LLEROY – “Dissipatio HC”. Bologna, 2017

Relitti inconsistenti, e ormai reliquie. Da quella notte un mezzo mese è trascorso, e potrei dire altrettanto bene un mezzo secolo. Un lungo panico, in principio. E poi, ma tramontata subito, incredulità, e poi di nuovo paura. Adesso l’adattamento. Rassegnazione? Direi proprio accettazione. Con intervalli di proterva ilarità, e di feroce sollievo.
(Guido Morselli)

Il primo contatto dal cellulare di Chiara il 15 agosto 2014, al culmine dell’estate più fredda qui da quando calpesto questa terra; Bologna una succursale di Mordor, aveva da poco smesso di piovere mentre il device rivomitava un pezzo strumentale ancora senza titolo, molto lungo, molto lento. Una roba tra stoner e sludge se il primo fosse alimentato a eroina al posto di THC e il secondo una creatura atemporale, priva di connotazioni geografiche identitarie, non solo prerogativa di alcolisti ributtanti sparsi per la Louisiana. Chitarra-basso-batteria prendevano una piega mai sentita prima dallo stesso gruppo, riconsiderando un elemento fino ad allora sfiorato soltanto di striscio: la lentezza. Prendeva così forma una sassata psichica di quelle dove il dolore ci mette un po’ a trovare la strada, ma quando infine si irradia non concede tregua: colonizza ogni cellula, ogni fibra dell’essere, lasciando sfregi permanenti in zone della mente di cui non sospetteresti l’esistenza. Un’altra bestia, diversa da qualsiasi precedente incarnazione dei Lleroy; il risultato di un accumulo di schiaffi in faccia e calci in pancia da mandare l’anima al tappeto, in quantità e virulenza tali da dilatare oltre ogni possibile unità di misura le cognizioni stesse di tempo e dolore. Non finiva più, e poi sinceramente non volevo che succedesse. Era una versione embrionale del pezzo che chiude Dissipatio HC, allora poco più di un’idea ancora ben lontana dal formarsi. Alle mie orecchie era più che sufficiente, stava già tutta lì l’essenza del disco che sarebbe stato, che ancora non esisteva – per altro tempo esperimenti in sala prove, non un pezzo completo, figurarsi un titolo, una direzione, parole da urlare.
Premonizione? Sesto senso? Qualcosa che ho sentito solo io dentro la testa, che ho continuato a raccontarmi dal primo momento? Non me ne frega un cazzo. Qualunque cosa fosse, non è scomparsa. Nel tempo ha trovato una sua forma, come un pezzo di fango che ora è scultura, le parole giuste, il modo per arrivare a destinazione. E adesso ti seppellisce.

Bisogna partire dalla fine per raccontare Dissipatio HC, per i Lleroy lo scatto in avanti che è l’equivalente della differenza che passa tra Lungs e Atomizer, Land Speed Record e Zen Arcade (o, in un altro senso, tra Rocket To Russia e End Of The Century). Dissipatio, l’ultima occhiata prima di voltarsi e non guardare più indietro; a un amore che è morto, un’amicizia che non si ripara, una scena che ha perso il suo ultimo pezzo, un’era che sta finendo. La conclusione che non ammette repliche, oltre cui proseguire sarebbe solo cieca ostinazione e colpi a vuoto, spari nel buio in un luogo della mente dove la musica e il romanzo da cui viene vampirizzato il titolo si ricongiungono per un lunghissimo, terrificante istante prima di scomparire. Otto minuti che sono la trasposizione in musica della corsa fin dentro le viscere della terra ne Il tunnel di Dürrenmatt: stessa situazione, stesso annullamento, stesso epilogo.
Per affinità elettive cantato da Greg ex-Concrete, in assoluto la cosa migliore successa all’hc in Italia dal 1993 a oggi, dopodomani, da qui a trent’anni (lo spirito continua nei Rotadefero, dove la portata dello scontro viene elevata ai massimi livelli riscontrabili. Letteralmente: giù la chitarra, dentro la sega circolare. Via la batteria, avanti con martelli e lamiere). Che occupino lo stesso spazio all’interno dello stesso brano, più che una questione di stile: una necessità. Non sarebbe potuta andare altrimenti.

Per affinità elettive l’artwork di Thomas Ott, tra legioni il solo che sia riuscito a rendere il correlativo oggettivo di quel che si sente nel disco: nero oltre la pece, il dettaglio che disorienta nascosto dietro l’angolo. Occhi immobili sul panorama già scomparso, davanti e dietro la scatola cranica.
Dettagli come gli archi in 2 di 1 (l’altro pezzo lungo), l’ascensione a spirale di Non ti sento che esplode in un sample dove rivivono i peggiori istinti di Sacchi Giulio in Milano Odia, ma il cubano de Roma qua sta (la voce è di Francesco, mostrificata in serial killer assetto), o il cowbell in Càtonia che del resto è l’anticamera di Dissipatio, la penultima stazione; oltre a infinite altre storie che emergono, ascolto dopo ascolto, come cadaveri dalle acque del fiume in un romanzo di James Lee Burke.

