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è uscito un nuovo disco dei Quicksand ma i vecchi dischi dei Quicksand sono meglio

A fine 2017 è uscito un disco nuovo dei Quicksand che si chiama Interiors, e se devo essere onesto è un disco con cui ho grossi problemi. Il suono e la struttura mi provocano una reazione immediata: nessuno suona in quel modo. Anche i (pochi) gruppi che provano a rifarsi a quel suono riescono a riprodurne alcune sommarie caratteristiche estetiche (break, suono compatto, eccetera) ma non hanno davvero la capacità di pensare la musica con quel tipo di generosità. Ma dall’altra parte il problema che aveva l’ultimo disco dei Rival Schools è presente in forze anche dentro a Interiors: non ci sono i pezzi, o comunque non ci sono quei pezzi, cioè i Quicksand sono ancora capaci di pensare in quel modo ma non più capaci di scrivere in quel modo –il che naturalmente fa finire tutto nel cestone delle occasioni sprecate. Queste cose le si prende sull’onda del momento: un nuovo album dei Quicksand è la dimostrazione che la musica vince sempre e/o che qualcuno doveva pagare la bolletta del gas. Ma dall’altra parte l’uscita del disco mi dà l’occasione di parlare di un momento storico di cui non si parla più così tanto, in cui una quindicina di musicisti scambiavano esperienze, collaborazioni e band, e hanno messo insieme una delle più clamorose discografie della storia. E quindi boh, ne approfitto per fare un riassuntino e consigliare qualche disco. 

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La storia si svolge a New York e inizia alla fine degli anni ottanta. Il giro accacì newyorkese è finito sulla mappa relativamente tardi, soprattutto in relazione alla tradizione musicale della città. Quando si impongono i principali gruppi della città (gente tipo Agnostic Front e Cro-Mags) la generazione immediatamente precedente sta già scappando a gambe levate dal genere, che nelle cronache sta prendendo una piega piuttosto violenta, per certi versi squadrista. New York si impone in questa fase come una delle scene più muscolari e osservanti in circolazione. Ci sono gruppi relativamente fuori asse, anche tra i più seguiti, ma è comunque musica veloce e cattiva. Uno di questi gruppi realizza quello che per molti è il miglior disco accacì mai uscito da New York, parere che credo di condividere. Il disco si chiama Start Today e l’ha realizzato un gruppo chiamato Gorilla Biscuits: meno metal e più melodico della media cittadina, nondimeno incazzatissimo, e pieno di canzoni strepitose. Le canzoni dei Gorilla Biscuits le scrive il chitarrista, un tale di nome Walter Schreifels, classe 1969, che nei ritagli di tempo suona il basso negli Youth Of Today (quelli da cui poi nasceranno gli Shelter). Nei ritagli di tempo dei ritagli di tempo Schreifels mette insieme un altro gruppo chiamato Quicksand, il cui intento originale è grossomodo lo stesso che avevano i gruppi storici dell’HC statunitense cinque anni prima –smettere di menare ad ogni costo, infilarci dentro un po’ di melodia, fare le canzoni e vedere dove si arriva. Ha già scritto qualche canzone, che sta ai Gorilla Biscuits più o meno come i Gorilla Biscuits stanno agli Agnostic Front –più melodica, più strutturata, più complessa, meno muscolare. I Quicksand hanno due chitarristi: l’altro si chiama Tom Capone e proviene dai Bold, altro gruppo di prima forza in città. Poi ci sono il bassista Sergio Vega e il batterista Alan Cage, che nella prima fase del gruppo si divide tra i Quicksand e i Burn, un altro gruppo pestone a cui il cantante Chaka Malik dà un plus vagamente quicksandiano (melodie abbozzate, influenze rap/soul e cose così). I Quicksand scalano la gerarchia sociale piuttosto in fretta, forse perché pure a New York i ragazzi si sono rotti il cazzo di fare a botte ogni sera: a pochi giorni dalla formazione sono già in studio a realizzare un EP, lo fanno uscire su Revelation (l’etichetta simbolo della città), iniziano a suonare in giro e fanno girare un sacco di teste dalla loro parte. Siamo nei primissimi anni novanta, il che significa che le major stanno per iniziare a proporre contratti a qualunque gruppo con meno di tre gradi di separazione dai Nirvana. Nel frattempo Burn e Gorilla Biscuits cessano le attività, quasi contemporaneamente. Chaka Malik formerà un gruppo col chitarrista Chris Traynor, chiamato Orange 9 mm.  I Quicksand diventano la band di Walter Schreifels e iniziano a suonare in contesti sempre più importanti. Quando finiscono nell’orbita di Polydor sono già arrivati alla loro forma compiuta, e nel 1993 pubblica Slip.

