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IL LISTONE DEL MARTEDÌ: dieci dischi di quest’anno che GRAZIE AL CIELO non ci porteremo dietro il prossimo anno.

beccati questa kotekino

Ad essere sincero questa settimana avevo mezzo preparato una lista di pezzi che provassero l’idea che mettere insieme calcio e musica rock fosse l’idea più stupida di sempre, e l’avevo fatto solo per inserirci Seven Nation Army e soprattutto Umbabarauma dei Soulfly (ve la ricordate? JOGA BOLA, JOGA BOLA, JOGADOR. Ai tempi sembrava qualcosa di rispettabile). Poi ho pensato che finito l’europeo avrei ri-smesso di essere uno dei cinquanta milioni di commissari tecnici italiani e sarei tornato a quell’attitudine tipo il calcio è una merda il vero calcio non esiste più io non ho tempo per queste cazzate mi dedico ai PROBLEMI VERI io. Assecondando questa mia attuale botta di impegno sociale, la presente è una lista di dischi che io o voi (o comunque qualcuno) abbiamo amato nel corso dell’ultimo anno solare, e che l’anno prossimo ci vergogneremo come cani di avere amato. Lo staff di Bastonate, nella persona di chi firma, si assume tutta la responsabilità delle opinioni sbagliate (ve piacerebbe) in seno alla lista, e ammette che in almeno quattro casi su dieci i dischi inseriti sono sassolini che ci togliamo dalle scarpe con fare rabbioso, abilmente bilanciati da altri dischi che invece amiamo alla follia e inseriamo per pararci il culo o perché abbiamo una tremenda opinione di noi stessi, e il fatto di averlo scritto non significa necessariamente che lo stiamo pensando. Diamo la precedenza a dischi usciti negli ultimi sei mesi, ma ci sono eccezioni. Un’ultima cosa: abbiamo volutamente lasciato fuori alcuni casi macroscopici tipo Il Teatro degli Orrori o DiMartino o sa dio che altro perchè le sacche di fanatismo sono quasi esclusivamente limitate ad un pubblico di appassionati specifici con cui non parliamo spesso e/o gente che non ha mai capito un cazzo di musica.

AFTERHOURS – PADANIA

Non riesco a smettere di sentirlo. Non è un disco con dei meriti musicali particolari, a parte quello di suonare sbroccato e privo di senso dalla prima all’ultima traccia. Voglio dire, cosa c’è di più esaltante nel guardare un alfiere del NUOVO ROCK ITALIANO (a vent’anni circa dalla sua istituzionalizzazione) sbroccare, trasformarsi in una vecchia e lavare i panni sporchi in pubblico con un disco di pretestuosissimi collage afterhoursiani affogati di feedback senza senso e slogan alla Agnelli? Probabilmente un sacco di cose, ma ai primi trenta ascolti di Padania non sembra. Il che non toglie che sia il disco di un ex alfiere del NUOVO ROCK ITALIANO che sbrocca e in diretta internet si trasforma in una vecchia, affogando in un mare di feedback senza senso e slogan alla Agnelli. Appena lo tolgo dall’auto va a finire sotto la colonna dei dischi Snowdonia.

BURZUM – UMSKIPTAR

“Accantonata senza rimpianti di sorta l’imbarazzante parentesi “ambient” degli ultimi dischi per sola pianola (al gabbio non gli lasciavano tenere nessun altro strumento), torna a dedicarsi al black metal grezzo e angosciante e ventoso e unico al mondo che faceva più che egregiamente prima di finire al fresco, e improvvisamente sembra di essere stati catapultati di nuovo nel 1993. Lui è una specie di totem per ogni dissociato con più o meno seri problemi relazionali che si rispetti: io ascolto Burzum = io sono necroelitario, sprezzante, superiore alla massa, odio la gente, amo solo la natura, sono pagano, ho capito bene Nietzsche. Qualsiasi emarginato dalla società, meglio ancora se metallaro, trova in Burzum la sua rivincita: un ammazzacristiani nazo e misantropo stimato e rispettato, famoso, in qualche misura perfino temuto, con un posto nella storia della musica già suo di diritto e un pugno di dischi di indiscutibile valore all’attivo. Praticamente un semidio. Il Leonardo da Vinci dei deboli e dei reietti.” Dai tempi in cui il collega m.c. scriveva queste cose sono usciti tre dischi, in modalità sempre più triste e automatica. Ancora oggi sentiamo il dovere di ascoltarli, in un gesto di stizza e foga che ci permette di essere così elitariamente conformisti e rigettare l’operato di centinaia di rottinculo che confezionano i loro dischi di imprendibile ambient-blackmetal sintetico nel caldo delle loro camerette come se solo noi avessimo provato la VERA sofferenza. Sfido chiunque a dirmi che la qualità dei dischi post-reunion di Burzum sia in crescita. Due euro al colpo.

