2016

2016

nota di servizio: questo sarebbe il post conclusivo dell’anno 2016 in musica, ma negli ultimi giorni ho avuto qualche casino personale e non sono riuscito a fare niente di meglio che tirar giù 10 punti su qualcosa che in altre condizioni -magari- sarei riuscito a scrivere in modo più organico.

1 Non ho mai avuto troppi problemi con l’idea che “il rock” prima o poi sarebbe morto -molti dicevano che era successo prima che lo conoscessi- ma quando avevo vent’anni pensavo che sarebbe stata una sorta di martirio organizzato con tutti i crismi, o quantomeno che ad ucciderlo sarebbe stato qualche altro genere giovanilista occidentale -hip hop, elettronica, boh. Non è successa né l’una né l’altra cosa, e così oggi il rock sta morendo di vecchiaia.

2 usare la parola “rock” è stupido, ma del resto usare qualsiasi altra parola lo è allo stesso modo. Musica di rottura con una storia vecchia di decenni. Il rap non è che sia messo molto meglio, eh. È solo che ha conservato un briciolo di spocchia autoaccomodante come genere musicale, e le dinamiche di appartenenza interne all’hip hop hanno ancora una certa capacità di autogiustificarsi senza suonare ridicole a se stesse -è una cosa che si può perfino apprezzare. Però, per dire, quando leggo gli osanna al disco degli A Tribe Called Quest nelle riviste più blasonate del pianeta io un paio di domande me le faccio. Ad esempio: pilota automatico per pilota automatico, non sarebbe più sensato metterci l’ultimo disco dei Megadeth? Almeno di Dave Mustaine è facile intuire la dimensione tragicomica, e comunque è un modo per non dare per scontata un’idea di musica popolare che non sia necessariamente il prodotto di una serie di ingredienti inidentificabili comprato negli sconti dell’Esselunga.

3 Dall’altra parte è meglio il reducismo ignorante a grado zero di Megadeth o Metallica e tutta quella roba (dei Metallica puoi pensare tutto il male possibile, quantomeno) rispetto a tutto l’immaginario rimasticato per la quinta o sesta volta che sta impedendo alla psichedelia di estinguersi -e anzi la sta continuando a mantenere sulla cresta dell’onda presso un pubblico di appassionati duri a morire, al pari di certi atteggiamenti funeral doom da cui ormai, non me ne si voglia, preferisco scappare a gambe levate non appena sento un odorino sospetto.

4 Mi è passata la voglia di scrivere di musica. Ho ascoltato più musica quest’anno rispetto agli anni precedenti, e mi sono trovato a rendermi protagonista di qualche episodio di fanatismo assoluto -saranno 15 anni che non ascolto un disco con la dedizione che ho dato all’ultimo degli Autechre, per dire. Ma se devo mettermi al tavolo e scrivere roba sensata sul nuovo disco degli Autechre, preferisco di no. Al di là del fatto che l’ho fatto per troppo tempo, mi sento come strozzato dalla grammatica -e intanto fuori ci sono paesi che votano per uscire dall’unione eropea, tanto per dire.

5 Sono genuinamente esaltato da ciò che il mercato dell’ascolto e la guerra dei formati sta diventando: lo strapotere dello streaming, per quanto non proprio la mia tazza di tè, ha generato una nuova idea di album con cui bene o male riesco a confrontarmi, e persino ad esserne esaltato (ne scrissi qui). Ma anche qui credo che sia più una cosa personale, una cosa che mi piace più guardare di quanto mi piaccia descrivere.

6 Quest’estate a un certo punto hanno iniziato ad uscire articoli sul fatto che Andiamo a comandare sia da salutare come una sorta di addio dell’Italia tutta a qualsiasi aspirazione intellettiva. Non è la prima volta che succede, e non riesco più ad appassionarmi a questo genere di supponenza del cazzo: l’unica colpa di Andiamo a comandare è quella di aver funzionato presso un pubblico che prova a farsi una risata ogni tanto e non sta lì a pensare a cosa si perde nel frattempo. Non trovo nemmeno particolarmente sbagliato che gente tipo Thegiornalisti o Cosmo riempia gli stessi locali che mi fa male al cuore trovare semivuoti quando ci vado io; come se poi qualcuno avesse puntato una pistola alla testa all’ascoltatore e gli avesse urlato in tono minaccioso “Cosmo o Phill Reynolds? SCEGLI”. L’unico difetto che ci posso vedere è che non mi piace la loro musica, o almeno non mi interessa particolarmente la musica di Cosmo (dei Thegiornalisti, per via di una specie di fioretto, non ho mai ascoltato un disco). Ma alla fine la mia opinione vale quanto quella degli altri. Di solito quando iniziano questi ragionamenti stile a ciascuno il suo è ora di appendere la tastiera al chiodo. Ho ancora qualche sussulto sporadico; ieri sera ho sentito la canzone nuova dei Baustelle e mi ha fatto girare talmente il cazzo che per spurgare ho dovuto guardarmi sul tubo trenta minuti di Napalm Death dal vivo in formazione Dorrian/Steer/Harris/Embury -esaltante. Ma anche questi sono discorsi che ho già fatto in passato e non ha molto senso star qui a ripetere.

7 Quando leggo articoli sulla Dark Polo Gang o Sfera Ebbasta, Ghali e tutta quella gente, quasi sempre scritta in modalità “c’è più di quel che pensate in questa roba”, mi viene voglia di prendere una mazza da baseball. Grazie al cazzo, lo so che c’è più di quel che penso, è roba che ascoltano milioni di persone. Perchè qualcuno intossicato da vent’anni di cultura musicale dovrebbe negare a mia nipote il diritto di sentirsi speciale? In nome di cosa? Tipo delle FONTI? Della CULTURA? Diocristo, non è il caso di smetterla e ricominciare ad avvelenarci il fegato in privato? Quando uno di noi (35 anni o più) pensa che grime o trap o nuovo rap o EDM (o sa dio cos’altro) siano musiche poco interessanti, solitamente sbagliando di grossissimo, rende a questa roba l’unico servizio che gli è dato di renderle. Se io penso che sia “tutta musica di merda” e mi tolgo dal dibattito la colpa è mia; se riesco a capirla e contestualizzarla nella storia della musica, è colpa della musica. O anche: se un fan di dj Gruff ascolta Ghali, è ragionevole pensare che uno tra Gruff o Ghali abbia sbagliato qualcosa. In questo, almeno, sarebbe importante non fingere. Un altro conto è darne conto, naturalmente: se uno è fuori dal dibattito, è fuori dal dibattito. Non è la fine del mondo. Potrei persino ricominciare a fare del clubbing saltuario dopo una dozzina d’anni di break, magari quelle riserve per palati buoni patrocinate dagli enti pubblici o qualche serata carina di quelle che fanno qui in giro; giusto per sentirmi una volta tanto il matto del paese, il vecchietto che ha perso gli amici e la brocca e se ne va a fare l’uomo vissuto coi ragazzini che gli ridono dietro. Avrebbe un suo senso. Ci sono tre o quattro persone così che osservavo a 17/18 anni e sono uno dei miei spauracchi principali come essere umano (ho sempre avuto la fobia di diventare il matto del paese). O magari continuerò ad andarmene nei posti dove mi sento al sicuro, i circoli Endas con il vino buono e il concerto weirdfolk che inizia presto e a una cert’ora almeno si torna a casa, relegando l’occasionale voglia di contemporaneità ai festival di elettronica patrocinati dall’assessorato e cuciti addosso all’identikit che ha fatto di me l’algoritmo di spotify, e alla fine non c’è niente di stupefacente in questa cosa.

