Obey your pacchetto VIP

Non ho mai visto i Metallica dal vivo, e tutti mi dicono che mi sia perso una roba grossa. L’unica volta in cui sono stato davvero in forse è stato tutto sommato di recente, a Bologna, una decina d’anni fa: avevo saputo la mattina che di spalla ci sarebbero stati i Down e stavo pensando di fare una mattata lastminute. Poi mi sono convinto di no, perché il concerto costava 50 euro e mi sembravano troppi. A quanto pare vivo in un pianeta alternativo di falsi metallari incoscienti della realtà che li circondano: l’ho scoperto nel leggere dei prossimi concerti che i Metallica faranno in Italia a febbraio 2018. Nel senso, sì, tra un anno. Li hanno annunciati qualche giorno fa. Nella fattispecie ho letto questa cosa sul sito di Metalitalia. Le prevendite dovrebbero andare online in questi giorni, oggi ho letto i prezzi dei biglietti (92 euro per il parterre) e mi è venuto male al fegato. Sia chiaro: mai quanto mi è venuto i giorni scorsi a leggere cosa comprendono i vip package, cioè –suppongo- dei pacchetti esclusivi che per qualche soldo in più ti danno accesso a degli extra che non siano entrare in platea e spararsi il concerto di fianco a dei cazzari seminudi e ubriachi di lambrusco. I pacchetti sono questi sotto, li copio pari pari.

“The Unforgiven Experience” – 179 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco
entrata da un ingresso dedicato
poster in edizione limitata
gadget in edizione limitata

“Whiplash Experience” – 369 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco con entrata anticipata e scelta del posto
entrata da un ingresso dedicato
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prima consumazione compresa e cena a buffet
visita alla mostra “Memory Remains” con memorabilia dei METALLICA
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

“Hardwired Experience” – 2.399 euro (limitato a 12 per show)
biglietto di ingresso per posto a sedere nelle prime due file
entrata da un ingresso dedicato
meet&greet coi membri della band nel backstage e foto con la band prima del concerto
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prime due consumazioni comprese e cena a buffet
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

C’è una compagnia che fa questa cosa, si chiama Cid Entertainment. Nel sito dell’azienda c’è scritto che CID fornisce “Ultimate Event Experiences for fans like you looking to enhance the way you enjoy your passion.” Poco sotto c’è anche il sudato lavoro di un copywriter: “Don’t you just attend an event: experience it.” In parole povere, esiste un’industria strutturata che lavora all’interno dei concerti mainstream creando una sottoarea steroidea ad accesso limitato.
In linea di principio non c’è niente di scorretto, eh. Soprattutto immagino che siano le regole della domanda e dell’offerta a dare come risultato finale i prezzi di cui sopra. Il mio problema con questa cosa è legato a una roba di cui parlavo qualche tempo fa, in merito al casino che era scoppiato sul secondary ticketing legalizzato. Allora mi era capitato di vaneggiare in merito ad una terra di mezzo che si è venuta a creare tra gli artisti e il pubblico, nei concerti di una certa grandezza, una terra nella quale sta succedendo un po’ di tutto –tra cui appunto il bagarinaggio online a prezzi indecenti, ma non solo. Formalmente riesco a capire cosa distingue un biglietto per i Coldplay scalpato a 369 euro da una Whiplash Experience a 369 euro, a parte la cena a buffet –che prima dei Metallica ci sta tutta, sia chiaro. Detto tra me e voi, e non ditelo in giro, non ho la più pallida idea di chi possa scegliere di spendere 100 euro in più (Unforgiven Experience) per un ingresso dedicato e/o un poster in edizione limitata, soprattutto considerato il fatto che non so se il poster è da prendere
1 quando entri, e poi devi tenerlo in mano durante il concerto (sotto palco)
2 dopo la fine del concerto, che ti tocca aspettare e fare la fila per ritirarli e sei quasi sicuro di beccare l’ingorgo al ritorno a casa –il che può voler dire due o tre ore di macchina.
Ma diciamo pure che la Unforgiven Experience sia giustificata da esigenze di comodità, e vabbè. Rimane da spiegare la Whiplash Experience, che per TRECENTOSESSANTANOVE EURO ti dà il diritto di entrare a una mostra a cui –sembra- sono invitati solo quelli che han pagato 369 euro (ma poi perché non 370 o 400?) e mangiare gratis al buffet a patto di limitarsi a una consumazione, oltre che ad accedere a un punto merchandising dedicato dove puoi comprare roba dei Metallica che –suppongo- agli altri è preclusa. E alla fine di tutto, insomma, hai pagato quasi 400 euro e non ti porti a casa manco la foto assieme ai Metallica.
I quali, naturalmente, non sono il primo gruppo al mondo a trattare i propri fan come bovini da allevamento intensivo –finché c’è latte si munge e via andare. E in effetti un pacchetto da TRECENTOSESSANTANOVE EURO, tolto l’ammontare di roba ridicola che si becca in cambio, potrebbe perfino essere considerabile. Una tipa con cui uscivo, parliamo di una quindicina di anni fa, fu invitata a un concerto di Springsteen da un suo superiore 55enne che voleva farsela: posto seduto in tribuna numerata a guardar sudare l’animale, trasferta in BMW, bicchierino di champagne post concerto, lui può permetterselo, tu non spendi una lira e se si rivela una persona piacevole ha il permesso di farti due avance. Non si può combattere contro quelli in BMW, e quindi ho preferito costruirmi un paradigma estetico secondo cui questa gente non capisce un cazzo di musica e della vita in generale. Ad esempio: se io avessi quei soldi e volessi sedurre una ragazza con la metà dei miei anni punterei su un buon ristorante, o su qualsiasi situazione che non preveda guardare un altro maschio della mia età e pensare “quanto è bono”. Ma diciamo che io possa scialacquare e non voglia venire ucciso dalle ascelle dei miei vicini, ecco, in questo caso probabilmente mi sparerei un concerto dei Metallica con pacchetto Whiplash, così, giusto per far sentire delle merde i poveracci in platea.

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Quello che non riesco a comprendere, nemmeno cercando di astrarmi da me stesso, è il pacchetto Hardwired. A vederlo così, scritto come lo vedete sopra, è già parecchio squallido: in cambio di due mesi dello stipendio di un fan dei Metallica medio, mi beccherei il pacchetto Whiplash, un altro free drink per sciogliere un pochetto la tensione, un meet&greet coi membri del gruppo e –appunto- una foto assieme ai Metallica prima del concerto. Così insomma, metti che io sia il direttore generale di una multinazionale ma abbia anche il pallino di appendere a casa le foto di me con qualche persona famosa, giusto per ribadire a chi mi entra in casa che non sono un pezzo di merda, il pacchetto Hardwired farebbe alla bisogna. A guardare nel sito di Cid Entertainment, tuttavia, c’è un paio di clausole interessanti che riguardano il pacchetto:
1 in merito al meet&greet, si specifica che “Band members may differ per show”. In sostanza può succedere che a un certo punto, prima del concerto, arriva una hostess e ti dice “ho una brutta notizia: James e Lars volevano davvero essere al meet&greet stasera ma la pedicure sta andando per le lunghe. Ma tra poco arriverà Rob Trujillo e sarà felicissimo di rispondere a tutte le vostre curiosità. Più tardi forse anche Kirk farà un salto.”
2 in merito alla foto con la band prima del concerto, è specificato che sarà una foto di gruppo assieme alla band e a tutti e dodici i sottoscrittori del pacchetto Hardwired. SUL SERIO! C’è scritto proprio palesemente così, a specificare che i Metallica non hanno cazzi di farsi fare 12 foto con 12 persone diverse prima di salire sul palco.
Ecco, forse è il frutto di una mentalità stile pago e pretendo da piccolo-medio imprenditore brianzolo, ma se pagassi 2400 euro per avere una foto con i Metallica mi impunterei per avere la foto di me in mezzo ai 4 membri del gruppo senza altri undici stronzi in mezzo alle palle. Ok, io per 2400 euro vorrei una foto con i Metallica, Jason Newsted e il cartonato di Cliff Burton.

Non lo so, non riesco ad uscirne. Ho fatto un giro per il sito di CID e non riesco a capacitarmi dell’esistenza di questa realtà. Tornando al discorso sullo scalping, continuo a pensare che l’anello debole in tutto il meccanismo siano gli artisti. Non giudico nessuna delle categorie coinvolte a parte una. Dal punto di vista di un fan del gruppo può avere un senso voler spendere più soldi in cambio di un plus percepito, e a maggior ragione ha senso che esistano agenzie che trattano questi plus da un punto di vista professionale. Credo che alla base di tutto il discorso musicale esista –o sia comunque esistito in passato- una sorta di questione morale autogestita per cui dovrebbero essere gli artisti a bloccare il meccanismo: con che faccia posso chiederti 2500 euro, anche se sei disposto a spenderli? Era un discorso che facevamo anche per i crowdfunding à la Umberto Maria Giardini. Il tutto per tirar su 30mila euro in più per ogni show, da dividere peraltro con CID. Ok, alla fine del tour sono tanti soldi, e allora immagino tocchi a noi mandarli affanculo…

Club To Club

Ho ancora gli occhi gonfi dalla stanchezza post-C2C, o è l’abbiocco pomeridiano in ufficio, non so, comunque nei giorni che seguono una settimana di C2C il mio unico pensiero è minestrina in brodo e letargo, minestrina in brodo e letargo.

(finisce più o meno così)

(riparto da capo)

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c2c

“Ogni anno, migliaia di ragazze e ragazzi italiani spendono centinaia di euro in voli low-cost e case su Airbnb per assistere ai festival musicali in giro per l’Europa. Chi va a Parigi, al Pitchfork; chi va in Belgio, al Pukkelpop; chi va a Barcellona, al Primavera Sound. Poi ci sono anche quelli che risparmiano anni e se ne vanno a Indio, in California, al Coachella. Ogni anno, dopo che queste migliaia di ragazze e ragazzi italiani sono tornati dai vari festival in giro per l’Europa e ne hanno magnificato le sorti, la line-up, l’organizzazione, il contesto, la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: «Perché non in Italia?»”