Doveva uscire come doppio, in un primo momento, Dissipatio HC; sorta di Each One Teach One malvagio, o Twin Infinitives con la batteria e i pezzi, o Zen Arcade senza il concept dietro, o (inserire doppio album con un significato, immaginarselo dopo una cura a base di dischi AmRep ascoltati senza soluzione di continuità dal 2000 a oggi). Poi l’idea è stata abbandonata, le tracce ridistribuite – alcune sono andate a finire nello split coi Gerda, altre compariranno da qualche altra parte, forse – ma da qui, per me, è ancora così. Quando tutti i pezzi avranno infine trovato una loro collocazione, se succederà, allora scatterà il mio personale assemblaggio. Ancora non è arrivato il momento, chissà se mai arriverà; ma io a quel doppio monumentale che mai è stato continuo a credere. Sarà quello, il “mio” Dissipatio HC. Per ora un equivalente di Winter Comes Home di David Thomas (che secondo l’autore, autoproclamatosi Authorized View, “non è mai esistito, e quindi mai esisterà”), o una tra le possibili combinazioni di Zaireeka, ma con una pacca e una carogna che David Thomas e Wayne Coyne probabilmente non sapranno mai.

Dall’atto finale di Morselli non ha mutuato solo il titolo. Dissipatio HC è un disco che parla (anche) a chi a Bologna è nato e vive, fatto da chi a Bologna è arrivato e ha deciso di restarci. Gran parte del contesto dentro cui è maturato, ora semplicemente non esiste più. Luoghi che sono scomparsi o stanno scomparendo, al loro posto parcheggi, portoni murati, ovunque intorno strade ripavimentate, muri ridipinti, nuovi palazzi che col cazzo che crollano; geografie che cambiano come in un pessimo trip ma reale, grattacieli che invece di collassare e accartocciarsi stile Inception restano lì, conclusi a metà nel cantiere perenne, incombenti e disabitati. I pochi sopravvissuti, compressi nello scenario che cambia; guardarsi intorno e trovare solo macerie ed estranei. Un deserto mentale da linea piatta. Con la gentrificazione la città si è riempita di stronzi. Nuovi palazzi dappertutto. Prezzi alle stelle. La gente che vive qui adesso non riesco a capire chi sia. Ci sono volte che camminando per strada mi metto letteralmente a piangere perché vedo i fantasmi di tutti quelli con cui vivevo. (Alan Vega)
La differenza è che Dissipatio HC non esce postumo: in questo dato passano galassie. Ora più che mai, qualcosa sopravvive anche se a rischio di estinzione. È semplice: fino a quando esisteranno persone a registrare questa roba, a stamparla, a metterla in circolazione, ad ascoltarla, questo posto, per quanto deformato, assediato, pedonalizzato, tirato a lucido, militarizzato dalla gastrodittatura, svuotato di senso, retrocesso a bieco luna park dell’esistere, nonostante tutto sarà ancora abitato da esseri umani (quali e quanti, altro discorso. Ma intanto).

Ma la mia valle, che risalgo, è deserta, le case non hanno luci. Posso spegnere anche le luci dell’auto, non incontrerò nessuno, nessuno dovrà farsi da parte. Non vedrò un viso, non udrò una voce. E mi sembra ingiusto e cattivo. In città ero spettatore, qui io devo vivere. Dove sono andati. Perché sono andati.
(sempre Morselli)

QUESTA NON È UN’ESERCITAZIONE

btt001

Ho scoperto i Disciplinatha con Un Mondo Nuovo. Al negozio che noleggiava CD in via del Borgo la scelta negli ‘ultimi arrivi’ era tra quello e La Diserzione Degli Animali Del Circo degli Yo Yo Mundi, che a posteriori è come dire che la scelta del nome per la patente falsa era tra Mohammed e McLovin. I termini della questione erano gli stessi: separare il grano dalla crusca. Infatti gli Yo Yo Mundi non li ho cagati, né allora né mai. Anche se è uscito vent’anni fa (non ricordo il giorno né il mese), non è il disco più bello di sempre; è comunque un gran disco, migliore della maggior parte delle uscite del periodo, pieno di parole che infiammano il cervello e lo portano a ragionare (come o su cosa è secondario; quel che conta è riattivare il muscolo atrofizzato), un’immagine di copertina rubata agli opuscoli manicomiali dei testimoni di Geova (poi ritirata e modificata) e la cover di Up patriots to arms che rimane il loro più grande successo (la suonarono pure a un concerto del primo maggio, gremito as usual, con Lindo e Battiato assieme sul palco), ma la funzione primaria che ha rivestito in me è stata, per così dire, di identificazione e riconoscimento: ora sapevo che esisteva un gruppo chiamato Disciplinatha, che spaccava tanti culi, da lì in poi stava sulle mappe. Non molto più tardi sono entrato in contatto con Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! e Crisi Di Valori (entrambi occupavano il lato A di una cassetta registratami da un amico più grande particolarmente illuminato; non ricordo cosa stesse sul lato B, fosse pure una compilation di rutti e scoregge, stessa differenza. Ero annichilito). È stato allora che la mia testa è esplosa. La storia è la stessa di altre rivelazioni: mai sentito prima roba del genere, mai più ne avrei trovato l’eguale. Nessun punto di riferimento conosciuto al quale appigliarmi, niente. Solo luce accecante e febbre come manco a Calcutta nei giorni aggressivi, improvvisamente benzina al posto del sangue nelle vene, bruciare di vita come la capocchia di un fiammifero quando frizionata a dovere. L’anno prima avevo ascoltato Psalm 69 dei Ministry, mi aveva mandato fuori di testa ma ora era merda al confronto. Fuori tempo massimo, oltretutto: questa roba era uscita nel 1988 e suonava diversi megatoni più feroce, fuori asse, minacciosa, destabilizzante. Non era metal, non era hardcore, non era industrial, non era noise; era qualcos’altro. Ostile, irraggiungibile, infinitamente più cattivo, e faceva più rumore. Meraviglioso. All’apparato iconografico sono arrivato poi. Altre bombe nel cervello, pari almeno alla musica: la busta interna di Abbiamo Pazientato 40 Anni. Ora Basta! era un delirante collage di citazioni, Saint-Just, slogan dell’Autonomia, Sylva Koscina (“Sarei felice di avere un figlio nell’arma dei carabinieri”), marchi infilati a sfregio, del tutto a tradimento (Enrico Coveri, Fiorucci), la lista dei ringraziamenti (anzi, del rispetto dovuto a) comprendeva tra gli altri Francesca Mambro, i Public Enemy (incluso il loro “servizio di sicurezza” S1W), gli SPK, Snake Plisskin (scritto proprio così: Plisskin), Peter Sotos e Lucio Battisti. Come ampiamente prevedibile, nessuno aveva capito un cazzo all’epoca: certi riferimenti, certe allusioni, dal momento in cui le tiri fuori, comunque poi le paghi per la vita. Il dito e la luna, sempre la stessa merda. Ci avrebbero pensato Lindo e Zamboni a redimerli agli occhi del pubblico del rock indipendente italiano (che becero era e becero resta, ma cacciava soldi per dischi e concerti, per mantenere in vita questa cosa, e senza domanda non ha senso ci sia offerta), fornendo loro una nuova verginità artistica e una credibilità underground via necessaria ripulita dai ganci “scomodi”. ‘Distruggere il mostro dall’interno‘ è una cazzata che giusto a Lars Ulrich poteva venire in mente: se vuoi andare avanti tocca che ti conformi alle regole del gioco, altrimenti verrai emarginato, isolato, fine pena mai. Adeguamento, altrimenti alle feste dell’unità col cazzo che ci vai (se non come spettatore). Mezzi per un fine, come dicevano i Joy Division.

