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PITCHFORKIANA: Any Other, PIL, Lou Barlow

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ANY OTHER – SILENTLY, QUIETLY, GOING AWAY

Gambellara è un paesello situato da qualche parte in quella terra di mezzo che si sviluppa tra la via Ravegnana (che collega Forlì a Ravenna) e il Dismano (che collega Ravenna a Cesena). Un triangolo di grandi spazi coltivati, totalmente pianeggianti  e solcati dagli argini dei torrenti che li attraversano. Fuori dalle direttrici principali i paesi sono quasi tutti minuscoli e c’è una sola cittadina chiamata San Pietro in Vincoli. Nei paesini la vita sociale era quella che si fa in campagna, la messa la domenica e il bar la sera per i padri di famiglia. Molti di questi bar sono circoli di partito, che ora sono deserti o presi in gestione da qualche matto che aveva un’idea in testa e l’ha messa in pratica nel modo meno costoso possibile, prendendo in gestione la struttura per un tot di tempo e approfittando del fatto che il bar di paese è un concetto in crisi. A Gambellara il circolo si chiama Pancotto; funziona molto come ristorante, carne e pesce, roba abbastanza inusuale e fatta con cura; il menu viene deciso sulla base di quel che c’è e viene scritto sulla lavagna. Per evitare di passare l’estate nel deserto, quelli del Pancotto han messo insieme un aperitivo il mercoledì pomeriggio. Invitano un gruppo a suonare, cucinano qualche piatto che si possa mangiare con le mani, vendono vino birra e qualche cocktail e rimediano un po’ di gente. Dietro il ristorante c’è un’aia, addobbata con tavoli e seggiole in quel modo un po’ rustico. Un mesetto fa Diego mi manda un messaggio e me lo propone, suonano i Clever Square, dice. I Clever Square sono un gruppo indierock di quelli che li han fatti con lo stampino. Giacomo sta in mezzo al palco con un’espressione sperduta e canta le canzoni con un briciolo d’imbarazzo. Il gruppo suona bello compatto tutto attorno. Le canzoni sono molto belle e un po’ tristi, in quel modo molto pop e un po’ spigoloso che a qualcuno piace e a qualcuno no. Quel giorno suonano con il pubblico svaccato nei canaponi, qualcuno in fila col piattino, qualcuno al bar ad aspettare una Poretti. Davanti ci sono due tre bambini dell’età di mia figlia che ballano e si rincorrono davanti al gruppo che canta e suona. Loro hanno poca amplificazione e molta botta, le canzoni sono perfette, le han suonate ormai parecchie volte, il posto funziona, il gruppo funziona. Qui e ora è tutto come dovrebbe essere, come mi sono sempre immaginato io la musica dal vivo. Nel momento in cui lo penso non so che questa è l’ultima data dei Clever Square che vedrò mai: si sciolgono un mesetto dopo con un messaggino su Facebook. Ecco: se siete di quelli che quel giorno erano tristi, forse dovreste andare a recuperare il disco degli Any Other. Gli Any Other sono un gruppo indierock di quelli che li han fatti con lo stampino. Adele la conosciamo dai tempi delle Lovecats e ora ha un gruppo di tre elemento come nei libri di testo del rock indipendente. Le canzoni sono molto belle e un po’ tristi, in quel modo molto pop e un po’ spigoloso che a qualcuno piace e a qualcuno no. Se questa roba ce l’avete dentro non importa quanta ne abbiate sentita: ogni volta che esce un disco così si torna a casa. 7.4

 

PIL – WHAT THE WORLD NEEDS NOW

L’ultima versione dei PIL è un gruppo post-wave-punk-art-qualcosa di quelli che hai sentito il triplo delle volte di quanto sarebbe bastato per lasciarti un bel ricordo del genere, ripensato in versione ultrapulita con dei turnisti che suonano in maniera ultraprofessionale e non sbavano manco mezza nota, lasciando il solo John Lydon a prendersi cura –con molto effetto- di cambi di tono e tonfi al cuore. La cosa più bella dei PIL nel 2015 è questa bruciante sensazione che John Lydon abbia ancora la spinta per mettere insieme un disco rilevante e ti faccia sentire dentro alla storia, a prescindere che tu abbia o meno titolo di starci dentro. La cosa più brutta dei PIL nel 2015 è che le interpretazioni di John Lydon suggeriscono che abbia così tanta spinta da farci immaginare che, se solo si prendesse la briga di farlo, potrebbe uscire sul mercato con un altro Album o anche un Flowers of Romance, in versione per pensionati magari, e invece si accontenta di fare il figo con ‘sta merda copiata da chi copiava i peggiori PIL a man bassa. 6.6

