Piccoli fans: CUT TEETH

Nello stesso frangente in cui qua da noi l’emoroba ritornava ad essere un qualcosa di estremamente inflazionato, in America la Topshelf Records continuava a setacciare scantinati e balere da regazzini per trovare il solito gruppo col nome figo e che suonasse feroce al punto giusto, ma con quella patina da gente bella da vedere che tira un sacco e ti fa uscire un po’ dal ghetto di vomito e lingue in bocca che sanno di merda tipico dei doposcuola improvvisati dove suona l’adolescente americano medio col berretto di lana e la maglia dei Bear Vs Shark.
Il debutto dei CUT TEETH si chiama Televandalism e non è nemmeno lontanamente la cosa più figa uscita quest’anno fatta con quei suoni lì (lo è invece NOICOMETE dei Lantern), però vale la pena parlarne perchè di debutti così la Topshelf era da un po’ che non ne tirava fuori.
Si tratta di 6 pezzi punk abbastanza inoffensivi che però sono suonati con un cuore così e sebbene siano un gradino sotto i compagnoni di label Suis La Lune e SIRS (forse il miglior disco di quest’anno della suddetta etichetta) sono soprattutto un segno di vita dalla Chicago unta e bisunta martoriata dalle sitcom del cazzo di Jim Belushi.
Si diceva pezzi punk abbastanza inoffensivi nel senso che c’è un punto dove il bridge del singolo fa tipo “you gotta spend money to make money” e non è esattamente il massimo del fastidio che mi auspicherei venisse fuori da un disco con i suoni spigolosi e ruffianate quasi math-rock.
La lente di ingrandimento cade inevitabilmente sul fatto che a guardarli in faccia sembrano dei Renzi punk pronti a saltare sull’astronave dorata di pitchfork come quegli altri di cui si parla qualche post più in basso. La realtà ineluttabile è che il disco non è male, ma il nuovo dei Lento è meglio.

[bandcamp album=627506401 bgcol=FFFFFF linkcol=4285BB size=venti]

Piccoli fans: METZ

Il primo capoverso della recensione di Pitchfork tradutto con Google:

La più grande bugia punk rock è che chiunque può farlo. Certo, chiunque può fare schifo roccia punk, ma c’è una multa per l’arte di prendere una musica alimentata da impulsi distruttivi e la costruzione che duri. Toronto potenza trio Metz suonarono il loro primo show alla fine del 2007, e da allora, hanno effettivamente applicato la teoria di Malcolm Gladwell sul Beatles – vale a dire, che ci vuole ben 10.000 ore di pratica per diventare loro – a un sottogenere non esattamente nota per la sua studiosità: post-hardcore-punk dei fanghi. Che cinque anni tra il loro debutto dal vivo e registrata non è un prodotto di pigrizia, ma di precisione, mentre Metz rapidamente affermati come la band più brutale della città, il processo di traduzione che l’essenza in un disco che suonasse ogni bit come devastanti e disorientante di fuori dei confini di una fossa cerchio era più lunga e deliberata. Dopo un paio di piccole serie 7 “‘s, e una serie di sessioni timonata da parte dei produttori tra cui Owen Pallett / Dusted associato Leon Taheny, Crystal Castles ingegnere Alex BONENFANT, e Graham Walsh di Holy Fuck, hanno distillato loro set-list norme in 29 minuti di puro caos, ma ad arte resa.

Il resto della recensione è una variazione sul tema di “il rock anni novanta è tornato in auge”. A un certo punto dice che una canzone (Wasted) suona come se i Nirvana avessero registrato Nevermind su Touch&Go. Anche a prescindere dall’assurdità del paragone in sé, QUANTO È PATETICA questa cosa? Il principe massimo del come se applicato al rock è Claudio Sorge, e nel suo caso ha pure senso perché a volte ne spara di talmente assurde che ti costringono a mettere in moto il cervello. Power of the Carbonella (ipotetico disco di normalissimo rock’n’roll copiato pari pari da Highway to Hell) suona come dei Pantera non nazisti con Angus Young al posto di Dimebag Darrell. Ma in generale sparare una cosa tipo “il disco di questo suona come se quest’altro uscisse su quest’altra etichetta ancora” sono tentativi patetici e senza senso di arrivare a duemila battute, in cui i giornalisti musicali continuano ad indulgere perché continua a non essere stabilito per legge che non dovrebbero. Che poi cosa vuol dire? I Nirvana su T&G sono qualsiasi gruppo melodico su T&G, cioè di base al netto del tono da militare il tizio sta dicendo che “i Metz suonano come un qualsiasi gruppo Touch&Go a parte forse i Man Or Astro-Man”. Postilla: dal 25ennale in poi trovare i dischi T&G in sconto nei negozi è una cazzata.

