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LIRBI #7 – MANUALI DI AUTO AIUTO

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Un LIRBO è qualcosa su cui poggiarsi. Vero per i tavoli con una gamba troppo corta (Pigneto di merda che ci fai comprare robaccia tirata fuori da cantine di contadini morti di peste), vero per le persone, ché se non avessimo i libri, i NOSTRI amati libri che a mucchi, a SCROSCI cadono giù da scaffali troppo pieni, COME L’ACQUA DAL CIELO IN UN INCUBO DI DÜRER; precipitano, pesanti e spigolosi, ammazzandoci il cane, aprendoci il sopracciglio o peggio, PIEGANDOSI, se in brossura. I libri, stronzate da blog editoriale a parte, sono a volte letteralmente di sostegno, nel senso che danno, a volte, istruzioni e consigli per affrontare determinate situazioni, o per superare qualche limite caratteriale o organizzativo, o insegnare un modo di comportarsi, una strategia valida su più fronti della nostra quotidianità – insomma, si tratta di libri pensati per migliorare le nostre piccole, insulse vite immorali di pezzenti, depressi e poveracci, noi plebe, noi ciompi, noi popolo minuto senza la benché minima speranza. Sto parlando dei LIBRI DI AUTOAIUTO perché sì, ne ho letti alcuni, e questa puntata di LIRBI è dedicata a loro.

Anthony Robbins, Come migliorare il proprio stato mentale, fisico e finanziario. Manuale di psicologia del cambiamento (Bompiani, pp. boh, euro 12,50)

No, davvero: ho comprato questo libro, e dirò di più, lo ho anche letto. Aggiungerò un elemento: ho visitato a suo tempo il sito dell’autore, NON SI SA MAI, e ho scoperto che dà consulenze psicologiche tipo a diecimila dollari a botta. Tipo che ai tempi de mi’ nonno, se facevi quello strano, du calci in culo e via, e se ti provavi a lamentare, tre calci in culo. Ecco perché mio nonno e anche i vostri nonni di merda vivevano in tempi orrendi, totalitari, fatti di nazifascismo, tradimento di mogli e sigarette al chiuso. Ma detto ciò questo libro, che è geniale nell’edizione italiana – che è tipo una bozza non corretta, oltre a un miliardo di refusi ci sono tipo frasi appese che finiscono in nulla, parti di testo messe a cazzo dove non c’entrano ecc. (esce da Bompiani, eh, non Edizioni del Rivoletto di Merda)- contiene in sostanza consigli su cosa fare quando ti prende male. A me è rimasto impresso il fatto che se tipo ti cazzia il tuo capo devi immaginarlo con una parrucca da pagliaccio. Non funziona, ma io non riesco più a non farlo. (Da regalare tipo a tutti quelli che lavorano nell’editoria e rompono la minchia che li pagano poco: comunque, di certo, più di quanto paga Bompiani. Voto 1)

Stefania Marini, Paura al volante! Come superare la fobia della guida (Sovera, pp. 96, € tipo 8)

Diobò, guidare. Che cazzo di tensione di merda. Tipo che tu sai che domenica mattina guiderai, e quindi dal venerdì cominci a pensare, ok è tranquilla, entro, cintura, poi mi rilasso un attimo, freno a mano di merda, poi il piede destro il sinistro e si va. Non so se si fa così, so solo che la maggior parte di voi non sa di cosa io stia parlando, cioè esattamente la stessa cosa che succede quando parlo di Kant o di Tolstoj, quindi non fate tanto i superiori, PAGLIACCI (vi sto immaginando con una parrucca multicolore, cfr. sopra). Detto ciò, ci sono un sacco di paure fiche, tipo la URANOFOBIA (paura del cielo) o la BOTTONOFOBIA (non ricordo il nome vero, comunque è la fobia clinica dei bottoni, mia moglie ha conosciuto una che la aveva) e altre ancora, lo racconta questo lirbo nella sua parte più bella, il resto è tipo OH, sei hai paura di guidare, rilassati e guida. Un gigantesco GRAZIE AL CAZZO, ma la colpa è di chi impone mezzi più complessi degli scooter cinquanta per spostarsi in città – la colpa è del maltempo, della pioggia, del governo (voto boh, 6 al lirbo, 2 al guidare e 0 al non saperlo fare).

