La cagnotta di Taylor Swift

Federico Pucci

Il mercato si regola da solo, è una massima che viene estratta — a quanto mi risulta — dall’opera dell’economista americano Premio Nobel Milton Friedman. Non ho mai letto un libro di economia, ma uno dei miei primi ricordi musicali è una battaglia contro il Capitale portata avanti dalla mia band del cuore quando ero ancora un pischellino. A metà anni ’90 i Pearl Jam lottarono contro il monopolio di Ticketmaster, in particolare per il loro controllo sui prezzi dei biglietti, finendo scornati con un tour nella periferia degli Stati Uniti. Le discussioni sul costo dei biglietti dei concerti mi sono sempre risultate un po’ ostiche: da una parte non ho alcuna conoscenza in campo economico e vivo distaccato dalla plebe nel mio mondo di accrediti; dall’altra mi sembra che l’approccio populista rischi di prevalere, propugnando l’idea che uno spettatore o un giornalista (cioè, spesso, nient’altro che uno spettatore dotato di diritto di parola a mezzo stampa) si intendano profondamente del meccanismo finanziario che sta dietro la produzione e promozione di un evento dal vivo. I promoter sanno quel che fanno, no? Il mercato si autoregolerà. Per niente, e il casino si è manifestato con il bubbone del “secondary ticketing”, scoppiato a novembre 2016: a quel punto, il ticketing non era più argomento da specialisti, frequentatori compulsivi di concerti e addetti ai lavori, ma oggetto di chiacchiere da bar. E dopotutto, nei siti come Seatwave, Stubhub e Viagogo a spopolare non sono live clandestini accacì sui palchi affollati di un centro sociale, ma i grandi eventi del pop italiano e internazionale che passa su RTL, per intendersi, tipo il concerto dei Coldplay a San Siro da cui è partito tutto*.

Uno degli adagi vagamente assolutori che sono girati in questi mesi è “se la gente è abbastanza pirla da pagare 300 euro per un biglietto dei Coldplay su Viagogo, affari suoi”. La logica, di nuovo, era che il mercato in qualche modo si sarebbe regolato da solo. In realtà, fortunatamente, sono arrivate leggi che prevedono multe e oscuramenti di siti, sanzioni che forse hanno preso di mira i bersagli errati tipo Ticketone, e iniziative come i biglietti nominali che ad esempio la Barley Arts di Claudio Trotta ha fatto debuttare per il concerto dei Queen con Adam Lambert. Dall’altra parte dell’oceano Ticketmaster (che dal 2014 è proprietaria del sito di bagarinaggio Seatwave e nel 2010 si è fusa con il colosso della produzione Live Nation) ha deciso di arginare questo fenomeno con un programma chiamato #VerifiedFan: attraverso codici che si possono ottenere solo tramite iscrizione al sito, il gigante del ticketing ha cercato di arginare i bot che portano biglietti sulle piattaforme di rivendita, un problema particolarmente sentito per i concerti di grandi artisti come Bruce Springsteen, ma anche per eventi ambitissimi come il musical Hamilton di Lin-Manuel Miranda, giusto per citare due dei pochi che finora hanno aderito. 

Dopo aver annunciato il suo ritorno con un singolo bruttino e slegato che dissa Kanye West, cita ‘I’m Too Sexy’ e professa la morte della vecchia sé stessa, Taylor Swift ha deciso di scendere in campo contro il secondary ticketing a proprio modo. Reduce dal record di 215 milioni di dollari incassati per The 1989 World Tour e in attesa del prossimo giro del mondo, la popstar ha stretto un accordo con Ticketmaster per la diffusione dei suoi biglietti tramite il programma #VerifiedFan, con qualche significativa correzione nel senso di un’avidità palese e francamente oscena.

La musica è un lavoro, un’economia, ma se perfino quel ricettacolo di tecnologie cool e inutili di Mashable chiama questo accordo una “truffa”, c’è da riflettere.

Spiego bene: per poter acquistare i biglietti del prossimo e non ancora annunciato tour di Taylor Swift bisogna registrarsi al sito Taylor Swift Tix, e fin qui tutto uguale alla solita procedura #VerifiedFan.

Per chiarire subito un possibile equivoco, Taylor Swift Tix non è progettato per servizi premium tipo meet&greet, è semplicemente l’unico portale di accesso per l’acquisto. Nei mercati K e J-pop sono diffuse pratiche rivolte all’engagemente dei fan, possibilmente tramite acquisto di più copie di un album con la chance di vincere codici speciali per poter incontrare i propri artisti del cuore. Il sito qui invece parla chiaro: attività speciali e meet&greet saranno regolate in seguito, prevedibilmente con la consueta soluzione commerciale, cioè pacchetti più costosi e a numero chiuso. Comunque, per accedere alla possibilità di comprare biglietti (uff, è lungo da dire) ci sono attività «fun» la cui esecuzione comporta un aumento delle proprie chance, una vera e propria crescita del proprio status. Qualcuno ha detto gamification? Forse, ma nessuno ha spiegato esattamente quali coefficienti determinino la crescita del proprio status, detto anche “boost”. 

Quello che si sa è che l’attività privilegiata per ricevere un “boost” è l’acquisto in pre-order del nuovo album Reputation, possibilmente in formato fisico e con consegna UPS (Taylor Swift ha stretto un accordo anche con loro). Cosa impedisce a qualche malintenzionato di comprare decine di album per drogare il sistema? Tranquilli, c’è un tetto: TREDICI album per ciascuno. Dicevo delle lotterie coreane e giapponesi: in Giappone, ad esempio, il mercato dove in assoluto la musica su formato fisico tira di più al mondo, spesso l’incentivo per acquistare più di una copia sono booklet e artwork alternativi, o altri cazzilli variegati inseriti nelle confezioni. Attendiamo di sapere se e come l’artista americana premierà i fan che avranno acquistato 13 copie del suo disco. Un’altra attività “fun” è comprare merchandising autorizzato della serie #TaylorSwiftTix: chi più ne compra, più chance ha di poter comprare un biglietto. Sfortuntatamente per i genitori che avranno già speso 200 euro di copie di un cd, il campo del merchandising non conosce limite: chi vorrà comprare mille t-shirt, potrà farlo. Con tutta questa ROBA di Taylor Swift prodotta, venduta e consegnata da UPS ho come l’impressione che i regali di Natale a tema Taylor Swift saranno molto popolari.

