacevoli (è importante essere persone piacevoli).
  9. NON HO ABBASTANZA TEMPO NÉ VOGLIA. Questa è una delle cose più difficili da far capire alle persone: ascoltare un disco per valutarlo richiede un tempo, e un’energia, che spesso non ho. Questo può far sì che il mio voto al disco di tal artista o talaltro sia falsato dal non averne compreso appieno tutti gli aspetti. Riascoltando dischi che ho recensito in passato, ad alcuni di essi sono pentito di aver dato quel giudizio e quel voto. I giudizi troppo frettolosi non sono necessariamente positivi o negativi, a volte sono neutri, eccetera. Giustificare questa cosa, come detto, è difficile. Probabilmente per qualcuno il giornalismo musicale è una vocazione, e ascoltare un disco di merda 4/5 volte per assicurarsi che sia un disco di merda, oltre ogni ragionevole dubbio, è un dovere morale. Per me invece riascoltare il Christmas Album dei Bad Religion (per dire di uno dei dischi più brutti sbagliati e scemi che ho dovuto recensire) (sì, esiste un Christmas Album dei Bad Religion) significa perdere tot minuti che potrei impiegare su un disco che probabilmente è più meritevole di attenzione, più ostico da giudicare e più piacevole da ascoltare. O meglio ancora, riascoltando un disco che ho già consumato per 5 anni, che questa a quanto ne so è ancora una passione. Oltre a questo, attenzione, c’è tutta una sfera di questioni logistiche oggettive a cui anche la gente più volenterosa di me fa fatica a sfuggire. Ad esempio c’è il fatto che le riviste di carta devono sottostare a logiche promozionali più rigide, fatte di ascolti blindati che ti vengono attivati a ridosso della consegna e magari è un disco importante e tocca arrangiarsi in qualche modo, ad esempio prendendosi la responsabilità di un giudizio che –giocoforza- tocca dare dopo un ascolto o due.
  10. NON MI INTERESSA LA PROFESSIONALITÀ. Di lavoro io faccio un’altra cosa, come tutti quelli che scrivono di musica in Italia. Do la colpa all’economia: volete recensioni professionali ma non volete pagare 80 euro la vostra copia della rivista -con cui il capo potrebbe pagarmi qualcosa di simile a uno stipendio normale. Questo tra le altre cose significa che non ho sottoscritto un contratto o un codice di procedura con le riviste che mi ospitano. Il mio obbligo nei confronti di questa o quella rivista segue, come capita per quasi tutti gli altri, una commistione tra rapporti umani e comunioni d’intenti. Non mi sento praticamente mai obbligato, in termini di professionalità o competenza, nei confronti di questo o quel gruppo: scelgo di fare un disco, o mi viene appioppato un disco, e nel momento in cui io o il mio referente (nel caso di Rumore è Rossano Lo Mele) accettiamo, sono tenuto a consegnare la recensione. Ho una specie di vezzo personale: quando scrivo una recensione, cerco sempre di essere originale, di scrivere una cosa che sia un po’ più fresca di quel che leggo in giro. A volte ci riesco, a volte no. Questo però riguarda il testo. Del voto numerico non mi frega assolutamente nulla, ci metto circa tre secondi a deciderlo, e spesso mi sbaglio.

Il listone del martedì (in moratoria): CINQUE DISCHI DI NATALE SENZA CUI NON SI PUO’ STALE.

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Reclamo orgogliosamente la mia appartenenza al gruppo degli haters del Santo Natale. È un sottoinsieme composto da circa dieci milioni di italiani, una minoranza piuttosto nutrita, un partito politico ampiamente sopra la soglia di sbarramento anche se non così presente alle riunioni che contano. Elenco delle tre cose più fastidiose da sopportare quando si odia il Natale:

1 paradossalmente, non lo odiamo così tanto da costruire la nostra vita intorno a questo odio e quindi non ci curiamo di non avere a che fare con mariti mogli o coinquilini che lo amano e riempiono la casa di feticci del cazzo che occupano spazio, consumano energia elettrica e sporcano il pavimento; scegliamo di vivere insieme a una persona sulla base di cose molto più prosaiche, tipo se puliscono il lavandino del bagno dopo averci cacato dentro eccetera, e verso il giorno 8 dicembre scopriamo che questo coinquilino modello inizia ad avere la fregola del natale e si sente in ritardo perché in casa non c’è l’albero –L’OTTO DICEMBRE! Dai, su. E allora inizia a coinvolgere cani e porci nella realizzazione di festoni e alberi e presepi e muschio, MUSCHIO OVUNQUE, forfora pavimentale obscura e indistinguibile da un’invasione di ragnetti pelosi.

2 ogni anno il Natale arriva qualche giorno prima. Luci nelle strade, ghirlande festose, cose rosse nelle vetrine dei negozi. Quest’anno il Natale è arrivato verso i primi di ottobre, se non sbaglio. Il mio fornaio (un tizio dall’estetica quantomeno opinabile, indossa magliette della sagra della porchetta e somiglia a Cruciani di Radio24) tiene le luci natalizie tutto l’anno sulle colonne del portico dov’è piazzato. Semplicemente, a Natale le accende. Voglio dire, il Natale è insopportabile a dicembre ma a ottobre è semplicemente una piaga.

3 chi ama il Natale non riesce nemmeno a concepire la nostra esistenza, la considera una malattia o roba di cui vergognarsi o un sentimento irragionevole alimentato da decenni passati ad auto convincersi che la vita è grigia e fastidiosa. Con la conseguenza che gli haters del Santo Natale sono considerati, per estensione, persone che non sanno godersi le piccole cose e non apprezzano la vita e altri sinonimi del non scopare. Questa ultima caratteristica è così radicata nella gente intorno a noi da averci pian piano convinto che stiamo vivendo una menzogna e averci scaraventato in una dimensione di continua negazione, in cui finiamo per ripetere a noi stessi che in fondo non odiamo così tanto il Natale ma, uhm, dai, è solo che non ci andiamo proprio pazzi. Il principale effetto collaterale di questa negazione, per quanto mi riguarda, è che possiedo DECINE di dischi natalizi, e quindi mi sento abbastanza esperto da permettermi di consigliarvi i cinque senza cui non è possibile esistere.

MARIAH CAREY – MERRY CHRISTMAS

È un disco che ha attraversato gran parte della mia vita di ascoltatore: me lo registrò in cassetta un tizio del giro di amici con cui facevo i sabati sera, ai tempi dell’uscita (1994). Mi suonava O Holy Night nello stereo a casa sua e mi diceva ascolta ascolta montandomi la suspence, prima dell’acuto finale, e sì, avevo amici che ascoltavano dischi natalizi. Ad essere onesto nei quindici anni successivi questo disco l’ho usato più che altro per giocare a freccette, ma l’avvento dell’era di youtube -e i numerosi articoli che danno conto del fatto di come e quanto Mariah Carey abbia perso progressivamente la brocca nel corso degli anni, riducendosi a una pallina dell’albero di natale umana, un’artista che viene tirata fuori dallo scatolone intorno all’8 dicembre e si mette a fare il giro dei teatri e dei talkshow- hanno fatto sì che almeno una volta ogni natale io mi ritrovi a cercare sul tubo una decina di performance live di O Holy Night, col pubblico che si alza rigorosamente in piedi ad applaudire Mariah (pronunciato Maràia come il bassista degli Slayer) mentre lei spinge sull’acuto finale e spacca i bicchieri di Asti Cinzano in sala. Odio i Bublè natalizi e i Sinatra natalizi e gli standard natalizi in generali e le infinite reinterpretazioni delle stesse 10 canzoni, le odio e le detesto e non voglio averci a che fare, e invece Mariah che spinge sull’acuto mi fa sempre venire la pelle d’oca.

THE POGUES – IF I SHOULD FALL FROM GRACE WITH GOD

Il principale pregio del disco natalizio dei Pogues è che non è affatto un disco natalizio, anche se contiene Fairytale of New York, la quale non è propriamente una canzone natalizia ma secondo Simona Siri, in un vecchio articolo scritto per il Post, è “la canzone di Natale più bella di sempre” (un giudizio di merito così Bastonate da rendermi concorde di default, e comunque sono concorde in quanto mezzo alcolizzato).

WHAM! – LAST CHRISTMAS

Last Christmas sta nel Guinness dei primati come il singolo inglese più venduto nella storia tra quelli che non sono mai stati al primo posto in classifica. In effetti a raccontarla è una gran storia: gli Wham!, le Adele del 1984, hanno venduto un disastro di copie e vogliono stracciare tutti i record con un singolo natalizio. Compongono chirurgicamente la canzone natalizia più anni ottanta pensabile, e per lanciarla girano il videoclip più reaganiano e opulento della storia: monclerini, acconciature, gatti delle nevi, Natale in baita con regali di pregio, candele ovunque e una storia losca di sesso interamicale (vado a memoria). Sarebbe un primo posto garantito, ma ci si mette in mezzo Bob Geldof e nello stesso anno fa uscire la canzoncina di Natale sui bambini poveri, quella roba del Live Aid a cui -per ironia della sorte- partecipa anche George Michael, auto-relegandosi al secondo posto. Rimane comunque la canzone natalizia più opulenta di sempre, quella più tossica e –data anche la sua coesistenza con la canzoncina del Live Aid- la premessa culturale irrinunciabile per spiegare il mondo del pop in generale e la posizione seguente in classifica in particolare.

LUCA CARBONI & JOVANOTTI – O È NATALE TUTTI I GIORNI O NON È NATALE MAI

Al quarto posto c’è un bootleg. Si tratta di una cover di More Than Words di cui non esiste una versione di studio, ma fu suonata live dalle parti del ’93 da Luca Carboni e Jovanotti, con tutta probabilità sotto l’effetto di qualche sostanza, durante il tour condiviso tra i due. Un vero e proprio flusso di coscienza, un’opera pop escapista di tre minuti che sfonda a calci i limiti della decenza e del maccosa. Uno dei pezzi più assurdi della storia del pop italiano, roba in confronto a cui Zucchero filato nero sembra un disco normale, ma anche e soprattutto una delle più grandi manifestazioni del lato oscuro del natale, al cospetto di cui la tristezza artificata del Christmas Album di gentaglia come i Low si mette a piangere in un angolo. ANGSTO. (tra l’altro Jova e Carbo un paio di giorni fa hanno fatto la reunion, performing OENTIGONENM in its entirety).

TOOL – THE CHRISTMAS ALBUM

Anche qui il suo principale pregio è quello di non esistere: è un album di cui c’è solo la copertina, pubblicata a titolo di spoof assieme ad altri quindici fake album dentro il booklet di Ænima, l’unico disco decente realizzato dai Tool, anno 1996. Nel suo non-esistere, nel suo essere silenzioso e non durare tempo, è uno degli album più natalizi di ogni tempo e di gran lunga la miglior opera a cui il gruppo abbia mai messo mano.

(questo pezzo è uscito, in versione leggermente ridotta, sul settimanale R&D) 

La lista dei 25 dischi dell’anno SO FAR per Stereogum, ricommentata.

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Ho sentito diverse persone notare che il 2015 è un anno straordinariamente fecondo per la musica indipendente. Non sono d’accordissimo. I dischi che preferisco quest’anno sono divisi tra roba stupida, vecchiume, musica da atmosfera che ho ascoltato una volta, postpunk paraculo e legna pesa che sarebbe potuta uscire uguale 15 anni fa o anche di più, cioè un’annata piuttosto anonima o –più probabilmente- un altro anno passato ad ascoltare la musica sbagliata. Nella segreta speranza che qualcosa mi sia sfuggito, passo la lista dei 50 dischi più belli finora secondo Stereogum, mi concentro sui primi 25 e lo scenario è terrificante. Essendo piuttosto indietro con le recensioni di dischi nuovi, ne approfitto per smaltire un po’ di arretrato.

25 VIET CONG – S/T

Il disco dei Viet Cong è molto carino, o per essere esatti sarebbe un disco molto carino se fosse il 2004 e non ci fossimo ancora riempiti forzatamente lo scaffale di gruppi postpunk tutti uguali con gli stessi riferimenti e la stessa aria da depressi. Non è che non ne capisca i meriti, è che proprio mi sembra come mettere Neil Young tra i migliori dischi del 1997, non so se avete presente.

24 SCREAMING FEMALES – ROSE MOUNTAIN

Non l’avevo ascoltato prima d’ora, boh, sembra un disco pop carino, niente di troppo orribile contro di loro.