Provo a descrivere la musica: la base non è così diversa dalle cose diciamo lente dei Gorilla Biscuits, i riff hanno una progressione abbastanza simile e la stessa disponibilità melodica, diciamo così. I tempi dei Quicksand però sono molto più storti e complessi, per certi versi imparentabili a quel che stanno facendo gli Helmet nello stesso periodo –riffoni claustrofobici, batterie secche. Ma se gli Helmet si affidano quasi solo alla costruzione di un impianto sonoro brutale, i Quicksand sono un gruppo da canzoni. E Walter Schreifels sul microfono ci sputa il sangue in un modo che al confronto Civ (il cantante dei Gorilla Biscuits) sembra un chierichetto. Volendo usare un po’ di fantasia potreste metterlo all’incrocio tra tutto il giro noise rock delle varie T&G/AmRep (la roba più quadrata e meno rock’n’roll, tipo appunto Helmet, Mule, Janitor Joe, Girls Against Boys, Killdozer e simili), le cose grunge che hanno meno a che fare col metal classico (Nirvana soprattutto, ma anche Tad o Mudhoney) e certe cose indie che vanno nel periodo (Bluetip, Jawbox…). Com’è come non è, i Quicksand piacciono a tutti quelli che li ascoltano. Il secondo disco del gruppo arriva dopo nemmeno due anni, esce per Island (c’è una fusione all’interno di Polygram), si chiama Manic Compression e per quanto mi riguarda sta tranquillamente tra i migliori dieci dischi della storia della musica suonata.

Anche gli Orange 9 mm vengono firmati da una major, nella fattispecie EastWest, che pubblicherà Driver Not Included (un disco che poteva uscire per una major solo a metà degli anni ’90) lo stesso anno in cui i Quicksand pubblicano Manic Compression, e a un certo punto sembra quasi il battesimo di un genere musicale. Qualcuno lo chiama post-hardcore e mi pare una definizione corretta (nel senso che una volta ‘sta gente suonava in dei gruppi hardcore e adesso no). In realtà questa roba stenta un po’ a decollare. Gli Helmet dovevano esplodere definitivamente all’epoca di Betty, ma il disco segna la prima flessione commerciale del gruppo, che nel frattempo ha sostituito il chitarrista Peter Mengede con Rob Echeverria. I Quicksand, che ai tempi di Manic Compression sono il nome più in vista e hanno il tappeto rosso steso davanti a loro dalla critica, stanno scazzando pesissimo. È dall’uscita di Slip che stanno suonando ininterrottamente, esclusa la pausa per registrare il disco dopo; alla fine del Warped Tour si fiondano un’altra volta in studio, ma i membri della band vengono alle mani e il gruppo si scioglie. Lo split dei Quicksand è un po’ uno scossone, un po’ perché erano in tanti a puntarci e un po’ perché non è passato nemmeno un anno da Manic Compression.

