Arto Lindsay @ Hana-Bi, 03/08/2015

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La maggior parte della gente che vedi a un concerto come quelli a cui vado io sembra seguire un programma di espiazione dei peccati. Io almeno a volte me li immagino così, presi bene a prescindere su un canovaccio che molto spesso se n’è andato a puttane una dozzina di anni fa, come un blando convivere tra sessodipendenza e paura di tirar giù i pantaloni in pubblico. Chi c’è stasera? Gli ex CCCP senza Ferretti che fanno un reading con Max Collini. FIGATA, andiamo. Domani quello che ha fatto due pezzi per la colonna sonora del film di Jarmusch, il giorno successivo qualche oscuro gruppo garage su etichette di seconda forza ma con la fama di band devastante dal vivo. Non te ne accorgi così bene come al concerto di Arto Lindsay, l’appuntamento che aspettavo con più fotta in tutta l’estate. Le persone sono cotte da un caldo improbabile, consumano bicchieri di birra con l’aria di chi non avrà un’altra occasione di bere qualcosa di liquido e si accalcano davanti al palco come se stesse per salire qualcuno tipo Robbie Williams. Hanno  stempiature uguali e contrarie a quella del cantante che sta per salire, un personaggio di prima forza di cui hanno letto il nome e con ogni probabilità ascoltato qualche disco, magari i due pezzi smerdati dei DNA che stavano dentro a No New York. Li vedi fremere esaltati con il cocktail che si sta svuotando e la paura di doverne ordinare un altro perdendo la posizione strategica, mentre altra gente arriva da dietro e inizia a fare il tappo col caldo e la situazione diventa d’un tratto sgradevolissima. Accanto a me tre tizi si prendono bene quando Chris, il padrone del posto che stasera fa anche da dj, suona il pezzo della Handsome Family che sta nella sigla di True Detective s01. Mentre la canzone va avanti iniziano a parlare di quanto faccia schifo la seconda stagione e per un momento sono tentato di intervenire nella discussione con il tono acceso e il cazzo girato, ma tutto sommato mi sono rotto il cazzo di tentare di spiegarlo pure ai miei contatti Facebook. Arto Lindsay arriva poco dopo, con in mano la sua chitarra, sempre la stessa -una Danelectro a dodici corde che produce suoni atoni e fastidiosissimi. La differenza rispetto ad ogni altro concerto di Arto Lindsay che ho visto è che stasera non c’è nessuno a fargli le musiche e le canzoni consistono in testi un po’ sussurrati e un po’ urlati con sotto le vangate di una chitarra affilatissima suonata da un musicista che in una carriera lunga quarant’anni non si è mai preso la briga di imparare un accordo. Le canzoni di Arto Lindsay sono fatte per un contesto diverso, quello dei vari O Corpo Sutil per capirci: suggestioni tropicaliste, sussurri, elettronica delicata. Le canzoni di Arto Lindsay, stasera, diventano abbozzi di rumore bianco montati su tessiture improbabili che di tanto in tanto sembrano incredibly strange music o la finestra su qualche pop rock del futuro. La gente, per la maggior parte, non gradisce e si toglie dal cazzo. Portano addosso le cicatrici di troppa roba interessante vista per spirito di completezza, smettono la dedizione da qualche parte nella seconda parte del concerto, si avvicina al bar per fare due chiacchiere o imbocca direttamente la via d’uscita. Lui conclude il live come l’ha iniziato, violenta le sue incredibili canzoni una dopo l’altra, ne riconosco una a malapena. Ripone la chitarra, saluta, parte la musica rassicurante di qualche disco dalla consolle, tutti passano oltre. La gente s’attarda nel piazzale, si stordisce con qualche altra chiacchiera e l’ultima birra, Arto Lindsay passeggia solo e smarrito come un umarell verso la riva del mare. Un killer.

Bassa diva (e il titolo è l’unica cosa irrispettosa di questo report sullo straordinario concerto di) Björk a Roma

Bjork te l'ha alzata in faccia

Crisi finanziaria, conflitti nei Balcani e Islam radicale, va bene – ma le dinamiche dell’essere fan musicali, ecco un tema che meriterebbe fiumi d’inchiostro e accanimento intellettuale. Perché siamo tutti sempre pronti a comprare (ok) dischi e a sbranarci su chi va bene e chi va male, ma se fino a un certo punto nella storia – io tendo a dare la colpa a Justin Timberlake e al suo primo, irresistibile LP, ma probabilmente la palla di neve era già diventata valanga* – era abbastanza chiaro quali dischi ascoltassimo noi, e quali tutti gli altri, in questa società decadente è tutto diventato un indistinguibile pastone, e il pop da classifica va bene esattamente quanto i gruppi alternativi (che, generalizzando con esattezza, fanno tutti schifo). In poche parole, gli anti-valori diventati oggi valori (fare soldi, possedere tecnologia, essere creativi eppure ricchi, fare soldi, avere un’occupazione con nome in inglese) hanno contagiato anche la musica e artisti come, non so, Rihanna o Tiziano Ferro sono considerati dei vincenti totali, apprezzabili e apprezzati da ogni punto di vista, quando nel 1996 i punk si sarebbero messi le loro magliette strappate danzando al suono della rivolta (cioè un concerto dei Punkreas) (tutto sommato, meglio oggi). In questo contesto, direi mutevole e in continua trasformazione se questo pezzo lo stessi scrivendo per l’azienda in cui lavoro, i veri outsider sono pochi, selezionati artisti, la cui coolness passata è svanita, quella attuale tutta da dimostrare, e che mantengono un’originalità positiva, che ti permette di andarli ad ascoltare e dire: oh, una roba diversa.