23 NATALIE PRASS – S/T

Il disco di Natalie Prass effettivamente è carino, non una di quelle robe su cui venga da scrivere qualcosa ma ha quel bel suono pop completo dimesso orchestrale che mi fa pensare sempre molto a quei gruppi da disco tipo Stereolab, il gruppo che c’entra meno con Natalie Prass al mondo.

22 FRED THOMAS – ALL ARE SAVED

Non l’ho ascoltato.

21 MARK RONSON – UPTOWN SPECIAL

Il disco di Mark Ronson è ai primissimi posti nella classifica di uno dei più dannosi sottogeneri degli ultimi anni, i dischi fatti per esaltare i critici musicali. I dischi fatti per esaltare i critici musicali sono generalmente roba a cavallo tra musica bianca e nera, hanno i riferimenti culturali giusti, sono prodotti e arrangiati DA DIO, sono un po’ sbarazzini e un po’ presi bene eccetera. Non ha molta importanza di che genere siano, a me viene sempre da pensare a cose tipo gli Air, non so se avete presente quella sensazione da negozio d’abbigliamento circa ’98 in cui tu entri e non importa che vestiti siano attaccati ai muri, il disco che sta suonando è quello degli Air perché forse con gli Air in sottofondo si consuma meglio. L’egemonia culturale dei dischi fatti per esaltare i critici musicali è tra le principali ragioni per cui oggi la musica fa schifo al cazzo. Scopro la classifica man mano che vado avanti, quindi immagino ce ne saranno altri.

20 CHRIS STAPLETON – TRAVELLER

Non ascoltato

19 ELDER – LORE

Lo stoner-sludge-kraut-doom (sapete di cosa parlo, giusto?) sta al rock estremo come il postpunk sta al rock fighetto, nel senso che anche se il disco degli Elder è figo e brillante io NON VOGLIO SAPERLO, ho ascoltato troppa roba uguale a questa negli ultimi VENT’ANNI e non mi fa più ridere, non è più il momento e non ne ho più voglia. Quello che sembra il parere personale di uno scorreggione, tuttavia, dovrebbe essere il lamento di un’intera generazione –manco la mia, che questa roba se la compra ancora senza patemi giusto per le copertine dei dischi. D’altra parte non credo esistano davvero ascoltatori di musica più giovani di me.

18 THE STAVES – IF I WAS

Non l’ho ascoltato

17 TOBIAS JESSO JR  – GOON

L’ho ascoltato con l’attenzione che dedico alla roba tipo Tobias Jesso Jr, non ho niente contro di lui, fa musica che mi scivola addosso.

16 HOP ALONG – PAINTED SHUT

Lo sto ascoltando ora, è molto carino se vi piace la roba indie rock con le chitarre affilate ma non postpunk, giuro che gli dedicherò del tempo.

15 GIRLPOOL – BEFORE THE WORLD WAS BIG

Non è la mia roba ma posso capire che possa piacere a qualcuno, boh.

14 DRAKE – IF YOU’RE READING THIS IT’S TOO LATE

Finora ho sempre trovato delle buone scuse per non ascoltare il disco di Drake, conto di arrivare a fine anno con lo stesso aplomb.

13 TRIBULATION – THE CHILDREN OF THE NIGHT

Non è quel che si dice un disco interessante, o potrebbe essere un disco “interessante” per qualche testa metal straconvinta di essere open-minded intorno al 2002, quella gente che ascoltava roba tipo i Solefald, presente i Solefald? Hanno fatto pure un disco quest’anno, che potrebbe stare nella classifica di Stereogum alla stessa posizione e con la stessa ragion d’essere (nessuna). Al di là del gusto personale mi fa girare il cazzo proprio il concetto che ci sia questo disco in questa posizione, unico disco metal in questa classifica. Qual è il merito specifico di questo disco dei Tribulation rispetto a un disco brutto degli Opeth? O anche solo rispetto al disco dei Tribulation di un paio d’anni fa? O anche un qualsiasi merito specifico di questo disco? CHE CAZZO NE SO. Ci andava un disco metal in quota qui ascoltiamo tutto, e se questo è il meno peggio dell’anno non siamo neanche più qua a lamentarci.

12 VINCE STAPLES – SUMMERTIME ’06

Non l’ho ascoltato ma ho visto la copertina in giro e mi piace un botto

11 SLEATER-KINNEY – NO CITIES TO LOVE

Continuo a pensare che non ci sia niente di speciale nel disco nuovo delle Sleater-Kinney in relazione agli altri dischi delle Sleater-Kinney e ai due dischi solisti di Corin Tucker, anche se finora è di gran lunga il disco migliore tra quelli che ho ascoltato in questa lista.

10 COURTNEY BARNETT – SOMETIMES I SIT AND THINK AND SOMETIMES I JUST SIT

Mi piace molto il titolo, mi ricorda una persona che conosco. Il disco di Courtney Barnett è carino e lei è scapigliata stilosa e indolente come il sogno adolescenziale di tantissimi 40enni che scrivono di musica, quindi diciamo che non sono d’accordo ma capisco cosa ci fa in questa lista.

9 JIM O’ROURKE – SIMPLE SONGS

Io non sono un fan terminale del Jim O’Rourke pop, ma lo ascolto con piacere e non sfascio piatti mentre succede, anche se ho la tendenza a dimenticare la musica che suona e a dare la colpa di questa cosa alla sua musica più che alla mia attenzione. C’è da dire che quantomeno i suoi dischi pop sono così personali ed escono così raramente da farli sembrare degli eventi, delle folgorazioni, quindi il fatto che stia tra i primi dieci dischi del 2015 SO FAR secondo Stereogum è una cosa che non dà fastidio a nessuno, e a questo punto credo di poter dire che il 2015 sia l’anno dei dischi che non danno fastidio a nessuno. Capace che da qui a fine anno riesca a scalare qualche altra posizione.

8 WAXAHATCHEE – IVY TRIPP

La storia di Waxahatchee è meravigliosa, questo progetto minuscolo, questa cantante che si registra i dischi in casa e arriva a tutto il mondo sulla forza del passaparola e del sostegno delle pubblicazioni di settore e di un pubblico fatto di personaggi schivi e introversi che trovano nelle sue canzoni l’espressione del loro sentire. Io no. Mi auto-rovino l’ascolto dei dischi di Waxahatchee, senza volerlo, perché ogni volta vado a pescare nomi da una lista mentale di dischi passati che erano buoni quanto quelli di Waxahatchee (sei-sei e mezzo, tipo), registrati in condizioni di fortuna e snobbati a man bassa perché, nonostante New Slang e svariati amici miei molto competenti che vantano discografie di 1500 titoli uguali a questo, uno o due dischi tipo Ivy Tripp a quinquennio sono già troppi.

7 FATHER JOHN MISTY – I LOVE YOU, HONEYBEAR

Altro disco riconducibile alla categoria “fatti per esaltare i critici musicali”. È carino, sia chiaro: ben suonato, psichedelico in modo non invasivo, elegante e complesso e tutto. Rimane il fatto che sarebbe potuto uscire identico quindici o vent’anni fa, ma pure trenta o quaranta, e questo può voler dire che è musica senza tempo o che dopo anni di PUNKS, ribellione, chitarre alte e terra zappata siamo rinsaviti, abbiamo deciso che la musica che ascoltava nostro babbo era molto migliore e più complessa e meritevole di questa, ci siamo trovati un lavoro in banca e abbiamo iniziato a comprare dischi di weird folk pettinato che cinque anni prima avremmo usato sì e no per giocare a freccette. Molto francamente, se avessi saputo come andava a finire, avrei rintracciato Devendra Banhart sotto i ponti e l’avrei fatto a pezzi con una scure prima che riuscisse a farsi rintracciare da Michael Gira.

6 SHAMIR –RATCHET

Non ascoltato.

5 JAMIE XX – IN COLOUR

Boh, sì, disco carino.

4 DONNIE TRUMPET & THE SOCIAL EXPERIMENT – SURF

Non l’ho ascoltato ma è in lista, sulla carta sembra una cosa tipo quando i cLOUDDEAD si sciolsero e Why fece uscire quel disco pop incredibile, tranne che i cLOUDDEAD erano i cLOUDDEAD, Why? era Why? e Chance The Rapper è Chance The Rapper.

3 COLLEEN GREEN – I WANT TO GROW UP

Sembra che per Stereogum questo sia l’anno del girl-pop convinto di essere girl-punk. Ed essendo contemporaneamente l’anno dei dischi che non rompono i coglioni a nessuno, ecco spiegata Colleen Green al terzo posto nella classifica parziale.

2 KENDRICK LAMAR – TO PIMP A BUTTERFLY

Capisco l’entusiasmo ma lo detesto: musicalmente è l’apoteosi della musica fatta per esaltare i critici musicali, dal punto di vista dei testi non riesco a comprendere appieno la montata d’odio razziale dell’ultimo periodo negli Stati Uniti (con lo spiacevole risultato che mi sembra un disco più adatto a dei 37enni che mentono sul fatto di essere stati caricati da uno sbirro negli anni belli).

1 SUFJAN STEVENS – CARRIE & LOWELL

Non ascoltato.

il listone del martedì: I DIECI MIGLIORI DISCHI AMPHETAMINE REPTILE

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Penso che viste in prospettiva e da altre persone le cose possano acquistare molti più significati di quello che potevo attribuire ad esse mentre le facevo. Insomma, dieci anni fa c’’era più libertà di fare cose meno commerciali in 7″”, fare CD o LP era semplicemente una spesa troppo grande da mettere a budget per tutti. Mi mettevo a pensare ad un CD o ad un LP solo se si trattava di gruppi molto attivi, che avessero intenzione di andare in tour e continuare a registrare nel futuro.”

(Tom Hazelmyer intervistato da Francesco Farabegoli, Nero Magazine, una vita fa)

A fine mese esce il disco degli Whores, che è un gruppo NOISE vero e vecchio che si rifà in tutto e per tutto ad un’estetica del rock che andava abbastanza di moda negli anni novanta ed oggi è caduta in disuso. L’estetica è quella del NOISE, appunto. Era una specie di religione portata avanti da una manciata di zappaterra che a livello di abbigliamento stavano un passo dietro Tad Doyle: rock’n’roll dozzinale con un senso melodico limitatissimo e chitarroni aspri in culo. Ecco. L’estetica del NOISE è stata portata avanti in semi-esclusiva da Amphetamine Reptile, e questa cosa degli Whores è l’occasione per spiattellare la top ten dei dischi più belli mai usciti per AmRep. In altre parole, sono i dieci dischi che preferisco della mia etichetta preferita di sempre.

Alcune info di base: Amphetamine Reptile è l’etichetta di Tom Hazelmyer, messa in piedi per pubblicare i sette pollici del disco di cui suonava la chitarra, a metà degli anni ottanta. A quei tempi lo facevi e ci tiravi fuori due soldi, non dico comprarti il SUV ma quasi quasi guadagnartici da vivere sì. L’etichetta è funzionata senza intoppi fino alla fine degli anni novanta, inanellando successi e insuccessi e spargendo il verbo del NOISE in giro per il mondo della musica. I gruppi AmRep suonano sporco e senza compromessi. Senza compromessi include anche le regole di genere di punk e heavy metal: vestiti, suoni di chitarra, strutture ritmiche. I musicisti in forza ai gruppi AmRep erano perlopiù personaggi inguardabili con i pantaloncini e un brutto berretto da baseball che attaccavano le chitarre e vedevano cosa poteva succedere, il suono più reale che si sia ascoltato negli anni novanta. Le copertine dei dischi, opera dello stesso Hazelmyer, erano la cosa più bella della storia.

Regole per la compilazione:

1) sono considerati solo gli LP o gli EP lunghi. Questo esclude le compilation, che sono un casino, e i singoli che sono più o meno il pane quotidiano dell’etichetta. È limitante (per dire, vengono sacrificati gli Halo of Flies), ma semplifica di molto il lavoro di compilazione.

2) Un disco al massimo per ogni gruppo. Questa cosa ci costringe a rendere la cosa più fluida e a non concentrarci sull’intera discografia dei Cows anche se magari ne avremmo voglia. Andiamo con i titoli, due righe di spiegone per ognuno. I dischi vanno in ordine alfabetico di gruppo: è già difficile sceglierne dieci, figuriamoci metterli in ordine di gradimento.

3) prenotatevi il disco degli Whores.

