Il pezzo introspettivo

I Linkin Park erano un gruppo del cazzo. Le circostanze storiche li hanno inchiodati ad un periodo nel quale il crossover stava cercando una band che simboleggiasse il salto dello squalo, e il loro disco d’esordio arrivò semplicemente al momento più giusto, o al momento più sbagliato. Vendettero troppo e troppo in fretta e furono spremuti dall’etichetta come si conviene alle sensazioni del pop rock con la scadenza scritta davanti a caratteri cubitali. La loro carriera è continuata fino ad oggi, e se me lo chiedete non saprei davvero dire perchè. Hybrid Theory era talmente sputtanato e melodico che quando uscì il primo singolo dell’album successivo s’era tutti pronti a cacargli sopra; non c’era già quasi più gusto a farlo. E in effetti il primo singolo di Meteora, Somewhere I Belong, era davvero una merda improponibile

o no. Mi ritrovai ad ascoltarla in condizioni al limite dell’umano: sei o sette pasaggi uno in fila all’altro, presa bene sull’ultimo break con Bennington che si scortica le corde vocali, e tutto questo impianto fragile nel testo che s’accompagnava ai chitarroni. Era un pezzo introspettivo. “Introspettivo” è proprio l’aggettivo che usai, durante una telefonata con Matteo, non so chi dei due fosse più stupito che l’ultima canzoncina di un gruppo del cazzo come i Linkin Park ci prendesse così bene. “Introspettivo” è una parola improbabile, una po’ da critico musicale: in prospettiva mi sono vergognato talmente tanto di averla usata che ancora oggi se mi capita sotto gli occhi ripenso alla canzone dei Linkin Park.

La buona notizia è che il resto di Meteora non era un granché. La critica ci pisciò sopra senza fare una piega, i Linkin Park si accontentarono di venderlo ai ragazzetti, portarono a casa un altro record di vendita e dissero addio al sogno umido di un’immortalità artistica che a scapito del singolo  introspettivo non avevano il cervello manco per immaginare.

Da lì in poi non ci ho più voluto avere a che fare. Per quanto possibile, almeno: i Linkin Park, come tutti i gruppi del cazzo di straordinario successo commerciale, erano talmente pimpati e pompati che la loro musica s’è trovata a far da colonna sonora nelle situazioni più disparate. Uno non può scegliere il modo in cui entra nella storia, e di solito si consola pensando che la maggior parte degli altri nella storia non ci finisce proprio. Ma i Linkin Park se li prese in carico un visionario. Nel 2006 usò una loro canzone, Numb/Encore, per musicare la scena di apertura del remake di una serie TV che lo aveva reso famoso negli anni ottanta. In maniera probabilmente accidentale si tratta di una delle più belle scene mai viste al cinema, e del film più bello degli anni duemila. Io tendo a sopravvalutare tutto quel che dice Michael Mann, così negli ultimi dieci anni ho ripreso in mano i Linkin Park e di tanto in tanto mi riascolto qualcosa. La mia canzone preferita dei Linkin Park è Somewhere I Belong, il pezzo introspettivo. La seconda che preferisco è Numb/Encore, che è sempre  introspettiva, e riascoltando i Linkin Park te ne accorgi subito che di introspettivi come loro ce n’erano pochi, e che lo erano quasi sempre e almeno avevano il coraggio di esserlo senza enfatizzare troppo. È ragionevole pensare che il suicidio di Chester Bennington non farà un granché per ridimensionarli artisticamente: erano un gruppo del cazzo. Se solo tutti i gruppi del cazzo fossero come loro. 

Una cosa che non c’entra con Fantozzi

Avevo iniziato a raccogliere mentalmente  le espressioni che uso correntemente e che vengono dai film di Fantozzi, tipo che so, “coglionazzo” o “accento svedese”, “rutto libero” o “crocifisso in sala mensa”, ma in realtà le espressioni sono tantissime -tutte le volte che sbagliamo apposta un congiuntivo, in fondo, stiamo rendendo omaggio. Poi ho pensato ai ganci con la musica, ad esempio Crocefisso in sala mensa degli Encore Fou, e poi mi è venuta in mente una cosa stupida.

Se mi chiedete qual è il pezzo di giornalismo musicale più bello che ho mai letto, quello che mi ha influenzato di più e quello che mi ha fatto capire quanto cazzo può essere bello scrivere di musica, non ho nessun dubbio. È un pezzo a più mani uscito su Rumore vent’anni fa, per l’esattezza -se non erro- era il numero di gennaio del ’98, quello con gli Shellac in copertina. Non era l’intervista agli Shellac. Era un altro articolo, una cosa che forse già a quei tempi avevo imparato si chiamasse divertissement. Dicono sia stato un’idea di Fabio De Luca: prendiamo un mostro sacro, uno di quegli intoccabili della musica colta di cui leggerete benissimo tra due pagine, e lo facciamo a polpette. Uno a testa. Quello che ognuno disprezza di più. A dispetto di un paio di episodi più deboli, e dei pericoli che potrebbero essere insiti in un’idea del genere (gratuità, conti personali da saldare, eccetera) quelle pagine vibrano di una tensione meravigliosa in cui quasi tutte le firme di Rumore, chissà perché, si esprimono al meglio. Nel tritacarne finisce gente tipo Frank Zappa, Ramones, Smiths, Pistols, Brian Eno, Doors, Sonic Youth. A sentire qualche biascicato commento, la redazione viene invasa di lettere di fan infuriati per il trattamento subito dai loro beniamini. I miei due preferiti sono un pezzo cortissimo in cui Luca Frazzi sparla di CCCP e CSI tirando fuori in maniera quasi incidentale la più bella e lucida analisi mai scritta da chicchessia sull’alternative italiano, e soprattutto un monumentale sproloquio (Deconstructing Henry), firmato da Bordone e Vettori, che si fa beffe di Henry Rollins. L’articolo si chiama La corazzata Potiomkin.  

