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I giorni scorsi mi è arrivata una newsletter di DNA Concerti che annunciava il tour autunnale di Giorgio Poi. È la classica newsletter: ci sono le date di Giorgio Poi, le info su Giorgio Poi e una foto di Giorgio Poi. Nella foto di Giorgio Poi c’è Giorgio Poi con un palloncino davanti alla faccia, e sopra il palloncino c’è disegnato Giorgio Poi che mangia un gelato con aria sconsolata. Mani avanti: non ho nessun problema con Giorgio Poi, non ho opinioni positive né negative sulla sua musica, è quella classica combinazione di musiche sgarzoline e testi sgarzolini che a volte trovo tutto sommato carina e a volte tutto sommato insopportabile (nel senso, la stessa canzone può passare da uno all’altro estremo) (è possibile avere opinioni opposte sulla stessa canzone, lo so che capita anche a voi, non dovreste vergognarvene) e va ad ingrassare quella media aritmetica del sei-e-mezzo-abbondante che detta la linea delle riviste musicali; però mi piace un casino il nome Giorgio Poi, inteso proprio come pura combo nome-cognome. Non so da dove venga ma è da quando sono piccolo che ho questa cosa un po’ autistica di ripetermi ossessivamente nella testa alcuni nomi e cognomi (tipo Jeff Mangum). Insomma, l’altra sera stavo guardando la newsletter di Giorgio Poi mentre mi ripetevo in testa il nome “Giorgio Poi”, e continuavo a fissare un punto imprecisato del vuoto all’interno della foto di Giorgio Poi, e aver passato dopo dieci minuti a poltrire intellettualmente in questo loop estenuante mi si è rimesso in funzione il cervello, così d’improvviso, e d’un tratto ero avvolto in questa angoscia assurda, in questo spleen esistenziale per interposta persona nel quale sentivo d’essere Giorgio Poi, o peggio ancora Giorgio Poi triste e depresso e disegnato su un palloncino e sostenuto da un se stesso che ha abbandonato ogni desiderio d’esser figura umana complessa. Poi è chiaro che uno si scrolla di dosso queste puttanate, ma per un momento ero davvero sopraffatto dal vuoto cosmico. In ogni caso ho deciso che la prima volta che avrò l’occasione di vedere Giorgio Poi dal vivo, cercherò di avvicinarmi a lui, gli allungherò una banconota da cinque euro e cercherò di tirarlo su con i miei migliori occhi da cucciolo, sussurrandogli “Dai, non fare così, ecco, comprati un gelato.” Però non voglio sembrare un fissato, voglio dire, lo so che si tratta di una normalissima foto promozionale e che parliamo di una cosa non esattamente decisiva nella valutazione globale di un artista o di un genere musicale. (nota post-pubblicazione: mi hanno già detto in due che è un microfono. probabilmente avete ragione, ma non vi viene comunque addosso una gran tristezza?Giusto per togliermi lo sfizio, ho comunque deciso di passare i successivi 15 minuti a cercare la foto di un musicista che desse un’idea positiva in relazione al contesto in cui veniva inserito. Che ne so, un viso sorridente, scherzoso, preso bene, rilassato, tranquillo, non troppo in posa.

Niente da fare.

Provateci anche voi: è evidente che da qualche parte qualcosa non funziona. Non è un problema circoscritto alla roba che ascolto o all’Italia; è una cosa globale, universale ed unisex. Inizi a sfogliare vieni sommerso da tutte queste foto identiche una all’altra: gruppi metal-ish incazzatissimi con barbe lunghe capelli marci e occhi sul fotografo come se gli avesse scopato la sorella, e subito dopo i cantautori depressi che guardano a terra in qualche zona degradata della città in cui vive, e poi i rapper che sborrano vogliosi sull’obiettivo indossando abiti appena usciti dalla fabbrica Adidas in Indonesia, e ci sono i musicisti vintage con addosso la combo barba/capelli/cappotto/spleen anni settanta e i residuati della new wave riprodotti coi colori seppiati della vita di merda di cui cantano da 35 anni, e quando va bene c’è qualche produttore di grido ben vestito una pianta ma praticamente nessuno sorride. Mai. Uno su quindici a dir tanto.

Tutte le volte che mi capita di pensarci, e fortunatamente non è così spesso, ne esco distrutto. Se fate il confronto con altri campi è devastante: che ne so, per ogni modella algida e incazzosa ce n’è una sorridente e piaciona; le starlette televisive hanno un’aria sbarazzina e tranquilla, gli attori grossi si fanno fotografare durante la routine quotidiana. Ma che cazzo ne so, prendete anche solo le foto aziendali nei siti e nelle brochure. Se un fotografo entrasse domattina nella mia azienda e ci dicesse “facciamo una foto di gruppo”, è ragionevole pensare che lo scatto conterrebbe cinque o sei facce sorridenti e magari uno o due impiegati che fanno gli idioti. Com’è che i musicisti, cioè gente che nell’interpretazione classica della materia ha fatto di tutto perché il grigiore della vita da ufficio non li riguardi, sembrano sempre avere una scopa infilata su per il culo? Non è tanto legato a un caso o all’altro, anche perché in tutta franchezza Giorgio Poi ha il sacrosanto diritto di farsi fotografare e disegnare sui palloncini come cazzo preferisce, e magari dietro al palloncino se la ride di stramaledetta come ci si può aspettarsi da uno che si fa fotografare in quel modo. È che c’è una questione cognitiva in ballo: ho basato tutte le mie frequentazioni musicali, forse con troppo ottimismo, sull’idea che suonare/ascoltare la musica sia divertente. È vero che non ho mai suonato in un gruppo e mi sono perso tutta la parte di situazioni penose, stenti, difficoltà nel ghetto, letti scomodi, promoter disonesti, abbrutimento del vestiario e generico disagio, ma pensavo che alla fine della fiera salire sul palco e suonare la batteria fosse divertente, e che questa cosa del divertirsi sia la principale ragione per cui la gente continua a suonare. Mi sbaglio? Quand’è che le cose sono cambiate? Perché le pagine delle riviste sono così piene di depressi cronici e titanici personaggi ingabbiati nel loro cliché, come se suonassero per pagare gli strozzini, come se ogni cosa bella legata alla musica scomparisse magicamente ogni volta che qualcuno prova a introdurre una fotocamera dentro al locale?