Questa è sicuramente la parte più scottante, quella che dispiega una logica perversa secondo la quale la possibilità di acquistare un biglietto è qualcosa da meritarsi pagando un obolo all’artista. Ma per ricevere un “boost” ci sono anche quelli che chiamerei «lavoretti senza budget», iniziative di engagement gratuite che probabilmente molti fan avrebbero compiuto a prescindere: postare ogni giorno su diverse piattaforme social una notizia con apposito hashtag, possibilmente con una foto del furgone sponsorizzato UPS (non è dato sapere come sarà fatto, ma il sito assicura che “quando lo vedremo passare lo riconosceremo”). Un’altra tecnica, che risale ai gloriosi tempi del marketing multi-level, o vendita piramidale, è quello di far iscrivere al portale Taylor Swift Tix amici e familiari: il codice si può condividere una volta al giorno, ma non si parla di limite di iscrizioni, quindi preparatevi a essere impezzati. Infine, ultima tecnica a sbafo, si può guardare fino a 5 volte al giorno il lyric video sul portale: ma attenzione, senza skippare, ché Taylor vi osserva (davvero, il sito dice che il videoclip va visto dall’inizio alla fine, mi chiedo se controllino anche il volume come alcuni pre-roll inquietanti).

«Allora vedi, ci sono tanti modi gratuiti per poter comprare i biglietti!». Certo, però il “greatest boost” resta comprare il disco, e così il numero 1 dell’album in tutte le classifiche è assicurato.

«Vabè, ma mica sarà obbligatorio?». No, ma è caldamente consigliato: come le microtransazioni di molti videogame, che non sono necessarie e rompono le palle a tutti, ma fanno comodo e così fatturano comunque centinaia di milioni di euro all’anno solo in Italia.

E tutto questo solo per poter comprare un biglietto, ripeto, non per meet&greet e altri servizi premium, che si pagheranno a parte. Ma che vuoi che sia? Non si scatenerà una corsa al biglietto per la popstar più popolare al mondo! Ah sì, perché la truffa di Taylor Swift Tix vale anche fuori dagli USA, ma non è ancora chiaro dove. Forse anche in Italia, dove il precedente The 1989 World Tour non è passato, e dove già da gennaio si attende il debutto di Ticketmaster Italia?

Tornando al principio del discorso, non avrei problemi a veder sobbollire nella loro idiozia i fan disposti a pagare centinaia di euro per poter avere l’umile privilegio di comprare un biglietto: che mi frega, in genere io a questo tipo di concerti vengo accreditato per lavoro. Quello che mi turba è la possibilità che il modello funzioni e si trasformi in un’arma pericolosissima per la diffusione della musica. In questo modo i bagarini sono combattuti con le loro stesse armi: esclusione e prezzi alti. Si gioca sull’idea che i veri fan siano disposti a tutto pur di vedere la loro icona, ed è vero, ed è — diciamo — bello, o affascinante, è ciò che rende la musica così vicina ai culti religiosi e così distante da tutte le altre forme d’arte. Eppure un limite deve esserci, e la truffa di Taylor mi lascia intravedere un mondo in cui la musica dal vivo è cosa per pochi, abbienti e fanatici, e sempre meno un’esperienza condivisa, la chiave di volta di un “poptimismo” che mi pare sempre meno dominante.

Alla fine i Pearl Jam sono tornati a farsi vendere i biglietti da Ticketmaster, si fanno produrre i concerti da Live Nation, e riempiono arene e stadi.  

 

 

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*Quest’estate sono andato alla prima delle due date al Meazza dei Coldplay: fuori dai cancelli ho intervistato 20 persone a caso e nessuna mi ha detto di aver nemmeno visto i siti di secondary ticketing. Al di là del campione statistico insignificante, mi chiedo: il bubbone era una bolla? O la gente paga centinaia di euro come votava Berlusconi e prima ancora la DC?

PAESE REALE: Sacri Cuori, Stearica, Frana, Chambers

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(non è proprio un PAESE REALE ortodosso, è che sono rimasto un po’ indietro coi dischi)

 

SACRI CUORI – DELONE Il principale problema dei Sacri Cuori è che rappresentano una tendenza culturale romagnola che un po’ snobbo e un po’ detesto: quella sottocultura che venera tutta la roba western-indie-southern (e simili) che va dai Calexico a Morricone e s’insinua nella musica dei gruppi locali sotto forma di trombe e riverberi di chitarra, come se fosse una specie di folk music di riserva a cui le nostre terre sembrano costrette a soggiacere (la folk music ufficiale è ancora il liscio). Il personaggio-simbolo di questa appropriazione culturale è tale Antonio Gramentieri, che qui organizza un festival di nome Strade Blu e porta a suonare nomi tipo Howe Gelb, Hugo Race, Lambchop e simili. Oltre ad avere messo insieme il progetto Sacri Cuori. Dicevo, io questa roba la detesto abbastanza e non vedo particolari motivi per cui i gruppi di queste parti dovrebbero suonarla; ciò non toglie che Delone sia una cosa vintage con canzoni così ispirate, e un piglio così osservante e bigotto, da sembrarmi una spanna e mezzo sopra qualunque altra cosa uscita in Italia su queste coordinate. Il che probabilmente significa che se a voi questa roba non dà nessun fastidio, potreste trovarvi di fronte al vostro disco dell’anno.

CHAMBERS – LA GUERRA DEI TRENT’ANNI I Chambers non sono il mio gruppo preferito ma mi piacciono molto in certi momenti. Il principale problema che hanno è legato al fatto che non sono ancora riusciti a far coesistere voce e strumenti nei dischi in modo fruttuoso, con il risultato che poi te li vedi dal vivo con le chitarre altissime e il cantante che urla come un pazzo per far sentire brandelli di testo e sul momento ti sembrano il gruppo più incredibile in attività. La guerra dei trent’anni si sposta abbastanza in queste zone di inintelligibilità complessiva, costruita al novanta per cento su un mare di vangate noise metal depresse un po’ Isis un po’ Down un po’ Alice In Chains, e al dieci per cento su momenti interlocutori che servono per dare la spinta alla vangata noise metal successiva. Suppongo sia roba che dal vivo funziona ancora meglio di quella prima.

STEARICA – FERTILE Gli Stearica sono torinesi, escono su Monotreme, vantano collaborazioni con gente tipo Acid Mothers Temple, Nomeansno, Colin Stetson e simili, oltre ad inserimenti nel Wire Tapper e svariate altre cose che fanno curriculum, danno prestigio e riempiono le prime righe di tutte le recensioni del loro disco. La musica che fanno è questo (post) (kraut) rock cosmico strumentale e massimalista, tirato quanto più possibile e fondamentalmente privo di sbavature, messo insieme con un atteggiamento cafonissimo stile i Boris dei dischi dei Boris che non mi dicono niente. E quindi in realtà non mi dicono molto nemmeno gli Stearica, ma è comunque roba con una gran botta.