GRIMES – VISIONS

Ormai gli hype li si costruisce partendo dalla smentita: il caso di Grimes, una ragazzetta senza talento con un disco di brutte figure di (te piacerebbe) pop contemporaneo, è abbastanza emblematico. S’è iniziato a sentirne parlare male prima di iniziare a sentirne parlare, come se gli hater si fossero mossi prima degli hipster, e poi qualcuno ha instillato il dubbio che non fosse poi così pessima e di lì a tre giorni ci siam trovati in tasca la nuova Karen O e l’idea che una nuova Karen O invece di gambizzare la Karen O vecchia fosse un’idea allettante. Conferme e smentite si sono spinte per settimane e settimane, mentre Visions collezionava una quantità impressionante di ascolti senza che nessuno avesse una pallida idea di cosa farsene. Poi fatto un giro per concerti da queste parti e s’è capito che manco gli hater avrebbero dovuto scomodarsi. Io purtroppo l’ho persa.

BARONESS – YELLOW / GREEN

Sulla fiducia. Il disco non è ancora uscito, ma quando sarà il momento forse qualcuno vorrà convincerci del fatto che un doppio album prog metal senza il tiro e senza la fotta sia –a qualsiasi titolo- una buona mossa o qualcosa a cui guardare per rintracciare dei segni tramite cui rifondare l’heavy metal della nostra epoca. Probabilmente avevamo sbagliato NOI a puntare una cifra anche simbolica su John Baizley, voglio dire, già il Red Album è noiosissimo, ma insomma.

PIL – THIS IS PIL

Altro disco che stiamo ascoltando a raffica, e col plurale intendo io, fatto di b-side della mente umana e deliri in forma di filastrocca che se fossero in italiano probabilmente si griderebbe al Vasco Rossi, con sotto musica da camera PILiana al minimo sindacale, che ci sta affascinando solo perché sfida le nostre certezze in merito a cosa sia pubblicabile e cosa no. Non in senso so bad it’s good, sia chiaro: è più che altro il solito discorso di non capire come la mancanza d’interesse possa elevarsi a forma mentis. John Lydon cavalca l’onda con una dignità rara, ma rimane comunque la questione di ritrovarsi tra due o tre o sei mesi al raduno mensile dei fan dell’ultimo disco dei PIL e saremo rimasti in sette, il ristorante farà schifo e twitter sarà in down.

UNSANE – WRECK

Non posso nascondermi dietro a un dito e questa è l’unica musica che oggi ritengo imprescindibile e necessaria. Naturalmente è uguale identica alla musica prodotta sotto lo stesso nome e dalla stessa gente vent’anni fa, e quello che IO considero necessario dovrebbe essere preso ad esempio di cosa dovrebbe essere preso e buttato nel cestino con sdegno e disgusto in quanto appannaggio di una generazione di vecchi con la bava e la schiena malferma che pensano di insegnare qualcosa a qualcuno. Ieri ero in mezzo a un viaggio in auto con un programma radio di Assante e Castaldo, nel quale veniva più o meno snocciolata la playlist definitiva DEL ROCK, della quale ho fatto in tempo a sentire solo le prime tre posizioni che erano Bob Dylan, i Led Zeppelin e i Pink Floyd, massimo rispetto per Bob Dylan per carità, ma proprio vaffanculo. Ecco, gli Unsane sono i miei Led Zeppelin con meno idee e più fotta, e niente e nessuno riuscirà mai a giustificare la mia mancanza d’immaginazione, men che meno il fatto che gli Unsane di questa generazione non esistano o siano dei manigoldi con una mano sulla frangia e l’altra sull’iPhone. Se avessi diciott’anni probabilmente prenderei una chitarra e caccerei il me vecchio bavoso col trip del noise a piangere in un angolo, o morirei provandoci, o magari mi farei le foto dall’alto ascoltando gli I’m From Barcelona, e rimane comunque il punto.