È l’inizio di un articolo scritto dal mio amico Hamilton Santià, a cui di primo acchito naturalmente avrei voluto sfondare la testa con un cric. Nel senso che di articoli sulla mancanza di grandi festival in Italia ne escono già parecchi, scritti da gente che non conosco e di cui non mi sento necessariamente obbligato a leggere ciò che scrivono. Perchè non c’è un grande festival in Italia? Chi cazzo se ne frega. Volare a Barcellona (la Djerba dell’indie) mi costa meno che andare in macchina a vedere i Sunn (o))) al labirinto del cazzo in provincia di Parma dove han suonato quest’estate. Poi fortunatamente l’articolo di Hamilton Santià parla di un sacco di altra roba, perlopiù figa. Primo tra tutti il modo in cui il cambiamento di giunta a Torino ha fatto cambiare da mattina a sera l’aria intorno al discorso culturale cittadino, trasformando in maniera abbastanza rocambolesca quello che stava diventando il nuovo centro espositivo della cultura giovanilistica italiana (Salone del libro, TOdays, C2C eccetera) nel ponte di prua del Titanic, con tutta la gente che s’affanna sulle scialuppe e l’orchestrina che suona sul fondo. È un bell’articolo, ed è abbastanza pazzesco che nel clima descritto da Ham si sia svolta l’ultima edizione del C2C, con un cartellone talmente poderoso da far considerare persino a me l’idea di prendere e andar su. Purtroppo poi la vita mi ha inchiodato al paletto, ma la mia amica Batteri (con l’accento sulla A tipo la canzone dei Metallica ma con la i alla fine) (ore di discussione su questa cosa) è potuta andare in rappresentanza de IL SITO e ha raccolto qualche impressione. L’unica condizione che ho posto è che non saltasse il concerto di Arto Lindsay e Paal Nilssen-Love, perchè io sono fatto così, andrei a un festival di elettronica solo per vedere uno che suona la chitarra elettrica senza saperlo fare. Il report parte da qui, in forma di scambio epistolare.  

Arto Lindsay è immenso ed è esattamente l’uomo che vorrei sposare. Ok, questo non fa parte del report ma è la persona con quel genere di schizofrenia di intrattenimento improvvisato creativo che ognuno di noi (sono un po’ pretenziosa credo) vorrebbe avere tutto il giorno attorno a casa. Alterna numeri di chitarra atonali (è un eufemismo) che vanno oltre l’orecchio umano a serenate in spagnolo da farti sciogliere sulle poltrone (sì Arto, sono comode, lo dico per rispondere ad Arto che nei suoi intermezzi si è preso bene con la nostra lingua e ci ha anche chiesto “Come si dice “Comfortable”? sono comode le vostre poltrone?”) (E poi giù di distorsioni, urla nervose da mal di pancia e suonate di chitarra che rimbombano e stridono nel Conservatorio). Tra gli altri monologhi in italiano ci ha anche tenuto a precisare di aver visitato il museo egizio nel pomeriggio, mentre Paal Nilssen-Love era al museo dell’anatomia; che in effetti è la perfetta metafora del live, ognuno dentro al suo museo in completo sviaggio con lo strumento musicale che sta suonando, in contorsioni da guinnes dei primati. Credo di aver visto Paal scrivere lettere d’amore, o comunque lettere postali, sui piatti con la sua bacchetta, generando questi fischi acutissimi. E nonostante tutto il suono generato si sposava benissimo, quasi come l’abbigliamento -probabilmente si saranno trovati in cameretta poco prima: camicia della stessa tonalità di blu polveroso quasi come una divisa. Anyway Bravi, immensi, bis. un’ora e mezza di concerto (saranno state 3? chi se ne rende conto?) da commozione.

(poi FF sottopone a Batteri una cosa scritta su facebook durante il concerto degli Autechre, dall’amico e collega Federico Sardo, il quale acconsente alla citazione e alla riproduzione)

“Ho dovuto arrivare in transenna per trovare un posto in cui la gente non parlasse con accento campano dei cazzi suoi ma niente, pure qua hanno di meglio da fare che ascoltare la musica.
In compenso fischiano perché non fanno ballare.
In Italia non ci meritiamo NIENTE”

FF, in modalità ITALIETTA ALERT (spiego: tutte le volte che qualcuno dice “in Italia” parlando del fatto che siamo cafoni ladri o maleducati mi sale il sangue alla testa. Non è che sono un fascista o cosa, ma mi fa girare comunque i coglioni che ci si riferisca agli italiani come a dei minorati e delle teste di cazzo, umanamente valiamo più o meno quanto i belgi e i senegalesi), chiede a Batteri cosa pensi di questa cosa e se il casino fosse in qualche modo insopportabile.

Che poi stupirsi del pubblico che ad un festival parla di tutt’altro rispetto al festival, boh.

Credo di non aver mai esperito il completo silenzio di sala, nemmeno -che ne so- per Charles Cohen a Electronique ‘15 o la Turandot di Puccini a Torre Del Lago (era l’estate del 2015 anche in quel caso mi pare). Il pubblico da fiera della porchetta è abbastanza prevedibile, poi in effetti basta vederli a gruppi correre urlando verso l’ingresso con i biglietti stampati (ok, io non stampo nemmeno più la carta di imbarco, ma forse era parte del regolamento del C2C) per poi farsi la foto davanti alla security. Quindi sì, se vuoi sentir minimamente commenti su ciò che stai realmente vedendo e ascoltando forse hai leggerissimamente più probabilità di farlo nei pressi delle transenne.

Segue un breve stacco e dopo un giorno mi arriva un’email con il report del sabato, intitolato GIRA VS PAGLIE.

(Non me ne vogliate Swans, ma oggi proprio non ho intenzione di dedicarvi l’attenzione quanto feci per le 3 ore alle Officine Ansaldo nel 2013. Però faccio i complimenti a Gira che è pettinato come me ed è sempre in grandissima forma.

Quel ragazzone di Powell decisamente miglioratissimo, ha fatto ballare la sala di gusto -ormai è diventato nazionalpopolare: tiene il palco, fa divertire, mette i pezzi giusti.

Segue esodo verso sala gialla

(Avrebbero potuto prevedere una linea di metro interna)

Dopo la lunghissima attesa finalmente parte Amnesia Scanner, il duo misterioso di Berlino che alla fine misterioso ha continuato ad esserlo. Nel senso che il buio e il fumo hanno confuso le figure umane al punto che la fisicità e identità erano giusto intuibili, e non c’era uno studio della performance o qualsiasi tipo di presenza scenica -se così vogliamo chiamarla. Avevo la curiosità di sentirli e vederli anche per via di certi decantati visual che poi alla fine non c’erano. E insomma mi ha lasciato un po’ così, si perde un po’ il fascino di vedere un progetto del genere, che ci è arrivato comunque con un’allure e un fascino mediatico di un certo tipo, che poi dal vivo non c’è. Comunque ecco, se proprio devo lamentarmi di qualcosa, più che del rumore del pubblico e della scarsa ricettività durante i concerti mi lamenterei più delle cose a cui si assisteva quando toccava cambiar sala. Ad esempio, ok, mettere Amnesia Scanner in sala grande è un po’ audace, ma di fatto il pubblico si sovrapponeva a quello di Powell -per cui alla fine si è rimasti incastrati in un esodo verso la sala gialla con tanto di urla tipo “abbiam pagatooo” o “sfondiamooo”.

Per poi scoprire una volta aver fatto la fila del passaggio da sala a sala (mai vista fila così) che in realtà la sala gialla fosse ancora discretamente vuota. Ecco, magari queste cose conviene cercare di evitarle a livello organizzativo. Vado a cercare del cibo, dopo magari ti scrivo altro e ti mando le foto e il resto.

Attendo le foto e il resto, che arrivano in una mail intitolata ONE CIRCLE FEAT.DARK POLO GANG.

Se incontri dei nani che parlano in Romanaccio per i corridoi dell’AC Hotel con in testa le bandane rosa della Barbie e che vanno dicendo “raga con chi suoniamo stasera?” ottieni sostanzialmente il featuring a sorpresa in chiusura della sala gialla, vale a dire la Dark Polo Gang 777 sul palco di One Circle (trio Torino/Milano composto da Lorenzo Senni, Vaghe Stelle e A:RA). Dark Polo Gang 777 sono un progetto rap legato più a un immaginario estetico che a un discorso musicale o sottoculturale. Parlano della droga dei vestiti e del nulla, poi sul palco indossano la t-shirt The Beatles -un collegamento che non afferro- e arriva su questa impressione che tutto sia molto più a caso di quanto già sembrasse. Il climax del momento tra l’altro è interrotto da uno svenimento in sala, forse non del tutto casuale. Su One Circle niente da dire ma dell’ospitata si faceva anche a meno, divertente eh, ma quanto una pernacchia di un vecchio su un tram.

Alla fine della mail c’è una chiusura che ho deciso essere un po’ il motto del 2016 musicale.

Comunque in breve:

O sei Esotico.

O sei Nazionalpopolare.

SABATO

Il report del sabato mi arriva qualche giorno dopo. Il C2C ha già comunicato il successo di pubblico dell’edizione, che a me da qui sembra pazzesco (si parla di 45000 persone divise nelle varie giornate). Mi fa piacere, e non credo che ci sia moltissimo da aggiungere, quindi insomma ecco la critica artistica. Diciamo così.

Ho ancora gli occhi gonfi dalla stanchezza post-C2C, o è l’abbiocco pomeridiano in ufficio, non so, comunque nei giorni che seguono una settimana di C2C il mio unico pensiero è minestrina in brodo e letargo, minestrina in brodo e letargo. In realtà sotto sotto sono già gasata che Gaika (per un momento l’avevo chiamato Ghalika, l’avevo fuso con il ragazzetto di via Padova, sì) tornerà presto a Milano. Manco te ne avevo parlato a tempo debito, sarà per un’altra volta, ma niente male il ragazzo. Aspetta, devo andare per ordine altrimenti non capisco più un cazzo. Con tanto di rima.

Purtroppo non ho tante foto di sabato e domenica, a Torino quando piove (maledetta sia la pioggia) hai doppiamente bisogno del telefonino per cercare di non finire nel loop viale/controviale/sottopassaggio e alle 00:30 la batteria è già bella che bollita.