Tracy Hogg, Il linguaggio segreto dei neonati (con excerpts di: Heidi Murkoff, Cosa aspettarsi quando si aspetta e Eduard Estivil, Fate la nanna) (Mondadori, pp. 354, € 14,00)

E voi, l’avete fatta questa esperienza di essere padri o madri, soprattutto madri, intendo per la prima volta, e di essere proiettati per mesi in questo mondo batuffoloso fatto di conteggio di giorni e settimane, di chiamare FAGIOLINO il bimbo nella pancia (mia moglie parlava invece di una “lucertola nelle mutande”), di corredini, pace angelicata e riunioni conviviali con altre MAMMOLE e coglioni fuoriposto (i futuri padri) in studi ginecologici per i formidabili CORSI PREPARTO? Bene, allora non avete bisogno della dannata PUBBLICISTICA sull’argomento – perché esiste tutto un business, una propaganda a mezzo lirbi sul grande tema della maternità e poi (dopo che il bimbo viene espulso) su tutto quello che mette i brividi a proposito di infanzia. “Mette i brividi” nel senso che non dice la verità, o meglio la dice in modo subdolo e sottile concentrandosi su aspetti secondari tipo “i bimbi mettono gioia” o “quando piangono in fin dei conti non è nulla”, ma tacendo del tutto l’amara verità, ossia che i nove mesi del parto sono un INCUBO di FITTE e BETA e MALFORMAZIONI e MALATTIE annidate in ogni angolo, ma tipo che cerchi su google non so, “mi prude la fronte al terzo mese che vuol dire” e i primi tre risultati sono “MORTE MORTE MORTE”, il quarto “TI NASCE PREMATURO HOT LULZ!!1” e, dal quinto in avanti, ancora MORTE. Poi arriva il momento del parto, che per mesi ti hanno preparato al fatto che è tutto sotto controllo e iper-medicalizzato, e tu, tu maschio perché lei femmina è lì che soffre e se la cava così, ti ritrovi vestito da astronauta in questo momento liminare in cui pensi, ok, ora nascerà, so’ medici, è tutto sotto controllo e poi vedi IL PANICO e L’ORRORE sulle loro facce e… Insomma, poi nasce e il più è fatto, diventano utili allora libri tipo “Cosa aspettarsi il primo anno” che ti dice “A 12 settimane il tuo bimbo saprà cantare ed esprimere alcuni precisi gusti” e tu ti giri e lui è lì inerte che rotola lentamente sul tappeto, oppure “Fate la nanna” (voto 10) che potrebbe cavarsela con una pagina per insegnare un metodo effettivamente infallibile di farli addormentare – le altre 99 pagine servono a giustificare il prezzo, e il metodo vero e proprio potrei trascriverlo facilmente qui ma DOVETE MORIRE e comprare il libro anche voi, adesso. Poi nove, dieci mesi di ansione al livello massimo e poi ve ne sbatterete il cazzo anche voi di sterilizzare il biberon o di cambiare il cucciolo a ogni scureggia. Per allora, le ragazze dolci che un tempo conoscevate, nove su dieci, avranno completato la loro trasformazione in orride puttane del diavolo, ma fare figli vale comunque la pena, lo giuro, e magari, come me, beccate la decima. (Voto 10 ai bimbi in generale)

Daria Grani, Ho fatto la dieta. Come scoprire perché non si riesce a seguire uno schema alimentare (Mandragora, pp. 143, € 10,00)