CHOKEBORE – MOTIONLESS

L’ordine alfabetico mi incula e mi fa partire dal cosiddetto lato pop di AmRep, diciamo così. è un lato pop incredibilmente simile al suo lato non-pop: gruppi ugualmente devastati ma che provano a mettere insieme dei pezzi che tra virgolette potremmo definire da classifica. Ecco, di questa declinazione tra le varie ipotesi scelgo Chokebore per due motivi: il primo è che sceglierli mi permette di parlare del fatto che stanno uscendo riedizioni in vinile dei dischi del gruppo e che il prossimo mese il gruppo si riformerà per delle date-super-mega-evento in un tour europeo mozzafiato (venti persone a data, saranno l’11 novembre al Freak Out di Bologna); il secondo è che i Chokebore sono sia meglio che più AmRep dei vari Love666 (bravissimi ma monocordi in culo e troppo mosci sulla voce) e Boss Hog anche se Christina Martinez negli anni novanta andava un casino. Ecco. Una volta vidi Troy Balthazar solista di spalla a Maximilian Hecker senza sapere che fosse Troy Balthazar dei Chokebore. Fu un concertino pop abbastanza curioso, a posteriori se ci penso è tutto abbastanza LOL.

COWS – CUNNING STUNTS

Se parliamo di declinazioni rock’n’roll-marciume della faccenda, la discografia AmRep è particolarmente fornita e qualsiasi competizione tra i gruppi dell’etichetta viene annullata dalla discografia dei Cows di Shannon Selberg. Nella quale discografia scegliere un disco è sostanzialmente impossibile, a meno di non uccidersi di dolore nel processo e uscirne matti. Per quanto mi riguarda vado su Cunning Stunts anche se di primo acchito vorrei piazzare Whorn che è il primo disco che ho ascoltato e il più bel riff di tromba in apertura a un disco, e poi struggermi di dolore per non avere considerato né PeacetikaSexy-Pee Story. Sticazzi. Cunning Stunts maggior opera del rock anni novanta.

HAMMERHEAD – EVIL TWIN

Gli Hammerhead di Minneapolis sono la quintessenza del gruppo rock anni novanta in generale e la quintessenza del gruppo AmRep in particolare: chitarra basso amplificatore, pezzi appena abbozzati, riffoni come il cemento e basso sbleng bleng sotto. È difficile da spiegare, cercatevi i pezzi sul tubo; vi basti sapere che mettere gli Hammerhead significa in qualche modo scegliere di lasciar fuori grupponi tipo Tar o Vertigo. La storia del gruppo si è chiusa tra deliri solipsistici senza alcuna base concettuale e reboot quasi-apocrifi baciati di un briciolo di hype, nella fattispecie Vaz (su Load) e Todd, fondati da un tizio che è stato negli Hammerhead per circa dieci minuti e tra i massimi alfieri della tradizione NOISE propriamente detta negli anni duemila. Essendo impossibile scegliere uno dei tre dischi lunghi vado su quello a cui sono più affezionato, vale a dire l’EP lungo Evil Twin. Bassissima macelleria senza stile, rispetto alla roba tipo Chokebore parliamo di un’impostazione più basilare e aspra, tipo la quintessenza del gruppo. Probabilmente se avessero saputo farlo avrebbero suonato come i Chokebore. E invece.

HELMET – BORN ANNOYING

Mettere Born Annoying e non Strap it On da una parte è barare (Born Annoying è una raccolta di singoli e rarità), e dall’altra un gesto provocatorio, considerato anche il fatto che un buon ottanta per cento della loro fanbase pensa (come Scaruffi del resto) che il primo disco del gruppo sia indubitabilmente il migliore e/o l’unica prova degna di nota della carriera del gruppo. A me gli Helmet piacciono in ogni disco fino allo scioglimento: su Born Annoying, il mio preferito, fanno bella mostra di sé il miglior pezzo mai registrato dagli Helmet (la strumentale Rumble), due versioni diverse della title-track (la seconda è roba violentissima), una cover dei Killing Joke da infarto e un sacco di altra roba ugualmente figa. Potrebbe essere tranquillamente il mio disco preferito in assoluto, secondo la regola che misi nel pezzo sui Nirvana.

JANITOR JOE – BIG METAL BIRDS

Pare ci sia stato un periodo in cui per riprendersi dalla dipendenza di eroina Kristen Pfaff abbia lasciato le Hole, sia entrata in clinica e di seguito si sia rimessa in tour con il suo vecchio gruppo. Che si chiamava Janitor Joe, sempre da Minneapolis, e in formazione con lei aveva fatto uscire un grandioso disco dal titolo Big Metal Birds, una raccolta di standard NOISE propriamente detti che richiamano vagamente la svolta aggro degli Helmet di Meantime ma in salsa più equo-solidale. Il gruppo sopravviverà all’abbandono e alla morte di Kristen Pfaff (la quale è inclusa in quella menata del 27 Club) con l’aggiunta di un bassista maschio e brutto (vale a dire simile agli altri due membri della band), una formazione che inciderà l’altrettanto strepitoso Lucky. A scrivere questo paragrafo mi sento un po’ come se fossi K Billy e questo fosse il Supersound degli anni Settanta.

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LUBRICATED GOAT – PLAYS DEVIL’S MUSIC

Dal punto di vista artsy-fartsy il progetto Lubricated Goat (una specie di solo-project allargato dell’australiano Stu Spasm) forse è più stimolante perfino della discografia dell’ex-Chrome Helios Creed. Tra i vari dischi scelgo Plays Devil’s Music, una roba genuinamente scrausa e spaventosa, forse un po’ troppo Birthday Party per passare spesso nel mio stereo quanto i dischi degli Hammerhead. Nondimeno.

MELVINS – HONKY

AmRep è anche l’etichetta dei Melvins. È limitante pensarla in questi termini ed è l’ultimo gruppo a cui si pensa quando si pensa ad AmRep, ma nondimeno su AmRep sono usciti singoli dei Melvins a quintalate e qualche disco lungo e raccolte lussuosissime che di base sono tra i principali motivi per cui Haze ha ricominciato a pubblicare cose. Dei dischi lunghi scelgo Honky: il gruppo è stato appena scaricato da Atlantic e registra un disco nuovo in fretta e furia, costruito su drone devastanti, rumore bianco ed elettronica industriale dozzinalissima, cinque o sei giorni di lavoro. Tra i dischi più fuori asse di sempre del gruppo e –a risentirlo- in megaanticipo su un sacco di cose successe dieci anni dopo.

NASHVILLE PUSSY – LET THEM EAT PUSSY

Blaine Cartwright (un essere umano paradossale di quelli col berrettino i capelli lunghissimi e la pelata, tipo un Bonnie Prince Billy del punk) mette insieme i Nashville Pussy dopo lo scioglimento dei Nine Pound Hammer. La musica grossomodo è la stessa, rock’n’roll anni settanta suonato come fosse punk anni ottanta, ma il grado di pecoreccio aumenta a dismisura. I Nashville Pussy si fregiano di un paio di ragazze in formazione tra cui la moglie di Cartwright, chitarra solista e tute di latex. Dal vivo sono tra le cose più allucinanti che sia dato di vedere, di classe Turbonegro per capirci. Let Them Eat Pussy è il loro capolavoro e un successo commerciale di Amphetamine Reptile, la quale in qualsiasi caso chiuderà i battenti alla fine dell’anno per mancanza di stimoli del proprietario.

TODAY IS THE DAY – WILLPOWER

A sentire tutto quello che è stato prodotto da Sadness Will Prevail in poi, si rischia di rovinare il ricordo dello Steve Austin più genuinamente austero e malato. Se ti ascolti Willpower, d’altra parte, ti rendi conto in circa un minuto che una persona capace di concepire musica come quella contenuta in quel disco può solo scegliere se uccidersi o risolversi i conflitti e iniziare a parruccare. Tutto sommato sono abbastanza felice che Austin abbia scelto di non uccidersi. Willpower comunque è una faticaccia, un calvario, quei dischi che ascolti per farti del male o quantomeno godere delle disgrazie altrui –e in questo uno dei massimi capolavori del metal anni novanta e il più bel disco di metal estremo mai pubblicato da Amphetamine Reptile.

UNSANE – SCATTERED, SMOTHERED & COVERED

La prima volta che ascolti gli Unsane ti senti come se una mano uscisse dall’amplificatore, ti prendesse per i capelli e ti sbattesse la testa contro un muro fino a spaccartela. Il tizio del negozio di dischi mi fa “senti io questo te lo registro in cassetta ma te lo devi mettere su in un impianto gigante senza nessuno che ti rompe il cazzo”, io gli dico che ho un mangianastri e lui mi dice di metterlo in cuffia o qualcosa così. Gli Unsane sono una cosa molto dozzinale e molto vera, servono soprattutto a riscalare il resto della musica (la quale è meno violenta, sanguinosa e reale della musica degli Unsane). Scattered, Smothered & Covered non è il più bel disco degli Unsane (darei la palma al successivo Occupational Hazard, uscito su Relapse più o meno a giochi fatti, claustrofobico come pochissime cose uscite prima e nessuna uscita dopo). Probabilmente è l’unico disco fino allo scioglimento in cui il gruppo cerca in qualche modo di parlare al pubblico invece di cercare di ammazzarlo. Il video di Scrape consta di tre minuti di evoluzioni fallite in skate, gente che cade e si fa male e tutto il resto. Per uno che lo vede in un VHS a vent’anni è –né più né meno- una chiamata alle armi. Completano l’opera Alleged e Out, che ancor oggi continuano a venir eseguite dal vivo alla fine degli show e fare morti in pista. Dei morti sempre più ultratrentenni e patetici, ma non vuol dire.

il listone del martedì: CINQUE CONSIGLI SU COSE DA TATUARVI.

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Più di un anno fa abbiamo elencato una serie di errori comuni in cui incappa chi cede, erroneamente, all’attuale moda di marchiare il proprio corpo in maniera indelebile e –quasi sempre- priva di gusto personale o pregna di gusto altrui. Non vorrei, tuttavia, dare adito a tutta una serie di pettegolezzi che stanno addensandosi sul nostro capo e che ci danno per bastiancontrari a prescindere e/o gente che sa far la voce grossa solo dietro a una tastiera (cito Caso, autore del disco più bello dell’anno tra suonato con chitarra acustica e cantato con accento bergamasco). Cosa peraltro verissima, ed è per quello che scegliamo di NON fare la voce grossa e in uno slancio democristiano senza precedenti, volto perlopiù a dare un colpo al cerchio ed uno alla botte e potere dichiarare che su Bastonate davamo un colpo al cerchio ed uno alla botte before it was cool, dicevo appunto che ne approfittiamo per allungare ulteriormente questo periodo -ci hanno criticato recentemente per l’uso di periodi infiniti, la scarsa punteggiatura e la sovrabbondanza d’incisi – e mettiamo assieme ben CINQUE proposte costruttive per riempire il vostro corpo di tatuaggi che non vi facciano somigliare per forza a un rapper italiano di ultima generazione E ridare al tatuaggio la sua naturale collocazione tra le forme d’arte svilite dalla cultura del nostro secolo.

LISTA DELLA SPESA

Sul collo scrivi POMPELMI CARTA IGIENICA SENAPE CREMA PER LE EMORROIDI POMODORI SECCHI NEL VASO PROSCIUTTO COTTO e via così. Ieri stavo al bar a bere un onesto cappuccino, onesto nel senso che valeva tutti i soldi che l’ho pagato. Accanto a me, al banco, si è messo un arrogante di merda con un ragno tatuato sul collo e i capelli finto-sconvolti (finto-sconvolti è quando li sconvolgi col gel: non è una critica, lo faccio anche io, cioè cerco di ordinarli ma sono davvero troppi). Invece lui aveva un paio di pantaloni Frankie Garage uguali a quelli che si portavano negli anni settanta ma più brutti, che io non porto. E comunque inizia a fare casino dandosi arie di chi scopa come un riccio e sa come funziona il mondo, due qualità che vorrei avere ma non ho, e io inizio a pensare che tutto questo è un paradosso se ti tatui qualcosa che avrebbe un briciolo di senso se te l’avessero fatto dentro una gang a Los Angeles o direttamente in galera. Il nostro equivalente, declinato alla società dei consumi e al declino culturale a cui stiamo andando incontro, è una lista della spesa che comprenda la crema per le emorroidi o tipo MARMELLATA DI CILIEGE PER LA MAMMA con l’errore di grammatica messo apposta. Magari rosico perché non sono brillante in pubblico, ma come tatuaggio è la mia prima scelta. Non sul collo, io lo metterei sul torace.