Una cosa che secondo me era più bella nelle vecchie edizioni era che durante il C2C ti spostavi effettivamente da club a club, ora questo accade solamente (o specialmente) all’interno del lingotto, tra le due sale e insomma, male. Fanno eccezione Dance Salvario e Astoria la domenica, ma io avevo già detto Adios Torino.

Il Sabato nella Main room inizia con il ragazzetto Giad, supportato da una sala discretamente gremita e dalla sua crew di ragazzi milanesi. La prima volta lo sentii suonare (e mi fece ballare) in quel della fermata Lanza, o LNZ, a una festa di presentazione di un nuovo tipo di sigaretta elettronica, se non erro con Dj Marfox. Le altre volte l’ho visto in giro per serate, festicciole, alla gelateria Orsi etc. E’ giovane sicuramente, fa ballare, anche questo è altrettanto certo. Selezione hip hop, Frank Ocean e altre strizzate d’occhio. Non a caso è fondatore di una serata hip hop a Parma, è resident al We Riddim Milanese (evoluzione della serata milanese Weird Club, che da seapunk è diventata una roba dancehall. Et voilà)

Ghali è proprio l’esatto esempio della Trap Esotico Nazional popolare, al di là della percezione voglio dire, è proprio esattamente quella cosa lì che fa. Rappa un po’ in italiano e un po’ in arabo, anche lui giovanissimo, appartiene alla generazione dei figli del vicino di casa tunisino del palazzone di Cimiano e infatti viene da Via Padova. E’ timido ma chiacchierone allo stesso tempo, ci fa accendere gli accendini, ci cede il microfono su qualche strofa (ancora in realtà il pubblico non risponde proprio in coro), ringrazia di condividere il palco con “artisti fantastici” come dice lui, e mi fa abbastanza ridere che riassuma proprio con la parola “fantastici” tipo come nei cartoni animati. Tenero, genuino, bravo, Si merita di girare cantando Cazzo mene o Questa Pioggia è uno sballo (ma anche no) meglio Marijuana, e si merita i suoi duecentomila ascolti al giorno.

Junun ft Jonny Greenwood, Shye Ben Tzur & The Rajasthan Express.

Vi sfido a ricordarvelo a memoria questo collettivo del chitarrista dei Radiohead con il musicista israeliano Shye. Questo è l’esempio di Esotico all’ennesima potenza, quasi folkloristico/tradizionale. Ma quanti cazzo sono sul palco? Fa tutto po’ Expo, però davvero divertente. Poi abbandono per farmi una passeggiata nel tunnel della morte (verso la Sala Gialla). Non sapevo che stessi andando incontro a un viaggio senza ritorno.

Ahimè, è stato così. Addio Dj Shadow e scaletta mentale (quelle cose stile “prima faccio questo poi questo poi vado qua e torno di là”). COL CAZZO. Una volta diretti nella sala della febbre gialla ci si muore dentro. Non puoi mollare nemmeno per pisciare, altrimenti non ci torni più.

E quindi via di 2 ore di DJ set di Daphni, Caribou. Che è stato a mio parere uno stracciamento di coglioni, non me ne si voglia. Poi finalmente Clams Casino. SIIIIIII

Madonna che bravo Michael che bravooooo

Che atmosfere, che creativo, che sexyyyyy! Ha fatto ballare di brutto. W l’hip hop, alla faccia di Caribou.

Ormai a Gambe e orecchie sbriciolate, disidratati per mancanza di fondi (impossibile bere cocktail a 9 euro a bicchiere fino alle 5 del mattino) arriva il collettivo Janus. Parte Kablam che in pagella è un 9 e mezzo; segue Mesh che è un 8+, poi arriva Total Freedom, e mi spiace me ne vado a letto.

Refused @ Bronson, Ravenna (16/10/2015)

pernige

I concerti sono belli o brutti e dipende da un sacco di cose –empatia, esperienza, culo, capacità di suonare in ogni condizione e via di questo passo. I concerti sono belli o brutti e questa cosa riesce spessissimo a superare l’umore della persona, in meglio o in peggio –ti aspetti merda e arriva il concertone, ti aspetti di divertirti e il chitarrista sbrocca per qualche motivo. I concerti sono belli o brutti e questa cosa, se siete come me, può salvarti o rovinarti una settimana anche quando sei avanti con gli anni. I concerti sono belli o brutti e questa cosa, quando vai a vedere un concerto, può essere l’unica cosa importante. Quindi forse è bene essere onesti e ammettere che scavalcando tutte le paranoie, il senso di vittoria o sconfitta, le inclinazioni politiche, il licenziamento di alcuni membri in corso d’opera e perfino la qualità di un disco come Freedom, i Refused fanno concerti belli. Che siano belli è evidente dai sorrisoni delle persone illuminate dalle botte di luce che vengono dal palco, quei bei visi allegri di chi stasera sta chiudendo un sospeso vecchio di vent’anni e sente che sta andando nel migliore dei modi e poi da sinistra la gente che si sta menando crea un’onda e qualcuno sale su qualcun altro ed è come i concerti veri, quelle cose che succedevano quando avevo pochi anni sulla groppa. Il sold out annunciato del locale, la fila al bar per prendere una birra che da un paio d’anni a questa parte è pure buona, o almeno bevibile in condizioni che esulano dall’arsura. E parliamo comunque di roba a misura d’uomo: un concerto che inizia a un orario più che rispettabile, sulle 10.30 il gruppo principale, cioè potenzialmente affrontare il giorno successivo senza il debito di sonno ma avendo il tempo per fare una cena una doccia e magari mettere pure a letto la bimba. Quelle cose da trentacinquenne.

E trentacinquenni è quello che siamo, intendo, in generale qui dentro. Qualcuno ha lasciato a casa una morosa poi diventata moglie e poi magari pure mamma, o magari torna per miracolo da una trasferta di lavoro o si è organizzato per fare la serata amarcord con due amici che non sentiva dal 2004. Poi sì, ci sono dei ventenni, ci sono perfino ragazze, e ci sono donne ovviamente, che sono le ex ragazze di uno che a vent’anni era a vedere gli Earth Crisis al Rock Planet e poi si sono lasciati e ora lui o lei stanno con i loro migliori amici e qualcuno per questa cosa s’è tolto il saluto ma stasera si guardano con un po’ d’imbarazzo e fanno un cenno del viso o si abbracciano a caso nel pogo e si aggiornano su vent’anni di pettegolezzi con uno sguardo. In questa cosa c’è qualcosa di bello e qualcosa di brutto, come i concerti: le cose belle sono legate al fatto che la musica unisce le persone, la cosa brutta è principalmente guardare il viso di queste persone che in un flash ricordi tra il pubblico a qualche concerto di gruppi che oggi ti vergogni di aver visto, e sono tutti invecchiati come te –qualche pelo bianco in una barba più folta e più lunga, gli stessi vestiti da camionista appena più anonimi di quanto erano un tempo, il viso più largo o più scavato, occhiali diversi, occhi un pelo più spenti. Qualcuno segue i Refused dall’inizio Pump The Brakes in avanti e qualcun altro ha semplicemente ballato l’unico pezzo ultraconosciuto dei Refused un paio di cento volte nella pista piccola di qualche discoteca rock; nell’economia di un concerto del genere è bello vedere che nessuno fa domande a nessun altro. I concerti sono belli o brutti o medi o poco altro; non mi è dato di sapere se il pubblico dei Refused a Ravenna sia diverso per estrazione sociale e fasce d’età da quello che c’è a Colonia o Milano. Posso supporre di no. Che cosa puoi farci, essendo Dennis Lyxzen? Poco o nulla. I Refused in ogni caso hanno la decenza di andare molto oltre quanto a loro richiesto: salgono sul palco e tirano il doppio di quanto ci si aspetterebbe. Attaccano con la prima del disco nuovo e si mettono ad alternare roba fresca e roba storica. Nell’ottica di un concerto dal vivo, e questo mi fa malissimo, non c’è quasi nessuna differenza tra Freedom The Shape of Punk To ComeThe Shape of Punk To Come è figlio dei suoi tempi ed ha saputo in qualche modo superarli e questo mi ha messo in testa che quelle canzoni abbiano un potere curativo in sé. E invece è solo che le ho ascoltate tanto e boh, niente.

Così insomma i concerti sono belli o brutti e anche se questo è un concerto bello io inizio a sentire di non aver senso dentro al posto. Le cose che mi urtano sono tantissime: volume alto, stagediver trentenni, The Deadly Rhythm senza la intro jazz (figurarsi) e con il break centrale sostituito da un accenno di Raining Blood e il tripudio generale alla fine del pezzo. Poi il gruppo si ferma un secondo, Lyxzen parla dei migranti morti e io provo un fastidio che non so dire da dove venga. Hanno suonato quattro o cinque pezzi, qualcosa così. Esco a prendere una boccata d’aria per farmela passare e poi boh, il vialetto d’accesso al Bronson è deserto e quasi silenzioso. Prendo l’auto e in tre minuti sono a casa. Dicono che per New Noise ci sia stato un macello allucinante.

