FALCO IN METASTASI – La rubrica pop di bastonate spinge Gianluca Luther Grignani come unica rockstar italiana con un senso since ’94

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FF Siamo onesti, Accento. è abbastanza evidente dal nuovo singolo di Gianluca Grignani e dalle ultime prove riccionesi dell’Uomo che la musica rock sta ritornando una cosa eccitante, che il rap neomelodico di merda ha i giorni contati, che qualcuno ha ancora il coraggio di reclamare il suo trono e che questa cosa, prima o poi, ci coinvolgerà tutti. Non ti pare? L’hai sentito il singolo?

 

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AS Rispondo alla domanda con settimane di ritardo perché, si sa, la vita reale incombe, ho tanti impegni, il lavoro ecc… e non ho tempo – in realtà sono in comunità a curarmi da diverse dipendenze da farmaci, tanto per restare in tema-Grignani. Comunque il singolo non l’ho ancora sentito perchè ultimamente esce troppa musica e non riesco più a stare al passo con i tempi, ma sono assolutamente convinto che il disco intero ed il singolo di Grignani siano la cosa più rock ed eccitante mai uscita in Italia da parecchi anni a questa parte perché – copiaincollo a caso dall’articolo pubblicato da Repubblica – avevo finito lo Xanax, e per lo stress ho avuto un calo della vista, ma quando i carabinieri hanno cercato di portarmi con sé mi sono dimenato e uno di loro è caduto. Se non fossi famoso non se ne sarebbe neppure parlato. Ci si accanisce su di me perché sono divertente da gossipare e magari è più facile ritirare la patente a me che sono celebre. Ma va bene così, sono una persona vera. Ecco, Grignani è una persona vera – musicalmente parlando ha finito la benza dal 1998 ma va avanti perché c’ha il mutuo da pagare. D’altronde – copiaincollo sempre a caso dall’articolo di Repubblica, aggiungendo anche parti a caso da un articolo uscito sulla Gazzetta (grande promozione per il disco nuovo di Grignani) (ormai ne parlano ovunque, anche su Cronaca Vera, Vice ed il sacro blog di Beppe Grillo) -per strada si possono incontrare anche cattive persone, e a volte ne sono vittima, ma lo accetto perché mi permette di scrivere di cose vere e serie. Io mordo la vita, e la vita a volte ha un sapore amarissimo. Del resto io preferisco stare al bar davanti a una birra piuttosto che in un’elegante hall di un albergo. Io parlo chiaro, dico anche cose scomode, cose che chi è davanti ai riflettori preferisce nascondere. Voglio vivere tra la gente perché è il posto in cui sto meglio, abbiamo in comune l’approccio alla vita, il modo di pensare. Big respect per Grignani.

 

FF Avrai almeno ascoltato la versione di ROTTA X CASA DI DIO che sta su Max 20, il disco più venduto in Italia del decennio in corso (tipo 3500 copie, è in hit parade da due anni), in cui Grignani cambia impercettibilmente il testo dicendo le faremo sballare per tutta la notte invece che le faremo ballare per tutta la notte e sbroccando sul finale invocando il fantasma perduto di CISCO, il personaggio cardine della storia contemporanea del pop, la monade, il moloch, quelle robe lì. CISCO che è sia il nome del definitivo cinghione pavese di fine anni ottanta sia del grande CISCO dei grandi Modena, intendo i Modena City Ramblers ma riferendomi a coloro che proprio squisitamente li chiamano I MODENA, il pubblico che fa i numeri ai concerti e che sancisce fondamentalmente la differenza tra artisti di successo e falliti. Tipo i TRE ALLEGRI o anche GLI ZEN o IL TEATRO, tutti e tre non a caso sulla stessa etichetta, che per puro caso non è la stessa etichetta dei MODENA e degli 883, che è il nomignolo di un gruppo che si chiama in realtà 8834452321 come il numero sulla targa nel mugshot di Grignani pestato dalla polizia a South Central nel ’95 epoca Falco a Metadone. Non ci trovi dei nessi?

AS Ci trovo dei nessi, eccome se ce li trovo – io trovo dei nessi dappertutto, sono un inguaribile complottista. Il nesso principale comunque lo trovo con il fatto che sono anni che il video di Falco a metà ad Ascoli Festivalbar 1995 è stato rimosso da YouTube su istanza di Mediaset per problemi di copyright. Un video che era favoloso, del tipo videocamera piazzata davanti alla tv che riprende ciò che in quel momento andava in diretta e rippato anni dopo e caricato su YouTube a qualità minimo sindacale, con Grignani in evidente stato di alterazione che non vuole cantare il playback, ha le palle girate, gigioneggia, si infila il microfono in tasca, fa stage diving, rischia di prendere botte dai padri delle sue fans, gli lanciano dell’acqua ed altre cose, forse lo colpiscono, si incazza e se ne va, parte il coro “Scemo, scemo!” e la musica continua ad andare, imperterrita, in playback senza il cantante, fuori sincrono che manco Enrico Ghezzi avvistato ad un concerto dei Wolf Eyes a Bologna accompagnato da Pecorari, Ghezzi accompagna Pecorari o forse il contrario o più probabilmente ho perso il filo del discorso – nessuno la ferma, nessuno ci vuol provare. Un video Patrimonio Unesco che era la cosa più bella di sempre presente su YouTube ed ora che non c’è più mi sento vuoto dentro. Dovrebbero averlo visto tutti almeno una volta nella vita.