 

LOU BARLOW – BRACE THE WAVE

Il titolo del disco mi riporta a un piacevole episodio in cui Lou Barlow solista arrivò per una data all’Hana-Bi, si fece un bagno pomeridiano con gli occhiali addosso, li perse nell’Adriatico e andò incontro a un momento di depressione che unito ad altri fattori (la rottura di una chitarra non so che cazzo altro) rischiò di far saltare la sua data; alla fine del concerto, che poi si tenne e fu anche piuttosto carino (molto più dei Sebadoh al Bronson, quantomeno), ebbe anche la faccia di dare la colpa al mare. “Ho nuotato nel Pacifico con quegli occhiali e non li ho mai persi!” La musica del disco mi riporta a un antico dubbio ideologico in merito alla caratura di Lou Barlow come autore di canzoni: se sia un autore pop di talento assoluto con una visione traballante, o quantomeno il gusto perverso di tirare occasionalmente una latta di vernice contro le sue opere; o se piuttosto sia un mediocre a cui sono uscite per culo alcune canzoni molto belle, magari mascherate col trucchetto della bassa fedeltà. Ecco, diciamo che l’opinione può cambiare da disco a disco e nel caso concreto la lancetta, francamente, punta più dalla parte del mediocre. 5.1

PITCKFORKIANA: Ö.F., Panda Bear, Mount Eerie, Verdena

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Ö.F. – AROMA MORANGO

Esce su Black Lodge, un’etichetta fondata recentemente da un Micecars che ha già un disco eccezionale in catalogo (una compilation intitolata Parallax and Shaders in cui gruppi fighi tipo Rainbow Island Go Dugong e Father Murphy rifacevano le colonne sonore dei videogiochi). Questo è il progetto solista di un tizio dei Fake P, ma molto meglio di quanto ricordo fossero i Fake P -proprio un genere diverso, indiepop acustico (primo nome in mente: Elliott Smith) dolcificato fino al punto che sembra acido e stronzo. Non esattamente la mia tazza di tè, ma d’altra parte anch’io ho bisogno di affogare nello spleen una volta ogni tanto. E l’artwork è realizzato da Giuditta Matteucci, il che lo rende da acquistare solo per stare bene guardando la cover. 6.9

PANDA BEAR – PANDA BEAR MEETS THE GRIM REAPER

L’altro giorno riascoltavo Here Comes the Indian. Quando dico “l’altro giorno” in realtà intendo dire un giorno non precisato della scorsa estate che ho fissato abbastanza bene perchè me n’ero andato a seguire una lezione di acquerello sull’argine del Reno tenuta da una tizia del giro Urban Sketchers, ed è stata l’unica volta in vita mia che ho fatto una cosa del genere. Però sono arrivato tardi e ho disegnato in bianco e nero così a caso e mi sono sentito dire che il mio stile è molto simile a quello di Gipi. A me Gipi piace e ho deciso che era un complimento, e il viaggio di andata/ritorno riascoltavo Here Comes The Indian e ho deciso che quel pomeriggio era stato molto meno frustrante e triste del resto della mia settimana. Da quella volta l’ho rimesso su un paio di volte e un’altra trentina ho pensato di farlo, due cose che nella mia testa corrispondono abbastanza, e se è per questo racconto anche abbastanza spesso di aver limonato con ragazze con cui in realtà ho solo pensato di farlo, tipo Ema una volta ad un concerto dei Gowns qui in Romagna. Dicevo, ho letto abbastanza spesso che gli ultimi Animal Collective sono un po’ sbiontati dentro questo concetto sempre uguale di psichedelia fritta, una forma mentis contro la quale ho due cose. La prima è che appunto sono le persone che hanno realizzato Here Comes the Indian, che per me è uno dei più bei dischi punk di sempre sempre, e questo quanto meno li rende un gruppo che ha fatto qualcosa di buono in vita; la seconda è che tutto sommato preferisco quelli con una visione a quelli senza una visione o con una visione in affitto da altri. Il nuovo disco di Panda Bear è molto più easy e sgarzolino del suo lavoro solista più celebrato (Person Pitch, l’unico suo disco di cui ho memoria a parte questo) e molto meno easy e sgarzolino dei dischi più gommosi degli Animal Collective. Dovendo comunque scegliere chi è il genio in forza al gruppo sono ancora convinto che Panda Bear sia quello a cui guardare, e su Grim Reaper ci sta roba pongocore stile Mr.Noah con dentro una visione che qualunque suo emulo o concorrente riesce sì e no a sognarsela la notte. 7.1