(il disegno l’ho copiato da uno di Emmanuelle Tchoukriel, Inventario illustrato degli uccelli, 2015, L’Ippocampo)

Arto Lindsay @ Hana-Bi, 03/08/2015

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La maggior parte della gente che vedi a un concerto come quelli a cui vado io sembra seguire un programma di espiazione dei peccati. Io almeno a volte me li immagino così, presi bene a prescindere su un canovaccio che molto spesso se n’è andato a puttane una dozzina di anni fa, come un blando convivere tra sessodipendenza e paura di tirar giù i pantaloni in pubblico. Chi c’è stasera? Gli ex CCCP senza Ferretti che fanno un reading con Max Collini. FIGATA, andiamo. Domani quello che ha fatto due pezzi per la colonna sonora del film di Jarmusch, il giorno successivo qualche oscuro gruppo garage su etichette di seconda forza ma con la fama di band devastante dal vivo. Non te ne accorgi così bene come al concerto di Arto Lindsay, l’appuntamento che aspettavo con più fotta in tutta l’estate. Le persone sono cotte da un caldo improbabile, consumano bicchieri di birra con l’aria di chi non avrà un’altra occasione di bere qualcosa di liquido e si accalcano davanti al palco come se stesse per salire qualcuno tipo Robbie Williams. Hanno  stempiature uguali e contrarie a quella del cantante che sta per salire, un personaggio di prima forza di cui hanno letto il nome e con ogni probabilità ascoltato qualche disco, magari i due pezzi smerdati dei DNA che stavano dentro a No New York. Li vedi fremere esaltati con il cocktail che si sta svuotando e la paura di doverne ordinare un altro perdendo la posizione strategica, mentre altra gente arriva da dietro e inizia a fare il tappo col caldo e la situazione diventa d’un tratto sgradevolissima. Accanto a me tre tizi si prendono bene quando Chris, il padrone del posto che stasera fa anche da dj, suona il pezzo della Handsome Family che sta nella sigla di True Detective s01. Mentre la canzone va avanti iniziano a parlare di quanto faccia schifo la seconda stagione e per un momento sono tentato di intervenire nella discussione con il tono acceso e il cazzo girato, ma tutto sommato mi sono rotto il cazzo di tentare di spiegarlo pure ai miei contatti Facebook. Arto Lindsay arriva poco dopo, con in mano la sua chitarra, sempre la stessa -una Danelectro a dodici corde che produce suoni atoni e fastidiosissimi. La differenza rispetto ad ogni altro concerto di Arto Lindsay che ho visto è che stasera non c’è nessuno a fargli le musiche e le canzoni consistono in testi un po’ sussurrati e un po’ urlati con sotto le vangate di una chitarra affilatissima suonata da un musicista che in una carriera lunga quarant’anni non si è mai preso la briga di imparare un accordo. Le canzoni di Arto Lindsay sono fatte per un contesto diverso, quello dei vari O Corpo Sutil per capirci: suggestioni tropicaliste, sussurri, elettronica delicata. Le canzoni di Arto Lindsay, stasera, diventano abbozzi di rumore bianco montati su tessiture improbabili che di tanto in tanto sembrano incredibly strange music o la finestra su qualche pop rock del futuro. La gente, per la maggior parte, non gradisce e si toglie dal cazzo. Portano addosso le cicatrici di troppa roba interessante vista per spirito di completezza, smettono la dedizione da qualche parte nella seconda parte del concerto, si avvicina al bar per fare due chiacchiere o imbocca direttamente la via d’uscita. Lui conclude il live come l’ha iniziato, violenta le sue incredibili canzoni una dopo l’altra, ne riconosco una a malapena. Ripone la chitarra, saluta, parte la musica rassicurante di qualche disco dalla consolle, tutti passano oltre. La gente s’attarda nel piazzale, si stordisce con qualche altra chiacchiera e l’ultima birra, Arto Lindsay passeggia solo e smarrito come un umarell verso la riva del mare. Un killer.

Bassa diva (e il titolo è l’unica cosa irrispettosa di questo report sullo straordinario concerto di) Björk a Roma

Bjork te l'ha alzata in faccia

Crisi finanziaria, conflitti nei Balcani e Islam radicale, va bene – ma le dinamiche dell’essere fan musicali, ecco un tema che meriterebbe fiumi d’inchiostro e accanimento intellettuale. Perché siamo tutti sempre pronti a comprare (ok) dischi e a sbranarci su chi va bene e chi va male, ma se fino a un certo punto nella storia – io tendo a dare la colpa a Justin Timberlake e al suo primo, irresistibile LP, ma probabilmente la palla di neve era già diventata valanga* – era abbastanza chiaro quali dischi ascoltassimo noi, e quali tutti gli altri, in questa società decadente è tutto diventato un indistinguibile pastone, e il pop da classifica va bene esattamente quanto i gruppi alternativi (che, generalizzando con esattezza, fanno tutti schifo). In poche parole, gli anti-valori diventati oggi valori (fare soldi, possedere tecnologia, essere creativi eppure ricchi, fare soldi, avere un’occupazione con nome in inglese) hanno contagiato anche la musica e artisti come, non so, Rihanna o Tiziano Ferro sono considerati dei vincenti totali, apprezzabili e apprezzati da ogni punto di vista, quando nel 1996 i punk si sarebbero messi le loro magliette strappate danzando al suono della rivolta (cioè un concerto dei Punkreas) (tutto sommato, meglio oggi). In questo contesto, direi mutevole e in continua trasformazione se questo pezzo lo stessi scrivendo per l’azienda in cui lavoro, i veri outsider sono pochi, selezionati artisti, la cui coolness passata è svanita, quella attuale tutta da dimostrare, e che mantengono un’originalità positiva, che ti permette di andarli ad ascoltare e dire: oh, una roba diversa.

Per anni ho pensato Björk portasse sfiga. Credo che il concerto di ieri, a cui ho alla fine assistito, forse spezzando l’incantesimo, sia il terzo da lei tenuto a Roma negli ultimi – mah – 15 anni. La prima volta era al Teatro dell’opera, credo. Andai come uno stronzo a fare la fila fuori da Orbis (su Orbis, unico luogo deputato alla vendita di biglietti di qualsiasi cosa a Roma fino ai primi anni 2000, prima o poi un lungo reportage d’odio), da ore prima dell’inizi della messa in vendita, ma i biglietti finirono poche persone davanti a me. Nel 2008 avevo il biglietto ma non andai a causa di un imprevisto (di cui non ricordo assolutamente le circostanze), ma l’amico che andò al posto mio mi disse che non era stato niente di che.  Tensioni di ogni tipo e su ogni fronte hanno infine accompagnato quest’ultimo concerto di ieri, e mentre alla fine stavo andando sono arrivato a tanto così da un clamoroso incidente in motorino – il Pepe Benelli ha preso vita su Viale Parioli alzandosi sulla ruota posteriore e sbandando da tutte le parti, ma l’ho domato, come quei cowboy magri e gay del film con Jared Leto premio Oscar. Ma sono qui, sono salvo. Björk  non porta sfiga. Avrete il vostro reportage.

Non so bene come il primo e il secondo paragrafo di questo pezzo c’entrino con quello conclusivo, cioè questo, in cui in qualche modo dovrò far quadrare i conti tra i due e riportarli alla circostanza che ieri sera ho visto Björk dal vivo, ed è stata grandiosa. Ho solo giustapposto un abbozzo di riflessione vagamene seria e una cronachetta autoindulgente da blog – in questo mi ha influenzato il tenutario di Bastonate, Francesco –, e ora vado avanti per forza, con questa arietta da cazzo da ragazzo divertente (ma dove ragazzo? Ma dove divertente?), questa ironia protettiva di cui scrivevamo tempo fa e che rende l’Internet, a sua volta, un unico super-testo assolutamente identico in ogni punto (uso “super” non nel senso di “sopra” come fareste voi filosofi, ma nel senso di “grosso”). Björk, se scrivesse su Internet, non scriverebbe in questo modo, ma in un modo non esattamente afferrabile, non proprio mainstream, eppure apprezzato da tanti, come per le dive della lirica. Björk rimane a oggi, non so se l’unica, ma forse la più grande artista della musica che quando esistevano i negozi di dischi si chiamava pop o rock o entrambi. Non fa compromessi, se ne fotte di essere compiacente (setlist basata sull’ultimo, splendido disco, suonato quasi per intero), quando ha finito – molto presto – dice “grazie” e se ne va, senza degnare di uno sguardo i costumi buffi e björkiani di parte del pubblico, lasciando la terra che trema. Trionfo della consistenza nel mondo che si sgretola.

*Oh mai riuscito da bambino – e sì che ci ho provato mille volte – a fare quella cosa che si vedeva in un sacco di cartoni, cioè prendi una pallina di neve, la fai rotolare per il pendio e quella diventa una palla gigante e assassina (ora che ci penso, questo sarebbe un soggetto perfetto per un video di Bjork, solo che la palla di neve avrebbe la faccia di Bjork e ci sarebbero ragni e scarafaggi a buffo). Ho fatto un figlio apposta per riprovare, tra tre-quattro anni vi so dire.

sono stato a vedere Tiziano Ferro dal vivo

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Subito dietro di me quando inizia il concerto c’è una signora di 55 anni, 1,60 di altezza, 90 di peso, un pesante accento bolognese, fascia TIZIANO FERRO in testa, canotta slabbrata. Urla quando si spengono le luci, canta Xdono alla bell’e meglio con il suo accento. Il mio probabilmente è anche più pesante del suo ma non mi sento in forma per cantare i primi pezzi. In parte è dovuto al fatto che anche Tiziano Ferro sul palco non sembra in forma e a suo agio. Xdono, La differenza tra me e te, Sere nere. Poco dietro alla mia destra c’è una coppia di scenester, lui ha una maglietta disegnata da Ratigher. A sinistra c’è un gruppo di mamme con figlie al seguito, la più piccola sui 5 anni, fascia in testa, un bel viso allegro. La mia macchina (4 persone) porta una bambina di 10 anni. Gli spalti e il prato sono pieni ma in un modo abbastanza tranquillo e rilassato, la gente non spinge, non ci sono scene di panico collettivo a parte chi canta –pensavo comunque di più. La cosa che mi colpisce di più nella prima parte del concerto è che è soprattutto, ehm, un normale concerto.

Mio fratello ed io siamo andati a pranzo assieme, per un certo periodo. Era una informale celebrazione dell’età adulta: lui non era più un secondo padre per me, io non ero più un primo figlio per lui. La distanza ideologica tra le età si stava relativamente assottigliando e uscivamo da soli in cerca di un po’ di relax e due chiacchiere tese. Prendevamo la via dei colli e ci scolavamo una bottiglia a testa. Guidavamo a turno, una volta io una volta lui: la mia macchina era un casino, stipata di CD e altre cose. La sua era intonsa e aveva tre dischi, uno dei Joy Division e due compilation di musica italiana generica messe insieme dalla moglie. Lui ascoltava più che altro la radio: a un certo punto, in un viaggio di andata, passava Tiziano Ferro e lui cambiò all’improvviso. “Pensavo ti piacesse”, gli dissi. “Mi è scaduto quando ha fatto outing”, rispose. Dev’essere successo in quel periodo che va da quando tutti iniziarono ad usare la parola outing a quando tutti iniziarono a correggere quelli che usavano la parola outing in modo improprio. Io iniziavo ad amare Tiziano Ferro in quel periodo, non credo per via dell’outing e neanche del coming out. Credo fosse per via dei dischi.