FF C’è anche questa dimensione molto umana, di errore, che secondo me richiama all’altro grande standard del rock italiano di oggi, Giuseppe Povia. Tra i pochi ad aver fatto la gavetta vera e a porsi ancora in modo DIY, permettendosi di sbagliare clamorosamente le PR, rischiando il culo ad ogni pezzo in nome della sua visione politica -peraltro non ancora rivelata al mondo, ma comunque veicolata in una serie di sbrocchi di ispirazione saratommasiana, sempre più frequenti e meno efficaci. mettiamo Grignani asso di briscola del nuovo rock italiano, Povia come vicerè, subito dietro direi Tiromancino che accusa il mondo intero di avere copiato la sua musica, Giuliano Sangiorgi che denuncia un cartello delle radio italiane contro i Negramaro e direi almeno Dolcenera che saluta il pubblico (si dice sia un fake, vabbè) e Pau dei Negrita che pesta Andrea Scanzi. Chi altri?

AS Beh, io aggiungerei sicuramente Giovanni Lindo Ferretti che è passato da Lotta Continua a Ratzinger rimanendo sempre stalinista dentro ma soprattutto continuando sempre a riscuotere grande credito presso un certo pubblico di quella sinistra dei professionisti delle tartine, degli aperitivi equosolidali, della Pizzica & Taranta, dei film di Sabina Guzzanti e dei libri di Saviano. Poi magari direi pure Piero Pelù, che musicalmente parlando non fa nulla di decente da almeno 14 anni (il suo esordio solista, per intenderci)(quindici anni volendo essere buoni, altrimenti potremmo andare direttamente a Il mio nome è mai più con Jovanotti e Ligabue) e per far parlare di sè deve sbroccare contro Renzi al Concertone del Primo Maggio, divenendo istantaneamente l’intellettuale di riferimento del Fatto Quotidiano (e qui si torna a Scanzi menato da Pau dei Negrita) e di un certo pubblico di quella sinistra dei professionisti delle tartine, degli aperitivi equosolidali, della Pizzica & Taranta, dei film di Sabina Guzzanti e dei libri di Saviano (ometto di citare Beppe Grillo perché non voglio veicolare accessi al suo blog). Vogliamo esagerare? Diciamo Adriano Celentano che nel 2001 endorsa Berlusconi, un anno fa endorsa Grillo, poi Renzi, poi parla di Renzi come pericolo per la democrazia e resta comunque l’intellettuale di riferimento del Fatto Quotidiano (manco Giovanni Lindo Ferretti ha cambiato pelle così tante volte)(bisognerà scrivere un pezzo in cui elenchiamo analogie e differenze tra il compagno Ferretti e il compagno Celentano, prima o poi). Manu Chao che è fermo al 2001 come il suo pubblico. La salma di Vasco Rossi. Io che in vacanza in Istria alzo una pinta di Favorit al cielo in onore di Little Tony dopo che ad una festa di paese è partita una sua canzone. Red Ronnie che sta invecchiando malissimo e pubblica i link sulle scie chimiche – nuova religione in grado di spiegare ogni fenomeno che la scienza non è in grado di spiegare. Mi gira la testa, meglio tornare a Grignani – anzi no: citiamo quella puntata del Roxy Bar del 1996 con ospiti i Supergrass, Pippo Inzaghi e gli Eels, citiamo quella puntata di Help del 1995 in cui Grignani ha regalato il Telegatto appena vinto ad una fan, citiamo Grignani al Festivalbar 1996 che canta L’Allucinazione in evidente stato confusionale (filmato anche questo rimosso da Mediaset per ragioni di copyright, era pazzesco).

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FF Ma anche e soprattutto La Fabbrica di Plastica incensato come massimo esempio di rock italiano anni novanta da riviste come Il Mucchio, assieme ad altri clamorosi esempi di non-allineamento tipo Il Dado di Daniele Silvestri disco del mese non so per chi, tra l’altro Daniele Silvestri con la bocca rifatta punta di diamante del trio Fabi Silvestri Gazzè, personaggi scritti da John Milius, con un singolo fuori che ho sentito sull’autoradio e volevo lanciarmi con l’auto dentro le Valli di Comacchio, L’AMORE NON ESISTE e poi dentro al testo dicono il contrario, poi nei dialoghi sull’esistenza attaccano sempre concetti tipo l’amore e la Basilicata evitando di chiedersi se esistono Dio o se la P2 è stata davvero sgominata, e dobbiamo aggiungere Cristicchi disco del mese su Stylus Magazine nel 2005, quello con la canzone in cui sognava di essere Biagio Antonacci e il salame in copertina, poi aggiungiamo Biagio Antonacci con la canzone in cui racconta di quella volta che soffre per una tipa poi va a farsi le ferie verso Grottaglie e una probabile granny glielo prende in bocca da ubriaco. E poi c’è Paolo Meneguzzi che apre un bar a San Giovanni Rotondo e blasta i giornalisti colpevoli di trollarlo, di essere dei cazzari generici (lo davano come barista ad Ibiza) e di auspicare un suo in realtà lontanissimo abbandono delle scene, poi c’è il vero abbandono delle scene di Umberto Palazzo e anche il ritiro dalle scene di Moltheni che si riunisce il giorno successivo iniziando a suonare con il suo nome di battesimo e avviando un progetto di crowdfunding per girare un video promozionale. A me sembra che abbiamo un bel parco nutrito di cocker agguerriti, giusto? Avevo scritto rocker ma l’autocorrettore me l’ha cambiato, ci sto dentro, è figo.