(Ora, è chiaro che in certi contesti questo problema non si pone. Ad esempio se sei un artista pop ultraemerso è possibile che le foto che pubblichi siano il risultato di un incontro tra sei o sette uffici competenti in materia, che magari stanno cercando di vendere un certo concetto umano attraverso un certo modo di farti cadere luce addosso al viso accigliato. Ma quest’idea tocca una minoranza assoluta di artisti e va studiata cercando di eliminare il fattore umanità dall’equazione -è una cosa che tra l’altro mi è venuta in mente guardando il documentario su Lady Gaga, quello uscito in questi giorni in cui lei a un certo punto si fa riprendere da un cameraman mentre fa sentire per la prima volta a sua nonna una canzone dedicata alla figlia di lei morta diciannovenne (ma non badate a me, tutti quanti stan dicendo che Five Foot Two è un capolavoro di intimità e delicatezza))

Magari uno può dire che è importante apparire e promuoversi in un certo modo, che la foto serve a vendere in qualche modo un’idea di musica, e poi comunque la fotografia è una forma d’arte in sé che può non riflettere necessariamente gli stati d’animo e bla bla bla. Però poi quelle foto vanno a decorare la  back cover di dischi comprati da trentenni, e i servizi a tema in riviste comprate da trentenni. Quando dico trentenni so di esagerare per difetto. Così hai il gruppo doom sludge vestito di nero con le facce accigliate, e il musicista indie in pieno effetto Baudelaire, che suonano e registrano musica destinata a un branco di vecchietti. Domanda stupida: avete amici trentenni che si esaltano a guardare le foto dei gruppi metal incazzosi? O anche: berreste volentieri una birra con i tizi ritratti nella foto? O anche: se foste i gestori di un bar che fa concerti il venerdì sera, ospitereste questa gente a suonare nel vostro locale basandovi solo sulla foto? Vi danno l’idea di poter svolgere un buon lavoro di intrattenitori?

Non so quando le cose siano cambiate. Nella mia percezione non sono sempre state così, ecco: se guardate i dischi del passato nella vostra collezione, c’era quantomeno un margine di errore. Non voglio tirare fuori la roba edonista stile glam metal -anche se mediamente le foto dei gruppi glam metal davano l’idea di gente che si divertiva, ecco. Ma ad esempio Reign In Blood ha questa copertina angosciante coi caproni e le teste mozzate e la musica violentissima e tutta quella roba nazista nei testi, ma c’è anche una foto dietro al disco con quattro normalissimi ventenni presi bene, che cazzeggiano con le lattine di birra e si tirano i capelli a vicenda. Come minimo uno guarda la foto e pensa che questi qua siano amici, e che magari nella loro testa quella musica possa essere divertente. Il che, peraltro, è uno dei concetti chiave per capire appieno Reign In Blood. Ma pure i Beatles, per dire, facevano un sacco di gag idiote durante i servizi fotografici; ancora oggi Paul McCartney è più facile vederlo con gli occhi vispi da vecchietto del pop, e quell’espressione che si ritrova addosso è una parte fondamentale della sua grandezza artistica. Tipo io non sopporto i Beatles, musicalmente, ma una cena con Paul McCartney me la farei al volo, capace che alla fine paga pure il conto. Oggi di quella roba lì non è rimasto quasi nulla: il musicista pop medio, in qualunque fascia di età, continua a cercare quell’impatto fotografico brutale alla Joy Division. Sicuramente Anton Corbijn non è mai passato di moda, e non credo ci sia davvero un problema in questa cosa. Semmai il problema è che sono passati di moda tutti gli altri. Poi ti capita anche, per dire, di vedere gente della scena che posa nelle nuove campagne di Gucci, e tutto sommato sei contento per quelli di loro che hanno improntato la loro poetica artistica dell’ultimo decennio per finire in queste campagne. E poi li guardi in faccia e sono presi malissimo pure lì.

Sono anni che si parla di crisi artistica di questo o quel genere musicale (praticamente sono tutti in crisi a parte il rap, nel quale non c’è una crisi ma tipo una spaccatura), e se ne parla in termini di pubblico o in termini di influenza sui costumi o in termini di che cosa ascoltano i quindicenni, o in termini economici. Quasi nessuno parla mai di crisi della rappresentazione visiva dei concetti musicali, anche perché solo a scriverlo c’è da sentirsi degli scacciafiga, e un po’ perché si tratta di una delle tante situazioni di stallo della contemporaneità in cui non c’è modo di trovare un povero cristo che abbia il coraggio di alzarsi e dire “è colpa mia”. Gli artisti e i fotografi si possono buttare addosso la responsabilità a vicenda, l’ufficio stampa non ha altre foto a disposizione, la redazione sta chiudendo il numero, il lettore se ne batte il cazzo e la somma aritmetica del tutto è sempre e solo

Grant Hart (1961-2017)


Una cosa la devo ammettere: ci ho sempre sperato. Ci speravo prima che le reunion andassero di moda e ho continuato a sperarci quando le reunion sono diventate una tappa semiobbligatoria per qualsiasi gruppo rock che avesse contato anche solo un po’ fino agli anni novanta. E ho continuato a sperarci un paio d’anni dopo, quando la reunion di un gruppo era normale come il primo demo, una semplice realtà dei fatti con cui semplicemente toccava fare i conti. E ci ho sperato ancora, quando vedevo i gruppi riformarsi un anno dopo aver finito di incassare i soldi del tour d’addio. E più la situazione diventava patetica, più pagliaccesche e rovinose e insensate diventavano le reunion, più ci ho sperato. E più m’incazzavo coi gruppi che lo facevano, più ci speravo. Le voci erano brutte, si diceva che non si guardassero manco più in faccia, si diceva che tra cause e intermediari e diritti sul catalogo storico una cosa del genere non fosse manco pensabile. Poi vedevi Grant Hart scheletrico in qualche documentario e leggevi la biografia di Mould e capivi certe cose, ed è sempre stato facile razionalizzare e calmare la testa su questa cosa, ma col cuore mi sento di dire di non aver mai smesso di sperarci. Un giorno avrei fatto una cinquantina di chilometri e pagato il biglietto, e li avrei visti tutti e tre sullo stesso palco, e loro avrebbero fatto tutte le canzoni a cui potevo pensare, tutte attaccate e senza dire una parola tra un pezzo e l’altro come si sente nei video e nei bootleg, tutto Warehouse in fila e poi due ore di canzoni dai dischi prima, rigidamente alternati –una di Bob Mould e una di Grant Hart. Che poi è la stessa cosa che mi è successa questa mattina, quando mi hanno detto “è morto Grant Hart” e l’ho letto su Variety e non c’era nessun’altra conferma in giro e con la testa lo sai che è vero ma il cuore delle volte continua a battere con la sua velocità e continua a buttar sangue e a sperarci anche dopo che la notizia l’han ribattuta tutti quanti, e adesso pian piano vedrai che si ferma