FORME GEOMETRICHE PURE

Nessuno si tatua mai un quadrato o un rettangolo. Alcuni si tatuano un codice a barre pensando che sia un’idea simpatica e coraggiosa, anche questa una critica alla società dei consumi e svariate altre cazzate finto-di-sinistra con le quali pensano che sia possibile scopare (cosa che dall’ascesa di Forza Italia in poi non ha davvero alcun senso, l’idea che qualcosa di sinistra ti faccia scopare dico). E allora dico: siate creativi. Siate non-creativi. Ho avuto una discussione sulla creatività con un’amica ieri, che in realtà è una discussione che ho avuto solo nella mia testa dopo che è finita la discussione con la mia amica. Segue linee di pensiero abbastanza conformi a quelle esposte nella Pesantata del Venerdì #1, e dall’altra parte si aggancia al fatto che la creatività non sia una dote a me concessa –come scopare, l’essere brillante in pubblico e sapere come va il mondo. L’alternativa è la forma geometrica pura. Per prima cosa è un evergreen, seconda cosa significa solo se stessa –quindi niente, cioè magari possono esserci implicazioni noiose di stampo matematico, tipo se ti tatui un triangolo rettangolo sei implicitamente un sostenitore del teorema di Pitagora- e terzo nient’altro ma gli elenchi sono sempre fatti di tre voci.

CITAZIONI SBAGLIATE

Ci sono tre tipi di citazione sbagliata che ci si può tatuare (su questa ci rimangiamo la parola rispetto a ciò che dicevamo nel pezzo sopra linkato), e questa volta sono davvero tre. Il primo tipo è quando ti tatui una citazione corretta ed esistente ma la attribuisci volutamente alla fonte sbagliata, tipo

My loneliness Is killing me
I must confess, I still believe
When I’m not with you I lose my mind
Give me a sign
Hit me baby one more time
(Giordano Bruno)

il secondo tipo è quello di mettere una citazione inesistente tipo L’INDECENTE INDOTTO DI TROPPI FIORI NON EDULI, L’UOMO DI IERI, SANGUISUGHE!, mi raccomando il punto esclamativo che è importante, o qualsiasi altra equivalente cazzata volante e sicuramente meno ridicola di, boh, SOLO I FORTI SOPRAVVIVONO o le altre genialità fasciste che vi tatuate di solito. La citazione inesistente fitta molto di più della citazione oscura, perché le citazioni oscure non lo sono mai davvero (se un testo è abbastanza buono da poter essere estratto in un quote, è del tutto probabile che qualcuno l’abbia già fatto fino al massimo limite di sopportazione) e tende ad essere una cosa più dal basso e dinamica, nel senso che esiste una saggistica abbastanza nutrita che ti spiega cosa vogliano dire di preciso i primi versi del terzo canto dell’Inferno e non una legata alla cosa sopra dei fiori non eduli. Il terzo tipo è quello di una citazione esatta attribuita alla fonte corretta ma con un errore di grammatica. LASCIATE CHE I BAMBINI VENGANO A MÈ (Gesù di Nazareth). Naturalmente questo genere di tatuaggio è possibile se l’idea di essere fraintesi e/o considerati degli analfabeti non vi dà troppi problemi in linea di principio, e sarebbe stupido tatuarsi una citazione del genere se si è un letterato al di sopra di ogni sospetto tipo gli studenti della Scuola Holden.

MACCHIE ROSSE/FORUNCOLI

Tra le varie idee che non sembrano ancora avere invaso l’etere c’è quella del tatuaggio a basso impatto ambientale, il tatuaggio che si confonde con possibili parti del corpo o potrebbe quantomeno farlo qualora le parti del corpo in questione si irritassero. Macchie color rosa chiaro. Peli sul petto disegnati appena fuori asse. Foruncoli. Esiste una variante dark-trucida di questi tatuaggi e sono i coglioni che si tatuano gli organi interni che secondo la fantasia del tatuatore sono sotto quel centimetro quadro di pelle, ma questa cosa appunto ha la debolezza di rivelare al mondo l’appartenenza del tatuato ad una sottocultura che nella migliore delle ipotesi è del cazzo e nella peggiore è irrilevante a fini statistici. Dicevamo: macchiette chiare, pustoline, brufoli, tracce marroncine che escono dalle pieghe del collo, cicatrici brutte e bianchicce in posti imbarazzanti tipo sotto il mento: roba che può succedere, anche ai migliori di noi. È un disegno? È scarsa igiene personale? Dermatite? Peli incarniti? Fluxus?

 

(intervallo)

BANDIERE DI PAESI SCONOSCIUTI

Ci sono un sacco di posti, tipo Lesotho o Monaco o Taiwan, Sri Lanka, Islanda, Papua Nuova Guinea, Austria, che non significano assolutamente nulla per nessuno a parte i residenti. In genere si può dire questa cosa di tutti i paesi che non abbia una squadra di calcio decente, implicazioni ideologiche allucinanti (tipo Francia o Vietnam) o una tradizione musicale superiore alle altre, ma nell’ultimo caso i paesi sono solo cinque (USA, Etiopia, Giamaica, Paesi Baschi e forse il Brasile per via dei Ratos de Porao) e il primo caso squalifica i tatuati a prescindere. Dicevo, è interessante per fare il gioco delle bandiere. Vedi una persona con la bandiera del Costarica sul pettorale sinistro e pensi “ehi, fichissimo”, o gli chiedi che bandiera è, lui ti risponde “Costarica”, tu gli chiedi perché e ti dice “boh, nessun motivo”. Fichissimo, giusto? Mi confermi questa cosa? Secondo me uno che ti risponde così è una persona interessante, con una mente accesa e che ama sperimentare cose col proprio corpo e io me lo scoperei volentieri. L’ho sognato o esiste/è esistito uno stato che si chiama Lesotho? Non mi pare mi abbia mai mandato traffico.

ESERCIZI DI MATEMATICA ELEMENTARE

Imporre al tatuatore di fare pratica sulla tua pelle. È un’azione utile in sé, ha una sua ironia sottile e lascia segni indelebili che possono piacere. Trecentosessantasette diviso quattordici, a mano grazie. La tabellina del sette. Equazioni di primo grado. Diagrammi di Venn. Ora ti spiego le frazioni. Se volete vi spiego anche la differenza tra corpo umano e corpo letterario. Il peso corporeo letterario dei vostri tatuaggi è approssimabile a zero e il fatto che lo sia non depone a vostro favore, e allora VAFFANCULO e via con i numeri, che almeno lì sono lacunoso. Potrebbe addirittura arrivare un tatuatore snob e segnarvi eventuali errori a inchiostro rosso. L’imperfezione è il sale del tatuarsi, la cosa più integrabile al proprio corpo. Possono crescere pance sui vostri porto quattro sbagliati e nessuno vi giudicherà. Addebiteranno il peso della colpa alla gioventù e all’inesperienza. Vi prenderanno per baluardi del vintage.

(era un po’ che non mettevo un listone. ciao listone, mi eri mancato molto)

il listone del martedì: SETTE SIGLE DEI CARTONI ANIMATI

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I presunti sottotesti dentro alle canzoni dei bambini mi fanno vomitare. Questa è la prima cosa. Tipo le storie che a un certo punto avete letto (magari nel sito del Centro Culturale San Giorgio, l’unica colonna portante dell’internet di un tempo rimasta intonsa fino ad oggi a parte Scaruffi) sulla sigla di Pollon la quale dava botte di coca da mane a sera. Tra l’altro non è propriamente vero che ci sia un pezzo che parla o non parla di bamba nella canzone di Pollon, perché in realtà la parte sulla bamba è in una strofa della canzone purgata dal cartone secondo l’usanza delle sigle dei cartoni animati. Bisogna quindi considerare SIGLE DEI CARTONI ANIMATI solo il primo minuto-minuto e mezzo di musica, e le canzoni complete (che potreste aver recuperato sui vari Fivelandia, o quel che erano) delle versioni extended e tutto sommato apocrife. Questa è la prima regola: le canzoni dei cartoni animati, almeno a quei tempi, venivano mandate in fade out dopo il primo ritornello, il che ovviamente le rendeva di fatto canzoni senza ritornello, quindi tutto sommato canzoni dei Minor Threat ma con i demoni e la cocaina al posto del salutismo, di picchiare le persone e della colpa di essere bianchi. Scherzo. Dicevo: questa è la lista delle più belle canzoni dei cartoni animati secondo me. Alcune cose prima di partire: 1 potrebbero essere inclusi anche telefilm per ragazzini, sigle di programmi per cartoni animati e altre cose che non sono cartoni in senso stretto; 2 salterò a piè pari le metafore, come detto; 3 mi limito ai cartoni che ho consumato o recuperato in prima persona, vale a dire soprattutto roba anni ottanta; 4 non discrimino nessun paese ma lo strapotere giapponese negli anni ottanta era semplicemente innegabile; 5 saranno saltate in blocco le versioni originali rimaste anche in italiano, tipo la sigla di Ken il Guerriero (stagione 2) con la tipa giapponese che cantava TOUGH BOY TOUGH BOY TOUGH BOY o la sigla dei Simpson o quella meritevolissima di South Park cantata dai Primus ubriachi di piscio; 6 il cartone influisce nel giudizio sulla sigla ma non tanto, e comunque i cartoni non me li ricordo moltissimo quindi, ecco, i giudizi sono i giudizi delle sigle; 6 ho deciso puramente a caso di mettere in lista (barando) un solo pezzo per ogni interprete; questo per evitare le questioni di cuore e sbilanciamenti eccessivi; 7 cerco di evitare in qualche modo l’effetto nostalgia, nel senso che non sono mai stato così desideroso di essere Mark Lenders dopo i miei nove anni e non credo che la stagione in cui passavo tre ore al giorno ipnotizzato davanti alla TV a guardarmi delle storie del cazzo possa dirsi un periodo particolarmente significativo della mia vita; 8 non ho messo i link ma tutto quello di cui parlo è sul Tubo. Perché ho deciso di metterne sette? La ragione di base è che già così il pezzo è lungo quindicimila battute.

HUCK & JIM

Qui la storia è lunghetta. La scelta d’istinto sarebbe inserire i Micronauti e la sigla di Daitarn 3. Allora controlli su internet e scopri che la musica è scritta da Vince Tempera, il tizio che suona le tastiere con Guccini per capire (torna sui palchi, guccio, che ormai l’unico momento in cui ho ancora la fregola di alzare il pugno è quando fai partire La Locomotiva alla fine del concerto). E che i Micronauti, a cui è accreditata la canzone, sono gli stessi di Capitan Futuro, ma questo non conta poi molto. C’è tutta una serie di colonne sonore di rigida osservanza new wave che all’epoca probabilmente saranno sembrate pure roba futuribile (non che sia il mio genere ma non trovo tutte ‘ste differenze tra Daitarn 3 e un pezzo a caso dei Bauhaus); da una parte è impossibile sceglierne una, dall’altra cadiamo comunque in un territorio delicato di canzoni superpop e piuttosto noiose tipo Uforobot, tutto sommato la canzone dei cartoni animati più conosciuta e suonata alle serate trash della riviera romagnola e non riesco a capire perché (essendo una merda senza la gruva e con un testo brutto brutto brutto). Soluzione di compromesso: un blues di porcellana dimenticato da Dio, sempre scritto da Vince Tempera e accreditato allo pseudonimo Louisiana Group. È un po’ un classico dimenticato che mi torna in mente piuttosto spesso nonostante l’abbia ascoltato a dieci anni l’ultima volta, quindi non vi stupite se mi conoscete nella vita vera e ogni tanto mi sentite canticchiare mille avventure contro i caimani nelle paludi tropicali (un verso che magari non c’è neanche, nella canzone).

