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LA PESANTATA DEL VENERDÌ – Musica indipendente italiana e totalitarismo

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È dunque difficile per ogni singolo uomo lavorare per uscire dalla minorità, che è divenuta per lui una seconda natura. Egli è perfino arrivato ad amarla e per il momento è realmente incapace di valersi del suo proprio intelletto, non avendolo mai messo alla prova.
(Kant)

Al mondo esistono due concetti in contrasto tra loro, il totalitarismo e la libertà; la seconda, la odiano tutti, nel senso che ne amano una visione perversa che può essere riassunta così: fare il cazzo che vuoi, sempre, senza assumersi responsabilità né conseguenze, anzi venendo ricompensati (in DANARO, si parla di DANARO) quando questo “cazzo che vuoi” esiste anche in forma pagata, da qualche parte, in qualche modo.

È apparso l’altro giorno su Change.org (non seguo Internet, né altre forme di realtà: ma suppongo si tratti di una piattaforma per petizioni da scagliare contro il nulla, tipo APPELLO A OBAMA CONTRO IL FATTO CHE LA LAZIO HA PERSO, roba velleitaria senza alcuna possibilità di ottenere risultati, ossia un’altra disgustosa forma dell’egolatria che usiamo chiamare WEB) un appello alle principali stazioni radio italiane perché, in mancanza di una legge ad hoc (!), si mettano d’accordo affinché il 20% del loro airplay trasmetta esclusivamente musica italiana emergente.

(l’appello è di tre mesi fa, ok)

Autore dell’appello il sito (magazine? Portale? Quel che è) All Music Italia, che non conoscevo per le stesse ragioni di cui sopra, ma che ha come slogan “Rimettiamo al centro la musica italiana” (“ri”mettiamo? Perché, quando lo è mai stata? Parlano dei tempi in cui Mozart non aveva ancora utilizzato il tedesco?) e sulla homepage, nel momento in cui scrivo, er Piotta che rivendica il fatto di essere sempre stato indie, spia secondo me del fatto che AMI deve essere tra i numerosi (il 45% degli scozzesi, per esempio) sostenitori del distorto argomento “indipendente è  meglio di per sé” (come se non si sapesse che il diavolo ha tutte le canzoni migliori, e il diavolo possiede le BIG FIRMS, tipo la Geffen, la Chiesa e la Apple).

La questione non è semplice né di per sé, né da riassumere, nemmeno per maestri della penna e campioni di libertà come siamo noi di Bastonate (degli Stuart Mill incolti, dei von Hayek impreparati, difensori della democrazia e dei diritti altrui, ad eccezione di indiani d’America e greci non ateniesi), ma mi sembra avere molto a che fare con temi – in ordine sparso – come la sopravvalutazione di sé e di ciò che si fa, la pretesa di ottenere con la forza quello che non si ha e magari neanche si cerca (il successo popolare, che ovviamente se sei i R.U.N.I., gruppo che amo e che considero innocente, e che scelgo di menzionare proprio per questo, suppongo tu abbia messo in conto che non ce la farai, non in quel senso), e la falsa concezione che gli artisti mainstream siano lì a togliere del lavoro a te. In questo senso, persone come Miley Cyrus (o J-Ax o Giusy Ferreri, visto che si parla di musica italiana) sono i veri migranti del pop.

A livello personale, non ritengo che “piccolo sia bello” (FF invece sì, per esempio, e questo dimostra la pluralità di visioni e apertura di Bastonate, il Le Monde dei blog). Sono piuttosto un fan del grande, del grandioso, amo le piramidi, gli alberi come baobab e sequoie, Shakespeare, Kafka e The Newsroom. Quanto alla musica leggera, Lou Reed, Lee Hazlewood e i Suicide, e un botto di roba indipendente se è per questo, ma in generale prediligo gente che ha spinto ciò che faceva fino alle più estreme conseguenze. Sempre a proposito di musica, non ho nulla contro quella emergente di per sé, aggettivo da brividi a parte, ma neanche capisco perché, a parità di valore o di assenza dello stesso, la si dovrebbe preferire a quella già emersa. Soprattutto, non capisco perché l’emersione dovrebbe avvenire secondo un meccanismo di imposizione. Accendi Spotify e – che cazzo! – non si trovano né Townes Van Zandt né Gram Parsons (non ascolto solo vecchie scorregge, eh: è che stamattina mi andava così, e sostengo la mia prosa con un esempio di vita vissuta), ma solo THEGIORNALISTI* o i miei amici Rainbow Island (musica geniale che tuttavia non ritengo le radio commerciali possano ragionevolmente trasmettere, così come non credo che il mio libro preferito di tutti i tempi, le Ricerche filosofiche di Wittgenstein, vada dato come lettura estiva alle medie).

Qual è il retropensiero dietro a progetti come questo? Aiutare i giovani? Sostenere la cultura? Ma i giovani non sono questi, i giovani sono una punk band che suona per sempre nelle oscure cantine di un 1979 eterno; e questa non è “la cultura”, non necessariamente, o lo è solo in senso socio-antropologico o salcazzo-filosofico, roba di cui è piuttosto evidente che nessuno si occupi a livello ufficiale (ok, qualcuno in qualche ufficio delibera contributi pubblici per film di infima qualità: ne sono lieto, ma non è questa la mia battaglia né il punto del pezzo).

Sarò perfido o forse clinicamente depresso, ma io credo che l’unico pensiero dietro a tutto sia riassumibile nelle cose che dicevo sopra: supervalutazione di sé, autoreferenzialità, rifiuto a emanciparsi da sé stessi e tante altre, tutte quelle che formano questo immenso, gigantesco IO che fa impallidire quello di cui scriveva negli anni ’70 Tom Wolfe (ma anche Christopher Lasch, un sociologo credo alquanto noto, che ne La cultura del narcisismo pone il culto dell’io in una inquietante relazione con la mancanza di prospettive).