8 La principale caratteristica dell’oggi, musicalmente parlando, è che le narrative si sono sfilacciate al punto da rendere impossibile anche solo pensare un’idea di “musica popolare” omnicomprensiva. 5 anni fa non era così, tanto per dire. E se sparisce questo ideale, sparisce la legittimazione di tutto quello che sta ai margini, tutto quanto va ripensato più o meno dall’inizio e credo la critica non sia ancora prontissima a farlo, per cui la musica esce molto spesso con la parte critica già svolta al suo interno. Un grande esempio di questa cosa è il disco di Kanye West, che concettualmente direi essere l’album più ambizioso da diverso tempo a questa parte -ma in realtà è un’idea comune. Lo stesso attaccamento estetico del rock o della black music a se stessi è considerabile come un precipitato secondario di questa storia. Il namedropping non funziona più come un tempo, sia in senso positivo che negativo. È possibile al contempo ragionare su un ideale di contemporaneità che sparare Bowie al primo posto delle classifiche, un po’ honoris causa e un po’ per reali motivi di merito, e anche perchè comunque l’idea della morte nel 2016 è abbastanza centrale -spero nel 2017 sia centrale il bisogno di codificare un modo decente di elaborare il lutto. O anche, tanto per dire, l’idea di ricominciare a prendere una posizione su qualcosa.

9 i dischi: Autechre, Rihanna, Kanye West, Antico, Not Waving, Gqom Oh!, Deerhoof, WWWings, Holden/Luke Abbott, Lady Gaga, Ital Tek, Mykki Blanco, KatieE, Lorenzo Senni, Bowie, Aphex Twin, A Tribe Called Quest (ovviamente), Jute Gyte, Amnesia Scanner, Ben Seretan, Fatima Al Qadiri, Car Seat Headrest, Powell, ELM, . C’è un’infinità di roba che mi sento di voler citare e al contempo mi sembra stupido star qua a fare la classifica di fine anno. Quel che è meglio, sembra una partita continuamente aperta: all’epoca di consegnare la mia prima playlist, non avevo manco ascoltato ancora il mio disco preferito del 2016. oggi sentivo il nuovo Run The Jewels, ieri ho ascoltato L.U.C.A., non c’è giorno che non arrivino stimoli. L’anno scorso feci questo pippone infinito su quanto le classifiche si somiglino troppo, e quest’anno la mia classifica è uguale a quella di tutti gli altri. Più di tutti non so dire esattamente perchè questi dischi e non altri, e non ho voglia di scrivere un pippone su nessuno di loro.

10 Contrariamente ad ogni mia aspettativa, questo blog è sopravvissuto anche a quest’anno. È ragionevole pensare che nel 2017 ci sarà qualche cambiamento, in ogni caso. Magari inizierò a scrivere di roba che non c’entra nulla con la musica, giusto per tenere un po’ il ritmo, e vediamo dove si va a finire.

In sacrilega lode di Nitri

Michele Nitri conosce a memoria i settecento mantra della Scuola del Vuoto Sotterraneo. Li sciorina come il rosario blasfemo e sudato che sono, tavola per tavola, vignetta su vignetta, frammentando le linee già inchiostrate. Settecento estensioni di nero codice e blasfema sintassi visuale. Se ne nutre e ve li sputa in gola e lì restano a gonfiarvi il gargarozzo.

Germinato nottetempo, in quel di Walpurga, dall’incontro tra la belladonna e la radice di mandragora, Michele ha ingollato per anni un quantitativo di fumetti e narrativa degenere tale da preoccupare ogni bravo psichiatra in grado di sottolinearne le qualità deleterie, caratteristiche così devianti da scatenare disordini sociali e comportamentali nel lettore più pacifico o nel semplice passante. Da quell’antro oscuro del nostro conscio, fuori dalle logiche bieche e instupidite dalle necessità relazionali, Nitri si è mosso per mettere a soqquadro il panorama; troppo lindo e ordinato quest’ultimo, intimista e pastellato dalle legioni di paesaggisti in fregola primaverile e con un conto di troppo da pagare.

Ha aspettato, Michele, facendo le sue cose, perseguendo la sua passione senza che questo significasse mettersi nelle mani di sudati e vergognosi e meschini e tumescenti esemplari di “addetti ai lavori” (NOI), impresari con l’anima facile e il culo abusato dalla vita. Ha atteso, affilando l’intenzione.

Poi è scattato, la lama massiccia che cade veloce per il suo stesso peso, tranciando arti e cervella, sbudellando deserti del reale e presunzioni ideologiche. Ha colpito senza aspettare il cadavere nel fiume, ma riempiendoci il mare, mugulando mantra blasfemi a dèi troppi antichi per essere ignorati. Ha messo in piedi Hollow Press.

L’operazione esoterica ha preso poi il nome in codice U.W.D.F.G. (da ora in poi UWDFG) e si è risolta in questo e nel secondo volume ad oggi disponibile. Una sequela di storie improbabili, improponibili, bellissime nella loro ostinata essenzialità, ritmica e narrativa. Cinque fra i più anomali illustratori del circondario alle prese con una forma marcescente di de-genere, impollinata nei cunicoli del sottosuolo come un interminabile partita di D&D per menti stonate, alienanti, genuinamente bizzarre. Nel secondo volume le storie continuano e non è auspicabile farne il resoconto, il riassuntino per il fogliaccio di stampa. Piuttosto: è fra le cose migliori che potessero capitare al fumetto: una versione contemporanea, fracassona, sincera e sentita del “pulp” che fu, nell’ottica che vede i generi copulare intensivamente in orge a più dimensioni, annidandosi dentro a libri e fumetti che raccolgono qualche milione di mondi, modi, tempi, evoluzioni: vi basti.

Un plauso sincero e riverente a un’operazione che continua, va crescendo e fa tornare il buonumore a tutti gli appestati.

VOLUME-2-UDWFG_cover-600x848

E perdio, buon U.W.D.F.G a tutti!

ps. entusiasmo addizionale va alla pubblicazione (sempre ad opera della Hollow Press di Nitri) di Industrial Revolution di Shintaro Kago, sottospecie di mutazione in salsa Cronenberg dell’immaginario fumettistico orientale, portato a colpi di destrutturazione contro corpi, personaggi, motivi, generi, vignette, ritmo, scansione delle pagine e via dicendo. In pochi in Italia (viene in mente 001 Comics) possono fregiarsi di aver portato questo Grandissimo fra noi. Non contento ha aggiunto una sorta di antologia di Tetsunori Tawaraya (già tra i cinque protagonisti del progetto), chiamandola Tetsupendium Tawarapedia.. Fa’ la cosa giusta, lettore!

kago

pps. da Hollow Press puoi persino acquistare tavole originali e spettacolare miscellanea. Affrettati, lettore!

Scott Walker

icdd

Il disco coi Sunn poteva agevolmente non esistere. Nessuna deviazione dal tracciato: loro che cacciano dronate come un vecchio scorregge dopo avere ingerito una pignatta di fagioli alla Bud Spencer, lui che delira cose a caso con quella mostruosa voce da tenore in lacrime. Per me, Scott Walker è Farmer in the city. Fosse iniziata e finita con quel pezzo la sua carriera sarebbe stato uguale, anzi, pure meglio. Mi sarei risparmiato tutto il resto, da Climate of Hunter in poi in particolare (i dischi prima roba da oratorio), tutta la parata di giochini insensatamente arzigogolati, profondamente sgradevoli, totalmente autistici; ordigni escheriani spigolosi, respingenti, cacofonici, che disorientano e spiazzano, mettono a disagio ma in alcun modo arricchiscono, al contrario: ne esci depauperato, spossato, senza essere arrivato da qualche parte. Come correre da fermo. Con tutto il rispetto dovuto ai matti veri: palla al piede era e palla al piede resta.

a margine.