L’unica volta che ho visto i Pan Sonic

(RIP Mika Vainio)

Ho visto i Pan Sonic una volta sola, nell’ottobre del 2004. La storia è così: i Pan Sonic suonano al TPO di Bologna, avevo saputo della serata il giorno stesso, mi ero organizzato con Nicola e avevo addosso una gran fotta. Il concerto inizia alle 10 e io per i concerti sono sempre stato mediamente in apprensione. Partiamo sulle otto e mezzo, dico, se c’è poco casino per strada al limite facciamo un bicchiere di vino lì fuori dal TPO. Quando il TPO era nella sede vecchia, un paio di km fuori da Porta Stocazzo, c’era un’enoteca bellissima/scrausa sull’incrocio, o almeno è così che mi ricordo le cose. Arriviamo sulle 9.30, e per evitare di romperci troppo il cazzo dentro al TPO andiamo davvero a bere un bicchiere di vino nell’enoteca ancora deserta. Mezz’ora dopo ci presentiamo alla cassa e ci vuol poco a capire che siamo i primi paganti della serata. Entriamo comunque, “magari queste serate iniziano un po’ più tardi”. Alle 11 il posto è ancora deserto e noi abbiamo fatto tutto quel che c’è da fare quando aspetti un concerto -birra, banchetto dei dischi, un’occhiata ai flyer. Dopo un’altra mezz’ora siamo a parlare seduti sul lato destro del palco, assieme ad un altro paio di amici che abbiamo incontrato. Si avvicina un tizio esattamente a metà tra il fricchettone e il punkabbestia, cioè un normale bolognese intorno ai 25, attacca un po’ bottone, ci dice che è dell’organizzazione e che dobbiamo andare a bere o il concerto non inizia. Lo guardo un po’ stralunato. Lui mi pianta gli occhi addosso e poi mi spiega come funziona la politica economica del Teatro Polivalente Occupato di Bologna: il cachet dei Pan Sonic è tot mila euro, e finchè non siamo riusciti a tirarli su tra ingressi e bar il gruppo non comincia. Gli chiedo se sta scherzando e lui mi guarda come se avessi detto che Pasolini stava con gli sbirri. Nel suo surrealismo la situazione ha un lato divertente: è un’ora e mezzo che siamo in questo posto a romperci il cazzo nella speranza che prima ci sia un concerto dei Pan Sonic, e d’un tratto arriva un tizio a dirti che il concerto dei Pan Sonic potrebbe non esserci mai. Sul momento sono tentato di vedere il suo bluff: che succede se non vado a bere? Stiamo qui a cagarci il cazzo fino a ora di colazione? D’altra parte è l’ottobre del 2004, ho 27 anni, sono single, non guido e l’idea di disobbedire a qualcuno che ti intima di bere un’altra birra è sconosciuta al mio paradigma ideologico. Così vado al bar e mi sparo un’altra consumazione o due. A un certo punto il TPO raggiunge il break even, sarà circa l’una e mezza di notte, e a quel punto i Pan Sonic possono suonare. 

Non è una gran storia, ok. Il concerto poi però fu una cosa epica: quelli che c’erano ne han parlato per anni come della massima cosa musicale mai successa. Qualche mese dopo dal TPO ci passò la reunion degli Slint: puzzava di cazzata ma c’erano i Radian di spalla, così mi organizzai per andare. Però mi dissi “col cazzo che stavolta mi fregano, loro e le loro attese infinite” e salii a Bologna con la massima comodità. Quando riuscii ad entrare i Radian stavano finendo l’ultimo pezzo.

MATTONI: Willard Grant Conspiracy (in morte di Robert Fisher)

La rubrica MATTONI, ormai caduta in disgrazia, parla di canzoni lunghe dieci minuti e passa. Di solito è roba che compete alla sfera del metallo estremo o dell’elettronica militante ma non sempre. Oggi, ad esempio,