Per anni ho pensato Björk portasse sfiga. Credo che il concerto di ieri, a cui ho alla fine assistito, forse spezzando l’incantesimo, sia il terzo da lei tenuto a Roma negli ultimi – mah – 15 anni. La prima volta era al Teatro dell’opera, credo. Andai come uno stronzo a fare la fila fuori da Orbis (su Orbis, unico luogo deputato alla vendita di biglietti di qualsiasi cosa a Roma fino ai primi anni 2000, prima o poi un lungo reportage d’odio), da ore prima dell’inizi della messa in vendita, ma i biglietti finirono poche persone davanti a me. Nel 2008 avevo il biglietto ma non andai a causa di un imprevisto (di cui non ricordo assolutamente le circostanze), ma l’amico che andò al posto mio mi disse che non era stato niente di che.  Tensioni di ogni tipo e su ogni fronte hanno infine accompagnato quest’ultimo concerto di ieri, e mentre alla fine stavo andando sono arrivato a tanto così da un clamoroso incidente in motorino – il Pepe Benelli ha preso vita su Viale Parioli alzandosi sulla ruota posteriore e sbandando da tutte le parti, ma l’ho domato, come quei cowboy magri e gay del film con Jared Leto premio Oscar. Ma sono qui, sono salvo. Björk  non porta sfiga. Avrete il vostro reportage.

Non so bene come il primo e il secondo paragrafo di questo pezzo c’entrino con quello conclusivo, cioè questo, in cui in qualche modo dovrò far quadrare i conti tra i due e riportarli alla circostanza che ieri sera ho visto Björk dal vivo, ed è stata grandiosa. Ho solo giustapposto un abbozzo di riflessione vagamene seria e una cronachetta autoindulgente da blog – in questo mi ha influenzato il tenutario di Bastonate, Francesco –, e ora vado avanti per forza, con questa arietta da cazzo da ragazzo divertente (ma dove ragazzo? Ma dove divertente?), questa ironia protettiva di cui scrivevamo tempo fa e che rende l’Internet, a sua volta, un unico super-testo assolutamente identico in ogni punto (uso “super” non nel senso di “sopra” come fareste voi filosofi, ma nel senso di “grosso”). Björk, se scrivesse su Internet, non scriverebbe in questo modo, ma in un modo non esattamente afferrabile, non proprio mainstream, eppure apprezzato da tanti, come per le dive della lirica. Björk rimane a oggi, non so se l’unica, ma forse la più grande artista della musica che quando esistevano i negozi di dischi si chiamava pop o rock o entrambi. Non fa compromessi, se ne fotte di essere compiacente (setlist basata sull’ultimo, splendido disco, suonato quasi per intero), quando ha finito – molto presto – dice “grazie” e se ne va, senza degnare di uno sguardo i costumi buffi e björkiani di parte del pubblico, lasciando la terra che trema. Trionfo della consistenza nel mondo che si sgretola.

*Oh mai riuscito da bambino – e sì che ci ho provato mille volte – a fare quella cosa che si vedeva in un sacco di cartoni, cioè prendi una pallina di neve, la fai rotolare per il pendio e quella diventa una palla gigante e assassina (ora che ci penso, questo sarebbe un soggetto perfetto per un video di Bjork, solo che la palla di neve avrebbe la faccia di Bjork e ci sarebbero ragni e scarafaggi a buffo). Ho fatto un figlio apposta per riprovare, tra tre-quattro anni vi so dire.

sono stato a vedere Tiziano Ferro dal vivo

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Subito dietro di me quando inizia il concerto c’è una signora di 55 anni, 1,60 di altezza, 90 di peso, un pesante accento bolognese, fascia TIZIANO FERRO in testa, canotta slabbrata. Urla quando si spengono le luci, canta Xdono alla bell’e meglio con il suo accento. Il mio probabilmente è anche più pesante del suo ma non mi sento in forma per cantare i primi pezzi. In parte è dovuto al fatto che anche Tiziano Ferro sul palco non sembra in forma e a suo agio. Xdono, La differenza tra me e te, Sere nere. Poco dietro alla mia destra c’è una coppia di scenester, lui ha una maglietta disegnata da Ratigher. A sinistra c’è un gruppo di mamme con figlie al seguito, la più piccola sui 5 anni, fascia in testa, un bel viso allegro. La mia macchina (4 persone) porta una bambina di 10 anni. Gli spalti e il prato sono pieni ma in un modo abbastanza tranquillo e rilassato, la gente non spinge, non ci sono scene di panico collettivo a parte chi canta –pensavo comunque di più. La cosa che mi colpisce di più nella prima parte del concerto è che è soprattutto, ehm, un normale concerto.