Il lunedì mattina è sempre un po’ più duro degli altri giorni, su internet. C’è più roba da leggere, ci sono i flame fatti apposta e tutto il resto. Lunedì 29 giugno, schiacciato tra l’annuncio del referendum greco e l’analisi politico-economica del mettere la bandiera arcobaleno sulla foto profilo su FB, c’è un editoriale di Gramellini che parla dei concerti di Vasco e Jovanotti, e delle “tribù” che li affollano. “È un’Italia perbene come quella di Lorenzo, ma ovviamente più attratta dal lato oscuro delle emozioni. Qui gira birra, là acqua minerale. E le ragazze non cantano con i maschi ma addosso o addirittura sopra, abbarbicate in gruppi laocoontici da cui spuntano solo i reggiseni.”  Un pezzo abbastanza orribile che retrodata di un altro paio d’anni la banale esperienza di un concerto e la riporta ad un rituale di adesione con pretese esoteriche in posti da 50mila persone. Questa settimana in ufficio abbiamo avuto discussioni: qualcuno andava a vedere Jovanotti, qualcuno andava a vedere Vasco, io avevo comprato i biglietti per Tiziano Ferro. La collega coi biglietti di Vasco non l’ha presa bene, quella coi biglietti di Jovanotti avrebbe voluto essere anche a Tiziano Ferro. Ero infastidito da entrambe le opinioni, ovviamente, come qualsiasi indie-snob che si rispetti. “Perché non capiscono?”, sussurravo a me stesso. I concerti di Tiziano Ferro che considererei *ideali* sono popolati di esteti che con la sinistra hanno passato la settimana ad ascoltare roba tipo Cows e Bongzilla e con la destra adorano senza riserve i passaggi di testo più emotivi di certi singoli. Sarebbe carino se tutti al concerto indossassero la maglietta del Bimbo Fango, ma non posso chiedere troppo. Tiziano Ferro, interrogato da Rockit su questo argomento, dice che “E’ una cosa che io trovo molto tenera e divertente, anche perché questo mi riconduce anche all’idea che ho della musica, una passione quasi fisica. La musica è come l’erotismo e, come tutto ciò che è condizionato dall’istinto, a volte è qualcosa che ti tocca in maniera così animale che non hai voglia di condividerla con gli altri.”

Questo però è il paese reale. Invece del gruppo spalla, per dire, c’è una delegazione di Radio Italia (un dj, uno speaker e due ragazze scosciate) che suona terribili pezzi al confine tra rap italiano di merda, italo-dance di merda ed EBM di merda (un genere misto che a quanto pare sta invadendo militarmente le radio generiche, al punto che pure gente tipo Malika Ayane e Giusy Ferreri è fuori con dei singoli-cassa) e carica il pubblico urlando su le mani o la conoscete questa?, come a un cazzo di evento televisivo. Un’ora di questa merda, forse qualcosa di meno. Al netto di 47 euro di biglietto, pubblicità Livenation sui megaschermi, un’ora per parcheggiare l’auto, 30 minuti per arrivare sul prato e generale sconforto per le situazioni da stadio, inizio a pensare che non ne sia valsa la pena.

E Tiziano Ferro all’inizio non carbura. Non è che stiano suonando male ma non c’è quel clic che mi aspettavo, come se ci fosse chissà che rivelazione. Voglio dire, chi se lo aspettava che durante Sere nere la situazione in mezzo al prato sarebbe stata sotto controllo? Inizio a pensare a quante aspettative ho riposto in questo concerto. È come se fossi qui a saldare un conto con me stesso, l’apice emotivo dell’estate 2015, la tacita ammissione che sono finalmente un uomo e tutto sommato posso perdere davvero la brocca ad un evento collettivo come questo. Poi inizio a sentirmi come se fossi scritto da Massimo Gramellini e non è una sensazione piacevole, mi rilasso e ricomincio daccapo. Si rilassa anche Tiziano Ferro: perde la seriosità stiracchiata delle prime canzoni e inizia a ballonzolare in giro per il palco.

Il palco è una cosa impressionante. Una serie di ledwall alti anche una ventina di metri, montati a parallelepipedi come fossero dei palazzi, su cui vengono proiettate immagini in HD di palazzi e cubi e animazioni diverse ad ogni pezzo. È il concerto con più regia che io abbia mai visto: ogni movimento sembra studiato per filo e per segno con una coreografia molto precisa. C’è una passerella centrale su cui Tiziano Ferro cammina di rado, ci sono cavi a cui viene attaccato all’inizio per iniziare il concerto in maniera informale, con un volo di quindici metri. La direzione ferrea del tutto toglie molta della spontaneità, o forse doveva solo scaldare la voce o acquisire un po’ di conforto. Quando parte Indietro è tornato tutto al suo posto: ho capito che sono venuto a vedere un concerto, e Tiziano swagga che è una gioia per gli occhi. Le difese dell’aspettativa s’abbassano in breve e il primo tuffo al cuore arriva dove non te l’aspetti, un pezzo tipo Imbranato.

Tra Il regalo più grande e Scivoli di nuovo Tiziano Ferro si lancia in un discorso sull’amore. È una cosa che si riferisce vagamente alla cosa della corte suprema USA, con quel tipico tono da supercazzola alla Tiziano Ferro. Avete presente? Come quando a febbraio fu ospite sul palco di Sanremo e disse, uhm, che i governanti ci dicono bugie e le canzoni ci raccontano la verità, o qualcosa del genere (non è una critica, io lo vidi a Sanremo e decisi di comprare il biglietto per il concerto). Molti discorsi di Tiziano Ferro funzionano soprattutto come meccanismi ad orologeria, non funzionano in se stessi quanto nella loro potenzialità generale e/o in virtù di quello che arriverà dopo. Schierarsi pubblicamente da una parte o dall’altra è una mossa coraggiosa, ma non quanto il non schierarsi, non quanto sparire dietro la tua musica. L’adesione tribale ai concerti di Vasco e Jovanotti è soprattutto il risultato di questo dialogo tra personaggio pubblico e personaggio privato (ed è sicuramente inquietante pensare che una persona come Vasco Rossi sia soprattutto il risultato di un dialogo tra due diverse dimensioni di sé, ma nondimeno), che tende a creare una fanbase abbastanza riconoscibile e creare un circolo vizioso alimentato da questo fanatismo separatista italiano all’acqua di rose. Tiziano Ferro è immune da tutto questo. I suoi testi possono riguardare molti ma non tutti, e la sua poetica non ha tracce di populismo se non di secondo grado (lui dice cose, molte persone ci si rispecchiano). I toni delle sue canzoni cambiano molto da un disco all’altro, seguendo probabilmente gli stati d’animo generali dell’uomo, dove magari Jovanotti mette la Grande Chiesa e San Patrignano in Penso Positivo per poi dissociarsi da se stesso ed ammettere di averlo fatto soprattutto perché, tipo, fa rima. La supercazzola prima di Scivoli di nuovo parla di imparare ad amare, del diritto di farlo, poco altro. Si piange soprattutto per quello che non dice.

Davanti a me ci sono due coppie. I maschi, in maglietta casuale, urlano pezzi di testo e s’abbracciano. Le conoscono quasi tutte.

Imparare ad amare non è mica tanto facile, dice Tiziano Ferro. Grazie al cazzo, verrebbe da rispondere, poi lo vedi sorridere e ringraziare e guardarti con quegli occhi. Gli occhi di Tiziano Ferro sono un effetto speciale, ai suoi concerti almeno questo lo impari. Butta un occhio su pezzi di pubblico e sorride e sembra gioia piena, assoluta. Parla di Bologna, della traduzione dei cantautori. Sul finale, appena prima di chiudere, citerà direttamente il più grande cantautore e filosofo che abbia mai operato a Bologna: “sono stato bene”, dice. Il concerto cresce da una canzone all’altra. Vestiti improbabili color rosso fuoco si mischiano a visual di fiamme decomposte mentre lui svolazza con la voce in Xverso. La parte centrale dedicata alla gruva, ai pezzi arenbì, è una cosa abbastanza pazzesca.

(ascoltai Tiziano Ferro per la prima volta quando lo fecero tutti, Xdono che passava una trentina di volte al giorno tra radio, televisione, bar e supermercati. Lo inquadrai in breve come un patetico tamarro che ci provava con l’arenbì e decisi che il fastidio sarebbe durato al massimo il tempo di due festivalbar. Poi il Festivalbar ha smesso di esistere e Tiziano Ferro ha iniziato a spaccare seriamente i culi)

Così, insomma, c’è un momento per la gruva e un momento per amare. Il pubblico qui lo celebra in modi goffi e sguaiati, cercando di coprire la sua voce con le urla in pezzi come L’amore è una cosa semplice. Imparare ad amare, dice lui, lui ha imparato, dice lui. Io non lo so. Di amore ce n’è uno e ce ne sono duecento, c’è l’amore che ti fa perdere la testa e c’è quello che vai a letto un’ora dopo perché devi stendere i panni. C’è l’amore del corpo e quello delle bollette scadute, quello che ti spacca lo stomaco e quello che ti impone una dieta con molte verdure. Qualche amore l’ho imparato e qualche altro no. Poi c’è l’amore che non lo riesci a dire, e a me quello piace molto. È fatto di discorsi che stanno in un universo fatto di due persone e seguono regole grammaticali autodefinite, e comunque decida di uscire fuori da quell’universo si sporca e diventa stupido banale e noioso e niente di che, 5.5 su Pitchfork al massimo. Lo inseguo in un milione di canzoni e nei film e nei libri e lo manco quasi sempre perché non sono molti quelli capaci a scriverlo perché non credo sia una cosa che s’impara, ecco, lo invidio. Ho imparato a funzionare anche io come un meccanismo ad orologeria, come quando in Alta Fedeltà il protagonista si chiede se ascolta la musica perché è triste o se è triste perché ascolta la musica. Buon compleanno, tra l’altro. La mia risposta è che Tiziano Ferro mi parla d’amore in una lingua che non comprendo proprio del tutto ma un po’ sì. Questa cosa forse è comune a un sacco di persone qui dentro. Ci tiene lontani da quello che accomuna il pubblico di Jova e di Vasco, non beviamo acqua o birra con fare ideologico, non ascoltiamo Bombino piuttosto che Springsteen, non siamo fauni né gattoni. Perlopiù siamo gente col cuoricione peloso che fa otto ore di lavoro al giorno senza rompere troppo il cazzo. Tiziano Ferro ha questi testi fatti di rime stronze, congiuntivi sbagliati, termini desueti, saliscendi vocali e piccole rasoiate al cuore e nel complesso di una canzone o di un disco tutte queste cose funzionano in un modo pazzesco che