Mount Eerie il corvo e le iperboli

Per tutta una serie di cose che ho visto e letto ultimamente sto attraversando una fase di vergogna per il quantitativo di iperboli che metto nella roba che scrivo. Oddio, mi sono sempre vergognato un po’ di queste cose, ma di recente lo trovo intollerabile. Ad esempio se un disco è rumoroso può capitarmi di definirlo “devastante”, e la maggior parte della musica che ascolto non mi devasta affatto (non riesce manco a far friggere le casse dell’autoradio, su). Il 99% di ciò che definisco “incredibile”, “spaventoso” e “orribile” non mi provoca alcun sentimento di incredulità, spavento e orrore. Utilizzo queste espressioni per dare un briciolo di brio alla roba che scrivo, un po’ per non sentirmi il redattore di una rivista di giardinaggio e un po’ perché voi siete anche peggio di me. C’è una regola non scritta per cui si scrive di musica come se la musica fosse un’esperienza mistica totale che rende impossibile fare altro, il che è abbastanza ipocrita se considero il fatto che spesso ascoltiamo i dischi in streaming su Youtube per non doverci alzare e mettere su il CD. Provate a sfogliare una rivista o un sito di musica e sottolineare le palesi esagerazioni/stronzate che ci trovate dentro: non se ne esce vivi, nel senso che ce ne sono migliaia ad ogni pagina, cioè centinaia, cioè almeno una o due. Sarebbe fichissimo riuscire a sistemare questa cosa con un qualche tipo di decreto ingiuntivo internazionale: dal giorno 9 maggio 2017 sarà impedito a chi scrive di musica di utilizzare iperboli. Giugno 2017, Car Seat Headrest disco del mese su XXXXXXX. Recensione: “Ci si può rendere conto fin dal nome che abbiamo scelto che questo mese non ci sono dischi particolarmente degni di nota o coinvolgenti, men che meno personaggi a cui valga davvero la pena di dedicare una recensione di 4000 battute piuttosto che le canoniche 800/1000. Dal punto di vista statistico è ragionevole pensare il mese prossimo ospiteremo in questo stesso spazio spazio un nome ancor meno interessante. Questo disco comunque è carino, almeno quattro delle canzoni contenute al suo interno raggiungono la sufficienza piena, ma non abbiamo alcuna intenzione di lanciarci in elucubrazioni senza senso che spieghino cosa ha di diverso da qualunque altro disco di questo genere”. Sarebbe meraviglioso, oltre che onesto (cioè sarebbe carino, oltre che non del tutto disonesto). Non lo facciamo solo perché nessuno può permettersi di perdere la faccia per primo.
Il principale problema di questo approccio è che a lungo andare è impossibile distinguere tra un disco che definisci “sconvolgente” e un disco che effettivamente ti sconvolge. I dischi che mi hanno sconvolto sono una parte minuscola di tutta la mia discografia, intendo quelli che mi hanno sconvolto secondo la definizione di sconvolgente che troviamo sul sito di Treccani: “part.pres. sconvolgènte, anche come agg., che suscita forti emozioni, che provoca un grande turbamento interiore”. Quali dischi hanno provocato in voi un grande turbamento interiore? Quali dischi dal cui ascolto siete usciti letteralmente a pezzi? È un’altra cosa che mi chiedo spesso di questi tempi. C’è una canzone che si chiama Real Death, è uscita qualche settimana fa. L’ha scritta Mount Eerie, cioè Phil Elverum, ed è una canzone che mi ha sconvolto. Parla di sua moglie, della sua morte, del modo in cui la morte arriva e ti cambia le cose. E poi parla di un giorno, una settimana dopo la morte, in cui arriva un pacco postale con dentro un regalo che lei aveva comprato in segreto prima di morire -uno zainetto per quando la figlia piccola sarebbe dovuta andare a scuola.
Ho avuto la fortuna di vedere un concerto di Mount Eerie, una volta. Ero a questo festival e dopo cinque o sei ore di fricchettoni alt-post-weird-harsh-noise è salito sul palco lui. Il concerto doveva essere un concerto dei Microphones, cioè, nella locandina c’era scritto The Microphones, ma sul palco al posto del gruppo c’era un tizio con una chitarra elettrica e un amplificatore minuscolo di quelli che credo si usino per suonare in cameretta. La cosa venne spiegata dal cantante, mentre strimpellava la chitarra “mi chiamo Phil e nel poster c’è scritto che questo dovrebbe essere un concerto dei Microphones, però io in realtà suono a nome Mount Eerie. The Microphones era il nome del gruppo dove suonavo ma adesso ci siamo sciolti.” Sul momento non si era capito, ma questa in realtà era più o meno la prima canzone del set, o comunque il set di canzoni non era molto diverso: melodie strane appena accennate che duravano dai venti secondi ai due minuti, senza usarci la cortesia di una strofa o di un ritornello. Giusto una vocina stentorea, due arpeggi di una chitarra suonata pianissimo, testi che parlavano di spiritualità e amore e di essere lì quella sera –c’era anche una specie di canzone sull’essere lì in quel momento e sull’aver pagato il biglietto o essere sulla guestlist. Lui era vestito di bianco, completamente di bianco (e questa non è un’iperbole: aveva una maglietta della salute bianca su un paio di pantaloni bianchi di cotone e portava un paio di calzini bianchi di quelli con il buco separato per il pollicione, con cui poteva indossare un paio di infradito bianche), completamente immobile e con un’espressione da impiegato sul viso. Per far capire che il pezzo era finito incrociava una gamba dietro l’altra, e le piegava leggermente ad accennare una specie di inchino. Oltre a far sostanzialmente sparire il ricordo di qualsiasi altro concerto avessi visto quel giorno, Mt Eerie mi ha rovinato qualunque altro concerto io abbia visto nei mesi a venire: chiunque in confronto a lui sembrava un poser esaltato senza alcuna ragione di esistere. Poi piano piano mi sono riconvertito al rockenroll e alle iperboli e alla gente che sudava e piangeva per finta sul microfono, e ho limitato le mie frequentazioni di Mt Eerie all’interesse per i numerosi dischi che Phil Elvrum, poi diventato Elverum, ha fatto uscire da allora –nessuno brutto, per quanto bizzarri e fuori asse potessero essere.
Da un anno a questa parte la morte è diventata un argomento centrale del pop. Abbiamo fatto il palato a dischi che parlano della morte di un figlio (Cave), a dischi registrati da artisti morenti (Bowie, Cohen), eccetera. Il più duro di tutti esce in questi giorni: si chiama A Crow Looked At Me ed è il primo album scritto da Phil Elverum dopo la morte della moglie Genevieve Castrée. Della storia è facile leggere in giro, quindi mi risparmio la fatica di ri-raccontarla. È un disco che parla della morte di una persona, e della vita di quelli che le sono sopravvissuti, con lo stesso tono con cui Phil Elverum spiegava che i Microphones erano il gruppo prima. Non è il primo disco a parlare della morte né il primo a parlarne così da vicino, ma è quel tono a renderlo così duro: nel giro di un pezzo è come se fosse morta la moglie del tuo migliore amico, e per una volta è una sensazione che rimane nell’aria anche dopo che hai staccato la musica Potrei dire che A Crow Looked at Me è uno dei dischi più sconvolgenti/destabilizzanti/tristi/commoventi che io abbia mai ascoltato; ma significherebbe più che altro ammettere di aver utilizzato questi aggettivi troppo spesso a sproposito, e di questo sono spiacente.

