quattro minuti: DEPECHE MODE – DELTA MACHINE (Mute)

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Musicalmente somiglia un po’ alle volte che sei a casa e inizi a grattarti la narice con un fazzolettino perché ti prude, poi senti che il caccherino non viene e togli il fazzolettino e inizi a grattare timidamente col dito ma ancora la caccola non esce e quindi cambi dito e infili l’anulare che ha l’unghia più lunga, poi inizi a grattare con serietà e dedizione mentre la testa inizia a viaggiare su certe fantasie sessuali e l’unghia scalfisce appena la superficie. Poi trovi finalmente riesci a localizzare il gnocchetto preciso che prude e ti concentri su quel singolo punto e vai avanti per altri cinque minuti, ma prima o poi il tempo libero a tua disposizione si esaurisce e devi iniziare a grattare seriamente per toglierlo in via definitiva (scoprendo che magari è una piccola escrescenza e squartando la narice dall’interno, e così proverai dolore e fastidio amaro per tutto il giorno) oppure arrenderti e lasciarlo stare dov’è fino a quando il prurito non sarà eccessivo e dovrai ricominciare per altri quindici o venti minuti. Di per sé è senza dubbio tempo speso bene, ma il grado di frustrazione è altissimo e devi essere sicuro che nessuno ti guardi mentre lo fai perché qualcuno trova simpatici persino i neofascisti ma nessuno vuole avere intorno gente che si scaccola abitualmente in pubblico. Non so esattamente quali pezzi siano scritti

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QUATTRO MINUTI: Shannon Wright – In Film Sound

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Divido più o meno casualmente i dischi di Shannon Wright in acusti ed elettrici, secondo una sensazione casuale che non tiene conto del fatto che Shannon Wright non abbia in repertorio un disco completamente acustico né uno completamente elettrico. Dipende più che altro da quali sono i pezzi che mi piacciono di più, tipo Over The Sun è elettrico e Honeybee Girls è acustico, e via di questo passo. Il nuovo disco di Shannon Wright è più elettrico dei dischi elettrici di Shannon Wright, diciamo che se Over the Sun è elettrico In Film Sound è Alice In Chains, vale a dire che la traccia d’apertura, che si chiama Noise Parade mica per il cazzo, ricorda in qualche modo certe robe del disco col cane –e certe altre no. Non ho un granché da dire sul disco, in realtà: contiene solo pezzi belli, come quasi sempre, è bruciato e cattivo come quasi nient’altro al mondo, suona da dio e quando la senti suonare magari dura solo per la durata dei pezzi ma sembra davvero l’unico musicista al mondo che ha qualcosa da dire. Indispensabile. E basta. Sto pensando che è da parecchio tempo

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QUATTRO MINUTI/STREAMO/DISCONE – Ensemble Pearl – S/T

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E’ abbastanza una brutta giornata quando scopri che la preannunciata nuova ballotta-progettone-vaffanculoprimavera di Stephen O’Malley, Atsuo dei Boris, Michio Kurihara (il sesto uomo che parte dalla panchina tipo Jamal Crawford ad Atlanta, ma nei Boris, quando c’è da far paniere e mettere giù i pezzi sobri senza botta) e Bill Herzog stà in streaming su PITCHFORK con una slide fotografica abbastanza patinata da sembrare quelle foto scrause che ti mandano nei comunicati via mail quando c’è da pubblicizzare un gruppo crust da Portomaggiore. E’ così: si scarta il pacchetto e almeno dentro non c’è un mattone dipinto con la scritta “ciao, questo è l’ennesimo supergruppo di merda, hai sempre diffidato da ste cose ma a sto giro hai letto O’Malley e ti abbiamo fottuto” perchè sarebbe stato decisamente da stare male per un po’.
Messa giù come l’ha messa giù Pitchfork mi sembra come quella volta che alla NASA, per commercializzare l’immagine del primo Shuttle, ci hanno fatto salire una maestra. Per far vedere che anche tu con la tua giacca con le toppe sui gomiti puoi stare nello spazio. Grazie ‘murica.
Allo stesso modo anche tu mentre ti cerchi l’ultima sensazione moroso-morosa che suonano il laptop e l’ukulele puoi goderti la nebbia di sugna malata che stà dentro le sei tracce del disco, che non ha un titolo ma un’identità almeno scolpita.
Ed è proprio questa tutto sommato percepibile uniformità la cosa eclatante, perchè non ti aspetti dai soggetti in causa -gente che vive di tourettismi creativi: con i tipi dei Boris non c’è nemmeno da spiegare il perchè, O’Malley ha probabilmente più gruppi che dischi all’attivo, Kurihara faceva (fa?) sigle per gli anime, Herzog è il menhir che fa da altare per tutto- un muro di ambient orchestrale, quasi cinematografico e lontano dalla fisicità scioglibudella di SunnO))) o Khanate e soprattutto dalla pacchianità delle ultime cose fatte dai giapponesi (non mi riferisco all’ultimissimo Boris, Praparat, quello è figo, bensì ai due concept usciti in contemporanea che per me rimangono il peggio del peggio di una carriera geniale).
Fila via liscio e ha dei droni facili, non è che sia sempre un pregio ma a sto giro va bene tutto.
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QUATTRO MINUTI/STREAMO/DISCONE – Corin Tucker Band – Kill My Blues