[“Non siamo di destra, anzi, siamo buoni”.
Questa frase, quasi nascosta nel retro di Crisi Di Valori, rimbalza a potenza di fuoco centuplicata tutta l’odiosa, ripugnante ipocrisia e il profondissimo fascismo insiti nel pensiero unico. L’incontestabile arbitrarietà nella suddivisione manichea tra “buoni” e “cattivi”, tra “giusto” e “sbagliato”, operata dogmaticamente, in tempi troppo lontani per poter risalire ai veri colpevoli, seguendo criteri imperscrutabili, peraltro confondendo clamorosamente i bersagli (in malafede o meno che importanza ha, sono i risultati che parlano), identificando come tali le persone sbagliate: falsi ideologici le cui devastanti conseguenze stiamo pagando con gli interessi e pagheremo, e con noi generazioni incolpevoli se non del fatto di essere venute al mondo. Che i Disciplinatha fossero avanti di quei trenta/quarant’anni o la loro fosse una semplice reazione uguale e contraria al pensiero unico di cui sopra, stessa differenza: comunque, avevano visto lungo e avevano visto giusto.]

Avevo comprato una maglietta dei Disciplinatha veramente orrenda, ma proprio disgustosa. Ce l’ho ancora, mezza sbrindellata, ogni tanto la metto. È un pugno in entrambi gli occhi veramente potente, una via di mezzo tra la copertina di un tascabile di William Gibson e i lavori grafici più semplicistici e scrausi dei primi anni novanta: font improbabili, colori fastidiosi, immagine che si gonfia al centro tipo pallone aerostatico, una vera merda. Però a quella maglietta sono legato come a pochissime altre (allo stesso livello, per motivi diversi, forse solamente quella della Rollins Band con scritto “part animal part machine” all’altezza del cuore), perché mi ricorda uno dei periodi più belli della musica italiana nella sua globalità, forse l’unico che abbia vissuto in presa diretta e possa dire di ricordare con piacere, perfino con orgoglio. History in the making: da una parte l’hip hop, dall’altra un diluvio di gruppi con gli strumenti collegati a un amplificatore che rifiutavano sul nascere qualsiasi forma di appartenenza, di catalogazione, per evitare sul nascere di finire incasellati dentro qualcosa di specifico e predefinito. Chitarre distorte (quando c’erano, non sempre) e via andare, il più delle volte spingersi in territori sconosciuti, inesplorati prima di allora, con esiti incerti, l’importante era gettare il cuore oltre l’ostacolo. Esisteva un mercato, cose del genere potevano ancora succedere. Il CPI avrà avuto difetti ma certo non mancava di coraggio nell’abbracciare fino in fondo, fino alla fine, scelte imprenditoriali spesso suicide a voler essere ottimisti. Non ha mai compiaciuto nessuno, fosse anche solo per questo merita rispetto. E poi, quando infilava il disco, quali meraviglie: Acid Folk Alleanza, EstAsia, Wolfango, Il Grande Omi, la colonna sonora di Tutti giù per terra (che per come era assemblata era una cosa viva, problematica, pulsante, molto più e molto meglio del film stesso), roba che il cervello te lo scardinava, a volte lo mandava in frantumi altre lo incrinava soltanto, comunque non lasciava mai il tempo come l’aveva trovato. Mi arrivava per posta Il Maciste, bollettino informativo dell’etichetta, delirante e scalcinato ma la passione era contagiosa, autentica, lo avrebbe capito un cieco. Non ricordo perché sia finita. Soldi, probabilmente. Gente così non ne esiste più, hanno buttato via lo stampino.