LANA DEL REY – BORN TO DIE

Un altro caso di hype tipo quello di Grimes riguarda Lana del Rey, ma confronto a Lana del Rey Grimes è una caccoletta. Quando uscì Video Games era assolutamente indispensabile avere un’opinione su Lana del Rey (la maggior parte della gente ha scelto un’opinione tipo non è necessario farsi un’opinione su Lana del Rey dopo aver sentito un pezzo, ti pare?. Gli altri si sono divisi più o meno equamente tra quelli che boh il pezzo non è brutto, vediamo un po’ e chi si augurava che il mondo finisse prima che il disco andasse nei negozi. Alla fine il disco nei negozi c’è andato davvero, ha fatto un po’ di mossa (se non erro si parla di un milione e mezzo di copie) e Lana è stata –sostanzialmente- relegata a fenomeno marginale a metà tra i reality e la strada, occasionale ospite di qualche Saturday Night Live a caso senza che nessuno si sia preso il disturbo di attivarsi per farle fare quel passo che da fenomeno internet ti rende Adele. E dopo due mesi nei quali non ho pensato a Lana del Rey manco una volta, manco davanti a una tipa coi capelli lunghi e le labbra rifatte che minacciava di farmi pestare dal suo fidanzato, è uscito il video di National Anthem. Il video è una versione ipertiroidea del peggior immaginario glo-fi a disposizione della mente umana: Abraham Zapruder come padre putativo di tutti gli hipster col lomokino, A$AP Rocky (lo Snoop Dogg del drugapulco-hop) nel ruolo di Kennedy e ovviamente Lana moderna Jackie O. Un immaginario così tumblr non poteva che rilanciare per l’ennesima volta Lana del Rey come una specie di meta-popstar per quelli che trovano Lady Gaga troppo difficile o troppo carica, e Born To Die (che è il nome del suo primo disco, oltre che l’unica seria dichiarazione programmatica dell’artista) si sta facendo un ultimo giro nei lettori della fanbase inesistente di queste cose con un’onda autogenerata di consensi di secondo grado stile troppo frettolosamente accantonato da un pubblico di hater. Vaffanculo. A questo punto forse dovrei spiegarvi che senso abbia trollare una ragazzina rifatta e la sua fanbase solo perché odio il suo disco e l’estetica alla base del progetto, ma a che pro? Credereste comunque di essere persone migliori di me e/o superiori a queste cazzate. Bravissimi, ma se vi foste dati fuoco al vostro primo hit di Video Games  sul tubo, probabilmente avrei una buona opinione del mondo.

THE SMASHING PUMPKINS – OCEANIA

La maggior parte della gente aveva accettato in tempi non sospetti l’esaurimento della favella di Billy Corgan, si era messa il cuore in pace e si sarebbe potuta vendere la sua storia in una miriade di versioni una più romantica dell’altra. Il punto di frizione principale di tutta l’epopea C0rgan è il pubblico: anche volendo lasciar perdere i fan (che voglio dire, io sono un fan dei PJ e ti posso raccontare anche adesso, seduto a un tavolo, che Backspacer sia un ottimo disco) il mondo è costellato di analisti che hanno preso ogni singola ciofeca incisa dall’uomo da Adore/Machina in poi, smontata pezzo per pezzo, rimontata e rivenduta al pubblico con un inventario dei motivi per cui sì e dei motivi per cui no. Anche dopo cose tipo gli Zwan, Zeitgeist e Teargarden by Kaleidyscope c’è un pacco di gente che non considera Billy Corgan il figlio di Dio ma che comunque pondera dischi come Oceania per filo e per segno con più buona fede di quella riservata a qualsiasi altro artista. Così, come per magia, abbiamo dovuto riprendere in mano l’ultimo disco firmato Smashing Pumpkins e riascoltarlo per essere sicuri che non ci fosse del vero in quelle parole gentili e moderate, quei giudizi dal cautamente positivo all’entusiasta, quelle apologie tipo finalmente torna Billy a ricordarci cos’è il rock americano. Non vi odio ma sono perplesso.

JAMES FERRARO – FAR SIDE VIRTUAL

Ora, che James Ferraro e gli Skaters siano dei grandi non è una cosa che su B**tonate si mette in discussione, ma questa cosa ha a che fare più con il passato dell’uomo che col suo presente. E anche volendo essere indulgenti, abbiamo coscienza del fatto che Far Side Virtual (se non lo conoscete, immaginatevi la versione verista di Neon Indian: cut-up ad altissima fedeltà fatti con materiali di scarto culturale tipo musiche da videogame non-ripescabili e cose così) sia un disco molto conscio e rivelatore di certi scenari. Finito il primo giro d’ascolti, in ogni caso, non vogliamo fare i conti con l’impianto ideologico del disco, e se non possiamo fingere che non esista ALMENO possiamo pensare che non ci porterà da nessuna parte e verrà accantonato come un brutto scherzo nel giro di un altro annetto massimo.

MARK LANEGAN – BLUES FUNERAL

Nessun motivo in particolare, pura qualità: non possiamo permettere che la gioia per l’arrivo del primo disco a nome Lanegan da quasi un decennio distolga la nostra attenzione dal fatto che il primo disco a nome Lanegan da quasi un decennio fa cagare.

IL LISTONE DEL MARTEDÌ: Dieci t-shirt ad argomento musicale che chiedono di essere lavate con benzina ed asciugate con fiammifero (cit.)

Solite regole, cioè il tema era quello nel titolo e lo svolgimento sta sotto.