Non ho perso nemmeno un nanosecondo della mia vita dietro alla querelle Mark Kozelek vs. The War On Drugs. Probabilmente morirò senza sapere un cazzo di tutta la storia, a parte un vago e indefinito sentore di randomico e farsesco ex ante. Quel che conta: senza voler sapere. Sta tutta qui la differenza.

Magari un giorno proverò a quantificare con buona approssimazione le moli di tempo risparmiato decidendo scientemente di ignorare a priori una via via sempre più folta lista di persone/scene/gruppi/situazioni – mai ascoltata una nota, mai letto una riga al proposito, mai fregato un cazzo di formarmi un’opinione in merito, mai frequentato. Come il cartello che ho visto appeso all’entrata dell’edicola della stazione di Modena:

NO biglietti
NO informazioni
NO.

Stesso stato mentale. Censura preventiva. Tolleranza zero verso merda che so per certo mai nella vita sfiorerò, sia pure con un palo lungo trenta metri. Non è un granché, ma in qualche modo mi tranquillizza.

una per Morrissey che mi ha rovinato la vita

morrissey

 

Mi ha comprato con Everyday is like sunday Morrissey, molto prima che con gli Smiths, per la vita. Non ricordo per quale motivo avessi deciso di comprare il forato di Viva Hate, incombente e anodino tra il Julian Cope più rivenduto in assoluto (My Nation Underground, manco a dire) e un vinile Sarah a caso (non ricordo ora, potevano essere i Secret Shine come qualsiasi altro disco con copertina viola), senza conoscere minimamente l’autore, a parte una foto intravista di straforo su un vecchio numero di Deejay Show tra altre foto formato gigante, Afrika Bambaataa, gli INXS (questo il contesto); il prezzo basso, forse. Magari il caldo estivo, una morsa di torpore e umidità senza costrutto che attanaglia ogni cosa sopra l’asfalto per tre mesi all’anno ad andar bene, uno stato della mente che commercianti, studenti e occasionali turisti (per non dire degli autoctoni senza seconde case altrove) conoscono a menadito; probabilmente lo stesso caldo irragionevole che spinse Meursault a uccidere un arabo random. Quel che non potevo sapere: le ripercussioni, dentro di me, sarebbero state altrettanto irrimediabili, di diverse lunghezze più devastanti.

I primi due pezzi mi sono scivolati addosso, strani bozzetti appena accennati, idee allo stadio larvale di qualcosa che è già cominciato da qualche parte, cacofonico l’uno (Alsatian cousin), troppo breve e criptico l’altro (Little man, what now?); disorientamento, vago fastidio, immediatamente dimenticati. Nell’istante in cui la puntina ha attraversato i solchi del terzo in compenso, all’altezza del ritornello, ho capito di essere fottuto. Transfert attivato, indietro non si torna. Trovarmi di lì a qualche giorno in una situazione speculare al millimetro a quella descritta, che mai ero riuscito a rendere a parole, neppure a me stesso, gli stessi sentimenti a bruciare nelle vene come gasolio sopra un cerino acceso, non ha aiutato. Nascosto nel lungomare scarabocchio su una cartolina: “Quanto vorrei non essere qui”. Nella città balneare che hanno dimenticato di bombardare – vieni, vieni, bomba nucleare.
Merda, mi ci identificavo.
E il ritornello, anche: ogni giorno è come domenica, perché ogni giorno è silenzioso e grigio.
C’ero dentro. Fin sopra le scarpe.
Un incontro peggiore, forse soltanto Faust con Mefistofele.
Poi la seconda rivelazione: Late night, Maudlin street. Il punto di non ritorno. Come nell’istante in cui deflagra l’assoluta certezza di avere incontrato uno spirito affine: può andare come può finire a sfregi, l’essenziale è che non lo saprai mai prima di aver gettato il cuore oltre l’ostacolo, e da quel momento in poi comunque vada sei inerme. In ogni caso. Difese giù, fate di me ciò che volete (non so perché stia usando il plurale ora, rivolto a chi poi; decenni di pessima critica e pessima letteratura la risposta più sensata). Da allora, per molti anni, ogni parola portasse la firma di Morrissey, e intendo letteralmente ogni parola, è stata per me giusta, vera e santa a prescindere. Non esiste suo pezzo dentro il quale non sia morto male innumerevoli volte, ascolto dopo stramaledetto ascolto. Potrei elencare l’intero repertorio, a parte giusto qualche pezzo da Kill Uncle francamente troppo brutto per essere vero; il resto, in blocco, peggio dell’eroina. Voglio dire, letteralmente. Stessa dissipazione, stessa dipendenza, stessa rota. L’incantesimo si è finalmente spezzato con You Are The Quarry: troppi anni dal precedente Maladjusted (che già arrancava), qualcosa nell’ingranaggio si era spezzato, la macchina non era più a regime; oppure nel frattempo ero cambiato io. Si impara, prima o poi.

Non mi ha migliorato la vita Morrissey, anzi, direi piuttosto il contrario; me l’ha rovinata in maniera irrimediabile, irreversibile. Se oggi sono la persona che sono è anche per via delle sue parole, intercettate quando ero totalmente, drammaticamente vulnerabile, del tutto privo di qualsiasi strumento concettuale, scudo o sovrastruttura per saperle contrastare. Mi hanno reso un remissivo, semiautistico bastardo nel pieno degli anni formativi, autorizzandomi ad assecondare i lati più deteriori della mia personalità frantumata, abbracciarli fino all’ultimo senza riserve, nel momento in cui tutto ciò di cui avrei avuto davvero bisogno era roba dritta, ottusa, intollerante, da raddrizzare la schiena al più problematico dei bulletti di periferia, inchiodarlo all’angolo e farlo scappare piangendo. Tipo che so, gli Agnostic Front (scoperti comunque troppo tardi). Ma pure Rollins (altra epifania, sempre troppo tardi; in età prescolare ci voleva), che manco provava ad ammantare di bieco romanticismo intossicante il sentirsi danneggiato; te lo rinfacciava contro, centuplicato, ed era esattamente quel che mi sarebbe servito: scoprirmi danneggiato, e basta. Da lì le necessarie contromisure; mai la resa incondizionata prima ancora di cominciare. E invece Morrissey, con la sua voce querula e riverberata, da ectoplasma che sta per morire di noia, a dirmi cose che già sapevo benissimo; a innescare, ben prima che potessi rendermene conto, l’identificazione peregrina, insensata e letale (lui attore, io cavia; lui qualcuno, io nessuno), certificando come cosa buona e giusta ristagnare nel letame; archiviare ex ante come fallimento certo qualsiasi tentativo di contatto umano (nello specifico, How soon is now? Su di me, più danni dell’AIDS), la certezza matematica di incontrare solo merda sulla strada, e allora perché provare (altra storia, I am a rock di Paul Simon. Altri livelli. Valutazioni massimaliste richiedono esperienza per avere un senso, tanta esperienza; un passaggio che Morrissey, in malafede o meno, radicalmente bypassava. Ma cosa potevo saperne ai tempi). Gli Smiths poi, come passare dalla padella alla brace. Panic il primo contatto; per usare le parole di uno che, a saperlo, verrebbe a cercarmi per uccidermi a sprangate: And I tell you things that you already know, so you can say: ‘I really identify with you, so much!‘. Non stavo a Londra, né a Dublino o Dundee, ugualmente questo era lo stato mentale. Volevo davvero impiccare il dj perché le canzoni che passava non mi dicevano niente a proposito della mia vita. Chi non l’avrebbe voluto? Chi avrebbe scientemente ammesso di essere banale, uno tra i tanti, senza pensieri o problemi unici ed esclusivi (spesso percepiti come irrisolvibili)? E la spirale continuava ad avvitarsi, ogni pezzo un lasciapassare per coltivare e incentivare introversione e autismo, riconosciuto e legittimato come pratica sana, necessaria per elevarsi dalla massa. Motivazionale al contrario: la certezza che languire nell’inespresso e nell’incomunicabilità fosse alla fine cosa buona. Fosse cosa giusta. Fascismo puro, e della peggior specie. Fascismo autoindotto.