C’ero all’ultimo concerto dei Disciplinatha (nel 1997; la reunion, una tantum o meno, per me non esiste). Ne porto ancora i segni addosso. Un tifone avrebbe provocato meno ferite a livello psichico. New dawn fades (tra le pochissime cover dei Joy Division ad avere un senso, forse solo Transmission rifatta dai Nomeansno e davvero poco altro), Un Mondo Nuovo eseguito praticamente dall’inizio alla fine, poi la roba vecchia, Leopoli, “questa è davvero l’ultima” e parte naturalmente Addis Abeba, un nodo in gola che ancora oggi non riesco a sciogliere, sotto al palco l’equivalente di un’inondazione di carne, ossa e sangue che non accenna a placarsi, fino a quando l’ultima nota si dissolve ed è fin troppo brutale la consapevolezza che questa è la fine di qualcosa. L’intensità a tratti insopportabile del rilascio emotivo di quella sera mi impedisce ancora oggi di analizzare con lucidità quel che è successo, qualcosa che sono grato di avere attraversato, anche solo di striscio. Renderlo a parole un compito nemmeno ingrato, semplicemente impossibile. Forse se avessi visto un concerto in cui i membri della band al completo alla fine si fossero sparati in bocca potrei dire di avere qualche termine di paragone, ma questo non è successo (ancora).

Una lezione di etica. Da lì ho imparato, ma imparato davvero, che ogni cosa che inizia ha una fine, nella musica come in qualsiasi altro aspetto dell’esistenza, e quando arriva il momento di chiudere è finita e stop. Prima di loro, allo stesso livello, soltanto Sandy Marton a mia memoria: mollare il colpo senza ripensamenti quando ancora la libertà di movimento lo permette e di energie da spendere ce ne sarebbero pure, avvertire che la fine di un ciclo è arrivata e assecondare il flusso, rendere il podio per evitare sul nascere che si trasformi in una cosa grottesca, un teatrino. Fedeli a una linea che probabilmente sta soltanto dentro alla propria testa, l’essenziale è voltarsi indietro mai. Poi Sandy Marton è tornato a fare il pagliaccio in giro, vecchio, bolso, lo stesso repertorio di trent’anni fa; l’ho anche visto, con questi occhi, esibirsi nel parcheggio di un centro commerciale assieme ad altri residuati bellici. Gazebo, i Righeira. Lezione anche questa. Anche i Disciplinatha sono alla fine tornati, preferisco ignorare questo particolare.


Non sei tenuto a venerare la tua famiglia, non sei tenuto a venerare il tuo paese, non sei tenuto a venerare il posto dove vivi, ma devi sapere che li hai, devi sapere che sei parte di loro
.
(Philip Roth – La Macchia Umana)

Parte dei Disciplinatha viene da Bentivoglio, ma è stato Bologna il loro quartier generale. Bologna, il posto dove sono nato e cresciuto. Ho amato la mia città in maniera incondizionata, totale, spesso disperatamente; un amore rimasto invariato da quando ho memoria, di un’intensità che non so spiegare, abbracciandone i lati positivi e comprendendo, a volte sopportando, quelli negativi, comunque riconoscendoli e accettandoli dal primo all’ultimo, fino al più deleterio, impegnativo e mortificante, fino alla più malsana e deviata delle dinamiche sociali, fino al più infinitesimale degli infiniti coacervi di contraddizioni, fino alla consunzione e oltre. In questo senso, Questa non è un’esercitazione fa male. Fa sanguinare il cuore, dalla prima all’ultima inquadratura. È come ritrovare in qualcun altro quello stesso amore, incondizionato e totale, che non credo sarò mai in grado di descrivere pienamente. Gli anni passano ma il sentimento è lo stesso, resta uguale, anzi, più il tempo continua a scorrere più il senso di appartenenza si cementifica in me. Qualcosa che travalica l’attaccamento alla zolla e ha zero a che vedere con politica o religione o qualsiasi altro tipo di fede dogmatica. Ci sono tante riflessioni in Questa non è un’esercitazione, tutte che valgano la pena di essere ascoltate, e tante immagini, tutte che valgano la pena di essere viste. Di una cosa sono assolutamente certo: non sarebbero potuti esistere altrove i Disciplinatha.

 

devozionale

logo
20 anni fa nasceva il Link. Al suo posto ora il megaparcheggio ballardiano dei nuovi uffici del comune,  un’altra colata di cemento che nessuno ha chiesto e nessuno (a parte qualche palazzinaro dal pessimo gusto estetico che ha saputo oliare gli ingranaggi giusti) ha voluto. Sono abbastanza vecchio e con una memoria non ancora compromessa da ricordare quel che hanno visto i miei occhi. Chi c’era non ha alcun bisogno di qualcun altro che rievochi al posto suo. Chi non c’era, mi dispiace sinceramente.