FRANA – ODDS AND ENDS è registrato come se fosse un disco Hydrahead, ma musicalmente tira più dalle parti di quella roba noise-rock’n’roll sbracatissima stile Jesus Lizard –o se vogliamo rimanere in italia diciamo Disquieted By o Inferno. È uno di quei dischi che mi piacciono perché dimostrano che se hai un tiro così non ha davvero importanza quanto sei monocorde o fuori moda.

STASH RAIDERS

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Sacha Tilotta, batteria per Three Second Kiss e santiddio Shannon Wright, e un sacco di altre cose così. Sacha Tilotta ha un progetto nuovo che si chiama Stash Raiders in cui canta e suona la chitarra. Pop rock, fondamentalmente, ma anche no. Vi ricordate cosa avete provato la prima volta che avete sentito gli Evens? E la seconda? Oddio, conosco gente che è ancora incazzata per via del fatto che gli Evens esistono e i Fugazi non più. Sta di fatto che esiste anche un modo per prendere degli strumenti, una chitarra elettrica una batteria e tutta quella roba lì, e mettersi a suonare cose tranquille senza necessariamente voler essere questo o quello. Ne viene fuori un disco che per ogni ragionevole standard critico attuale non è interessante: poco epico, pochi crescendo, niente smash hit, niente gioventù andata via in fiamme, niente meta. Il fatto è che in giro per il disco capita di incappare in certi momenti in cui la musica ti entra dentro, in un modo molto tranquillo e rilassato, senza spingere: una cosa che piace ascoltare guidando dentro i limiti di velocità come i Minutemen, finestrini abbassati, macchina scassata, lo stereo con le cassette, il fumo imboscato dentro al cruscotto, pomeriggio libero, un ristorante di pesce low-cost.

PAGARE LA MUSICA, DALLA PARTE DEI POTERI FORTI: IL PROMOTER

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La saga sul PAGARE LA MUSICA va continuata e fatta passare per un’altra figura paraistituzionale che è la prima a scriverti, la prima con cui contratti, la prima che ti accoglie, la prima che ti paga quello che c’è da pagare, la prima che finisce come oggetto di un beef-status su facebook se non è andata come ti aspettavi, l’ultima che viene ringraziata prima dell’ultimo pezzo.
Ho chiesto ad uno di quelli bravi che sta facendo cose grasse e bellone a Padova, Davide De Munari, cos’è un promoter e se si rimedia qualcosa.

Nell’immaginario comune, gretto e provinciale che mi piace, il promoter è quello che mentre stai guardando qualcuno suonare da qualche parte ti capita alle spalle ti attacca un pippone che comincia con “E allora? Ti piacciono i gruppochestasuonando?” Non succede sempre, però succede. Cioè, credo sia una delle cose che deve fare, deve sondare a lavoro compiuto. Partendo dall’inizio, invece, chi sei tu, cos’è un promoter, e se serve, perchè serve?
DDM: sono promoter dall’Ottobre 2009, e come dice il nome stesso, promuovo e organizzo concerti assieme ad altre persone che mi aiutano nelle varie fasi di preparazione: preproduzione, promozione, logistica e via dicendo. Per farla breve, un promoter è colui che decide che in quel posto suona quella band a quell’ora, e ne prepara ogni dettaglio. Un promoter penso serva principalmente per unire le band col pubblico, e far trovare ai lavoratori il giusto ambiente di lavoro. Ho cominciato come tanti altri per passione e un po’ anche per gioco, cercando di organizzare una festa di Halloween (in quello che all’epoca era l’Unwound) con 5 amici. La serata era strutturata con dei live ad inizio serata e il dj set electro poi (all’epoca andava così!).
Dopo poco mi son trovato ad essere tentato dal provare a trasformare questa cosa in un lavoro, di investirci molto, anzi, direi tutto: tempo, soldi, passione, provare a farlo diventare la mia vita.

Che bello, hai nominato l’Unwound. Teniamo quella finestra aperta lì per dopo e andiamo avanti.
C’è l’assioma generale secondo cui chi scrive di musica di solito è un musicista fallito, lo si è sempre percepito un po’ così, come del sarcasmo ma non troppo.
Quindi se di solito uno che scrive di musica è un musicista fallito, uno che fa il promoter, secondo quello che dice la strada, è un wannabe Briatore con la maglia dei Bauhaus e la fissa della scena underground?

Il lavoro si svolge su alcune dinamiche alla base dell’imprenditoria: investimenti economici, domanda e offerta. Direi che sul Briatore, chi più chi meno, ci siamo.
Per quanto riguarda l’ambiente underground è la fascia di mercato più attiva in questo momento, girano molte band in questi anni. Allo stesso tempo è anche la più difficile nella quale lavorare, nel senso che i margini sono sempre molto bassi e di molte produzioni che facciamo il rischio di non riuscire a chiudere i conti a fine serata è sempre molto alto.

Chi ci fa veramente i soldi con quella scena lì? Nel senso, hai sottolineato che i margini sono molto molto bassi e credo sia incontestabile. Ma in questi anni di tasche vuote, a chi conviene? Ai locali? Ai promoter? Alle band? Alle agenzie stampa/booking/servizi vari? Alle etichette? Sembra sempre che dietro a tutto questo indotto di gente ci siano somme da beneficenza. E’ davvero così o c’è qualcuno che riesce davvero a pagarci le bollette? E’ una domanda un po’ ingenua, lo so, ma è paradossalmente una delle prime che chiunque sia stato in un qualsiasi locale si è posto almeno una volta. Poi magari si è vergognato, ma intanto ci ha pensato.
Chi li fa veramente, così a grandi linee, non saprei dirtelo con certezza. O meglio, pur se in maniera generalizzata, fa i soldi chi riesce a lavorare con continuità.
Sono in contatto con molte delle figure professionali che lavorano in questo ambiente, dagli uffici stampa ai tecnici specializzati, ma la ferma certezza che ci sia chi naviga nelle piscine piene di soldi non ce l’ho. Anzi, vedo molte persone dotate di una passione fuori dal comune, alle volte votata all’autolesionismo. Voglio dire, di soldi se ne muovono, ma in cassa ne restano sempre molti pochi come ti dicevo. Possiamo fare però una distinzione netta tra chi fornisce servizi e chi investe economicamente in questo ambiente.
C’è chi fornisce servizi, come possono essere le varie agenzie di booking, addetti stampa, tecnici e via dicendo, ai quali a servizio erogato viene corrisposta una retribuzione.
Poi c’è chi investe, in denaro o in ore lavorative, come le etichette discografiche o i promoter, dove non si ha la certezza di quanto e quando torneranno gli investimenti.