Nel frattempo il punk è diventato un affare enorme, Green Day Offspring eccetera, e Walter Schreifels prova a tirarci su qualche soldo: rimette insieme i Gorilla Biscuits, scrive un intero disco e lo produce (anche se non militerà mai come musicista nel gruppo). Il gruppo prende il nome di CIV, il disco si chiama Set Your Goals e -fatta salva una minor rilevanza storica- è il miglior album in cui Civ abbia cantato. L’ennesimo passo falso del post-hardcore, si fa per dire, è Tragic degli Orange 9 mm, che per una serie di fusioni tra sottoetichette esce griffato Atlantic. A dire il vero non sembra nemmeno lo stesso gruppo: il disco è una sorta di esperimento a metà tra soul e groove metal, molto influenzato da certe cose crossover del periodo, e sarebbe davvero una delusione se Tragic non fosse il discone che è. Suppongo che non tutti fossero d’accordo con la svolta, in ogni caso: gli Helmet hanno buttato fuori Rob Echeverria (che andrà a finire nei Biohazard epoca Mata Leao) e hanno offerto lo slot a Chris Traynor, che accetta e lascia gli Orange 9 mm mentre Tragic arriva nei negozi. Le attenzioni di tutti però si sono spostate su un nuovo gruppo di cui si dicono meraviglie: Tom Capone dei Quicksand si è messo insieme a Peter Mengede degli Helmet e ha messo insieme una band chiamata Handsome, che prende un po’ dagli uni e un po’ dagli altri. Per loro si muoverà Sony, che nel ’97 farà uscire un disco intitolato semplicemente Handsome. A dispetto dei pronostici, è un po’ la chiusura del cerchio, il punto di arrivo dei tentativi di incasellare il cosiddetto post-hardcore dentro al pop-rock. Gli Helmet nello stesso periodo fanno uscire un disco praticamente identico, Aftertaste, registrato appena prima dell’ingresso di Chris Traynor, e anche loro si scioglieranno dopo il tour, più o meno in contemporanea con la fine dell’effimera esperienza Handsome (scazzi tra Capone e Mengede, il primo esce dal gruppo, il secondo non va molto avanti col resto della band). Nello stesso anno i Quicksand ricominciano ad annusarsi, si rimettono assieme, fanno qualche concerto, entrano perfino in studio per registrare. Poi finisce a botte un’altra volta. Walter Schreifels ha ancora la mano per le canzoni e mette insieme un gruppo nuovo, con gente di Iceburn e Gorilla Biscuits (parentesi: i CIV hanno provato a fare un secondo disco non scritto da lui, ma non è finita benissimo). L’idea è più o meno la stessa che dai Quicksand ha portato agli Handsome: squadrare il suono e provare qualcosa di più pop-rock, ma la classe è tutta un’altra. Island fa uscire United By Fate e per mezzo minuto sembra che Walter Schreifels ce l’abbia fatta. Poi anche i Rival Schools si sciolgono.

Alla fine vanno tutti più o meno incontro al loro destino. Schreifels ha continuato a fare nuovi gruppi, riunire i vecchi e pubblicare musica –anche a suo nome. A un certo punto le canzoni sono diventate peggio –mai brutte, nemmeno Interiors è brutto, anzi è bello, ma. Sergio Vega è andato a suonare il basso nei Deftones dopo l’incidente di Chi Cheng, Chris Traynor è diventato un turnista di lusso, Chaka Malik ci ha riprovato coi Burn nei primi anni duemila (scarso successo). Page Hamilton ha rimesso insieme gli Helmet senza nessuno dei membri storici, i Gorilla Biscuits hanno fatto la reunion e su Wiki figurano come gruppo esistente –a un certo punto Civ è finito in un casino per delle sparate non proprio illuminate da un palco. Tom Capone è ri-uscito dai Quicksand dopo essere stato beccato a rubare medicinali in una farmacia. Nel testo ho segnato una decina di titoli in neretto, e secondo me sono i dischi imprescindibili legati a questa storia.

cheeese

 