la Lambada

La prima festa delle medie della mia vita si svolge a casa della Serena. Siamo due sezioni e qualcuno dovrebbe limonare con qualcun altro, così è una festa con due classi (la B e la C). dicono che la Sara sa ballare la Lambada e a un certo punto diventa imperativo trovare il nastro, perché a quanto pare ballare la Lambada è una cosa ai limiti del porno. I nostri fratelli maggiori non sono utili a reperire il nastro, ma Gabriele dice che sua cugina l’ha comprato e può doppiarlo. La riesce a rimediare il giorno stesso, un sacco di storiacce logistiche per riuscire a portare quella cazzo di cassetta alla festa. La probabilità che io riesca a limonare stasera è pari a quella che Vasco Rossi si presenti alla festa, ma passo comunque un’ora abbondante a scegliere i pantaloni e la maglia da mettere. Gli altri, siccome sono il più piccolo, hanno manifestato l’intenzione di farmi ubriacare. La sera arriviamo tutti puntuali o in anticipo, le mamme hanno scoperto che qualcuno vorrebbe portare la birra e quindi si fermano a controllare che non ci siano alcolici. Tommaso riesce a portare un pacchetto di sigarette, a un certo punto escono fuori in cinque sei a fumare di nascosto. Quando rientrano si sente l’odore e alcune delle ragazze li guardano come se fossero dei tossici. Poi la Sara la Lambada si vergogna un po’ a ballarla davanti a noi, ma quel minutino in cui l’accenna per me è una cosa da infarto. Dopo la Lambada c’è la bottiglia (io capito con la Miriana che dice “che schifo” e si rifiuta), e poi si balla con la scopa (Margherita di Cocciante) e a un certo punto si fa un gioco col buio. Tapparella arriverà un sacco di anni dopo e la spiegherà piuttosto bene.

Immagino che la Lambada possa concorrere al titolo di peggior singolo di tutti i tempi. Non sapevo chi la cantasse fino a tre minuti fa, e anche ora credo dovrei fare copia incolla, ma dicono che sia stata trovata morta carbonizzata dentro una macchina. Brutta fine.

Mancarone.

