Rustie – EVENIFUDONTBELIEVE

IERI/OGGI E’ KALATA KOME UNA MINKIA DAL CIELO LA FOKA SIBERT !!!

La foca Sibert ci guarda dall'alto dei cieli!

La foca Sibert ci guarda dall’alto dei cieli!

La foca in questione in realtà è la nuova MAGNIFICA copertina del nuovo inaspettato album di Rustie che è stato droppato a buffo ieri/oggi sulle nostre rekkie e si chiama EVENIFUDONTBELIEVE kosì in kaps lock! kosì anke se nun ce kredi adesso skriverò solo kon kappa e kaps lock in una modalità kiamata TURBOBLASTO nella rara versione di track by track in ULTRAMODE ON.

EVENIFUDONTBELIEVE è come infilare il cazzo in un marshmellow

Rustie: come infilare il cazzo in un marshmellow

PORKUDDIO KE DISKODIO KE HA FATTO RUSTIE!!! HA REKUPERATO IL TERRENO PERSO DOPO IL WARPOP NOIA GREEN LANGUAGE USCITO L’ANNOSKORSO!!! KUI’ TROVEERETE SOLO 500% VIDEOGAMEWAVE!!! FORSE RUSTIE E’ STATO STIMOLATO EL FARE IL DISKO PIU’ SO HD IT HURTS POSSIBILE DA QUELLA KAKKA DI DISKO DEL KOMPARE DI GLUKOSIO SKOZZESE HUDMO NO COME GIA’ IPOTIZZATO DA ME IL POVERO RUS FU TIRATO DAI ROMPICOJONI DELL’INDUSTRY DA UN LATO A FARE UNA COSA AVANTGARDE BLISS E DALL’ALTRA UNA VOCAL POP GLOSSY DU COJONI FONTE: FACT INTERVIEW. EKKO PERKE’ RUS E’ TORNATO URLANDO MO TI FACCIO VEDERE KOME SKRANNA GIOIOSO UN HDBOY !!! STAVOLTA NIENTE FEAT ANZI UN BOTTO DI FEAT, MA TUTTI FEAT. RUSTIE STESSO!!! KUINDI FINALMENTE SOLO KAZZISMI DI ZUKKERO TIPO KAZZETTI DI MARSHMELLOWS!!! L’ALBUM E’ USCITO IERI/OGGI ASKOLTATO IERI/OGGIMATITNA MENTRE ANDAVO A LAVORO HO RAGGIUNTO LE STELLE KOME SUCCEDEVA IN SONIC COLOURS ORA LO STO RISENTENDO SU SPOTIFY PER RECENSIRVELO SPERO IN TEMPO KE ORMAI E’ NOTIZIA VEKKIA KONCETTOVEKKIO GIA’ DISKO SUPERATO !!!  PERO’ SARA’ UTILE A VOI DI BASTONATE KE AMATE SOLO VINILE E ASPETTATE IL VINILE DI RUSTIE!!! IO INVECE ASPETTO IL CD BLEEPWARP KE SI OTTENEVA SE VENIVI RITUI’TTATO DA RUSTIE!!! E IOHOSONO STATO TITUI’TTATO DA RUSTIE TIE’!!!

VISTO KE NUN CE KREDI EKKO KOME SONO STATO RITWITTATO!

VISTO KE NUN CE KREDI EKKO KOME SONO STATO RITWITTATO!

EVENIFUDONTBELIEVE:

01 Coral Elixrr [feat. Rustie]: SUBITO KITARRA DEFENDER OF THE FUTURE KE IRROMPE TRA LE NUVOLE IN TEMPESTA !!! L’ELISIR CORALLO SOMMINISTRATOCI CI FA KADERE NELL’EKKO MONDO DI RUSTIE KE SODDISFATTO CI SUSSURRA: KUESTO E’ IL MIO MONDO ◦°˚\(*❛‿❛)/˚°◦

02 First Mythz: GIUNTI NELL’EKKO MONDO RUSTIE VENIAMO SUBBITO INTRODOTTI DAI SAGGI DELIFINI AL PRIMO MITO DI RUSTIE: I KAZZOTTI TRANCE IN 4K SATURATO !!! KE EPIKE SARAKKE !!! o(≧∇≦o)