Chi ha vent’anni, penso, suona per camminare sulla folla, indossare giacche di leopardo  o piegarsi all’indietro fin quasi a toccare terra. Non bisogna perdere questi obiettivi per nessun costo. Se è una cosa giusta, accadrà (lo ha scritto credo Steinbeck). Se non accade – bè, se non accade, ci sono tante cose in una vita umana che può essere bello intraprendere, un lavoro, una famiglia, continuare a suonare e riprovare mille volte – ma, vi prego tutti, lasciamo stare leggi e imposizioni.

 

 

* Sulla scelta del nome di un gruppo rock’n’roll, rimando alle pagine 82-88 del fondamentale Supernatural Strategies for Making a Rock’n’Roll Group, di Ian F. Svenonius, Akashic Books, New York 2012

LA PESANTATA DEL VENERDI’: Quanto senso ha affidarsi ai dati di vendita?

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Qualche tempo fa sono usciti i dati FIMI e SIAE sui dischi più venduti e sui concerti più frequentati nel primo semestre, con relativi articoli in merito. Virginia Ricci su Noisey ha scritto un pezzo intitolato “perché la musica in Italia è messa così male”, a commento della cosa. L’ho linkato su Facebook ed è venuta fuori una specie di dibattito sull’articolo, sullo stato della musica in Italia, sullo stato della cultura in Italia, e cose simili.

Assieme ad altre cose, provo a imbarcarmi in una serie di PESANTATE (che probabilmente non usciranno solo il venerdì) su questo argomento. I pezzi che vado a pubblicare non parleranno necessariamente dell’articolo (di cui condivido alcune idee e non ne condivido altre) da cui sono partiti i flame, ma sicuramente ne prendono le mosse. Metto una cronologia che potrebbe essere utile recuperare, per dare una visione della faccenda, poi aggiungo alcune considerazioni. Il primo articolo parlerà dei dati SIAE e FIMI, sulla loro attinenza e chissà che altro.

I dati FIMI sui dischi più venduti del primo semestre 2015

I dati SIAE sui concerti più visti del primo semestre 2015

L’articolo di Virginia

La discussione sul mio profilo

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Quanto senso ha continuare ad affidarsi ai dati di vendita?

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Secondo i dati FIMI, il mercato musicale nel primo semestre del 2015 è in super-crescita. Non ci credete? Qui il comunicato. 22% di aumento del fatturato della musica. Che cazzo avete da lamentarvi? Oltretutto il mercato CD, del cui crollo verticale si stanno lamentando tutti, aumenta del 21% in un anno (molto meno, in effetti, del 37% di aumento dello streaming e del 72% di aumento del fatturato dei vinili). L’allegato mette la situazione nero su bianco.

Che dati sono questi? Nel rapporto annuale del 2014, uscito il 30 gennaio di quest’anno, sta scritto che si tratta di vendite al sell-in. Se non sbaglio si tratta quindi del numero di dischi che vengono venduti ai negozi, moltiplicato per il prezzo di vendita consigliato. (se sto sbagliando qualcuno mi scriva un’email o un commento e mi corregga, grazie). Tipo, se una catena leader in grande distribuzione esce con una promo di sconto 30% su tutti i CD, magari per pulire il reparto, ho incassato un botto di soldi in meno e i dati FIMI non lo riportano (considerano invece i resi). Come dire, i dati FIMI sono proiezioni probabilmente attendibili di quanto venga effettivamente venduto nella rete di negozi censiti da FIMI, ma non dati reali di fatturato. Giusto? Non so. Che cosa raccolgono i dati FIMI? Federico Pucci, nei commenti sul mio FB, parla di “6mila punti vendita, compreso retail musicale, negozi multimediali e di elettronica, pari all’85% della distribuzione.” L’85% mica è poco, giusto?

Tornando alla tabella dei dati di vendita, scopriamo che in questi negozi si fatturano 2.392.000 euro di vinile. Due milioni di euro, ok? Diviso per un prezzo consigliato di 20 euro che costa un vinile nuovo in un negozio (sì, ciao) fa CENTODICIANNOVEMILA vinili venduti in un semestre in Italia. Se li calcoli a 25 euro di media scendi a novantacinquemila dischi. Divisi tra quanti titoli usciti? Tipo i Gerda sono conteggiati? Sembra di sì, nel senso, vengono raccolti anche i dati di vendita dei negozi. Dividiamo quel fatturato lì per il totale dei dischi in vinile usciti in Italia (qualche centinaio? migliaia, forse) e abbiamo un primo dato piuttosto eloquente, tra le 50 e le 100 copie vendute ad artista nel mercato tradizionale. Giusto? OK.

Smetto un secondo di parlare dell’aggregato. Avete mai fatto un conto di quanti dischi avete comprato dove ogni anno? Io mai, ma posso provare a fare ipotesi. Il posto dove preferisco comprarli è il negozio di dischi, ma ultimamente sta diventando difficile: sono sempre meno, trattano sempre più vinile (preferisco i CD) (sono meglio) (giuro) e fanno sempre meno parte dei miei giri. Posso ipotizzare che nel 2015 io abbia comprato due terzi dei dischi che ho comprato in totale tra concerti dei gruppi e  banchetti delle distro, accordi privati con padroni di etichetta eccetera. Uso rarissimamente servizi di streaming e ancora più raramente siti di download a pagamento. Probabilmente il mio comportamento non è così allineato con la media delle persone che comprano musica in questo paese, ma credo si possa dire senza tema di smentite che sto nel 3% di italiani che spendono più parte del proprio reddito in dischi e concerti.