1 LA MAGLIETTA DEI FLIPPER COPIATA DA QUELLA DI KURT COBAIN

Nel ’92 i Nirvana suonarono al Saturday Night Live e per l’occasione Kurt Cobain scrisse FLIPPER sulla sua t-shirt bianca col pennarone, assieme al disegno di un pesce coi dentoni. Vent’anni esatti dopo ho visto la prima t-shirt stampata FLIPPER con lo squalo addosso a un buzzurro palestrato. Voglio dire, a un certo punto ERA uscita la notizia su Stereogum con tanto di modello figo ad indossarla con il suo bacino perfetto, ma sembrava più una forzatura del vero basata su un possibile culto della personalità di Stereogum. Il tizio s’è messo a scherzare con altri buzzurri palestrati amici suoi, ha offerto un aperitivo a tutti e poi hanno iniziato a tirarsi i ghiacciolini sporchi di Negroni e ad imbrattarsi le rispettive magliette dei Flipper o camicie di lino. Non possiamo nemmeno accusarli di avere una vaghissima idea di chi siano i Flipper, perché –diciamocelo- anche noi COL CAZZO che avremmo ascoltato Generic se non fosse per Kurt Cobain. Il punto è che portare in giro una maglietta slim fit con il disegno uguale a quelli che un lunatico si faceva sulle sue con l’uni posca, ecco, tanto vale che te la fai con l’uni posca pure tu, evitando così (perlomeno) di entrare nel budget con cui Courtney Love riuscirà a farsi il pieno di botox a settembre.

2 BURZUM

Non è dissimile il discorso legato al black, che come nella maggior parte dei casi al mondo è un discorso legato alle magliette di Burzum. Per prima cosa il logo di Burzum è troppo leggibile. Seconda cosa, non voglio essere io a dire quello che devi o non devi fare ma un autentico fan di Burzum è supposto non portare la maglietta di Burzum in un posto pubblico (in effetti, un autentico fan di Burzum è supposto non esserci nemmeno, in un posto pubblico). Questo non vuol dire che chiunque non possa usarla per fare un discorso iconografico anche interessante, tipo maglietta Burzum e pantaloncini rosa e magari un paio di ammennicoli, ma bisognerebbe ricalibrare questo genere di cose e ripensare la propria vita alla ricerca di un domani migliore. Sono del tutto convinto che tu sappia qual è il vero nome del tenutario del progetto, e probabilmente anche il nickname dell’uomo da lui ucciso, ma cristo di un dio pure qua dentro scommetto che se chiedo di dirmi i titoli dei primi quattro dischi in ordine senza sbirciare su google otterrei delle percentuali da rifondazione comunista.

3 LA MAGLIETTA DI TOPOLINO CON L’IMMAGINE DEL PRIMO DISCO DEI JOY DIVISION

Poco tempo prima era saltata fuori la t-shirt di Topolino fatta con la copertina di Unknown Pleasures, cioè come la maglietta dei La Quiete fatta come la copertina di Unknown Pleasures, cioè come un’immagine rubata alla Cambridge Encyclopedia of Astronomy (lo staff raccomanda il copiaincolla). Qualcuno s’è arrabbiato anche molto, specie nei posti in cui incazzarsi o non incazzarsi costa più o meno lo stesso numero di battute, AKA tutta internet in blocco. Naturalmente in questi casi le prime accuse sono di sellout e le seconde sono di stupro ideologico. Entrambe le cose non tengono moltissimo alla prova dei fatti (voglio dire, quando Ian Curtis si uccise la maggior parte della gente che si lamenta manco era nata), ma l’accoppiata tra fumetti per l’infanzia e poeti decadenti morti suicidi sa pericolosamente di timburtonismo.

5 I JOY DIVISION

E comunque, se potessi scegliere, il problema principale del mashup Topolino/Joy Division sono i Joy Division. Non ho ben chiaro quando le magliette con la copertina di Unknown Pleasures hanno smesso di essere appannaggio esclusivo dei darkettoni sovrappeso il cui unico centro di approvvigionamento per i vestiti era la montagnola al sabato mattina e diventati la principale conquista culturale di un branco di giovani generici con Fastweb in tiro e il baffo incolto, ma i darkettoni sovrappeso, con tutto il retroterra nazi-decadente che si portano sulla groppa e li ingobbisce come studenti del DAMS in botta Nouvelle Vague, che poi sostanzialmente è la stessa cosa, davano poca confidenza agli altri esseri umani e si autoflagellavano nel loro calvario di auto-umiliazione ed auto-immolazione. Ora gli stessi individui, per evitare di essere confusi con i rottinculo generici di cui sopra, magari indossano maglie di gruppi autenticamente nazisti tipo Burzum e si stanno organizzando in ronde di sei o sette tizi per ripulire Bologna in generale e la montagnola in particolare dal degrado in cui è piombata. Where will it end?

(torniamo in fila) 4 LA MAGLIETTA DEL GRUPPO CHE STA SUONANDO

Ok, hai preso l’auto e sei venuto a vedere il tuo gruppo preferito, ma che ALTRI gruppi ti piacciono oltre ai Litfiba?