Il metal estremo ci ha fatto diventare impiegati di basso livello

hanneman_prismo

La cosa più eroica che feci nei miei anni da cattolico fu quella volta che venni scelto per farmi fare la lavanda dei piedi dal prete il giovedì santo. Mia mamma mi aveva raccomandato di lavare bene i piedi prima di andare sull’altare a farmeli lavare, ma mi sembrava che come cosa avesse poco senso e così mi impuntai sull’andar su con i calzini vecchi e le scarpe da tennis. Il prete fece questo viso schifato e credo che qualcuno nelle alte sfere della comunità cattolica abbia sentito il bisogno di dissociarsi dal mio gesto. Mi avevano scelto come rappresentante di quelli che dovevano passare la cresima, il che colloca lo svolgersi dei fatti intorno al 1989 -dodici anni ancora da compiere. Non sono mai stato molestato da un prete ma credo di ricordarne uno in abiti civili che ci spiegava il vangelo e la fede con un’erezione in corso, non tanto per dire che a volte le cose ti succedono sotto gli occhi e non lo sai, quanto per fornire una specie di sottotesto all’idea che anche la purezza e la fede sono -in qualche misura- molto molto eccitanti. Gli Slayer invece li ho conosciuti durante l’adolescenza ed è sempre una questione di scambi con tizi improbabili, o almeno a Cesena succede così: qualcuno ha un disco in casa che gli ha passato un vicino o uno con cui andavano a rugby. Il rugby è una specie di storia a sè, comunque -a quanto ricordo- in quegli anni il Cesena Rugby fosse abbastanza quotato, e cercavano nuove reclute. Uno dei miei compagni di classe ci giocava da titolare, credo che a un certo punto abbia fatto le selezioni per la nazionale o cose così, e a un certo punto provò a mettere quasi tutti i compagni maschi dentro la squadra. Quando dico “quasi tutti” intendo sostanzialmente tutti tranne me -io ero il più piccolo e gracile e malnutrito (dio che tempi), e la sola idea di mettermi in un campo a fare cose con gente flippata con il fango e gli scontri fisici sarebbe stata vista -credo- come una forma manifesta di sadismo o la tacita ammissione che il Cesena Rugby Team era alla canna del gas. Un paio di miei compagni però si esaltarono all’idea e si presentarono a qualche allenamento. Nei pochi racconti me la figuro come la cosa più vicina all’idea di bullismo tipico dei teen movie americani: a quanto pare il rugby, diversamente dal calcio, non si fonda sull’idea di permettere a chiunque abbia un blando interesse di praticare lo sport, e poi magari continuare a fornirgli occasioni in forma di associazioni sportive; il rugby seleziona i puri, i superumani, e fa fuori tutti gli altri nel giro di una settimana. La settimana successiva i ragazzi avevano fatto un conto di massima delle contusioni e s’erano ritirati. Non li biasimo: l’anno precedente avevo iniziato ad interessarmi allo skateboard, e ho abbandonato non appena ho visto qualche goccia di sangue. Immagino che il metal e il punk trovino terreno fertile presso i passivo-aggressivi: al di là della letteratura di genere (quasi tutta falsa e offensiva, oltre che -mediamente- di pessima qualità) l’idea di alzare il volume e sfogare la tensione in cameretta non riguarda quasi mai le persone disposte a prendersi a ceffoni nella vita vera. Non è per niente un caso che i luna park, gli autoscontri e le fiere di paese (cioè i posti in cui era più probabile finire in una rissa tra cinquanta adolescenti maschi) siano posti in cui la musica faceva sempre e solo cagare. Un altro dato interessante? Nessuno dei più rissosi tra i miei conoscenti è mai stato coinvolto con il metal o la techno militante, erano quasi tutti tipi apparentemente tranquilli a cui mia madre avrebbe dato in sposa la sua figlia primogenita, fortunatamente mai esistita. C’è qualche sovrapposizione tra metallari e tossici, ma perlopiù riguardava le declinazioni più passive della tossicodipendenza (in breve: più eroina e droghe sintetiche a poco, meno coca). Ai concerti e nei locali col pogo, invece, era ammesso prendersi a spinte durante la canzone ma poi si stava tutti tranquilli e rilassati. Quelli sbronzi che rompevano il cazzo venivano trattati coi guanti e tenuti a distanza. Molti di noi smettono in fretta il cattolicesimo, ma quasi nessuno si approccia a satanismo paganesimo o altre religioni. Così, una delle teorie è che il metal estremo abbia contribuito in maniera determinante a creare una generazione di mansueti, di gente passiva, di impiegati con la camicia da venticinque euro comprata all’oviesse che magari sbattuti in una giungla a cinque anni avrebbero potuto diventare cannibali ma già al primo anno di università sarebbe stato impossibile redimere. In questo senso, se siete appassionati di musica pesante, forse potete ceimentarvi in un esercizio di psicanalisi a rovescio e ripercorrere la vostra vita a ritroso, alla ricerca di tutti gli episodi in cui avrebbe dovuto esserci un sano trauma formativo e invece c’è stato un disco metal. Così finisce che ti trovi a pensare ad atti di eroismo come quella volta che ti sei fatto la lavanda dei piedi puzzolenti, e tutto il resto della roba che c’è qua dentro. A un certo punto per quanto mi riguarda sono arrivati gli Slayer e quando arrivano gli Slayer è sempre un po’ un colpo di teatro -quello che c’era prima tende a sfumare, quello che arriva dopo deve avere certe caratteristiche. Gli Slayer erano violenti e malvagi e mi hanno tenuto buono e tranquillo, ma tutto sommato nella vita poteva andarmi peggio, e quindi grazie.

Tutto questo pippone per dire che ho scritto un articolo molto lungo in cui ripercorro tutta la storia di Reign In Blood, che qualche giorno fa ha compiuto trent’anni. Lo trovate su Prismo e credo che valga la pena di leggerlo.

L’illustrazione è un santino commemorativo di Jeff Hanneman realizzato da Marcello Crescenzi/Rise Above per il SoloMacello Fest del 2013.

Limitante

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(Any Other, 10 agosto 2016, Hana-Bi. La foto è scattata prima che cominciassero ed è sfocata ma giuro che erano loro)

La settimana scorsa, su un sito di cinema nel quale scrivo sotto pseudonimo, abbiamo parlato di una serie TV. Mi è scappato detto che è “una delle mie serie preferite di sempre”: una persona, nei commenti, ha obiettato che questo genere di frasi roboanti tolgono molto piacere alla lettura -poi magari la serie te la vai a guardare e scopri che è una cosetta da sei e mezzo che è piaciuta solo a me. A mia parziale discolpa, quando lo scrivo lo penso davvero. Non riesco a pensare ad altro e lo devo scrivere, in qualche modo: in questo particolare momento, nella mia vita, questa cosa ha tutta l’importanza del mondo. Domattina dovrò comunque alzarmi e comprare il pane, prenotare delle analisi o occuparmi di qualche altro problema di questo tipo. Di concerti come quello che ho visto stasera ne avrò visti mille: gruppi basso-chitarra-batteria che suonano da fermi e fanno solo le loro canzoni. Durante il concerto non è successo niente di speciale, non si è menato nessuno, la gente non faceva i cori, il bassista non ha collassato a terra ubriaco. Hanno suonato una mezz’oretta le canzoni del loro disco, non si muovevano, non c’erano i video, lei non ha spiaccicato parola. Di piccole magie come quella che è successa stasera, anche quelle, ne ho viste capitare a centinaia. Il gruppo parte un po’ timido e ingrana subito e suona da dio e le persone davanti, che prima erano cinque, adesso sono venti -e tra due pezzi saranno cinquanta, e in tanti smettono di chiacchierare anche se sono venuti a vedere L’Orso che suona dopo, e alla fine delle canzoni applaudono tutti e qualcuno urla e la gente sta bene. Il gruppo non ha fatto niente di particolare perchè succeda, ha tenuto la testa bassa, ha continuato a suonare le sue canzoni, niente di clamoroso. Certo, sono belle canzoni e le hanno suonate bene. Adele sembra fatta per star lì a morire d’imbarazzo con la sua chitarra, e quel filo di voce che in realtà è potentissima e perfetta e ogni tanto urla come una pazza e poi deve cantare una parte sussurrata ma le prime note vanno un po’ a puttane perchè ha spinto troppo sulla voce. Forse posso trovare un dato statistico che riesca a differenziare questo concerto da tutti gli altri che ho visto, e lo riesca ad inserire ragionevolmente nel mio percorso di crescita personale -magari è la prima volta nella vita che rimango stregato da un gruppo di persone che hanno la metà dei miei anni, che letteralmente sono troppo giovani anche per essere i miei fratelli minori. Ma le iperboli funzionano bene solo se hai un briciolo di coscienza di cosa stai dicendo, e di chi sono le persone a cui parli. Quelli che vanno a vedere questi concerti hanno smesso da tempo di cercare l’insolito o il soprannaturale.