Aaah, magnà. Ditemi cristodio cosa c’è di meglio al mondo. No, non è meglio il sesso, non è meglio il DANARO che comunque, perlomeno, può servire a pagare del CIBO e, sotto la Befana, è fatto di cioccolato e ti può consolare in quel mese di merda che è gennaio. Magnà è giusto, magnà è divino, attorno al magnà ruotano concetti tipo andare in vacanza (=fare colazione in alberghi dal buffet sterminato), lavorare (=c’è la pausa pranzo) o andare a matrimoni diversi dal tuo, che è una giornataccia perché passi di tavolo in tavolo e ti fanno le foto e ti dicono auguri che belli che siete, e tu sorridi e rispondi grazie per essere venuti quando quello che intendi è ME SE FREDDA. Comunque, il magnà non lo capisce chi non lo ama, e potrei parlarne per ore ma non mi capirete se non siete amanti dei manicaretti, cioè di qualunque cosa sia commestibile, così come solo gli amanti della lettura potranno capire in realtà la bellezza del leggere – meglio se libri commestibili. Quello che capirete è che, è ovvio, il magnà ha l’effetto collaterale di renderti un ciccione di merda, tra l’altro per sempre nel senso che chi è ciccione una volta, come i Marines, lo è per sempre, anche da magro. E chi è ciccione dentro sconta ogni volta che magna con il senso di colpa mortifero che lo spinge a rendersi ridicolo con attività tipo lo spinning e/o a fare la dieta. Nell’orgia di uno di questi sensi di colpa, anni fa, in una fase non particolarmente cicciona, comprai Ho fatto la dieta leggendone le prime, feroci pagine che mirano a farti sentire appunto uno sporco e lurido ciccione. Poi, un bel giorno, la pioggia mi sorprese in motorino, e piovve talmente tanto che tutto ciò che avevo nello zaino si trasformò in una palla di carta indistinta, compreso fortunatamente questo libro. Ho trovato l’esperienza comunque utile. (10 al magnà, 5 al libro, 0 alla dieta).

LIRBI #SPECIAL – Un lirbi triste sul Salone del Lirbo, ISBN edizioni, gli ebook e la Juve

Teli a protezione della merce
Teli a protezione della merce

Scrivo nella notte, trafelato, dalla stanza di una topaia di Torino, zona boh, Porta Susa, in un luogo vicino al quale c’è uno svincolo autostradale che si chiama RONDO’ DELLA FORCA (no, seriamente!). Sono venuto qui per il Salone del Libro, un’esperienza che di anno in anno toglie un pezzetto di senso alla mia vita. No, voglio dire: perché? Perché lo fanno? Gli editori, intendo, soprattutto i piccoli editori, continuare contro ogni evidenza a progettare e pubblicare roba che io posso anche capire che si ami ma che il mondo, è evidente, non ama più.

Sedie
Sedie a protezione della merce

È di questi giorni la vicenda angosciante di ISBN edizioni (per chi non lo sapesse, altrimenti si può saltare la parentesi: qualcuno ha denunciato su twitter che ISBN aveva i buffi e non pagava la gente, è scoppiato un avvilente casino sui social che ha lambito il territorio del “chi fa lavori creativi non viene pagato”, poi mi pare Coppola si sia scusato dicendo in sostanza oh mi spiace, stiamo fallendo non so che fare e davvero, per quanto possa essere odioso lui, in fin dei conti a volte preferirei riscoprire la pietà), che mi ha fatto capire – come se non lo pensassi già – che se chiude un editore così sono davvero cazzi.

Nastro adesivo a protezione della merce
Nastro adesivo a protezione della merce

Non sto facendo discorsi pisciosi di qualità, in fin dei conti non era proprio il mio genere, ma semplicemente a chi a cazzo duro & smargiasso scrive oggi sui social, Ah e così Coppola era PAGATO per far MALE il suo LAVORO eh?, vorrei dire che non so, non conosco la loro situazione dall’interno, ma immagino che se una casa editrice chiuda essenzialmente è perché non vende libri, e penso che se non venda libri una casa editrice così fighettina e giovanilista coi libri giusti e accessibili per gente che in teoria li compra (non so, i giovani?), e peraltro non ignota e relativamente ben distribuita, allora forse è il momento di arrendersi.

