Il metal estremo ci ha fatto diventare impiegati di basso livello

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La cosa più eroica che feci nei miei anni da cattolico fu quella volta che venni scelto per farmi fare la lavanda dei piedi dal prete il giovedì santo. Mia mamma mi aveva raccomandato di lavare bene i piedi prima di andare sull’altare a farmeli lavare, ma mi sembrava che come cosa avesse poco senso e così mi impuntai sull’andar su con i calzini vecchi e le scarpe da tennis. Il prete fece questo viso schifato e credo che qualcuno nelle alte sfere della comunità cattolica abbia sentito il bisogno di dissociarsi dal mio gesto. Mi avevano scelto come rappresentante di quelli che dovevano passare la cresima, il che colloca lo svolgersi dei fatti intorno al 1989 -dodici anni ancora da compiere. Non sono mai stato molestato da un prete ma credo di ricordarne uno in abiti civili che ci spiegava il vangelo e la fede con un’erezione in corso, non tanto per dire che a volte le cose ti succedono sotto gli occhi e non lo sai, quanto per fornire una specie di sottotesto all’idea che anche la purezza e la fede sono -in qualche misura- molto molto eccitanti. Gli Slayer invece li ho conosciuti durante l’adolescenza ed è sempre una questione di scambi con tizi improbabili, o almeno a Cesena succede così: qualcuno ha un disco in casa che gli ha passato un vicino o uno con cui andavano a rugby. Il rugby è una specie di storia a sè, comunque -a quanto ricordo- in quegli anni il Cesena Rugby fosse abbastanza quotato, e cercavano nuove reclute. Uno dei miei compagni di classe ci giocava da titolare, credo che a un certo punto abbia fatto le selezioni per la nazionale o cose così, e a un certo punto provò a mettere quasi tutti i compagni maschi dentro la squadra. Quando dico “quasi tutti” intendo sostanzialmente tutti tranne me -io ero il più piccolo e gracile e malnutrito (dio che tempi), e la sola idea di mettermi in un campo a fare cose con gente flippata con il fango e gli scontri fisici sarebbe stata vista -credo- come una forma manifesta di sadismo o la tacita ammissione che il Cesena Rugby Team era alla canna del gas. Un paio di miei compagni però si esaltarono all’idea e si presentarono a qualche allenamento. Nei pochi racconti me la figuro come la cosa più vicina all’idea di bullismo tipico dei teen movie americani: a quanto pare il rugby, diversamente dal calcio, non si fonda sull’idea di permettere a chiunque abbia un blando interesse di praticare lo sport, e poi magari continuare a fornirgli occasioni in forma di associazioni sportive; il rugby seleziona i puri, i superumani, e fa fuori tutti gli altri nel giro di una settimana. La settimana successiva i ragazzi avevano fatto un conto di massima delle contusioni e s’erano ritirati. Non li biasimo: l’anno precedente avevo iniziato ad interessarmi allo skateboard, e ho abbandonato non appena ho visto qualche goccia di sangue. Immagino che il metal e il punk trovino terreno fertile presso i passivo-aggressivi: al di là della letteratura di genere (quasi tutta falsa e offensiva, oltre che -mediamente- di pessima qualità) l’idea di alzare il volume e sfogare la tensione in cameretta non riguarda quasi mai le persone disposte a prendersi a ceffoni nella vita vera. Non è per niente un caso che i luna park, gli autoscontri e le fiere di paese (cioè i posti in cui era più probabile finire in una rissa tra cinquanta adolescenti maschi) siano posti in cui la musica faceva sempre e solo cagare. Un altro dato interessante? Nessuno dei più rissosi tra i miei conoscenti è mai stato coinvolto con il metal o la techno militante, erano quasi tutti tipi apparentemente tranquilli a cui mia madre avrebbe dato in sposa la sua figlia primogenita, fortunatamente mai esistita. C’è qualche sovrapposizione tra metallari e tossici, ma perlopiù riguardava le declinazioni più passive della tossicodipendenza (in breve: più eroina e droghe sintetiche a poco, meno coca). Ai concerti e nei locali col pogo, invece, era ammesso prendersi a spinte durante la canzone ma poi si stava tutti tranquilli e rilassati. Quelli sbronzi che rompevano il cazzo venivano trattati coi guanti e tenuti a distanza. Molti di noi smettono in fretta il cattolicesimo, ma quasi nessuno si approccia a satanismo paganesimo o altre religioni. Così, una delle teorie è che il metal estremo abbia contribuito in maniera determinante a creare una generazione di mansueti, di gente passiva, di impiegati con la camicia da venticinque euro comprata all’oviesse che magari sbattuti in una giungla a cinque anni avrebbero potuto diventare cannibali ma già al primo anno di università sarebbe stato impossibile redimere. In questo senso, se siete appassionati di musica pesante, forse potete ceimentarvi in un esercizio di psicanalisi a rovescio e ripercorrere la vostra vita a ritroso, alla ricerca di tutti gli episodi in cui avrebbe dovuto esserci un sano trauma formativo e invece c’è stato un disco metal. Così finisce che ti trovi a pensare ad atti di eroismo come quella volta che ti sei fatto la lavanda dei piedi puzzolenti, e tutto il resto della roba che c’è qua dentro. A un certo punto per quanto mi riguarda sono arrivati gli Slayer e quando arrivano gli Slayer è sempre un po’ un colpo di teatro -quello che c’era prima tende a sfumare, quello che arriva dopo deve avere certe caratteristiche. Gli Slayer erano violenti e malvagi e mi hanno tenuto buono e tranquillo, ma tutto sommato nella vita poteva andarmi peggio, e quindi grazie.