Un’altra cosa che falsa i conteggi su di me sono gli streaming. È giusto considerarli, naturalmente, ma è giusto considerarli in una classifica che conta le copie vendute? Questo è un problema che supera molto i confini nazionali. Il conteggio delle copie vendute si fonda su una premessa ideologica di base su cui nessuno ha il coraggio di dire niente: compri la tua copia, esci dal negozio e vai a finire nel conto. Poco importa se quel disco rimane dentro lo stereo di casa per vent’anni o se fa tre giri e poi sparisce dalla tua vita: ne hai comunque comprato una copia. Lo streaming è uno strumento di misura molto preciso e affidabile, ma di cosa? Alcuni dei miei dischi preferiti non li ho ascoltati poi molte volte. Il primo disco dei Suicide ad esempio, o che so, Reek of Putrefaction dei Carcass. Ok? Ok. Recentemente ho ripescato il secondo disco dei Black Heart Procession, e quando dico “ripescato” intendo dire che l’ho rimesso su due volte, perché la musica dei Black Heart Procession è molto bella e fascinosa e avvolgente ma dopo due passaggi ne hai comunque abbastanza. E sono assolutamente convinto che il terzo Black Heart Procession sia molto più bello e importante per la mia vita di cose tipo The College Dropout (e non a caso possiedo tipo 4 dischi originali dei BHP e nessuno di Kanye West), ma se misurassimo il numero di ascolti Kanye West vincerebbe. Lo streaming è una cosa molto bella e importante per il mercato che ha rosicchiato quote alla pirateria, creato un database universale di gemme infinite e messo le persone in condizione di ascoltare tutto in qualunque momento, ma affidandosi alle statistiche dello streaming sembra necessario si arriva a conclusioni molto precise e assolutamente false, tipo che le persone come me tutto sommato preferiscono ascoltare musica allegra e sgarzolina e detestano i folkettari americani coi tatuaggi brutti e il morbo della morte addosso.

Tornando a dati aggregati, è difficile conteggiare quanto le vendite di un gruppo siano accuratamente conteggiate dai dati FIMI. Suppongo ad esempio che Laura Pausini o che so, Gue Pequeno siano conteggiati a dovere: poco banchetto, dischi venduti nei negozi, streaming/download e tutto il resto. Molto meno sembrano esserlo i gruppi indie. Quanti dischi vendono i Cani rispetto ai negozi?  Lo chiedo a qualcuno, magari. Capra mi dice che, approssimativamente, i Gazebo Penguins vendono al banchetto il 65% dei dischi che vendono in totale. Emiliano di 42 Records (i Cani, Colapesce, BSBE, Mamavegas etc) lo scorso anno mi disse che per certi artisti i dischi al banchetto arrivavano al 70% del totale; quest’anno, con l’esplosione dello streaming, la vendita di dischi fisici ai banchetti sta tra l’80% e l’85% del totale. Le copie ai banchetti non sono conteggiate da FIMI. È una stortura che va a sommarsi a quelle della classifica in sé, ed è davvero piuttosto grossa se vogliamo considerare lo stato della musica nel paese in generale e non per quanto riguarda un genere musicale preciso.

Per quanto riguarda la situazione concerti, SIAE sembra grossomodo un buon modo di misurare, nel senso che vengono contati i biglietti. D’altra parte sono dati estremamente parziali, relativi a un solo trimestre e senza concerti estivi (le date di ACDC, Vasco Rossi, Jovanotti e Tiziano Ferro basteranno da sole a far finire Fedez in bassa classifica). E come vengono conteggiati, ad esempio, i concerti/festival gratuiti, magari sponsorizzati da un grosso brand? Non è dato saperlo. Quanto incidono i prezzi dei biglietti? Quanto incide la scelta di fare un tour nei teatri piuttosto che un concerto in situazioni più popolari? È più figo fare tre date da diecimila paganti o quindici date da duemila?

Passo il tempo a leggere articoli di musica, è uno dei miei passatempi. Se avete la mia stessa passione, avrete notato l’incremento vertiginoso di pezzi legati all’analisi critica dei successi e dei fallimenti dei singoli artisti: il successo di alcune date, il numero di visualizzazioni sul tubo, il record di streaming in una settimana eccetera. Vengono snocciolati dei dati e vengono elencate le ragioni del successo di un artista rispetto all’altro. Questa situazione, in un mercato che cambia pelle così di frequente, richiede un continuo aggiornamento degli strumenti di misura, che combinati alla generale riluttanza di chi scrive di musica a passare i pomeriggi spulciando le fonti (riluttanza sacrosanta, sia chiaro: scriviamo tutti gratis o per compensi ridicoli) tende a creare una marea di case study inutili a descrivere il quadro generale. Per certi versi c’è da impazzire: siamo a contatto con TUTTA la musica del mondo, in ogni momento, possiamo ascoltare trecento dischi nuovi al giorno, uscire di testa con qualunque minchiata proveniente dal Congo o da Singapore, e scegliamo di ascoltare quello che ascoltano tutti, di parlare delle stesse cose, analizzare ex-post successi che non avremmo potuto prevedere ex-ante. Anche io, sia chiaro. Ci sono ragioni, io ho le mie, qualcun altro ha le sue. Suppongo che ci sarà un altro articolo su queste cose.

Di per sè non è un male. Il punto è che molte analisi di questa situazione parono da una tesi che si sviluppa a partire da dei dati che abbastanza evidentemente non fotografano una realtà o ne fotografano una tra le tante.  Suona un po’ come sostenere che in Italia il pane ha sempre lo stesso sapore senza mai prendersi il disturbo di cambiare fornaio. Forse avrebbe più senso ricostruire daccapo i criteri di valutazione su un sistema dinamico che tenga conto di un milione di fattori che in questo momento non vengono considerati, depotenziando l’importanza dei dati di vendita. Ma probabilmente i dati di crescita (così incoraggianti) del mercato musicale italiano non giustificano la sbatta, quindi tanto vale incrociare le braccia e ricominciare a parlare dei dischi per quello che c’è dentro, a prescindere da quanto cazzo vendono.