AS L’autocorrettore invece ha detto giusto: cocker come Joe Cocker, ossia Zucchero che è partito come clone di Joe Cocker ed è arrivato a copiare qualsiasi cosa, probabilmente non ha mai scritto un pezzo di proprio pugno in vita propria e se tanto mi dà tanto ne è pure fiero. Addirittura ultimamente ha svoltato con la musica cubana (per tornare al discorso di certa sinistra ecc… – non voglio ripetermi, ed allora dico solo “Chico Forti Libero” come vuole Red Ronnie anche se non c’entra nulla), ma anche qui ha fatto una cover drogatissima di Guantanamera con un testo cambiato e stop. L’unico momento in cui Zucchero è riuscito ad essere davvero originale è stato nel 2007 quando in un concerto esclusivo in una discoteca di Porto Cervo ha iniziato ad insultare il pubblico e qualche genio ha risposto lanciandogli addosso un limone, ma questo è un altro discorso che non sto ad approfondire in questa sede perché non mi pare il caso. A proposito di insulti al pubblico: Grignani che rovina un concerto ad Omar Pedrini dove lo mettiamo? Omar Pedrini che si presenta fradicio ad un programma di Mtv – fradicio del tipo occhio sbarrato, lingua grossa, figure di merda a raffica – e si giustifica dicendo di aver esagerato con gli aperitivi (non trovo il filmato, ma giuro che l’ho visto sul serio e dunque è vero)? I Timoria in generale, che quando facevo le medie mi piacevano un sacco? Francesco Renga, che ha svoltato facendo roba stracciamutande ed ha fatto bene perché è diventato ricco e famoso? Te lo ricordi Renga nei Timoria, coi capelli lunghi e la camicia di flanella a scacchi? Sto scoperchiando qualcosa di pericoloso – potremmo citare addirittura gli Interno17 che ad inizio 1996 mi sono piaciuti per un attimo con il singolo Hello in heavy rotation su Videomusic.

 

FF Però in quel periodo erano tutti spettinati e tristi, alla fine non se ne salvava uno, Renga ha molto più senso come toyboy di Nina Zilli o al limite come marito e cantante ufficiale di una certa destra che strizza l’occhio a una certa sinistra, più che come eroe maledetto che redime Ambra da anni di boncompagnismo. Omar Pedrini invece è un fiacco, non a caso Grignani lo accusò poi di non fare rock, di base non è mai uscito dagli anni ottanta come del resto Agnelli e quei cioccolatai dei Marlene Kuntz che ci rivendono le outtake di Catartica dopo averle tenute nel cassetto (immagino giustamente) per vent’anni, mettici Giovanni Lindo e ti rendi conto che alla fine anche a quell’epoca a fare il rock diverso erano questi personaggi misti qui, quelli con la botta mai allineati, gli altri erano tutte facce della stessa medaglia ed erano facce tristi con l’occhio vitreo di merda. Che alla fine il rock diverso era il Rock Normale di Nikki e l’indecisione se essere Joe Cocker o Jarvis Cocker ci ha impantanati. Lo stesso Grigno che negli ultimi cinque o sei anni faceva salire sul palco le ex-venticinquenni dedicando loro i classiconi suona come una figura molto più orsonwellesiana di un Godano che ci prova finto-svogliatamente a Sanremo facendo salire sul palco una Patti Smith quantomai inutile, dai.

AS Che poi lo sto ascoltando ora, il nuovo singolo di Grignani – mentre scarico il leak del nuovo Shellac e su Mtv Classic stanno passando il video di One More Time dei Daft Punk ed io mi sono già distratto, tanto il nuovo singolo di Grignani è roba che era già vecchia a fine anni novanta, con la sua rima sacrificio/dentifricio, i chitarroni pesanti all’ammorbidente ed all’inizio certi beats che manco gli Apollo 440 o gli Asian Dub Foundation. Ho già skippato il singolo, è praticamente inascoltabile e non essendomi fatto una vera opinione in materia dopo un solo ascolto (in rete, si sa, bisogna essere in grado di farsi un’opinione riguardo a qualsiasi cosa in due minuti netti e bisogna esprimerla su un social network difendendola con le unghie e con i denti anche se subito dopo ci si rende conto che l’opinione è sbagliata, altrimenti si viene tagliati fuori dai giri che contano) copiaincollo a caso commenti di utenti YouTube, tanto non se ne rende conto nessuno perché la frase sto attualmente scrivendo è davvero troppo lunga e l’eventuale lettore avrà già skippato come ho fatto io con il singolo nuovo di Grignani.

Bel pezzo, ma essendo un amante di quel gioiello che fu “la fabbrica di plastica” nn vi trovo affinità. Grande Grigna!

che brutta fine grignani.

e perché mai?ma sei sordo?questo pezzo è una bomba!!!oltre alla sacrosanta verità!!!

infatti musicalmente non si discute,anche il solo molto battistiano.
è che ha finito gli argomenti da un bel pezzo e questo pezzo ne è la conferma.
la fabbrica non tornerà più.
e te lo dice uno che adora quel disco.

Pastone per me ti sbagli, questa canzone è voluta così, è una rivendicazione nei confronti ai detrattori, di tutti quelli che gli stanno addosso, aspettando sempre la prossima sciagura del Grigna… Il resto del disco vedrai che ti stupirà, io mi fido di Gianluca, non ci delude mai! E poi sto pezzo ha qualcosa di fabbrica di plastica!

Come si dice: “Una perla ai porci”!!!! ultimamente il grigna era troppo romantico, ora è tornato quello “cattivo” come ai tempi della fabbrica di plastica! Grande Grignani!