Tutto questo pippone per dire che ho scritto un articolo molto lungo in cui ripercorro tutta la storia di Reign In Blood, che qualche giorno fa ha compiuto trent’anni. Lo trovate su Prismo e credo che valga la pena di leggerlo.

L’illustrazione è un santino commemorativo di Jeff Hanneman realizzato da Marcello Crescenzi/Rise Above per il SoloMacello Fest del 2013.

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(Any Other, 10 agosto 2016, Hana-Bi. La foto è scattata prima che cominciassero ed è sfocata ma giuro che erano loro)

La settimana scorsa, su un sito di cinema nel quale scrivo sotto pseudonimo, abbiamo parlato di una serie TV. Mi è scappato detto che è “una delle mie serie preferite di sempre”: una persona, nei commenti, ha obiettato che questo genere di frasi roboanti tolgono molto piacere alla lettura -poi magari la serie te la vai a guardare e scopri che è una cosetta da sei e mezzo che è piaciuta solo a me. A mia parziale discolpa, quando lo scrivo lo penso davvero. Non riesco a pensare ad altro e lo devo scrivere, in qualche modo: in questo particolare momento, nella mia vita, questa cosa ha tutta l’importanza del mondo. Domattina dovrò comunque alzarmi e comprare il pane, prenotare delle analisi o occuparmi di qualche altro problema di questo tipo. Di concerti come quello che ho visto stasera ne avrò visti mille: gruppi basso-chitarra-batteria che suonano da fermi e fanno solo le loro canzoni. Durante il concerto non è successo niente di speciale, non si è menato nessuno, la gente non faceva i cori, il bassista non ha collassato a terra ubriaco. Hanno suonato una mezz’oretta le canzoni del loro disco, non si muovevano, non c’erano i video, lei non ha spiaccicato parola. Di piccole magie come quella che è successa stasera, anche quelle, ne ho viste capitare a centinaia. Il gruppo parte un po’ timido e ingrana subito e suona da dio e le persone davanti, che prima erano cinque, adesso sono venti -e tra due pezzi saranno cinquanta, e in tanti smettono di chiacchierare anche se sono venuti a vedere L’Orso che suona dopo, e alla fine delle canzoni applaudono tutti e qualcuno urla e la gente sta bene. Il gruppo non ha fatto niente di particolare perchè succeda, ha tenuto la testa bassa, ha continuato a suonare le sue canzoni, niente di clamoroso. Certo, sono belle canzoni e le hanno suonate bene. Adele sembra fatta per star lì a morire d’imbarazzo con la sua chitarra, e quel filo di voce che in realtà è potentissima e perfetta e ogni tanto urla come una pazza e poi deve cantare una parte sussurrata ma le prime note vanno un po’ a puttane perchè ha spinto troppo sulla voce. Forse posso trovare un dato statistico che riesca a differenziare questo concerto da tutti gli altri che ho visto, e lo riesca ad inserire ragionevolmente nel mio percorso di crescita personale -magari è la prima volta nella vita che rimango stregato da un gruppo di persone che hanno la metà dei miei anni, che letteralmente sono troppo giovani anche per essere i miei fratelli minori. Ma le iperboli funzionano bene solo se hai un briciolo di coscienza di cosa stai dicendo, e di chi sono le persone a cui parli. Quelli che vanno a vedere questi concerti hanno smesso da tempo di cercare l’insolito o il soprannaturale.

Un’altra cosa che ho letto questa settimana era sul fatto che oggigiorno esce troppa musica, che è quasi tutta mediocre e i giornalisti musicali non riescono più a starci dietro. L’ho trovato odioso, quando l’ho letto così, e non ho molti controargomenti -è odioso e basta. Poi magari anch’io cerco di non farmi coinvolgere nelle dinamiche promozionali della rece e dell’intervista e dello streaming, e anche qui posso giustificarmi solo dicendo che, insomma, non è il mio lavoro e ci ho messo fatica e impegno per far sì che non lo sia. Quello che ci ho guadagnato in cambio è il privilegio di poter ancora assistere a un concerto piccolo piccolo che mi faccia venire la pelle d’oca, e sentire il bisogno di tornare a casa a scriverci sopra che ancora il concerto non è finito. È successo centinaia di volte ed è sempre bellissimo, è una cosa che mi tiene in pace con me stesso e credo sia il motivo per cui continuo a farlo. Come faccio a dire di cosa si tratta di preciso? È musica. A volte va male, a volte va bene, a volte viene voglia di partire con le iperboli e chi ti legge deve avere la malizia di fare la tara. Concerto della vita.