I giorni scorsi mi è arrivata una newsletter di DNA Concerti che annunciava il tour autunnale di Giorgio Poi. È la classica newsletter: ci sono le date di Giorgio Poi, le info su Giorgio Poi e una foto di Giorgio Poi. Nella foto di Giorgio Poi c’è Giorgio Poi con un palloncino davanti alla faccia, e sopra il palloncino c’è disegnato Giorgio Poi che mangia un gelato con aria sconsolata. Mani avanti: non ho nessun problema con Giorgio Poi, non ho opinioni positive né negative sulla sua musica, è quella classica combinazione di musiche sgarzoline e testi sgarzolini che a volte trovo tutto sommato carina e a volte tutto sommato insopportabile (nel senso, la stessa canzone può passare da uno all’altro estremo) (è possibile avere opinioni opposte sulla stessa canzone, lo so che capita anche a voi, non dovreste vergognarvene) e va ad ingrassare quella media aritmetica del sei-e-mezzo-abbondante che detta la linea delle riviste musicali; però mi piace un casino il nome Giorgio Poi, inteso proprio come pura combo nome-cognome. Non so da dove venga ma è da quando sono piccolo che ho questa cosa un po’ autistica di ripetermi ossessivamente nella testa alcuni nomi e cognomi (tipo Jeff Mangum). Insomma, l’altra sera stavo guardando la newsletter di Giorgio Poi mentre mi ripetevo in testa il nome “Giorgio Poi”, e continuavo a fissare un punto imprecisato del vuoto all’interno della foto di Giorgio Poi, e aver passato dopo dieci minuti a poltrire intellettualmente in questo loop estenuante mi si è rimesso in funzione il cervello, così d’improvviso, e d’un tratto ero avvolto in questa angoscia assurda, in questo spleen esistenziale per interposta persona nel quale sentivo d’essere Giorgio Poi, o peggio ancora Giorgio Poi triste e depresso e disegnato su un palloncino e sostenuto da un se stesso che ha abbandonato ogni desiderio d’esser figura umana complessa. Poi è chiaro che uno si scrolla di dosso queste puttanate, ma per un momento ero davvero sopraffatto dal vuoto cosmico. In ogni caso ho deciso che la prima volta che avrò l’occasione di vedere Giorgio Poi dal vivo, cercherò di avvicinarmi a lui, gli allungherò una banconota da cinque euro e cercherò di tirarlo su con i miei migliori occhi da cucciolo, sussurrandogli “Dai, non fare così, ecco, comprati un gelato.” Però non voglio sembrare un fissato, voglio dire, lo so che si tratta di una normalissima foto promozionale e che parliamo di una cosa non esattamente decisiva nella valutazione globale di un artista o di un genere musicale. (nota post-pubblicazione: mi hanno già detto in due che è un microfono. probabilmente avete ragione, ma non vi viene comunque addosso una gran tristezza?Giusto per togliermi lo sfizio, ho comunque deciso di passare i successivi 15 minuti a cercare la foto di un musicista che desse un’idea positiva in relazione al contesto in cui veniva inserito. Che ne so, un viso sorridente, scherzoso, preso bene, rilassato, tranquillo, non troppo in posa.

Niente da fare.

Provateci anche voi: è evidente che da qualche parte qualcosa non funziona. Non è un problema circoscritto alla roba che ascolto o all’Italia; è una cosa globale, universale ed unisex. Inizi a sfogliare vieni sommerso da tutte queste foto identiche una all’altra: gruppi metal-ish incazzatissimi con barbe lunghe capelli marci e occhi sul fotografo come se gli avesse scopato la sorella, e subito dopo i cantautori depressi che guardano a terra in qualche zona degradata della città in cui vive, e poi i rapper che sborrano vogliosi sull’obiettivo indossando abiti appena usciti dalla fabbrica Adidas in Indonesia, e ci sono i musicisti vintage con addosso la combo barba/capelli/cappotto/spleen anni settanta e i residuati della new wave riprodotti coi colori seppiati della vita di merda di cui cantano da 35 anni, e quando va bene c’è qualche produttore di grido ben vestito una pianta ma praticamente nessuno sorride. Mai. Uno su quindici a dir tanto.

Tutte le volte che mi capita di pensarci, e fortunatamente non è così spesso, ne esco distrutto. Se fate il confronto con altri campi è devastante: che ne so, per ogni modella algida e incazzosa ce n’è una sorridente e piaciona; le starlette televisive hanno un’aria sbarazzina e tranquilla, gli attori grossi si fanno fotografare durante la routine quotidiana. Ma che cazzo ne so, prendete anche solo le foto aziendali nei siti e nelle brochure. Se un fotografo entrasse domattina nella mia azienda e ci dicesse “facciamo una foto di gruppo”, è ragionevole pensare che lo scatto conterrebbe cinque o sei facce sorridenti e magari uno o due impiegati che fanno gli idioti. Com’è che i musicisti, cioè gente che nell’interpretazione classica della materia ha fatto di tutto perché il grigiore della vita da ufficio non li riguardi, sembrano sempre avere una scopa infilata su per il culo? Non è tanto legato a un caso o all’altro, anche perché in tutta franchezza Giorgio Poi ha il sacrosanto diritto di farsi fotografare e disegnare sui palloncini come cazzo preferisce, e magari dietro al palloncino se la ride di stramaledetta come ci si può aspettarsi da uno che si fa fotografare in quel modo. È che c’è una questione cognitiva in ballo: ho basato tutte le mie frequentazioni musicali, forse con troppo ottimismo, sull’idea che suonare/ascoltare la musica sia divertente. È vero che non ho mai suonato in un gruppo e mi sono perso tutta la parte di situazioni penose, stenti, difficoltà nel ghetto, letti scomodi, promoter disonesti, abbrutimento del vestiario e generico disagio, ma pensavo che alla fine della fiera salire sul palco e suonare la batteria fosse divertente, e che questa cosa del divertirsi sia la principale ragione per cui la gente continua a suonare. Mi sbaglio? Quand’è che le cose sono cambiate? Perché le pagine delle riviste sono così piene di depressi cronici e titanici personaggi ingabbiati nel loro cliché, come se suonassero per pagare gli strozzini, come se ogni cosa bella legata alla musica scomparisse magicamente ogni volta che qualcuno prova a introdurre una fotocamera dentro al locale?