Tiziano Ferro, in questo, è splendidamente non-generazionale. Ai concerti di Guccini ti capita di chiederti che cazzo facciano i fan di Guccini le sere che non sono a vedere Guccini; stasera li riconosci come quelli che vedi alle riunioni di condominio o in fila per la spesa. Suppongo che il suo punto forte sia riuscire a parlarti senza chiederti adesione; in certi momenti suona non-necessario e sgradevole e magari tronfio, in altri momenti c’è bisogno di lui. Se dovessi dire che è stato il più bel concerto della mia vita penso che farei fatica; ce l’hai o non ce l’hai, ti piace o non ti piace. Penso che mio fratello, outing o non outing, avrebbe fatto fatica a contestualizzare un trentacinquenne che balzella sul palco fasciato in un completo inappuntabile poco prima di cambiarsi dietro un muro di ombre cinesi. Mio fratello ha visto Vasco Rossi una dozzina di volte. E c’è anche una dimensione di complessità, di retaggi culturali e di altra roba che si frappone tra l’amore, la testa degli uomini e le canzoni pop. O magari gli sarebbe piaciuto e magari il prossimo tour, boh. Tiziano Ferro è contento di quello che ha davanti. Continua a sorridere cantare ballare e ringraziare e infilarsi in qualche altra supercazzola o qualche diavoleria tecnica da grande concerto (sul finale si scopre che la passerella è una specie di gru, che si alza e fa un giro a trecentosessanta gradi sul pubblico che urla all’impazzata). Lo stadio è pieno, lui sorride, getta il cuore oltre l’ostacolo, si sgola e ci salva. Per qualche minuto, mica tutta la vita. L’ultima canzone è Incanto ed è la più bella, quella che cantiamo di più, quella in cui lui è preso meglio, una chiusura perfetta. Le persone all’uscita non spingono, camminano tranquille, sorridono un po’. C’è puzza di bagni chimici e piadinari altrettanto chimici, come ai concerti veri, ma un po’ meno. Dal parcheggio al casello dell’autostrada sembran tutti tranquilli: dieci minuti, poi si torna a casa. Sono stato bene, penso. Musicalmente non lo saprei spiegare. Domani si lavora.

Il festival ha il nome di una birra ma non è come credi

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Francesca Sara Cauli

I Moon Duo stanno ancora suonando ma io sono qui dalle sette e sono stanco e ho bevuto un po’ troppo nelle prime ore, così mi avvio verso l’auto che è parcheggiata appena fuori sul lungomare. Mi fanno male i piedi dentro le superga e dovrò buttare pantaloni e camicia nei panni da lavare, sento addosso un terribile puzzo di essere umano e l’odore rappreso del sudore che s’è asciugato tre o quattro volte sul corpo e sui vestiti. Appena uscito dal parcheggio due autostoppisti hipster al massimo ventenni alzano il pollice. Hanno un vinile in mano ed è abbastanza evidente che stavano nello stesso posto in cui ero io. Carico quasi sempre con gli autostoppisti se posso farlo, nel felice ricordo di un me diciassettenne che a conti fatti non è mai esistito -voglio dire, avrò fatto l’autostop cinque volte in vita mia. E ovviamente la prima cosa che mi viene in mente è The Hitcher (originale e remake). Ci mettiamo a chiacchierare: sono due youtuber polacchi di diciannove anni. Vivono a Cracovia e hanno deciso di farsi un regalo per la maturità appena conseguita: il Beaches Brew. In autostop. Da Cracovia.

C’è una complicata storia di costi e benefici dentro, dicono che i canali youtube nel loro paese sono pochi e non ce n’è quasi nessuno che faccia indie music e così loro fanno i video e vengono embeddati da un botto di gente. Quando carichi un autostoppista ti becchi la versione lunga del racconto solo nei casi più sfortunati. Mi chiedono chi sono andato a vedere di preciso, una domanda a cui non so dare risposta (forse le Babes in Toyland, di cui comprai un disco in sconto verso il 2000? Non so); racconto che per me è facile e che di base vado in questi posti per mangiare bere e beccare amici. La domanda ovvia per loro sarebbe che cazzo ci vado a fare, così in fotta, quando c’è un festival e perché non dovrei preferire serate più dimesse, o che so, il bagno al mare accanto all’Hana-Bi. D’altra parte questi hanno fatto 1200 chilometri in autostop per intervistare i Twerps, non devo convincerli di nulla. Li lascio vicino alla stazione, mi ringraziano e vanno via.

Ma in fondo è una bella domanda. L’automatismo su cui sono settato mi impone di uscire di casa solo in presenza di qualcosa di molto importante, di culturalmente imperdibile, tipo il concerto di Johnny Mox. Per quanto riguarda il Beaches Brew di quest’anno, non posso dire di essere fan dei gruppi che ci hanno suonato. Alcuni dei gruppi che mi piacciono, tipo HEBV, non erano adatti alla situazione come altri che non ascolterei mai. Altri artisti che mi piacciono, tipo Godblesscomputers o Stromboli, non ho avuto modo di vederli. Ho fatto due giorni di festival e quello che ricordo sono soprattutto cene e bicchieri di birra.

Francesca Sara Cauli

Francesca Sara Cauli

Ai festival di musica non succede quasi mai. Ti prendi il programma e ti fai strozzare dai tempi serrati e dal panino al volo e la birra di merda e quando butta male provi a rischiare un cocktail e poi boh laggiù in fondo c’è il banchetto del merch e due cessi chimici. Dicono che a vedere i Metallica la zona fosse delimitata da una fila di container e ci fossero dentro più persone di quelle che avrebbero dovuto e le file per panini e birre fossero interminabili. Poi c’è il sole cocente e quando va bene uno spruzzino che butta acqua a getto di vapore e gli umani da festival a torso nudo che ti rompono il cazzo se hai la polo stirata e l’ambulanza che soccorre quelli col colpo di calore. Al Beaches Brew non succede.

Il Beaches Brew prende il nome da una birra e viceversa. Molti festival si chiamano come una birra, tipo l’Heineken Jammin’ Festival o l’Estrella Damm Primavera Sound o qualunque altra marca sponsorizzi il Primavera. La differenza qui è che la birra viene prodotta apposta per il festival e non proprio da una corporazione. Beaches Brew è un’etichetta prodotta da Cajun, un birrificio artigianale che sta dalle parti di Marradi. È una sorta di pale ale molto tranquilla, di quelle che ne bevi dieci e il giorno dopo stai quasi bene; non la miglior birra dell’universo, ma dieci tacche sopra qualsiasi altra birra io abbia bevuto a un festival di musica. La fanno a 5 euro come la Becks ai concerti grossi. Quest’anno è finita verso la mattina dell’ultimo giorno di festival. Ai festival la gente beve.

bw bb - francesca sara cauli 2015-2

Francesca Sara Cauli

Le persone che vengono a questo festival hanno più anni sulle spalle di quanti ce ne si aspetterebbe. 30/35enni, gente in camicia, persone a cui i tatuaggi stanno cadendo, certi inquietanti vicini di casa con cui litigo a volte per come parcheggiano l’auto, eccetera.  Hanno fatto festival stranieri di grido e seguito gruppi improbabili in tour europei, ma è stato tanti anni fa. Ora li incontri e ti perdi in chiacchiere su quanto sia bello stare qui e magari perdi l’inizio dei Twerps perché state mangiando un panino. Amici che vengono da lontano e vedi una volta l’anno, che magari hanno preso una tenda e si fanno le giornate in spiaggia; abitudinari del posto storditi dall’afflusso di persone, qualche piacevole sorpresa dal tuo passato e più di un pensiero a chi non c’è ma dovrebbe esserci, magari per pisciare Strand of Oaks e farsi una chiacchierata in riva al mare alle dieci di sera che c’è la luna arancione ed è gigantesca. Togli le scarpette e arrotoli i pantaloni, c’è pure un palco grosso in mezzo alla spiaggia. Sotto il palco s’accalcano a migliaia. La musica che si suona al Beaches Brew è genericamente “indie”: a volte pop, un sacco di kraut-wave-punk dritto, psichedelia come se piovesse, qualche chitarra acustica, un briciolo di gruva. I gruppi, perlopiù, piombano qui tra un Primavera e l’altro, attratti dalla fama del posto e dalla prospettiva di un paio di giorni in spiaggia, più che dal cachet. Ne parlava il tizio degli A Hawk And A Hacksaw, diceva che era il miglior posto al mondo dove suonare. L’anno scorso curò la migliore edizione del Transmissions (il festival avant del Bronson, si tiene a Ravenna verso marzo) e venne in spiaggia con i Neutral Milk Hotel, una cosa leggendaria. A un certo punto quest’anno spunta fuori che il dj sarà Elijah Wood; tempo di farlo arrivare a Marina e la bacheca Facebook si riempie di foto di miei amici assieme a lui. La musica è spesso molto buona e quasi mai sgradevole. In questi contesti è una scusa, in fondo. Spero il prossimo anno ce ne sia ancora di più, ancora più varia, ancora più sparsa in giro per la spiaggia. E più che altro spero di esserci io, spero ci sia qualcuno con cui perder tempo, mani da stringere, birre da vuotare, scarpette da togliere, buone chiacchiere, l’acqua sui piedi a una cert’ora. Possono pure mandare in loop un disco degli Eagles e rimane il più bel festival a cui sia stato.

(le foto sono di Francesca Sara Cauli)

È UN PAESE L’ITALIA (Sono stato a un concerto di Masini l’altra sera)

MASER

J’hanno spezzato il cuore tutti e due, intendo alle loro donne, intendo Masini e De Andrè. Ma bisogna pur dire che, mentre al secondo tutto è stato perdonato, nel senso che nessuno si è proprio mai scomposto, anzi era tutta poesia, tutta bohème, in quel conformismo inaccettabile che solo i ricchi ribelli di sinistra riescono a toccare, quella roba fatta di indignazione e piagnisteo e che ammette però roba tipo l’antisemitismo o l’evasione fiscale, se perpetrata da loro, insomma in questo interminabile mio periodo fatto di subordinate su subordinate, che i posteri chiameranno DESTRUTTURAZIONE DELLA SINTASSI o REINVENZIONE DELLA LINGUA se sarò ritenuto di sinistra, o più probabilmente inutile delirio di un senza talento se rimarrò sionista come sono, in questa giustapposizione di frasi a caso, quello che sto cercando di dire è che perlomeno IL MASER l’ha detto chiaro, pagandolo con la carriera.