PITCHFORKIANA metà 2016 (7.3 politico a tutti i dischi)

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DAGS! – SNOWED IN/STORMED OUT di loro dicemmo già ai tempi del primo disco, uscito un paio d’anni fa circa, un’epoca storica in cui eravamo ancora tutti felici di essere tristi, almeno dal punto di vista musicale. Dei Dags inizi a goderti i dischi già solo a leggere i titoli delle canzoni, e questo disco loro mi sembra più bello e compatto di quello prima, quindi BELLA PER LORO. 7.3

LEUTE – 9 SONGS stando alle parole di quelli di Legno, quello dei Leute è il primo disco da loro pubblicato “in cui non suoniamo noi o amici strettissimi” (il giro FBYC, insomma). È sicuramente un disco emocore, più o meno di scuola Crash of Rhinos, quindi di scuola Settlefish, quindi di scuola Braid/Cap’n’Jazz. A questa cosa vanno aggiunti svariati momenti di cantato senza cori in cui compare un po’ a buffo un vocione baritonale stile Tindersticks o The National. A raccontarla così sembra una gran minchiata, ma in realtà è davvero molto molto bello. 7.3

BIG CREAM – CREAMY TALES l’altro giorno ho letto un articolo su qualche rivista, forse un femminile o boh, per cui gli Any Other sono il miglior gruppo italiano in attività, ed è davvero fichissimo che escano articoli del genere -magari qualcuno può accorgersi che esistono altri gruppi tipo gli Any Other (bravissimi, eh, sia chiaro).  Ad esempio ci sono i Big Cream, giovincelli che vengono (credo) da Bologna e suonano canzoni rumorose tra Silkworm e Sebadoh. Molto molto aspri, melodie appena appena prendibili, pochi fronzoli, un sacco di fischi e di casino, disco di 80 minuti circa (nel senso che dura 20 minuti e lo si ascolta 4 volte a fila). 7.3

CRTVTR – STREAMO non trovo la conversazione ma sono convinto che sia successa questa cosa: un tizio dei CRTVTR mi aveva mandato un disco via email, io l’ascoltai e gli dissi, sì è carino ma a me queste cose con le chitarrine così sottili non è che mi esaltino particolarmente. E lui mi disse, ok, sì, ma a me la chitarra mi piace così tagliente, e quindi la suono così, io gli dissi va bene, no problema. Mica lo trovi tutti i giorni un tizio che ti viene a cagare il cazzo per come suona la chitarra nel tuo gruppo. Però insomma quando ho ascoltato STREAMO ho pensato che le chitarre sono molto più grosse di come me le ricordavo, e non credo che abbiano ingrossato le chitarre per fare un piacere a me anche perchè se devo essere sincero non sono convinto al 100% che questa conversazione sia stata davvero con un tizio dei CRTVTR. Però il disco è molto bello, sobrio in culo ma bello fluido, un po’ tipo TIOGS ma più dritto. 7.3

BUE – KIND OF BUE Esiste un disco con questo titolo. 7.3

AUTECHRE – ELSEQ 1-5 Pitchfork, che si prende il disturbo di recensire i cinque dischi separatamente, dice che ELSEQ: “is an equivalent of a Netflix series binge”, ecco, vaffanculo. Disco dell’estate definitivo. 7.3

CAR SEAT HEADREST – TEENS OF DENIAL Conosciuta anche come sindrome di Devendra Banhart, un morbo piuttosto comune per cui un cantante scalcagnato viene raccattato sotto un ponte da un’etichetta figa e nel giro di un disco diventa Win Butler. Gli effetti sugli artisti della sindrome di Devendra Banhart sono principalmente tre: 1 fanno il disco dell’anno in corso, 2 non ci mettono molto a sparire dalla circolazione, 3 dopo cinque anni ti riascolti il loro disco dell’anno e provi un vistoso imbarazzo per averlo anche solo preso in considerazione. Non so se Car Seat Headrest sia affetto da sindrome di Devendra Banhart ma il disco mi sta piaciucchiando e questo non può davvero essere un buon segnale. 7.3