Guardie a protezione della merce
Guardie a protezione della merce

Che poi non ti arrendi, lo so, capisco, perché un conto è dire MI CONVIENE TROVARE UN LAVORO DA CASSIERE AL SUPERMERCATO e un conto è farlo, se ci stai dentro, ma la sensazione è un po’ quella di andare verso il nulla, tra chi se la prende con Renzi, chi con Berlusconi, chi si rassegna a un cambio epocale di abitudini, gusti e tendenze (in fin dei conti, prima si leggeva perché non c’era un cazzo da fa’: ricordo una terrificante notte insonne che passai a Magonza – no, non era Magonza ma a casa mia, ma qui siamo in pura narrativa e drammatizzo – leggendo un trattato di teologia perché davvero non avevo altro sottomano. Stasera sono qui in albergo, con un sacco di lirbi, eppure mi so’ visto la Lazio in streaming, poi ho chattato un po’ su whatsapp, e poi mi sono messo qui a cazzeggiare, finché non ho deciso di scrivere questa roba spinto da non so cosa), e il tutto con questo EBOOK , questo DIGITALE come dicono alcuni, sempre infilato su per il culo, tutti che lo fanno e ne dibattono straparlando (o meglio, delirando, secondo me) di politiche di prezzo, di sconti aggressivi, di possibilità di arricchire il testo (?) o chissà cosa. Dio bono, mi sento a volte come quei malati terminali a cui cacano il cazzo con le cure e a un certo punto loro dicono, oddio, lasciatemi morire in pace.

Questa torre è fatta di lirbi
Questa torre è fatta di lirbi

Cioè, non sto qui a dire che amo la carta e l’odor della colla (la “e” non c’è volontariamente), perché questo mi succede solo quando i libri son ben fatti il che è piuttosto infrequente, non dico nemmeno che non leggo ebook: trovo soltanto che gli editori, o forse dovrei dire NOI editori, ci stiamo dando un compito troppo elevato, alla portata di nessuno, che sarebbe quello di reinventare una forma di trasmissione del sapere e/o di passare il tempo efficacissima e di lunghissima durata nella storia umana ma di cui, forse, stiamo per vedere la sostanziale fine.

Er piccolo principe ce sta sempre
Er piccolo principe ce sta sempre

E no, non finiranno i libri e non finirà la musica, lo so, o meglio entrambi finiranno e finirà il gioco del calcio e finirà la domesticazione del cane; ci sarà un ultimo palazzo costruito, nel mondo, e ci sarà un ultimo piatto di cnederli; finirà ogni cosa, ma non lo vedremo in questa vita. In questa vita, e a questo mi riferivo, ci siamo dovuti accontentare di vedere la fine dei negozi di dischi, dell’industria discografica come la conoscevamo, del rock e di un botto di altre cose tra cui, credo, ci saranno le librerie e ci saranno gli editori in questo gran numero e pensati per vendere un numero piuttosto alto di copie di libri invendibili, ‘invendibili’ essenzialmente in quanto libri. Finiranno, penso, questi saloni, queste isteriche feste del libro quando non c’è nulla fa festeggiare, finiranno la retorica dell’evento (quella stronzata di #ioleggoperché, Saviano che fa comprare ai buzzurri un romanzo minore di Dostoevskij) che, da solo, dovrebbe far svoltare o cambiare tendenze e abitudini non modificabili, epocali, come non so la globalizzazione, come la fine della magia e dello spirito a favore di qualcosa chiamato INTERNET.

PS C’è una poesia famosa di Pessoa che inizia dicendo, Il poeta è un fingitore. Io sono un poeta: lo riscontro dal mio fingere senza ragione in modo naturale. Ho preso un taxi oggi pomeriggio, il tassista ha supposto – non so su che base – che fossi tifoso juventino. Ho confermato, mentendo, e abbiamo avuto una piacevole conversazione di una ventina di minuti su Morata e Zidane, Ibrahimovic e Henry (che errore cederlo!), e sulla prossima finale di Champions che temiamo così tanto entrambi. Però dai, non è detta l’ultima parola.