Ruota tutto attorno ad un locale però, rischio e possibilità concreta di guadagno, più che sui servizi.
Per quanto riguarda i locali (o forse è meglio dire gestori) c’è chi affitta la sala e si lava le mani di come andrà la serata e c’è chi (sempre più di rado) preferisce prodursi gli eventi, rischiando di tasca propria, per dare un’identità al suo locale e alla sua direzione artistica.

Restando sui locali e riaprendo la finestra sull’Unwound. L’Unwound è stato uno di quei posti che secondo me ha fatto un po’ da apripista, da lì tutta la provincia di Padova, ma anche il Veneto, ha visto che si poteva fare. Cioè che si poteva replicare in qualche modo il modello dell’Emilia Romagna e del Bolognese (ma anche milanese, romano, noi siamo arrivati dopo e in quel momento lì gli altri erano tutti più avanti) nel veicolare un certo tipo di pubblico e un certo tipo di eventi in maniera più continuativa e regolare. Tu che hai visto e vissuto questa cosa più da vicino, com’era e com’è ora questo processo?
Parto con una premessa: a Padova di locali che hanno portato avanti una direzione artistica simile all’Unwound ce ne sono stati nel tempo, posti come il Plan 9 e il Banale, che negli anni lavorarono molto e bene. L’unico problema che col tempo ho notato è che nessuno di questi è durato più di un quinquennio (chi più chi meno) mantenendo alto il livello dei live che portavano.
Vuoi per la poca sostenibilità dei concerti, vuoi per la voglia di far cassa in modo facile (ma non penso sia questo il caso specifico) con delle feste, ma pare quasi che si sia “passato il testimone” di volta in volta. Non c’è mai stata continuità nel lungo termine.
Io ho cominciato a frequentare l’Unwound nel tardo 2008, ricordo di averci visto molti live che mi hanno colpito: Massimo Volume, Giardini di Mirò, Liars, A place to bury Strangers e molti altri. È stato un locale fondamentale per la mia formazione. La sua presenza ci permetteva di non dover andare a Bologna o Milano per poter vedere concerti.
Però ho sempre riconosciuto un suo limite, nel quale riconosco anche uno dei miei, che è quello di aver sempre fatto comunicazione solo sul bacino d’utenza legato alle band che suonavano.
Mi spiego: per mancanza di risorse e/o di tempo, non si riesce mai a portare quella fetta di pubblico disinteressata alla band, ma alla quale potenzialmente quella band può piacere; insomma fare propedeutica all’ascolto (passami il termine, ma non so proprio come spiegarlo meglio).
L’Unwound ha chiuso perché si trovava in una zona dirimpettaia ad un polo residenziale, dove si trovavano altri 5 circoli e una discoteca, le lamentele dei residenti sul disagio che che creavano tutte queste attività notturne ha fatto sì che tutte fossero colpite da un’ordinanza e fatte chiudere.
Logicamente all’amministrazione frega poco che in quel posto ci siano passati i Melvins o i Current 93 e ha fatto di tutta l’erba un fascio

Noi qui si soffre ogni singola volta che c’è da imbastire anche un festivalino di due giorni, nonostante si sia in campagna, si abbia il comune più piccolo e quindi la minore distanza con l’istituzione locale. A Padova, città universitaria e polo culturale, com’è il rapporto col comune, col territorio? Una roba tipo il RADAR FESTIVAL a cui tu stai dietro com’è vista? Vi supportano o pensano sia la solita roba per drogarsi in un angolo buio?
Il rapporto col territorio non è sempre così buono, come dappertutto.Puoi trovarti il vicino che passando in bicicletta ti offende e ti intima di andare a casa tua a far casino, come chi loda iniziative culturali come quelle che facciamo. Diciamo che dopo un po’ cominci a fare il pelo sullo stomaco a riguardo, mentre per quanto riguarda l’amministrazione invece devo dire che il supporto benché sia sempre stato molto contingentato c’è sempre stato, ma le nostre iniziative son sempre nate spontaneamente.
Per l’edizione di Radar Festival di quest’anno abbiamo chiesto uno sforzo importante da parte dell’amministrazione, che fortunatamente non c’ha sbattuto la porta in faccia, ed è già un buon punto di partenza.
Vogliamo far crescere la manifestazione e vogliamo che la città goda delle possibilità che una manifestazione di questo tipo porta in termini di indotto e di profilo culturale.
Poi, nel momento in cui non ci sarà da parte dell’amministrazione la volontà di promuovere il festival, abbiamo tutti delle gambe e con quelle possiamo tranquillamente muoverci verso altri lidi.

Vediamo se riusciamo a farci arrivare banane dagli spalti o taglieggiamenti. Ti devo per forza chiedere un’opinione.
C’è questa scusa per cui in Italia si suona poco perché alla gente piace la merda e i locali non sanno investire bene nella scelta di chi far suonare. Ma vogliamo anche dire che succede spesso che qualcuno con cinque pezzi in streaming su SITODIMUSICAMOLTOLETTO si senta nella posizione di chiedere cachet poco sotto i mille euro?

Su questo discorso potremmo fare un articolo a parte! (scherzo, ma cercherò di non farmi linciare o di essere troppo prolisso)
Parto facendo il punto su alcune situazioni comuni che le band devono affrontare: ossia le spese di trasporto, il numero di tecnici che ogni produzione si porta al seguito e noleggi.
Queste sono spese vive, che quando torni a casa, bene o male sia andato il concerto, devi pagare.
Ora, sia chiaro, non voglio giustificare le richieste folli di certe band, ma penso che il senso della misura sia andato perso molto tempo fa, ma non solo qua in Italia.
L’hype, ahimè, è una brutta bestia: per me devono esserci prima di tutto sostenibilità e riconoscimento nel valore della band, non solo in termini artistici e di coinvolgimento del pubblico.

D’altra parte deve esserci la comprensione da parte dell’agente che tratta la band che alla festa della birra, che ti chiama la band in auge una volta all’anno, di certo non puoi parlare di continuità lungo 365 giorni, quindi di certo non è a loro che devono fare gli “sconti”.
E se ti trovi a lavorare in contesti più sinceri (faccio l’esempio di Zoom Zoom Festival, col quale ho collaborato per 3 anni, dove tutti i ragazzi oltre che essere di casa son tutti volontari, non han mai portato a casa un soldo) trovo giusto incontrarsi ad una cifra ragionevole, prima di tutto per l’onestà dei promoter che offrono il loro tempo e il loro impegno per portare qualcosa di bello in un posto al quale loro tengono.
Sul suonare poco posso dirti che in media una band se suona in ogni locale può fare dalle 40 alle 60 date in un anno. Se ci metti in mezzo anche i festival estivi di ogni tipologia si sfondano pure le 80 date, e ciò significa che hai suonano in ogni dove. La bravura di un agente sta nel riuscire a capire quando ha senso tornare nello stesso posto, e a distanza di quanto, e non attaccare due date a 60km di distanza per contenere le spese di produzione.
Sui locali che non sanno investire torniamo al discorso di prima, ci sono i locali coi promoter esterni, e ci sono i locali che producono eventi in autonomia.
Chiudendo, io sono dell’idea che tutte le band debbano essere trattate con rispetto. Si tratta pur sempre di lavoro, anche se agli occhi esterni tante volte non è percepito così.
Però davanti ad una richiesta troppo alta o si trova un accordo oppure si finisce con un niente di fatto e amici come prima. Di band valide ce ne sono sempre di più.