WRONG – S/T Copertina con foto bruttissima in bianco e nero, il nome del gruppo in stampatello grandissimo, la tracklist con tutte le canzoni con titoli di una parola-massimo due. Non serve manco di mettere su il disco per capire che musica contiene. Quello che non ci si aspetta, invece, è che una roba così violenta e incazzosa venga fuori da un gruppo composto di ex membri di gruppacci tipo Torche e Kylesa. Comunque siamo dalle parti degli Helmet, quelli dei primi singoli che al confronto già Strap It On sembrava roba sputtanata, mischiati con un po’ di rock’n’roll aggro alla Entombed. Calci nei denti, totalmente pretestuoso e inutile, possibile disco dell’anno. 7.3

Un pensierino su Rino Gaetano a 35 anni dalla morte


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Rino Gaetano l’ho conosciuto a dodici anni circa perché era obbligatorio avere Gianna nelle cassette miste da festa. Le mettevi e tutti dicevano EVVIVA LA FIGA invece che evviva la vita. Ho scoperto che non era una caratteristica dei miei amici: ancora oggi capita di andare in qualche locale trucido in cui il dj abbassa il volume della canzone per far urlare EVVIVA LA FIGA alle persone in pista. Si sganasciano tutti ogni volta. Poi ho letto un botto di roba su di lui e alla fine ho anche comprato dei dischi, ma non è un granché. Forse in vita era sottovalutato ma sicuramente in morte è sopravvalutato, non ho mai sentito nessuno che dicesse apertamente “mi fa cagare”. Ci sarà pure qualcun altro a cui Rino Gaetano fa cagare, no? Importantissimo romanticissimo e tutto ma mi fa cagare. Oh, e se qualcuno mi puntasse una pistola alla testa e mi chiedesse di scegliere tra Gianna e qualsiasi altra canzone di Rino Gaetano, credo che sceglierei Gianna. E se qualcuno mi puntasse una pistola alla testa e mi chiedesse di scegliere tra la vita e la figa, credo che sceglierei la vita.

Sleep now in the facepalm

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Non credo moltissimo all’invecchiamento della musica come categoria critica. Cioè, sicuramente alcuna musica è “invecchiata” peggio di altra musica, ma dipende dalla cultura fuori, non dalla musica in sè. Ad esempio i Gang Of Four per quanto mi riguarda sono invecchiati malissimo, ma se non fossero stati presi di peso per confezionare ogni singolo disco rock uscito tra il 2003 e il 2008 probabilmente sarebbero ancora roba freschissima; il fatto di aver dovuto ascoltare Damaged Goods un paio di migliaia di volte più di quelle che mi sarebbe piaciuto, probabilmente oggi proverei ancora un qualche piacere nell’ascoltarli. Non c’è niente che faccia male ai gruppi quanto un’imitazione massiccia e diffusa: lo sanno bene i Rage Against The Machine. Finchè il cosiddetto rap-metal era un affare limitato a loro e a un’altra dozzina di gruppi sparsi in giro per gli anni novanta (Downset, Dog Eat Dog, Biohazard e roba così), sembrava roba freschissima e abbastanza basilare/stronza da potercisi innamorare in tempo zero. Poi è arrivata l’epoca in cui tutto doveva essere ibridato e a 360°, e si poteva senz’altro preferire i RATM a tutti i Limp Bizkit del caso, ma per quanto ancora sarebbe stato possibile ascoltarli senza farsi venire l’orchite e/o ritenerli responsabili di tutta la merda che era venuta dopo? Insomma, quando qualche mese fa (fine marzo, più o meno) è uscita l’indiscrezione secondo cui i Rage Against The Machine fossero chiusi in studio per preparare un disco contro Donald Trump, eravamo così vicini a Povia che non era manco necessario mettersi a fare dei distinguo in onore dei vecchi tempi.

 