Un’altra cosa che ho letto questa settimana era sul fatto che oggigiorno esce troppa musica, che è quasi tutta mediocre e i giornalisti musicali non riescono più a starci dietro. L’ho trovato odioso, quando l’ho letto così, e non ho molti controargomenti -è odioso e basta. Poi magari anch’io cerco di non farmi coinvolgere nelle dinamiche promozionali della rece e dell’intervista e dello streaming, e anche qui posso giustificarmi solo dicendo che, insomma, non è il mio lavoro e ci ho messo fatica e impegno per far sì che non lo sia. Quello che ci ho guadagnato in cambio è il privilegio di poter ancora assistere a un concerto piccolo piccolo che mi faccia venire la pelle d’oca, e sentire il bisogno di tornare a casa a scriverci sopra che ancora il concerto non è finito. È successo centinaia di volte ed è sempre bellissimo, è una cosa che mi tiene in pace con me stesso e credo sia il motivo per cui continuo a farlo. Come faccio a dire di cosa si tratta di preciso? È musica. A volte va male, a volte va bene, a volte viene voglia di partire con le iperboli e chi ti legge deve avere la malizia di fare la tara. Concerto della vita.

PITCHFORKIANA metà 2016 (7.3 politico a tutti i dischi)

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DAGS! – SNOWED IN/STORMED OUT di loro dicemmo già ai tempi del primo disco, uscito un paio d’anni fa circa, un’epoca storica in cui eravamo ancora tutti felici di essere tristi, almeno dal punto di vista musicale. Dei Dags inizi a goderti i dischi già solo a leggere i titoli delle canzoni, e questo disco loro mi sembra più bello e compatto di quello prima, quindi BELLA PER LORO. 7.3

LEUTE – 9 SONGS stando alle parole di quelli di Legno, quello dei Leute è il primo disco da loro pubblicato “in cui non suoniamo noi o amici strettissimi” (il giro FBYC, insomma). È sicuramente un disco emocore, più o meno di scuola Crash of Rhinos, quindi di scuola Settlefish, quindi di scuola Braid/Cap’n’Jazz. A questa cosa vanno aggiunti svariati momenti di cantato senza cori in cui compare un po’ a buffo un vocione baritonale stile Tindersticks o The National. A raccontarla così sembra una gran minchiata, ma in realtà è davvero molto molto bello. 7.3

BIG CREAM – CREAMY TALES l’altro giorno ho letto un articolo su qualche rivista, forse un femminile o boh, per cui gli Any Other sono il miglior gruppo italiano in attività, ed è davvero fichissimo che escano articoli del genere -magari qualcuno può accorgersi che esistono altri gruppi tipo gli Any Other (bravissimi, eh, sia chiaro).  Ad esempio ci sono i Big Cream, giovincelli che vengono (credo) da Bologna e suonano canzoni rumorose tra Silkworm e Sebadoh. Molto molto aspri, melodie appena appena prendibili, pochi fronzoli, un sacco di fischi e di casino, disco di 80 minuti circa (nel senso che dura 20 minuti e lo si ascolta 4 volte a fila). 7.3

CRTVTR – STREAMO non trovo la conversazione ma sono convinto che sia successa questa cosa: un tizio dei CRTVTR mi aveva mandato un disco via email, io l’ascoltai e gli dissi, sì è carino ma a me queste cose con le chitarrine così sottili non è che mi esaltino particolarmente. E lui mi disse, ok, sì, ma a me la chitarra mi piace così tagliente, e quindi la suono così, io gli dissi va bene, no problema. Mica lo trovi tutti i giorni un tizio che ti viene a cagare il cazzo per come suona la chitarra nel tuo gruppo. Però insomma quando ho ascoltato STREAMO ho pensato che le chitarre sono molto più grosse di come me le ricordavo, e non credo che abbiano ingrossato le chitarre per fare un piacere a me anche perchè se devo essere sincero non sono convinto al 100% che questa conversazione sia stata davvero con un tizio dei CRTVTR. Però il disco è molto bello, sobrio in culo ma bello fluido, un po’ tipo TIOGS ma più dritto. 7.3

BUE – KIND OF BUE Esiste un disco con questo titolo. 7.3

AUTECHRE – ELSEQ 1-5 Pitchfork, che si prende il disturbo di recensire i cinque dischi separatamente, dice che ELSEQ: “is an equivalent of a Netflix series binge”, ecco, vaffanculo. Disco dell’estate definitivo. 7.3

CAR SEAT HEADREST – TEENS OF DENIAL Conosciuta anche come sindrome di Devendra Banhart, un morbo piuttosto comune per cui un cantante scalcagnato viene raccattato sotto un ponte da un’etichetta figa e nel giro di un disco diventa Win Butler. Gli effetti sugli artisti della sindrome di Devendra Banhart sono principalmente tre: 1 fanno il disco dell’anno in corso, 2 non ci mettono molto a sparire dalla circolazione, 3 dopo cinque anni ti riascolti il loro disco dell’anno e provi un vistoso imbarazzo per averlo anche solo preso in considerazione. Non so se Car Seat Headrest sia affetto da sindrome di Devendra Banhart ma il disco mi sta piaciucchiando e questo non può davvero essere un buon segnale. 7.3