Impossibile quantificare il danno sulla lunga distanza. Più facile isolare i chiodi più acuminati nella bara: The World Won’t Listen (oppure Louder Than Bombs, le differenze in scaletta sono infinitesimali) – sempre stati un gruppo da singolo gli Smiths – quasi tutto The Queen Is Dead, in coda il resto, tutto il resto, fino alla più dimenticata delle B-side, alla più urticante delle Peel Sessions (in cui Morrissey spesso ulula peggio di un furetto scuoiato vivo. Autentico masochismo. Ma al cuore non si comanda, giusto?). Nessuna scusa: cercavo un alibi per sottrarmi a questo casino infernale, eccolo servito su un piatto d’argento. A small victory: non ero solo. Senza domanda, inutile ci fosse offerta; gli Smiths tengono banco tuttora.
Mi ci sono voluti anni per uscire dal loop; i segni ancora li porto addosso, fino all’ultimo. Gli errori, una volta commessi, non si possono cancellare, e ciò che è passato non può essere cambiato; va solo accettato. Sa essere la sfida più impegnativa.

Ho visto Morrissey dal vivo tre volte. La prima a Firenze nel 1999, tour di Maladjusted; c’ero dentro, Cristo sulla croce mi avrebbe colpito di meno. Locale pieno solo a metà, lui già sfatto rispetto agli anni belli: chili di troppo, sguardo incattivito, consapevole di stare percorrendo l’arco di discesa, a suo modo eroico. Il gruppo un bulldozer, pezzi tiratissimi, sudore a secchiate; ripescaggi degli Smiths in quantità, per nulla scontati (London). Emozione da prima volta, ero pure stato a Firenze per la prima volta, in gita con la scuola, soltanto pochi giorni prima. Devo avere pianto abbracciando i miei amici e gente a caso, fratellanza con estranei come manco a un concerto dei Manowar. Ero convinto di stare dalla parte giusta della barricata. Un rito di passaggio, da cosa e soprattutto verso cosa non mi è chiaro tuttora. La seconda nel 2004 in uno dei peggiori festival nella storia dell’umanità (suonava dopo i The Rasmus, prima dei Muse, questo per dire il livello); drappelli di fan dei Muse alzavano cori irrispettosi, lui l’ha presa con stile (“Oh, we like Muse too”). Ne stavo uscendo, me la sono voluta comunque raccontare. Poi ha annullato senza motivo due date a Rimini, a meno di ventiquattro ore dall’inizio della prima; nessuna meraviglia, tra le sue bizze forse la più detestabile, ma quella volta ero già lì, avevo comprato il biglietto per entrambe rinunciando a cose tipo Philip Glass gratis a dieci minuti a piedi da casa. Non è piacevole sentirsi fregati, non lo è mai, ma senza una ragione, così a sfregio, è veramente il peggio. Da allora ho detto mai più. Col cazzo.

Questa è la terza. Mi sento più vecchio perché sono più vecchio, alla base una vaga e imprecisata idea di scendere definitivamente a patti con traiettorie di vita imboccate da mo’ e storie già successe, spesso veicolate dalle parole in questione. C’è la storia del cancro, per alcuni un valore aggiunto alla performance, il che dice almeno un paio di cose sulla miseria umana. Lui è lo stesso di sempre: un entertainer atemporale, asessuato (fin dalla semantica: Morrissey, non determina niente, potrebbe determinare chiunque), imprigionato in questo mondo e in questo corpo per qualche strana congiuntura astrale, Ziggy Stardust ma sul serio, senza mascheroni farseschi a ilustrare ai ciechi, l’ambiguità una faccenda ben più sottile, carnale, pregnante (Speedway il manifesto, sempre in repertorio), il sarcasmo la sola arma per contrastare l’entropia (anche stasera ne sparerà a bruciapelo almeno un paio da far impallidire Lenny Bruce).
Apre con The queen is dead e mi rendo conto all’istante che resistere è più che inutile: non ha alcun senso. Quando parte a tradimento (mi ero scordato di quel passaggio) life is very long, when you’re lonely mi esplode in faccia la consapevolezza che tutto è rimasto uguale, esattamente uguale: sanguino ancora dove devo sanguinare, quel che mi metteva in ginocchio quando ero un ragazzino mi mette in ginocchio ora, frasi che erano coltellate nella carne restano coltellate, and so on and so on. Nulla è cambiato.
I pezzi nuovi non mi dicono niente della mia vita, assolutamente niente, ma quelli vecchi sono sale grosso cosparso a piene mani su ferite ancora spalancate: devono dilaniarmi e mi dilaniano, come ieri, oggi e certamente dopodomani. How soon is now? è ancora il pezzo dentro il quale morirei all’istante, nonostante ora sia una persona diversa: più le cose cambiano più restano le stesse. Risveglia ancora i ricordi più brutti della mia vita, che sono sempre lì, mi guardano e aspettano. Altri pezzi nuovi, tempo che deve passare, e passa; video Jacopetti style su Meat is murder per destabilizzare le anime belle, poi i bis. Asleep, come sopra, tagliarsi le vene in verticale non è più un’opzione. L’ultimo pezzo in scaletta è Everyday is like sunday e questa cosa ha un senso profondo per me, a volercelo trovare: un ciclo che si conclude, un altro conto chiuso, e si ricomincia. Fino alla prossima.

IL METAL SBAGLIATO – l’ultimo singolo dei Mastodon

ko002

There are those who were born to be winners. And then, there are these guys.

Fosse riferita a un altro gruppo, la frase avrebbe un senso. Magari i Mastodon non sono nati per vincere in senso assoluto (comporterebbe una predeterminazione di qualche tipo alla base di cui sono del tutto all’oscuro, tutto è possibile in ogni caso); che stiano bene come un topo nel formaggio dove stanno in compenso è un fatto. Ancora in piedi dopo manco un milligrammo di trash, carriera in costante ascesa, dischi dal successo via via inversamente proporzionale al valore, mai un cedimento (in termini di popolarità, gente ai concerti, vinili e magliette venduti; la qualità è un altro campo da gioco, altri discorsi). Storicizzati più per perseveranza e dati incontestabili che per merito, dopo quindici anni e una serie di rivoluzioni copernicane intorno al nulla (di cui Francesco parla qui) continuano a portare avanti la loro cosetta pseudo-metal post-qualcosa che per qualche incomprensibile ragione continua a eccitare i ragazzini, andando a pescare in fasce d’età e interessi sempre più vaste e diversificate. Di fatto avendo acquisito una credibilità a 360 gradi che mette d’accordo il metallaro alla vecchia con vaghe ambizioni conservatoriali (più o meno inespresse), il relitto coi rasta e la felpa degli Amebix quanto il boscaiolo con la barba. Sanno suonare e la produzione non fa schifo: questo è tutto quel che si può dire sui loro dischi.