In ogni caso, anche volendo separare i RATM dall’ingloriosa fine del nu-metal, ci sono parecchie ragioni oggettive per detestarli dal 2000 in poi (ma anche e soprattutto in generale). Forse bisogna partire dalla dichiarazione rilasciata dal cantante, fine 2000, a commento della sua uscita dalla band. A quei tempi le coltellate stanno già volando, si dice da anni: secondo Zack De La Rocha, il livello dello scontro in seno al gruppo è talmente alto da rendere quasi impossibile prendere qualsiasi tipo di decisione. Le voci di scioglimento, del resto, accompagnano il gruppo fin da prima che uscisse Evil Empire. Dopo l’uscita di Zack De La Rocha iniziano a venir fuori cose: il cantante che si mette di traverso su quasi tutto, dipinto dagli altri come una persona umorale e volubile, generalmente poco affidabile, responsabile di aver mandato all’aria un tour già chiuso assieme ai Beastie Boys e altre cose di contorno. Il gruppo si dichiara da subito intenzionato a proseguire con un nuovo cantante, anche se la ricerca di un sostituto durerà anni. Su De La Rocha, al contempo, hanno già iniziato a circolare da mesi/anni alcune voci che lo danno impegnato nella realizzazione del suo primo album solista, che le indiscrezioni sembrano indicare essere una sorta di opera definitiva del rap politicizzato (con collaborazioni di gente tipo ?uestlove, Dj Shadow e non ricordo manco più chi altri). È una delle tante prove a testimonianza di una vox populi che serpeggia da anni: un gruppo totalmente incapace di esplorare territori diversi da quelli con cui è diventato famoso, un cantante innamorato della musica pop che sta uscendo, la frustrazione che ne consegue. Ad ulteriore sostegno di questa teoria, mentre i RATM fanno uscire a strettissimo giro un disco di cover, il DVD di un concerto e un disco live, a un certo punto sembra quasi ufficiale che il nuovo cantante dei RATM sarà B-Real dei Cypress Hill, amici di vecchia data del gruppo. E già qui siamo in pura zona-LOL, nel senso, la scelta meno rischiosa possibile e la seria intenzione di volersi trasformare in una barzelletta vivente. Negli stessi anni del resto i Cypress Hill stessi si stanno spostando scientemente dal quasi-hardcore dei loro dischi fighi al crossover imbruttito di quella cafonata di Skull&Bones. In realtà non è nemmeno il peggiore degli scenari possibili, come la storia avrà cura di dimostrare: l’indiscrezione di B-Real si dimostra infondata, e i RATM si ritrovano nello studio di Rick Rubin assieme a Chris Cornell. È l’inizio degli Audioslave: rock cafone anni novanta sintetizzato in provetta, totalmente insensato in ottica post-RATM ma molto sensato in ottica post-Soundgarden. I dischi degli Audioslave sono antipatici più che brutti, non so, è difficile spiegarlo. Hanno anche del buono dentro, o Michael Mann non sarebbe riuscito ad utilizzarli per alcune delle scene di cinema più belle mai realizzate, ma è roba talmente ipertrofica da far sembrare i Foo Fighters un monumento alla sobrietà. Il disco di Zack De La Rocha, comunque, non riesce ad uscire prima dell’esordio degli Audioslave, lasciando al gruppo la possibilità di colmare il vuoto lasciato nella fanbase dei RATM, vendere un fantastilione di copie. Ne seguono altri due, realizzati in fretta e furia prima di uno scioglimento a rotta di collo, che dà modo a Cornell di ricominciare finalmente a far cacare da solista (e poi con la reunion dei Soundgarden). Tom Morello non accetta il pensionamento e si ripresenta in versione folksinger con il terrificante progetto Nightwatchman. La reunion dei RATM succede da qualche parte nella seconda metà dei duemila, se non mi sbaglio: concertone a Coachella e via col tour, le litigate finiscono in cantina, la comunicazione ancora a zero. L’unica vera notizia è che Zack De La Rocha ha mollato i dreadlock e gira con una testa di riccioloni davvero fighissimi. Al contempo, a sentire le voci, sta continuando a lavorare al suo disco solista, che per tutta una serie di motivi tarda ad uscire -qualche anno prima si è riuscita ad ascoltare una collaborazione con Dj Shadow, niente di eccezionale, roba da sei e mezzo, forse non abbastanza buona da finire nel disco. Poi, completamente a caso, salta fuori un side-project composto da lui alla voce e uno dei Mars Volta alla musica, tali One Day as a Lion. Un disco che non colpisce particolarmente per il respiro innovativo della musica -una sorta di RATM sintetici ed appena meno scolastici, dischetto carino per due ascolti e poco più, in attesa del tanto sospirato disco solista.  

 

Io francamente faccio fatica a riascoltare i RATM. Ho memoria di loro come di uno snodo cardine del mio sviluppo come ascoltatore -ricordo il momento esatto in cui ascoltai il primo disco e di esserci andato fuori di testa, tanto per dire. E ho passato quasi tutti gli anni novanta con i loro dischi nello stereo, ma non so fino a che punto la cosa mi abbia giovato. Degli altri gruppi che ho ascoltato fino allo sfinimento in quegli anni, posso dire che almeno avessero tre o quattro canzoni diverse in repertorio. E i loro messaggi, perlopiù inesistenti, sono riusciti a rimanere nel corso del tempo, con il paradosso che riesco ancora sentire un briciolo di senso di appartenenza ascoltando Phil Anselmo urlare ma non riesco più a rimettere sul piatto il primo disco dei Rage Against The Machine, figurarsi cose tipo The Battle of Los Angeles. Ho anche il privilegio di ricordare un momento preciso in cui ho deciso di smettere con i RATM. La mia fidanzata li aveva scoperti da me, aveva ascoltato un paio di dischi e deciso che erano molto bravi. Così, quando fecero la reunion a Modena, decidemmo il giorno stesso di metterci in macchina e andare giù: un giretto per la città e poi il concerto, così in modo disimpegnato. Era un sabato: partenza la mattina tardi, colazione in pasticceria come tutti i sabati mattina, relax e bombolone alla crema. Mentre ero lì a mangiare il bombolone e il cappuccino pensavo che tutto sommato chi cazzo se ne fregava di andare a vedere la reunion dei RATM, e quel giorno facemmo altro. Credo sia un po’ il modo in cui il capitalismo è riuscito ad avere la meglio su tutti noi: a un certo punto non hai voglia di sbatterti, inizi a mettere in folle, tasti il terreno e vedi cosa ti conviene. Sicuramente una parte della colpa è di quel genere di idealismo sinistrorso a cazzo di cane (e foraggiato dai padroni, che sarà pure una critica strasentita però dio cristo), ma non assumersi qualche responsabilità individuale sarebbe insensato. E questo in prospettiva mi obbliga a riflettere su un sacco di cose più interessanti della musica trattata qui sopra, ma questo forse allontana il problema oggettivo del gruppo?