6 DANIEL JOHNSTON

È invece notizia recente quella secondo cui Supreme ha lanciato una linea di t-shirt stampate con disegni a firma Daniel Johnston. Qui entriamo in una specie di incubo mio personale, vale a dire che come tutti i fan di Daniel Johnston al mondo penso di essere l’unico vero fan di Daniel Johnston al mondo, cioè che il mistero intorno alla misteriosa misteriosità dell’Arte di D.J. sia visibile solo ed esclusivamente a me. Le t-shirt sono una figata, è impossibile nasconderlo. Il problema non è indossarle, ma entrare in un posto qualunque, trovarti di fronte qualcun altro che le indossa e iniziare a rimuginare su questioni di attitudine che solo per quelle servono quattro Jagermeister. Che cazzo ne sai tu di Daniel Johnston? Scommetto che ti sei visto sì e no il documentario e la pagina Wiki. Scommetto che non eri al Baraccano nel 2005. Scommetto che non hai comprato i remaster delle prime cassette. Scommetto che NON L’HAI CAPITO. Scommetto che indossi la t-shirt nel modo in cui ne indosseresti una illustrata da Ray Pettibon. Il rischio più concreto nel mettere una t-shirt di Daniel Johnston, in sostanza, è che qualcuno possa venir messo a parte di quel che succede nel tuo cervello.

I’m supposed to keep it together I’m supposed to keep my cool, I might be a big baby but I’ll scream in your ear till I find out just what it is I am doing here

7 LE QUATTRO BARRE NERE

A proposito di Raymond Pettibon, e giuro che non lo sto facendo apposta ma QUANTO CAZZO HANNO ROTTO IL CAZZO QUELLE QUATTRO BARRE NERE DEL CAZZO. I Black Flag, altro gruppo di cui sono convinto di essere l’unico fan al mondo, si sono sciolti col coltello fra i denti verso il 1986 (non potrei giurare sulla data precisa) e per come sto messo ora credo che la prima Rollins Band sia tutto sommato meglio. Qualcuno tra i meno educati di coloro che leggono codeste pagine stanno senz’altro maledicendo Dio e chiedendosi come cazzo hanno fatto ad arrivare al punto 7 di una lista compilata da un tizio che pensa che la Rollins Band sia meglio dei Black Flag. Ecco, quello che dovreste chiedervi è come mai è possibile vedere foto di Fergie con la maglietta dei Black Flag e una t-shirt con la copertina di Life Time finora non l’ha indossata manco Lady Gaga.

8 H&M

L’ultima volta che ho comprato cose da H&M la cassiera indossava una maglietta di un gruppo tipo gli Edguy e anche se io non so cosa suonino gli Edguy ma lo intuisco per via dei dragoni, insomma, premio simpatia alla commessa più classic metal che mi abbia mai fatto pagare una camicia, e anzi se mi permettete colgo l’occasione per dire alla cassiera metal di H&M che LA AMO e l’ho sempre amata, ben oltre i dieci secondi in cui la vidi fasciata da una t-shirt degli Edguy che se fossi il suo capo la licenzierei in tronco o le farei versare alcolici. Recentemente un’amica ha portato alla mia attenzione una t-shirt bianca con il logo dei Guns’n’Roses comprata da H&M dieci minuti prima, e pensavo fosse una scelta di cattivo gusto finchè un altro amico mi ha mostrato nel catalogo online magliette H&M con sopra la copertina di Check Your Head (una foto di Glen Friedman, gran stile) e altri mentecatti tristi e noiosi tipo Bowie o Coltrane. (Di Coltrane non lo so, ma vuoi che si siano fatti sfuggire l’occasione di mischiare le razze in nome del bebop? Lui o i Public Enemy) Comunque se la vostra musica preferita sta su una maglietta timbrata H&M, insomma, io inizierei a farmi domande serie su chi sono e cosa voglio dalla mia esistenza.

9 THREADLESS, IN BLOCCO

Già di suo è diventato difficile, parlando di t-shirt, distinguere tra un’idea geniale e una stronzata galattica. Voglio dire, qualche sera fa ero in giro con la maglietta di una nota marca di antipulci per cani, questioni di emergenza, e qualcuno ha fatto apprezzamenti in ottica indiepop (e per questo la maglietta verrà rimessa in pubblico quanto prima, non voglio dire di essere una persona onesta, sia chiaro). Ma voglio dire, la t-shirt con il giusto non-messaggio può farti apparire una persona profonda e non allineata. Il capo di tutte le t-shirt non-allineate è Threadless, la madre di tutte le “diobò è figa quella t-shirt” e più che altro di tutte le risposte annoiate alla “sì, dai, c’era gli sconti su Threadless”. Vaffanculo, come si fa a vendere la mancanza d’interesse a venticinque dollari al pezzo, chi è che l’ha reso legale o non illegale o eticamente possibile, chi ha eletto Musil esperto di marketing, qualcuno alzi la mano che vengo lì e lo prendo a bastonate e non nel senso che lo assumo come redattore.

10 I GENERICI

Pantera, Slayer, Pearl Jam, Guns’n’Roses, Slipknot, Metallica, Skid Row, Fear Factory e qualsiasi altro gruppo musicale abbia fatto la fortuna di Negative Mailorder negli anni novanta. Voglio dire, sono tutti gruppi grandiosi e con una fulgida carriera, ma anche se fosse, cosa c’entrano la carriera ed il valore artistico di un gruppo con quegli affari stampati col vinavil che l’unico posto in cui le indossi e passi inosservato è quando vai a sentire la cover band del Liga al pub irlandese il venerdì sera? Ma in fin dei conti, a che pro mostrare agli estranei il tuo apprezzamento per un gruppo qualsiasi? Perchè non metti una t-shirt con scritto sopra chi hai votato alle ultime politche, così magari troviamo da dire per questioni di peso culturale?