(Ora, è chiaro che in certi contesti questo problema non si pone. Ad esempio se sei un artista pop ultraemerso è possibile che le foto che pubblichi siano il risultato di un incontro tra sei o sette uffici competenti in materia, che magari stanno cercando di vendere un certo concetto umano attraverso un certo modo di farti cadere luce addosso al viso accigliato. Ma quest’idea tocca una minoranza assoluta di artisti e va studiata cercando di eliminare il fattore umanità dall’equazione -è una cosa che tra l’altro mi è venuta in mente guardando il documentario su Lady Gaga, quello uscito in questi giorni in cui lei a un certo punto si fa riprendere da un cameraman mentre fa sentire per la prima volta a sua nonna una canzone dedicata alla figlia di lei morta diciannovenne (ma non badate a me, tutti quanti stan dicendo che Five Foot Two è un capolavoro di intimità e delicatezza))

Magari uno può dire che è importante apparire e promuoversi in un certo modo, che la foto serve a vendere in qualche modo un’idea di musica, e poi comunque la fotografia è una forma d’arte in sé che può non riflettere necessariamente gli stati d’animo e bla bla bla. Però poi quelle foto vanno a decorare la  back cover di dischi comprati da trentenni, e i servizi a tema in riviste comprate da trentenni. Quando dico trentenni so di esagerare per difetto. Così hai il gruppo doom sludge vestito di nero con le facce accigliate, e il musicista indie in pieno effetto Baudelaire, che suonano e registrano musica destinata a un branco di vecchietti. Domanda stupida: avete amici trentenni che si esaltano a guardare le foto dei gruppi metal incazzosi? O anche: berreste volentieri una birra con i tizi ritratti nella foto? O anche: se foste i gestori di un bar che fa concerti il venerdì sera, ospitereste questa gente a suonare nel vostro locale basandovi solo sulla foto? Vi danno l’idea di poter svolgere un buon lavoro di intrattenitori?

Non so quando le cose siano cambiate. Nella mia percezione non sono sempre state così, ecco: se guardate i dischi del passato nella vostra collezione, c’era quantomeno un margine di errore. Non voglio tirare fuori la roba edonista stile glam metal -anche se mediamente le foto dei gruppi glam metal davano l’idea di gente che si divertiva, ecco. Ma ad esempio Reign In Blood ha questa copertina angosciante coi caproni e le teste mozzate e la musica violentissima e tutta quella roba nazista nei testi, ma c’è anche una foto dietro al disco con quattro normalissimi ventenni presi bene, che cazzeggiano con le lattine di birra e si tirano i capelli a vicenda. Come minimo uno guarda la foto e pensa che questi qua siano amici, e che magari nella loro testa quella musica possa essere divertente. Il che, peraltro, è uno dei concetti chiave per capire appieno Reign In Blood. Ma pure i Beatles, per dire, facevano un sacco di gag idiote durante i servizi fotografici; ancora oggi Paul McCartney è più facile vederlo con gli occhi vispi da vecchietto del pop, e quell’espressione che si ritrova addosso è una parte fondamentale della sua grandezza artistica. Tipo io non sopporto i Beatles, musicalmente, ma una cena con Paul McCartney me la farei al volo, capace che alla fine paga pure il conto. Oggi di quella roba lì non è rimasto quasi nulla: il musicista pop medio, in qualunque fascia di età, continua a cercare quell’impatto fotografico brutale alla Joy Division. Sicuramente Anton Corbijn non è mai passato di moda, e non credo ci sia davvero un problema in questa cosa. Semmai il problema è che sono passati di moda tutti gli altri. Poi ti capita anche, per dire, di vedere gente della scena che posa nelle nuove campagne di Gucci, e tutto sommato sei contento per quelli di loro che hanno improntato la loro poetica artistica dell’ultimo decennio per finire in queste campagne. E poi li guardi in faccia e sono presi malissimo pure lì.