Mio fratello ed io siamo andati a pranzo assieme, per un certo periodo. Era una informale celebrazione dell’età adulta: lui non era più un secondo padre per me, io non ero più un primo figlio per lui. La distanza ideologica tra le età si stava relativamente assottigliando e uscivamo da soli in cerca di un po’ di relax e due chiacchiere tese. Prendevamo la via dei colli e ci scolavamo una bottiglia a testa. Guidavamo a turno, una volta io una volta lui: la mia macchina era un casino, stipata di CD e altre cose. La sua era intonsa e aveva tre dischi, uno dei Joy Division e due compilation di musica italiana generica messe insieme dalla moglie. Lui ascoltava più che altro la radio: a un certo punto, in un viaggio di andata, passava Tiziano Ferro e lui cambiò all’improvviso. “Pensavo ti piacesse”, gli dissi. “Mi è scaduto quando ha fatto outing”, rispose. Dev’essere successo in quel periodo che va da quando tutti iniziarono ad usare la parola outing a quando tutti iniziarono a correggere quelli che usavano la parola outing in modo improprio. Io iniziavo ad amare Tiziano Ferro in quel periodo, non credo per via dell’outing e neanche del coming out. Credo fosse per via dei dischi.

Il lunedì mattina è sempre un po’ più duro degli altri giorni, su internet. C’è più roba da leggere, ci sono i flame fatti apposta e tutto il resto. Lunedì 29 giugno, schiacciato tra l’annuncio del referendum greco e l’analisi politico-economica del mettere la bandiera arcobaleno sulla foto profilo su FB, c’è un editoriale di Gramellini che parla dei concerti di Vasco e Jovanotti, e delle “tribù” che li affollano. “È un’Italia perbene come quella di Lorenzo, ma ovviamente più attratta dal lato oscuro delle emozioni. Qui gira birra, là acqua minerale. E le ragazze non cantano con i maschi ma addosso o addirittura sopra, abbarbicate in gruppi laocoontici da cui spuntano solo i reggiseni.”  Un pezzo abbastanza orribile che retrodata di un altro paio d’anni la banale esperienza di un concerto e la riporta ad un rituale di adesione con pretese esoteriche in posti da 50mila persone. Questa settimana in ufficio abbiamo avuto discussioni: qualcuno andava a vedere Jovanotti, qualcuno andava a vedere Vasco, io avevo comprato i biglietti per Tiziano Ferro. La collega coi biglietti di Vasco non l’ha presa bene, quella coi biglietti di Jovanotti avrebbe voluto essere anche a Tiziano Ferro. Ero infastidito da entrambe le opinioni, ovviamente, come qualsiasi indie-snob che si rispetti. “Perché non capiscono?”, sussurravo a me stesso. I concerti di Tiziano Ferro che considererei *ideali* sono popolati di esteti che con la sinistra hanno passato la settimana ad ascoltare roba tipo Cows e Bongzilla e con la destra adorano senza riserve i passaggi di testo più emotivi di certi singoli. Sarebbe carino se tutti al concerto indossassero la maglietta del Bimbo Fango, ma non posso chiedere troppo. Tiziano Ferro, interrogato da Rockit su questo argomento, dice che “E’ una cosa che io trovo molto tenera e divertente, anche perché questo mi riconduce anche all’idea che ho della musica, una passione quasi fisica. La musica è come l’erotismo e, come tutto ciò che è condizionato dall’istinto, a volte è qualcosa che ti tocca in maniera così animale che non hai voglia di condividerla con gli altri.”

Questo però è il paese reale. Invece del gruppo spalla, per dire, c’è una delegazione di Radio Italia (un dj, uno speaker e due ragazze scosciate) che suona terribili pezzi al confine tra rap italiano di merda, italo-dance di merda ed EBM di merda (un genere misto che a quanto pare sta invadendo militarmente le radio generiche, al punto che pure gente tipo Malika Ayane e Giusy Ferreri è fuori con dei singoli-cassa) e carica il pubblico urlando su le mani o la conoscete questa?, come a un cazzo di evento televisivo. Un’ora di questa merda, forse qualcosa di meno. Al netto di 47 euro di biglietto, pubblicità Livenation sui megaschermi, un’ora per parcheggiare l’auto, 30 minuti per arrivare sul prato e generale sconforto per le situazioni da stadio, inizio a pensare che non ne sia valsa la pena.