Apocalypso Disco

cover

Un libro che è un pezzo di vita. Riccardo Balli ha attraversato da frequentatore, testimone oculare, ideologo, a volte da protagonista, un ventennio abbondante di evoluzioni, filiazioni e ramificazioni della musica da ballo più ostica, incompromissoria e assolutamente non riconciliata in circolazione, un percorso di fiera marginalità ultraunderground condotto con rigore filologico, convinzione incrollabile e passione inestinguibile, seguendo (spesso tracciando) traiettorie oscure e incomprensibili ai più, in storie che – per citare il poeta – capiremo forse quando sarà nonno. Oggetto di studio il lato sommerso e più visceralmente sperimentale dell’elettronica post rivoluzione copernicana della techno, una terra di confine dove non esistono schemi o formule né alcun tipo di certezze rassicuranti e spegnere il cervello non è contemplato, non c’è limite alle ibridazioni tra generi e infrangere i limiti è l’unico credo, dove la forza di un’idea sa essere più ottundente di qualsiasi droga e la contaminazione di forme e linguaggi è più che auspicata – è necessaria. È roba pericolosa perché carica di significati veicolati in piena consapevolezza e per questo realmente in grado di stimolare una riflessione (di qualsiasi tipo, perché l’importante è pensare in quanto tale, non a cosa pensare). In un certo senso, la negazione stessa del concetto di easy listening. Una strada accidentata che in pochi, pochissimi hanno avuto il coraggio di abbracciare e percorrere fino in fondo; una strada che quasi sempre si percorre in solitudine, del resto le probabilità di incontrare spiriti affini lungo il tragitto sono pari a zero o quasi. Bisogna avere una passione smisurata per andare avanti e perseverare, e di passione ce n’è tanta da uccidere un toro tra le righe di Apocalypso Disco (Agenzia X, 192 pagine, 14 euro), allucinata e al tempo stesso lucidissima ricognizione che viaggia su più livelli, come un videogioco di Jeff Minter riprogrammato da Escher, multifunzionale come un disco degli Psychic TV del periodo più visionario, costantemente scisso tra narrativa e vissuto personale, saggio filosofico e cut-up burroughsiano, re-edit e febbrile diario di viaggio, racconto orale e romanzo di fantascienza, ma quella fantascienza schizzatissima e malsana e foriera di oscuri presagi la cui potenza delle immagini arriva a lambire territori contigui al Philip K. Dick più allucinato e in preda agli acidi, come la trilogia di VALIS riscritta da uno squatter vegano con la mente che gira a una velocità sconosciuta (comunque non la nostra). Nelle parti che parlano degli anni novanta la carica evocativa è devastante: è come ripiombare a piedi uniti in un universo lontano e famigliare, vedere scorrere una serie di belle immagini che innescano una reazione a catena di rimandi e ricordi – non necessariamente collegati, è lo spirito del tempo ad essere lo stesso. Cyborg (la rivista), Tunnel (la fanzine), le sculture dei Mutoidi, le tavole del Professor Bad Trip, i dischi dei ClockDVA su Contempo, quell’abbagliante supernova che fu la Telemaco Comics con le edizioni italiane di Isaac Asimov Science Fiction Magazine e Le avventure di Luther Arkwright (il fumetto più bello di sempre), l’esplosione della seconda ondata cyberpunk, Mirrorshades finalmente in Italia con in copertina Mozart con gli occhiali da sole, Il tagliaerbe al cinema e Mad Max su Italia1 il sabato sera. Ed è dolce perdersi nella vertigine di nomi di supernicchia e superculto e scoprire generi di cui si faticherebbe a ipotizzare l’esistenza, un florilegio di definizioni che sono tanti grimaldelli nel cervello, un universo sconosciuto al 99% di chi ogni giorno calpesta questo pianeta, costellazioni di scene, etichette, festival che nel nome di una visione continuano fieramente a operare al di fuori da ogni tracciato. A completare il quadro una serie di interviste, da Christoph Fringeli fondatore di Praxis Records e del magazine Datacide a Daniel Erlacher di Widerstand e Elevate festival, dall’antropologo Graham St. John a Ralph Brown, il primo – e, finora, unico – produttore extratone italiano (l’extratone è un sottogenere della speedcore dove i brani superano i 3600 bpm). Un libro che è un pezzo di vita.
sb

SONIC BELLIGERANZA IN CINQUE MOSSE

Sonic Belligeranza è l’etichetta di Riccardo Balli. Partita nel 2000 come emanazione prettamente breakcore con la prima uscita Serious and Comical Investigations at around 333 bpm, ne prende ben presto le distanze per evolversi in qualcosa di alieno, imprendibile e totalmente a sé stante, spesso ai limiti del situazionismo puro, roba nervosa, impenetrabile e aggressivamente mentale che in nessun caso può prescindere dal lavorio teorico e dalle complesse impalcature concettuali che stanno dietro ogni uscita. Attivo anche come produttore e DJ, Balli col tempo è diventato un toponimo, come Morrissey, o Danzig. Di seguito, in ordine sparso, alcuni dei tasselli fondamentali di questo viaggio.

+ BELLIGERANZA cd02 N. ‎– Memories From Before Being Born (2005)

n

Due piastre per cassette vuote, una connessa all’altra, nessun suono se non la distorsione prodotta dalle piastre stesse in play/rec. Quel che ne esce è qualcosa di molto vicino al suono più angosciante del mondo, isolazionismo puro, come un registratore lasciato acceso dentro una bara vuota sepolta sotto chilometri cubi di cemento armato, brevi sinfonie per fabbriche abbandonate, i macchinari che entrano in funzione in piena notte come azionati da fantasmi. Unico paragone possibile il più recente Sounds From Dangerous Places di Peter Cusack ma senza l’apparato suggestivo a motivare, soltanto abbrutimento, autismo e desolazione incalcolabili. Terminale.

+ BELLIGERANZA cd01 SANdBLASTING – El Paso Sound-Wall (2003)

sandblastingIl titolo dice tutto. Il primo pezzo (Materia prima, tanto per chiamare le cose con il loro nome) è un’improvvisazione live registrata al centro sociale El Paso, un muro di rumore da spettinare il Merzbow dei tempi d’oro; i successivi cinque variazioni sul tema operate seguendo una metodologia di lavoro controllatissima e maniacale, di fatto rifondando il concetto stesso di “remix”. Tra i lasciti più radicali del torinese Luca Torasso, oltre che un doveroso tributo a un posto che per la sua città è come la Mecca in Arabia.