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Come tutti quelli flippati coi dischi ho anche io un sacco di psicosi assurde legate alla musica. Una delle più bizzarre, a cui non penso spesso, è questa: se una persona che ne sa meno di me mi fa scoprire un disco bello, soffro fisicamente. Sono stato chiaro? Mi sa di no. Cerco di spiegare.
Durante la vita ho passato un sacco di tempo a scandagliare riviste e siti internet alla ricerca di qualunque tipo di buona musica. Una delle spinte iniziali, quando diventi un fanatico di questa roba, è saperne più di quelli che vivono nel tuo condominio, e così cominci: concerti, dischi, concerti, dischi, fanze, riviste, concerti, dischi, forum eccetera. Personalmente ho anche una lista di persone che in anni di preadolescenza mi hanno sfottuto per qualche macroscopica lacuna musicale, quelli che ti sfottono perché a 13 anni non sai chi sono i Led Zeppelin, eccetera. L’indiretto protagonista di questa storia non mi ha mai sfottuto, anzi è una delle migliori persone che abbiano mai incrociato la mia vita, ma non ha passato gli ultimi vent’anni a comprare leggere scaricare. Però negli anni del liceo mi ha fatto un po’ cominciare ad ascoltare certa musica –gli devo i Pantera, Danzig, i primissimi Litfiba, qualche roba crossover, il Wu Tang, i Negu Gorriak, diverse cose hardcore vecchie. Negli anni di formazione in provincia avere a che fare con questa roba è abbastanza insolito e può portare a tracciare una specie di solco su cui poi si va a costruire un po’ tutta una narrativa personale. Oddio, sto facendo un pippone. Ricomincio.
Col mio amico andavo al liceo ed ero innamorato di lui perché aveva una testa pensante anche a 15 o 16 anni, una cosa che almeno alla mia epoca era abbastanza una rarità. Nei primi anni di università abbiamo finito per perderci, come del resto era fin troppo auspicabile, e quando ci siamo ritrovati s’era formata più o meno la nostra personalità, o quantomeno la nostra sfera di interessi. Io avevo passato gli ultimi 7 o 8 anni ad ascoltare musica di ogni tipo in modo ossessivo ed enciclopedico, lui no; lui svolgeva il lavoro per cui aveva studiato, io no; sia io che lui eravamo piuttosto ossessionati dall’idea di mangiare bene e bere bene, così insomma, un terreno comune e tante serate. Succede più o meno dieci anni fa: sono in macchina con lui diretto in qualche cazzo di ristorante in collina, lui ha lo stereo acceso con la musica bassa che viene da qualche CD fatto con gli mp3, e chiacchieriamo di cose che non ricordo, e a un certo punto inizio a prestare attenzione alla musica. È una specie di giro allucinato di rockettone psichedelico che se non sbaglio sta andando avanti da cinque o sei minuti senza cambiare mai, e ogni tanto la musica si stacca e c’è un tizio col vocione che canta, quelle voci scurissime che t’immagini nascondano un tizio di mezza età col barbone e i capelli corti, una certa qual intonazione alcolica, e poi a un certo punto la strofa finisce e mentre la musica ricomincia a suonare la voce continua a ripetere Let it roll, let it roll, let it roll e via di questo passo finchè non inizia a urlare. Non riconosco il cantante né il gruppo e questa cosa mi fa MALISSIMO, dieci anni di studio buttati nel cestino, ora dio cristo devo chiedergli che disco è, e io non voglio chiederglielo, voglio saperlo prima e magari dire “ma questo chi è, Smog?”, e lui saprebbe quanto cazzo sono serio. Vabbè. Gli chiedo chi è, e lui mi dice che sono i Willard Grant Conspiracy, che da poco hanno suonato qui in giro e io non solo me li sono persi ma manco lo sapevo perché non avevo idea che fossero fighi. Così. Gli dico di alzare, poi c’è da dire che l’altra roba secondo me funziona un po’ meno o almeno in quella macchina non funziona così bene quanto il tiratone di prima. Vabbè. Non ricordo come è andata la cena ma era la sua macchina, quindi io mi sarò ubriacato. Il giorno successivo ho scaricato il disco e l’ho messo su.
Poi da allora sono successe svariate cose, soprattutto col mio amico –io ho cambiato città, lui si è sposato e non è più facilissimo vedersi coi miei bambini e i suoi orari lavorativi eccetera, ma tutte le volte che ci vediamo per me è una cosa speciale. I Willard Grant Conspiracy li ho ascoltati per bene: il disco che contiene Let It Roll si chiama Let It Roll e come quasi tutta la loro produzione è perlopiù acustico. La voce è di un tale di nome Robert Fisher, che poi è l’unico vero e proprio membro del gruppo, il quale nel corso della sua esistenza ha operato con una cinquantina di musicisti diversi. Sono riuscito a vederlo anche dal vivo, una serata strana e molto raccolta a metà settimana. Era uscito un altro disco del gruppo, Pilgrim Road, e il palco era diviso a metà con Cesare Basile in non so quale progetto estemporaneo. C’era anche il mio amico. Fisher era pazzesco: un armadio di un quintale e mezzo seduto a lato del palco, manco un millimetro di barba, una voce assurda. Ieri s’è saputo che è morto di cancro: la sua musica qui è arrivata ma non ha fatto poi troppo clamore, quindi magari –almeno per i fanatici del folk- vale la pena perderci un’oretta e mettersi in pari. Se lo chiedete a me, conviene partire con Let It Roll: dieci minuti di folk elettrico allucinato e rumorosissimo, la voce ubriaca di Fisher che sul finale urla in un modo da far paura.

 

 

Mancarone Alan Vega #3: Life Ain’t Life

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Dujang Prang lo comprò Matteo una volta che eravamo assieme a far compere, forse a Bologna, forse la sera che suonavano i Mars Volta all’Estragon. Brr, i Mars Volta -sfortunatamente li sentimmo dal vivo prima dell’uscita del disco. Insomma, comprò il disco e poi mi iniziò a dire quanto era figo e brillante e tutto. Dujang Prang è una fase abbastanza chiave della carriera dell’Uomo: dopo Why Be Blue rimette i Suicide in naftalina e inizia a concentrarsi sulla propria mission, diventare una specie di dio del pop di classe Ozzy Osbourne/Michael Jackson. Nel senso soprattutto di inventarsi un formato su cui poter passare la vecchiaia senza dover faticare troppo a lavorare su testi e interpretazioni eccetera. Così Life Ain’t Life, più o meno a metà di Dujang Prang, diventa una sorta di manifesto del Vega tardivo, quello per capirci che farà capolino nell’essenziale disco con i Pan Sonic (il primo intendo, il secondo è figo ma non essenziale) e nelle comparsate con gente tipo Hell o il disco dei Suicide di inizio anni duemila. Il concetto musicale consiste nel  blaterare minchiate senza senso tipo “woooow, hey” dietro testi incomprensibili. Le tensioni minimal/rock/gruva che erano riuscite a definire la musica di Vega e dei Suicide fino al ’93, grazie probabilmente all’apporto fondamentale di Ric Ocasek (e se ne trovano ancora tracce generosissime in New Raceion) semplicemente spariscono, per venir sostituite da robe musicali inquietanti e indefinibili che sembrano realizzate in dieci minuti con qualunque cosa il produttore (cioè la moglie Liz Lamere) abbia sottomano. Techno di quarta categoria, rumore bianco, hip hop dozzinale: da qui in poi non ha più alcuna importanza, a patto di sentirlo blaterare lo stesso testo nichilista-attonito per l’eternità. è una fase della carriera in cui non se lo può permettere: più che la definitiva consacrazione sarà il suo affossamento in un cliché di terza categoria, la macchietta dell’ex-rockstar tossica che cerca disperatamente di pagare la bolletta del gas con dischi improvvisati, salvato appena appena dall’altissima spendibilità del suo genio nel giro dell’elettronica snob. Ma Dujang Prang è una forma musicale pura e geniale: riconducibile tanto ad un Burroughs quanto a certe pulsioni gibsoniane o a Incredibly Strange Music, è comunque una delle cose più allucinate uscite negli anni novanta e forse il trionfo della (non) concezione su cui Vega stava lavorando fin dal secondo disco dei Suicide. Di cui tutto sommato DP è persino una versione migliorativa. Grazie Matteo.