Dai che ti faccio la domanda classica scontatissima come il “continuare così” nell’intervista postpartita alla squadra che ha vinto, proprio la battuta finale.
“Un gruppo che vorresti far suonare ma non ce la farai mai?” (e poi tipo il prossimo anno lo fai)

Così a bruciapelo?
Sulla nuca proprio
Weezer Old Time Relijun

PAESE REALE: la mafia dell’ufficio stampa

salaparto

salaparto

Non ero ancora un giornalista musicale quando si usava spedire i demo, ma credo che in qualche modo ci fosse dietro una certa religiosità che oggi tende a saltare. La mia casella email inizia ad abbondare di dischi inviati su mediafire, dropbox, bandcamp, soundcloud e direttamente (grazie) nella casella di posta. È incredibile quanti musicisti si affidino ad un promoter per fare un lavoro che nel settanta per cento dei casi farebbero meglio per conto loro, risparmiando soldi e figure di merda. D’altra parte pure io potrei leggere la recensione su un altro sito e risparmiare tempo e figure di merda, quindi in qualche modo mi sento di dover accettare che qui ci siano forze in atto più grandi di voi e di me. Andiamo con i dischi:

BOBSLEIGH BABY – IMPROVED

A questo giro parto sparando alto, nel senso che questi vengono da Roma e fanno garage slabbrato con la tastierina, prendendo probabilmente le mosse da Cramps (che già di per sé cosa vuoi dirgli) e Birthday Party, ma con molti riferimenti ai primi anni duemila di quella roba stile Get Hustle o Love Life o Afrirampo (ok, quando canta una donna ho poca fantasia) o The Vanishing. Esce il 18 marzo e potrebbe tranquillamente stare su In The Red, per capirci.

SPUTERÒ SULLE VOSTRE TOMBE – AL PIÙ GRANDE FIGLIO DI PUTTANA CHE HO MAI CONOSCIUTO, FIRMATO MAMMA 

Per una dozzina di minuti, qualche settimana fa, sembrava il gruppo col nome definitivo e il disco definitivo. Ora che ci sto riguardando non è nemmeno più su Bandcamp, comunque era tipo poppino elettronico che svaccava al secondo pezzo.

EVACALLS – SEASONS

Una produzione che trae ispirazione dalla musica alternativa degli ultimi dieci anni (anche se le radici dei suoni sono decisamente anni ’80) ma che non vuole sentirsi rinchiuso all’interno di un genere preciso

Parentesi importante: quando è successo che venire rinchiusi in un genere preciso è diventato un incubo distopico? Quand’è stato che fare rap o death metal è diventato noioso? Risposta: mai, anche se qualcuno pensa il contrario. Tra un gruppo che mi sa dire il genere che sta suonando e un gruppo che non me lo sa dire, si sceglie il primo tutti i giorni della settimana e dieci volte la domenica. Se non c’è un nome per il genere che state suonando, al novantanove per cento vuol dire che fate schifo.

MOOSTROO – S/T

Le parole sono pesanti per scelta, fotografano in immagini taglienti una provincia disanimata che è il Paese tutto, ma puntano anche l’obiettivo su chi canta e chi ascolta. Perché mostruosi lo siamo tutti, ed è l’amore l’unico atto di resistenza che ci può salvare. Agnellismo e ferrettismo a buttare, questo nei momenti interessanti. Negli altri momenti noia generica.

FEED ME MORE – S/T

è tipo una specie di techno-metal fatto bene (cioè death fino al buco del culo con qualche tastierina ininfluente), voglio dire, questi almeno LO SUONANO un genere e lo fanno pure onestamente.

CALL ME PLATYPUS – SHAME ON

Suppongo possa essere considerato la preview di un possibile buon disco di area post-wave-qualcosa. Devono indrittirsi un attimo e trovare un’altra soluzione per il cantato (che non preveda l’inglese).

VOLDO – STEPS

Metal moderno o postcore (nel ’97 era possibile individuare una differenza che andasse oltre la copertina del disco, poi si capiva solo dalla copertina, poi anche le copertine sono diventate più o meno uguali) un po’ sporcato di math. Non chiedetemi perché ma mi ricordano un gruppo forse pugliese che si chiamava Homer e che probabilmente ricordo solo io. Il disco è OK, non so se lo pagherei otto euro.

MOPE – S/T  

Un supergruppo di Genova, con dentro gente di Vanessa Van Basten e simili. È un disco di sludge metal col sassofono, la differenza con i gruppi tipo Zu è che hanno un impianto più roots, i tempi più dritti e il disco ha una registrazione pulitissima che lo fa sembrare un po’ irritante e gli fa perdere un sacco di fascino. Però è comunque un gran disco, suppongo che live siano roba esaltante.

POZDAM – LIVE FAST DIE OFTEN

Questi si presentano nel modo giusto, nel senso che uno ti scrive dicendo “ciao sono Marco e questo è il mio gruppo postpunk da Pordenone”, e tu sei invogliato ad ascoltare la musica invece che a lanciare il portatile dall’altra parte della stanza. Non che io voglia insegnarvi come si promuove un gruppo. Il disco è una roba molto scolastica, cassa dritta a metà tra quei gruppi brit con cui facevano le playlist al Plastic nel 2005 e qualcosa di un po’ più ruspante, tipo (boh) shitgaze o Blood Brothers. Ci sono modi molto peggiori di portarla a casa.

THE GLUTS – WARSAW

Credo che esista un momento preciso in cui quello che fai smette di avere un senso di cui si possa rendere conto dal punto di vista critico, e inizia ad essere piuttosto la manifestazione di un’assenza del gusto contro cui una persona che si approccia a te non ha semplicemente gli strumenti concettuali per combattere.  Forse detta così è complicata, ma questi The Gluts hanno un disco i cui primi tre pezzi (dopo non saprei) sono roba totalmente Joy Division-wannabe, e questa nel 2014 sarebbe una pratica ignobile già di suo, senza dover per forza chiamare il disco WARSAW. Magari dopo il terzo pezzo il disco migliora, la press-sheet minaccia elementi prog.