Più in generale il disco dei Metz non è tutto ‘sto gran disco. Ha una produzione che non c’entra, come i Jesus Lizard di Goat prodotti da William Orbit invece che da Steve Albini, e per metà dei pezzi è semplicemente una robetta che negli anni in cui il noise era in auge sarebbe uscita senza clamore per un’etichetta di seconda levatura facendosi seppellire da una serie di altre uscite come i Today Is The Day di Willpower ma senza le influenze metal e Steve Austin in organico.

Prima di spirare dopo una vita di stenti e alcolici fatti in casa mio nonno mi chiamò al suo capezzale e mi disse di diffidare delle ragazze truccate e delle auto con lo spoiler e dei dischi la cui copertina consta di un nome scritto in grande a mo’ di design in mezzo a una foto pretestuosa e nient’altro. A ragion veduta mio nonno aveva ragione, anche se per motivi anagrafici non l’ho mai conosciuto: di questi tempi tra l’altro la cosa del nome sparato a caratteri ciccioni in mezzo alla pagina è un problema vero, quell’effetto stile i concerti della Blogotheque che ora sta buttando un sacco in tutti quei video hip-electro di merda alla Pompo nelle Casse (che poi in realtà io sono un fan assoluto della tizia dei Power Francers e le chiederò un appuntamento non appena sarà uscita dalla minore età), e insomma le parentele sono ingombranti. Non ho moltissimo da dire del disco, insomma: l’ho ascoltato ed è una robetta a metà tra le cose che si dice sopra e piomba addosso prima che io abbia l’occasione di vedere dal vivo i Metz, gente i cui concerti hanno la fama di essere un bagno di violenza e sudore che non saranno e a cui comunque un disco così medio rende un pessimo servizio di introduzione. E tra le altre cose sfugge il senso generale di Sub Pop che piazza sotto i riflettori un nuovo caso Pissed Jeans, nel senso che 1 non mi sembra che i Pissed Jeans abbiano fatto poi tutti ‘sti numeri, 2 i Pissed Jeans sono ancora in attività e 3 i Pissed Jeans sono dieci volte meglio e hanno Spent nel repertorio. Il punto alla fine è tutto qui: mi gira il cazzo che l’unico disco noise di un gruppo nuovo di cui si parla un briciolo, da due anni a questa parte, sia roba che sta pesantemente sotto la media a cui ti porta una ricerca a caso del tag NOISE ROCK su Bandcamp.

piccoli fans: FLYING KIDS / RAINBOW ISLAND


Un matrimonio in paradiso: il nuovo progetto che coinvolge l’amico DjPikkio (uno dei cinque o sei più grandi geni attivi nella musica oggigiorno) sarà la prima uscita dell’etichetta fondata dagli amici e sostenitori di lungo corso Renato, Federico e Tommaso. L’etichetta si chiama Flying Kids, il gruppo si chiama Rainbow Island, la copertina consta di svariati tondi evidentemente creati dall’amica di ancor più lungo corso Giudit, e quindi insomma quando si fanno le cose di qualità in famiglia noi siamo in prima fila a dar via il nostro cuore e il nostro culo. In bocca al lupo. Sul nome FlyingKids, in grassetto sopra, c’è il link a una pagina facebook su cui dovete cliccare MI PIACE più forte che potete.

E insomma, nel disperato tentativo di dimostrare che qua oltre che degli amici c’è pure un sacco di ciccia, embeddiamo lo streaming della prima traccia del disco, incubo à la Black Dice di fattura che dir pregevole è poco.

Piccoli fans: GERMANOTTA YOUTH

"Pronto, casa Bolognesi? Noi semo romani, si venimo lì ve famo un culo così!"