è propio un bell pezzo e musicalmente è divino cosa che in italia non cè più nessuno che fa questo sound grande gian sei il n 1

Commento di un mio amico speaker…. Doc:
“Bellissima e vera. All’ inizio mi ricorda una canzone dell’ album” La fabbrica di plastica”,” Il mio peggior nemico”, il sound è di quel disco, il testo un pò del” Il re del niente.”Si può dire il ritorno del Grigna vecchio stile, Almeno per questa canzone…
Grazie speaker,….non ho dubbi sul tuo pensiero ;)….Immenso il nostro Grigna.

L’unica cosa che posso dire è che la gente in rete ha dei grossi problemi con la punteggiatura e con l’italiano. Ci vorrebbe una sorta di test d’ingresso prima di accedere ad Internet per la prima volta, ma probabilmente è troppo tardi – e comunque in questo singolo ci sento tutto fuorché La Fabbrica di Plastica. Mancano quella sofferenza, quel disagio, quello scimmiottamento consapevole di The Bends dei Radiohead. Manca il fatto che appena uscito lo comprai alla Coop e lo ascoltai per un’estate intera, manca il fatto che all’epoca leggevo anche Tutto Musica & Spettacolo e nello stesso numero in cui parlavano del disagio di Grignani che era appena stato in Giamaica ed aveva tagliato i capelli dopo aver tentato di fare i dread parlavano pure dell’overdose di Phil Anselmo, delle Spice Girls e per giunta cercavano di montare una rivalità tra Soon e Prozac + sulla falsariga di quella Blur-Oasis, i furbacchioni.

A proposito di Prozac +, notevole il chitarrista Gianmaria Accusani che, all’apice della loro carriera, bestemmia in diretta tv durante la loro esibizione all’Mtv Day 1998. “Vorei salutare quello della security che ha scambiato il palco per un ring, diocà” – detto con pesante accento veneto/giuliano, tra l’altro. La bestemmia è stata rimossa dal filmato presente su YouTube ma io la ricordo con grande affetto.

 

DE.A. aka la FRABER aka Francesca de Andrè – la rubrica pop di Bastonate switcha nome e diventa GENERAZIONI (una tantum)

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Dobbiamo accettare che anche nello svacco estivo italo-dance di merda la nostra generazione ha avuto di meglio che quelle attuali. Per prima cosa il discorso della massa critica: una volta c’era il Festivalbar e quelle canzoni ci arrivavano addosso tutte insieme, davanti agli occhi e dentro il culo, una volta a settimana. Si sfidavano in informale duello e alla fine dell’estate venivano premiate; oggi abbiamo rivalutato quasi tutto, allora le odiavamo in blocco e le subivamo come punizione divina da strani personaggi con cui passavamo il tempo che costruivano impianti hi-fi casarecci dentro la Fiat Tipo montando dei subwoofer sul pianale del bagagliaio e usandoli per stordirti senza il bisogno di droga. Era una strana connessione mentale. Arrivavano immagini di ragazze svestite sul palco di posti tipo Lignano Sabbiadoro, con un pubblico sotto di ragazze meno tirate ma ugualmente svestite che urlavano OOO a comando –e forse era quello il robot rock dei Daft Punk, più che l’omonima botta citazionista dei tempi di Human After All (forse il vero capolavoro della formazione, un grandissimo momento di rimozione collettiva non si sa bene iniziata quando)- e in qualche modo questa cosa si specchiava sia nel beat sloganistico a quattro quarti della italo-dance sia in qualche modo nel suo speculare rigurgito cantautorale (roba tipo Chicco e Spillo). C’è stato un momento preciso in cui la prassi legata al decision-making e all’implementazione è passata da una logica che era burocratica o di mercato (negli anni sessanta o settanta potevi anche scegliere come fare le cose, oltre alle cose da fare) al network. Il network è la prima struttura partecipativa autosostenibile a qualsiasi dimensione, uno dei principali motivi per cui non ce lo siamo ancora tolto dalle palle: era relativamente facile capire chi fosse cosa, bastava che passasse o non passasse dal Festivalbar. O che potesse farlo in via ipotetica. Che so, i New Order sono meno distanti da Ice MC che dai Joy Division, per via dell’inclusione della straordinaria Regret nella compila del Festivalbar forse 1993. Per dire. E in questo Joy Division e Napalm Death sono sostanzialmente lo stesso gruppo, cosa peraltro verissima (triste a dirsi, hanno fatto pure la stessa fine: il nuovo primo ministro indonesiano se ne va in giro con maglietta Napalm Death, il che li farà finire nei cestoni di H&M entro breve, ammesso e non concesso che non ci siano già. È un pezzo che non mi faccio un giro da H&M o Zara e questo basta di per sé a squalificare qualsiasi mia idea sul pop agli occhi di molte persone intelligenti).

(sempre dentro la parentesi che ho chiuso prima, va detto anche che ieri ero in autogrill e il mio compagno di viaggio ha commentato la maglia Guns’n’roses di un giovane dicendo “guarda, una maglia vecchia di vent’anni” e io ho saputo dirgli che certe catene di abbigliamento vendono le maglie dei Guns’n’Roses col logo sdrucito apposta per stare bene. Quello che vedi all’autogrill fa sempre e solo parte di un unico grande film-cervello che documenta i nostri tempi meglio di qualunque altra cosa.)