 

MOUNT EERIE – SAUNA

Non cagavo Phil Elvrum manco di striscio poi l’ho visto suonare con una chitarrina e ho pensato che fosse il più grande musicista impostosi negli anni duemila, più o meno come Panda Bear. Da allora ho recuperato quasi ogni disco di Mt Eerie che usciva e ho cercato di spiegare a chiunque mi capitasse in macchina che quel cantautorato dimesso e tendente al nulla fosse una delle più agevoli interpretazioni della cultura occidentale contemporanea. E da lì in poi semplicemente Phil Elvrum ha continuato a fare roba di profilo abbastanza basso da non darmi motivo di snobbarla. Sauna è il classico disco alla Phil Elvrum, voglio dire, con tutto il processo di scarnificazione della propria cifra e le auto-reazioni che lo costringevano a fare dischi al limite del black metal, la sua musica continua a fare il giro e non sembrare così diversa da quando Mt Eerie era un disco dei Microphones e non una one-man band. Non credo lo comprerò, ma non è detto: a volte mi prendono questi matti al negozio di dischi e penso di doverlo acquistare ad ogni costo, così un po’ a caso, come gesto di compassione nei confronti di qualcuno che ha pensato fosse una buona idea mettere su uno scaffale un disco di Mt Eerie dalle parti di Faenza o simili. O perchè il disco è una delle più belle combinazioni tra linee vocali scrause ed arrangiamenti che ascolterete quest’anno. 8.2

 

VERDENA – ENDKADENZ 1

I Verdena sono un buon gruppo, se ti piacciono i gruppi. Per prima cosa hanno un limite evidente (i testi); poi fanno un genere musicale a cui reagisco d’istinto molto meglio di quanto faccia con il resto del nuovo rock italiano di vent’anni fa. Terza cosa, sono goffi e non troppo simpatici. Questo rende una tortura leggere le loro interviste, nel senso che proprio a volte si sente quanto uno come Alberto Ferrari riesca a trovare stupida una domanda e non riesca a mascherarlo troppo -le interviste ai gruppi rock non contengono quasi mai domande intelligenti, e quando leggi o ascolti quelle ai Verdena a volte è un casino capire se è l’intervistatore a sfottere il gruppo o viceversa. Endkadenz, primo volume, sistema almeno in parte il guazzabuglio dell’odioso disco doppio di qualche anno fa, dando una specie di direzione precisa al suono e facendo diventare i Verdena un gruppo di pop cantautorale, 50% anni settanta e 50% contemporaneo, che in qualche momento, per ragioni non bene spiegabili, alza il volume delle chitarre –cioè di base sta al rock come i Batman di Nolan stanno ai supereroi. Dopo qualche ascolto in streaming lo preferisco di molto a Wow; magari il volume 2 o il disco successivo dei Verdena mi piaceranno senza riserve, anche se francamente non credo. 5.5

PITCHFORKIANA – Ulver, Warpaint, Three Silver Mt.Zion Memorial Orchestra, Mogwai

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WARPAINT – S/T (RAF TRADE)