SB04 Dj Balli – Straight-Edge Rastafari Manifesto (2003)

– BELLIGERANZA 02 DJ Balli Is The Wrong Nigga To Fuk Wiz ! ‎– From The Inside (2005)

n

Probabilmente la pietra tombale dell’intero movimento breakcore, le colonne d’Ercole del genere; oltre sarebbe impossibile spingersi. Insieme, un incubo marinettiano di ritmiche spezzate, evoluzioni da stato dell’arte del turntablism e campionamenti da ogni tipo di sorgente sonora, dai film di serie Z (ma senza la patina becera e umanamente degradante propria del grind più deleterio) alle maratone di liscio da balera romagnola, dall’inno di Forza Italia a lezioni di educazione sessuale estrapolate da vinili che sono reperti archeologici da mercatino delle pulci di Brick Lane, lo sticker “questo non è un disco breakcore” sulla copertina di From the Inside una pisciata in faccia alla pipa di Magritte. John Oswald la prenderebbe bene, ma anche Lee Harvey Oswald.

SB10 DJ Balli/Ralph Brown ‎– Tweet It! (Extratone Mix) (2012)

n

Un ponte tra musica elettronica e Twitter, in specifico una trasposizione audio del flusso informazionale del noto social network basato sulla bizzarra coincidenza di numero di bit informazionali prodotti al secondo:

AUDIO DIGITALE (QUALITA’ CD) 44100 khertz a 16 bit la codifica x 2 canali stereo = 1.500.000 bit al secondo

TWITTER 2600 tweet al secondo (statistiche ufficiale Twitter.com 2012) x 70 caratteri (la media effettiva di lunghezza dei Tweet) x 8 bit la codifica = (anche qui) 1.500.000 bit al secondo.

Da qui l’idea di impostare un Twitter disco in cui i 14 brani durano 1 minuto e 40 secondi (il pezzo di introduzione e quello finale invece 0.14 sec.), con liriche di 140 caratteri e velocità 140(0) bpm.

Nella pratica un mostro irraccontabile, entropia pura, tra le rappresentazioni più spaventose e ferali di abisso nietzschiano mai incontrate, roba al cui confronto 1TB Noise di JLIAT o l’opera omnia di Autodigest diventano cazzatelle da educande. Un Moloch, serio candidato al titolo di disco più inascoltabile di sempre.

STREAMO – ZEUS! – Opera

opera

È il ritorno dei guaglioni sulla traccia, due anni e una manciata di mesi più tardi Luca & Paolo riprendono il discorso esattamente da dove l’avevano lasciato però spostando il tutto al livello successivo: più delirio, più ultraviolenza, più entropia, una struttura dei brani che definire escheriana è un eufemismo, roba che al confronto in Titicut Follies stavano in crociera, una produzione letteralmente devastante (il mastering finale è opera di James Plotkin, vedi alla voce uomini che ci aiutano a essere migliori) che sembra si siano materializzati nel tinello di casa a disintegrare tutto, c’è pure Justin Pearson che caccia quattro urla effettate in Sick and Destroy. E a proposito di titoli ‘divertenti’, questa volta è il turno di Lucy in the Sky with King Diamond (probabilmente Ringo Starr approverebbe), La Morte Young (ironicamente uno dei pezzi più brevi del disco, in aperto spregio al maestro da cui prende le mosse), Giorgio Gaslini is our Tom Araya (che innesca in chi sa una serie di cortocircuiti che evocano cerchi che si chiudono e matrimoni celebrati in Paradiso), Bach to the Future, si arriva a Eroica con le sinapsi già irreversibilmente incrinate, per poi annullarsi nell’uno-due finale e definitivo di Grey Celebration (bisognerebbe davvero farla sentire a Martin Gore questa) e Blast but not Liszt (di cui non voglio nemmeno iniziare a interrogarmi sulla genesi). Il disco esce oggi ed è il migliore regalo di San Valentino che possiate farvi, fare o ricevere. Potete ordinarne una copia fisica in vinile superlusso Qui, Qui o Qui. Qui le date del tour, che pure inizia oggi. Più sotto invece lo streaming.

[bandcamp album=1614491392 bgcol=FFFFFF linkcol=4285BB size=venti]

EXTREME 8 BIT TERROR (Sonic Belligeranza)