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Dicevo, prima di andare a capo e perdere il filo, che una volta esisteva la possibilità di tracciare la musica importante della nostra epoca e di classificarla secondo criteri di appartenenza. Oggi purtroppo non è più possibile: ogni tendenza catalogatrice dell’epoca in cui stiamo vivendo è brutalmente imprecisa e volta ad includere/escludere a caso all’interno di certi canali, una cosa che nel pop italiano ha avuto un suo apice nel momento in cui una rivista online di musica seria, tipo Dusted ma forse non Dusted, diede un voto altissimo a un disco di Simone Cristicchi e ne parlò come di un caposaldo della musica popolare. Da allora abbiamo perso tutti la brocca e ci siamo messi a ragionare su cos’altro fosse possibile salvare a quale livello, alcuni hanno preso un fucile e fatto fuoco, altri hanno passato il decennio successivo a rispondere sempre “sì”, con risultati che spesso travalicano l’umano senso. Un paio di giorni fa ho scritto un pezzo su Noisey che parla di una corrente ideologica tesa a rivalutare Cristina d’Avena, per dire. Non che io non ci sia andato giù pesante, voglio dire, ho speso tempo in rivalutazioni degli ignobili 883 post-Repetto (quelli dei primi due dischi continuano ad essere intoccabili) e altro tempo su un sito di cinema a deprecare lo svilimento del bromance a livelli di violenza inesistenti. Lunga storia, non da trattare qui (ma perché no, in fondo? La teoria di fondo è che la nostra vita sia una versione in scala della musica che ascoltiamo, che quando senti Thunder Road lo fai in parte per trovare il coraggio di fuggire e che il tuo fuggire siano dieci giorni in Salento a fine Luglio o un posto ad altezza mixer al concerto del Primo Maggio, Fabri Fibra performing testi misogini senza tagli). Quindi, tornando in argomento, nonostante sia diventato impossibile ascoltare tutta la musica che ci interessa, viviamo ancora in un’epoca in cui è uncool scegliere di non ascoltare certa musica per non fare la figura di quello che non sa divertirsi (io per dire non so farlo, mi diverto solo per via della presenza, in una data situazione, di fattori esterni non dipendenti dalla mia volontà; mi scoccia molto di più essere incapace che triste e vuoto, ecco; ora prometto di passare almeno dieci righe senza aprire manco una parentesi); pertanto passiamo il tempo a praticare arti che hanno nomi tipo sharing, reblogging, retweeting, condivisione, SCROBBLING santiddio, e simili perversioni che ci permettono di rimbalzare a costo emotivo zero situazioni di schiavismo di comodo, nel senso che siamo tutti schiavetti e non c’è nessun padrone ma preferiamo comunque essere educati, e il nostro esistere è l’esistere dell’ennesima parete di un labirinto in cui nessun contributo continua a rimbalzare all’interno e quasi nessuno esce mai.

C’è un altro grande irrisolto di quella generazione che è rotolato fino ad oggi nel piano inclinato della nostra cultura in declino, ed è ovviamente il FABER. Se siete affezionati lettori di questa pubblicazione estemporanea sapete cosa pensiamo del fottuto FABER e di ogni sua diretta emanazione, cioè tutto il male possibile, la nostra bestia nera, il motivo per cui una persona non dovrebbe permettersi di realizzare musica in Italia oggi, per non finire come il fottuto FABER. Perché dovrei ripetervi una stronzata che ho già scritto due anni fa? La copio e incollo. IL FABER è troppo IL PAZ del cantautorato italiano. A un certo punto stai lì ad insultare qualcuno che non capisce un cazzo di musica e questo qua ti tira fuori IL FABER, e poi c’è quel secondo di silenzio nell’aria e qualcun altro che dice cose tipo “ah, beh, IL FABER non si discute” e tutti capiscono che quello che non si discute sia il fatto che tutti quanti abbiamo degli scheletri orribili nell’armadio e nessuno ci regala un cazzo di niente, MAI. Tipo io quei dischi lì li ho PAGATI e quasi tutti li ho pagati a PREZZO INTERO, vuol dire qualcosa tra i 15 e i 20 euro, alcuni anche in lire ma sempre quei soldi lì. Da qui in poi l’estensione del nostro fanatismo posticcio ed immeritato per IL FABER ad una serie di cantautori problematici e privi di fascino e MORTI tipo Piero Ciampi o Luigi Tenco o Rino Gaetano demmerda, mentre gli hipster del sentimento patriottico si stringono a corte canticchiando il testo di Dolcenera canzone del Faber o di una qualsiasi canzone di Dolcenera artista, o peggio ancora rinnovano di anno in anno il proprio vinicio capossela interiore spruzzandogli sopra baffi e riccioli pretestuosi e facendosi sborrare in bocca il talento dei vari Brondi o Brunori o CHE NE SO, altra gente di cui non ho ascoltato una nota. Ultimamente tra l’altro va un sacco citare Tiziano Ferro o peggio ancora Cesare Cremonini come sinonimo di QUALITÀ nell’orizzonte sonoro di un paese preso in ostaggio dalle canzoncine cuore amore. Ma MORITE e ridatemi la mia vespa 50 special, i miei vent’anni e una ragazza che tu sai avere stuprato sulla collinetta del MiAmi. Sono tutte facce della stessa medaglia, espressione che peraltro non so cosa significhi, tutto questo solo perché era buono a scrivere un testo e s’è venduto per tutta la vita un’idea di romanticismo degli ultimi e dei reietti che –diciamocelo- è fichissimo possedere in cofanetto triplo con estratti del sontuoso tour con quei riccardoni della PFM. Ecco. Il punto è che quella del FABER era musica brutta e stupida, forse meno di quanto io la consideri brutta e stupida negli ultimi tre anni ma sicuramente molto di più di quanto voi pensiate lo sia, e la prova è la filiazione diretta della cosa, il fottutissimo CRIBER, il grandissimo Cristiano de Andrè che segue le orme del padre in tutto sommato maniera patetica ma anche tutto sommato migliorativa.