03 Atlantean Airship: DALLE SKIUME SAPONOSE DEL MAR DEI SARKAZZI EMERGE L’AERONAVE KE CI PORTERA’ IN GIRO PER I DIVERSI STAGE DELL‘EKKO MONDO RUSTIE !!! KE SKIANTO IMPONENTE !!! (((o(*゚▽゚*)o)))

04 4Eva [feat. Rustie]: DURANTE LA PAUSA PRANZO SULL’AERONAVE RUSTIE NE APPROFITTA PER KANTARCI BALLADE DEL KONVINCERCI ADAMARLOPERSEMPRE !!! A ME KONKUISTA SUBITO KON I LEAD TIPO PINBALL FANTASIES !!! PERSEMPRERUSTIE !!!! ヾ(〃^∇^)ノ♪

05 Big Catzz: LE KOSE SI FANNO MOVIMENTATE KUANDO L’AERONAVE AFFIANKA UN KRANDE KATTZO IN KORSA !!! UN POWER KICK CI GETTA SULLA SKIENA DI KUEST’ENORME BESTIA FURRY KE KORRE GIOIOSA IN MEZZO ALLA SAVANA !!! KE KAVALKATA !!! o(*>ω<*)o

06 Peace Upzzz [feat. Rustie]: DOPO LA SUDATA NELLA SAVANNNNA RUSTIE CI BUTTA IN UN GIGAAUTOLAVAGGIO VOLANTE PER LAVARCI E VOLARE VERSO LE STELLEEEEE GRAZIE ALLA SUA PROPULSIONE A GATE ACCELLERATI!!!! LA PACE E’ IN ALTOOOOZ/REACH4THESTARZ!!!! ☆~~ヾ(>▽<)ノ。・☆ 

07 Your Goddezz: IN CIELO CI AKKOGLIE LA DEA DAI KAPELLI VAPOROSI HA UN MANO UN GAMEBOY COLOR ATTAKKATO AD UN BLASTOVISORE DI NUOVA GENERAZIONE 10K KE PROIETTA VISUALZ DIRETTAMENTE DAL SUO STIKKIO DIVINO!!! VISIONI DI INFINITI MONDI PARALLELI TURBOBLASTI !!! ╰(◉ᾥ◉)╯

08 Coral Castelz: TORNIAMO SUI LIDI SPUMOSI DELL’EKKO MONDO RUSTIE NEL KASTELLO KORALLO STANNO TENENDO UN RAVEPARTY TRANSOCEANIKO!!! KUANTI DEFENDER OF THE FUTURE CI SONO! CI OFFRONO DEL KROKKANTE SESAMO KOLORATO !!! KE SFIZIOOOOOOOOOO !!!! ⌒°(❛ᴗ❛)°⌒

09 What U Mean [feat. Rustie]: KAZZUVORDI’!? EKKO L’INNO DELL’EKKORAVEPARTY !!! KUI’ CI SI SBALLA DI STRAMALEDETTO RAKAZZIIIIII!!! ANDAMENTO ONDINA MIX KON SUBOLO POWAHKICK GABBO !!!  ヽ༼>ل͜<༽ノ

10 Morning Starr [feat. Rustie]: SE’ FATTA MATTINA E I BOBBLERS AKKOLGONO IL SOLE CON IL LORO RITUALE MATTINIERO DEL DROPPPONE HAPPY HONDA !!! KE FELICITA’ !!!   ҉*\( ‘ω’ )/*҉

11 Death Bliss: EMERGENZA NELL’EKKO MONDO RUSTIE !!! E’ MORTO IL BLISS !!! SENZA TOP BLISS L’EKKO MONDO POTREBBE SPEGNERSIIIII !!! EKKO KE TUTTI GLI ANIMALI DI KUESTO MONDO PRENDONO I LORO POWAHKICK LE LORO PIU’ SINCERE MELODIE LE LORO MIGLIORI SGOMMATE E KARIKANO TUTTO NEI KANNONI SPARA BLISS !!! SI SPARGE PIANGINA NEL CIELO !!!!! ヽ(*⌒∇⌒*)ノ