E Tiziano Ferro all’inizio non carbura. Non è che stiano suonando male ma non c’è quel clic che mi aspettavo, come se ci fosse chissà che rivelazione. Voglio dire, chi se lo aspettava che durante Sere nere la situazione in mezzo al prato sarebbe stata sotto controllo? Inizio a pensare a quante aspettative ho riposto in questo concerto. È come se fossi qui a saldare un conto con me stesso, l’apice emotivo dell’estate 2015, la tacita ammissione che sono finalmente un uomo e tutto sommato posso perdere davvero la brocca ad un evento collettivo come questo. Poi inizio a sentirmi come se fossi scritto da Massimo Gramellini e non è una sensazione piacevole, mi rilasso e ricomincio daccapo. Si rilassa anche Tiziano Ferro: perde la seriosità stiracchiata delle prime canzoni e inizia a ballonzolare in giro per il palco.

Il palco è una cosa impressionante. Una serie di ledwall alti anche una ventina di metri, montati a parallelepipedi come fossero dei palazzi, su cui vengono proiettate immagini in HD di palazzi e cubi e animazioni diverse ad ogni pezzo. È il concerto con più regia che io abbia mai visto: ogni movimento sembra studiato per filo e per segno con una coreografia molto precisa. C’è una passerella centrale su cui Tiziano Ferro cammina di rado, ci sono cavi a cui viene attaccato all’inizio per iniziare il concerto in maniera informale, con un volo di quindici metri. La direzione ferrea del tutto toglie molta della spontaneità, o forse doveva solo scaldare la voce o acquisire un po’ di conforto. Quando parte Indietro è tornato tutto al suo posto: ho capito che sono venuto a vedere un concerto, e Tiziano swagga che è una gioia per gli occhi. Le difese dell’aspettativa s’abbassano in breve e il primo tuffo al cuore arriva dove non te l’aspetti, un pezzo tipo Imbranato.

Tra Il regalo più grande e Scivoli di nuovo Tiziano Ferro si lancia in un discorso sull’amore. È una cosa che si riferisce vagamente alla cosa della corte suprema USA, con quel tipico tono da supercazzola alla Tiziano Ferro. Avete presente? Come quando a febbraio fu ospite sul palco di Sanremo e disse, uhm, che i governanti ci dicono bugie e le canzoni ci raccontano la verità, o qualcosa del genere (non è una critica, io lo vidi a Sanremo e decisi di comprare il biglietto per il concerto). Molti discorsi di Tiziano Ferro funzionano soprattutto come meccanismi ad orologeria, non funzionano in se stessi quanto nella loro potenzialità generale e/o in virtù di quello che arriverà dopo. Schierarsi pubblicamente da una parte o dall’altra è una mossa coraggiosa, ma non quanto il non schierarsi, non quanto sparire dietro la tua musica. L’adesione tribale ai concerti di Vasco e Jovanotti è soprattutto il risultato di questo dialogo tra personaggio pubblico e personaggio privato (ed è sicuramente inquietante pensare che una persona come Vasco Rossi sia soprattutto il risultato di un dialogo tra due diverse dimensioni di sé, ma nondimeno), che tende a creare una fanbase abbastanza riconoscibile e creare un circolo vizioso alimentato da questo fanatismo separatista italiano all’acqua di rose. Tiziano Ferro è immune da tutto questo. I suoi testi possono riguardare molti ma non tutti, e la sua poetica non ha tracce di populismo se non di secondo grado (lui dice cose, molte persone ci si rispecchiano). I toni delle sue canzoni cambiano molto da un disco all’altro, seguendo probabilmente gli stati d’animo generali dell’uomo, dove magari Jovanotti mette la Grande Chiesa e San Patrignano in Penso Positivo per poi dissociarsi da se stesso ed ammettere di averlo fatto soprattutto perché, tipo, fa rima. La supercazzola prima di Scivoli di nuovo parla di imparare ad amare, del diritto di farlo, poco altro. Si piange soprattutto per quello che non dice.

Davanti a me ci sono due coppie. I maschi, in maglietta casuale, urlano pezzi di testo e s’abbracciano. Le conoscono quasi tutte.

Imparare ad amare non è mica tanto facile, dice Tiziano Ferro. Grazie al cazzo, verrebbe da rispondere, poi lo vedi sorridere e ringraziare e guardarti con quegli occhi. Gli occhi di Tiziano Ferro sono un effetto speciale, ai suoi concerti almeno questo lo impari. Butta un occhio su pezzi di pubblico e sorride e sembra gioia piena, assoluta. Parla di Bologna, della traduzione dei cantautori. Sul finale, appena prima di chiudere, citerà direttamente il più grande cantautore e filosofo che abbia mai operato a Bologna: “sono stato bene”, dice. Il concerto cresce da una canzone all’altra. Vestiti improbabili color rosso fuoco si mischiano a visual di fiamme decomposte mentre lui svolazza con la voce in Xverso. La parte centrale dedicata alla gruva, ai pezzi arenbì, è una cosa abbastanza pazzesca.