Sapete un’altra cosa che detesto dei vecchi di merda? Il 70% di loro è ancora convinto di averci donato un mondo migliore, di averci dato tutto, di aver sollevato questo paese di merda dalle ceneri in cui si trovava e di averlo fatto PER NOI, per darci comodità e sostegno. Quello che hanno fatto in realtà, la maggior parte di loro almeno, è stato timbrare cartellini fasulli per vent’anni e non battere mai lo scontrino della mia mortadella, in certi casi per ribellarsi al sistema, in certi casi per riuscire a sopravvivere, in tutti i casi evitando di contribuire al bene pubblico della nostra nazione quanto avrebbero dovuto, inculcandoci questa mentalità DA STRONZI secondo la quale inculare il fisco è cosa figa e pagare le tasse è una forzatura dell’animo umano, una condizione innaturale. I nostri padri e le nostre madri ci hanno regalato un paese florido con un debito pubblico del terzo mondo, bilanciandolo con la mentalità gigantista di uno stato che si vanta ancora coscientemente di essere stato la squadra materasso al G7/G8 per dieci minuti negli anni novanta o di ospitare l’EXPO2015 con quel logo del cazzo (in realtà il logo dell’expo mi piace un casino esteticamente e questa cosa credo sia in aperta ostilità con la ricerca cosciente del brutto degli altri loghi comparsi recentemente, tipo i mondiali in Brasile e le olimpiadi a Londra, parlo non sapendo assolutamente nulla di grafica, del resto non è che io sia un riferimento in qualsiasi altro campo dello scibile) e tutte quelle mazzette di merda intascate quasi sempre da altri VECCHI DI MERDA. Avete notato che non sgamano quasi mai un trentacinquenne che s’intasca mazzette? Non sarebbe una storia di successo e un esempio da seguire per le nuove generazioni? “Aveva un grande cuore, amava il suo lavoro, s’è intascato soldi pubblici per non realizzare un portale per la pubblica amministrazione che comunque sarebbe stato merdoso”. L’unico under-35 di successo conclamato in Italia è Nicole Minetti (e dei rapper incapaci, uno dei quali a quanto dicono se l’è pure scopata). Eccetera. giuro su dio, ancora litigo quando vado dal macellaio con la tristezza negli occhi,  una settimana lavorativa di merda sulle spalle e un debito di sonno inestinguibile, e lui mi attacca la pezza sul fatto che ai suoi tempi la vita era peggio, signorini. Gli darei fuoco alla casa ma la sua carne spacca il culo. Dicevo, un grandissimo irrisolto di quella generazione, e della nostra, è il FABER. E le generazioni più giovani non avevano abbastanza voglia di lavorare per poter creare un irrisolto con il CRIBER, così si sono dedicate ancora al FABER e alla macelleria e a squadre apolidi tipo Juventus e Sampdoria, continuando a bere vino rosso del contadino e ad ascoltare cose tipo Khorakanè, soffiando sulle fiamme del separatismo culturale di quei classisti di merda che ancora hanno il santino di Pasolini Pazienza Berlinguer e De Andrè, e non si capisce cosa ci faccia Berlinguer accanto agli altri.

Bizzarro insomma che siano le nuove generazioni, quelle dei decerebrati e delle mignottine e dei portoghesi ad ogni corso, a fare il salto di qualità e tirare scossoni anti-sistema allo scopo di azzerare tutto e ricostruire, finalmente, una cultura nazionale di pregio. Francesca De Andrè è la figlia di Cristiano e la nipote di Fabrizio, lei si fa chiamare DE.A. ma mi sembra uno scam clamoroso per nascondere una rivoluzione culturale. La gerarchia corretta è che prima viene IL FABER e poi viene IL CRIBER e alla fine viene LA FRABER. Ecco. La FRABER è la figlia del CRIBER e la nipote del FABER. Trova ingombrante il proprio cognome e il retaggio familiare. Ha avuto un’infanzia e un’adolescenza travagliate, ha partecipato a un’Isola dei Famosi, è stata denunciata per essersi fregata dei mobili, si è fidanzata con il grandissimo Daniele Interrante ed ora è fuori con un singolo. Pole dance (do per scontato che sia vero finchè non scopro cosa sia) e una cover trucidissima di Yes Sir I Can Boogie, una roba radicalissima con trecento maschi nudi e ritmiche latine che manco Paola e Chiara Iezzi se le sarebbero permesse (non è vero, se le sono permesse eccome). La musica punta tutto su quel fondamentalismo post-ideologico chill-wave alla Anna Tatangelo, figura sovrapponibilissima a quella di DE.A. negli episodi più alti della propria discografia (tipo la pubblicità Coconuda e simili). Pare che dietro il tutto ci sia lo zampino di Interrante (ricordiamolo: un grande fan degli Arcade Fire), ma per il resto è pura favella auto-random-tune destinata a fare piazza pulita del marchio. E presto o tardi arriverà un remix-cassa di Geordie o un pezzo senza beat e sarà lì, forse, che scopriremo se c’è o meno la chance di farci qualcosa. Per intanto il potenziale festivalbariero di FRABER mi ributta dentro il vortice. Ho diciassette anni. Sono nel sedile posteriore di una Fiat Tipo che torna dal mare. Robi guida e suona il clacson alle tipe, il woofer spara Yes Sir I Can Boogie, acufene a venire, pantaloncini da basket, un po’ di sabbia sotto i piedi e sopra il tappetino. Molliamo il FABER. Ricostruiamo questo paese dalle fondamenta.