Mancarone Alan Vega #2: Frankie Teardrop

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Quando muore un artista diciamo famoso, di quelli che hanno fatto la storia della musica, la gente posta il video della propria canzone preferita -e perlopiù è la canzone più famosa dell’artista, una cosa molto irritante del tipo, quanto ne sapevi davvero di lui se hai ascoltato una canzone? OK, per Alan Vega è stata Frankie Teardrop. Per cui, un minimo di spiegone.

Una volta ho letto questo libro di Hornby che si chiama 31 canzoni e parla, appunto, di 31 canzoni. Alcuni racconti mi piacciono e alcuni altri no. Quello che mi piace meno è quello su Frankie Teardrop: la usa come una sorta di scusa per parlare delle manie apocalittiche della critica musicale. Il ragionamento è che i critici musicali, essendo persone mediamente tranquille e passive che di lavoro si fanno mandare dei dischi a casa per posta, coltivano questa sorta di alienazione latente che li porta a farsi dosi minuscole della vita di qualche altra persona, possibilmente povera o depressa, in forma di canzoni apocalittiche. Questa cosa in qualche modo è la negazione della vita vera: apprezzare ed ascoltare compulsivamente Frankie Teardrop è possibile solo a persone relativamente al riparo dai problemi. Questa è una tesi abbastanza comune anche al di fuori della fanbase di Nick Hornby, nel senso, che le tendenze apocalittiche della musica tendano a dare una visione del mondo distorta che la maggior parte delle persone non si può permettere. In sostanza, quando iniziano a morirti dei parenti capisci che tutto sommato i Beach Boys hanno più senso degli Swans. Dall’altra parte dello spettro culturale ci sono i cultori della musica come aggressione di stampo politico, estremismo a prescindere, rappresentazione di una rivolta, quelli per cui la musica in quanto arte serve ad allargare i confini del già sentito. Sono quelli che per capirci biasimano chi si mena sotto al palco mentre suonano i Riviera in quanto portatori di cliché musicali -e quindi, per traslazione, una zavorra culturale. Sono due posizioni che contengono notevoli dosi di verità, e la loro naturale capacità di coesistere all’interno delle stesse menti crea degli irrisolti. La maggior parte dei sostenitori dell’una e dell’altra tesi pensa che la controparte sia composta da idioti che dovrebbero smettere di produrre o consumare cultura (vedi appunto Hornby o la maggior parte della critica militante odierna), e questo è dovuto alla sostanziale incapacità di pensare e realizzare un terreno comune. Come si fa?

È un conflitto ideologico che la maggior parte delle persone risolve creandosi una scala di valori personale, o in alternativa battendosene apertamente le palle e limitandosi ad ascoltare quel che si ama. A 19 anni la musica ha il dovere di dare fastidio, a 26 anni la musica ha il diritto di dare fastidio, dopo i 30 la musica ha la capacità di dare fastidio. Quando ero ragazzo ho pensato per molto tempo, sull’onda dell’ascolto compulsivo del primo disco dei Suicide e di tutta la roba che avevo letto sul gruppo, che Alan Vega e Martin Rev fossero tra virgolette più avanti rispetto al loro tempo, che siano stati perennemente incompresi, che abbiano vissuto su un altro pianeta. Basta l’evidenza empirica a negare questo assunto: ho potuto leggere cose molto complete su di loro, e ascoltare il loro primo disco, 20 anni dopo che quelle cose sono successe. Ascoltando il primo disco invece è evidente che i Suicide fossero comprensibilissimi in tempo reale, e perfettamente inseribili nel suono della loro epoca –e che di fatto siano stati compresi e inseriti. Quello che faceva la differenza, nella loro prima incarnazione, è che avevano una personalità che non aveva nessun altro, e facevano cacare sotto dalla paura. Forse è questo il motivo per cui il loro modello originario è rimasto irreplicato: pochissime eccezioni e quasi tutte fuori contesto, tipo State Trooper che già AAE aveva citato -e del resto è impossibile non citarla in questo contesto. Ed è anche il motivo per cui Frankie Teardrop è il loro manifesto, LA CANZONE dei Suicide come Closing Time è la canzone dei Semisonic, il modo migliore di spiegarli. Perché anche dopo che la musica ha sfondato ogni limite posto dai Suicide, sia in termini di violenza pura che in termini di approccio minimale, Frankie Teardrop è ancora uno dei pezzi più spaventosi di sempre, e ha ancora il potere di scagliarti nel posto buio triste e senza via d’uscita che (purtroppo) hai riconosciuto come “casa” la prima volta che l’hai ascoltato. Questa cosa non è mai cambiata. Poi come dice Hornby ognuno nella vita ha i suoi drammi e le sue difficoltà e non è più così divertente metterci assieme i primi Suicide -e i successivi sono semplicemente troppo scalcinati per poterli mettere nella storia del pop e far sì che tutti quanti stiano attenti. Ma almeno Frankie Teardrop è riuscita a diventare un terreno comune di scambio tra una parte e l’altra, e quando fai un giro da quelle parti la trovi che sta ancora lì a piantonare. Come a dire, occhio.