(per la prossima settimana non abbiamo ancora scelto il listone. mandateci idee)

IL LISTONE DEL MARTEDÌ: i dieci gruppi/artisti/pensatori/cazzismi peggio rovinati dalla loro fanbase (PARTE 2)

BRUCE SPRINGSTEEN

È passato recentemente dall’Italia e siamo venuti a conoscenza con una nuova razza di ascoltatori. Una razza più pura e perfetta di ESSERI UMANI, per dirla tutta, che possono tranquillamente andare a vedersi un concerto di tre ore e tre quarti e tornare a casa estasiati e pieni di botta perché ha suonato non so manco io che cazzo da solo al pianoforte. E ovviamente sì, i fan del Boss sono detestabili solo perché sono ascoltatori più puliti e perfetti di noi, gente che non ha nulla da nascondere e che nella sua onestà perfetta e senza scrupoli non ha problemi a passare ogni sabato sera della sua vita nella birreria del suo paese, ascoltando cover band e tribute band e conoscendo la differenza tra le prime e le seconde. Ma questo, obietterete giustamente, è qualcosa che persino i fan del Blasco o dei Pearl Jam hanno in comune. È verissimo, peraltro: stai mettendo dischi a un indieparty, hai la pista vuota da quaranta minuti perché come dj fai cagare e poi metti Daughter. Saltan fuori quattro buzzurri in mezzo alla pista, hanno i capelli lunghi e una barba incolta e non sembrano aver letto Wittgenstein, ti sorridono e ti abbracciano e ti parlano come se a livello di coraggio avessi messo i Suicide. I quali di loro, peraltro, sono il gancio con gli altri fan di Springsteen, quelli più sciolti ed oscuri e DANNOSI che hanno ascoltato il solo Nebraska e si beano della cosa come se State Trooper fosse il limite estremo dell’esperienza di un ascoltatore e GLI ALTRI fan di Springsteen delle merdine flippate con qualsiasi disco che il Boss abbia buttato fuori dal 1985 in poi. Questo aspetto bifronte della cafonaggine impegnata di Springsteen, se ci pensate, ha la sua massima espressione nel capellone interpretato da Michael Wincott in Talk Radio. Nel frattempo il Boss continua a suonare e cantare ed invitare gente sul palco tipo Mike Ness e Win Butler, entrambi rovinosamente destinati ad una fanbase fatta di gente il cui disco preferito continua ad essere Darkness on the Edge of Town o Liberi Liberi (lo so io cosa vi piace) e la cui birra preferita continua ad essere Heineken. C’è spazio per tutti, ma non all’autodromo di Imola. (kekko)

GESÙ CRISTO

La storia, in realtà, sarebbe questa: per salvare gli uomini dal Male, Dio, Signore degli Eserciti e delle Schiere Celesti, decise di mandare in terra suo figlio, scegliendo come madre una ragazza pura di cuore che ricevette l’annuncio della futura nascita da un maestoso spirito soprannaturale. Il ragazzo crebbe, raccontando storie fiche, scacciando demoni, e portando scompiglio nell’ordine costituito, che complottò contro di lui, e corrompendo il più classico dei figli di puttana, gli mise le mani addosso, cercando di intimorirlo e ricevendo in cambio il duro schiaffo dell’incorruttibilità: “Daje, se c’hai il coraggio, dillo mò che sei il figlio di Dio!” “LO SONO! E voi vedrete il Figlio dell’Uomo, seduto alla destra della Potenza, venire sulle nubi del cielo”. La potenza della citazione fece il resto. I sacerdoti del tempio, messi ko, non riuscirono a far di meglio che ucciderlo, con la complicità lassista del solito romano di merda che non si assunse la responsabilità della grazia. Gesù ebbe paura, perché ebbe paura se era il figlio di Dio e in un certo senso stava parato?, ma perché si era fatto uomo, ricordate?, e perciò sentiva il dolore della tortura e aveva ovviamente il terrore della morte. Eppure lasciò fare, anche se avrebbe potuto scendere dalla croce, anche se Satana ci provò a tentarlo, perché così facendo non abiurò, dette forza al suo messaggio e in sostanza prese su di sé tutti i peccati di voi stronzi, proprio voi segaioli bestemmiatori e tifosi di calcio, che ve ne fottete e irridete, ma il culo, intanto, ve l’ha parato.