Uno dei cancri della critica musicale negli anni novanta era la diffusione massiccia di articoli e recensioni che parlavano de il difficile terzo album, un assioma del cazzo basato sull’idea che di solito un gruppo esplodeva col primo disco e si confermava con un secondo disco altrettanto buono, e poi iniziavano i problemi e il pubblico ti voltava le spalle. Oggi, fortunatamente, i gruppi baciati da quel genere di hype è già molto che arrivino al disco d’esordio. Le Warpaint, non so bene per quale motivo, fanno parlare di sé anche quattro anni dopo The Fool. Forse è che sono un gruppo un briciolo più anni ’90 e meno anni ’80 della media di questi gruppi, il che non impedisce loro di essere prodotte da Flood e mixate da Nigel Godrich in alcune tracce, con video e artwork di Chris Cunningham. Il tutto per una robetta un po’ dark un po’ Blonde Radiohead che non si prende manco la responsabilità di essere irritante. 4.3

MOGWAI – RAVE TAPES (ROCK ACTION)

Il mondo si divide tra chi ama i Mogwai in modo tipo “o ami i Mogwai o non capisci un cazzo”, chi ama i Mogwai in modo tipo “toh, è uscito un disco dei Mogwai, proviamo a sentirlo”, chi odia i Mogwai per vari motivi e chi non ha idea dell’esistenza del gruppo e riesce comunque a svoltare tre pasti al giorno senza problemi. In questo senso i Mogwai sono un buon gruppo con dei fan qualsiasi e io ho buttato via quattro righe di introduzione; io comunque sto tra i secondi e i terzi, nel senso che i loro dischi non mi dispiacciono mai e non ho mai visto un loro concerto di quelli per cui si usa le parole annichilente, totale, mastodontico o esperienza sonica e diversi loro concerti in cui mi sono spaccato le palle (paradossale se pensiamo che al contempo ho assistito a molti concerti di cloni dei Mogwai che mi hanno tirato via uno strato di pelle). La pappardella per dire che Rave Tapes è un disco molto Mogwai dei Mogwai con un briciolo di beat in più e ha pezzi abbastanza buoni da dare l’impressione di non essere una di quelle robe che finiranno nel dimenticatoio tipo Hardcore Will Never Die But You Will, lo so che voi lo ascoltate settimanalmente ma io no. 7.1

THEE SILVER MT.ZION MEMORIAL ORCHESTRA – FUCK OFF GET FREE WE POUR LIGHT ON EVERYTHING (CONSTELLATION)

L’esistenza dei Silver Mt.Zion in particolare e di Efrim Menuck in generale è importante soprattutto per dare un po’ di visibilità al matrimonio segreto tra postrock orchestrale alla Mogwai e prog frittone anni settanta; se non ci fosse questo equivoco culturale per cui i fan del primo genere odiano il secondo con toni tipo intifada, probabilmente ognuno valuterebbe i Silver Mt Zion come un normalissimo gruppo classic rock, cosa che tutto sommato sono, e si prenderebbe bene o male a seconda di com’è il disco. Essendo in corso questa stortura culturale, fomentata da chiunque si metta la mattina a scrivere un articolo musicale (presenti inclusi), Efrim Menuck passa per uno dei compositori meno allineati e più eccitanti in circolazione. Al punto che qualcuno già si sbilancia a dichiarare che il suono del 2014 sarà quello di Fuck Off Get Free Eccetera Eccetera; e se posso sbilanciarmi pure io, credo che il suono del 2015 sarà quello delle risate a pensare a quale pensavate fosse il suono del 2014. 5.7

ULVER – Messe I.X–V I.X (JESTER)

Rifacendomi al discorso di due righe sopra, gli Ulver hanno almeno il pregio di essere un pelo più pragmatici e non mascherare mai niente. Tipo questo disco è composto e suonato (live) con la Tromsø Chamber Orchestra nel settembre 2012, più qualche mese per la postproduzione, il tutto commissionato dalla Tromsø Kulturhus, e senza voler prendere altre informazioni mi limito a dire che spacca molto meno le palle sia del disco (di qualsiasi disco) dei Silver Mt Zion, sia degli ultimi due dischi degli Ulver. Che non saranno mai più quelli fino a Shadows On the Sun, ma vederci solo la sfiga sarebbe comunque un peccato. 6.8