La pesantata del venerdì: LA NUOVA FEATURE DI WHATSAPP NON MI AIUTA A MIGLIORARE LA MIA VITA SOCIAL.

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Whatsapp ha introdotto la conferma di lettura del destinatario ma ad essere sincero sembra una provocazione così a cazzo lanciata nello stagno delle provocazioni così a cazzo, giusto per far parlare di sé e tirar su qualche soldo sui mercati facendosi rimbalzare dalle urla al complotto e alla violazione della privacy di ogni cazzaro di questa terra impegnato in una campagna di self-branding –nessuno ragiona più in termini di ideali e bene comune, AKA lamentarsi di questa roba è volto più che altro a dare un’immagine di sé come di persona che viene disturbata dai propri contatti molto più di quanto li disturba. La domanda più logica sarebbe: se vi sta sulle palle interagire con la gente che ha il vostro telefono, che cazzo tenete Whatsapp installato nel telefonino? Magari l’avete pure pagato. Io ho un altro problema: la conferma in senso assoluto che i miei contatti abbiano letto i messaggi non mi dice molto sulle abitudini, né su ciò che pensano di me né sul fatto che valga o meno la pena parlarci. Mi dice solo che di tanto in tanto queste persone aprono Watzapp. Quello che mi servirebbe avere, piuttosto, è un overview statistico completo di ogni mio contatto da poter consultare ogni momento. Il tempo di risposta medio per fascia oraria, la varianza dei tempi di risposta, ovviamente la lista dei contatti a cui risponde con più solerzia, la lunghezza media delle risposte, il tempo di risposta fratto lunghezza del messaggio, la quantità media di emoticon utilizzate per ogni testo inviato, il numero di selfi scattati sul totale dei messaggi, quanti di questi sono stati scattati con la fotocamera al momento e quanti sono stati presi da una libreria di immagini editate in precedenza. Il numero di ore al giorno in cui Wazzap è connesso, eventuali picchi di attività ricorrenti in specifici giorni della settimana (così da poter dividere le conversazioni in maniera più intensa tra weekend e giorni feriali e ottimizzando i picchi dei giorni feriali). È necessario che io sappia se il grado di confidence dei messaggi di un dato contatto tende ad aumentare nelle ore serali, cioè (de facto) se è una persona che si sbottona quando beve alcolici; mi serve sapere ovviamente il numero di conversazioni attive in un giorno fratto il numero di conversazioni totali in una settimana (sotto 0,05 è qualcuno che non mi si caga). Il numero di volte in cui ha iniziato a scrivere messaggi a persone che poi ha cancellato senza inviare (non posso stare sempre lì a guardare se sta scrivendo, ho una vita); una tabella di massima dei suoi orari e del suo ritmo circadiano, così da poterlo interpellare negli orari in cui ha meno scuse per non rispondermi. Voglio ovviamente avere a disposizione il contatto delle persone con le quali il mio contatto interagisce più spesso, avere una descrizione fisica di massima per vedere se ci sono pattern estetici (ad alcune ragazze piacciono uomini senza barba, per dire). Importantissimo: se il contatto ha mai screenshottato le conversazioni wazzap e le ha mandate a terzi, quante volte l’ha fatto, che tipo di conversazioni erano. Estremamente importante anche sapere quante conversazioni vengono avviate dal contatto in questione, se dopo un buco comunicativo di un giorno e mezzo potrebbe essere lui o lei a scrivermi di sua sponte. Voglio sapere se le persone che mi chiedono “come va?” chiedono abitualmente come va alla maggior parte dei loro contatti o se voglion effettivamente sapere come va la mia vita. Voglio che Whatsapp acceda al suo account Twitter/FB e con un algoritmo mi tiri fuori il numero di post in cui fa riferimento a conversazioni private che ha avuto su Wazzap, che tanto col compiuter si fa tutto oggigiorno ciou. Un’app in background collegata a microfono e videocamera potrebbe dirmi se nelle passate conversazioni il mio contatto stava sorridendo o sbuffando, misurare il suo battito cardiaco, l’afflusso di sangue alle parti basse del ventre. Potrebbe misurare le condizioni climatiche di base dell’ambiente e farmi capire se sta mentendo in certi contesti. Un overview complessivo dei comportamenti del mio contatto mi darebbe una reale conoscenza dello stesso e mi aiuterebbe a capire se posso intrattenere una relazione vera e aperta, o lo costringerebbe a falsare il proprio comportamento in modi molto più profondi e renderlo una persona molto migliore. Lo status quo delle possibilità di watzapp rende tutto questo assolutamente impossibile e lascia il resto alla mia abilità di inferire e al tempo che riesco a dedicare a queste cose, che è poco perché ho una vita io. Propongo quindi un ultimatum: Whatsapp introduca almeno dieci di queste modifiche entro fine anno o passiamo tutti a Telegram o ai piccioni.

SUONARE A GRATIS [gentilmente ospitato in LA PESANTATA DEL VENERDÌ]

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Se ancora non si è capito, quando un musicista si lamenta su fb di qualcosa che è andato storto in una qualche data UGUALE cagare il cazzo.
Già la parola musicista spesso fa rabbrividire, ma ne parliamo più sotto.
Per quanto uno abbia ragione, nel momento in cui si lamenta, anche coi toni più sublimi e sinceri, l’effetto che fa è quello.
Più in generale, devo ammettere che personalmente tutti quelli che si lamentano un po’ mi stanno qua. L’altra sera c’era questo programma con degli scrittori in tv, l’ho scoperto perché su Twitter tutti un po’ a sfavare, molto per il lol, ma anche per cagare il cazzo. Se una roba non puoi digerirla, non la mangi. Ma davvero non è obbligatorio che stai lì a menarla. Sarà per altri. Il target sono altre persone che non sei tu. Se anche le altre persone verranno a mancare, allora quella roba finirà.
Dall’altra parte, ci sta anche questa cosa che sfava parecchio, ovvero che se sei un musicista (sic) scatta subito l’obiezione: Vai, suona e taci.
Me lo dicevano a vendemmiare: “Vindemia e tes” (trad: Vendemmia e taci. Grazie boss)
Che ha anche una sua verità: piuttosto che, meglio tacere.