Questo è quello che c’è scritto nel Vangelo, ma siccome da 1947 anni nessuno lo legge tranne forse Mel Gibson, nessuno, in fondo, lo sa, accontentandosi del messaggio super-filtrato che passa di bocca pretesca in bocca pretesca, messaggio ascoltato perlopiù all’età di dieci anni, poi a tredici si è scoperto che era fico fumare e non andare in parrocchia, e da lì non ci si è più mossi. Questo tranne alcuni selezionati freak, che invece dalla parrocchia non si sono più mossi, e lì hanno gettato le basi dei primi (o ultimi) accoppiamenti e delle proprie famiglie, indossando strane scarpe e pantaloni avana, mandando i figli ai boy-scout e propugnando un messaggio falsato in cui IL CRISTO è praticamente un coglione dai capelli boccolosi, vestito di bianco e profumato, che viene sottoposto ai più atroci tormenti senza fare una piega e AMANDO, AMANDO e ancora AMANDO. E a questo AMORE rispondono con altro AMORE, che nel loro caso si esplica con CANTI IDIOTI IN GIROTONDO, semplicistiche cazzate sul male (“ma perché, se Dio è buono, c’è stato il terremoto ad Haiti?” “IL CRISTO ama gli ULTIMI!”), e risposte-non-risposte che lasciano insoddisfatti i giovani di tutto il mondo che ovviamente abbandonano Gesù e il suo messaggio guerreggiante e fiero preferendogli i volgari piaceri effimeri di questo mondo, il Dio-Denaro o, peggio ancora, la coattanza dell’Islamismo. Teste di cazzo, la vittoria di Satana è colpa vostra, non lo capite!?  (ashared apil-ekur)

LUDWIG WITTGENSTEIN

La filosofia era una gran rottura di cazzo, per niente hipster, finché Ludwig WITTGENSTEIN, il più grande hipster viennese dell’epoca (das Hüpster) non comparve sulla scena di Cambridge, rivoluzionandone essenzialmente il look – non portava la cravatta -, i modi azzimati – pare che una volta menò Popper e le sue enormi orecchie – e soprattutto il modo di fare filosofia: ai testi lunghi e noiosi tipo Principia Mathematica di Russell in tre volumi e 1969 pagine (diffidate dai libri il cui numero di pagine è anche un anno dell’era contemporanea), che nessuno pretendeva di leggere veramente, WITTGENSTEIN sostituì un solo libro di tipo 70 pagine, in più scritto per aforismi e introdotto da quel rosicone di RUSSELL che scriveva, in sostanza, che le pagine che seguivano erano una grande stronzata. In realtà, è impossibile dire se lo fossero o meno, perché la caratteristica saliente del Tractatus Logico-Philosophicus è che non ci si capisce un cazzo in modo affascinante, come in un disco di LaMonte Young, ad eccezione del semplice concetto che qualsiasi altro libro tranne quello fa schifo, come in un disco di LaMonte Young sostituendo “disco” a “libro”, ed è esattamente questo il motivo del successo planetario di WITTGENSTEIN – questo, oltre al fatto che era un pazzo sbroccato, un precursore del black metal (celebre il suo lungo periodo solitario su un fiordo norvegese), una fighetta, in sostanza, che lasciò Cambridge sfanculando il suo relatore e dedicandosi per anni al giardinaggio e all’insegnamento nelle scuole elementari, TANTO PAGAVA TUTTO ER PADRE, E DIMOLO!, e in buona sostanza affermandosi presso i ragazzi, le ragazze e i Giovani in generale che lo emulano e lo adorano, come sempre avviene alle grandi teste di cazzo supponenti, che ti dicono I BEATLES FANNO SCHIFO ECCO I TALIBAM!, e la gente che gli dà retta, uno scaruffi, un’ondarock, alla fine li trovi sempre. Una nuova parola è come un seme fresco piantato sul terreno della discussione. Non vordì un cazzo, ma l’ha detto WITTGENSTEIN. (ashared apil-ekur)

RADIOHEAD

Tutte le arti minori devono avere i loro fan più accaniti che non le ritengono tali, pare, e l’indie rock o rock alternativo, che tra le minori non è neanche così tanto minore, ha tra i suoi sostenitori gente che lo ritiene ARTE. Questa manica di stronzi, morto per tempo Jeff Buckley, ha come santino idolatrato i RADIOHEAD e quel loro brutto cantante. I RADIOHEAD, e il loro orsetto di merda, partiti che sembravano una one-hit wonder, sono cresciuti, cresciuti e CRESCIUTI fino a diventare i malefici Topolino del rock che sono adesso, e proprio come l’insopportabile ratto – protagonista di un’altra arte minore – hanno sempre la cazzo di risposta a tutto, la soluzione a ogni male, la versione definitiva di ogni piccola tendenza. Va di moda il grunge, e cosa c’è di più grunge di Creep?; va di moda il brit-pop, ed ecco The Bends; torna l’art-rock, ed ecco Ok Computer; rock merda, ed ecco Kid A, e giù giù, fino a quando non è completamente passato di moda vendere i dischi e così lo hanno messo on-line, o hanno confezionato i loro album in modo puccettoso e carino al punto che, quando mi è arrivato l’ultimo infilato in un quotidiano, non l’ho manco aperto e se vi interessa, a proposito, è vostro a 500 euro. I RADIOHEAD hanno ragione su tutto, sono un gruppo da Tutto (quando esisteva), da Musica di Repubblica e da Rolling Stone, oltre che da rivista seria; piacciono a tutti, e hanno avuto la caparbietà di crearsi un pubblico di mentecatti minorati che conosce a memoria e canta in coro qualsivoglia incantabile esperimento. I RADIOHEAD sono apprezzati dagli stessi affezionati consumatori di Sigur Ròs e Antony, ma non solo da loro, e anche il più duro dei cazzoduri – tranne kekko il superposer, o altri metallari come lui – sarà titubante a confessare che i RADIOHEAD proprio non gli piacciono. I RADIOHEAD hanno ragione, i RADIOHEAD sono ormai proverbiali, ed ecco il nuovo dei RADIOHEAD che con la consueta classe. Io ho rinunciato a seguirli tempo fa, e non ho comprato il biglietto per il loro concerto di Roma (e che, nun vai ai RADIOHEAD?), ma questo non mi ha liberato della consapevolezza che qualsiasi cosa farò, in qualsiasi tempo, Thom Yorke e i suoi RADIOHEAD saranno pronti a farla meglio.