Sono stato al concerto di Masini l’altra sera – intendo dire che ci sono stato davvero, ho pagato per andarci, prendendo i biglietti che costavano meno per prendere in giro me stesso nel senso di “sto facendo la gag”, e l’unica cosa di cui mi pento è questa, perché è stato una figata e se ci tornassi starei in prima fila.

Questo nonostante la PLEBE che frequenta un evento live di questo tipo – una vera plebe, non i ragazzi istruiti del Circolo degli Artisti (r.i.p., ma anche no), non il pubblico generico-yet-piccoloborghese di, non so, dei R.E.M., no, proprio la ggente, il volgo vero, quello che cala dalle periferie e è grassissimo o molto poco vestito o incapace di esprimersi o tutte queste cose insieme, quello che quando fa la botta di vita va a magnà IL PORCHETTONE ai Castelli (più vicini a casa loro di Roma centro), quello che non legge, non si informa, e davvero fa tutte quelle cose che gli schizzinosi film italiani radical chic credono di aver inventato quando mettono un Ennio Fantastichini a fare roba del genere, tipo rallentare, abbassare il finestrino e gridare a una ragazzina di sedici anni: Ammazza che bella cavalla.

Dico “nonostante” la plebe perché io stesso  ero, forse sono, uno di questi istruiti figli di puttana, istruiti nel senso che non c’hanno capito un cazzo, e parlano e riparlano di morale, etica e cazzi e quando si sporcano le mani in realtà stanno facendo robetta da cacasotto tipo ascoltare gli 883.

Pippe, merde, pusillanimi che per anni si sono ascoltati la roba seria tipo non so Kurt Cobain, poi sono usciti da questa narrazione del noi contro di loro e, rompendosi il cazzo di tutto, hanno cominciato prima pian piano, con ironia, a ascoltare un po’ di pop,  e poi, in capo a pochi anni, hanno cominciato a parlar bene e ispirato di questa merda, a fare tesi di laurea su Lady Gaga, rendendo la nettezza di opinioni contrastanti di prima un casino generale in cui tutto vale uguale, tutto può essere preso sul serio perché niente lo è, e tutto è drammaticamente livellato verso il basso, verso le profondità abissali.

In tutto ciò il Maser, cacciato perché portava sfiga, è riemerso dall’oblio vincendo un Sanremo anni fa, e tornando quest’anno al festival con la sua canzone migliore dai tempi della svolta heavy metal di Scimmie, e la sua storia è rimasta pur tuttavia una storia di nicchia vera, perché una storia di plebe, perché la vera nicchia è la massa, la massa ruminante che attraversa la Storia umana tutto calpestando ma mangiando solo erba, quindi mandando giù un sacco di fibre che sta per assimilare poco e cagare molto, e la sua opinione e il suo non-gusto restano perciò dimenticate, irrilevanti, e se qualche volta magari hanno anche rilievo (non so: vince Berlusconi), l’élite degli illuminati che ascoltano Justin Timberlake e Jaga Jazzist li rifiuta con una forza tale da renderli peggio che inesistenti.

Mas, insomma, sale sul palco col gilet, la camicia bianca fuori dai pantaloni, le sue disastrose gambe ciccione dentro pantaloni militari portati su quelle che da lontano intuisco e temo essere Superga. Il palco si illumina di verde, bianco e rosso quando canta quella che fa è un paese l’Italia che ci ha rotto i coglioni, e una gigantesca scritta MASINI VAFFANCULO appare quando canta il suo anthem più anthem. È intonatissimo, è selvaggio, è disastroso negli speech tra un pezzo e l’altro che non sono ironici e superiori come quelli dei cantanti indie, sono cose tipo “Oh ragazzi pensavo che in Alaska ci sono i pinguini coglioni… boh non lo so che cazzo stavo dicendo… la prossima si chiama Ti innamorerai”, sono uno spezzaritmo clamoroso che pure non riesce a spezzare due ore e mezza trionfali in cui c’è pure spazio per il plebeo del pubblico che sale sul palco (come ha fatto? Dovevo pensarci io) chiedendo in sposa la sua plebea, davvero plebea eh, si chiama Sara e viene da un posto tipo CEPRANO ROMANO, lo so perché lo dice al microfono il Maser, il Maser complice che la mette in mezzo clamorosamente e poi la uccide con un pezzone clamoroso che non ricordo più quale ma è una cosa ovviamente disperata e straziante sulla quale, penso, soltanto una indie di merda potrebbe dire NO.

Nelle due ore e mezza che dicevo, che bastano a MM per cantarci tutte le sue canzoni (mancano, credo, solo Le ragazze serie che però a sto punto forse non è sua, e la cover dei Metallica, ma quella è ovvio non la faccia), imparo tante lezioni come mai nella vita prima d’ora: imparo, per esempio, che il pop di cuore e di grana grossa come questo è di gran lunga la mia musica preferita; imparo, con senso di liberazione, che la gente plebea considera plebeo anche me (più precisamente: non mi si incula, ma ovviamente mi considera plebeo, perché per loro null’altro esiste) e questo è buono; imparo, con sollievo, che non sono qui per fare l’esperimento antropologico, sono qui perché mi piace davvero. E grazie all’amico che era con me che non ci ha pensato manco mezzo secondo che stavamo a fa’ finta, e mi ha aiutato a non avere l’atteggiamentino del cazzetto solito, quello che ci si aspetterebbe.

Subito fuori, Roma è tiepida, siamo in pieno centro, a Via della Conciliazione, tra San Pietro e Castel Sant’Angelo, rifletto senza impegno e sono a un passo dal capire tutto – tutto, dico davvero: il senso della musica, lo scopo nella vita, la pienezza che si raggiunge nell’essere padre e forse, solo forse, comincio a capire che in realtà sono felice. Poi qualcuno urla N’A VISTO CHE FIGATA AAA MAIETTA, e mi distraggo e mi accontento, in fondo, del fatto che a breve andrò a dormire con la consapevolezza di aver visto il più bel concerto della mia vita. E so anche che nessuno ci crederà, quando lo racconterò.

Sebadoh @ Bronson, 25/10/2014 (alla buon’ora)

I Sebadoh dal vivo sono la versione da rivista musicale di un gruppo del liceo. Conti fino a quattro e suoni la cover di Smoke on the Water alla meno peggio in cameretta. Poi l’anno scolastico finisce e tu riesci a rimediare venti minuti sul palco alla festa della scuola. Ho avuto fantasie su questi momenti: un giorno salirò lassù, suoneremo da paura, io sarò piegato e maledetto coi capelli sugli occhi e la Fabiana si accorgerà di me. Poi non ho mai imparato a suonare uno strumento e arrivato in quinta ho capito che le cover di Smoke on the Water eseguite alla festa del liceo sono sempre alla meno peggio, un po’ perché bisogna imparare a suonare assieme un po’ perchè insomma, non è una situazione produttiva da first best. Il gruppo sul palco fa del suo meglio. I Sebadoh anche, suppongo, a questo punto da venticinque anni: Loewenstein a destra, Barlow a sinistra, il batterista non mi ricordo come si chiama ma sta in mezzo. Non è che siano fuori tempo o altro, o che ci siano problemi all’impianto o che uno dei tre stia scazzando con gli altri due o altro. Si tratta semplicemente di un concerto del cazzo, senza ciccia, niente di speciale. Per certi versi è pure prezioso, nel senso che a questi livelli di attività (gruppi rodati, locali con programmazioni a prova di bomba e tutto il resto) è difficile trovare qualcuno che suoni abitualmente senza che la musica funzioni ad alcun livello; nel senso, a confronto dei Sebadoh persino un gruppo tipo Black Angels sembra avere una sua blanda ragion d’essere dal vivo. Rimane il fatto che, preso di per sè, è stato un concerto del cazzo.

una per Morrissey che mi ha rovinato la vita

morrissey

 

Mi ha comprato con Everyday is like sunday Morrissey, molto prima che con gli Smiths, per la vita. Non ricordo per quale motivo avessi deciso di comprare il forato di Viva Hate, incombente e anodino tra il Julian Cope più rivenduto in assoluto (My Nation Underground, manco a dire) e un vinile Sarah a caso (non ricordo ora, potevano essere i Secret Shine come qualsiasi altro disco con copertina viola), senza conoscere minimamente l’autore, a parte una foto intravista di straforo su un vecchio numero di Deejay Show tra altre foto formato gigante, Afrika Bambaataa, gli INXS (questo il contesto); il prezzo basso, forse. Magari il caldo estivo, una morsa di torpore e umidità senza costrutto che attanaglia ogni cosa sopra l’asfalto per tre mesi all’anno ad andar bene, uno stato della mente che commercianti, studenti e occasionali turisti (per non dire degli autoctoni senza seconde case altrove) conoscono a menadito; probabilmente lo stesso caldo irragionevole che spinse Meursault a uccidere un arabo random. Quel che non potevo sapere: le ripercussioni, dentro di me, sarebbero state altrettanto irrimediabili, di diverse lunghezze più devastanti.