WRONG – S/T Copertina con foto bruttissima in bianco e nero, il nome del gruppo in stampatello grandissimo, la tracklist con tutte le canzoni con titoli di una parola-massimo due. Non serve manco di mettere su il disco per capire che musica contiene. Quello che non ci si aspetta, invece, è che una roba così violenta e incazzosa venga fuori da un gruppo composto di ex membri di gruppacci tipo Torche e Kylesa. Comunque siamo dalle parti degli Helmet, quelli dei primi singoli che al confronto già Strap It On sembrava roba sputtanata, mischiati con un po’ di rock’n’roll aggro alla Entombed. Calci nei denti, totalmente pretestuoso e inutile, possibile disco dell’anno. 7.3

Un pensierino su Rino Gaetano a 35 anni dalla morte


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Rino Gaetano l’ho conosciuto a dodici anni circa perché era obbligatorio avere Gianna nelle cassette miste da festa. Le mettevi e tutti dicevano EVVIVA LA FIGA invece che evviva la vita. Ho scoperto che non era una caratteristica dei miei amici: ancora oggi capita di andare in qualche locale trucido in cui il dj abbassa il volume della canzone per far urlare EVVIVA LA FIGA alle persone in pista. Si sganasciano tutti ogni volta. Poi ho letto un botto di roba su di lui e alla fine ho anche comprato dei dischi, ma non è un granché. Forse in vita era sottovalutato ma sicuramente in morte è sopravvalutato, non ho mai sentito nessuno che dicesse apertamente “mi fa cagare”. Ci sarà pure qualcun altro a cui Rino Gaetano fa cagare, no? Importantissimo romanticissimo e tutto ma mi fa cagare. Oh, e se qualcuno mi puntasse una pistola alla testa e mi chiedesse di scegliere tra Gianna e qualsiasi altra canzone di Rino Gaetano, credo che sceglierei Gianna. E se qualcuno mi puntasse una pistola alla testa e mi chiedesse di scegliere tra la vita e la figa, credo che sceglierei la vita.

Sleep now in the facepalm

REM003-2

Non credo moltissimo all’invecchiamento della musica come categoria critica. Cioè, sicuramente alcuna musica è “invecchiata” peggio di altra musica, ma dipende dalla cultura fuori, non dalla musica in sè. Ad esempio i Gang Of Four per quanto mi riguarda sono invecchiati malissimo, ma se non fossero stati presi di peso per confezionare ogni singolo disco rock uscito tra il 2003 e il 2008 probabilmente sarebbero ancora roba freschissima; il fatto di aver dovuto ascoltare Damaged Goods un paio di migliaia di volte più di quelle che mi sarebbe piaciuto, probabilmente oggi proverei ancora un qualche piacere nell’ascoltarli. Non c’è niente che faccia male ai gruppi quanto un’imitazione massiccia e diffusa: lo sanno bene i Rage Against The Machine. Finchè il cosiddetto rap-metal era un affare limitato a loro e a un’altra dozzina di gruppi sparsi in giro per gli anni novanta (Downset, Dog Eat Dog, Biohazard e roba così), sembrava roba freschissima e abbastanza basilare/stronza da potercisi innamorare in tempo zero. Poi è arrivata l’epoca in cui tutto doveva essere ibridato e a 360°, e si poteva senz’altro preferire i RATM a tutti i Limp Bizkit del caso, ma per quanto ancora sarebbe stato possibile ascoltarli senza farsi venire l’orchite e/o ritenerli responsabili di tutta la merda che era venuta dopo? Insomma, quando qualche mese fa (fine marzo, più o meno) è uscita l’indiscrezione secondo cui i Rage Against The Machine fossero chiusi in studio per preparare un disco contro Donald Trump, eravamo così vicini a Povia che non era manco necessario mettersi a fare dei distinguo in onore dei vecchi tempi.

 

In ogni caso, anche volendo separare i RATM dall’ingloriosa fine del nu-metal, ci sono parecchie ragioni oggettive per detestarli dal 2000 in poi (ma anche e soprattutto in generale). Forse bisogna partire dalla dichiarazione rilasciata dal cantante, fine 2000, a commento della sua uscita dalla band. A quei tempi le coltellate stanno già volando, si dice da anni: secondo Zack De La Rocha, il livello dello scontro in seno al gruppo è talmente alto da rendere quasi impossibile prendere qualsiasi tipo di decisione. Le voci di scioglimento, del resto, accompagnano il gruppo fin da prima che uscisse Evil Empire. Dopo l’uscita di Zack De La Rocha iniziano a venir fuori cose: il cantante che si mette di traverso su quasi tutto, dipinto dagli altri come una persona umorale e volubile, generalmente poco affidabile, responsabile di aver mandato all’aria un tour già chiuso assieme ai Beastie Boys e altre cose di contorno. Il gruppo si dichiara da subito intenzionato a proseguire con un nuovo cantante, anche se la ricerca di un sostituto durerà anni. Su De La Rocha, al contempo, hanno già iniziato a circolare da mesi/anni alcune voci che lo danno impegnato nella realizzazione del suo primo album solista, che le indiscrezioni sembrano indicare essere una sorta di opera definitiva del rap politicizzato (con collaborazioni di gente tipo ?uestlove, Dj Shadow e non ricordo manco più chi altri). È una delle tante prove a testimonianza di una vox populi che serpeggia da anni: un gruppo totalmente incapace di esplorare territori diversi da quelli con cui è diventato famoso, un cantante innamorato della musica pop che sta uscendo, la frustrazione che ne consegue. Ad ulteriore sostegno di questa teoria, mentre i RATM fanno uscire a strettissimo giro un disco di cover, il DVD di un concerto e un disco live, a un certo punto sembra quasi ufficiale che il nuovo cantante dei RATM sarà B-Real dei Cypress Hill, amici di vecchia data del gruppo. E già qui siamo in pura zona-LOL, nel senso, la scelta meno rischiosa possibile e la seria intenzione di volersi trasformare in una barzelletta vivente. Negli stessi anni del resto i Cypress Hill stessi si stanno spostando scientemente dal quasi-hardcore dei loro dischi fighi al crossover imbruttito di quella cafonata di Skull&Bones. In realtà non è nemmeno il peggiore degli scenari possibili, come la storia avrà cura di dimostrare: l’indiscrezione di B-Real si dimostra infondata, e i RATM si ritrovano nello studio di Rick Rubin assieme a Chris Cornell. È l’inizio degli Audioslave: rock cafone anni novanta sintetizzato in provetta, totalmente insensato in ottica post-RATM ma molto sensato in ottica post-Soundgarden. I dischi degli Audioslave sono antipatici più che brutti, non so, è difficile spiegarlo. Hanno anche del buono dentro, o Michael Mann non sarebbe riuscito ad utilizzarli per alcune delle scene di cinema più belle mai realizzate, ma è roba talmente ipertrofica da far sembrare i Foo Fighters un monumento alla sobrietà. Il disco di Zack De La Rocha, comunque, non riesce ad uscire prima dell’esordio degli Audioslave, lasciando al gruppo la possibilità di colmare il vuoto lasciato nella fanbase dei RATM, vendere un fantastilione di copie. Ne seguono altri due, realizzati in fretta e furia prima di uno scioglimento a rotta di collo, che dà modo a Cornell di ricominciare finalmente a far cacare da solista (e poi con la reunion dei Soundgarden). Tom Morello non accetta il pensionamento e si ripresenta in versione folksinger con il terrificante progetto Nightwatchman. La reunion dei RATM succede da qualche parte nella seconda metà dei duemila, se non mi sbaglio: concertone a Coachella e via col tour, le litigate finiscono in cantina, la comunicazione ancora a zero. L’unica vera notizia è che Zack De La Rocha ha mollato i dreadlock e gira con una testa di riccioloni davvero fighissimi. Al contempo, a sentire le voci, sta continuando a lavorare al suo disco solista, che per tutta una serie di motivi tarda ad uscire -qualche anno prima si è riuscita ad ascoltare una collaborazione con Dj Shadow, niente di eccezionale, roba da sei e mezzo, forse non abbastanza buona da finire nel disco. Poi, completamente a caso, salta fuori un side-project composto da lui alla voce e uno dei Mars Volta alla musica, tali One Day as a Lion. Un disco che non colpisce particolarmente per il respiro innovativo della musica -una sorta di RATM sintetici ed appena meno scolastici, dischetto carino per due ascolti e poco più, in attesa del tanto sospirato disco solista.  