(ascoltai Tiziano Ferro per la prima volta quando lo fecero tutti, Xdono che passava una trentina di volte al giorno tra radio, televisione, bar e supermercati. Lo inquadrai in breve come un patetico tamarro che ci provava con l’arenbì e decisi che il fastidio sarebbe durato al massimo il tempo di due festivalbar. Poi il Festivalbar ha smesso di esistere e Tiziano Ferro ha iniziato a spaccare seriamente i culi)

Così, insomma, c’è un momento per la gruva e un momento per amare. Il pubblico qui lo celebra in modi goffi e sguaiati, cercando di coprire la sua voce con le urla in pezzi come L’amore è una cosa semplice. Imparare ad amare, dice lui, lui ha imparato, dice lui. Io non lo so. Di amore ce n’è uno e ce ne sono duecento, c’è l’amore che ti fa perdere la testa e c’è quello che vai a letto un’ora dopo perché devi stendere i panni. C’è l’amore del corpo e quello delle bollette scadute, quello che ti spacca lo stomaco e quello che ti impone una dieta con molte verdure. Qualche amore l’ho imparato e qualche altro no. Poi c’è l’amore che non lo riesci a dire, e a me quello piace molto. È fatto di discorsi che stanno in un universo fatto di due persone e seguono regole grammaticali autodefinite, e comunque decida di uscire fuori da quell’universo si sporca e diventa stupido banale e noioso e niente di che, 5.5 su Pitchfork al massimo. Lo inseguo in un milione di canzoni e nei film e nei libri e lo manco quasi sempre perché non sono molti quelli capaci a scriverlo perché non credo sia una cosa che s’impara, ecco, lo invidio. Ho imparato a funzionare anche io come un meccanismo ad orologeria, come quando in Alta Fedeltà il protagonista si chiede se ascolta la musica perché è triste o se è triste perché ascolta la musica. Buon compleanno, tra l’altro. La mia risposta è che Tiziano Ferro mi parla d’amore in una lingua che non comprendo proprio del tutto ma un po’ sì. Questa cosa forse è comune a un sacco di persone qui dentro. Ci tiene lontani da quello che accomuna il pubblico di Jova e di Vasco, non beviamo acqua o birra con fare ideologico, non ascoltiamo Bombino piuttosto che Springsteen, non siamo fauni né gattoni. Perlopiù siamo gente col cuoricione peloso che fa otto ore di lavoro al giorno senza rompere troppo il cazzo. Tiziano Ferro ha questi testi fatti di rime stronze, congiuntivi sbagliati, termini desueti, saliscendi vocali e piccole rasoiate al cuore e nel complesso di una canzone o di un disco tutte queste cose funzionano in un modo pazzesco che

Tiziano Ferro, in questo, è splendidamente non-generazionale. Ai concerti di Guccini ti capita di chiederti che cazzo facciano i fan di Guccini le sere che non sono a vedere Guccini; stasera li riconosci come quelli che vedi alle riunioni di condominio o in fila per la spesa. Suppongo che il suo punto forte sia riuscire a parlarti senza chiederti adesione; in certi momenti suona non-necessario e sgradevole e magari tronfio, in altri momenti c’è bisogno di lui. Se dovessi dire che è stato il più bel concerto della mia vita penso che farei fatica; ce l’hai o non ce l’hai, ti piace o non ti piace. Penso che mio fratello, outing o non outing, avrebbe fatto fatica a contestualizzare un trentacinquenne che balzella sul palco fasciato in un completo inappuntabile poco prima di cambiarsi dietro un muro di ombre cinesi. Mio fratello ha visto Vasco Rossi una dozzina di volte. E c’è anche una dimensione di complessità, di retaggi culturali e di altra roba che si frappone tra l’amore, la testa degli uomini e le canzoni pop. O magari gli sarebbe piaciuto e magari il prossimo tour, boh. Tiziano Ferro è contento di quello che ha davanti. Continua a sorridere cantare ballare e ringraziare e infilarsi in qualche altra supercazzola o qualche diavoleria tecnica da grande concerto (sul finale si scopre che la passerella è una specie di gru, che si alza e fa un giro a trecentosessanta gradi sul pubblico che urla all’impazzata). Lo stadio è pieno, lui sorride, getta il cuore oltre l’ostacolo, si sgola e ci salva. Per qualche minuto, mica tutta la vita. L’ultima canzone è Incanto ed è la più bella, quella che cantiamo di più, quella in cui lui è preso meglio, una chiusura perfetta. Le persone all’uscita non spingono, camminano tranquille, sorridono un po’. C’è puzza di bagni chimici e piadinari altrettanto chimici, come ai concerti veri, ma un po’ meno. Dal parcheggio al casello dell’autostrada sembran tutti tranquilli: dieci minuti, poi si torna a casa. Sono stato bene, penso. Musicalmente non lo saprei spiegare. Domani si lavora.