 
Il metal è quella cosa che ti inchioda il culo e ti fa fare le cornine ruttando, la corsia preferenziale dalle quattro pareti di una cameretta verso la vita, un corso accelerato alle meraviglie e agli orrori del mondo, per molti l’unica scuola veramente formativa; comunque roba seria, e in quanto tale da trattare come si conviene, con rispetto, dedizione e devozione. L’8-bit metal (come pure l’8-bit rock, o l’8-bit pop, o l’8-bit polka) di per sé è una roba abbastanza semplice da imbastire nell’era del digitale e dell’incorporeo, basta rastrellare qualche base MIDI da qualche archivio freeware in giro per la Rete, modificarla attraverso programmini freeware pure loro e il gioco è bell’e fatto: una veloce ricerca, un po’ di smanettamenti col mouse e tempo cinque minuti (dieci per i perfezionisti) e più o meno qualsiasi canzone sulla faccia della Terra diventa un possibile sottofondo per il penultimo livello di Castlevania. Un misero giochino retronostalgico, un’innocua cazzatella ricreativa da e per nerd zuzzurelloni degna giusto di un commento nonsense su youtube. Ma DJ Balli e i suoi cenobiti conoscono bene l’argomento, troppo bene per pensare di potersela cavare con un giretto di ricognizione in Rete e qualche preset plasticoso del cazzo: piuttosto, gameboy modificati a sfare, Sound Forge a palla e un’attitudine che è figlia di un amore autentico per la musica da cui prende le mosse. Non c’è traccia di spregio nelle deferenti riletture di Bulldozer e Vanadium ad opera di Micropupazzo, nello spettacolare Iron Maiden medley di Mat64 così vicino in spirito e riuscita all’indimenticato (perlomeno da queste parti) Powerslaves – il migliore tribute album alla Vergine di Ferro che io abbia mai ascoltato – e che dire delle nervose, schizzate rendition di Regurgitate, Napalm Death e ancora Iron Maiden del fumettistico Dr. Pira e di una colossale War Ensemble che previa Balli trattamento diventa un monolite breakcore tetrissimo e straniante, da acido salito male, quattro minuti e mezzo che piacerebbero anche a Kerry King (in tutto questo c’è anche una cover di quel povero cristo di Richard Benson, ma sticazzi). Extreme 8 Bit Terror non è roba per chi non ha mai ascoltato, preferibilmente in tenera età, almeno un disco degli Iron Maiden, e men che meno per chi non ha saputo guardare oltre le mutande leopardate dei Manowar e ignora o deride o stigmatizza dall’alto della sua discografia dei Wilco (nome a caso sostituibile agevolmente con quello di qualunque altro fiacco gruppo da morte del cuore) l’unica cosa vera con cui entrerà mai in contatto. È il 2011 e lo spirito continua.

[bandcamp album=2002207340 bgcol=FFFFFF linkcol=4285BB size=venti]

STREAMO: Le Forbici di Manitù – Preti Pedofili (Sussidiaria)

Mai troppo il disprezzo per i beccamorti ingrifati e i maiali che li coprono, a costo di scadere nel qualunquismo più becero una bestia in palandrana resta una bestia, stupisce piuttosto che Manitù Rossi, uno che per usare le sue stesse parole ha sempre ed esclusivamente coltivato due interessi: la musica e Dio (nei loro aspetti più scabrosi), si sia soffermato sull’argomento soltanto ora – ma potrei sbagliarmi, ammetto di essermi perso negli anni qualche passaggio della ramificata discografia de Le Forbici di Manitù, peraltro non esattamente agevole in termini di reperibilità. Preti Pedofili non smentisce il modus operandi: cinquanta copie numerate in cartonato spartano ma austero, e per fortuna che per il cinquantunesimo (e tutti gli altri) c’è Bandcamp. Perché il pezzo (che non rientra nei MATTONI per via della durata di “soli” sedici minuti) è al solito un’altra, ennesima, perturbante dimostrazione di schiacciante superiorità. Dopo essersi confrontato praticamente con qualunque genere musicale, stile e suono sulla faccia della Terra a parte il metal, ripristinata per l’occasione l’associazione a delinquere con Satana Cianciulli (assente in pianta stabile dal 1990 per motivi psichiatrici e incompatibilità caratteriali), Rossi lancia il suo personale anatema – che non contiene parole cantate o recitate, ma solo suoni “vocali” o più propriamente respiri pesanti, grugniti e altre tonalità gutturali – partendo da un pulsare analogico che ricorda in molestia e pervicacia i Pan Sonic degli anni belli, qualcosa di molto vicino al suono delle pale di un elicottero in ricognizione, sopra cui si snoda una glaciale teoria di synth stile John Carpenter di Fuga da New York che presto sfocia in una serie di deframmentazioni sempre più invasive e diabolici arricciamenti via via più ossessivi e inquietanti, il tutto punteggiato da rantoli osceni che lasciano presagire le peggio cose; all’ottavo minuto, quando la tensione ha raggiunto il suo apice, il brano si interrompe per un secondo di salvifico silenzio salvo poi riformarsi in un ventaglio di luccicanze moroderiane che sono solo il preludio per la tregenda finale, beat implacabile e arcigni vortici analogici e grugniti animaleschi e tutto il resto, in mezzo anche un loop che pare la via di mezzo tra un videogioco di astronavi impallato un attimo prima del mostro finale e una slot-machine guasta, un crescendo ipnotico allucinante che piacerebbe a Padre Oliver O’Grady. Ancora una volta roba che non la trovi da nessun’altra parte, e capisci perché questa roba qui può uscire solo da Reggio Emilia. In un mondo perfetto Le Forbici di Manitù avrebbero venduto più dischi di Michael Jackson; ma in un mondo perfetto non esisterebbero nemmeno preti pedofili.

[bandcamp album=2511069831 bgcol=FFFFFF linkcol=4285BB size=venti]

Rozzemilia issue #8: ADAMENNON


 È così: viviamo nella claustrofobia
Una terra d’acciaio e di cemento circondata da acque buie
Non c’è scampo… né vogliamo cercarlo.
(Venerdì 13: Incubo a Manhattan)