Clap Your Hands Say Partito Democratico

cyhsy

 

Questa mattina Jax mi ha mandato un articolo che poi ho visto condiviso da svariati altri. Grazie Jax. L’articolo sta su Grantland ed è firmato da Steven Hyden. Parla (in maniera che personalmente trovo impropria gratuita e stronza, ma io sono io) di un genere musicale/letterario chiamato blog rock che ad essere sincero ricordo di aver sentito da qualche parte, ma mai particolarmente sviscerato. Una discussione un po’ interessante sul tema è venuta fuori sul profilo Facebook di Colas.

L’articolo prende spunto dall’annuncio di un quarto disco dei Clap Your Hands Say Yeah. Il blog rock è quello che (grossomodo) per qualche tempo qua in giro è stato chiamato, altrettanto impropriamente, indie. Si tratta di musica che a un certo punto ha iniziato a diventare un vessillo dei blogger musicali e sull’onda di questo è diventata roba da numeri grossi. Parliamo di una decina di anni fa, i nomi citati nell’articolo sono (oltre ai CYHSY) Voxtrot, Tapes’n’Tapes, Cold War Kids, Black Kids. L’articolo è uno sfogo di pancia per inchiodare il genere più sfigato mai concepito ad un’era precisa in cui nessuno di noi aveva niente da ridire in merito, e con cui nessuno di noi vuol più avere nulla a che fare. E magari dare un gancetto alle nostalgie e alle foto sorridenti coi riccioloni che ci facevamo fuori da Frequenze Disturbate, non so.

Il pezzo parte da una specie di ricerca-non-ricerca alla Velvet Goldmine. I CYHSY annunciano l’uscita del nuovo disco: oddio, ma esistono ancora? Quando li ho sentiti nominare l’ultima volta? Che tempo faceva in giro? Allego resoconto. Gli anni del blog rock hanno fatto sì che questo genere di articoli possano essere compilati sforzandosi sì e no di controllare due date su Wikipedia; i Clap Your Hands Say Yeah di Philadelphia si auto producono il primo disco nel 2004, il passaparola su internet li fa finire in tempi brevissimi in cima al mondo del rock indipendente. Contratto Wichita alla velocità del suono, concertoni, festivaloni e tutto il resto. Il secondo disco arriva qualche tempo dopo, non viene stroncato ma manco stra-promosso e declassa la band a sensazione one-shot di un’epoca con cui nessuno, già nel 2007, vuole più avere niente a che fare. Il terzo disco passa sostanzialmente inascoltato e/o trattato con quell’atteggiamento stile “ma guarda chi cazzo non s’è ancora sciolto”. Storie di tutti i giorni. I CYHSY sono effettivamente parte di un gruppo di band che sono state portate al successo dal passaparola tra blogger. L’articolo cita anche altri gruppi, tipo Arcade Fire o National o BSS o Animal Collective, ma li cita allo scopo di toglierli dal calderone blog-rock nonostante tutto sommato facciano parte del calderone. Per quali motivi?

 

These bands ultimately transcended blog rock, forging lasting careers and reaching listeners outside of the indie bubble. Describing them strictly as blog-rock acts would be like calling Jennifer Lawrence “that gal from The Bill Engvall Show.”

 

In sostanza, si intende per blog rock la musica rock emersa nel momento in cui le dinamiche di promozione sono passate in via definitiva dal classico assetto tipo stampa anni novanta a quello attuale, più orizzontale e meno redditizio (lo sterminato successo del primo disco dei CYHSY vuol dire 125mila copie in America), A PATTO di includere solo quella che fa cagare, altrimenti mi si smonta la teoria. Quindi l’altra, essendosi evoluta ed avendo avuto successo di pubblico-critica dopo il 2007, non è blog rock.

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For a group to truly qualify as blog rock, it must radiate ’00s-ness. A blog-rock band is specific to its time and place, and only its time and place. Like, when somebody in the year 2025 makes a barely watchable sitcom that’s set in the year 2005, what music will the writers pick for the older-brother character to be into to establish his bona fides as a broadly sketched, totally aughties hipster stereotype? That’s blog rock.

 

Sei blog rock se le scarpe che portavi in una foto promozionale nel 2005 sono passate di moda. Un discorso molto simile viene fatto spesso per gruppi tipo i Deftones:”non sono un vero e proprio gruppo nu-metal”. Perché? Avevano le chitarre così, erano amici di quei gruppi lì, i loro dischi li compravano i fan del nu-metal, che li andavano a vedere ai festival nu-metal. Però, ehm, non facevano schifo, o a un certo punto hanno iniziato ad ascoltarli pure gli altri, o boh. Il blog-rock non è musica identificabile a partire da un suono; solo dal fatto che sia girata attraverso certi canali, in una certa epoca. Guardandoci indietro la possiamo giudicare con indulgenza o severamente, ma come tutte le epoche del rock ci ha dato dischi molto buoni e dischi molto brutti. Per non perdere il treno, o per incompetenza, alcuni di questi dischi molto brutti li abbiamo bollati come capolavori assoluti, come tutte le epoche del rock (britpop, rap italiano, crossover, grunge, revival garage, no wave eccetera. Da questo punto di vista va registrato quantomeno che il primo disco dei CYHSY è tutto sommato un buon disco, anche molto originale, a cui senz’altro all’epoca sono stati attribuiti meriti che non aveva. Il secondo disco dei CYHSY pecca solo di mancanza di coraggio. Il terzo disco dei CYHSY è l’onestissimo tentativo di rimanere a galla di un gruppo a cui il successo è sfuggito dalle mani, per ragioni che esulano dall’incapacità del gruppo stesso: contiene buona musica a cui nessuno ha voluto dare una chance, ma non sono moltissimi i gruppi indie-pop che al terzo album non hanno esaurito del tutto le canzoni. Si può senz’altro considerare sbagliatissima la mia opinione, ma relegarli a questa sorta di nulla strutturato del rock anni duemila sortisce un particolare effetto di boomerang: vuol essere una pugnalata al cuore del cosiddetto blog rock, diventa