Il festival ha il nome di una birra ma non è come credi

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Francesca Sara Cauli

I Moon Duo stanno ancora suonando ma io sono qui dalle sette e sono stanco e ho bevuto un po’ troppo nelle prime ore, così mi avvio verso l’auto che è parcheggiata appena fuori sul lungomare. Mi fanno male i piedi dentro le superga e dovrò buttare pantaloni e camicia nei panni da lavare, sento addosso un terribile puzzo di essere umano e l’odore rappreso del sudore che s’è asciugato tre o quattro volte sul corpo e sui vestiti. Appena uscito dal parcheggio due autostoppisti hipster al massimo ventenni alzano il pollice. Hanno un vinile in mano ed è abbastanza evidente che stavano nello stesso posto in cui ero io. Carico quasi sempre con gli autostoppisti se posso farlo, nel felice ricordo di un me diciassettenne che a conti fatti non è mai esistito -voglio dire, avrò fatto l’autostop cinque volte in vita mia. E ovviamente la prima cosa che mi viene in mente è The Hitcher (originale e remake). Ci mettiamo a chiacchierare: sono due youtuber polacchi di diciannove anni. Vivono a Cracovia e hanno deciso di farsi un regalo per la maturità appena conseguita: il Beaches Brew. In autostop. Da Cracovia.

C’è una complicata storia di costi e benefici dentro, dicono che i canali youtube nel loro paese sono pochi e non ce n’è quasi nessuno che faccia indie music e così loro fanno i video e vengono embeddati da un botto di gente. Quando carichi un autostoppista ti becchi la versione lunga del racconto solo nei casi più sfortunati. Mi chiedono chi sono andato a vedere di preciso, una domanda a cui non so dare risposta (forse le Babes in Toyland, di cui comprai un disco in sconto verso il 2000? Non so); racconto che per me è facile e che di base vado in questi posti per mangiare bere e beccare amici. La domanda ovvia per loro sarebbe che cazzo ci vado a fare, così in fotta, quando c’è un festival e perché non dovrei preferire serate più dimesse, o che so, il bagno al mare accanto all’Hana-Bi. D’altra parte questi hanno fatto 1200 chilometri in autostop per intervistare i Twerps, non devo convincerli di nulla. Li lascio vicino alla stazione, mi ringraziano e vanno via.

Ma in fondo è una bella domanda. L’automatismo su cui sono settato mi impone di uscire di casa solo in presenza di qualcosa di molto importante, di culturalmente imperdibile, tipo il concerto di Johnny Mox. Per quanto riguarda il Beaches Brew di quest’anno, non posso dire di essere fan dei gruppi che ci hanno suonato. Alcuni dei gruppi che mi piacciono, tipo HEBV, non erano adatti alla situazione come altri che non ascolterei mai. Altri artisti che mi piacciono, tipo Godblesscomputers o Stromboli, non ho avuto modo di vederli. Ho fatto due giorni di festival e quello che ricordo sono soprattutto cene e bicchieri di birra.

Francesca Sara Cauli
Francesca Sara Cauli

Ai festival di musica non succede quasi mai. Ti prendi il programma e ti fai strozzare dai tempi serrati e dal panino al volo e la birra di merda e quando butta male provi a rischiare un cocktail e poi boh laggiù in fondo c’è il banchetto del merch e due cessi chimici. Dicono che a vedere i Metallica la zona fosse delimitata da una fila di container e ci fossero dentro più persone di quelle che avrebbero dovuto e le file per panini e birre fossero interminabili. Poi c’è il sole cocente e quando va bene uno spruzzino che butta acqua a getto di vapore e gli umani da festival a torso nudo che ti rompono il cazzo se hai la polo stirata e l’ambulanza che soccorre quelli col colpo di calore. Al Beaches Brew non succede.

Il Beaches Brew prende il nome da una birra e viceversa. Molti festival si chiamano come una birra, tipo l’Heineken Jammin’ Festival o l’Estrella Damm Primavera Sound o qualunque altra marca sponsorizzi il Primavera. La differenza qui è che la birra viene prodotta apposta per il festival e non proprio da una corporazione. Beaches Brew è un’etichetta prodotta da Cajun, un birrificio artigianale che sta dalle parti di Marradi. È una sorta di pale ale molto tranquilla, di quelle che ne bevi dieci e il giorno dopo stai quasi bene; non la miglior birra dell’universo, ma dieci tacche sopra qualsiasi altra birra io abbia bevuto a un festival di musica. La fanno a 5 euro come la Becks ai concerti grossi. Quest’anno è finita verso la mattina dell’ultimo giorno di festival. Ai festival la gente beve.