IL TULIPANO NERO

Avere a che fare con i cartoni animati negli anni ottanta era già di per sé educazione politica di base. Educazione politica negli anni ottanta era sinonimo di prepararsi all’Avvento: da una parte c’erano cartoni vecchi e rocciosi e istituzionali, magari statunitensi, vale a dire la RAI; dall’altra parte c’era il nuovo che avanzava, l’EDONISMO (una parola di cui dubito esista il significato ma famo a capisse) e tutti quei grammi di polvere su per il naso. I cartoni Mediaset, allora Fininvest, erano una lunga teoria di robe noiose che richiamavano il soft-porno senza mai provarci davvero, una specie di rivoluzione formale condotta all’interno del canone estetico dell’ancien regime in cui tutto era softcore e senza quell’impeto criminale che trovavi nei cartoni spacciati illegalmente nei pomeriggi delle varie Odeon TV. I cartoni animati che passavano a Bim Bum Bam erano già il manifesto ideologico di una generazione che di manifesti ideologici non ne voleva mezza, il che in prospettiva ci ricorda perché tutto dentro a cose tipo Bim Bum Bam facesse schifo al cazzo in modi che nelle altre reti erano solo intuibili. Voi come la vivevate questa cosa? Il primo pomeriggio mi guardavo due merdate su Bim Bum Bam, poi arrivava l’ora di sintonizzarmi su Telesanterno e lì cominciava la roba seria: robot, cazzotti, omicidi, sangue e cattivo karma a badilate. Mi piace immaginare, così a caso, che tutto fosse voluto e messo in opera secondo una strategia della tensione evolutiva messa in piedi da un personaggio lynchiano di nome Alessandra Valeri Manera, responsabile della programmazione per ragazzi delle reti Mediaset fino ai primi anni duemila, un personaggio per il quale la ricerca su google immagini non fornisce risultati e il cui nome è indissolubilmente legato all’altra tizia che faceva il cazzo di LAVORO SPORCO al suo posto. E se il nome di AVM magari non vi è familiare, manco a me del resto, è impossibile stilare una lista di sigle dei cartoni animali senza considerare Cristina d’Avena. La quale tra l’altro è la definizione vivente del motto “abbastanza carini i primi, merda tutto il resto”. Il suo miglior pezzo è indiscutibilmente Il valzer del moscerino, cantato allo Zecchino d’Oro all’età di tre anni e mezzo, quindi verosimilmente qualche mese prima del maggio francese. Tra i pezzi di Cristina d’Avena c’è da scegliere il meno peggio. Per quanto mi riguarda opto per Il tulipano nero: leggermente più oscura della media la serie, leggermente più oscura della media la sigla. E con la curiosità di (sembrerebbe) essere stata reincisa perché nella versione originale il paroliere aveva fissato a buffo la data della presa della Bastiglia il quattro luglio (un errore probabilmente in buona fede in cui comunque è già possibile tracciare il sottotesto filoamericano che ammanta la politica berlusconiana). Abbiamo pazientato trent’anni, ora basta: Cristina d’Avena compirà cinquant’anni il prossimo anno, la sua ultima incarnazione miete successi sul palco assieme ai Gem Boy (tipo a letto con il nemico), e tutto va bene.

BEM IL MOSTRO UMANO

Di  autori/interpreti seri e professionali che hanno messo mano alle sigle per cartoni animati ce n’è un bel numero, ma il più califfo di tutti i califfi è senza nessun dubbio Nico Fidenco. Nico Fidenco sta alla musica dei cartoni come Mike Ness sta alla musica americana, ne è il man in black, il testimone oscuro, quello che arriva e pulisce il melo e quello che ti dà la versione definitiva di tutto. Nico Fidenco lavora sulla sigla in modo diverso, buttando fuori dei demoni personali che ha lui nella testa e un’interpretazione quasi sempre devastata/suicida che esula del tutto da quel che può essere il contenuto della serie; va sempre a finire che i cartoni con sigla di Nico Fidenco sembrano sempre e solo roba pesissima con un tasso di noir fuori da ogni soglia. Sam ragazzo del West e tutte quelle robe lì, ma anche Chuck Castoro sembrava roba SERIA per il solo fatto di avere una sigla cantata da Nico Fidenco. Ho letto in qualche intervista ai tempi dello scioglimento dei Faith No More che è il cantante italiano preferito da Mike Patton. Che di per sé vuol dire abbastanza, specie in epoca pre-Mondo Cane. Tra le varie cose che ha messo su nastro la migliore e la più tetra e quella più esemplificativa è la sigla di Bem il mostro umano, che prende la scusa di un cartone parecchio peso per tirar fuori il pezzo più radicale della storia dei cartoni animati in italiano. Ma dal mondo dell’orrore/dove il cielo è sempre nero/piomba il figlio del mistero/piu` veloce del pensiero. La base è una roba di bassi martellanti per cui Woven Hand ucciderebbe e persino la voce del bambino nel ritornello fa cacar sotto dalla paura. Dispiace davvero di aver lasciato fuori la sigla di Sam (la faccia nel vento il ferro nel braccio, ti guardi d’intorno con gli occhi di ghiaccio), ma a conti fatti non credo che mi pentirò.

(intermezzo casuale che non c’entra:)

DEVILMAN

Secondo posto tra i più grandi, i Cavalieri del Re: non buoni quanto Nico Fidenco dal punto di vista dell’interpretazione, ma le musiche arrivano in posti che gli altri non riescono a cacare. La scelta più scontata e forse anche la mia prima sarebbe la sigla dell’Uomo Tigre per via di quel funkettone, ma per prima cosa Riccardo Zara sbrocca troppo nel ritornello e seconda cosa la più oscura sigla di Devilman è un capolavoro da recuperare e piazzare a bomba in qualsiasi dj-set che si rispetti. La musica è disco/wave malatissima e suicida ai confini con l’EBM e nel ritornello (Devilman, grande uomo diavolo) non svacca un cazzo, anzi la butta sul baritonale e diventa tipo Sisters of Mercy ma meglio. La triste e ineluttabile verità è che se dovessimo trovare una sola sigla dei cartoni animati che non passa mai la voglia di ascoltare, probabilmente sarebbe quella di Devilman. E non pensate che per inserirla non si vada incontro a dei ragionevoli dubbi: oltre all’Uomo Tigre bisogna buttare nel cestino un classicone come la sigla di Lady Oscar accreditata ai Cavalieri del Re ma cantata dall’ineguagliabile Clara Serina (ci sono begli scambi sul tubo sul fatto che la Cortellesi la portasse ai provini).

LE NUOVE AVVENTURE DI LUPIN III

Qualche settimana fa ho masterizzato il disco con una trentina di sigle dei cartoni animati prese più o meno a caso tra quelle che ricordavo. Ho preso l’autostrada per andare al SoloMacello a Milano (miglior gruppo straniero: Wrust. Miglior gruppo italiano e del festival: In Zaire, in formazione senza Pilia purtroppo. Quest’anno i gruppi italiani hanno stravinto), ho iniziato a suonare il disco verso Modena Sud. Skippando un po’ sono arrivato alla traccia 14, all’altezza dell’incrocio con la Brennero. La traccia 14 era la sigla di Lupin nella versione dell’orchestra Castellina Pasi, che per un sacco di anni pensavo fosse il nome della cantante (spoiler: no.). E niente, l’ho suonata in repeat con le lacrime agli occhi dal raccordo della Brennero a Fidenza, che guardando Google Maps vuol dire più o meno 40 minuti e una quindicina di passaggi, prima di decidere che forse era abbastanza. Probabilmente a qualcuno non nato e cresciuto in Cesena quel riffone di fisarmonica malinconico alla Dinosaur Jr non ricorda le domeniche pomeriggio con la mamma che cuoce le cantarelle e a un certo punto arriva la zia Franca e si inizia a parlare di gente acciaccata, e quindi probabilmente VOI non siete propensi a considerarlo il pezzo più incidentalmente evocativo della storia del pop. Rimane comunque il fatto che metterlo come sigla di Lupin III con quelle immagini bollite dal sole tipo inizio dei film di Sergio Leone è stato insindacabilmente uno dei momenti più geniali e adulti e politici della storia dei cartoni animati in Italia. C’è da dire che il pezzo scende un pelo nella seconda parte con una tirata moralistica sul fatto che Lupin in fin dei conti non dovrebbe rubare, ma come già detto la parte della canzone di un cartone animato dopo il fade out semplicemente non esiste.

WOOBINDA

Su questa sto barando per tre motivi: 1 non è un cartone ma una serie televisiva, 2 è uscita in Italia nel ’78, quindi non l’ho vista coi miei occhi o insomma non ricordo di averlo fatto, 3 è di Riccardo Zara che in senso stretto è già presente in questa lista con i Cavalieri del Re. Sticazzi: quando l’ho scoperta non ci sono stato dentro per settimane. La sigla più funk della storia dell’umanità: un tappeto di bassi analogici e la voce sussurrata già enorme di Zara che esplode nel controcanto di un bambino raccattato probabilmente in strada il giorno della messa su nastro, il cui grido soffocato AIUTAMI sembra un po’ già la disperata richiesta di attenzione di una generazione (la nostra) a cui mamma e papà rompevano il cazzo perché han trovato la pappa pronta e quando è stato il momento hanno iniziato a mettere le manine in tasca lamentando la CRISI e la possibile assenza di pensioni. Sto divagando. Il telefilm, dicevo, non l’ho mai visto, ma ad ascoltare la sigla è la storia di un dottore di nome Woobinda che viene chiamato quando c’è in giro un cacciatore, lui lo pesta e il cacciatore smette di uccidere gli animali. In realtà sul pezzo non c’è un granché da dire: CERCATEVELO SUL TUBO, mica vi obbligo a leggere i miei pezzi insomma.

JEEG ROBOT D’ACCIAIO

Jeeg Robot d’acciaio finisce dentro la cosa per diverse ragioni, la prima delle quali ovviamente è la leggenda metropolitana (supportata da nulla di ragionevole credo) che una versione fosse cantata da un giovanissimo Piero Pelù sotto pseudonimo. Seconda cosa la fattura della sigla: è la musica dell’originale giapponese con appiccicata sopra la parte vocale in italiano. Terza cosa: la prima versione che è la più matta e la migliore foreva endeva è cantata da Mal dei Primitives. Ultima cosa, lo sbrocco quando Mal dice che tu sei JEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEG con la voce stridula. La bellezza. Qualche anno fa Piero Pelù ha omaggiato la leggenda metropolitana ricantandola. Anche quella la trovate sul tubo ma non è un granché.

La pianto qui. Mi dispiace per chiunque avesse voluto dentro la lista cose tipo Pollon o Rocky Joe o la straordinaria Fantaman ma non posso continuare a scrivere questa lista per il resto del mese. Nel caso abbia dimenticato roba clamorosa segnalatemela nei commenti, e Ken il guerriero l’ho lasciato fuori apposta.

L’indispensabile listone dei personaggi del Trono di Spade con meno spoilers di quanto vorreste

cercare su google "red wedding"

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L’obiettivo di questa top 10 (bellycat e kekko) non sono gli spoiler, ma stabilire l’ordine in cui i personaggi secondari (leggi: tutti i personaggi tranne Tyrion Lannister) devono succhiare con forza il bastone nodoso del protagonista (Tyrion Lannister). Questo naturalmente non significa che non ci sia un mare di spoiler. Andiamo a cominciare:

-Joffrey Lannister: c’è gente che legge Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco che si vergogna un casino perchè è fantasy (blaaaah!), come quelli che leggono graphic novels invece dei fumetti, e allora dicono “si no, non è fantasy è un finto fantasy”, ma si possono zittire con ‘sto personaggio qua: Draco Malfoy. Draco Malfoy è il cattivello scemo che non ci si crede, quello che rompe talmente tanto il cazzo che nella vita vera il primo che passa gli ficca un coltello nello scroto e invece Draco Malfoy va avanti tranquillo per 3 stagioni, con la scusa che è il re. E’ un fantasy. Potere segreto: riesce a far credere a re Robert di essere suo figlio. E’ un fantasy.

-Catelyn Stark: rossa arrapante che fu, ma anche adesso è una bella gnocca. Ditocorto ne sa qualcosa, pure se lui vive in un bordello con ogni ben di Dio e fa limonare zoccole interraziali con la forza del pensiero. Ma si chiama Ditorcorto e quindi lei lo snobba, finisce sempre così e poi dicono che più di tutto vogliono parlare. Catelyn Stark invece, se può fare una cosa sbagliata, la fa. I figli ce provano: “ma’, cazzo fai?”, un paio di puntate fa Robb le ha detto proprio “ma’, cazzo fai”. Non è finita bene. Potere segreto: emana una sfiga pazzesca.

Lord Varys: è il personaggio più inutile, antipatico e antipaticamente inutile della serie, ma ho scoperto l’altro giorno che è interpretato dal tizio che fa Leo Brockman nell’ultimo film di Woody Allen (Basta che funzioni, gli altri sono diretti da un genio del male che si fa passare per Woody Allen). Da dpo che l’ho saputo lo immagino sempre e solo in giro per i corridoi del potere di Approdo del Re a guardare il culo delle tipe coi suoi amici maschi, dire che Degas distingueva tra un culo a mela e un culo a pera e concludere che lui va pazzo per la frutta. Potere segreto: va pazzo per la frutta.

-Bronn: è l’amicone di Shaun Lannister nel film Shaun of the Dead. La cosa bella di Bronn è che fa le cose a caso, come gli vengono, salva persone di punto in bianco poi dice che lo fa per soldi, va alla guerra, accetta incarichi di responsabilità tipo Capo delle Guardie della Capitale nonostante sia praticamente un barbone e infatti poi se ne frega e va a bere al pub e tirar su rissa con uno di 3 metri che la gente chiama “Il Mastino”. Questo c’ha un culo grande come una casa. Potere segreto: mette mano al coltello dietro la schiena ogni 5 minuti e non ci fa niente.