 

 

PAESE REALE (una di quelle feste senza selezione all’ingresso in cui entra chi cazzo vuole)

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(come al solito, regole qui)

ECOCIDE  – LORD OF WICKED SIGHT Death’n’roll strasentito, sempre meglio di un calico in culo o di una roba triste e moscia ma insomma non mi ci vedo a cacciare tre euro per il CD. Che comunque non è ancora uscito, il CD dico: uscirà il 23 agosto 2013, e siccome per allora saremo tutti morti ho deciso di sparare un giudizio basandomi sui due LYRIC VIDEO (cioè streaming dei pezzi sul tubo mentre passano in primo piano i pezzi scritti con un font molto metal). TOXYDOLL – LIVE AT THE LOOPHOLE “nasce a Berlino nel 2013, come progetto di quattro improvvisatori alla ricerca di un potente suono “punk”. Per fare free, senza mai perdere la botta. Il risultato è una musica ruvida e spiazzante, che si muove senza sforzo tra riff elementari e tempi dispari” (copio dalla bio). Io non ho problemi con chi si autodefinisce “punk”, ma questi la botta la perdono spesso (non è chiaro in effetti se nel disco ci siano momenti con la botta). Voglio dire, non credo che definirsi “punk” aiuti un gruppo del genere. Già i punk vedono malino i sassofoni, ma non vi conviene farvi giudicare da qualcuno che copre il jazz piuttosto che dai fan degli Zu? SKVERNA – CITTÀ APERTA Credo sia abbastanza chiaro che in generale gli Skverna siano un gruppo emo: il disco ha una scaletta con titoli tipo Natale, Lunedì, Vacanza, Mattina e il cantante è una mezza copia di Chris Leo. Il problema principale del gruppo è che nonostante la musica sia comunque bella, gradevole e benissimo prodotta, il disco dà l’impressione di essere una di quelle feste senza selezione all’ingresso in cui entra chi cazzo vuole (noise, metal, postrock, gente astemia). Cambino nome al gruppo e mettano un po’ d’ordine alla musica. TARICK 1 – USAMI mi piacerebbe fare facili ironie sul titolo del singolo, ma nel suo genere (indietronichetta di merda che pensavo erroneamente si fosse autoestinta nel 2005) non è per niente sgradevole. Roba estiva. Bel nome, mancarone Taricone. IL MARE DI ROSS – FIN screamo postmetal con le chitarre malinconiche, tutti figli degli Isis di ‘sti tempi. Il disco è pallosissimo ma credo sia più colpa della registrazione che del gruppo. AMA – XXII CENTURY HITS è come scoprire che i rumori che filtrano dal muro che ti divide dall’appartamento del vicino sono fatti da due scarafaggi alieni che stanno copulando per riprodursi a dismisura e porre fine alla razza umana prima della streetdate del disco degli Ecocide. Non è quel che si dice un disco da ascolti ripetuti.

PAESE REALE (quei misti tra Mike Patton e Piero Pelù con l’inglese di tungsteno)

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(le regole come sempre stanno qui)

ZEITBLOM – DONUTS WITHOUT HOLES (autopr) Sono in due, uno è un commentatore fisso di Bastonate. Il nome del gruppo la E maiuscola, zEitblom, e già che è impronunciabile speriamo che inizino a scriverlo come si deve. Indie-pop melodico e rumoroso alla Sonic Youth che potrebbe anche piacere a qualcuno, hanno una bella intuizione sull’uso delle voci così a cazzo. Si sbarazzino della roba acustica. OGUN FERRAILLE – MY STALKER DOESN’T LOVE ME (su bandcamp) Potenzialmente sarebbero un buon gruppo di math-rock scolastico: li vai a veder suonare senza fare troppi chilometri e ti passa bene. Manda tutto in vacca (1) il fatto che a volte nel loro caso math vuol dire potenzialmente anche Tool, e (2) che alla voce abbiano un tizio di quelli che di solito cantano nelle cover band al Guinness Pub di Villalta, cioè quei misti tra Mike Patton e Piero Pelù con l’inglese di tungsteno che rendono tutto brutto epic metal ed equosolidare. La strada è cambiare modo di cantare o mettersi a fare le cover di Digging the Grave, io preferirei la prima. URO – S/T (su Bandcamp) Intanto sono strumentali e questo è un passo avanti rispetto agli Ogun Ferraille. La roba che fanno mi annoia un po’, ma è ispirata a roba che mi annoia pure nell’originale -Tortoise, June of 44, Isotope qualcosa e roba simile. Cioè, i June of 44 mi piacciono un casino, ma il resto perlopiù mi annoia. E comunque andava bene per chi si voleva fare il viaggio a fine anni novanta ma non sarebbe mai dovuta diventare un genere musicale, o almeno non nel senso di quelle cose tipo “facciamo un gruppo che suoni tipo Tortoise”. Immagino comunque che questo sia un problema mio e che nell’ottica di chi adora il postrock gli URO abbiano fatto pure un buon disco. EERIE SOUNDS – BACKBEAT (su Soundcloud) è una cosa a metà tra postcore, dream pop, IDM, indietronica e cose simili, che un po’ paradossalmente può voler dire “tipo Jesu”. Immagino ci sia un sacco di gente che fa questi esperimenti in casa, non è che sia musicaccia ma non riesco a immaginare un momento in cui abbia senso ascoltarla su disco –peggio che peggio dal vivo. MACHWEO – LEAVING HOME (Flying Kids) Ha 20 anni e cazzeggia con chitarra laptop e field recordings, roba che la ascolti e ti senti più intelligente di quello che sei (ho qualche centinaio di dischi di questa roba, intendo musica che ti fa sentire più intelligente: jazz, elettroacustica, musica concreta, piani preparati, elettronica rarefatta, il catalogo Touch e via discorrendo. Frequentazioni sbagliate). Pare sia stato registrato mentre il tizio era imbaraccato dopo il terremoto in Emilia, trovate qualcosa su dlso: è molto carino ma mi fa rosicare perché IO a 20 anni sembravo un testo dei Limp Bizkit umano. SEQUOIA – OUTLAND (su Bandcamp) Pure qui siamo dalle parti delle varie Touch/Kranky/Mego e via di quelle, almeno stando a questo disco qui (nel bandcamp ce ne sono altri, io ne ho sentito uno che suona tipo Neon Indian). La classica roba fatta di pezzi con modulazioni minime tipo VVVVVV che continuano per un un quarto d’ora filato e in perenne bilico tra ultra-minimalismo e un cazzo di niente. Io con questa musica ho due problemi: il più rilevante è che me l’ascolto con un briciolo d’ansia hitchcockiana per la possibilità che l’artista abbia inserito un feedback rumorosissimo senza senso al minuto 9, come quelle applicazioni che ti mandavano via mail ai tempi di Windows 98 e ti facevano comparire un mostro bruttissimo a tutto schermo mentre stavi lì a scriverti le chat con le ragazzine su mIRC. Il secondo problema è che una quindicina d’anni dopo aver scoperto che la gente ama molto fare uscire questo genere di dischi non riesco ancora a capire perché dovrei spendere soldi per ascoltarmi un’approssimazione del silenzio invece di ascoltarmi un ambiente silenzioso a costo zero. Di solito risolvevo il conflitto dicendo che sì, in fondo questa roba non fa male a nessuno, ma la realtà dei fatti è che una volta sono andato a San Michele, la festa a Bagnacavallo dico, con la mia fidanzata, e mi sono sbronzato un poco e l’ho fatta guidare di notte costringendola ad ascoltare A Crimson Grail di Rhys Chatham mentre io me la dormivo della grossa, e lei mi racconta di quanto e come ha rischiato lo stesso colpo di sonno che io stesso ho sfiorato le innumerevoli volte che mi costringevo ad ascoltare i pezzi che passavano sulla mai troppo lodata Battiti a Radio3 mentre tornavo da party e concerti. Dicevo, Sequoia-Outland. Disco carino, ma forse preferisco quello stile drugapulco (si chiama Rainbow on VHS) perché succede più roba. REQUISITI DI POTENZA – S/T (su Soundcloud) arcòr grezzone con cantato stile Affluente (aridaje). Carino preso a dosi di un pezzo o due, ma non so se li chiamerei a suonare al Bastonate Summer Fest. POLAR FOR THE MASSES – ITALICO (La Grande V) Ho controllato la mia casella di posta e dal maggio del 2009 ho ricevuto centotredici (CENTOTREDICI) comunicati stampa riguardanti questi Polar for the Masses. Giuro. Di solito queste cose finiscono molto prima del decimo comunicato, giù per la cartella dello spam, ma la prima agenzia che li trattava si chiamava BLACK NUTRIA. Comunque il fatto che mi siano arrivati CENTOTREDICI comunicati è un bell’indizio sulla musica che i P4TM suonano, vale a dire –boh- una specie di elettrorock-en-italiano steroideo privo di senso, tipo dei Post-Contemporary Corporation senza Zecchini, ma questo l’ho scoperto solo ascoltando Italico. Le cui note di presentazione recitano: “Il rock, cantato in italiano, come nessuno l’ha mai suonato / Il rumore incontra la canzone / Ascolta / Ti sembra musica elettronica? / Indie all’italiana? / Tutto sbagliato“. Abbastanza d’accordo sull’ultima. ZEROFANS – ANTIDOTO ALLA NOIA (Diavoletto) Hanno vinto Italia Wave Basilicata nel 2011, escono per un’etichetta che nel sito si autocertifica “la prima netlabel indie rock italiana” e anche se non è chiaro che musica suonino (un generico “rock”, tipo dei Danzig senza Danzig) si distinguono per il cantato più fastidioso che abbia mai sentito (sempre mike patton meets piero pelù ma in italiano e molto peggio degli Ogun Ferraille). Sfido chiunque ad ascoltare il disco, sta qui, e nominarmi qualcuno che canta in modo più fastidioso. WHAT CONTEMPORARY MEANS – SUCCEED (Fallodischi) Emo-prog, non male se ti piace questo genere di cose.