Mancarone Alan Vega #1: Dream Baby Dream

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Una volta, una soltanto, ho fatto una cosa da film, ero innamorato ed era successo qualcosa di bello, e così ho messo un disco e ho chiesto alla mia fidanzata che poi oggi è mia moglie di ballare con me, e abbiamo ballato in salotto tipo valzer, ma male, e la canzone era Dream Baby Dream dei Suicide, fatta proprio dai Suicide e non da Springsteen. Alan Vega dei Suicide è morto l’altra notte nel sonno, me lo hanno detto nel momento più incongruo possibile, mentre cioè ero ai Parioli davanti alla palestra di Madonna con un caldo assurdo – non è bello questo fatto che gli appassionati di musica si avvertono tra loro se muore Alan Vega -, e se fossi uno scribacchino di quelli che scrivono sui blog rifletterei adesso sulle tante incongruità congrue della musica e della vita di Alan Vega e della sua band (cioè il solo Martin Rev), per esempio essere stati il miglior gruppo punk di sempre senza essere punk, di avere affinità con gente tanto diversa quanto ad esempio Cecil Taylor o Madonna, di aver suonato rockabilly selvaggio senza neanche l’ombra di una chitarra e boh altre cose tipo chiamarsi i Suicidio e parlare in realtà del profondo splendore dell’esistenza. Ma così non è, queste cose non le ho dette, e anche se le avessi dette non conterebbero perché sono uno di quelli che scrivono sui blog (bè, su un blog solo) e nella mia band non c’è nemmeno il solo Martin Rev e in ogni caso Alan Vega è morto l’altra notte, nel sonno, aveva 78 anni e perciò, quando quindici anni fa più o meno l’ho visto suonare al Classico ne aveva già più di sessanta, eppure indossava una tuta argentata tipo Bradley Cooper che fa footing in quel film in cui interpreta un pazzo. Pochissimi non sanno che il suo miglior album è un album non scritto né interpretato da lui, per la precisione Nebraska di Bruce Springsteen che è anche il miglior album di Springsteen.  Ma Alan Vega è morto l’altra notte, oh, è morto Alan Vega, davvero, i Suicide non ci sono più, e una volta, una volta soltanto, ho ballato davvero nel salotto, come fosse un film, l’ho fatto perché ero innamorato, e anche se Alan Vega è morto e i Suicide non ci sono più io lo sono ancora, e perciò è come se continuassi a ballare, e la canzone è sempre Dream Baby Dream dei Suicide.

I Pantera, l’estate del ’96 e altra roba legata

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We were not just some band.
Phil Anselmo

A un certo punto, è maggio o giugno, le persone iniziano a suicidarsi in massa. Dipende dal caldo. È la teoria di una tizia che lavora al negozio di alimentari di mia madre, supportata dall’evidenza empirica di un paio d’anni da pendolare a non so che scuola in Toscana. Dice che quando arriva il caldo i treni tardano sempre perchè qualcuno ci si butta sotto, e poi la gente sta ferma dentro al vagone e inizia a strippare a sua volta. Prima arriva il caldo, più la gente esce di testa. Hai presente quando capita una qualche giornata afosa in aprile? Gli esseri umani della zona temperata non sono biologicamente preparati a sudare in aprile. Questa è più o meno la cosa più interessante che imparo a inizio estate 1996. Il negozio di mia mamma ha bisogno di manodopera e io mi devo intervallare tra gli studi universitari e la cassa del Conad. Gli altri discorsi che si ascoltano alla cassa del Conad sono storie di decadenza paesana, e tutte le estati sono le stesse: si dorme con la finestra aperta fino a che non si sente delle prime case che sono state svaligiate, la settimana prima c’è stato un incidente in centro al paese, un negozio sta chiudendo, un piadinaio sta aprendo dalle parti di Budrio, dicono che il comune non dà i permessi di fare la rotonda, hanno beccato una coppia di ragazzini a scopare in mezzo a un campo, maschio e femmina intendo (che nel 1996 gli omosessuali ancora non esistono). D’estate, nei paesi come il mio, la gente rinasce. Il corpo smette di pesare come un macigno, la sera si esce sempre, i ragazzini smettono di pascolare per le vie deserte di Cesena il sabato sera alla disperata ricerca di un gruppo di ragazzine, si rovesciano sul lungomare di Cesenatico sfruttando i pochi neopatentati disponibili. Al campetto della chiesa inizia il torneo di calcio a 7, molti partecipano, molti stanno sugli spalti a guardare. D’estate sei fuori casa cinque giorni a settimana, gli altri due recuperi il sonno o guardi i film horror su italia uno. Al TG c’è sempre il caldo record, intervallato alla bomba d’acqua. I medici raccomandano di bere molta acqua e per altri quindici anni nessuno mi parlerà di storytelling. La canzone più ballata dell’estate 1996 potrebbe essere Children di Robert Miles.  

È difficile pensare a un disco meno estivo di The Great Southern Trendkill, e forse è per quello che in quell’estate mi si attacca addosso. Nell’estate del ‘96 ho diciotto-quasi-diciannove anni, la patente da poco, riesco a montare l’autoradio in macchina col primo stipendio, tra virgolette, che prendo al negozio. Non ho ancora un lettore CD in casa, e la cassetta me la faccio doppiare da un amico del mio paese in cambio di una bevuta. Tra i diciotto e i diciannove anni  è importante avere musica nello stereo che una ragazza non potrebbe mai ascoltare. Perchè? Non lo so. Sta di fatto che ho l’immagine di me che passo col disco a palla e i finestrini abbassati in giro per le strade del mio paese, o a fare karaoke inventandomi le strofe di Floods in fila al semaforo di Porta Santi, manco fossi dentro a Fusi di testa, col tizio in fila davanti a me, Passat grigio metallizzato, mi guarda dallo specchietto e sorride per compassione.

Parlando da un punto di vista oggettivo, TGSK non è il miglior disco dei Pantera. Non è quello più amato dai fan (Vulgar), non è quello che ha definito la loro svolta (Cowboys), non è quello che ha fatto il record di vendite (Far Beyond Driven), non è quello con i pezzi migliori (Vulgar), né quello che li ha imposti come inevitabili nell’immaginario del metal (sempre Vulgar). Ai tempi dell’uscita di TGSK, anzi, i Pantera sono già diventati una storia vecchia: Far Beyond Driven si guardava bene dall’apportare il minimo cambiamento al consolidato assetto musicale del gruppo. Dal ‘94 in poi sembrano destinati a fare la fine dei soldati giapponesi matti a guardia dell’isolotto, in un mondo che si evolve di settimana in settimana.