 

E comunque non c'era proprio nessuno al Salone (non è vero, è una foto scattata prima dell'apertura)
E comunque non c’era proprio nessuno al Salone (non è vero, è una foto scattata prima dell’apertura)

LIRBI #5, ovvero Vita nei boschi

invito

ELGGERE è farsi domande. Tipo dove vanno le paperette quando il lago si ghiaccia, cosa c’è oltre le colonne d’Ercole, ma gli zingari dove trovano i vestiti da zingari e perché, perché al mondo nessuno compra libri giammai, ma poi la gente affolla gli stand Einaudi e Adelphi al Salone del Libro di Torino dove è entrata pagando un biglietto, e perciò finisce per comprarli nell’unica occasione all’anno in cui costano di più. La risposta a tutte queste domande e a qualsiasi altra eventuale è il BOSCO, è la MONTAGNA, è, in altre parole, la FSIDA con se stessi (che a proposito, da qualche tempo pare si scriva sé stessi che se no si confonde con il se stessi interrogativo, un probrema – cioè problema come dicono i napoletani con la r moscia ossia tutti – che oserei definire del cazzo, giacché nessun italiano se lo è davvero mai posto ed è inoltre pressoché impossibile confondersi, tipo, chi mai potrebbe leggere una frase come “Vivere nei boschi è una sfida con se stessi”, senza accento, con intonazione tipo “Vivere nei boschi è una sfida con – se stessi?”, se stessi  a fa’ che? E se mandassi affanculo l’accademia della crusca, piuttosto?), il superamento delle convenzioni, il rifiuto della vita occidentale che altri ci hanno imposto e tutto questo genere di cazzate che la nostra società autoreferenziale e senescente produce e/o abbraccia a profusione. Il collegamento tra BOSCO e MONTAGNA per me è ovvio, nel senso che a mio giudizio non esistono boschi che non siano al tempo stesso in montagna (l’ate mai visto un bosco ar mare? Ma vaffanculo và) e non esistono montagne che non abbiano un bosco, almeno fino a una certa altezza, o altitudine, come si dice. Sia boschi che montagne hanno prodotto grande e piccola letteratura, e questa è la ragione per la quale questa puntata di LIRBI è dedicata ai lirbi sui boschi e sui monti, possibilmente su entrambe le cose assieme. Ci è voluto tanto dalla scorsa puntata perché avevo bisogno di leggere i libri, prima  – no, è una bugia: è che sono pigro, non leggerei mai appositamente per scrivere libri, perché leggere, ricordatelo sempre, è un regalo che si fa a – se stessi?

Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi (svariati editori, pp. 300/400, euro in genere pochi)

Andai nei boschi per vivere con saggezza, vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. E nell’anno che ci ha portato via Robin Williams, un eroe, non Spielberg, non Stephen King, nondimeno un eroe, rileggere l’abusatissima citazione resa nota – almeno alla mia generazione – perlopiù dall’Attimo fuggente, diventa tutta una faccenda di commozione, di commiato. Ho usato le parole faccenda e commiato perché influenzato dalla prosa ottocentesca di Thoreau che, a parte le pippe sui lucci e gli ammorbi sulle piante, è autore di questo grandioso inno di libertà, libertà nel senso più puro di individualità, di DESTRA, insomma, di non tarpate le mie ali con fregnacce cattocom tipo quote rosa o altre limitazioni al talento, che nei decenni a seguire ma soprattutto in tempi recentissimi è caduto nelle mani degli ambientalisti faciloni che lo hanno preso a simbolo di tutto ciò che è sbagliato. Che poi tutti prima o poi ci fanno un pensierino, ma pensate che rottura de coioni titanica sarebbe vivere nei boschi, che senza energia pure pure, senza acqua ok (chi se lava?), ma Dio bono, senza internet no. (Thoreau – voto 8 – non aveva internet manco a casa, perciò noia per noia tanto valeva buttarsi sui lucci. Per lui era più facile. Alle prossime elezioni voto repubblicano).

Mauro Corona, Nel legno e nella pietra ovvero Vita nei boschi (Mondadori, pp. 332, euro 5,00)