Secondo me no, anzi tende ad oggettivizzare un po’ il tutto. Intendo, anche stando lontano dalla retorica del “tradimento” a cui non riescono a credere manco più i giornalisti musicali, l’idea che i RATM si ostinino a tornare, nel cazzo di 2016, è semplicemente intollerabile. La credibilità dell’unico membro che ne ha ancora un briciolo si basa solo sul fatto che fino ad oggi nessuno ha ascoltato il suo disco solista (e ok, saltuariamente fa cose fighe tipo il feat. con i Run The Jewels in cui si scopre che persino lui con la vecchiaia è diventato esteticamente figo). Fossimo riusciti ad ascoltarlo, l’avremmo fatto a polpette. Si fosse riunito ai RATM per fare un disco anti-Trump l’avremmo fatto a polpette. Si fosse preso il disturbo di dissare gli ex-compagni per ogni disco di merda a cui hanno messo mano, l’avremmo fatto a polpette. Invece se n’è stato tutto il tempo per i cazzi suoi. Qualche giorno fa s’è temuto il peggio: un misterioso countdown nel sito dei RATM che annunciava l’arrivo di qualche novità. Fortunatamente, è solo l’ennesimo supergruppo chiamato PROPHETS OF RAGE (nel capslock vorrebbe esserci il giudizio morale) e composto dai Rage Against The Machine con Chuck D e B-Real al posto di Zack De La Rocha, che a quanto pare se ne andranno in giro a suonare i loro Grandi Successi. 15 anni dopo la prima voce in tal senso non fa manco più ridere, ma finora almeno non c’è notizia di un nuovo disco da ascoltare.

Una per i cinquant’anni di Pet Sounds

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Parafrasando una cosa che mi ha detto un tizio sabato scorso, la musica pop è un affare piuttosto svantaggioso per chi la fa. Gli artisti scrivono per ore e limano e si mettono assieme e fanno gli arrangiamenti poi iniziano a togliere, registrano una dozzina di volte, e il risultato spesso è una canzone di tre minuti e mezzo che se va molto bene durerà il tempo di far scivolare dal parabrezza un pezzo d’estate.

Non sono mica tanti i dischi che sono scampati a questa fine, e oggi compie cinquant’anni il più grande di questi. Si tratta di un album nominalmente intestato ad un gruppo chiamato The Beach Boys, in realtà scritto e realizzato in totale autonomia da uno solo di loro, armato di uno studio, una legione di musicisti professionisti ed una visione senza uguali. Il titolo del disco è Pet Sounds, e il tempo che il mondo ha passato ad ascoltarlo riporta clamorosamente in pari lo svantaggio del capoverso qui sopra.

La maggior parte dei dischi usciti negli anni sessanta denunciano la loro età, e per la maggior parte della gente non è un problema perchè i fan di musica anni sessanta in genere sono disposti ad immedesimarsi in un’epoca non loro -non so, immaginare cosa poteva essere uscire per le strade mentre tutte le radio passavano Good Vibrations, o quello che era. Pet Sounds forse è un discorso differente, una cosa un po’ più oscura della media dei Beach Boys, ma anche in qualche modo uno dei primi dischi rock che si ostinavano a sognare il mondo a venire anche se non era un mondo necessariamente più innocente o positivo del mondo del 1966. Non so se sia stato il risultato di uno sforzo cosciente o il caso o il fatto che Brian Wilson fosse un genio, ma ancor oggi tocca misurarsi con dischi nuovi che sono partoriti dalla stessa visione, e ancor oggi è una visione tendenzialmente piuttosto totale, abbacinante, come volete chiamarla? Dischi di cui ad ogni ascolto sei costretto a scoprire nuove sfumature. E per i quali non devi storicizzare niente, che sono uguali oggi a com’erano cinquant’anni fa, che parlano più o meno della stessa cosa e che lo fanno con la stessa efficacia. Suppongo sia la cosa più bella che può capitare al pop.