PAESE REALE – cantautori tra Milano e Nashville

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GIOCHI PER BAMBINI –CERCO SOLTANTO DI NON LAVORARE PIÙ (Pippola) Ha un dieci-dodici per cento di Piero Ciampi nella metrica e nei testi e questa cosa lo rende meglio di un sacco di altra gente, ma lo affoga in un restante novanta percento equamente diviso tra la musica che è una versione scrausa dei Bluvertigo, cioè una versione fedele dei Bluvertigo, e del primo Morgan solista. È vero che a certa gente queste cose piacevano e magari piacciono ancora, ma non sono responsabile dell’incoscienza altrui. La cosa che piglia più male naturalmente è il nome che s’è scelto: già sembrava un’idea stupida che qualcuno girasse a nome Musica per Bambini, ma che venisse fuori pure un rip-off è qualcosa che non sarebbe riuscito a immaginare nemmeno Accento Svedese. Magari ora salta fuori che in realtà Giochi per Bambini s’è scelto il nome prima ed è stato l’altro a copiarlo o -ancora peggio- che hanno avuto separatamente il nome l’uno dall’altro, cosa assolutamente probabile, e presto o tardi dovrò ficcarmi una pistola in bocca per protesta. RICCARDO SCIRÈ – LE BALLATE DEI CALL CENTER (Riots) vi copio un pezzo della cartella stampa: una generazione troppo pigra per essere incazzata, con la rabbia in cassa integrazione, in bilico tra satira e provocazione («La mia generazione merita la distruzione / La mia generazione ha perso… tutto al videopoker») che sceglie l’estero come (facile) soluzione a tutto («Siamo gli indifferenti / i figli di puttana / sogniamo l’Inghilterra / ma non leggiamo Moravia»), che punta il dito ma lo fa con ironia («Ti dicono che hai tutta la vita davanti/ A me sembra d’avere una vita d’avanzi»). Voglio dire, la cosa più agghiacciante del disco di Scirè non è tanto il disco, quanto il fatto che ti arrivi l’esegesi nella stessa email. E sì che il disco è davvero una cosa difficile da accettare: un ragazzetto con la faccia carina e il trip della rima baciata che canta canzoni giovaniliste stile Brondi/Cani e l’idea che il tutto sia stato registrato (tra Milano e Nashville, diomio) con un pacco di soldi per fare il botto sul pubblico delle radio e della TV e delle riviste per ragazzine (ammesso e non concesso che escano ancora). Il tutto sulla pelle di uno che magari ci sta provando in buona fede. Leggo tra l’altro che questo non è nemmeno il primo disco di Scirè, il quale ha un botto di visualizzazioni su Youtube e canta dei jingle di Radio DeeJay. Come a dire che dopo l’esegesi e il disco, la terza cosa più agghiacciante è che ci sono concrete possibilità che Riccardo Scirè diventi relativamente famoso. PALETTI – ERGO SUM (Foolica) Ben scritto, ben suonato, molto vario, un po’ noioso. Succede. Magari con voi va meglio. CASO – LA LINEA CHE STA AL CENTRO (ToLoseLaTrack) Quando suona elettrico e con gli arrangiamenti complessi è roba fiacchetta di cui si può fare a meno. Quando suona voce e chitarra acustica sembra di esserci usciti assieme a bere una birra e lui si lamenta di quanto fa schifo la vita e ti fa ridere un sacco anche senza fare le battutine, tipo il mio amico Mattia o i film di Virzì. A volte basta che uno abbia un punto di vista qualsiasi per fare un disco che rimane nello stereo più del dovuto.