Adult Swim è un canale via cavo di Atlanta, occasionalmente pubblica dischi. Singles Program 2014 l’ultima emanazione (in ordine di tempo): nessun supporto fisico solo mp3, sedici pezzi in sedici settimane. Atlanta (il pezzo) è il quattordicesimo. Suonano i Mastodon, canta Gibby Haynes in uno dei rari featuring della sua carriera; appena apre bocca, nell’esatto istante in cui parte il pezzo, il déjà vu è violentissimo e tristissimo allo stesso tempo, in parti uguali. Ministry, Jesus built my Hotrod, 1992. Solo che i Mastodon non sono i Ministry – non quelli di Al Jourgensen e Paul Barker quantomeno. Sui Ministry del solo Jourgensen si potrebbe discutere: sarebbe una bella gara, quanto a musica superflua, anodina, irrilevante, pleonastica. Altra storia.

Ascoltare in sequenza Jesus built my Hotrod e Atlanta fa un effetto strano. Triste, per chi c’era; imbarazzante, come di fronte a qualcosa di inappropriato, per chiunque non sia rimasto del tutto indifferente di fronte al fatto compiuto; comunque sottilmente patetico. Un monito. Te lo sbatte in faccia il passare degli anni, il tempo che scorre con tutte le sue devastanti ripercussioni. Riporta prepotentemente alla mente il deperimento dei tessuti, la consunzione, la nostalgia di anni che non torneranno più; la morte, che prima o poi arriva per tutti. Quel che sta in mezzo sono spari nel buio per chi non si rassegna al ciclo della vita, alla biologia che alla fine dei giochi è la sola cosa vera. Colpi a vuoto, come i vecchi liftati che vanno in palestra a sessant’anni, o le signore che si abbassano l’età e vanno con ragazzi più giovani. Atlanta è questo: Gibby Haynes il vecchio liftato (metaforicamente: di persona dimostra esattamente gli anni che ha), i Mastodon i ragazzi più giovani. Giusto i confini della cosa sono più sfumati, perché i giovani sembrano crederci sul serio, mentre Haynes è in pilota automatico già innestato probabilmente dal 2003. Se non altro, un pregio Atlanta ce l’ha: serve a ricordare che è esistito un gruppo chiamato Butthole Surfers, un gruppo chiamato Ministry, e un disco, Psalm 69, tutto questo in anni in cui aveva senso esistesse.

IL METAL SBAGLIATO – Wolves In The Throne Room

wittrlogo

 

Per il metal tira una pessima aria da anni, nessuna novità su questo. Infiltrazioni, contaminazioni insensate del tutto fuori controllo, fuori contesto, senza costrutto: una sbobba informe che ricorda alla lontana diecimila cose diverse senza avere il coraggio di abbracciarne fino in fondo manco mezza, di fatto generando e alimentando il nulla pneumatico, un nulla ben suonato e ben prodotto che dà lavoro a uffici stampa e agenzie di booking e dimostra quanto John Lydon ci avesse visto lungo molto meglio e molto prima di tutti noi; indigeribili beveroni sporadicamente (e in maniera del tutto randomica) patrocinati da una stampa mai altrettanto disinformata e ignorante, pronta a esaltare a prescindere il più improbabile degli sgorbi trincerandosi dietro alibi indimostrabili, accampando ragioni futili ma incontestabili (grazie Frankie Hi-NRG, quando ancora eri umano); dall’altra parte, un immobilismo stolido quanto deprimente che abbassa il QI soltanto a guardarlo a eoni di distanza. Pessimo, pessimo quadro generale. Inutile infierire su cadaveri ambulanti, falcidiati dal tempo che scorre per tutti, che comunque non riescono a farla finita (vero, Slayer?) o, ancora peggio, su chi è tornato frettolosamente e maldestramente sui propri passi, a fare la vecchia cosa, dopo rivoluzioni copernicane quando è andata bene perfino esaltanti, quando è andata male porcherie assolutamente deragliate e scentrate, comunque degne di assoluto rispetto, a prescindere dai risultati, perché motivate da un sincero desiderio di infrangere i limiti, di spostare l’asticella al livello successivo. Nel 99% dei casi, dischi che però al momento dei bilanci hanno fruttato poco più di una cacca di mosca: su questo il mercato non perdona, e il mercato è tutto. Comunque sia andata, il punto in cui stiamo è un tristo karaoke a comando per lattanti in esplosione ormonale e/o turisti dell’umano che pretendono con rabbia la stessa roba ripetuta all’infinito, e i mestieranti, mestamente, li accontentano (vero, Kreator? Vero, Napalm Death? Vero, Paradise Lost? E la lista andrebbe avanti troppo a lungo). In questo quadro generale, gli innovatori conclamati sono molto peggio dei dinosauri, che si estingueranno prima o poi, non fosse che per una banale questione fisiologica. L’agghiacciante piega che ha preso il metal contaminato, ormai definitivamente fuori controllo, è molto più preoccupante e deleteria degli Iron Maiden che continueranno a sbracciarsi negli stadi vita natural durante. Prima o poi ci penserà la vita ad abbatterli. È il nuovo che avanza a fare inorridire. Vendere merda spacciandola per innovazione non è certo una novità, succede da sempre; la novità è il livello che vertiginosamente continua a scendere a livelli abissali, la china che non accenna a risalire, i numeri che sempre più suffragano e rendono plausibile l’ipotesi che la merda possa alla fine avere un buon sapore.

I Wolves In The Throne Room non sono la prima di queste aberrazioni, non saranno l’ultima; che siano tra le incarnazioni più pervicaci e moleste di questo trend negativo in compenso è un fatto. Spuntati fuori nel 2005 con un CDR senza titolo, qualcuno ha deciso che suonavano black metal (chitarre distorte, le parole “lupi” e “trono” nel nome, copertina e retro in bianco e nero sgranatissimo, registrazione da cantina ma inoffensiva, à la page, per non infastidire chi di fronte a Transilvanian Hunger o Nattens Madrigal scapperebbe via urlando); di lì al successivo Diadem Of 12 Stars passa un anno. Stessa differenza: brani lunghi e articolati (mai sotto i dieci minuti, parrebbe per puro principio), noiosissimi, sfiancanti, che ti succhiano via la vita. Ristampa su Southern Lord nel 2007 con consenso plebiscitario (come sopra, la merda che cominci a convincerti abbia dopotutto un buon sapore). L’anomalia sta tutta qui: per qualche strana e fondamentalmente incomprensibile ragione prendono bene anche a gentaglia insospettabile che di solito bazzica tutt’altri ambienti, trend setter e opinion leader che a un tratto decidono simultaneamente e senza ritorno che questa roba, fino all’altroieri ignorata o derisa a priori (ma quella fatta bene), deve ora invece avere una propria dignità. Naturalmente, gente totalmente digiuna di qualsivoglia rudimento o punto di riferimento relativo al genere, che quindi si muove a tentoni nel buio peggio di un sordocieco. Folgorazioni sulla via di Damasco plurime, dall’oggi al domani tutti espertoni, filologi addirittura; assistere allo spettacolo farsesco della sarabanda di opinioni sovreccitate (e risibili) di analfabeti totali che di punto in bianco salgono sul pulpito in base a non si capisce bene quale diritto acquisito a sindacare su non si capisce bene cosa (fosse su quanto fa schifo questa roba magari avrebbe anche un senso), come tanti trogloditi che pretendono di dissertare di astrofisica a un congresso, è uno spettacolo infimo. Quel che più è triste in questa maratona tra storpi è che il pretesto è talmente fiacco e insipiente che non varrebbe la pena di spenderci nemmeno due righe sul giornalino della scuola.
Ulteriore dimostrazione che perseveranza e inettitudine in dosi uguali pagano sempre: i Wolves In The Throne Room vanno avanti, e il mondo con loro. Ogni disco è più balzano, improponibile, grottesco, in una parola peggiore del precedente, e le quotazioni salgono. Più fanno schifo, più la gente dà loro retta. Che sia chiaro: il problema non è certo la lunga durata di pezzi sfiancanti. Sono esistiti ed esistono sottogeneri – come certe filiazioni del funeral doom più tetro, asfissiante, angusto e malsano – in cui la musica è lenta, opprimente, non di rado esasperante, ma c’è anche uno stile, un’idea, un criterio a governare e tenere in piedi la cosa. Nessun gruppo doom è partito dalla premessa di rompere ferocemente e dichiaratamente i coglioni all’ascoltatore e basta. Infatti, nessun gruppo doom è mai finito a suonare al Primavera; al limite al Roadburn, che comunque è un circo esattamente come tutti gli altri, la sola differenza è che ad accaparrarti il biglietto fai più fatica.
È proprio il concetto di fondo a essere radicalmente, profondamente sbagliato. Il metal è quella cosa che ti fa muovere il culo e ti fa fare le cornine ruttando (lo diceva il mio amico Bruno, chissà che fine ha fatto. Mai parole altrettanto giuste). La noia, l’inconcludenza come punto d’onore, facciamo un po’ il cazzo che ci pare ma stiriamolo in pezzi da dieci/quindici/venti minuti a botta e bella lì, tutto questo non ha mai fatto parte della sua cifra stilistica. I Wolves In The Throne Room sono questo: a parte l’intento dichiarato di sfiancare di noia non c’è altro, nient’altro. Manca la visione, manca una prospettiva storica, mancano le radici del disagio, perché non ci sono. Il problema poi è anche etico: cos’hanno in comune questi falsari con la cosa vera? Il logo puntuto? I capelli lunghi? Le chitarre distorte? L’abito fa il monaco, ok, ma bastano questi elementi a renderli un gruppo metal, ancora prima un gruppo interessante, degno di essere ascoltato? Per chi si accontenta, per chi il metal non ha la minima idea di dove stia di casa, per chi è felice quando sente un incapace, evidentemente, sì.