La storia dei Pantera, per convenzione, inizia con l’ingaggio di Phil Anselmo alla voce. Ci arriva giovanissimo, subito dopo la cacciata di Terry Glaze, quando ancora i Pantera sono un gruppo glam metal di secondaria importanza con una manciata di dischi in attivo; da fanatico di hardcore punk e Judas Priest, sembra uno dei pochi adatti a quello che il gruppo sta diventando. Niente di imprendibile, sia chiaro: il thrash sta arrivando al suo apice e lo street metal sembra avere i giorni contati, così i fratelli Abbott (chitarra e batteria) provano a concepire un cambiamento di suono che li riesca a tenere a galla. Non è nemmeno un cambiamento traumatico: ci vogliono diversi anni, un disco di transizione, un contratto major e poi Cowboys From Hell che col passato non c’entra quasi niente. E da lì è un crescere continuo, inarrestabile, che arriva all’apice all’uscita di Far Beyond Driven (il primo disco di metal estremo che arriva primo in classifica negli USA). E poi si comincia a scendere. Annotato il nome dei Pantera come essenziale a capire il metal dei primi ‘90, il rock pesante inizia ad orientarsi verso certe forme filo-crossover che si prenderanno tutta la ribalta negli anni successivi: nel 1992 esce il primo RATM, nel 1994 il primo Korn, e da lì tutto il resto. Nel ‘96 il secondo RATM è fresco di stampa, i Sepultura hanno fatto uscire Roots; è uscito Burn My Eyes, è uscito il primo disco dei Deftones. È un po’ un biennio di cambiamenti, di gruppi che esordiscono col botto o s’impongono definitivamente; tutto quello che è successo cinque anni prima sembra venire dal cretaceo. Basti dire dei Metallica di Load, quattro anni e zero dischi di distanza dal Black Album, accusati da chiunque d’essere la quintessenza dello svilimento di un genere. I Pantera vanno un po’ a finire in mezzo tra l’una e l’altra cosa: la loro credibilità pubblica è ormai bassissima, a forza di risse con la stampa di settore e tirate fasciste di Phil Anselmo ai concerti, iniziano a diventare l’incarnazione di un’epoca di chiusura mentale che andrà necessariamente superata.

L’estate del ‘96 è l’ultima estate da adolescente. L’università non sembra fare per me, odio il negozio di alimentari e sono incastrato dentro ad entrambi. Ho una brutta cotta per una ragazza non interessata a me, non sono interessato ai posti che i miei amici amano frequentare, non ho voglia di cercare vere e proprie alternative alla vita che faccio. È una storia noiosa: ti guardi intorno e non va bene niente e non hai ancora abbastanza testa per capire che il problema sei tu. Non ho idea se la generazione prima della mia e quella dopo abbiano avuto lo stesso conflitto. Per me no, hanno avuto un conflitto più o meno simile ma ogni volta le priorità sono diverse, e sicuramente è diversa la colonna sonora. Poi arrivano il revisionismo, le versioni posticce della stessa cosa, la retorica del rock’n’roll e il reunion tour, e sono tutti modi per cercare di ricomprarsi il tempo perduto

I Pantera sono un gruppo dozzinale, fatto di musicisti sicuramente preparati ma non particolarmente capitali, e la loro musica ha sicuramente vette compositive ma sono vette che forse qualcun altro ha toccato prima e dopo di loro. E i loro testi sono perlopiù coacervi di puttanate generiche. Ma quello che manca loro dal punto di vista artistico viene ampiamente compensato da ciò che ti danno emotivamente: ascoltare i Pantera, da Vulgar in poi, ti dà qualcosa che è difficile mettere a parole. Questa componente di coinvolgimento personale al di là dell’invenzione musicale in se stessa è la caratteristica che ha permesso ai loro dischi di non invecchiare, o di farlo meglio di quelli di alcuni dei loro contemporanei. Per cui, nell’analisi critica dei Pantera, qualcosa sfugge sempre: dieci o vent’anni dopo è possibile prendere le distanze da un certo tipo di estremismo, anche più incompromissorio e politico e musicalmente avventuroso: l’accacì più brutale, i gruppi grind, il rap hardcore, ma non i Pantera. La loro musica, specie se riascoltata non troppo spesso, riesce a comunicare ancora una dimensione di appartenenza. Non è possibile spiegare perchè.

L’estate del ‘97 il mondo ha risolto la maggior parte dei propri conflitti, delle proprie contraddizioni. Cioè sono stato io a farlo: ho iniziato a studiare con un briciolo di metodo e dare un buon numero di esami e lavorare al negozio va bene, non pesa più così tanto. Inizio ad uscire con una ragazza e mi ci fidanzo assieme, e ascolto ancora metal e accacì e rap peso, ma inizio a saperne abbastanza di indierock e postrock e di noise e riesco a coltivare una superficialissima passione per jazz e musica di confine di cui nessuno di quelli che conosco sa nulla. È l’inizio di un’altra età, una specie di seconda adolescenza, non proprio proiettata verso il futuro ma, almeno, non troppo spaventata all’idea che ce ne sia uno.

Già ai tempi di Far Beyond Driven il gruppo sta affrontando più problemi di quanti sarebbe lecito aspettarsi. Il disco vende da dio, certo, ma le performance live dell’epoca Vulgar Display of Power sono un ricordo. Phil Anselmo ha un grosso problema alla schiena; dovrebbe essere operato e stare un anno in convalescenza, ma non è il momento giusto per il gruppo. È così, a detta sua, che inizia la stagione dell’eroina, una dipendenza che pur tenuta nascosta al gruppo, a detta loro, presto inizia a vedersi ai concerti del gruppo. Il rapporto tra Anselmo ed i compagni è comunque tesissimo: la comunicazione è ridotta al minimo e limitata ai pochi momenti pubblici. S’inizia ad intravedere la spaccatura che farà finire i Pantera in soffitta, qualche anno dopo: da una parte i due fratelli Abbott, dall’altra Phil Anselmo, in mezzo Rex Brown, un po’ indeciso da quale parte buttarsi.

Ma è in questo periodo che Anselmo inizia a diventare davvero il personaggio leggendario che sappiamo oggi. Nei primi anni ‘90 è iniziato il sodalizio con Jim Bower, il personaggio chiave della sua crescita artistica, da qui in poi in bilico tra metal estremo e southern rock riveduto e corretto. Nel ‘95 il sodalizio sboccia agli occhi del mondo: esce NOLA dei Down, supergruppo con Bower, Anselmo, Pepper Keenan e Kirk Windstein: un disco bellissimo e nato un po’ per sbaglio, fuori dai riflettori, senza che l’ombra lunga dei Pantera si allunghi sulle composizioni, roba che cammina sulle proprie gambe. Forse è il fatto che esista un’alternativa concreta ai Pantera a favorire l’ulteriore allontanarsi di Anselmo dai Pantera, e forse le droghe peggiorano di molto la situazione. In un caso o nell’altro, nel ‘96 dei Pantera senza Phil Anselmo sono impensabili quanto un Phil Anselmo senza Pantera. E se si vuol far uscire un altro disco, tocca pensare ad una soluzione di compromesso.