Sono anni che si parla di crisi artistica di questo o quel genere musicale (praticamente sono tutti in crisi a parte il rap, nel quale non c’è una crisi ma tipo una spaccatura), e se ne parla in termini di pubblico o in termini di influenza sui costumi o in termini di che cosa ascoltano i quindicenni, o in termini economici. Quasi nessuno parla mai di crisi della rappresentazione visiva dei concetti musicali, anche perché solo a scriverlo c’è da sentirsi degli scacciafiga, e un po’ perché si tratta di una delle tante situazioni di stallo della contemporaneità in cui non c’è modo di trovare un povero cristo che abbia il coraggio di alzarsi e dire “è colpa mia”. Gli artisti e i fotografi si possono buttare addosso la responsabilità a vicenda, l’ufficio stampa non ha altre foto a disposizione, la redazione sta chiudendo il numero, il lettore se ne batte il cazzo e la somma aritmetica del tutto è sempre e solo

Grant Hart (1961-2017)


Una cosa la devo ammettere: ci ho sempre sperato. Ci speravo prima che le reunion andassero di moda e ho continuato a sperarci quando le reunion sono diventate una tappa semiobbligatoria per qualsiasi gruppo rock che avesse contato anche solo un po’ fino agli anni novanta. E ho continuato a sperarci un paio d’anni dopo, quando la reunion di un gruppo era normale come il primo demo, una semplice realtà dei fatti con cui semplicemente toccava fare i conti. E ci ho sperato ancora, quando vedevo i gruppi riformarsi un anno dopo aver finito di incassare i soldi del tour d’addio. E più la situazione diventava patetica, più pagliaccesche e rovinose e insensate diventavano le reunion, più ci ho sperato. E più m’incazzavo coi gruppi che lo facevano, più ci speravo. Le voci erano brutte, si diceva che non si guardassero manco più in faccia, si diceva che tra cause e intermediari e diritti sul catalogo storico una cosa del genere non fosse manco pensabile. Poi vedevi Grant Hart scheletrico in qualche documentario e leggevi la biografia di Mould e capivi certe cose, ed è sempre stato facile razionalizzare e calmare la testa su questa cosa, ma col cuore mi sento di dire di non aver mai smesso di sperarci. Un giorno avrei fatto una cinquantina di chilometri e pagato il biglietto, e li avrei visti tutti e tre sullo stesso palco, e loro avrebbero fatto tutte le canzoni a cui potevo pensare, tutte attaccate e senza dire una parola tra un pezzo e l’altro come si sente nei video e nei bootleg, tutto Warehouse in fila e poi due ore di canzoni dai dischi prima, rigidamente alternati –una di Bob Mould e una di Grant Hart. Che poi è la stessa cosa che mi è successa questa mattina, quando mi hanno detto “è morto Grant Hart” e l’ho letto su Variety e non c’era nessun’altra conferma in giro e con la testa lo sai che è vero ma il cuore delle volte continua a battere con la sua velocità e continua a buttar sangue e a sperarci anche dopo che la notizia l’han ribattuta tutti quanti, e adesso pian piano vedrai che si ferma