Alla fine i loro dischi li ho ascoltati quasi tutti, per masochismo e per vedere ogni volta quanto più in basso si possa scendere. Tipo con i Sunn O))), ci casco regolarmente; con la differenza che i Wolves In The Throne Room mi hanno sempre fatto vomitare, fin dall’inizio, come concetto proprio. Disprezzo loro, chi li spinge, i loro fan, l’idea distorta e sbagliata di black metal di cui sono portatori, mi terrorizza la noia abissale che generano ogni volta in me, irrimediabilmente. È come se ogni volta, scientemente, scegliessi di assaggiare un tocchetto di merda per vedere se nel frattempo il sapore è migliorato. Coazione a ripetere pura e semplice: la merda resta merda, e lo so benissimo. A volte credo davvero di essere stupido.

PAGARE LA MUSICA: i festival estivi.

Francesca Sara Cauli

Francesca Sara Cauli

Carlo Pastore lo scrisse nel 2008:

“lavorare a Mtv, sfruttare il mio talento, prendere i soldi nell’unico posto in cui ci sono, poi fare cose gratis per chi se lo merita e chi non ne ha spazio, per Rockit, la mia famiglia, crescere individualmente e contemporaneamente condividere esperienze, know how, passioni, vita.”

o anche

“c’è bisogno di ripartire dal basso, di rimettere in moto le cellule cerebrali, di iniettare il formicolio negli arti addormentati, di infiltrarsi nei posti chiave e di creare interferenze, di non avere paura, di generare entusiasmo e di viverlo, di dire basta agli snobismi intellettualoidi e a quelli che fanno gli artisti senza averne l’arte, di dare spazio alla gente vera con le sua magnifica vitalità così stuprata.”

 

Credo sia un buon punto di partenza, l’inizio possibile di un nuovo modo di pensare la musica, nel quale L’ARTE viene prima di tutto il resto. Una volta sarebbe stato un problema di moralità, oggi anche sticazzi. Domande progressive sul tema: andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival con altri gruppi? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival organizzato da un magnate indiano di cui non sapete nulla? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival organizzato da un magnate italiano di cui sapete per certo essere una testa di cazzo? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival sponsorizzato da una multinazionale che sfrutta manodopera minorile nel terzo mondo? Andreste a sentire il vostro gruppo preferito in un festival senza sponsor con il biglietto a 90 euro invece che 50?

Ricomincio da capo. Ormai è assodato che -accontentandosi- l’esperienza musicale possa essere ormai consumata a costo zero o quasi: concerti gratis organizzati dagli enti, canzoni alla radio, streaming legali e tutto il resto. Il motivo per cui paghiamo la musica è legato il più delle volte a dei plus che ci interessano: vedere quel gruppo specifico, possedere quell’oggetto specifico, eccetera. A volte (spesso) sono dei plus irragionevoli: molte volte compro un disco o una t-shirt per sentire di aver contribuito al sostentamento del gruppo. Il problema è che è un atteggiamento da padreterni del cazzo, e nella nostra epoca non c’è niente di peggio che sembrare una persona pesante. La maggior parte delle operazioni di  successo legate al mercato musicale era legata all’idea di aggiungere delle performance della musica (poter scegliere quale musica, poter scegliere quando ascoltarla, eccetera) legate allo stesso costo finale (zero).

fsc1

Francesca Sara Cauli

Quando compriamo musica siamo abituati a non pensare troppo a chi vanno i nostri soldi. Ragioniamo per compartimenti stagni cognitivi legati a certe prassi che si sono sedimentate nel tempo e non discutiamo, tipo “un CD deve costare tot euro al massimo”. Ultimamente ho dato un bel calo al mio budget per la musica: le solite scuse del 35enne, vita che va avanti, soldi da destinare altrove eccetera.  Un ragionamento possibile, in situazioni come la mia, è quello di comprare lo stesso numero di dischi a meno soldi (oggi è possibile): distribuzioni online, offerte eccetera. Io compro meno dischi allo stesso prezzo e gli altri li rubo (oggi è possibile). Il mio ragionamento è questo: se compro un disco al negozio, la cifra (di cui tutti dicono esorbitante) che ho speso se la dividono il gruppo, l’etichetta, il distributore e il negoziante. Tutta gente con cui non ho problemi. Se vado a vedere un concerto in un locale nella mia città, il grano se lo dividono il gruppo e il padrone del locale. Tutta gente con cui non ho problemi.

 

Detesto la birra Heineken. Non sono proprio motivi etici, ma una volta mi sono fatto un ragionamento in testa: di base i piani di marketing di una multinazionale della birra sono volti a creare un pubblico di consumatori assidui, cioè di base un pubblico di alcolizzati. Cioè a creare una dipendenza che a molti rovinerà la vita, e tirare su una quantità di soldi che per ogni alcolizzato è più o meno ridicola. Giusto? Bevendo cinque Moretti al giorno per una decina di anni a un euro e venti la bottiglia (poniamo) spendi circa 22mila euro; di questi togli la metà circa tra imposte e margini del rivenditore e sei a 11mila euro. Togli i costi di produzione, il marketing e le eventuali spese legate a tutti gli intermediari, secondo me viene fuori un quarto del guadagno (3mila euro scarsi). Un altro conto: poniamo che l’utile netto di Heineken sia di circa dieci centesimi a bottiglia, che mi pare ragionevole: dieci anni con cinque bottiglie al giorno fruttano alla compagnia 1825 euro. In pratica se conoscessimo per certo il nostro futuro potremmo versare due-massimo-tre stipendi a un’associazione di multinazionali della birra perché smettano di produrla: loro chiuderebbero l’anno con lo stesso margine, io camperei una decina d’anni in più e ci guadagnerei pure i soldi per comprare qualcosa di altrettanto utile al mio sostentamento, tipo un Nissan Qashqai bianco metallizzato. Nonostante detesti le multinazionali della birra per il fatto di marginare troppo poco dalla distruzione del mio fegato, non ho mai avuto problemi ad andare ad un festival di musica da loro organizzato. Ho molti più problemi con il festival di musica in sé: gruppi del cazzo, niente ombra, niente civiltà, cessi chimici, il 99% del pubblico puzza di sudore e il 47% di questi non hanno comunque problemi a starsene a petto nudo. Sarei disposto a pagare 50 euro in più se mi promettessero ombra e un servizio di security che pesti a sangue quelli che si mettono a torso nudo e rovesciano birra per terra (che poi diocristo PUZZA, bevetevi la birra che avete pagato), ma tutto sommato non ho problemi a entrare con uno sconto di 50 euro accettando di vedere quel marchio ovunque.