A un certo punto uscirono le sessions, verso metà/fine anni novanta. Io le ho ascoltate solo un paio d’anni fa e ho scoperto che meraviglia fossero le versioni solo-voce. Questa canzone l’ho già postata una volta qui sopra, ma se devo pensare alla mia canzone preferita e quella che personalmente userei per descrivere Pet Sounds in tre minuti, non riesco a pensare ad altro che alla versione solo-voce di Sloop John B.

Il nuovo disco dei Deftones fa schifo ma

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Il nuovo disco dei Deftones è una palla al cazzo, principalmente perchè non ha i pezzi. Va detto che i Deftones post-Around The Fur (cioè da quando Moreno ha preso più o meno il comando della baracca) hanno sempre avuto il problema dei pezzi, ma nella prima fase si trattava di un problema del tutto marginale: c’erano dei singoloni con gli accordi e le linee vocali che sembravano scritti da Gesù e poi  c’erano quelle canzoncine medio-basse in cui Chino Moreno si cimenta in quel cantato teatrale alla Renato Zero e il gruppo che gli vanga dietro nel vano tentativo di tenere in piedi la musica. Questo problema esplose la prima volta che riuscimmo ad ascoltare il plurianticipato progetto Team Sleep: da lì in poi si è capito che ok tutto ma forse bisognava togliere un briciolo di potere al cantante. Suppongo che sia stato troppo tardi: passata la soglia psicologica dei quattro album, la canzone-riempitivo dei Deftones ha smesso di essere il perverso valà che vai bene per arrivare a dieci pezzi del disco, ed è diventata la portata principale dei dischi, e poi -negli ultimi due album- l’unica roba disponibile. Se mi ascoltassi Gore senza conoscere i Deftones penso che li troverei imbarazzanti: è una palla al cazzo e non c’è un pezzo, manco uno, che abbia la minima ragione di farsi ricordare. Non è il solo gruppo vecchio vent’anni a cui è successo, ma per loro c’è ancora una notevole fetta di appassionati disposta a spendere soldi nei loro dischi in quanto belli, o in quanto importanti oggi, e non in quanto dischi dei Deftones.

E nonostante questo non si riesce a non fare il tifo per i Deftones. Non so nemmeno dire perchè, ma anche nel momento di massima tristezza ed imbarazzo la musica dei Deftones continua ad avere una sua perversa ragione di esistere. Voglio dire, ok, capisco qual è il problema, e se fossi io a legiferare non si permetterebbe ai gruppi come loro di pubblicare musica a meno di non avere dei pezzi decenti, o comunque li si obbligherebbe ad avere almeno la buona di creanza di andare a fare shopping in giro e registrare pezzi scritti da altri. Ma va anche detto che in tutta questa fiera del non-necessaria, anche oggi circola un sacca di musica pesantemente ispirata a quella dei Deftones. Penso a Deafheaven e tutti quei gruppi trascendentalpostblackmetal che hanno mutuato la malinconia sinfonica e sfasciona del gruppo di Sacramento e l’hanno applicata ad un contesto così ridicolo che, al confronto, anche il disco peggiore dei Deftones (cioè Gore, siamo almeno onesti su questa cosa) sembra quasi il trionfo dell’innocenza e della buona fede applicata alla musica metal. E finché i gruppi di cui sopra godranno della street cred di cui godono, piuttosto continuo a fare il tifo per Stephen Carpenter, che almeno ci mena di suo e ci ha messo la faccia dal giorno uno. Non voglio dire che Gore non sia una palla al cazzo e che valga tutti i 15/20 euro che comunque (fiuu) non spendereste nel CD, ma ci sono modi molto peggiori di buttare gli stessi soldi pur sentendosi più allegri e soddisfatti.

Due pesi e due misure

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Ci sono diversi indizi a sostegno della tesi secondo cui i Radiohead siano un branco di simpaticissimi cazzari che fanno il disco e poi iniziano a ridersela pensando, ehi, hahaha, a ‘sto giro magari lo mettiamo su bittorent oppure boh lo annunciamo per giovedì e lo iniziamo a vendere mercoledì, LULZ. Ok, allora ieri è successo che i Radiohead hanno azzerato tutti i contenuti del loro sito e delle loro pagine social. Cosa ci dice questa mossa? Secondo i numerosi pareri a commento di cui ho letto ieri sera, soprattutto due cose:

  • sono i soliti geni
  • c’è un disco in arrivo.

Spero che almeno la seconda sia vera, lo dico per i fan. Magari il disco arriverà fra tre anni e nel frattempo nessuno avrà la più pallida idea di cosa stia combinando Jonny Greenwood, ma tutto sommato chi se ne frega di cosa sta combinando Jonny, giusto? L’importante è che Thom Yorke metta il muso fuori di casa di quando in quando. E vabbè. Quello che mi chiedo è: in cosa consiste il genio nel cancellare tutti i propri contenuti online?