-Theon Greyjoy: è lo Scott Baio di Game of Thrones, arriva come outsider nella famiglia Cunningham e quando Fonzie va alla barriera, per un po’ pensa che può legarsi di più alla famiglia, che può chiamare Ned Cunningham “papà”, che magari se gli dice culo sposerà Sansa Cunningham o magari Robb Cunningham. Finisce disuccellato. Potere segreto: è un magnete per la sfiga emanata da Catelyn Stark.

-L’esercito di froci capitanati da Jorah e Verme Grigio: il papà di Jorah è un pezzo grosso alla Barriera e lui è la pecora nera e allora, per dimostrargli che è vero (cit.), segue una mocciosa considerata bona dai più per i deserti finchè si trova con un esercito di froci fortissimi che sembrano tutti il cattivo egiziano alieno di Stargate. In realtà non sono froci, sono castrati, porelli, perchè da che mondo è mondo se sei castrato sei più grintoso e abile nel combattimento. C’è un gatto di 8 chili nell’altra stanza che plaude alla magia della scrittura. Potere segreto: usano la CG per moltiplicarsi.

La morosa di Jon Snow: la quale si chiama Ygritte ed è senza ombra di dubbio il più intenso pezzo di fica dentro le tre stagioni di Game of Thrones. Ditemi qualcuna più fica di Ygritte e io urlerò YOUR ARGUMENT IS INVALID, così a caso con il caps lock per darvi fastidio. E se vi lamentate del caps lock DICEVAMO, APPUNTO, YGRITTE. LA SOCIETà CONTEMPORANEA SI è EVOLUTA SESSUALMENTE FINO AL PUNTO IN CUI NON DEVI PIù CHIEDERTI CHI TI PIACE O NON TI PIACE MA CHE COSA TI PIACEREBBE FARE A (O SUBIRE DA) UNA QUALSIASI PERSONA AL MONDO, MASCHIO E FEMMINA MA SOPRATTUTTO YGRITTE, YGRITTE L’INTENSA, YGRITTE CON LE TETTE ALLA YGRITTE, YGRITTE CON LA QUALE PUOI FARE L’AMORE MENTRE LEI TI STIRA LA CAMICIA E ALLA FINE LA CAMICIA HA UNA PIEGA PERFETTA E LEI SI LAMENTA DELLA TUA SCARSA CAPACITà DI AMANTE FONDAMENTALMENTE PERCHè LEI HA TOLTO LA VERGINITà A JON SNOW IN TEMPI NON SOSPETTI, YGRITTE SPOSAMI MA FAI IN FRETTA CHE DOMANI HO UNA CONSEGNA GROSSA AL CONFORAMA DI AFFI. Basta con questo caps lock, dicevo Ygritte in lista perchè è la morosina di Jon Snow, perchè è la più FICA di tutto Game of Thrones e l’alternativa sono tipo gli inutili ciglioni rubati ad Elio da Danaerys Thargaryen. Ma più che altro Ygritte è in lista perchè ieri ho visto lei o una sua sosia su una Golf del 2001 e con gli occhiali da sole, ferma alla rotonda di Budrio, e sono convinto che fosse LEI anche se l’ho vista di gran fretta, Ygritte l’indomita che ogni giorno si fa il tragitto Bulgarnò-Calisese all’ora di punta. Sposami. Potere segreto: essere sexy mentre fa i rutti.

-Stannis Baratheon: era un ganzo d’azione, lui e la moglie avevano lavorato anche con Ric Kkub, grande giullare di Approdo del Re, ma poi Stannis s’è convertito improvvisamente a scientology e da lì solo disgrazie intorno a lui: omicidi omofobi, fumo nero dalle passere, flotte distrutte da Slimer. Il lato positivo è che scientology gli passa delle rosse olandesi che levati, il lato negativo è che ogni venti secondi gli ricordano che lui è l’erede al trono di diritto e io non sono un esperto delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, ma secondo me un po’ di sfiga gliela tirano. Potere segreto: vede nelle fiamme cose che poi puntualmente non si avverano e quando lui chiede perchè, si sente dire: “eh ma magari tra vent’anni” e lui dice “ah ok.”.

-L’assassino: ci sono diversi motivi per cui l’assassino è in lista: il primo è che non mi ricordo come si chiama, il secondo è che in una serie in cui la gente non fa altro che squartarsi a vicenda io dico L’ASSASSINO e la maggior parte della gente (o almeno la mia morosa) ha capito di chi sto parlando. L’ASSASSINO sarebbe quel tizio che viene liberato da quella noiosa di Arya Stark (pensate che sia un personaggio figo, ma è solo perchè era una potenziale lesbica e amava i cani, o in alternativa perchè aveva un ascendete sulL’ASSASSINO) e in cambio ucciderà tre persone a sua scelta, tipo, Arya potrebbe indicare il padre il figlio e lo spirito santo e lui li ucciderà. E lo fa, perchè L’ASSASSINO è il più sgamato di tutti, quello che ne sa a mazzetta, quello che alla fine della seconda serie ha già in mano lo spoiler della quarta e non te lo dice perchè altrimenti non sarebbe più figo. L’unica cosa di cui non siamo a conoscenza è perchè L’ASSASSINO sia così potente sgamato e sfuggevole ma abbia bisogno di Arya Stark per uscire da un carretto prigionieri incustodito e chiuso da un catenaccio di merda. Potere speciale: parla la lingua di Dante ma con l’accento di Marco Mengoni.

-Hodor: Hodor è Kaiser Soze. Ricordatevi che l’avete sentito qua per primi, su Bastonate. Hodor dice solo “Hodor” e lo dice con toni ed espressioni differenti di volta in volta, ora è tenero, ora è gentile, ora è tontolone. In un episodio si vedeva pure che Hodor ha un cazzone di 29 cm tanto che la selvaggia presa prigionera dagli Stark se lo tiene buono invece di scappare che vai tu a sapere che arrivano i momenti di magra, tanto più che l’inverno sta arrivando. Ma ci sta fregando tutti: alla fine una Cersei Lannister a caso penserà a lui e farà un montaggio di flashback dove si vedrà che le cose che faceva Hodor (accendere il fuoco, portare in braccio lo storpio stark, mostrare l’uccellone) erano parti di un piano intelligentissimo e super malvagio. Potere segreto: smutandarsi per canzonare Theon Greyjoy.

il listone del martedì: I 25 DISCHI DEL 2013 SECONDO STEREOGUM (al 4 giugno) COME PARABOLA DELLA FINE DEL POP

ken

Non sono pronto con la rece dei Marnero (disco immenso) e non ho voglia di scrivere quella del disco degli Alice In Chains (dignitoso) per non ripetere cose che ho già messo nell’altro post, e non ho pronta la classifica per oggi. Vedo giusto ora che Stereogum ha messo una lista dei 25 dischi più belli del 2013 fino ad ora: in mancanza di meglio prendo la lista e provo a fare le recensioni della roba che ho sentito. L’obiettivo, che probabilmente fallirò, è quello di arrivare a una specie di morale sulla musica contemporanea. Mi fa piacere, comunque, sapere che ho ascoltato la maggior parte dei dischi buoni usciti quest’anno secondo Stereogum.

25 Kylesa – Ultraviolet (Season Of Mist)

Musica di merda composta da gente di merda e diretta a gente di merda il cui unico vero punto di svolta è aver trovato gente ancor più di merda che la recensisce positivamente.

24 Tegan And Sara – Heartthrob (Warner Bros.)

Non l’ho sentito, peraltro dubito che ascolterò mai la musica di qualcuno che si firma TEGAN, mi suona come (boh) ascoltarsi il disco d’esordio di Riccardo Morìa di Coioni.

23 Autre Ne Veut – Anxiety (Software/Mexican Summer)

Non l’ho sentito, non credo sia roba che mi interessi.

22 Laura Marling – Once I Was An Eagle (Ribbon Music)

Non l’ho sentito e sono certo che non mi interessi.

21 Yeah Yeah Yeahs – Mosquito (Interscope)

Probabilmente se stiamo a guardare la cosa col lanternino Mosquito è probabilmente meglio del disastro ideologico/musicale/canoro che era il precedente It’s Blitz, ma il fatto che un qualsiasi disco degli YYYs (compreso Fever To Tell, figurarsi i successivi) possa essere compreso secondo una qualsiasi ottica critica nei primi DUECENTO dischi dell’anno di uscita è un concetto che per il mio sistema di valori offende l’idea di “musica popolare” e pone notevoli dubbi sul cosa ci faccia io in questo posto.

20 Yo La Tengo – Fade (Matador)

“più che una delle più rocciose istituzioni indierock della storia dell’umanità iniziano a suonare come gli ennesimi Arcade Fire mancati o dei REM dei poveri senza la capacità di scoperchiare la radio, con l’aggravante di una storia lunga vent’anni” (Ennio Flaiano)

19 The Strokes – Comedown Machine (RCA)

Sono senz’altro disposto ad ammettere che nell’essere (di gran lunga) il disco peggiore mai registrato dagli Strokes, Comedown Machine abbia almeno il coraggio di essere fallimentare in modo molto aperto ed onesto e senza cazzi, ma mi sembra pochino per metterlo al diciannovesimo posto nella classifica dei più bei dischi del semestre, a meno che la classifica non sia sponsorizzata da RCA insomma.

18 Deerhunter – Monomania (4AD)

Su questo potrei essere d’accordo sul serio invece, a patto che chiunque sia d’accordo nel fatto che è di gran lunga il peggior disco dei Deerhunter fino ad oggi. Comunque l’ho ascoltato così tante volte, solo per capire come gli sia venuto in mente di buttarsi via così, che alla fine mi sono abituato pure a questa incarnazione di Brad Cox.

17 Kvelertak – Meir (Roadrunner)

“Cioè è un disco anche carino e tirato con dei suoni carini e tirati (Kurt Ballou, figurarsi), ma in generale suona un po’ come il classico disco che dieci anni fa, mica venti o trenta voglio dire, sarebbe finito nei box di recensioni da una riga delle riviste metal di seconda categoria.” (Giovanni Giorgio Verga)

16 Charli XCX – True Romance (IAMSOUND)

Non sentito, non so manco chi cazzo sia

15 Mikal Cronin – MCII (Merge)

Non mi ricordo come suona. Giuro, l’ho ascoltato e non mi ricordo che suono ha. Manco vagamente. Tipo chitarrine o cose così, ma non lo riconoscerei nemmeno se minacciassero di torturare mia madre se non.

14 LE1F – Fly Zone (Greedhead/Cmp & Street)

Non sentito, non so manco chi cazzo sia

13 Kurt Vile – Wakin On A Pretty Daze (Matador)

Non sentito, non so manco chi cazzo sia. Scherzo, cioè so chi è Kurt Vile ma non ho ancora sentito il suo ultimo disco, ma ho letto che è prodotto da tale John Agnello e spero tra me e me che il prossimo disco degli Unsane sarà prodotto da Frank Grandi Animali Marini.

12 Rhye – Woman (Republic)

Non sentito, non so manco chi cazzo sia

11 Chance The Rapper – Acid Rap (Self-Released)

Non sentito, non so manco chi cazzo sia

10 Waxahatchee – Cerulean Salt (Don Giovanni Records)

Un disco anche molto carino, ma mettere Waxahatchee tra i primi dieci dischi dell’anno in cui esce un disco come l’ultimo Shannon Wright vale come dire, boh, che i Lambchop sono senz’altro il miglior gruppo tra quelli che hanno inciso un disco dal titolo Damaged. Più o meno.

09 The National – Trouble Will Find Me (4AD)

Non credo di avere mai confessato questa cosa ma c’è stato un momento della mia vita in cui ho pensato di essere seriamente in botta per i National. Non è stato né ascoltando i loro dischi, che pure ho sentito dal primo all’ultimo (quelli lunghi) scacciando il tedio che ti assale volta per volta, né vedendomeli dal vivo non una ma DUE VOLTE e la seconda PAGANDO con la scusa di DOVERMI VEDERE BEIRUT. È stato quando li ho trovati con About Today sul finale di Warrior, un film sensazionale di un paio d’anni fa del quale probabilmente avete la vostra idea MA non vi è permesso di malgiudicare in mia presenza. Ancora adesso se mi mettete About Today rischio di mettermi a piangere davanti a voi, è la stessa cosa che provo per una Wide Awake degli Audioslave comunque. Il che ha giustificato il fatto di aver ascoltato il nuovo disco dei The National, che è più brutto di High Violet il quale era più brutto di Boxer il quale era più brutto di Alligator. Il tutto, tra l’altro, non considerando Alligator particolarmente bello né Trouble Will Find Me particolarmente brutto. È tutta robetta media il cui massimo pregio è quello di non infastidire nessuno, che sulla base di questo essere media e non infastidire nessuno è diventata la roba più calda sul mercato e in questo i National e gruppi simili sono un po’ l’incarnazione di quello che davvero non va nel pop rock contemporaneo. Pero, insomma, non mi infastidisce. 