Ora però cago il cazzo per 3 righe.
Una delle ultime date con la mia banda è andata a finire che non ci volevano pagare. Tutti hanno i loro buoni motivi, sia per chiedere soldi che per non darli. Alla fine ci hanno pagato 1/3 del pattuito e pochi complimenti. La tentazione di mettersi lì la mattina dopo e fare il GRANDE SPUTTANAMENTO è forte, ma dopo un po’ te la tieni per te. Si scrive alle band che devono suonare là, ad amici del posto, glielo si dice, lo si dice alle agenzia di booking, fine. Quello che dovevamo dire a loro l’abbiamo fatto la sera stessa, tra l’1.00 e le 2.30. Alla loro domanda “ma io faccio il dog-sitter, dove li trovo i soldi?”, la nostra risposta è stata “e noi suoniamo, dove li troviamo i soldi?”. Ma i soldi, ahitutti, non c’erano. Fine.

Foto di Francesca Sara Cauli | utilizzata da R. P. Sheppard (cantante dei Sophia) per copertina cd e tshirt delle acoustic sessions, con la seguente proposta economica: “And how would about 25€? Is that symbolic enough for you? I can PayPal it to you once I transfer some money back into my account, Ok?”. Mai arrivati. Come non arrivò né il cd né la maglietta.

Quando non ti pagano per una roba che hai fatto è brutto.
Ma quando non ti pagano per una roba che hai fatto apostrofandoti che quello che hai fatto è: suvvia, cosa vuoi che sia stato chiuse virgolette, è frustrante. Quanta saggezza in un tweet, eh?
Ma saremo milioni quelli che negli ultimi anni non sono stati pagati per dei lavori che avevano fatto. Ergo puppare, si ama ripetere. Puoi fare la pletora di argomentazioni che vuoi, ma ad un certo punto, per motivi che spesso è meglio non sondare, chi ti doveva pagare non ha più un ghello, e di conseguenza neanche ciò che ti doveva. Quanta saggezza. Poca. E infatti non è di questo che voglio parlare.

OBIEZIONE:
Se parli contro i centri sociali non hai capito niente dei centri sociali.
A parte che non ho ancora detto nulla contro i centri sociali, anche quando lo dirò non parlerò contro i centri sociali. Ho insegnato italiano agli immigrati in un centro sociale, mia moglie non avrebbe un lavoro se non esistessero i centri sociali, ho suonato e continuerò a suonare nei centri sociali, il concerto più bello della mia via l’ho fatto in un centro sociale. Fine.
La coincidenza sfigata è stata che la data andata male è capitata in un centro sociale, dove però c’erano delle persone che non avevano nessuna idea di cosa significasse andare in giro a suonare. Forse è di questo che voglio parlare. Del fatto che stai provando a fare di quello che ti piace un mestiere, ed è difficile semplicemente farlo capire. Non intendo la zia di Agnese, che ancora mi chiede se sono senza lavoro. Intendo qualcuno che ti chiama a suonare. Che ti chiama LUI a suonare.

OBIEZIONE:
Se diventa un lavoro si perde tutta la poesia.
Questa è una cosa che avevo detto anche io. In realtà mi devo smentire.
Consideriamo anche che una bella fettona della musica che ci fa smaialare ogni giorno è fatta da gente che fa il musicista di professione. Che tremenda endiadi: Musicista + Professione. Farsene una ragione.

http://www.youtube.com/watch?v=sqv31emWxdI

L’avete visto questo documentario sui Fugazi? È una roba abbastanza totale. Andrebbe visto ogni 4 mesi. Le avete viste le parti in cui Ian McKeye se ne sta a contare i dollaroni dopo i concerti? Io sì. Perché senza quei dollaroni Ian McKeye e soci forse non avrebbero fatto nulla dopo Red Medicine. Buttali via.

Ma al di là dei Fugazi, a me sta benissimo che pure Al Bano, Appino e J-Ax facciano la loro musica e prendano i loro soldi. Semplicemente non mi interessa. Però sospetto sempre che quando ci sono più di 5 zeri, più ci sarà qualcuno che farà un lavoro sottopagato.

Foto di Gabriele Spadin |, sottratta senza consenso e utilizzata a scopo promozionale. Mai pagata. Vai GIANLUCA comunque.
Foto di Gabriele Spadin | Sottratta senza consenso e utilizzata a scopo promozionale. Mai pagata. Vai GIANLUCA comunque.

Sono tanti i mestieri che fanno fatica ad essere riconosciuti come tali. E la differenza che passa tra fare quello che ti piace per passione e fare quello che fai con passione per soldi è una cruna minuscola, ma che fa tanto parlare. Fai delle foto e vuoi dei soldi? Scrivi per un sito e vuoi dei soldi? Vai a suonare e vuoi dei soldi? Fai i soldi e vuoi dei soldi? Registri una band in uno studio e vuoi dei soldi? QUANDO MAI.
La zia di Agnese la pensa così, più o meno. Ma uno che ti chiama a suonare – presupponi –  dovrebbe pensarla altrimenti.
Capita che no. Amen.