12 New Realm: EKKO E’ TORNATO IL TOP BLISS NELL’EKKO MONDO DI RUSTIE ! AMOREVOLE SIGLETTA DEL CERKIO DELLA VITA!!! KE BEL NUOVO REAME!!! ┗(^∀^)┛

13 Emerald Tabletz: ALLA KORTE DEL RINNOVATO RE DELL’HD RUSTIE CI VENGONO MOSTRATE LE SAKRE TAVOLETTE DI SMERALDO !!! KUAL SPLENDORE !!! KUALE HONORE !!! INKREDIBILE KOMPOSIZIONE DEFENDER OF THE FUSION KE PENSAVAMO SKOMPARSA KON LA MORTE DI HUDMO !!! FORSE LA MIGLIOR KOMPOSIZIONE SU SKERMO LED KE ABBIA MAI KOMPOSTO IL NOSTRO AMATO RE RUSTIE !!! SIA LODE AL RE !!! ヾ(o✪‿✪o)シ

14 Open Heartzz: TROPPE EMOZIONI!!! KUESTO PEZZO SERVE A DISTENDERCI SULLE RIVE DELL’EKKO MONDO RUSTIE E APRIRCI IL KUORE AL KANTO DELLE SIRENE !!! KOME DIVENTARE UNA SIRENETTA IN TRE MOSSE !!! (๑•́‧̫•̀๑)

15 444Sure [feat. Rustie]: PURTROPPO E’ GIUNTO IL MOMENTO DELL’ADDIO ALL’EKKO MONDO DI RUSTIE !!!  POSSO TORNARCII’!??!’ EPPEFFORZAAAAA!!! MI DICE RUSTIE!!! PEPEPERFFOOORZAAAAA KE DEVI RITORNA KUESTO E’ IL MIO MONDO E’ SEMPRE KUI PER TE’ !!!! E IO INFATTI E’ DA STAMANE/IERIMMATTINA KE CI STO TORNANDO !!! ヽ(´ω`○)ノ.+゚*。:゚+  。゚✶ฺ.ヽ(*´∀`*)ノ.✶゚ฺ。

KRAZIE RUSTIE DI AVER RESO LE MIE JURNATE PIU’ POSSIBILE TURBOKOLORATE FOSSE PER VOIALTRI ERO ANKORA A GIOKARE A MARRONITA’ SERIOSE KOLOR KAN KE SKAGA !!! FUK U !!!┌∩┐(◣_◢)┌∩┐

W RUSTIE !!! (♥ω♥ ) ~♪

ekko komodo link korporate streamo: https://play.spotify.com/album/49Iya42dgyQlHiImgCcvJt

Il nuovo singolo di Giorgio Moroder

Ero finito sotto con la colonna sonora di Drive, più con la colonna sonora che con il film; da lì l’intera scena new retro wave, roba che sembrava uscita nel 1984, i video collage amatoriali da film di John Hughes misti a Ritorno al futuro, i Rocky dal secondo in poi, Mad Max, Carpenter ad andar bene, puntate di Miami Vice, tutto quell’immaginario. Ad ascoltarlo senza conoscere l’autore 74 Is the New 24 sembra uscire da quell’onda; plexiglass e colori fastidiosi, il mondo spartito tra ricchi e meno ricchi, il cervello in lavatrice e televisore acceso 24/7. Concettualmente, cose che i Nomeansno ripetono da decenni. Rispetto immutato anche senza.