 

Io francamente faccio fatica a riascoltare i RATM. Ho memoria di loro come di uno snodo cardine del mio sviluppo come ascoltatore -ricordo il momento esatto in cui ascoltai il primo disco e di esserci andato fuori di testa, tanto per dire. E ho passato quasi tutti gli anni novanta con i loro dischi nello stereo, ma non so fino a che punto la cosa mi abbia giovato. Degli altri gruppi che ho ascoltato fino allo sfinimento in quegli anni, posso dire che almeno avessero tre o quattro canzoni diverse in repertorio. E i loro messaggi, perlopiù inesistenti, sono riusciti a rimanere nel corso del tempo, con il paradosso che riesco ancora sentire un briciolo di senso di appartenenza ascoltando Phil Anselmo urlare ma non riesco più a rimettere sul piatto il primo disco dei Rage Against The Machine, figurarsi cose tipo The Battle of Los Angeles. Ho anche il privilegio di ricordare un momento preciso in cui ho deciso di smettere con i RATM. La mia fidanzata li aveva scoperti da me, aveva ascoltato un paio di dischi e deciso che erano molto bravi. Così, quando fecero la reunion a Modena, decidemmo il giorno stesso di metterci in macchina e andare giù: un giretto per la città e poi il concerto, così in modo disimpegnato. Era un sabato: partenza la mattina tardi, colazione in pasticceria come tutti i sabati mattina, relax e bombolone alla crema. Mentre ero lì a mangiare il bombolone e il cappuccino pensavo che tutto sommato chi cazzo se ne fregava di andare a vedere la reunion dei RATM, e quel giorno facemmo altro. Credo sia un po’ il modo in cui il capitalismo è riuscito ad avere la meglio su tutti noi: a un certo punto non hai voglia di sbatterti, inizi a mettere in folle, tasti il terreno e vedi cosa ti conviene. Sicuramente una parte della colpa è di quel genere di idealismo sinistrorso a cazzo di cane (e foraggiato dai padroni, che sarà pure una critica strasentita però dio cristo), ma non assumersi qualche responsabilità individuale sarebbe insensato. E questo in prospettiva mi obbliga a riflettere su un sacco di cose più interessanti della musica trattata qui sopra, ma questo forse allontana il problema oggettivo del gruppo?

Secondo me no, anzi tende ad oggettivizzare un po’ il tutto. Intendo, anche stando lontano dalla retorica del “tradimento” a cui non riescono a credere manco più i giornalisti musicali, l’idea che i RATM si ostinino a tornare, nel cazzo di 2016, è semplicemente intollerabile. La credibilità dell’unico membro che ne ha ancora un briciolo si basa solo sul fatto che fino ad oggi nessuno ha ascoltato il suo disco solista (e ok, saltuariamente fa cose fighe tipo il feat. con i Run The Jewels in cui si scopre che persino lui con la vecchiaia è diventato esteticamente figo). Fossimo riusciti ad ascoltarlo, l’avremmo fatto a polpette. Si fosse riunito ai RATM per fare un disco anti-Trump l’avremmo fatto a polpette. Si fosse preso il disturbo di dissare gli ex-compagni per ogni disco di merda a cui hanno messo mano, l’avremmo fatto a polpette. Invece se n’è stato tutto il tempo per i cazzi suoi. Qualche giorno fa s’è temuto il peggio: un misterioso countdown nel sito dei RATM che annunciava l’arrivo di qualche novità. Fortunatamente, è solo l’ennesimo supergruppo chiamato PROPHETS OF RAGE (nel capslock vorrebbe esserci il giudizio morale) e composto dai Rage Against The Machine con Chuck D e B-Real al posto di Zack De La Rocha, che a quanto pare se ne andranno in giro a suonare i loro Grandi Successi. 15 anni dopo la prima voce in tal senso non fa manco più ridere, ma finora almeno non c’è notizia di un nuovo disco da ascoltare.