Al momento quello che faccio nella vita che mi fa guadagnare dei soldi è andare in giro a fare concerti.  E devo dire la verità: la poesia non si è persa, ma è aumentata tantissimo. E le cose che mi faranno ricordare questi mesi come alcuni dei più belli della mia vita pure. Guadagno come se facessi un lavoro part-time. Ed è quello che voglio, mi va bene così, prima facevo un lavoro e andavo a suonare e la vita era molto più difficile. Mia moglie che vuole fare i conti fino in fondo, ha deciso di provare a capire quanto guadagna lei all’ora facendo quello che fa (la fornaia, in un laboratorio che abbiamo messo in piedi in quella che una volta era la stalla). A conti fatti prende circa 5.70 € all’ora. Io che non ho lo stesso zelo non farò i conti, ma so per certo che non supererei i 4€/h. Ma anche se li facessi, non ci sarebbe nulla che mi farebbe passare la voglia. Idem per mia moglie. E se tra un anno non potrò più camparci, lo farò uguale, senza camparci come ho sempre fatto finora.

Ma nel momento in cui ci campi è come se comparissero altre robe più sgodevoli, tipo il livello  del precariato in cui sei finito (non un novità), e poi il fatto che quello che fai non può fare a meno di mercificarsi un po’. Perché se chiedi tot soldi poi deve venire tot gente, o qualcuno ci rimetterà dei soldi. Se non viene tot gente poi fai la figura di quello che non vale tot soldi. E l’atmosfera di sembrare al palio del bestiame è a un attimo da lì. Fa parte del gioco, a me piace anche così. Più o meno va così per ogni questione che riguarda altra gente che ti deve venire a cercare. Ma non sto parlando di musica tout court, sto parlando di andare a suonare. E il gioco che ruota attorno a questi soldi è fatto di tre parti: 1) chi viene a vedere un concerto e paga un biglietto 2) chi organizza il concerto e paga la band 3) la band che prende dei soldi. Talvolta il concerto è a ingresso gratuito, e la gente entra a far parte del circuito monetario perché magari rifocilla le casse del bar.
Quando una data va male, quando capita il fatidico bagno di sangue, significa che con gli ingressi e/o il bar non ci sono i soldi per pagare la band, e qualcuno ci rimetterà dei soldi.
Con la mia banda è successo un paio di volte. Sono anche poche, e la cosa è splendida perché non torni a casa con la sensazione di aver rubato. Torni a casa con la sensazione che nessuno è scontento. Magari qualcuno poteva essere più contento, ma quello è sovrimpresso alla vita in genere, una serata non cambia la statistica.

Sono tutte variabili delicate. Ho organizzato tanti concerti, so cosa significa essere dall’altra parte del bancone. Trovo pure delle date ad alcune band di amici. E noleggio un furgone. Ho fatto esperienza di tutti gli ingranaggi ergo non cagare il cazzo. Tuttavia, nel gran traffico delle trattative e dei conti finali, se viene a mancare una componente, sono cazzi per tutti, e quella componente è l’onestà.
Ci sono tanti modi per andare a suonare e contrattare il tuo cachet.
Nel piccolo mondo che frequento io le modalità potrebbero essere queste:
1. Vieni gratis (variabile: vieni gratis + il bere e/o il dormire)
2. Vieni a rimborso spese
3. Vieni e vediamo come va (difficilmente andrà da re)
4. Vieni per una cifra
5. Vieni per una cifra e se con gli ingressi copriamo le spese ci dividiamo il resto
6. Vieni a produzione: ti tieni gli ingressi.

Se vengo a suonare perché mi prometti 50€, e alla fine la serata non è andata come speravi, e non hai i 50€ dagli ingressi, e decidi di non darmi 50€, allora la catena si spezza. Va a finire che tu, quella sera, non perdi soldi, io sì. Ma come dicevo all’inizio, siamo in tantissimi ad aver fatto un lavoro senza venire pagato, ergo stammi bene.
Di contro, quando però il locale era imballato, e a fine serata coi conti alla mano era evidente che gli ingressi superavano anche del doppio il cachet, è CHIARO che non ci si mette a trattare per avere più soldi. Perché c’era un patto, e il patto si mantiene. La volta dopo magari cambierai i patti. Senza contare che io non posso sapere quanto tempo hanno speso per promuovere la serata e quante persone c’erano in busta paga per far funzionare tutto al meglio. E nemmeno mi frega. Chi organizza le robe si prende sempre dei rischi. Nessuno lo obbliga, ma immagino sia quello che vuole fare. Conosco tanti promoter (gente che organizza robe, soprattutto concerti) che fanno quel lavoro lì perché amano la musica dal vivo.
Ehi, ehi: il discorso non andrà molto lontano da qui.
Davide, Giacomo, Nico, Gianluca, Iacopo, Marco, Francesco, Fabio, Alessio, Andrea, e via, organizzano robe perché amano quello che fanno, che sia o meno il loro mestiere; ognuno di loro lo fa in maniera diversa e con musica diversa, ma comunque trattano le persone con la stessa stima e passione con cui fanno il loro lavoro.
Sono oramai più di 10 anni che suono, ed è sempre stata una scelta in perdita economica, anche perché in 10 anni abbiamo sempre scelto di suonare con la nostra roba (ergo noleggiare un furgone) e con il nostro fonico (ergo una persona da pagare), e se tu non mi paghi noi ugualmente pagheremo fonico e furgone perché 1) siamo delle persone oneste, e 2) se amiamo quello che facciamo lo vogliamo fare BENE; e ora che il suonare non è più una faccenda in perdita non ce ne vergogniamo, ma quello che ci mettiamo non è calato di una virgola.
Alla fine il discorso non si allontana da una parola curiosa che non usiamo mai, e che probabilmente nemmeno io userò per altri 10 anni, due punti l’amore per la musica.
Se non c’entri niente con questa roba qua, io non mi aspetterò nulla da te.
Si verrà a suonare per espletare una sorta di contratto in nero tra due parti, ci saranno le persone presenti che daranno un senso alla storia, ma tra di noi non succederà nulla di quello che capita altrove, quando nasce una cosa che si chiama stima, e che è riservata a quelli che se lo meritano. E per fortuna non sono pochi.