PITCHFORKIANA: Palms, Locrian, Fuck Buttons, Valient Thorr, Jamie Cullum

ho cercato “BEARDO” su google immagini e mi si è aperto un cratere mentale

PALMS – S/T (Ipecac) I Deftones sono un gruppo del cristo e della madonna, e questa cosa me la ripeto spesso come una sorta di mantra che –sono convinto- ci darà un giorno qualcosa di più dell’emotività plastificata di mestiere in repeat che mi rende ormai impossibile riascoltare i dischi (per carità onestissimi) da Saturday Night Wrist in poi. Nel frattempo Chino Moreno esce fuori con l’ennesimo side-project, questa volta con tre Isis (non Aaron Turner) a confermare la sua fede nella Causa del metal, un genere che con l’altra mano giura e spergiura di non praticare. Del disco non serve che sappiate altro: Chino Moreno + gli Isis. A diciannove anni sarebbe stato il mio sogno bagnato, ma a diciannove anni queste cose NON SUCCEDEVANO e quando succedevano s’è imparato abbastanza presto che era meglio se continuavamo a sognare e a bagnarci; in dodici anni di progetti laterali s’è imparato abbastanza bene, comunque, che se c’è un genio nei Deftones non è sicuramente Chino Moreno. Per carità, onestissimo ma se non ha Stephen Carpenter dietro al culo fa fatica a esistere, proprio. Finisce che il disco dei Palms te lo ascolti per capire se a questo giro è riuscito ad infilarci un pezzo decente. Se vi fidate del mio NO potete risparmiarvi la solita sbobba in sei movimenti da otto minuti l’uno. Per carità, onestissimo. (5.0)

LOCRIAN – RETURN TO ANNIHILATION (Relapse) Non sono quel che si dice un cultore dei Locrian (proprio zero) ma tra gli ascolti sparguglioni che ho dato alla sterminata discografia del gruppo ho sentito roba molto migliore del primo disco di Return to Annihilation. Ne ho sentita anche di peggiore, certo, ma il punto è che era chiaro che il primo disco su Relapse avrebbe contenuto il solito minestrone di ambient dronata, sfoghi rumoristi e altre noiosità che permettono ai giornalisti di Pitchfork di citare gente il solito LaMonte Young, il quale mi perdonerete il caps lock ma voglio metterlo in chiaro NON NE HA NESSUNA COLPA. Ecco. Dicevo: il ritorno dei Locrian non è un discaccio da buttare, ma oltre a essere il genere musicale più noioso e inutilmente frequentato dell’ultimo lustro Return to Annihilation può essere tenuto in sottofondo a basso volume mentre cucini una torta salata vegan a una ragazza con una margheritina tatuata sul polso che mette piede sulla soglia di casa tua per la prima volta, e magari lei ti chiede chi è che suona e tu pronunci la parola Locrian alla francese. La domanda che ci poniamo, alla fine di tutto, è quando cazzo è successo che “un disco di metal estremo impossibile da mettere in sottofondo per creare l’atmosfera” sia diventata una richiesta irragionevole. Vaffanculo. (4.6)

FUCK BUTTONS – SLOW FOCUS (ATP) I Fuck Buttons hanno due problemi. Il primo è che fanno musica stupida, e questo non è un problema di per sè quanto legato al fatto che la gente che mediamente si occupa dei loro dischi scrive di musica per gestirsi un bizzarro piano di ammortamento della laurea al DAMS arte. Il secondo problema è che questa cappa di sovrainterpretazioni della loro musica finisce per grigliare i loro dischi. Vi spiego come la vedo io: il più bel pezzo mai realizzato dai Fuck Buttons, e la definitiva incarnazione della loro arte, è il remix di Andrew Weatherall della prima traccia del primo disco. Avete presente? Un bel riffone sintetico alla Growing-maniera con un beat a quattro quarti sotto. Ok, questa cosa sembra chiara anche al gruppo, che da Tarot Sport in avanti ha iniziato a legarsi progressivamente alla musica dance. Ma per via di tutte le irragionevoli aspettative accademiche legate alla musica dei Fuck Buttons e per il fatto che i FB non hanno gli strumenti cognitivi per soddisfare tali aspettative, i loro dischi sono trattati infiniti di come cazzo si possa scomporre la stessa sbobba in tre pezzi invece di tirarne fuori uno solo decente e tirato che abbia tipo il beat della traccia numero 1 e l’ubriachezza markstewartiana della traccia numero 3 ma con il riffone portante della traccia numero 2, o anche solo il riffone portante della traccia 2 ma con una cazzo di drum machine sotto. E così che i loro dischi, pur essendo divertenti e appunto stupidi e riascoltabili potenzialmente all’infinito, danno una sgradevolissima sensazione di cock-teasing che lascia stremati alla fine dell’ascolto. (6.4)