Mount Eerie il corvo e le iperboli

Per tutta una serie di cose che ho visto e letto ultimamente sto attraversando una fase di vergogna per il quantitativo di iperboli che metto nella roba che scrivo. Oddio, mi sono sempre vergognato un po’ di queste cose, ma di recente lo trovo intollerabile. Ad esempio se un disco è rumoroso può capitarmi di definirlo “devastante”, e la maggior parte della musica che ascolto non mi devasta affatto (non riesce manco a far friggere le casse dell’autoradio, su). Il 99% di ciò che definisco “incredibile”, “spaventoso” e “orribile” non mi provoca alcun sentimento di incredulità, spavento e orrore. Utilizzo queste espressioni per dare un briciolo di brio alla roba che scrivo, un po’ per non sentirmi il redattore di una rivista di giardinaggio e un po’ perché voi siete anche peggio di me. C’è una regola non scritta per cui si scrive di musica come se la musica fosse un’esperienza mistica totale che rende impossibile fare altro, il che è abbastanza ipocrita se considero il fatto che spesso ascoltiamo i dischi in streaming su Youtube per non doverci alzare e mettere su il CD. Provate a sfogliare una rivista o un sito di musica e sottolineare le palesi esagerazioni/stronzate che ci trovate dentro: non se ne esce vivi, nel senso che ce ne sono migliaia ad ogni pagina, cioè centinaia, cioè almeno una o due. Sarebbe fichissimo riuscire a sistemare questa cosa con un qualche tipo di decreto ingiuntivo internazionale: dal giorno 9 maggio 2017 sarà impedito a chi scrive di musica di utilizzare iperboli. Giugno 2017, Car Seat Headrest disco del mese su XXXXXXX. Recensione: “Ci si può rendere conto fin dal nome che abbiamo scelto che questo mese non ci sono dischi particolarmente degni di nota o coinvolgenti, men che meno personaggi a cui valga davvero la pena di dedicare una recensione di 4000 battute piuttosto che le canoniche 800/1000. Dal punto di vista statistico è ragionevole pensare il mese prossimo ospiteremo in questo stesso spazio spazio un nome ancor meno interessante. Questo disco comunque è carino, almeno quattro delle canzoni contenute al suo interno raggiungono la sufficienza piena, ma non abbiamo alcuna intenzione di lanciarci in elucubrazioni senza senso che spieghino cosa ha di diverso da qualunque altro disco di questo genere”. Sarebbe meraviglioso, oltre che onesto (cioè sarebbe carino, oltre che non del tutto disonesto). Non lo facciamo solo perché nessuno può permettersi di perdere la faccia per primo.
Il principale problema di questo approccio è che a lungo andare è impossibile distinguere tra un disco che definisci “sconvolgente” e un disco che effettivamente ti sconvolge. I dischi che mi hanno sconvolto sono una parte minuscola di tutta la mia discografia, intendo quelli che mi hanno sconvolto secondo la definizione di sconvolgente che troviamo sul sito di Treccani: “part.pres. sconvolgènte, anche come agg., che suscita forti emozioni, che provoca un grande turbamento interiore”. Quali dischi hanno provocato in voi un grande turbamento interiore? Quali dischi dal cui ascolto siete usciti letteralmente a pezzi? È un’altra cosa che mi chiedo spesso di questi tempi. C’è una canzone che si chiama Real Death, è uscita qualche settimana fa. L’ha scritta Mount Eerie, cioè Phil Elverum, ed è una canzone che mi ha sconvolto. Parla di sua moglie, della sua morte, del modo in cui la morte arriva e ti cambia le cose. E poi parla di un giorno, una settimana dopo la morte, in cui arriva un pacco postale con dentro un regalo che lei aveva comprato in segreto prima di morire -uno zainetto per quando la figlia piccola sarebbe dovuta andare a scuola.
Ho avuto la fortuna di vedere un concerto di Mount Eerie, una volta. Ero a questo festival e dopo cinque o sei ore di fricchettoni alt-post-weird-harsh-noise è salito sul palco lui. Il concerto doveva essere un concerto dei Microphones, cioè, nella locandina c’era scritto The Microphones, ma sul palco al posto del gruppo c’era un tizio con una chitarra elettrica e un amplificatore minuscolo di quelli che credo si usino per suonare in cameretta. La cosa venne spiegata dal cantante, mentre strimpellava la chitarra “mi chiamo Phil e nel poster c’è scritto che questo dovrebbe essere un concerto dei Microphones, però io in realtà suono a nome Mount Eerie. The Microphones era il nome del gruppo dove suonavo ma adesso ci siamo sciolti.” Sul momento non si era capito, ma questa in realtà era più o meno la prima canzone del set, o comunque il set di canzoni non era molto diverso: melodie strane appena accennate che duravano dai venti secondi ai due minuti, senza usarci la cortesia di una strofa o di un ritornello. Giusto una vocina stentorea, due arpeggi di una chitarra suonata pianissimo, testi che parlavano di spiritualità e amore e di essere lì quella sera –c’era anche una specie di canzone sull’essere lì in quel momento e sull’aver pagato il biglietto o essere sulla guestlist. Lui era vestito di bianco, completamente di bianco (e questa non è un’iperbole: aveva una maglietta della salute bianca su un paio di pantaloni bianchi di cotone e portava un paio di calzini bianchi di quelli con il buco separato per il pollicione, con cui poteva indossare un paio di infradito bianche), completamente immobile e con un’espressione da impiegato sul viso. Per far capire che il pezzo era finito incrociava una gamba dietro l’altra, e le piegava leggermente ad accennare una specie di inchino. Oltre a far sostanzialmente sparire il ricordo di qualsiasi altro concerto avessi visto quel giorno, Mt Eerie mi ha rovinato qualunque altro concerto io abbia visto nei mesi a venire: chiunque in confronto a lui sembrava un poser esaltato senza alcuna ragione di esistere. Poi piano piano mi sono riconvertito al rockenroll e alle iperboli e alla gente che sudava e piangeva per finta sul microfono, e ho limitato le mie frequentazioni di Mt Eerie all’interesse per i numerosi dischi che Phil Elvrum, poi diventato Elverum, ha fatto uscire da allora –nessuno brutto, per quanto bizzarri e fuori asse potessero essere.
Da un anno a questa parte la morte è diventata un argomento centrale del pop. Abbiamo fatto il palato a dischi che parlano della morte di un figlio (Cave), a dischi registrati da artisti morenti (Bowie, Cohen), eccetera. Il più duro di tutti esce in questi giorni: si chiama A Crow Looked At Me ed è il primo album scritto da Phil Elverum dopo la morte della moglie Genevieve Castrée. Della storia è facile leggere in giro, quindi mi risparmio la fatica di ri-raccontarla. È un disco che parla della morte di una persona, e della vita di quelli che le sono sopravvissuti, con lo stesso tono con cui Phil Elverum spiegava che i Microphones erano il gruppo prima. Non è il primo disco a parlare della morte né il primo a parlarne così da vicino, ma è quel tono a renderlo così duro: nel giro di un pezzo è come se fosse morta la moglie del tuo migliore amico, e per una volta è una sensazione che rimane nell’aria anche dopo che hai staccato la musica Potrei dire che A Crow Looked at Me è uno dei dischi più sconvolgenti/destabilizzanti/tristi/commoventi che io abbia mai ascoltato; ma significherebbe più che altro ammettere di aver utilizzato questi aggettivi troppo spesso a sproposito, e di questo sono spiacente.