 

1 una pugnalata al cuore del concetto di critica musicale

2 lo spunto per recuperare il cosiddetto blog rock ed analizzarlo, in maniera seria e pacifica, dopo la sua presunta fine. Capire quali sono le dinamiche che l’hanno portato avanti, dove si è spostato il gusto, quali sono i legami con la cosiddetta cultura dell’hipster e tutto il resto.

 

Che a pensarci non è un tema per niente banale. Per prima cosa capire quanto la sopravvivenza di certi nomi a quell’epoca sia dovuta a precise strategie, e nel caso capire quali sono le strategie in oggetto. E poi capire se quella del blog rock è stata, a conti fatti, un’autentica rivoluzione. Di primo acchito io direi di sì. Difficile non ammettere che è dall’epoca dei blog in poi che IL ROCK (quello delle copertine delle riviste e dei concerti-evento, diciamo) s’è disgregato fino al punto di diventare liquido e orizzontale. Magari mi ci metto, una volta o l’altra.

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Approfitto per segnalare, a proposito di blog, l’annuncio di Junkiepop che d’ora in poi funzionerà a regime ridotto di un pezzo a settimana (più lungo e approfondito), e quello di Stereogram che invece chiude proprio. Stiamo invecchiando, buon dio.

GIUSY FERRERI (premio Bastonate)

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La verità è che mi sento morire dentro

e la bugia è che non m’importa poi così tanto

 

Una cosa che non ho mai capito di Giusy Ferreri è che –ancora nel 2014- viene venduta come ex-cassiera dell’Esselunga, vale a dire come una persona che in un certo momento della propria vita ha svolto un lavoro qualsiasi. Intendo: lo capisco perché la vendono così, ma questa cosa non è implicita ammissione del fatto che QUALSIASI ALTRO cantante lanciato da X-Factor o altri talent non abbia mai svolto un lavoro in vita propria? E non è questo di per sè il momento in cui si prende cento anni grassi di cultura proletaria nazionale e ci si fa una bella cacatona di gusto sopra? Dicevo: Giusy Ferreri. Sale sul palco con passo malfermo e vestiti improbabili e il terrore negli occhi grandi e sembra sempre che il selling point funzioni pure al contrario, che prima o poi qualcuno smetterà di perdonarle di non aver mai bissato il successo del primo singolo e la rispedisca a calci alla cassa del supermercato. In un mondo migliore non ci sarebbe manco il dubbio, ovviamente: Ti porto a cena con me vale da sola il ritorno in pompa magna del classicismo e della Canzona al Festival di Sanremo, il momento più intenso dei cinque giorni di gara e la canzone che riascolto più spesso e con più soddisfazione, e la performance più intensa che si sia vista al Festival 2014, inclusi i fuori gara. E al tutto si aggiunge il carico di emotività de Il mare d’inverno cantata in quota Bertè il venerdì, accanto ad Alessio Boni e ad un Alessandro Haber in condizioni pietose. In una sorta di malata conferma finisce ovviamente sbattuta in malo modo ai piani bassi della classifica finale, in barba alLA BELLEZZA e al golpe fazista non riuscito e al dolore di scarto dei Renga e delle Arisae. Che faccio fatica sì e no a sentirli di sottofondo mentre mi sto facendo aprire l’anima da Giusy con un cric.

PERTURBAZIONE (#2)

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Il gruppo “nostro” (sì, insomma, dai) di quest’anno sono i Perturbazione, ma avrebbe potuto essere chiunque altro: Cristina Donà scrive un pezzo brutto ad Araysa, Sinigallia si fa beffa del palco con una canzone già suonata in giro, The Niro si agita tra le nuove proposte che sembra Ian Curtis, Giuliano Palma (a volte tocca ricordarlo che questo cantava nei Casino Royale), la maglietta di Diodato, gli ospiti e gli altri residui bellici sparsi in giro. Un film già visto e tutto sommato piuttosto brutto, quello del rocker alternativo che cerca di farcela in un contesto nel quale si presenta in quota usurpatore. Gli occhi di Tommaso Cerasuolo che canta L’unica con la voce un po’ rotta dalla paura, invece, sono tutto un altro film. Sembra tipo quando vedi suonare Ian MacKaye o Lou Koller, il cantante contentissimo di stare lì a cantare, che irradia amore di musica da ogni poro del viso. Più o meno come te li ricordi dal vivo tranne che non sta sudando come un maiale affogato in mezzo alla gente. Ecco, diciamo che il Sanremo più esaltante è quello dei singoli momenti, dei colpi di testa, degli occhi spiritati e delle faccine pulite: e per la prima volta dai tempi di Tutti i miei sbagli, solo a guardare il cantante dei Perturbazione in viso son contento di averci avuto a che fare prima di Sanremo. L’unica non è la peggior canzone dei Perturbazione, non è neanche la migliore ma (l’ho già detto) il testo mi ricorda Ex-Girl Collection degli Wrens ed è una madeleine istantanea.