 

In questo periodo escono sempre fuori le polemiche sui festival estivi. Il canovaccio di base su cui si srotolano mostra che in Spagna e Gran Bretagna e persino in posti tipo l’Ungheria e il Belgio ci sono festival musicali estivi con centoventi  artisti in cartellone, e che il fatto che questo tipo di festival in Italia non ci sia è uno dei principali indici dell’arretratezza musicale in cui siamo abituati a combattere. La mia domanda sarebbe se c’è davvero bisogno di un festival come il Primavera in Italia: chi ne ha davvero bisogno ha già comprato da tempo un biglietto aereo per Barcellona. Un’altra domanda: un festival come il Primavera, poco fuori Milano, con biglietto a quattrocento euro: chi di noi s’accalcherebbe per la prevendita? Forse un migliaio di pazzi con il conto in banca che suda via gli spicci. Quello che vogliamo non è un festival come il Primavera, ma un festival come il Primavera in una location simile a quella del Primavera, con un biglietto uguale a quello del Primavera. Ponendo che questa cosa, di per sé, sia antieconomica, vengono in mente tre tipi di aiuto esterno per metterla in pratica.

1 il patrocinio di un ente pubblico: il generico bisogno di drenare fondi in cose culturali in un festival che che non preveda necessariamente un’orchestra russa o Francesco Guccini.

2 una qualsiasi multinazionale che ci metta sopra il proprio marchio e per farsi bella

3 un matto.

In ottemperanza al punto 3, all’inizio di agosto si svolgerà un festival in Umbria, chiamato Umbria Rock, che prevede gente tipo James, Paul Weller e Basement Jaxx. Pare sia finanziato da un magnate inglese di origine indiana, i cui motivi sono al momento sconosciuti (magari fare qualcosa per la gente di Massa Martana, ma ne dubito). Supponiamo che questa persona, di cui non so nulla, sia mossa da pura nobiltà d’animo: rimane un certo qual problema di fondo. A un certo punto si è iniziato a non credere più che il mercato della musica fosse autosostenibile: si è detto che era antiquato, che non guardasse al cambio d’epoca: i gruppi non potevano più sperare di vendere un milione di copie, gli artisti non potevano più permettersi di non andare in tour, la musica avrebbe dovuto trovare nuove modalità per essere venduta. Centinaia di milioni di analisti economici della domenica sono d’accordissimo su questo punto, ma solo qualche decina di milioni s’è presa il disturbo di guardarsi intorno, alla ricerca di soluzioni di mercato più al passo coi tempi. E scavando a fondo negli scenari possibili, tenendo ben conto dell’attuale tendenza culturale a rimasticare il passato, è riuscita a trovare una soluzione di mercato che accontenta sostanzialmente tutti e non grava sulle tasche di nessuno.

 

Anche se diciamo che reintrodurre la figura del mecenate mi sembra un po’ arrampicarsi sugli specchi, ecco tutto. Forse ci conviene metterci una mano sul cuore e ricominciare a pagare quel che dobbiam pagare.

La frustrazione non è necessariamente un handicap sociale.

ccc001p

I gruppi li dividiamo a caso secondo logiche di cui nella maggior parte dei casi non siamo tenuti a rendere conto a nessuno. Nei primi anni duemila questa cosa aveva ancora un senso preciso perché era la musica che compravamo con i nostri soldi e ascoltavamo con il nostro tempo, scegliendo un disco tra tanti e concentrandoci su quel disco per un ammontare di tempo variabile. L’arte della stroncatura nasce in seno alla frustrazione. L’arte della stroncatura è andata a perdersi perché dal 2000 in poi la frustrazione è considerata un grave handicap caratteriale, e andando avanti con gli anni ha scalato le classifiche fino a diventare la più grande sciagura che possa capitare ad un uomo che passa un qualunque ammontare di tempo su un social network.

La frustrazione deriva dal senso di sconfitta, che non è necessariamente l’attacco di un articolo di fine ottocento. Secondo la Treccani la frustrazione è il sentimento di chi pensa che il proprio agire sia stato o sia vano; da quando la lotta di classe e il titanismo sono diventati uncool si è imposto un sistema di valori alternativo secondo il quale il successo implica di entrare a fare parte di una cerchia di vincenti e qualsiasi grado di insuccesso è motivo per non fidarsi di te. Essendo il mondo della musica un po’ più grottesco e idiota degli altri mondi, dieci anni dopo ci siamo ritrovati a pensare di default che chiunque abbia stroncato un disco dei Verdena sarebbe disposto ad uccidere la madre per una birretta con la bassista. Così, di anno in anno, un sentimento sano e consapevole come la frustrazione è diventato l’indicatore di una serie di altre sfighe sociali da cui i vincitori (e indiscussi eroi dei frustrati) non sono toccati: invidia, rosico, mancanza di scioltezza, stalking peso, non avere una vita sessuale, remissività. Suppongo che sia solo uno dei tanti motivi per cui leggere (di musica e in generale) stia diventando una noia: è un atteggiamento vergognoso, e ce l’abbiamo tutti. Scriviamo e leggiamo tenendo sempre a mente che al mondo c’è qualcosa di più importante e come si fa ad essere offesi da questo o quel gruppo, da questo o quell’articolo. Il principale rimedio è l’ironia, ironia ovunque, a quintali, a guarnire tutti i piatti peggio di quello schifo di sciroppo al caramello con cui continuano a guarnire il cappuccino nei bar di tendenza (e questa se vogliamo è frustrazione, desiderare che la prima persona che ha avuto l’idea di farti IL FIORELLINO con lo sciroppo di merda sopra la schiuma di un cappuccino altrimenti passabile, ecco, che questa persona se la stia passando DI MERDA). Facciamo una botta di conti di quanta roba inutilmente ironica, sarcastica o insomma swaggy ci siamo letti recentemente, non dico nell’ultimo anno, dico ieri, e di quanto questa cosa ci abbia messo in pace con noi stessi per il solo motivo di non obbligarci a scegliere se essere a favore o contro quello che abbiamo appena letto, e di quanto ci solletichi fare parte di tutto questo quasi-niente a cui continuiamo a dedicare tutto quel tempo. Ecco, vaffanculo.

 

cn

Contro i Cloud Nothings, secondo una mentalità contemporanea, non c’è molto da dire. Sono un gruppo carino che fa musica carina con dei riferimenti carini. Qualcuno si sarà senz’altro speso la parolaccia con la P, perché se alzi la chitarra e sei felice e batti le mani sei punk (per molti non devi nemmeno prenderti il disturbo di alzare la chitarra). Hanno un briciolo di botta, quel genere di botta che va bene sia in contesti tipo “sempre meglio che certi tristoni” (no) o “sempre meglio che gli Shout Out Louds” (no). Probabilmente qualcuno li usa mentre fa spinning o altre attività fisiche che io non faccio perché mi fa fatica e per poter rosicare guardando i loro corpi perfetti. I Cloud Nothings fanno parte di una gloriosa tradizione di gruppi medio-loffi descritti come tempeste musicali da un sacco di penne, non riesco a capire su quali basi (non dico senza basi, dico che è un limite mio); scorrendo il tempo all’indietro vengono in mente cose tipo Times New Viking, Jay Reatard o Wavves. Non so dire esattamente perché mi suona come roba disonesta, sicuramente aiuta il fatto che abbia quelle chitarre.