la Lambada

La prima festa delle medie della mia vita si svolge a casa della Serena. Siamo due sezioni e qualcuno dovrebbe limonare con qualcun altro, così è una festa con due classi (la B e la C). dicono che la Sara sa ballare la Lambada e a un certo punto diventa imperativo trovare il nastro, perché a quanto pare ballare la Lambada è una cosa ai limiti del porno. I nostri fratelli maggiori non sono utili a reperire il nastro, ma Gabriele dice che sua cugina l’ha comprato e può doppiarlo. La riesce a rimediare il giorno stesso, un sacco di storiacce logistiche per riuscire a portare quella cazzo di cassetta alla festa. La probabilità che io riesca a limonare stasera è pari a quella che Vasco Rossi si presenti alla festa, ma passo comunque un’ora abbondante a scegliere i pantaloni e la maglia da mettere. Gli altri, siccome sono il più piccolo, hanno manifestato l’intenzione di farmi ubriacare. La sera arriviamo tutti puntuali o in anticipo, le mamme hanno scoperto che qualcuno vorrebbe portare la birra e quindi si fermano a controllare che non ci siano alcolici. Tommaso riesce a portare un pacchetto di sigarette, a un certo punto escono fuori in cinque sei a fumare di nascosto. Quando rientrano si sente l’odore e alcune delle ragazze li guardano come se fossero dei tossici. Poi la Sara la Lambada si vergogna un po’ a ballarla davanti a noi, ma quel minutino in cui l’accenna per me è una cosa da infarto. Dopo la Lambada c’è la bottiglia (io capito con la Miriana che dice “che schifo” e si rifiuta), e poi si balla con la scopa (Margherita di Cocciante) e a un certo punto si fa un gioco col buio. Tapparella arriverà un sacco di anni dopo e la spiegherà piuttosto bene.

Immagino che la Lambada possa concorrere al titolo di peggior singolo di tutti i tempi. Non sapevo chi la cantasse fino a tre minuti fa, e anche ora credo dovrei fare copia incolla, ma dicono che sia stata trovata morta carbonizzata dentro una macchina. Brutta fine.

Mancarone.