VALIENT THORR – OUR OWN MASTERS (Volcom) è difficile giudicare i dischi dei Valient Thorr sulla base della musica in essi contenuta (noiosetta) piuttosto che sul fatto che siano realizzati da dei malati di mente che li metti su un palco e ti tirano fuori il concerto del millennio e sulla base di questi dischi terranno altri concerti del millennio. Non lo faccio. (7.1)

JAMIE CULLUM – MOMENTUM (Universal) è il primo disco di Jamie Cullum che ascolto. Prima di oggi l’unica canzone che ho sentito di Jamie Cullum è quella che sta nei titoli di coda di Gran Torino e probabilmente se me lo chiedete il minuto dopo che l’ho ascoltata vi dico che è la più bella canzone mai incisa da un essere umano (in quella bizzarra dialettica sognorealtà che rende grandi certe canzoni in quanto di contrappunto a certe scene di film, tipo gli Audioslave per Michael Mann). A volte le cose non le ascolti perchè non vuoi rovinare IL SOGNO e LA PERFEZIONE, altre volte perchè hai degli altri cazzi per la testa; direi che nel caso di Cullum siamo più dalle parti della seconda. La buona notizia, ad ascoltare Momentum, è che a quanto pare non mi son perso niente. (4.9)

PITCHFORKIANA: Clever Square, The Knife, The Thermals, Melvins, Mudhoney, Boris, Cathedral, Timberlake, Bowie.