Ne ho già parlato in passato: potendo scegliere, mi piacerebbe che tutti i miei musicisti preferiti non trovassero mai la pace interiore, continuassero a soffrire come dei cani e raccontare la loro sofferenza nei dischi. Non è colpa mia, ma statisticamente la sofferenza il disagio e l’abbrutimento generano musica migliore. Mi rendo conto che sia una perversione e un lato malvagio della mia personalità, ma ho un’autentica predilezione per i dischi rock realizzati a un grado minimo di comunicazione, quelli per cui il gruppo rompe i rapporti con l’etichetta, quelli dopo cui il cantante viene ricoverato per esaurimento nervoso, il gruppo si scioglie, il bassista esce sbattendo la porta. In Utero, Vitalogy, Flowers of Romance, i NIN fino a Fragile, eccetera. Quella di The Great Southern Trendkill è una delle realizzazioni più tormentate della storia del rock: Dimebag Darrell, Vinnie Paul e Rex Brown registrano la musica in Texas, mentre Phil Anselmo si rintana nello studio di Trent Reznor a New Orleans per le parti vocali. Ad aiutare Anselmo il più assurdo comprimario pensabile: Seth Putnam degli Anal Cunt, coetaneo del cantante dei Pantera, tossico convinto e uomo-chiave del grindcore statunitense. Il gruppo s’incontra per la prima volta alla vigilia del tour, il cantante è piuttosto avanti nella sua downward spiral. Il risultato delle sessions è il disco più violento e negativo mai inciso dal gruppo.

Il carattere respingente di TGSK è la sua qualità più grande, ed è pienamente esemplificato dai primi dieci secondi di musica: partono tutti assieme fortissimo, Anselmo urla sguaiatissimo, Vinnie Paul batte a tempo di death metal e gli altri due vangano. Poi la canzone corregge il tiro e inizia a ragionare sulla forma di groove metal più compressa mai ascoltata, grossomodo il menu di tutti gli altri pezzi del disco; il testo parla di essere fan dei Pantera all’epoca in cui il disco esce, una cosa piuttosto stupida -non fosse intervallata dai rantoli di Putnam. Il momento più significativo, quello che raccoglie il significato ultimo di TGSK, sono le due parti di Suicide Note. La prima parte, l’unica ballata acustica mai incisa dai Pantera, melodica e sulfurea e perfetta nella voce, interrotta all’improvviso ed uccisa dai feedback a rotta di collo della seconda parte. Dentro TGSK è tutto così, spinto fino al limite massimo di sopportazione, quasi impossibile da ascoltare tutto d’un fiato, illuminato da pochissimi momenti melodici -che figurano comunque in cima al repertorio compositivo dei Pantera. Difficile non riconoscere in TGSK lo strapotere carismatico del cantante, i suoi infiniti flirt con il metal estremo, le ossessioni sudiste dei Down: se la rivoluzione di dischi come Cowboys e Vulgar va accreditata per gran parte a Dimebag Darrell, The Great Southern Trendkill è clamorosamente sbilanciato verso Phil Anselmo. La musica di TGSK è sicuramente dozzinale nella forma e nel contenuto, ma stranamente non nel risultato -non offre quel senso comunitario da catarsi collettiva che offriva Vulgar Display Of Power, per capirci. È un disco molto introverso, dentro cui entrare è sostanzialmente impossibile: è comunemente accettato che si tratti di un disco sulla tossicodipendenza. Ancora oggi, riascoltare TGSK richiede preparazione. Ancora oggi è uno dei dischi più intensi e violenti mai usciti.

Ricordo molto vagamente un bell’articolo su TGSK, credo fosse di Claudio Sorge su Rumore: iniziava parlando di un concertone, forse quello primo maggio, beccato per sbaglio alla TV. C’era il pippone di qualche pezzo grosso del PDS/Ulivo (forse Veltroni) che pontificava sul palco sulla possibilità di fare del rock un veicolo per diffonda un messaggio positivo, ancorchè politico, tra i giovani. L’epigrafe del giornalista, citazione inesatta : “mi sono ricordato in quel momento di quanto amo i Pantera: violenti, cattivi e totalmente senza messaggio.” Da questo punto di vista, TGSK è il loro miglior disco, il più violento e inascoltabile, quello che li definisce con più precisione. Tristemente, è anche il loro punto di arrivo. Tutto quello che succede dopo ai Pantera è un pro-forma in attesa della fine: l’overdose di Anselmo, il live dell’anno successivo, il gruppo che sorride durante le interviste, l’Ozzfest e tutto il resto. Il cantante rasato ed asciutto che urlava a torso nudo negli anni d’oro del gruppo si trasforma progressivamente in un clichè ambulante, ridotto a trascinarsi alla bell’e meglio in giro per il palco con birra in mano, barbone e capelli lunghi, un mare di effetti su quel poco di voce rimasta e le magliette senza maniche a coprire la pancia. Si sciolgono ufficialmente nel 2003: un anno dopo Dimebag Darrell viene ucciso su un palco, e Vinnie Paul proibirà a Phil Anselmo di presenziare al funerale.