La mia banda si chiama gazebo penguins. Tutta la musica che facciamo è gratis.
I concerti, in linea di massima, ancora no.

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in foto R. Amal Serena, che Bastonate non ha mai pagato né pagherà mai nonostante abusi pesantemente della sua immagine.

La pesantata del venerdì: HO CAPITO CHE C’È CRISI MA TE VUOI PAGARE CINQUE EURO UN CD NUOVO.

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GENESI

Questa forse ve la devo spiegare, anche se non è la prima volta che si parla di ‘sta cosa qua dentro. Che qua dentro si sia fan dei negozi di dischi (1, 2, 3, 4) è un concetto che è passato, giusto? OK.

Sul forum del Mucchio, l’unico forum che ancora frequento, c’è un thread che si chiama LA MORTE DEI NEGOZI DI DISCHI. È partito qualche nell’aprile del 2009 da un pezzo bellissimo scritto sul Mucchio dall’amico Aurelio Pasini (ciao Aury) sulla chiusura di Nannucci e va avanti per qualcosa come millecinquecento interventi. Ogni tanto chiude un negozio nuovo e la discussione torna ad aggiornarsi. (questo pezzo contiene brandelli di cose che ho già scritto lì).

ESODO

Recentemente, il più grande problema dei negozi di dischi (tutti e sei i negozi rimasti) sembra essere che i dischi SI PAGANO TROPPO, rispetto ai soldi che si spendono a comprarli non-nei-negozi. Esempio: il disco di questo che trovo nel negozio a venti euro, alla Fnac lo pago (pagavo) dieci e su Amazon cinque euro. Il problema, dice un tizio, è la percezione di quale debba essere il costo di un CD. Una domanda interessante. Quanto?

Qualcuno dice “5 euro”. Qualcuno risponde “massimo 10”.

Inorridisco, insulto qualcuno, si sviluppa una discussione. Nei forum succede così. Decido, questa mattina, di fare la stessa domanda su twitter.

La domanda è volutamente generica. “Quanto sei disposto a pagare per un CD?”. Sottende l’idea che i CD comprati nei negozi siano uguali a quelli comprati su internet, che a livello di prodotto in sé è verissimo. La risposta, considerando più o meno una settantina di risposte è 10 euro a dir tanto. Sei o sette persone dicono più di 10, due persone “massimo 15”, una sola 18/20 euro. Molti fissano effettivamente il tetto a 5 euro per il catalogo, qualcuno anche per i nuovi. Il mio twitter si lega a gente che cazzeggia con la musica. La risposta è una risposta da consumatori: posso scaricarlo e comprarlo su itunes, pago due lire in più per avere il supporto fisico, ciao.

Specifica aggiuntiva: un CD con un booklet di due pagine non vale 10 euro. I CD, per venire comprati a qualsiasi cifra, devono essere oggetti da collezione.

LEVITICO

Il CD a 5 euro è un’anomalia statistica diventata istituzione, comparsa nel banchetto dell’usato da qualche parte negli anni novanta e da lì in poi eretta a sistema economico per motivi che non comprendo a fondo. Tu vai a vendere dei CD usati al negoziante, lui ti dà due euro e mezzo e li vende a sei/sette euro. Per te è un affare? insomma -è tipo il 10% di quanto l’hai pagato nuovo. Per il negoziante è un affare? Mica tanto. Si sobbarca il costo di un probabile stock, ci paga le tasse e le spese fisse e tutto il resto, alla fine ti rimangono in tasca i soldi che rimangono al barista per un caffè (ma credo si vendano più caffè che CD usati). In prospettiva non è un mercato che ti rende ricco ma diciamo che –almeno- non è in perdita. Pausa caffè/CD usato.

NUMERI

quest’anno mi è capitato di fare i disegni per la copertina di un disco, che è questo (lo metto per tirarmela e spammare un po’, comprate questo disco CAZZO è bellissimo l’ho disegnato io):

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Ogni Giorno – Il fine settimana, due anni dopo

Questo disco è stato registrato dentro uno studio che costa soldi. Poi il disco deve venire stampato -AKA serve un master- e viene messa insieme una copertina, da stampare anche quella.

Questo disco, in particolare, costa alla stampa 4,5 euro. È vero che è una confezione lussuosa (grazie regaz), e in questo risponde ad un’esigenza manifestatami da qualcuno che mi ha risposto su twitter: il CD oggi deve essere un oggetto carino di per sé, o mi prendo su i file e vaffanculo. Il CD degli Ogni Giorno, stampato e finito, costa 4,5 euro. In questi 4,5 euro di costo non sono comprese:

1) le ore di studio
2) il master
3) l’illustratore/il grafico

4) andare a prendere i dischi in un posto e portarli a casa propria.

Conto della serva: il costo di questo disco, dentro uno scatolone a casa dell’etichetta, si aggira tra i cinque e i sei euro. Ora il disco va venduto a qualcuno. Vai nei negozi o in GD? Vendi il disco a un distributore. Il quale (la sparo) compra i dischi a sette euro (più IVA), cioè un euro a copia per l’etichetta. I distributori hanno due modi di comprare: il primo è comprare, il secondo è comprare in contovendita. Se compri in contovendita ha probabilmente senso che tu venda il tuo CD al negoziante intorno ai 10 euro (più IVA). è un prezzo bassino: stiamo parlando di un primo margine del 37%, a cui vanno tolte tutte le spese e le tasse etc (se pensate che sia tanto ipotizzo che non lavoriate nel commercio). Questa gente NON sta concludendo l’acquisto al tavolo di un’osteria: ci sono telefonate, mail, corrieri (provate a lavorare due mesi servendovi di un qualsiasi corriere espresso e poi venite qui a dirmi che parlo a vanvera) e tutto quanto. Diciamo che dei tre euro che vanno a comporre il primo margine, un euro se ne va via in spese -o le spese vanno girate al negoziante.