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THE CLEVER SQUARE – ASK THE ORACLE (Flying Kids) sono amici miei, sia loro che l’etichetta che li ha stampati: in questi casi in molti mettono le mani avanti con discorsi tipo “comunque se il disco non fosse buono lo direi”. Io se il disco non fosse buono non lo direi mai, perché poi li beccherei nei posti, e sono fortunato perché in questo caso non devo né dire né non dire che il disco non è buono, e voi non dovete crederci perché ho messo le mani avanti. A cosa servono gli amici? Che cosa è disposto a farti un amico fraterno, a titolo di favore, che non ti faccia anche un blogger in cambio di un link? Il disco comunque è uno stranio esercizio di scrittura indierock molto classica (Mould, Pollard e cose così) infilata in suoni tra Neutral Milk Hotel, Animal Collective non-macchinosi, Sufjan Stevens e robe simili, è strano ma in qualche modo è vero, nel senso di roba sincera. Dovreste ascoltarlo. 7.2 THE THERMALS – DESPERATE GROUND (Saddle Creek) I Thermals dell’esordio avevano una botta che sembravano poter lavare da soli tutti i peccati dei gruppi garage-pop con l’articolo che andavano di moda quegli anni. Il secondo disco era come il primo ma troppo ben prodotto, dal terzo in poi hanno tentato di diventare dei mammasantissima di quello che allora stava diventando la definizione di indie, pubblicato solo dischetti medio-medi indistinguibili l’uno dall’altro e tutto sommato dispensabilissimi e non so davvero perché mi ostino ad ascoltarli, auto-negandomi persino quell’epifania da svacco artistico costruttivo che mi hanno dato gli Strokes. A dieci anni di distanza, comunque, hanno ancora il coraggio di infilare qualche canzoncina di livello. 5.4 THE MELVINS – EVERYBODY LOVES SAUSAGES (Ipecac) Arriva il giorno in cui su Bastonate anche i Melvins non si beccano un articolo tutto per loro. Il disco nuovo è un cover album infarcito di ospiti fighi tipo Scott Kelly, Tom Hazelmyer e Jello Biafra, ed uscirà il trenta aprile:  l’abbiamo ascoltato illegalmente in anteprima ed è quantomeno MOLTO MOLTO MEGLIO del precedente e (relativamente parlando) scarichissimo Freak Puke, che è un altro modo per invitarli a mollare la formazione Melvins Lite con Trevor Dunn e ritornare scranni e cattivi con la formazione a due batterie. 6.8 MUDHONEY – VANISHING POINT (Sub Pop) Sono dieci anni che sono tornati su Sub Pop e da allora registrano sempre più o meno lo stesso disco contenente canzoni sempre buone ma mai abbastanza da ricordarsi i nomi. E con tutto il bene che è impossibile non volere a Mark Arm, sono dieci anni che ce li stiamo ricomprando a blocchi di quattro o cinque titoli sussurrando ogni qualvolta possibile la band più seminale e sfortunata della storia del rock di Seattle, come un mantra e come se sapessimo davvero cosa significa la parola seminale. Va benissimo, ma il buonissimo e onestissimo Vanishing Point finirà a breve nello stesso posto dello scaffale dei dischi dove stanno prendendo polvere Under a Billion Suns e gli altri dischi anni duemila dei Mudhoney. 5.3 BORIS – PRAPARAT (Daymare) La sorpresa di questo mese/anno/decennio è che i Boris hanno finalmente mollato la loro poetica di riciclaggio situazionista di merda e sono tornati a fare un disco drone metal, vale a dire il genere musicale per cui saranno ricordati, e riuscendo persino a farlo in una chiave di lettura quasi inedita per il gruppo, una cosa abbastanza simile a Flood ma ancora più armonica, non so se mi spiego (immagino di no). Il tutto naturalmente senza insidiare la top 3 del gruppo (Amplifier Worship, Absolutego, Flood nell’ordine esatto) ma incuneandosi tranquillamente al quarto posto con grossi sorrisoni da parte del sottoscritto e in barba a qualsiasi tensione evolutiva di merda che ha donato alla nostra collezione una quindicina di titoli tutti ugualmente orribili ma ognuno in modo diverso dall’altro. Il fatto che il disco sia tirato solo in vinile fa sospettare che in realtà il prossimo titolo a nome Boris sarà l’ennesimo aborto hard rock, ma per quanto mi costa conviene comunque sperare per il meglio. 8.9 di incoraggiamento. THE KNIFE – SHAKING THE HABITUAL (Brille Records) The Knife è un buonissimo gruppo il cui valore artistico è inficiato perlopiù dal fatto che chiunque ne parla dà per scontato che in realtà i The Knife siano il cristo e la madonna che tornano in terra una volta ogni sette anni a fare piazza pulita di tutto il pop di merda che inzacchera le strade allagate della cultura della nostra epoca. Poi ti ascolti i dischi e sono sempre buoni ma non abbastanza da giustificare l’emotività spesa nelle aspettative. Sì è stato un anno di merda per il pop ma vedrai quando arrivano i gli le The Knife. Un altro gruppo con un problema molto simile sono i francesi Phoenix, per dire; quest’anno ce li becchiamo in uscita lo stesso mese, e sarà piuttosto difficile insomma capire se la musica nell’aprile del 2013 sarà salvata più dal nuovo disco dei gli le The Knife o dal nuovo dei Phoenix. Oddio a me i The Knife piacciono molto di più. 6.8 DAVID BOWIE – THE NEXT DAY (Sony) Stesso problema dei The Knife ma lungo trent’anni. 5.3 CATHEDRAL – THE LAST SPIRE (Rise Above) Con tutto quel che gli ho detto dietro nel corso degli anni (continuo a non capire dischi tipo Caravan Beyond Redemption o quel che era, le svolte rock’n’roll sabbathiane millelire da gruppo stoner al secondo demo eccetera), il nuovo disco dei Cathedral è ancora un buonissimo lavoro e/o l’occasione per ricordare a me stesso che per quanto mi riguarda Lee Dorrian è IL CANTANTE METAL, la voce più intensa, quella che mi colpisce sempre dove fa male e che mi fa avere ancora paura. 8.0. JUSTIN TIMBERLAKE – THE 20/20 EXPERIENCE (RCA) Meno bello di quanto vorrebbe essere ma più bello di quanto sono disposto ad ammettere. 6.9