08 Justin Timberlake – The 20/20 Experience (RCA)

“Meno bello di quanto vorrebbe essere ma più bello di quanto sono disposto ad ammettere. 6.9” (Philippe Daverio)

07 Majical Cloudz – Impersonator (Matador)

Non ascoltato.

06 My Bloody Valentine – MBV (Pickpocket)

Non è possibile scrivere qualcosa di divertente su MBV. E nemmeno qualcosa di serio che non sia già stato scritto da qualcun altro e magari demolito parola per parola da qualche amico o vicino. Qualcuno ha scritto seriamente cose tipo “ma in realtà non è un disco con una gestazione di 22 anni” o “se l’avessero fatto i Deerhunter avreste tessuto lodi” o “non è vero che è uguale a Loveless” o simili. Il senso ultimo di MBV naturalmente esula quasi completamente dal discorso artistico in sé, ha più a che fare con il regolarsi dei conti personali che ognuno di quelli nati nel mio evo si trova addosso. MBV non avrebbe mai potuto giustificare, musicalmente, un’ondata di fanatismo e santificazione (autoalimentata, tra l’altro) che ci ha dato ventidue anni di stampa su un musicista che non stava facendo niente per quasi tutto il tempo. MBV è molto meno interessante come disco (un 6.7 pitchforkiano, diciamo) che come atto umano, come progetto di auto-sabotaggio da parte di Kevin Shields. Ti ascolti MBV e capisci che nonostante quello che pensano i tuoi contatti Facebook Loveless alla fine era solo un bellissimo disco che uno come me oggi non metterebbe mai tra i primi dieci dischi del ’91 (non a scapito di cose tipo Necroticism, Unsane, Nevermind, Forest Of Equilibrium, Bullhead, Slow Deep and Hard, Green Mind, Steady Diet of Nothing, Goat, White Light from the Mouth of Infinity, Spiderland, Scrabbling at the Lock etcetera), e che tutto sommato aspettare vent’anni per un disco non ha nessun senso. In questo senso anche solo il fatto di mettere MBV in una classifica dei migliori dischi del 2013 può significare che non capisci un cazzo di musica.

05 Deafheaven – Sunbather (Deathwish Inc.)

Non l’ho sentito, mi riservo di parlarne male in seguito.

04 Daft Punk – Random Access Memories (Columbia)

Su questo sono d’accordo, è effettivamente uno dei migliori dischi usciti quest’anno.

03 Savages – Silence Yourself (Matador/Pop Noire)

Non l’ho sentito. Delle Savages ho letto che sono uguali a certo pospanc originario, diciamo così, gruppi tipo Siouxie o Joy Division. Parlo per sentito dire. Fino a qualche anno fa questi gruppi venivano promossi con la manfrina del “certo le loro radici sono chiare, ma il gruppo ha un approccio molto moderno”; gruppacci tipo gli XX testimoniano che nella maggior parte dei casi questa cosa dell’approccio moderno è una stronzata colossale, e per le Savages la maggior parte della gente s’è limitata a dire che il gruppo è roba totalmente vintage ma con una propria personalità e canzoni molto belle. Io un’idea sulle Savages me la sono fatta solo guardando la copertina del disco: merda new wave strasentita che se critica e pubblico avessero ancora una spina dorsale sarebbe relegata a un bacino di utenza di duemila stronzi nostalgici vestiti e grassi come Robert Smith. Magari mi sto perdendo un disco della stramadonna, ma che senso ha il boicottaggio di qualcosa che non perdi niente a boicottare?

02 Disclosure – Settle (PMR)

Questo invece l’ho sentito –in un contesto rilassato tipo gente che diceva “toh, sentiti questo”. È una roba elettropop dozzinale tagliata con piccole dosi di black music, o con robuste dosi di musica in piccola parte black. In qualsiasi caso un disco che per metà suona come le tracce che skippavate nella compilation del Festivalbar 1994 e per l’altra metà suona come se dovesse nascondere che suona come le tracce che skippavate nella compilation del Festivalbar 1994. In un caso o nell’altro sono rimasto assolutamente sconvolto nel leggere che questo è il disco più caldo sul mercato, la cosa britannica più chiacchierata di questa settimana e il gruppo da cui più ci si aspetta in questo momento nel pop: voglio dire, non conviene piuttosto continuare a cagarsi l’ultimo disco dei The Knife, che saranno pure dei cialtroni dal vivo ma di uno Shaking the Habitual il disco dei Discolosure sembra comunque una versione scrausa per gente con problemi di apprendimento?  

01 Vampire Weekend – Modern Vampires Of The City (XL)

Lo stesso problema di Mikal Cronin, lungo tre dischi. NON MI RICORDO COME SUONANO i Vampire Weekend, solo l’idea generica di una roba che detesto e che tutti invece adorano –anche gente molto figa, voglio dire, Andrew WK ci ha suonato assieme, ecco, non so davvero che dire. Me lo sono ascoltato per ricordarmi di cosa suonano i Vampire Weekend e ora mi sono ri-dimenticato daccapo. È evidente pertanto che i Vampire Weekend sono indice di un mio problema d’apprendimento, e non mi dà nessun fastidio vedere i loro dischi in cima alle classifiche pop dei siti che ne sanno.

il listone del martedì: GRUPPI FIGHI DA CUI UN MEMBRO È USCITO FACENDO ROBA ANCORA PIÙ FIGA

La routine vuole che tu metti su un gruppo, fai due dischi bellissimi e tiri a campare per il resto della vita tra altri dischi merdosi, side-project merdosi e scioglimenti da cui vengono fuori gruppi merdosi. Esistono pochi casi nei quali invece da un gruppo figo nasce qualcosa di ancora più figo: andiamo a elencarne un pugno. A quattro mani tra me (FF) e m.c. (MC), aggiunte e correzioni accettate nei commenti.

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NAPALM DEATH

Probabilmente l’esempio più clamoroso di quando la somma delle parti supera il totale, e non di poco. Tanto che, a voler essere cattivi, verrebbe da pensare che i Napalm Death abbiano funzionato più che altro come incubatrice per gruppi che poi li hanno superati di diverse lunghezze, o stazione di passaggio per gente che poi è andata a fare di meglio (molto meglio) altrove. Un porto di mare, un costante work in progress dell’alienazione e della presa a male, stando alla piega che avrebbero preso di lì a poco le carriere della formazione che aveva inciso il lato A di Scum: da una parte Justin Broadrick con i Godflesh, semplicemente uno dei più geniali e importanti gruppi industrial mai esistiti, dall’altra Nik Bullen e Mick Harris negli Scorn (il cui primo album Vae Solis vedeva peraltro la partecipazione dello stesso Broadrick), anch’essi una roba irraccontabile e assolutamente imprescindibile per chiunque abbia due orecchie funzionanti e un interesse seppur vago per la musica. Lee Dorrian, l’animalesco vocalist del lato B di Scum e del successivo From Enslavement To Obliteration, finirà per formare i Cathedral, il cui demo In Memorium resta la declinazione più terminale delle pieghe più malsane del doom più marcio, l’unico che valga la pena ascoltare (poi proseguiranno con l’asfissiante Forest of Equilibrium prima di passare a una replica dei Black Sabbath di Volume 4 nei dischi successivi), e l’etichetta Rise Above, la sola capace di dare filo da torcere alla Man’s Ruin come recettore di gruppi stoner dei più scentrati e spinellanti. Il chitarrista Bill Steer faceva già parte dei Carcass, che però hanno cominciato a pubblicare quando stava per uscire dal gruppo, all’indomani di From Enslavement To Obliteration: da Reek Of Putrefaction a Swansong ogni disco è in modo diverso ma speculare negli intenti e nella riuscita un modo tra i più rocamboleschi e imprevedibili di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Mick Harris aveva poi fondato, assieme al chitarrista Mitch Harris (sembra uno di quei giochi di parole assurdi che ti fottono il cervello ma per qualche tempo è stata effettivamente una delle formazioni dei Napalm Death), l’estemporaneo progetto Defecation, il cui mini Purity Dilution è un capolavoro assoluto di deathgrind cibernetico che anticipa le intuizioni dei Brutal Truth di Extreme Conditions (produce Dan Lilker) e di conseguenza di tutta la frangia più deviata e fuori di testa di certo grind contaminato. I binari percorsi parallelamente al tragitto principale dal bruttissimo bassista Shane Embury (che peraltro dai Napalm Death non se n’è mai andato) sono forse i più impegnativi da un punto di vista psichico: Embedded dei Meathook Seed (ancora con Mitch Harris, più Donald Tardy e Trevor Peres degli Obituary), un incubo burroughsiano di industrial tetrissimo che sa dirsi mentale, l’equivalente del primo Tetsuo però girato a Birmingham con un’amarezza che oltrepassa l’umanamente sopportabile; Defiance of the Ugly by the Merely Repulsive (imbattibile già dal titolo), primo e unico mini dei Malformed Earthborn (completano la formazione Dan Lilker e Scott Lewis degli Exit 13, vedi alla voce spiriti affini), un assalto al sistema nervoso che da solo rende pleonastica qualsiasi ipotesi di grind elettronico alla Agoraphobic Nosebleed partorita da chiunque altro, un disco che ancora oggi rimane imprendibile e irripetuto; soprattutto, To Spite the Gland that Breeds a nome Blood From The Soul ovvero Embury e Lou Koller dei Sick Of It All, che però qui sembra il fantasma di uno sconosciuto torturato a morte, probabilmente la trasposizione più efficace in musica del più schizofrenico dei romanzi di Philip K. Dick, uno di quei rari casi in cui un disco può diventare un’arma. Comunque roba al cui confronto i Napalm Death diventano una cacchetta di mosca ad essere generosi. (MC)

ROLLINS

I motivi per cui Rollins è stato fondamentale nella mitopoiesi dei Black Flag hanno a che fare con la musica solo in parte; con la perseveranza piuttosto, avendo resistito a fianco di quel matto di Greg Ginn per più di un paio di singoli, sicuramente con la tracotanza da bulletto rissaiolo sul palco, oltre a una soglia di tolleranza alla fatica virtualmente illimitata. Certo Damaged e soprattutto My War restano pietre miliari a prescindere da generi o preferenze di sorta, ma è altrettanto vero che nei Black Flag Rollins è sempre stato in prestito, facilmente intercambiabile non fosse per la prestanza fisica e la pervicacia, ne sono prova The Process of Weeding Out e soprattutto la raccolta The First Four Years, forse le cose migliori mai incise dal gruppo, e in entrambe Rollins non canta una sola nota. Con la Rollins Band è tutta un’altra faccenda a partire dalla ragione sociale, una dichiarazione d’intenti, un’estensione virtuale della psiche dell’uomo che fin dall’inizio si configura brutale fino all’autoannientamento, un viaggio nelle viscere del blues che non conosce precedenti per intensità, introspezione e rigore; bombe a mano nel cervello, a partire da Hot Animal Machine e poi avanti con Life Time, Hard Volume, il live Turned On, il terminale The End of Silence (la cosa più vicina a Viaggio al termine della notte mai registrata) e in maniera diversa, più mediata ma altrettanto devastante psichicamente nei più controllati Weight e Come In And Burn, sono quei rari casi di dischi che possono dirsi formativi, certo al termine dell’ascolto non si è più la stessa persona di prima. Per tutto il resto, vedi qui. (MC)

 

MIKE PATTON

Per qualcuno i Faith No More continuano a essere la miglior cosa mai fatta da Mike Patton, ma quel qualcuno è probabilmente un ex-metallaro con quaranta dischi in casa che non ha mai voluto sentir parlare di crossover. Lo stesso naturalmente si può dire, dopo una quindicina d’anni di nuovi progetti, di chiunque stia seduto sulla riva del fiume aspettando ogni nuova stronzata partorita da Mike Patton in botta fare le cose e pronto a urlare GENIO ad ogni giro di giostra, la fiera del non capisco ma mi adeguo. In mezzo, grossomodo, la verità: che cose tipo i primi Fantomas e i Pranzi Oltranzisti e se vogliamo (ok, questa è personale) pure Mondo Cane e certi mr.Bungle e la sua attività di discografico stracciano agevolmente un Angel Dust e fanno perdonare i Fantomas da Delirium Cordia in poi e Peeping Tom e tutte quelle robe lì. (FF)