Zu & Eugene Robinson – The Left Hand Path (Trost)

Dalla voce di Eugene Robinson ascolterei qualsiasi cosa. L’affermazione va presa alla lettera: da una compilation di rutti a una serie virtualmente infinita di insulti rivolti alla mia persona, al Faust di Goethe, a lamenti a random (parte della cifra stilistica di quest’uomo meraviglioso), all’elenco telefonico di Los Angeles, stessa differenza. Comunque, l’effetto è sempre lo stesso: come leggere un romanzo di Jim Thompson mentre Mike Tyson ti massacra di legnate. Cosa attraversi quelle corde vocali che renderebbero fetida e sordida e dolorante e sessualmente frustrata oltre ogni umana sopportazione anche la lista della spesa è un mistero che va accettato come tale; per chi ci crede, un dono di Dio all’umanità. Nuove ecchimosi si formano magicamente lungo tutto il corpo anche qui, generate dai deliri che attraversano un disco che ha lo stesso titolo del primo degli Entombed e più elettronica di tutti i dischi degli Zu messi assieme, ma comunque in qualche strana maniera assomiglia a An Evil Heat e questo è ancora il migliore complimento mi possa venire in mente a proposito di chiunque.

IO E LA TIGRE

tigre

I primi di marzo del 2014 un amico mi chiede se sono disposto a scrivere un pezzo per un magazine femminile online, roba per ragazzine. Vorrebbero realizzare una cosa per la festa della donna, blogger ospiti eccetera, c’è qualche soldo. Gli dico “beh sì certo” (sono una puttana) e inizio a pensare a cosa cazzo potrei scrivere io per una rivista tipo Cioè. Lui mi dice “ok, ti do conferma se puoi partire”. Una volta Peter Steele fece un servizio fotografico col cazzo fuori. Lascio fuori stupri omicidi ed Entombed, inizio a pensare a una cosa tipo “il grindgore spiegato alle ragazzine”, mi sento gesù cristo per un secondo, abbandono e decido di mettere insieme una lista delle dieci batteriste donna che preferisco. Dopo quattro ore il mio amico mi chiama per dirmi che la cosa non si farà, ma io ho già il pezzo sostanzialmente pronto. Il fatto che tutti nel 2014 stiano facendo liste mi impedisce di fare una lista delle mie batteriste preferite e metterla su Bastonate, quindi il pezzo non vedrà mai la luce.

Le mie batteriste preferite? Al primo posto, sorpresone, Katherina Bornefeld. Poi ci sono Yoshimi, Amy Farina, Meg White e tutta questa gente qui. Non sono un fan dei o degli White Stripes, è che mi piace il modo in cui suona dritta e composta ed essenziale. Dicevo, tra le dieci batteriste ne infilo anche una di qua vicino a dove vivo. Si chiama Barbara e suonava in un gruppo punk-pop chiamato Lemeleagre, quella roba teenage-esistenzialista in italiano da cui in linea di principio sto lontano un chilometro e mezzo. Anche nel loro caso starei stato felice di stare lontano, ma quando suonavano dal vivo lei menava come uno di quelli che fanno i ferri ai cavalli.

(“menare come un maniscalco” fa un po’ troppo Ondarock, “menare come un fabbro” lo uso troppo spesso)

(suonava molto forte)

Non la conosco ma è tra i miei contatti Facebook, ha lo stesso cognome di mia mamma ma dubito che sia mia parente. Ho sentito che Lemeleagre non suonano più, le chiedo se suona con qualcun altro, sai, sto facendo un pezzo. Mentre glielo chiedo non so ancora che il pezzo è già morto e sepolto. Lei mi dice che sì, suona ancora, s’è ritrovata con una ragazza che suonava nelLemeleagre o nelle Lemeleagre o nei Lemeleagre, ma non mi può dire molto perché per ora non stanno ancora facendo concerti o cose, in realtà non hanno nemmeno un nome.

Qualche tempo dopo Barbara è LA TIGRE, cioè la batterista di un gruppo chitarra/batteria che si chiama IO E LA TIGRE. IO è la tizia che suona la chitarra, anche lei ex-Lemeleagre. Non la conosco. Hanno registrato cinque pezzi con Andrea Cola, un tizio di Cesena di cui non s’è quasi mai sentito parlare e che se i giornalisti musicali avessero un briciolo di competenza musicale avrebbero annoverato da anni tra i migliori autori pop italiani in attività

(non sto rosicando, è una cosa vera che sto dicendo, andatevelo a cercare)

 

e basta, ho perso il filo. Il disco è in streaming su Rockit, cinque pezzi facili facili, probabilmente scritti per suonare come una versione scarna di cose quasi-rock femminili tipo Maria Antonietta o Carmen Consoli. Ogni tanto entrano dei violini, poi la chitarra s’ingrossa e li caccia via e la cassa fa BAM BAM BAM BAM e suona come quando batte un cuore e quando cantano il ritornello la voce che non infila tutte le note alla perfezione. In quei momenti lì uno come me s’innamora e pensa “sleater kinney”. Viene spontaneo.