Vent’anni dopo The Great Southern Trendkill, il principale pregio della musica è di unire le persone. I boss del PD fanno i loro comizi con sotto Vasco i Muse e i Coldplay; la musica si scambia via hashtag; ascoltiamo tutto quel che esce, a tutti noi piacciono gli stessi cinque dischi, a sentirci parlare sembra che nessuno di noi si senta più rappresentato da nulla. L’estate del ‘96, invece, è tutta a rotta di collo. Ci sono le vasche sul lungomare, il caldo record, la gente che s’ammazza e poi ci sono le bombe d’acqua, e ci sono i tornei di calcetto e le prime vasche al mare e le sbronze di birra del discount e Children di Robert Miles e un brutto crush per una ragazza non interessata e quella sensazione che niente di quello che sta succedendo mi riguardi. E c’è The Great Southern Trendkill dei Pantera, fresco nei negozi, un urlo raccapricciante nei primi cinque secondi, lo stereo della Peugeot 106 che spara la cassetta a volume altissimo coi finestrini abbassati per le strade della città, io al volante faccio il karaoke come in Fusi di testa, quello in fila al semaforo davanti a me sorride compassionevole dallo specchietto. Uno dei pochi dischi davvero evocativi che ho avuto l’onore di ascoltare in diretta.

Un sassofonista, un gruppo, un disco, un concerto e tutte quelle cose lì

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Getatchew Mekuria, 1935-2016

Stando alle note, le registrazioni di Moa Anbessa durarono solo due giorni, il 3 e il 4 aprile del 2006: dieci anni esatti, proprio oggi. Getatchew Mekuria aveva iniziato a suonare con gli Ex un paio d’anni prima, pensava che sarebbe stato un buon incrocio suonare insieme. Così iniziarono a suonare, e fu un buon incrocio, e a un certo punto registrarono anche. Dieci anni esatti oggi, dicevo. Poi il disco uscì e non era una di quelle cose che colpiscono l’immaginario universale, era il “solito” disco Terp con gli Ex che suonavano con qualcuno, quei dischi che li vedi al banchetto degli Ex e ti colpiscono perché hanno quelle grafiche stilosissime scritte a mano e costano cinque euro più di quanto costano di solito i dischi al banchetto e sei sempre lì a contare le monete. Quel disco però lo presi in un negozio, probabilmente Rok in centro a Ravenna, proprio all’uscita, perché non ero riuscito a trovare gli mp3 online: me ne innamorai immediatamente, come tutti quelli che l’hanno ascoltato.

Gli Ex hanno questa capacità di accordarsi con mondi che potrebbero sembrare lontani. Forse sono gli unici veri musicisti di strada mai prodotti dal punk e forse sono solo dei riccardoni il cui suonare è così compatto e affilato che ci puoi mettere accanto qualunque cosa. A un certo punto hanno preso la sbornia dell’Etiopia e ci si sono buttati a capofitto, organizzavano tour concerti festival e tutto il resto, jammavano con i musicisti, facevano aprire i loro concerti a Mohammed Jimmy Mohammed. Questo disco è la testimonianza più luminosa dell’incontro tra The Ex e l’Etiopia: è compatto e violento ma trasuda gioia, voglia di suonare e amor di musica. Probabilmente è la miglior cosa a cui abbiano messo mano negli anni duemila.

Non credevo sarei riuscito davvero a vedere quella formazione incredibile, poi venne annunciato un evento a Bologna, tarda primavera, fine maggio 2009. Il posto era un teatro che mi pare stesse dalle parti di Vicolo Bolognetti, una cosa abbastanza raccolta che non riuscirono nemmeno a riempire… a pensarci adesso. Quella sera c’era Matteo a cui avevo iniziato ad accennare questa cosa di aprire il sito di musica, dopo il concerto ne parlammo un po’, disse “facciamolo” e “sono carico”. Disse proprio “sono carico”. C’era anche Daniele.

Il concerto fu incredibile, comunque. I concerti degli Ex lo sono sempre e quella sera alla voce c’era già Arnold De Boer, e poi c’era Mekuria che a un certo punto s’era messo anche quel coso in testa, e c’erano altre persone che suonavano i fiati e c’era quell’elettricità nell’aria che c’è sempre quando suonano gli Ex dal vivo. Poi a un certo punto è uscito fuori un ballerino etiope a fare delle capriole e delle altre cose così e siamo tutti usciti di testa. Io di Mekuria non so niente, ho ascoltato altri dischi –un altro con gli Ex meno bello e un paio di cose sue, passatemi gentilmente da qualche amico. Non era la mia tazza di tè e se non avesse suonato con loro non l’avrei mai apprezzato, e quindi forse sono un turista e la persona meno indicata del mondo a parlarne.

Il sito poi io e Matteo l’abbiamo aperto davvero, l’abbiamo chiamato Bastonate e tre giorni dopo il concerto abbiamo messo su il primo post. Oggi Getatchew Mekuria è morto, l’hanno annunciato gli Ex dal loro profilo FB. Dieci anni esatti dopo aver finito di registrare quel disco, quasi sette dopo quell’unico concerto loro che ho avuto il privilegio di poter vedere. Avevo scattato anche delle foto ma chissà dove sono andate a finire (quella per il post è di Matias Corrall e l’ho rubata da qui). Però almeno ho messo un video sul tubo, Andy e Terrie che fanno i coglioni con la chitarra. Getatchew Mekuria era quello col sax e la pancia.

Riposi in pace.

The perfect dream outlives the man

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Quando muoiono i Bowie la gente è abbastanza brava a trovare le parole, o almeno qualche mio amico le ha trovate ed erano le parole giuste o ti ci potevi relazionare o sapevi di cosa si stesse parlando, o forse erano solo bravi loro. I Sense Field li ho scoperti quando è uscito Building e per qualche anno ho cercato di passarli a un botto di persone, amici e parenti e ragazze e persone che pensavo avrebbero potuto apprezzarli. Credo che a nessuno di quelli a cui li ho passati abbiano fatto l’effetto che hanno fatto a me, così stasera non ho una vera e propria storia da raccontare, o sarebbe comunque una storia poco interessante che non avrebbe così senso leggere. La mia canzone preferita dei Sense Field si chiama Outlive The Man, dura meno di due minuti e una riga di testo dice “the perfect dream outlives the man”. Oggi si è saputo che Jon Bunch, il cantante dei Sense Field, è morto. Aveva 45 anni. Chiedo scusa a tutti quelli che ho asciugato con i Sense Field, mi dispiace se non vi son piaciuti, era una cosa mia.