His Name Is Alive – Tecuciztecatl (London London)

Ere geologiche fa, Warren Defever era la lingua più lunga del sistema solare, solo delizia niente croce per stampa musicale e lettori di qualunque emisfero. Morrissey? Julian Cope? Cristo, Noel Gallagher? Dilettanti. Chierichetti. Poveracci, ci provavano pure ma lo capivi all’istante non ce l’avrebbero fatta mai a raggiungere il solo e unico. Galassie li separavano. Anni luce. Millenni. His Name Is Alive l’emanazione, i cui dischi – ogni disco – ridefinivano fin dalle fondamenta il concetto stesso di “celestiale”, un misto strano tra Savage Republic e This Mortal Coil di almeno tre lunghezze superiore alla somma delle parti. Tempi in cui la 4AD riusciva a essere qualcosa di molto vicino al concetto di perfezione assoluta. In questo spaziotempo, nulla è cambiato: ascoltare Tecuciztecatl è come fissare il sole per un’ora. Abbacinante, colossale, irraccontabile; estasi pura, materia degli dei, comunque la si voglia definire, roba che porta a credere sul serio che His Name Is Alive sia il più grande gruppo di tutti i tempi, la musica la migliore mai esistita. L’unico vero peccato, criminale, è che una volta dissoltasi l’ultima nota dell’ultimo pezzo tutto torna come prima. Che bello se la vita vera fosse un solo, eterno loro album.

Dean Blunt – Black Metal (Rough Trade)

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Copertina rubata a Prince (o a Malevic) ma con il “parental advisory” che fa molto Tipper Gore; di black metal qui dentro ce n’è zero, manco un accenno, niente. È come se Al Bano intitolasse il prossimo disco “Powerviolence”, il livello della “provocazione” è quello. L’ennesimo dei giochetti semantico-situazionisti di Dean Blunt, in solo o come Hype Williams stessa differenza, la musica resta coinvolgente e interessante quanto una lastra di cartongesso appena imbiancata, la somma di colpi a vuoto e vicoli ciechi si allunga. Un Ian Svenonius c’è già, e allora che si fa.

The Flaming Lips With A Little Help From My Fwends – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club band

L’opinione popolare è ormai inamovibile sul fatto che i Flaming Lips abbiano rotto il cazzo di cercare di fare gli Acid Mother Temple del poppone e far uscire qualsiasi panzana gli giri di far uscire. La mia opinione è che i Flaming Lips possono continuare a cercare di fare gli Acid Mother Temple del poppone e far uscire qualsiasi panzana gli giri di far uscire, anche la roba più palesemente stupida, tipo questo cover album di Sgt Pepper’s. Meglio che riascoltarsi l’originale, quantomeno.

Francobeat – Radici (Brutture Moderne)

La chiusura dei manicomi in Italia per effetto della legge Basaglia fu un grave errore; sarebbe stato molto meglio aprirli al pubblico come scuole di vita.
(Valerio zecchini)

Francobeat non è Sparklehorse ma il disco ha comunque un suo senso, che va ben oltre l’exploitation o il saggio di fine anno di “Titicut Follies” (o entrambe le cose). fanciullesco, sghembo, laterale. qualcosa di molto simile ai dischi dei Kids of Widney High (per quel che mi riguarda, il precedente verso cui l’associazione mentale scatta spontanea – il primo disco è uscito su Ipecac quando compravo/ascoltavo a prescindere qualsiasi cosa buttasse fuori) ma più obliquo, meno conciliante. stessa metodologia di lavoro, stesso inevitabile senso di spaesamento innescato, stesso sguardo compassionevole senza pietismi, stesso quadro disperatamente umano che restituisce. La vera guerra non si fa con le armi, si fa con il cuore, per questo i ragazzi sono sempre in trincea.