(Questo contributo è stato scaricato per tramite di una speciale RADIOAPP che a sua volta era scaricabile grazie al codice stampato metà a p. 69 dell’Oxford Herald del 13 aprile e metà a p. 96 dell’Oxford Herald di maggio. Gli articoli stampati su quelle pagine, firmati  da Stanley Donwood, erano in realtà dei mock papers composti da un aggregatore random di impulsi mentali provenienti dalle reti social del futuro altro quando e già pubblicati su Slowly Downward (ashared apil-ekur)

BRUNO MUNARI

Gente che qualsiasi cosa io scriva in questo paragrafo è capace di citarmi una cosa detta da Munari (il Jim Morrison dei graphic designer) che smonta la mia teoria, e proprio quando sto per dimostrargli che non c’è nessuna teoria ha già girato l’angolo e sta succhiando un cazzo pieghevole da asporto. (kekko)

Fuori classifica: GLI ANIMALI

geniale intuizione del commentatore Suttree, purtroppo arrivata mentre questo articolo stava già andando in stampa (non è vero). Worst fanbase ever, anche senza considerare i gattini.

IL LISTONE DEL MARTEDÌ: i dieci gruppi/artisti/pensatori/cazzismi peggio rovinati dalla loro fanbase.

Con questo pezzo inauguriamo quella che vorremmo essere una specie di rubrica fissa del martedì, nella quale buttiamo su una lista di dieci nomi ad argomento musica e derivati, a volte mettendoci persino uno spiegone, non necessariamente come questo. Accettiamo richieste, tanto non ce le mandate.

La prima lista della lista riguarda artisti che non necessariamente odiamo, anzi in molti casi adoriamo in segreto, ma dei quali NON PARLIAMO MAI in termini positivi per paura di venire considerati dei loro fan. La lista verrà spezzata in due tronconi, il secondo dei quali se vi va grassa arriva domani.

ANDREA PAZIENZA

Che poi è il motivo per cui oggi c’è questa lista: qualche giorno fa è stato l’anniversario della morte e Valerio Mattioli ha scritto un articolo anti-Pazienza su Vice, in seguito al quale sono usciti fuori i ratti del TE NON CAPISCI UN CAZZO DEI FUMETTI E DELLA VITA E DEL PAZ. IL PAZ è l’equivalente fumettistico di quello che mi rappresenta IL FABER in musica, vale a dire che per prima cosa il fanatismo nei suoi confronti è figlio di un disperatissimo senso di appartenenza non si sa bene a cosa -probabilmente a due generazioni (’68 e ’77) da cui grazie a dio ci siam dovuti chiamar fuori perchè i protagonisti delle generazioni di cui sopra ora stanno abbarbicati a delle cattedre di discipline inesistenti tipo semiotica della gestione emotiva del nulla e da lì sopra mollano i loro diciannove _e sono pure generoso_ con cui ti massacrano una media del 23 ottenuta sudando grosso su libri di cose esistenti e concrete come il diritto internazionale- e seconda cosa i suoi fan tendono a parlare a sproposito e a chiudersi a riccio ogni volta che piove qualcosa contro AL PAZ, il che tutto sommato succede sempre troppo poco spesso. e purtroppo c’è tutto questo bagaglio culturale aggregato per cui IL PAZ sembra sempre bastare a se stesso al punto che la maggior parte della sua fanbase lo considera il più grande artista di fumetti di ogni tempo con la mano destra mentre con la sinistra schifa e schiva i fumetti ad ogni passo. cioè in altre parole NOI lo sappiamo che andrea pazienza era bravo, siete VOI i fanatici con qualcosa da nascondere. Scommetto un terzo dei miei accessi che il vostro fumetto preferito extra-Pazienza è Maus. (altro…)