PAESE REALE – Lo spiegone.

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Non dico che scrivo per passione, ma quando scrivo sono abbastanza contento e qui sopra lo faccio gratis. Quello che scrivo è basato su qualche assunto di base, elementi di etica/morale e di linguaggio che mi sembrano scontati, tra cui una cosa sulla gente che decide di mandarmi un disco via email: se mi mandi un disco, vuoi sapere cosa ne penso io. Un paio di mesi fa ho scritto dieci recensioni (perlopiù negative) di dischi tra quelli che c’erano arrivati via email. Alcuni gruppi manco le hanno lette, altri le hanno lette e non hanno scritto, alcuni si sono incazzati apertamente, altri hanno ringraziato. Tendenzialmente se stronchi un gruppo malcagato ti becchi un sacco di accuse: accanirti contro dei poveracci malcagati, usare dei gruppi senza potere per fare due accessi in più, sputare merda sopra gente che si sbatte, ruggini pregresse, incompetenza manifesta, dente avvelenato, sensazionalismo, frustrazione sessuale. Qualcuno, nel dubbio, arriva a darti pure del fascista: ci sta, naturalmente. In generale è uno sport ingrato, passi due anni a provare e risparmiare soldi sulle birre per poterti pagare tre giorni di studio e massacrarti a registrare cinque pezzi che non venderanno; poi mi mandi il disco e io te lo stronco male. Fossi un musicista, probabilmente non registrerei nemmeno il disco. Se volessi le recensioni le manderei a gente di cui mi piacciono i gusti. Non spedirei nessun disco alle redazioni, giusto per essere sicuro che (boh) la rece su Rumore non sia firmata da quella gente tipo Ester Apa.

Questa cosa che chi stronca non ha rispetto dei gruppi è permeata nel mondo delle riviste e delle webzine, riducendo il tutto a un discorso tipo “se è figo ne parlo bene, se fa schifo non ne parlo proprio”. Una volta le linee editoriali venivano scavate a viva forza pisciando sui gruppi: questo ha fatto un disco del cazzo, questo ha fatto un disco bello. Soppesavi la firma, traevi le tue conclusioni e decidevi da che parte stare. Oggi non funziona più: la gente che scrive, generalmente, è considerata amica o nemica sulla base di un rapporto pezzi positivi fratto pezzi negativi. Questa cosa ha reso la recensione un genere narrativo che confina con l’agiografia, e dopo qualche anno di questo andazzo stan tutti a dire che bisogna superare il formato classico della rivista e basta con le recensioni che se voglio valutare il disco lo scarico. In realtà quello che abbiamo perso è la considerazione di chi scrive di musica. L’assunto di base di cui ho parlato sopra non è contemplato dal gruppetto o dal suo ufficio stampa: per loro l’assunto è che mandano il mediafire a cinquecento persone e dopo due mesi ci sono trenta recensioni da mettere nella cartella stampa. Cose che succedono davvero: un musicista ti scrive incazzato perché gli hai stroncato il disco, magari ti accusa di non averlo ascoltato con sufficiente attenzione, tu gli rispondi “come ti aspetti che parli del tuo disco il mio sito?” e lui ti risponde ancora più infuriato che “non è che posso passare la vita a leggere i siti di musica”.

Da oggi qua dentro apre un nuovo spazio fisso, a cadenza non so se mensile o che altro. Si chiama PAESE REALE e recensisce alcuni dei dischi che arrivano via email, allo scopo di ritrovare in qualche modo un senso in tutta la faccenda. Anche se suona stupidissimo, prima di postare le prime recensioni vorrei mettere in chiaro quali saranno le regole:

1 I dischi che recensisco mi sono stati segnalati da qualcuno: arrivano per posta, per email, tramite facebook o qualsiasi altro canale. La mail a cui potete mandare le vostre cose è disappuntoCHIOCCIOLAgmailPUNTOcom.

2 Non è detto che io ascolti tutti i dischi che mandate. Mi arrivano un disco o due al giorno, più i dischi che mi interessano, più i dischi che non mi interessano ma vanno ascoltati per capire di che cazzo parlano le riviste (quei gruppi tipo Alt-J o Altar of Plagues o chi volete voi insomma): fanno una ventina di dischi a settimana, se va benissimo ne ascolto la metà, se taglio qualcosa taglio i dischi che devo ascoltare.

3 Ascolto tutti i dischi che recensisco (o se non li ascolto lo dico chiaro e tondo), ma non è detto che li ascolti dalla prima all’ultima nota. Magari di alcuni ascolto metà del primo pezzo, decido che ne ho le palle piene e scrivo il pezzo.

4 La responsabilità dei dischi che ascolto/ascoltiamo è VOSTRA. Leggetevi il pezzo, leggetevi il blog, leggetevi quel che scrivo e mettetemi pure in copia carbone alle vostre email, ma se vi seghiamo il terzo EP non venite qua a recriminare.

5 Alcuni di quelli che mi mandano dischi vanno a finire nello spam. Spesso ci finiscono per questioni di sfiga. Più spesso ancora ci finiscono perché in passato ho cliccato “segnala come spam”. Potrei aver fatto un errore, ma è più probabile che l’errore l’abbiate fatto voi.

6 Non odio nessuno di quelli che mi mandano i dischi, anzi molte grazie a tutti, ma mi riservo il diritto di sentirmi offeso e odiare la vostra musica. La maggior parte delle volte ascolto il vostro disco invece di guardarmi un film o di fare un disegnino o di ascoltare dischi migliori.

7 Il modo in cui scegliete di presentarvi influisce molto nel giudizio sulla musica. Se assieme al disco mi mandate una presentazione in pdf potrei leggerla, odiarla e stroncarla senza aver sentito il disco. Il nome del gruppo e il titolo del disco influiscono nel giudizio sulla musica. I testi che scrivete influiscono nel giudizio sulla musica. La vostra pronuncia dell’inglese influisce nel giudizio sulla musica. La vostra foto influsce nel giudizio sulla musica. I vostri vestiti influiscono nel giudizio sulla musica. I gruppi che citate influiscono nel giudizio sulla musica.

8 Non sono un musicista, non ho mai registrato un disco, non ho mai posseduto un’etichetta, so distinguere a malapena una chitarra dall’altra. Le recriminazioni tipo “sei incazzato perché non ti caga nessuno” o “vediamo cosa saresti in grado di fare tu” mi fanno una pippa.

E basta, direi. Entro stanotte metto online le prime recensioni.