NEW ORDER

I Joy Division li ho scoperti che ero un ragazzino, e nel mio puerile integralismo di ragazzino il fatto che avessero deciso di continuare anche dopo la morte di Ian Curtis appariva come un oltraggio inaccettabile, reso se possibile ancora più amaro dal fatto che quella che si erano messi a fare poi era roba… allegra? Ci avrebbe pensato la vita ad aprirmi gli occhi; a parziale consolazione la certezza di non essere solo in questa cosa, che come me legioni di altri stronzi hanno sprecato anni di vita ignorando scientemente roba tipo Power, Corruption & Lies, Low-Life, Substance 1987, e sì anche Brotherhood, Technique e Republic (che pure conoscevo molto bene per via di Regret programmata a ritmi da esperimento nazista sul sistema nervoso in anni di calzoncini corti e Festivalbar) solo perché l’epilettico aveva deciso di farla finita anzitempo. Ma, come dicevano i Faith No More, a small victory. Resta il fatto che il giorno in cui ho scoperto che Temptation effettivamente mi piaceva tanto da farmi venire voglia di approfondire il discorso e mi sono messo ad ascoltare Substance dall’inizio alla fine cominciando a comprenderne parte della grandezza non sarà stato un grande passo per l’umanità in senso assoluto, tipo quando Jurij Gagarin è volato nello spazio, di sicuro lo è stato nel miglioramento della qualità della mia esistenza. (MC)

THE THE

Magari il collegamento è pretestuoso, in fondo è solo una delle tante situazioni in cui Johnny Marr ha transitato, turnista prezzolato o meno, nel suo incessante vagabondare post-Smiths, e non è mai stato un gruppo quanto piuttosto l’affare personale di Matt Johnson, forse l’unico uomo per definire il quale la parola genio ha effettivamente un senso, forse l’unico vero dono di Dio all’umanità; resta il fatto che qualunque altra esperienza abbia avuto Johnny Marr a parte finire a suonare la chitarra e l’armonica per i The The al confronto diventa merda da pestare. E intendo veramente qualunque altra, incluso il gruppo in cui cantava quel frocetto bizzoso. Se siete vivi e avete un cuore e due orecchie funzionanti e un minimo rispetto per voi stessi, e non avete ancora in casa Mind Bomb e Dusk (ma pure Soul Mining, Infected, Burning Blue Soul, Hany Panky… insomma, ci siamo capiti), ora sapete cosa fare. (MC)

MARK LANEGAN

C’è tutta una teoria di gruppi di cui si dice sempre hanno raccolto molto meno di quel che han seminato. Sono discorsi dovuti perlopiù alla convenzione, a un certo tipo di giornalismo epico e alla mancanza di fantasia dei singoli. Gli Screaming Trees sono una specie di convenzione nella convenzione, per via del fatto che le foto promozionali del gruppo invitassero a parlare di complotti (due su quattro superavano facile il quintale) e perchè gli altri gruppi del loro giro a un certo punto han fatto i soldi veri; in ogni caso, ferma restando la bellezza di dischi come Buzz Factory, possiamo tranquillamente considerare gli Screaming Trees come il trampolino su cui s’è andato a costruire il sodalizio artistico più fruttuoso degli anni novanta, quello tra il cantante dei Trees Mark Lanegan ed un taciturno chitarrista/bassista di nome Mike Johnson, di lì a poco con i Dinosaur Jr, che ci ha dato almeno quattro dischi che fissano uno standard della sofferenza umana a cui ancor oggi facciam fatica ad approcciarci. Darei via un rene per un altro disco di Lanegan scritto da Johnson; non potrei dire la stessa cosa per un nuovo disco dei Trees (peraltro già arrivato e ignorato bellamente dai più). (FF)

SHELLAC

Ci fu quella volta che (per i 25 anni di Touch&Go) organizzarono un concertone con tanto di reunion dei Big Black. Steve Albini sale sul palco, fa scoppiare i petardi, suona quattro pezzi con gli altri tizi e dice qualcosa tipo “come immaginate avremmo evitato volentieri, è che a Touch&Go sono degli amici”. Da vent’anni Steve Albini suona nel miglior gruppo sul mercato, quello che fa i dischi più belli e che ti ascolti più spesso e che fa i concerti più belli e che dice le cose più giuste e che le mette in pratica quando se ne va in giro a nome Shellac. E non è tanto quello, né il fatto che al confronto dei disconi tipo Songs About Fucking sembrino degli esercizi massimalisti di un post-adolescente che sta aspettando di trovare se stesso, quanto piuttosto il modo in cui si può comportare un reduce di qualche fantomatica “età dell’oro” nonostante tutto quel che gli può piovere sopra nel corso degli anni. La gente tenta di sopravvivere a mezzo contratti major, revisioni del suono e reunion all’insegna del vivacchiare fuori tempo massimo; Steve Albini mette insieme un gruppo della domenica assieme a due amici, incide dischi a tempo perso, suona concerti a tempo perso e va avanti per vent’anni senza perdere un grammo di forma. Dati alla mano, di fronte alla carriera degli Shellac non c’è persona al mondo che non debba togliersi il cappello. (FF)

UN SACCO DI BOYBAND

Ora abbiamo gioco facile nel ridere dietro a certi fenomeni da baraccone che ci provano (e peggio ancora in alcuni casi ce la fanno) in qualche reality tipo X-Factor, ma al contempo viviamo e lavoriamo in un’epoca storica nella quale moltissimo del pop più rilevante dal punto di vista artistico è prodotto da gente uscita allo scoperto in delle boyband anni novanta del cazzo. Beyoncé, Justin Timberlake, volendo pure Britney/Christina Aguilera (vogliamo considerare il Club di Topolino una protoboyband?), Geri Halliwell appena più indietro. A conti fatti gente cazzuta che ha tirato fuori dischi cazzuti. Justin Timberlake ne ha sparato uno cazzutissimo manco due mesi fa. (FF)

il listone del martedì: LE DIECI PEGGIORI SOLUZIONI D’ABBIGLIAMENTO VISTE ALLA SERATA INAUGURALE DEL MET DEDICATO AL PUNK

l'orrore. l'orrore.

l’orrore. l’orrore.

Apre una mostra al Metropolitan Museum of Art e si chiama PUNK: CHAOS TO COUTURE. Copio e incollo dal sito: The Met’s spring 2013 Costume Institute exhibition, PUNK: Chaos to Couture, will examine punk’s impact on high fashion from the movement’s birth in the early 1970s through its continuing influence today. Featuring approximately one hundred designs for men and women, the exhibition will include original punk garments and recent, directional fashion to illustrate how haute couture and ready-to-wear borrow punk’s visual symbols. Pare sia una specie di grande evento annuale del mondo della moda, quest’anno dedicato al punk appunto, e con tutta probabilità futura meta di viaggi newyorkesi di coppie alla moda con l’ultimo disco dei The Knife nelle cuffie dell’iPod e una tonalità troppo scura di rossetto sulle labbra. Ieri sera c’è stato un gran gala iniziale nel quale le star si sono presentate vestite a tema. Abbiamo visto la versione punk di Beyoncé, quella di Rooney Mara (la quale per quanto mi riguarda poteva presentarsi vestita da Lisbeth Salander con la maglietta FUCK YOU YOU FUCKIN’ FUCK e nessuno avrebbe avuto un cazzaccio da ridire), quella di Anne Hathaway ed altra gente così. Non è che voglio star qua a fare il martire e il costretto a sanguinare e quello che ne sa qualcosa di moda, ma al mio occhio inesperto non ho MAI visto una photogallery con così tanta gente vestita a cazzo in tredici anni di militanza internet, neanche ai tempi di DiedLastNight. Non sarebbe stato meglio se queste tipe si fossero presentate in shortini e maglietta degli Adolescents, tipo Annalisa Scarrone? Difficile a dirsi. A guardare le foto comunque sembra che come al solito Marky Ramone, tristemente vestito da Marky Ramone ma nello stesso momento dato morto per un incidente stradale nello status di Facebook di un mio amico, e in questa cosa molto punk, qualsiasi cosa significhi la parola punk. Se lo chiedete a me, vi rispondo che la serata di ieri è l’ennesima testimonianza di quanto l’influsso culturale del punk abbia dato il via ad una delle ere più deprimenti della storia della cultura contemporanea. Fortunatamente, ed è una cosa che non tutti sanno, non dovete stare ad ascoltare me: la redazione del blog Bastonate si avvale di un collaboratore con contratto a progetto (conquistiamo il mondo e dividiamo gli schei) specializzato in fashion e design, cioè sostanzialmente l’unica persona che conosco e sa qualcosa di moda. Si chiama Marina Pierri e ci regala la sua lista delle DIECI PEGGIORI SOLUZIONI D’ABBIGLIAMENTO VISTE ALLA SERATA INAUGURALE DEL MET DEDICATO AL PUNK, con tanto di intro metodologica. La parte in corsivo è sua.

Il Met di quest’anno aveva il punk come traccia libera, e questo lo sanno pure le pietre. Il messaggio che pare non sia stato colto appieno dai partecipanti, però, era il seguente: non esistono vie di mezzo. O strafai, o niente. Se fai a metà ti becchi un clamoroso «MEH», cosa che – per quanto mi riguarda – merita tutto il 90% che per l’occasione ha optato per l’asimmetrico (uuuh! L’asimmetrico! Che mattata!). Qui di seguito quelle che hanno strafatto, fatto a metà, o non fatto per niente, ma tutto all’insegna del  disastro.

 

10. JANUARY JONES
Il trucco ci sta, ma il vestito ha una forma urenda e le scarpe sono oscene. Sarà lo shock culturale da cambio di look della massaiA di «Mad Men», ma sembra tozza. Al CBGB ce l’avrebbero fatta entrare perché era bona, ma prendendola per il culo tutto il tempo.

 

9. MADONNA
Boh, è un po’ un “sì” e un po’ “no”, ma essenzialmente “no”. Non è per moralismo: una può vestirsi come le pare a qualsiasi età e per me Madonna non è mai ridicola. Ho solo dei dubbi veri sull’outfit su cui indubbiamente ha pensato, ma male.

 

8. CLAIRE DANES
Questo vestito fa tanto “ho fatto i compiti a mio modo”, ma sembra la maglia della pelle di Mithrandir di Frodo Baggins e nel complesso le sta male.

 

7. ASHLEY GREENE
Sarebbe non male sulla carta ma, nei fatti, questo abito molto vampiroso (e per forza) di Marchesa la fa sembrare un catamarano dalla vita in giù. Ma pure dalla vita in su.

 

6. ANNE HATHAWAY
Questa non l’ho capita. A parte che lei mi sta sul cazzo, ‘amo capito che sei stata Catwoman e hai scelto una trasparenza felina che per qualche motivo ha anche delle piume corvine, ma il vestito è una bruttazza inguardabile. D’altronde non mi piace MAI come si veste.

 

5. BEYONCÉ
Mi è raramente capitato di dire: «Oh, com’è vestita bene Beyoncé!», ma la forma di questo vestito è tutta sbagliata per il suo corpo, senza contare che non me lo metterei nemmeno se me lo regalassero.

 

4. AMANDA SEYFRIED
Donne, arriva il tappezziere! Così noioso e già visto che sarà anche vintage Givenchy, ma vince il premio “Zya Vintage Givenchy” dell’anno.

 

3. TAYLOR SWIFT
Che cosa diavolo è? Rete, perline, morbide onde bionde e una bella overdose di WTF per una persona che sta al punk come Kekko all’Haute Couture.

 

2. KIM KARDASHIAN
Peggio di quello c’era solo un vestito a righe orizzontali. Rezpect per il sottotesto “anche se sono incinta non voglio rinunciare a niente”, ma questo è un abominio. Kanye, e niente le hai detto?

 

1. ALISON WILLIAMS
Oh, god. Questa COSA è semplicemente terribile in ogni suo aspetto. E pensare che lei è così caruccia. Qui, cari amici, possiamo osservare in un colpo solo tutte le tendenze (brutte e sbagliate) del MET: il già citato asimmetrico, i rigonfiamenti random, lo strascico Morticia e varie cifre gotiche, il pizzo «Like a Virgin», l’orrore. L’ORRORE.