Nella stanza era calato il silenzio. “La camera si è svuotata come sono svuotato io” pensò lui. “Non c’è una legge della termodinamica che dice che il calore non si può distruggere, ma solo trasmettere? Però c’è anche l’entropia.
In questo momento sento il peso dell’entropia su di me. Mi sono scaricato nel vuoto, e non riavrò mai quello che ho dato. È un processo a senso unico. Sì. Sono certo che questa sia una delle leggi fondamentali della termodinamica.”
(Philip K. Dick, Scorrete lacrime, disse il poliziotto)



Ogni epoca ha l’icona pop che si merita: ieri Madonna, oggi Lady GaGa, domani cazzi vostri. Intanto c’è di che fottersi il cervello ora con il nuovo progetto di un sempre più incattivito Massimo Pupillo (se non avete anche solo una vaga idea di chi è e cosa fa andatevene immediatamente affanculo lontano da qui) e altri due regazzi de Roma, il metallaro Andrea Basili alla batteria e lo smanettone Fabio “Reeks” Recchia alle pianole e altre robe strane piene di valvole; quel che insieme hanno tirato fuori è roba che il Whitey Album se dovrebbe vergognà e annasse a nasconne. Non fosse bastato il micidiale The Harvesting Of Souls dello scorso anno (con dentro il pezzo definitivo per questi tempi: Indie rock, fuck off), rincarano la dose ora con un 7” che ti incrina le sinapsi già da titolo (che cita i Pere Ubu) e copertina (opera di uno scatenato Ice One). Dentro è un delirio che posso solo tentare di riassumere in: Crom-Tech, Genghis Tron, Locust, certa roba DHR assurda tipo Patric Catani, le colonne sonore di Cruising e Midnight Express in un frullatore assieme ai circuiti di un Amiga 500 e a badilate di speed, dei Fuck Buttons strafatti di crack che tentano di suonare cover dei Repulsion con una piovra alla batteria, i pezzi belli di Wonderful Rainbow dei Lightning Bolt ma senza la vocetta fastidiosa, suonini da videogame obsoleto tipo Pitfall però mandati a male, Suffocation, Philip K. Dick, benzedrina, Mega Man 3, morte, distruzione, odio per la razza umana. A che pro ascoltare altra musica?

 

Germanotta Youth myspace

Acquista The Final Solution

 

 

DISCONE : IL MURO DEL CANTO “L’AMMAZZASETTE” (Goodfellas) ovvero FATECE LARGO CHE PASSAMO NOI

MuroDelCanto
Muro Del Canto

Fino all’eccellente esordio degli Ardecore nessuno aveva anche solo ipotizzato che la musica folk romana avesse qualche possibilità in ambito indie e dintorni. Voglio dire, frasi come  “Ma che cce frega, ma che cce importa se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua” sono quanto di più lontano dall’universo indie, frequentato da gente che spesso riesce a fare discorsi seri persino sugli Arctic Monkeys. Tant’è, sdoganate queste sonorità presso certo pubblico, i citati Ardecore hanno intrapreso un discorso musicale che, pur lasciando Roma sullo sfondo, li ha portati più lontani dal folk della capitale e dalle reinterpretazioni dei classici dell’esordio, ma chi avesse nostalgia di un approccio più popolare e diretto ha finalmente trovato un disco notevole. Dopo un ottimo ep (le cui canzoni sono qui riproposte in versione più curata) il gruppo Il Muro del Canto ritorna con il primo full che mantiene le promesse, grazie a quindici canzoni originali  tra folk e rock di livello medio altissimo. A scanso di equivoci, segnalo che la tradizione romana qui riletta non è quella (rispettabilissima, per altro) fatta di cori da osteria – che a volerla trovare, fa capolino giusto in qualche brano – ma quella più amara e intrisa di realismo spesso brutale affrontato con la dignità degli ultimi. Non mancano ghost stories commoventi (La stupenda “Parla cò me“), rievocazioni dei bombardamenti della seconda guerra mondiale (“San Lorenzo“), amori traditi  o mai nati, racconti di poveri cristi e via dicendo. Come accennato prima, l’approccio è molto diretto e popolare, ma questo non deve far pensare a un disco poco curato, anzi, il lavoro dei  musicisti è più che valido e le canzoni sono veramente ben scritte e ben suonate, con un plauso anche ai testi che fanno risaltare lo spirito del miglior modo romano di fare canzone. Siamo all’inizio, ma per me un disco da top10 per il 2012 già c’è.

(“Er Doom”)