Il negoziante a questo punto si trova il disco nel negozio, deve buttar su il 22% di IVA e decidere quanto guadagnarci sopra. Ponendo che tutto sia andato BENISSIMO (il trasporto è andato ok, niente rotture, non ti cade la scatola mentre la metti sul banco), il disco viene messo sullo scaffale a 17,5 euro e frutta circa 5 euro al negoziante. Questi merdosissimi 5 euro, secondo la percezione popolare RAPINATI al mercato musicale dal negoziante sono soldi su cui il negoziante paga le tasse, l’affitto del negozio, luce gas e tutto il resto. Poniamo che di questi cinque euro alla fine dell’anno gliene rimangano in mano due (e non sono due): un venditore di dischi dovrebbe vendere circa 500 pezzi al mese per tirar fuori uno stipendio da operaio. 500 pezzi al mese vuol dire 20 dischi al giorno, compreso il martedì, noto giorno della settimana in cui la gente esce di casa e si accalca per comprare dischi al negozio.

In sostanza, su un disco indipendente a 17,50 euro (qualora il disco sia venduto in centinaia di copie, e in questo caso nemmeno) non ci lucra nessuno di quelli a cui è passato di mano. Il disco che ho preso in oggetto, come ho detto, è particolarmente lussuoso e se fosse su un jewel case costerebbe molto meno. Ma ci sono costi aggiuntivi su questo conto, per esempio:

1 vengono mandate in giro copie promozionali. Ok, magari no.
2 il disegnatore viene pagato con copie del disco da regalare a sua madre.
3 il gruppo viene pagato in copie del disco da smerciare per suo conto ai concerti
4 il disco, nell’esempio, è venduto in contovendita, va incontro a costi di ritiro che non so quantificare
5 i dischi non vanno spessissimo sold-out.

Un’altra cosa da considerare è che 17,50 euro sono esattamente GLI STESSI SOLDI che si pagavano per un disco quindici anni fa, ad un cambio lira/euro che è stato fissato anche questo una quindicina d’anni fa (nel frattempo la benzina è raddoppiata, per capirci). Qualcuno può giustamente sostenere che la catena produttiva è troppo lunga e che il negozio di dischi non è più il posto dove si comprano i CD. Non sono d’accordo ma è verissimo. Il problema è: esistono alternative? Un’etichetta deve produrre il disco e poi contattare direttamente tutti i negozi del mondo? Prendersi un agente che venda la sua roba a provvigioni? Si può davvero pensare che una catena di grandi magazzini/elettrodomestici/autogrill/supermercati possa inserire come fornitore una singola etichetta o gruppo? Ne dubito. E le major? Non so davvero quantificare. I costi di produzione del CD di Kylie Minogue sono senz’altro più bassi dei 4,5 euro a copia degli Ogni Giorno, ma vanno considerati i costi di registrazione (che non sono i qualche-mila euro che ti costa registrare un disco buona la prima) e le campagne promozionali, il cachet di Michel Gondry e l’assicurazione sul culo di Kylie, il tutto per titoli che mediamente non vendono più i milioni di pezzi ciascuno degli anni novanta. Posso comprare CD ai banchetti dei gruppi e delle etichette, lo faccio anzi ed è il modo in cui ancora preferisco spenderli ma sai com’è. Vai Kylie:

DEUTERONOMIO

Ci sono, ovviamente, i modi di vendere inventati da internet. Il primo modo di vendere inventato da internet è il download gratuito, poi c’è il download a pagamento, streaming legali, poi i dischi fisici comprati sugli Amazon del caso. Come sa chi mi conosce, odio Amazon. Ho fatto acquisti, sia chiaro, e sono andati tutti e due a buon fine; niente ritardi, niente rotture di coglioni, niente inversioni di titoli: ho smesso perché a comprare su Amazon non provo nessuna emozione (e allora tanto vale che me li scarichi) e per le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i dipendenti. Forse il boicottaggio è un concetto stupido e fuori moda, certo, ma l’alternativa è l’idea che un prezzo sufficientemente basso non ha alcun limite morale a cui appigliarsi, e mi sembra molto più agghiacciante. Ok, sono io, ma a leggere questo pezzo il mio banalissimo desiderio è che questa gente chiuda bottega.

Nella discussione sul forum fa abbastanza presto a saltar fuori l’idea che il consumatore sia, come dire, un attore partigiano che deve pensare alla bottega. E che tra un disco a cinque euro e lo stesso disco a quindici sia tenuto a scegliere i cinque euro. Questo ragionamento ne nasconde implicitamente un altro, e cioè che di base non è colpa nostra se qualcuno ci tenta con offerte irrifiutabili (che comunque rifiutiamo), cioè che di base il mercato è quello e noi non siamo responsabili.

Ecco, io non sono d’accordissimo con questa cosa. Credo che sia dovere di chi compra dischi (ma anche, boh, prosciutti) assicurarsi che qualcuno non stia perdendo soldi per coprire un bisogno del consumatore. Ci sono modi per comprare dischi a meno soldi: banchetti, acquisti dal sito dell’etichetta e tutto il resto. Condividere la musica aiuta la diffusione, pagare la musica aiuta il proseguimento della razza, e tutto il resto. Pretendere di pagare massimo dieci euro per un disco nuovo, insomma, mica tanto.

Salterei alle conclusioni ma già così sono quasi diecimila battute.