Di Mauro Corona si sente la puzza di sudore attraverso lo schermo, ma la cosa che rende davvero difficile approcciarsi a lui e alle sue braccia nude è l’aria “Dimme Quarcosa de Saggio” che hanno le persone che sembrano apprezzarlo. Ho sorpreso più di tutti me stesso iniziando a leggere questo suo libro appositamente per questo pezzo  (credo fossi alla ricerca di un facile bersaglio) e non trovandolo male. Nel senso: sono oltre novanta racconti di tipo una pagina l’uno in cui ricordi dell’autore vagamente collegati dal tema “montagna” sono evocati in modo che sembrano voler dire qualcosa senza in realtà significare un cazzo. Come la maggior parte della letteratura e della poesia, ok, ma con il pregio non indifferente di essere scorrevoli e tutto sommato di poche pretese. Tipo caghi e te ne fai due o tre. Highlight quello dove lui ha letto Walden (vedi sopra), e perciò lascia moglie e figli e se ne va a vivere in una baita, ma ha paura del buio e si costruisce dei pupazzi di legno che gli fanno ancora più paura e perciò li getta nel fuoco (altri, invece, se li fregano i turisti quando lui torna a casa, tempo dopo). (Giuro, è così, è un buon 7 e sembra scritto da Caizzi se Caizzi fosse un montanaro e non un genio della musica)

Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane ovvero Vita nei boschi (Sellerio, pp. 253, euro 16,00)

A Walden di Thoreau capita, come capita ai libri belli in quel particolare modo che oltre a essere belli sembrano anche più semplici di quello che in realtà sono (voglio dire: leggi una Emily Dickinson e puoi volentieri fermarti agli uccellini e al mare apprezzandola lo stesso e senza venire sfiorato dalle leggi regolatrici del cosmo), di generare schiere e schiere di imitatori. Uno è il pirla di Into the Wild, che poi alla fine dispiace, un altro – molto peggiore – è questo vincente totale di Sylvain Tesson – un francese di merda che ha un lavoro fichissimo (tipo il giornalista culturale, una roba così) e però è inquieto e vestito Quechua (forse meno cheap di Quechua) e con le scarpe con le dita fa i trekking attorno al mondo mostrandosi anima vagabonda, figlio della notte e delle stelle, abbracciato dalle sue mille e più compagne mentre egli sfugge, richiamato da quel richiamo che Chatwin chiamò della Malinconia, e già conobbero gli Ulissi, i Marco Poli. MA MUORI STRONZO, è quello che gli direi io facendo irruzione nella capanna siberiana dove lui è andato a vivere per alcuni mesi, portandosi una lista di letture estetica e rompicoglioni (c’è l’elenco nelle prime pagine) e con il palese interrogativo QUANTA NE BECCHERÒ AL RITORNO? che ne guida l’agire come la stella polare guida i suoi sogni. Il problema è che una cacata del genere ha la sua piacevolezza  (una sorta di fastidio che ti fa godere) e trovare già questo in un libro è qualcosa. (6 ad ogni modo, ma 9 se chi legge è femmina).

Thomas Mann, La montagna magica ovvero Vita nei boschi (Mondadori, pp. 1065, euro 60,00)

“Ma no, non magica, incantata”, pensa lo stronzo non aggiornato che NON SA che la traduzione di Der Zauberberg, anzi, DEL Zauberberg, come direbbe un critico italiano, è stata aggiornata. Con una pippa mentale che tutto sommato mi sento di condividere: incantata è passivo, magica è attivo. E da questo spunto, un becerone che ha letto anche La morte a Venezia parte con le battute e non la smette più. In ogni caso, la mia copia è un Meridiano Mondadori costosissimo a cui a un certo punto mancano delle pagine, cioè, tipo da pagina 734 in poi ci sono ripetute le prime 64 pagine, tipo. METALETTERATURA?, FOSTER WALLACE?, o solo un’altra sciatteria del PAESE DEI RENZUSCONI? Io non lo so, io me ne fotto, ma La montagna magica, a prescindere da questo dettaglio di vita personale – che comunque mi impedirà per sempre di finirlo – è una rottura de coioni unica e leggendaria, io pensavo parlasse di caccia selvaggia e demoni nei boschi, e invece parla di malati di tisi. La magia sta nel fatto che la tisi viene anche al lettore. (Voto 8 ai medici che hanno sconfitto la tisi, voto 0 alla Mondadori dei Renzusconi che non solo m’ha messo le pagine sbagliate, ma ha pubblicato un altro Meridiano in cui c’è sempre La montagna magica ma in più anche La morte a Venezia, il tutto allo stesso prezzo, in segno di disprezzo e di gigantesco VAFFANCULO a me in persona)