I primi due pezzi mi sono scivolati addosso, strani bozzetti appena accennati, idee allo stadio larvale di qualcosa che è già cominciato da qualche parte, cacofonico l’uno (Alsatian cousin), troppo breve e criptico l’altro (Little man, what now?); disorientamento, vago fastidio, immediatamente dimenticati. Nell’istante in cui la puntina ha attraversato i solchi del terzo in compenso, all’altezza del ritornello, ho capito di essere fottuto. Transfert attivato, indietro non si torna. Trovarmi di lì a qualche giorno in una situazione speculare al millimetro a quella descritta, che mai ero riuscito a rendere a parole, neppure a me stesso, gli stessi sentimenti a bruciare nelle vene come gasolio sopra un cerino acceso, non ha aiutato. Nascosto nel lungomare scarabocchio su una cartolina: “Quanto vorrei non essere qui”. Nella città balneare che hanno dimenticato di bombardare – vieni, vieni, bomba nucleare.
Merda, mi ci identificavo.
E il ritornello, anche: ogni giorno è come domenica, perché ogni giorno è silenzioso e grigio.
C’ero dentro. Fin sopra le scarpe.
Un incontro peggiore, forse soltanto Faust con Mefistofele.
Poi la seconda rivelazione: Late night, Maudlin street. Il punto di non ritorno. Come nell’istante in cui deflagra l’assoluta certezza di avere incontrato uno spirito affine: può andare come può finire a sfregi, l’essenziale è che non lo saprai mai prima di aver gettato il cuore oltre l’ostacolo, e da quel momento in poi comunque vada sei inerme. In ogni caso. Difese giù, fate di me ciò che volete (non so perché stia usando il plurale ora, rivolto a chi poi; decenni di pessima critica e pessima letteratura la risposta più sensata). Da allora, per molti anni, ogni parola portasse la firma di Morrissey, e intendo letteralmente ogni parola, è stata per me giusta, vera e santa a prescindere. Non esiste suo pezzo dentro il quale non sia morto male innumerevoli volte, ascolto dopo stramaledetto ascolto. Potrei elencare l’intero repertorio, a parte giusto qualche pezzo da Kill Uncle francamente troppo brutto per essere vero; il resto, in blocco, peggio dell’eroina. Voglio dire, letteralmente. Stessa dissipazione, stessa dipendenza, stessa rota. L’incantesimo si è finalmente spezzato con You Are The Quarry: troppi anni dal precedente Maladjusted (che già arrancava), qualcosa nell’ingranaggio si era spezzato, la macchina non era più a regime; oppure nel frattempo ero cambiato io. Si impara, prima o poi.

Non mi ha migliorato la vita Morrissey, anzi, direi piuttosto il contrario; me l’ha rovinata in maniera irrimediabile, irreversibile. Se oggi sono la persona che sono è anche per via delle sue parole, intercettate quando ero totalmente, drammaticamente vulnerabile, del tutto privo di qualsiasi strumento concettuale, scudo o sovrastruttura per saperle contrastare. Mi hanno reso un remissivo, semiautistico bastardo nel pieno degli anni formativi, autorizzandomi ad assecondare i lati più deteriori della mia personalità frantumata, abbracciarli fino all’ultimo senza riserve, nel momento in cui tutto ciò di cui avrei avuto davvero bisogno era roba dritta, ottusa, intollerante, da raddrizzare la schiena al più problematico dei bulletti di periferia, inchiodarlo all’angolo e farlo scappare piangendo. Tipo che so, gli Agnostic Front (scoperti comunque troppo tardi). Ma pure Rollins (altra epifania, sempre troppo tardi; in età prescolare ci voleva), che manco provava ad ammantare di bieco romanticismo intossicante il sentirsi danneggiato; te lo rinfacciava contro, centuplicato, ed era esattamente quel che mi sarebbe servito: scoprirmi danneggiato, e basta. Da lì le necessarie contromisure; mai la resa incondizionata prima ancora di cominciare. E invece Morrissey, con la sua voce querula e riverberata, da ectoplasma che sta per morire di noia, a dirmi cose che già sapevo benissimo; a innescare, ben prima che potessi rendermene conto, l’identificazione peregrina, insensata e letale (lui attore, io cavia; lui qualcuno, io nessuno), certificando come cosa buona e giusta ristagnare nel letame; archiviare ex ante come fallimento certo qualsiasi tentativo di contatto umano (nello specifico, How soon is now? Su di me, più danni dell’AIDS), la certezza matematica di incontrare solo merda sulla strada, e allora perché provare (altra storia, I am a rock di Paul Simon. Altri livelli. Valutazioni massimaliste richiedono esperienza per avere un senso, tanta esperienza; un passaggio che Morrissey, in malafede o meno, radicalmente bypassava. Ma cosa potevo saperne ai tempi). Gli Smiths poi, come passare dalla padella alla brace. Panic il primo contatto; per usare le parole di uno che, a saperlo, verrebbe a cercarmi per uccidermi a sprangate: And I tell you things that you already know, so you can say: ‘I really identify with you, so much!‘. Non stavo a Londra, né a Dublino o Dundee, ugualmente questo era lo stato mentale. Volevo davvero impiccare il dj perché le canzoni che passava non mi dicevano niente a proposito della mia vita. Chi non l’avrebbe voluto? Chi avrebbe scientemente ammesso di essere banale, uno tra i tanti, senza pensieri o problemi unici ed esclusivi (spesso percepiti come irrisolvibili)? E la spirale continuava ad avvitarsi, ogni pezzo un lasciapassare per coltivare e incentivare introversione e autismo, riconosciuto e legittimato come pratica sana, necessaria per elevarsi dalla massa. Motivazionale al contrario: la certezza che languire nell’inespresso e nell’incomunicabilità fosse alla fine cosa buona. Fosse cosa giusta. Fascismo puro, e della peggior specie. Fascismo autoindotto.

Impossibile quantificare il danno sulla lunga distanza. Più facile isolare i chiodi più acuminati nella bara: The World Won’t Listen (oppure Louder Than Bombs, le differenze in scaletta sono infinitesimali) – sempre stati un gruppo da singolo gli Smiths – quasi tutto The Queen Is Dead, in coda il resto, tutto il resto, fino alla più dimenticata delle B-side, alla più urticante delle Peel Sessions (in cui Morrissey spesso ulula peggio di un furetto scuoiato vivo. Autentico masochismo. Ma al cuore non si comanda, giusto?). Nessuna scusa: cercavo un alibi per sottrarmi a questo casino infernale, eccolo servito su un piatto d’argento. A small victory: non ero solo. Senza domanda, inutile ci fosse offerta; gli Smiths tengono banco tuttora.
Mi ci sono voluti anni per uscire dal loop; i segni ancora li porto addosso, fino all’ultimo. Gli errori, una volta commessi, non si possono cancellare, e ciò che è passato non può essere cambiato; va solo accettato. Sa essere la sfida più impegnativa.

Ho visto Morrissey dal vivo tre volte. La prima a Firenze nel 1999, tour di Maladjusted; c’ero dentro, Cristo sulla croce mi avrebbe colpito di meno. Locale pieno solo a metà, lui già sfatto rispetto agli anni belli: chili di troppo, sguardo incattivito, consapevole di stare percorrendo l’arco di discesa, a suo modo eroico. Il gruppo un bulldozer, pezzi tiratissimi, sudore a secchiate; ripescaggi degli Smiths in quantità, per nulla scontati (London). Emozione da prima volta, ero pure stato a Firenze per la prima volta, in gita con la scuola, soltanto pochi giorni prima. Devo avere pianto abbracciando i miei amici e gente a caso, fratellanza con estranei come manco a un concerto dei Manowar. Ero convinto di stare dalla parte giusta della barricata. Un rito di passaggio, da cosa e soprattutto verso cosa non mi è chiaro tuttora. La seconda nel 2004 in uno dei peggiori festival nella storia dell’umanità (suonava dopo i The Rasmus, prima dei Muse, questo per dire il livello); drappelli di fan dei Muse alzavano cori irrispettosi, lui l’ha presa con stile (“Oh, we like Muse too”). Ne stavo uscendo, me la sono voluta comunque raccontare. Poi ha annullato senza motivo due date a Rimini, a meno di ventiquattro ore dall’inizio della prima; nessuna meraviglia, tra le sue bizze forse la più detestabile, ma quella volta ero già lì, avevo comprato il biglietto per entrambe rinunciando a cose tipo Philip Glass gratis a dieci minuti a piedi da casa. Non è piacevole sentirsi fregati, non lo è mai, ma senza una ragione, così a sfregio, è veramente il peggio. Da allora ho detto mai più. Col cazzo.

Questa è la terza. Mi sento più vecchio perché sono più vecchio, alla base una vaga e imprecisata idea di scendere definitivamente a patti con traiettorie di vita imboccate da mo’ e storie già successe, spesso veicolate dalle parole in questione. C’è la storia del cancro, per alcuni un valore aggiunto alla performance, il che dice almeno un paio di cose sulla miseria umana. Lui è lo stesso di sempre: un entertainer atemporale, asessuato (fin dalla semantica: Morrissey, non determina niente, potrebbe determinare chiunque), imprigionato in questo mondo e in questo corpo per qualche strana congiuntura astrale, Ziggy Stardust ma sul serio, senza mascheroni farseschi a ilustrare ai ciechi, l’ambiguità una faccenda ben più sottile, carnale, pregnante (Speedway il manifesto, sempre in repertorio), il sarcasmo la sola arma per contrastare l’entropia (anche stasera ne sparerà a bruciapelo almeno un paio da far impallidire Lenny Bruce).
Apre con The queen is dead e mi rendo conto all’istante che resistere è più che inutile: non ha alcun senso. Quando parte a tradimento (mi ero scordato di quel passaggio) life is very long, when you’re lonely mi esplode in faccia la consapevolezza che tutto è rimasto uguale, esattamente uguale: sanguino ancora dove devo sanguinare, quel che mi metteva in ginocchio quando ero un ragazzino mi mette in ginocchio ora, frasi che erano coltellate nella carne restano coltellate, and so on and so on. Nulla è cambiato.
I pezzi nuovi non mi dicono niente della mia vita, assolutamente niente, ma quelli vecchi sono sale grosso cosparso a piene mani su ferite ancora spalancate: devono dilaniarmi e mi dilaniano, come ieri, oggi e certamente dopodomani. How soon is now? è ancora il pezzo dentro il quale morirei all’istante, nonostante ora sia una persona diversa: più le cose cambiano più restano le stesse. Risveglia ancora i ricordi più brutti della mia vita, che sono sempre lì, mi guardano e aspettano. Altri pezzi nuovi, tempo che deve passare, e passa; video Jacopetti style su Meat is murder per destabilizzare le anime belle, poi i bis. Asleep, come sopra, tagliarsi le vene in verticale non è più un’opzione. L’ultimo pezzo in scaletta è Everyday is like sunday e questa cosa ha un senso profondo per me, a volercelo trovare: un ciclo che si conclude, un altro conto chiuso, e si ricomincia. Fino alla prossima.