Una parentesi: è vero che il suono di chitarra è -diciamo così- ciclico, soprattutto nel rock estremo una chitarra innovativa può influenzare molto la contemporaneità e far suonare vecchio quasi tutto il resto. Un esempio classico è la chitarra ribassata alla Ross Robinson, ma anche gli Slayer quando uscirono fuori crearono dei begli scompensi. O che so, gli Husker Du ebbero la loro influenza su molto suono, o Steve Albini e insomma un sacco di altra gente. Ecco, questa cosa in genere è molto fastidiosa. La differenza, oggi, è che le chitarre più innovative influenti e usate nel mercato alternative sono chitarre che andavano di moda in certi ambienti TRENT’ANNI FA, e la cosa più patetica è che se vai in giro a lamentarti che questa roba è merda secca ci fai la figura del passatista. Il che mi porta ad una domanda che forse (o forse no) serve solo ad allungare il pezzo di qualche altra riga: i Cloud Nothings sarebbero potuti esistere nel 1988? Risposta: sì. Nascono a Des Moines, Iowa, tre anni prima; sviluppano le intuizioni pop applicate all’arcòr degli Husker Du, in un discorso tutto sommato derivativo ma nondimeno piuttosto eccitante.  Bob Mould in persona, sciolta la partnership con Grant Hart, produce il loro terzo disco Here and Nowhere Else. Seguono un contratto major e il successo planetario di Grave Dancers Union. È ben nota la tormentata relazione amorosa tra il chitarrista e principale compositore Dylan Baldi e Winona Ryder: altra ironia non richiesta, sei righe da buttare non giustificabili col solo fatto che non fanno ridere. Facciamo così: l’alternativa più praticabile è un po’ di cara vecchia old-school: i Cloud Nothings fanno canzoni pop-punk carine a cui ha senso dare pure un ascolto, ma ognuno dei loro dischi vale sì e no la benzina che spenderei per andare da qui al negozio di dischi, considerare l’idea di comprarli e decidere all’ultimo di orientarmi verso qualsiasi altro disco (da questo punto di vista non vedo grossissime differenze tra questo disco e quelli che l’hanno preceduto). E per questa specifica cosa li detesto, perché la cosa migliore che puoi dire di loro è che in fondo non fanno male a nessuno e questa cosa è frustrante. Come lo sciroppo al caramello nel cappuccino, che finchè non fai una scenata in pubblico non smettono e pensano pure di farti del bene.

OFF! (e forse qualcosa sull’accacì, boh)

OFF

Parlando da una prospettiva gnoseologica il progetto OFF! si basa su una concezione celebrativa retrograda e se vogliamo pure un po’ fascista: quella di prendere un impianto accacì californiano primi anni ottanta (primi Black Flag, Circle Jerks etcetera) e riproporlo uguale identico nei nostri tempi, mimandone passo passo l’estetica e le liriche senza curarsi manco un briciolo di quali possano essere le implicazioni politiche (nessuna) e ideologiche (poche e noiose) di risuonare questa roba oggi. L’analisi più superficiale (e al contempo più gettonata, il va sans dire) dell’affare-OFF! è quella secondo cui il gruppo rompe il culo a tutti i giovanotti di oggi nonostante sia guidato da un sessantenne. Un mucchio di fandonie, naturalmente, dovute più ad un complesso meccanismo d’incastri tra canoni interpretativi –primo tra tutti l’impellente bisogno di dire ogni due settimane che una certa cosa è punk, tipo Miley Cyrus che s’infila un microfono dentro la fica- che al puro e semplice desiderio di raccontare un mondo.

Ricomincio da capo, sento che sto sparando idiozie. Gli artisti che hanno tirato fuori il massimo dal punk/hardcore anni ottanta sono quelli che hanno praticato seriamente lo sport dell’autodistruzione e della negazione del sé ad ogni costo, tipo Darby Crash, e quelli che si sono seduti su un furgoncino a diciannove anni e -per una serie di motivazioni che vanno dal non allineamento all’idiozia e all’etica del lavoro- stanno ancora lì col cofano aperto a cercare di capire come farlo arrivare alla prossima città (alla Mike Watt per intenderci). Le storie degli uni e degli altri sono canovacci narrativi abbastanza noiosi, si abbeverano tutti alla stessa fonte originale, un periodo di cinque anni a dir molto in cui la gente organizzava concerti di gruppi accacì per una trentina di ragazzetti, di cui esistono centinaia di declinazioni geografiche e cronologiche. Il progetto OFF! è interessante nella misura in cui prende quell’esatta estetica (non un pregevole rip-off di quell’estetica aggiornato ai nostri giorni) e la ripropone oggigiorno pari pari, con un impianto promozionale piuttosto grosso a fare da cassa di risonanza e una serie di persone giuste ad ascoltare.

La musica degli OFF! è buona musica condita di sottotesti piuttosto pittoreschi. Keith Morris canta storie di frustrazione a-politica con cui non sarei riuscito a entrare in sintonia manco a diciannove anni, figurarsi a trentasei, però è abbastanza chiaro che le sta cantando per me e che in una certa misura ci crede. Si tratta in ogni caso di un individuo che è finito dentro all’accacì a causa di una passione piuttosto insana per il rock’n’roll dozzinale e represso, un clichè umano con dodici dreadlock in mezzo a una pelata devastante. I musicisti che lo accompagnano sono gente del giro Hot Snakes/Burning Brides/etcetera. Gli OFF! escono su Vice Records, hanno video di kung fu interpretati da Jack Black e copertine disegnate da Pettibon e il disco nuovo in streaming sul New York Times: hanno un piede nel più autoindulgente rigurgito accacì della storia contemporanea (roba che al confronto gli Agnostic Front di Something’s Gotta Give sembrano i Nation of Ulysses) e l’altro in una seria missione re-introduttiva di quell’estetica in un mercato contemporaneo, nel quale si inseriscono in una maniera molto più chiassosa e sfasciona di quanto avrebbe senso per un gruppo di pensionati o per un gruppo punk in generale. Ascoltare i dischi degli OFF! può essere fatto in modalità cazzeggio, ma è comunque un cazzeggio con implicazioni etiche/estetiche molto diverse da quelle che stanno alla base della modalità cazzeggio con cui riascolti i dischi dei Blink 182, e paradossalmente ti fa sentire un po’ meno sporco di quando passeggi coi dischi dei Void in cuffia.

(senza contare quanto ci si sente leggeri a sentire gli OFF! in confronto allo schifo che ti sale a rimettere sul piatto i primi Black Flag, o ad andare a vederli dal vivo invece che andare a vedere qualsiasi altra reincarnazione del gruppo)

Ed è difficile dire a questo punto se gli OFF!, la loro semplice esistenza, il loro relativo successo e l’indiscutibile bontà della loro musica siano parte della soluzione o siano parte del problema (per dire, qualcuno ancora è pronto per lo scontro). Per capirlo bisognerebbe mettersi seduti e capire qual è, il problema; in un caso o nell’altro non ho problemi a vedermeli musicare una pubblicità delle Pringles. Chi ne esce sicuramente vincitore è Raymond Pettibon: la copertina di Wasted Years è rubata dalla copertina del disco di un altro gruppo, disegnata alla Pettibon-maniera da qualcun altro.

STREAMING