Moltissimi anni fa, a metà del marzo di quest’anno, successe che Blu si mise fisicamente a cancellare la propria roba dai muri di Bologna. Lì era uscita fuori una giustificazione, e vabbè. In quel caso le persone ebbero da lamentarsi, qualcuno in modo un po’ comico, qualcuno in maniera assolutamente legittima. L’idea era che l’arte di Blu, una volta prodotta, era diventata di nostra proprietà e c’era un certo grado di arroganza, o di non-considerazione, nel momento in cui l’artista si era deciso a cancellarla. Poi potevano iniziare ad accavallarsi concetti di “proprietà” e “considerazione” ma quella era comunque la portata principale. Ecco, questa cosa non sta succedendo con i Radiohead, e anche qui i motivi sono due:

  • viene dato per scontato che i contenuti di un sito, di una pagina facebook o twitter, non abbiano alcun valore o rilevanza di lungo periodo, ed eliminarli può generare hype immediato senza, di fatto, avere nessun tipo di effetti collaterali o backlash;
  • il pubblico dei Radiohead è composto quasi al cento per cento da gente che non è disposta a trattare sul postulato secondo cui ogni stronzata messa in piedi dai Radiohead abbia un impatto fondamentale ed irrinunciabile sulla cultura contemporanea.

In qualche modo questo ha reso quasi impossibile anche solo pensare di poter fare un discorso sui Radiohead. Ha annullato ogni interesse legato alla loro musica, una cosa che mi dispiace mondo (perché ai tempi di King Of Limbs il gruppo riuscì perfino a trovare miracolosamente una quadra al proprio concetto, che mancava da Kid A in avanti -è un’opinione personale, ovvio), e ha reso il tutto una parossistica buffonata per cultori della comunicazione ad ogni costo. Per cui, come dicevo, speriamo che almeno arrivi un disco e che si possa parlare di quello, magari a ragion veduta. Altro che geni.

Doves cry // Fermate tutto, è morto Prince

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Even at the center of the fire 
There is cold

Ho visto Prince anni fa a Londra, in una di qualcosa come trentuno date di fila (tutte sold out in un paio di giorni), il prezzo del biglietto era il titolo del suo – allora – ultimo disco, che era un numero, e una copia del suo ultimo disco veniva regalata a tutti i presenti coppie comprese, come a dire, diamo per scontato che non lo abbiate già comprato, e come a dire, in ogni casa c’è bisogno di tante copie di questo disco quanti sono i suoi abitanti. Ecco perché io ne ho due copie. Ad ogni buon conto, il palco era circondato dal pubblico, a un certo punto alcune inservienti genere Apollonia si fecero largo tra la folla trasportando una grossa scatola d’argento su ruote (neanche troppo grossa), e la scatola, si scoprì non appena fu trasportata sul palco e aperta, conteneva Prince. Prince suonò una valanga di pezzi di quelli vecchi e classici e fichi per chi li trova fichi, 1999, Purple Rain, Darling Nikki, Kiss, Nothing Compares 2 U, cose così. Tempo mezz’ora e aveva finito. Apollonia non c’era. Darling Nikki è il mio pezzo preferito di sempre tra quelli che non fanno piangere (tra quelli che fanno piangere, invece, è Nothing Compares 2 U). Il mio disco preferito è Gold. A Londra, in anni diversi, comprai Emancipation a tre sterline da Fopp, Purple Rain in vinile (è la prima stampa e si sente come attutito), e l’album nero che era per me negli anni ’90 un Sacro Graal. Ero l’unico negli anni ’90 ad ascoltare e amare Prince in maniera esplicita, schietta e franca, per quanto ammetto di essermi vergognato con il commesso di Rinascita quando comprai il CD singolo di The Most Beautiful Girl in the World. Lui ascoltava credo gli Smiths. Dico il commesso. Incredibile pensare che una volta le due cose potessero essere vissute come contrastanti tra loro. Prince è sempre stato incomparabilmente superiore a Michael Jackson, a Madonna, a Jimi Hendrix, a tutti gli artisti bianchi, neri, ex-neri o meticci a cui in qualche modo è stato accostato. Da ragazzino sognavo di essere magro come Prince sulla copertina di Lovesexy e oggi ringrazio di non esserlo mai stato. Non viene un brivido anche a voi quando, in quella canzone, Prince canta che morirà, se lei non ci sarà lì, stasera? Prince non c’è stasera, i ladri sono entrati nel tempio. La notte dopo il concerto di Londra valutai se usare il rossetto di Vale per scrivermi sulla pancia Insatiable, come Prince, in una foto che avevo visto da ragazzino, ma lasciai perdere l’ipotesi e oggi me ne pento perché – non so perché, ma avrebbe avuto un senso.

Invece Prince è morto stasera, e non c’è niente che possiamo fare.