Reinhold Messner, La vita secondo me ovvero Vita nei boschi (Corbaccio, pp. 333, euro 16,90)

Reinhold Messner è duro come il cazzo – dico, non nel senso dei genitali, ma ho personalmente questo modo di dire che qualcosa è qualcosa come il cazzo, quando voglio fare un complimento, e so che prima o poi me ne uscirò con un Direttore lei dirige come il cazzo, e sarà solo l’inizio dei miei uai, cioè “guai” come lo dicono i napoletani. Che poi cosa farò quel giorno?, chi lo sa, ma da quando ho letto un lungo estratto di questo libro di Messner sul Foglio (il Foglio è il giornale dei Renzusconi che io compro ormai solo per non deludere l’edicolante che me lo fa trovare quando il sabato mattina vado lì a comprare Vanity e la collezione dei dinosauri per mio figlio – questo sia detto con la piccola speranza che l’edicolante legga e non me lo faccia più trovare ma senza farmelo pesare, così, per sua scelta) ho capito che la mia vita non è la mia vita, cioè quello che faccio oggi (bene come il cazzo, devo ammettere), bensì la MONTAGNA. La MONTAGNA che ti scruta, non perdona, ti sovrasta e te se magna, un po’ come dice lo stesso Messner qui e lì in questo consigliatissimo BUCH. Quando ero piccolo ritenevo che Messner fosse un idiota, credo sulla sola base di un commento buttato lì da mia madre vedendolo in tv. Invece scopro oggi – e invito voi a scoprire – che Messner è un eroe, altoatesino come il cazzo, uno che nella vita ha sofferto, ha lottato, ha rispettato i vecchi e la MONTAGNA e ne ha avuto in cambio quel non so che a cui allude, ma che non dice mai, in questo pur bellissimo libro. O forse lo dice, è che nell’estratto non c’era. (Comunque 9)

LIRBI #6 – Henry Rollins (2)

 

 

 

Black Coffee Blues invece l’ho praticamente abitato nelle ultime settimane. Ancora, i ricordi precedenti si fermano agli anni novanta; era come Bukowski per me ma senza l’alcol e preso peggio. Apro il libro a una pagina a caso e da lì vado avanti. Come con Il Libro dell’inquietudine, o un Librogame. La cosa migliore è che ogni frase potrebbe essere usata alla bisogna. Maroni girati? Tonight, I am the king of self infliction. Maroni girati? There must be kindness in blindness, because there is none here. Maroni girati? How convenient to put your need on someone else’s shoulders. Il lato negativo: oltre ai maroni girati non esistono altre sfumature.

LIRBI corti #6 – Mauro Corona, Una lacrima color turchese

Nota metodologica: LIRBI corti è la versione di LIRBI che si occupa di recensire libri sulla base delle prime pagine lette scrupolosamente in biblioteca (cioè scaricate da Amazon e scorse due secondi)

corona

Non sono sicuro di sapere chi sia Mauro Corona, né di volerlo sapere. Quello che so è che questo libro è dedicato Al Papa Francesco. Che Dio lo aiuti (santo Dio. “Santo Dio” lo dico io, non è nella dedica), e alla pagina seguente sfoggia svergognato epigrafi di Mishima e Čechov, scelte accuratamente tra le poche cose banali e sciatte scritte dai due. Che poi anche io metto epigrafi di Wittgenstein prima delle recensioni dei dischi, ma che c’entra. Dalla prima pagina veniamo a sapere che il luogo in cui si svolge la storia (o quel che è contenuto in questa COSA che non chiamerò “libro”) si chiama baita del Ghiro, che l’autore si definisce solo soletto e balordo, dice che la storia PRINCIPIA (un verbo scelto così, tanto per) e che scriverla è una roba che urge. La montagna come caminetto, il Natale perpetuo, gli animali del bosco come amici. Ma andatevene tutti affanculo, lettori e il Papa Francesco compresi. (Voto meno ottantacinque. Poi un giorno nei boschi incontrerò Corona e sarà un grosso e piangerò per il senso di colpa consolato dalle sue forti braccia montanare).