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Francesca Sara Cauli

Le persone che vengono a questo festival hanno più anni sulle spalle di quanti ce ne si aspetterebbe. 30/35enni, gente in camicia, persone a cui i tatuaggi stanno cadendo, certi inquietanti vicini di casa con cui litigo a volte per come parcheggiano l’auto, eccetera.  Hanno fatto festival stranieri di grido e seguito gruppi improbabili in tour europei, ma è stato tanti anni fa. Ora li incontri e ti perdi in chiacchiere su quanto sia bello stare qui e magari perdi l’inizio dei Twerps perché state mangiando un panino. Amici che vengono da lontano e vedi una volta l’anno, che magari hanno preso una tenda e si fanno le giornate in spiaggia; abitudinari del posto storditi dall’afflusso di persone, qualche piacevole sorpresa dal tuo passato e più di un pensiero a chi non c’è ma dovrebbe esserci, magari per pisciare Strand of Oaks e farsi una chiacchierata in riva al mare alle dieci di sera che c’è la luna arancione ed è gigantesca. Togli le scarpette e arrotoli i pantaloni, c’è pure un palco grosso in mezzo alla spiaggia. Sotto il palco s’accalcano a migliaia. La musica che si suona al Beaches Brew è genericamente “indie”: a volte pop, un sacco di kraut-wave-punk dritto, psichedelia come se piovesse, qualche chitarra acustica, un briciolo di gruva. I gruppi, perlopiù, piombano qui tra un Primavera e l’altro, attratti dalla fama del posto e dalla prospettiva di un paio di giorni in spiaggia, più che dal cachet. Ne parlava il tizio degli A Hawk And A Hacksaw, diceva che era il miglior posto al mondo dove suonare. L’anno scorso curò la migliore edizione del Transmissions (il festival avant del Bronson, si tiene a Ravenna verso marzo) e venne in spiaggia con i Neutral Milk Hotel, una cosa leggendaria. A un certo punto quest’anno spunta fuori che il dj sarà Elijah Wood; tempo di farlo arrivare a Marina e la bacheca Facebook si riempie di foto di miei amici assieme a lui. La musica è spesso molto buona e quasi mai sgradevole. In questi contesti è una scusa, in fondo. Spero il prossimo anno ce ne sia ancora di più, ancora più varia, ancora più sparsa in giro per la spiaggia. E più che altro spero di esserci io, spero ci sia qualcuno con cui perder tempo, mani da stringere, birre da vuotare, scarpette da togliere, buone chiacchiere, l’acqua sui piedi a una cert’ora. Possono pure mandare in loop un disco degli Eagles e rimane il più bel festival a cui sia stato.

(le foto sono di Francesca Sara Cauli)

È UN PAESE L’ITALIA (Sono stato a un concerto di Masini l’altra sera)

MASER

J’hanno spezzato il cuore tutti e due, intendo alle loro donne, intendo Masini e De Andrè. Ma bisogna pur dire che, mentre al secondo tutto è stato perdonato, nel senso che nessuno si è proprio mai scomposto, anzi era tutta poesia, tutta bohème, in quel conformismo inaccettabile che solo i ricchi ribelli di sinistra riescono a toccare, quella roba fatta di indignazione e piagnisteo e che ammette però roba tipo l’antisemitismo o l’evasione fiscale, se perpetrata da loro, insomma in questo interminabile mio periodo fatto di subordinate su subordinate, che i posteri chiameranno DESTRUTTURAZIONE DELLA SINTASSI o REINVENZIONE DELLA LINGUA se sarò ritenuto di sinistra, o più probabilmente inutile delirio di un senza talento se rimarrò sionista come sono, in questa giustapposizione di frasi a caso, quello che sto cercando di dire è che perlomeno IL MASER l’ha detto chiaro, pagandolo con la carriera.

Sono stato al concerto di Masini l’altra sera – intendo dire che ci sono stato davvero, ho pagato per andarci, prendendo i biglietti che costavano meno per prendere in giro me stesso nel senso di “sto facendo la gag”, e l’unica cosa di cui mi pento è questa, perché è stato una figata e se ci tornassi starei in prima fila.

Questo nonostante la PLEBE che frequenta un evento live di questo tipo – una vera plebe, non i ragazzi istruiti del Circolo degli Artisti (r.i.p., ma anche no), non il pubblico generico-yet-piccoloborghese di, non so, dei R.E.M., no, proprio la ggente, il volgo vero, quello che cala dalle periferie e è grassissimo o molto poco vestito o incapace di esprimersi o tutte queste cose insieme, quello che quando fa la botta di vita va a magnà IL PORCHETTONE ai Castelli (più vicini a casa loro di Roma centro), quello che non legge, non si informa, e davvero fa tutte quelle cose che gli schizzinosi film italiani radical chic credono di aver inventato quando mettono un Ennio Fantastichini a fare roba del genere, tipo rallentare, abbassare il finestrino e gridare a una ragazzina di sedici anni: Ammazza che bella cavalla.