Brutta storia dover vivere in questo mondo quando i meccanismi che regolano la società appaiono più incomprensibili di un’equazione quantistica o dell’Ulisse di Joyce agli occhi di un analfabeta, e interagire con altri esseri umani in qualsiasi caso e a qualsiasi livello è qualcosa di molto più doloroso di un’asportazione delle gengive senza anestesia. La musica di Adamennon è questo: il senso di straniamento nei confronti di un reale a cui si sente di non appartenere, il suono e il peso delle interminabili ore di un’esistenza solitaria, lontana da ogni gioia. Non è emiliano di nascita Adamennon, ma è come se lo fosse: la sua ‘black ambient’ porta dentro di sé tutta la bruma della bassa padana in pieno inverno, la desolazione degli stradoni deserti nell’ora del lupo, il marcio che si annida nei vicoli di frazioni della provincia più nera, tipo Altedo, Pegola o Trebbo di Reno, lo sgomento che monta inesorabile nel buio di questi immoti avamposti fuori dal tempo, probabili succursali di qualche mondo parallelo lovecraftiano. Già i titoli parlano chiaro: Claustrofobico, Il Rumore della Rovina, Mortuary Chambers, il contenuto qualcosa che riporta alla mente simpatici e allegri progettini tipo Dead Voices On Air o Voice Transmissions With The Deceased (il fatto che entrambe le ragioni sociali abbiano a che fare con i trapassati è coincidenza assolutamente casuale ancorché decisamente inquietante) con in più un organo che di tanto in tanto emerge da qualche cavità sepolcrale squarciando le tenebre soltanto per immettervi qualcosa di ancora più oscuro, buio che chiama a sé altro buio, spirali che conducono a un abisso di cui anche solo tentare di immaginare il fondo potrebbe portare alla pazzia. La lenta ma costante evoluzione del suono di Adamennon trova nel recentissimo Nero l’ideale quadratura del cerchio: da una parte assumono forma compiuta rimandi sempre più prepotenti a certo rock progressivo ancestrale, esoterico e sulfureo dei bei tempi andati (dai Black Widow ai Jacula fino al più misconosciuto e dimenticato dei gruppi italiani col cervello fritto dall’LSD) così come a certe colonne sonore di film di serie Q – ovviamente tutte italo – dai Goblin ai fratelli De Angelis, dall’altra l’amalgama tra noise e dark ambient è ancora più efferato, malmostoso e temibile, tra sciabolate di onde sinusoidali e il rintocco austero di funerei drones. L’atmosfera è quella che si respira in una catacomba rimasta sigillata per secoli, oppure nei boschi a notte fonda (possibilmente senza luna) quando la natura diventa qualcosa di ostile, primigenio e minacciosamente ignoto. Fieramente autarchico, consapevolmente marginale fino all’autolesionismo (i suoi dischi, peraltro tutti accompagnati da artwork di gran pregio, escono in tirature risibili perfino per la micro-scena di cui fa parte), Adamennon continua a produrre disagio in quantità industriali dal suo eremo nell’appennino parmense, in un paese di 77 anime dove solo ultimamente (e immagino con suo sommo disappunto) qualche scriteriato ha aperto una pizzeria.

 

[bandcamp album=343173965 bgcol=FFFFFF linkcol=4285BB size=venti]

Rozzemilia issue #7: INDCH LIBERTINE

 

Indch Libertine durante una tranquilla giornata di lavoro

 


Indch Libertine
è un teppista ultrasonico di Bologna che traffica con pedali e pedaliere allo scopo di ottenere il muro di rumore più molesto e impenetrabile mai percepito da orecchio umano. Il suo modus operandi è semplice: volume a 12, tutti gli effetti settati a livelli di distorsione & saturazione intollerabili e via a registrare finché non finisce il nastro o la memoria nell’hard drive. I suoi pezzi possono durare tre minuti come tre ore, l’annichilimento è garantito in ogni caso, e comunque basta poco per smarrire la cognizione del tempo mentre si subisce un suo disco. Il corredo estetico-operativo è quello che potete immaginarvi: dischi dedicati a Richard Speck, ai coniugi Brady o a film malsani e perversi, pubblicati a getto continuo su etichette minuscole in tirature risibili, il più delle volte in formati inusuali (cassetta) o in CD-R. La differenza tra un’uscita e l’altra è che un pezzo fa SCHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH, un altro CCCCCCCHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH, un altro KKRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR, un altro FFFFSSHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH, e via assordando. È roba per chi si rilassa con l’opera omnia degli Incapacitants, legge Peter Sotos per conciliare il sonno e si diletta con cineforum a base di Buttgereit, Nacho Cerdà e The Act of Seeing with One’s Own Eyes di Brakhage. Fino a un paio di anni fa Indch Libertine era più famoso negli States e nella perfida Albione che da noi; amico personale di Richard Ramirez, aveva suonato a Leeds e a Glasgow ma mai in Italia. Una data a Vittorio Veneto lo scorso inverno ha spezzato il tabù; da allora sono seguite esibizioni a Massa e all’HNW Fest di Venezia, oltre alla consueta pioggia di uscite che non accenna a fermarsi.
Il misfatto più recente è Bodil Jørgensen Lover, 33 copie su Toxic Industries, un’unica tirata di quarantasei minuti e rotti dedicata all’omonima attrice danese (pare sia stata la Greta Garbo del porno con animali – o qualcosa del genere) sdoganata dal perspicace Lars von Trier che la volle nel suo Idioti; è forse la sua uscita più fastidiosa di tutte (sicuramente lo è tra quelle che ho ascoltato), un’impenetrabile muraglia di caos analogico insostenibile, amorale, inalterato (a parte un paio di salti di volume sul finale), che inizia e termina bruscamente come un cazzotto sul grugno sferrato a tradimento, roba da far sembrare Metal Machine Music una cazzatella da educande. Arrivare alla fine del disco con timpani, nervi e impianto stereo intatti è solo un’eventualità.
Indch Libertine è anche attivo come produttore speedcore con l’alias Ralph Brown. Qui e Qui si possono scaricare gratis alcune compilation a cui ha partecipato.