ammetto che le foto promozionali sono una merda a ‘sto giro

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ROCK NORMALE come il disco di Nikki che ovviamente non ho mai ascoltato se non L’ultimo bicchiere che quella invece l’ho ascoltata sei volte e intendo dire che l’ho ascoltata sei volte ieri (storia vera, quando entra Pezzali nel finale sono lacrime tutte le volte, da sempre e per sempre). L’ex Sleater Kinney Corin Tucker stava in piedi da sola già ai tempi del primo disco a nome proprio, alla faccia di chi si è posto più di un dubbio sul fatto che in realtà il genio in seno al gruppo fosse Carrie Brownstein (titolare assieme a Janet Weiss di un progetto intitolato Wild Flag, sospeso tra SK-revival e garage-pop di merda senza botta e senza pezzi e senza futuro). Il nuovo disco della Band è più bello di quello prima. Stessa identica musica, sia chiaro: pezzi power-pop di tre minuti suonati forte e con la botta e senza cazzi. Quello che cambia è che i pezzi sono scritti meglio e il gruppo è ancora più in parte, che te lo riascolti tre volte di fila invece che due, che siamo più vecchi e che la figa non è più una scusa da un bel po’. Se parliamo di revival degli anni novanta e abbiamo un briciolo di interesse a fare un discorso sensato, forse è il caso di partire da qualcuno che negli anni novanta c’era e suona cose anni novanta ancora adesso e lo fa nel modo in cui lo faceva negli anni novanta. Bene.
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QUATTRO MINUTI – Vision of Disorder – The Cursed Remain Cursed (Candlelight)

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Per il nuovo disco dei VOD (bella copertina di merda) parlare di pilota automatico è riduttivo e non rende giustizia al concetto. Il concetto è che per tutto il disco tira un’aria tipo che i musicisti entrano in sala prove la domenica mattina a gruppo sciolto e la domenica sera c’è la reunion, il disco pronto e una data d’uscita. Veniamo ai problemi: il disco che è arrivato fresco nei negozi (metaforicamente parlando, chiaro) non somiglia per un cazzo a From Bliss to Devastation. The Cursed Remain Cursed, anzi, è pensato e suonato in modo da far dimenticare quell’increscioso momento commerciale (il miglior disco della loro carriera, en passant) e tornare armi e bagagli all’epoca Imprint. O forse rivederlo sulla base delle più recenti conquiste tecniche, artistiche e ideologiche del metalcòr americano, le quali comunque non ci sono. E quello che viene fuori è un disco pesissimo in cui tutte le cose che possono comporre un album di questo genere vengono sminuzzate e ricomposte come una specie di mosaico scrauso all’interno delle canzoni per dare l’idea che il disco si regga su qualche idea. Non è così, naturalmente. Quello che abbiamo in cambio, e che al momento ci basta, è comunque un disco sfascione ed arrabbiato che a quanto pare da dei ventenni che fanno la stessa musica non ci è dato di sentire, la sensazione che in fin dei conti i VOD ci credano davvero (in cosa non si sa, forse nel culto del corpo e della canotta da basket) e a contorno qualche momento melodico di Tim Williams che se chiudi un attimo gli occhi ti senti ancora incazzato nero con la società  e disturbato mentalmente. Non son mica in

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