Dico “nonostante” la plebe perché io stesso  ero, forse sono, uno di questi istruiti figli di puttana, istruiti nel senso che non c’hanno capito un cazzo, e parlano e riparlano di morale, etica e cazzi e quando si sporcano le mani in realtà stanno facendo robetta da cacasotto tipo ascoltare gli 883.

Pippe, merde, pusillanimi che per anni si sono ascoltati la roba seria tipo non so Kurt Cobain, poi sono usciti da questa narrazione del noi contro di loro e, rompendosi il cazzo di tutto, hanno cominciato prima pian piano, con ironia, a ascoltare un po’ di pop,  e poi, in capo a pochi anni, hanno cominciato a parlar bene e ispirato di questa merda, a fare tesi di laurea su Lady Gaga, rendendo la nettezza di opinioni contrastanti di prima un casino generale in cui tutto vale uguale, tutto può essere preso sul serio perché niente lo è, e tutto è drammaticamente livellato verso il basso, verso le profondità abissali.

In tutto ciò il Maser, cacciato perché portava sfiga, è riemerso dall’oblio vincendo un Sanremo anni fa, e tornando quest’anno al festival con la sua canzone migliore dai tempi della svolta heavy metal di Scimmie, e la sua storia è rimasta pur tuttavia una storia di nicchia vera, perché una storia di plebe, perché la vera nicchia è la massa, la massa ruminante che attraversa la Storia umana tutto calpestando ma mangiando solo erba, quindi mandando giù un sacco di fibre che sta per assimilare poco e cagare molto, e la sua opinione e il suo non-gusto restano perciò dimenticate, irrilevanti, e se qualche volta magari hanno anche rilievo (non so: vince Berlusconi), l’élite degli illuminati che ascoltano Justin Timberlake e Jaga Jazzist li rifiuta con una forza tale da renderli peggio che inesistenti.

Mas, insomma, sale sul palco col gilet, la camicia bianca fuori dai pantaloni, le sue disastrose gambe ciccione dentro pantaloni militari portati su quelle che da lontano intuisco e temo essere Superga. Il palco si illumina di verde, bianco e rosso quando canta quella che fa è un paese l’Italia che ci ha rotto i coglioni, e una gigantesca scritta MASINI VAFFANCULO appare quando canta il suo anthem più anthem. È intonatissimo, è selvaggio, è disastroso negli speech tra un pezzo e l’altro che non sono ironici e superiori come quelli dei cantanti indie, sono cose tipo “Oh ragazzi pensavo che in Alaska ci sono i pinguini coglioni… boh non lo so che cazzo stavo dicendo… la prossima si chiama Ti innamorerai”, sono uno spezzaritmo clamoroso che pure non riesce a spezzare due ore e mezza trionfali in cui c’è pure spazio per il plebeo del pubblico che sale sul palco (come ha fatto? Dovevo pensarci io) chiedendo in sposa la sua plebea, davvero plebea eh, si chiama Sara e viene da un posto tipo CEPRANO ROMANO, lo so perché lo dice al microfono il Maser, il Maser complice che la mette in mezzo clamorosamente e poi la uccide con un pezzone clamoroso che non ricordo più quale ma è una cosa ovviamente disperata e straziante sulla quale, penso, soltanto una indie di merda potrebbe dire NO.

Nelle due ore e mezza che dicevo, che bastano a MM per cantarci tutte le sue canzoni (mancano, credo, solo Le ragazze serie che però a sto punto forse non è sua, e la cover dei Metallica, ma quella è ovvio non la faccia), imparo tante lezioni come mai nella vita prima d’ora: imparo, per esempio, che il pop di cuore e di grana grossa come questo è di gran lunga la mia musica preferita; imparo, con senso di liberazione, che la gente plebea considera plebeo anche me (più precisamente: non mi si incula, ma ovviamente mi considera plebeo, perché per loro null’altro esiste) e questo è buono; imparo, con sollievo, che non sono qui per fare l’esperimento antropologico, sono qui perché mi piace davvero. E grazie all’amico che era con me che non ci ha pensato manco mezzo secondo che stavamo a fa’ finta, e mi ha aiutato a non avere l’atteggiamentino del cazzetto solito, quello che ci si aspetterebbe.

Subito fuori, Roma è tiepida, siamo in pieno centro, a Via della Conciliazione, tra San Pietro e Castel Sant’Angelo, rifletto senza impegno e sono a un passo dal capire tutto – tutto, dico davvero: il senso della musica, lo scopo nella vita, la pienezza che si raggiunge nell’essere padre e forse, solo forse, comincio a capire che in realtà sono felice. Poi qualcuno urla N’A VISTO CHE FIGATA AAA MAIETTA, e mi distraggo e mi accontento, in fondo, del fatto che a breve andrò a dormire con la consapevolezza di aver visto il più bel concerto della mia vita. E so anche che nessuno ci crederà, quando lo racconterò.