Barbara suona con una maschera da tigre, hanno fatto anche un video. Ogni tanto mi scrive e mi invita a vederle a qualche concerto a cui, quasi sicuramente, non andrò. La vita, delle volte. Il disco è in streaming su Rockit, e in questi giorni non sto ascoltando altro. Grossomodo.

EARTH – Primitive And Deadly

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Dylan Carlson assomiglia a Rasputin. Fisicamente intendo: è dimagrito molto, niente barba in compenso un paio di baffi a manubrio da far sembrare sobrio e elegante il motociclista dei Village People, al posto dello sguardo spiritato due cavità grigie e liquide che racchiudono tutta quanta la tristezza dell’universo, per il resto siamo lì. Da un punto di vista musicale è un Don Chisciotte cattivo e infinitamente più scentrato che sta ancora combattendo la sua guerra. forse stavolta la vince. Primitive and Deadly mantiene esattamente quel che promette. Mai come in questo caso il titolo del disco è la recensione.
Appena parte il cantato l’associazione mentale con Pentastar viene su spontanea, è inevitabile. Sulle prime sembra davvero il seguito mai uscito di Pentastar (in assoluto il disco stoner più difficile, problematico e deragliato di sempre), ma più ferale e registrato adesso, con suoni di adesso. Fermarsi alla prima impressione sarebbe un errore: Primitive And Deadly non assomiglia a nient’altro gli Earth abbiano prodotto fino ad oggi e suona come nessun altro loro disco abbia suonato mai. Malvagio, ostile, perversamente ipnotico, lucidissimo (strano usare questo termine in relazione al soggetto), spietato. Terrorizza. Incorpora elementi da ognuna delle tante mutazioni succedutesi negli anni, qualcuno nuovo (voce femminile in un pezzo, perfettamente in linea col resto), sostanzialmente fa storia a sé. Un pianeta a parte disperso in una galassia sconosciuta. Magari qualche relitto psichedelico da epoche remote lo ricorda pure, ma alla lontana e soltanto a chi abbia intrattenuto con l’eroina rapporti che andassero oltre la semplice confidenza. È roba respingente, malsana, profondamente deleteria per qualsiasi sistema nervoso già messo in difficoltà anche solo in minima parte, anche solo tangenzialmente sfiorato da agenti esterni che sappiano rivelarsi distruttivi sulla lunga distanza. Roba che disgrega ogni equilibrio una volta abbassata la guardia, a cui è impegnativo far fronte. Spalanca buchi neri insondabili, voragini nel subconscio dalle ricadute imprevedibili; un incrocio tra l’abisso nietzschiano e gli effetti dell’allucinogeno più potente mai sintetizzato, iniettato direttamente in vena nel cervello. Entrambi settati oltre il parossismo. Impossibile uscirne intoccati, gli effetti sono immediati e irreversibili, in qualsiasi caso. Come attraversare un’autostrada deserta in piena notte, l’impressione di avere imboccato una tangente sbagliata trasformarsi in certezza metro dopo metro, dilatata ed espansa oltre il limite di sopportazione. Il secondo pezzo con Lanegan (ce n’è un altro prima, non buono quanto questo) che chiude la versione CD – il doppio vinile bronzeo ha un pezzo in più che non ho ascoltato – è l’ultimo chiodo nella bara. La mia.

DAGS!

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C’è una branca di emocoar che si occupa di dissonanze epiche con sopra urla sguaiate. Questa specifica branca di emocoar per me viene tutta dal primo disco dei Settlefish[1], e poi ci sono quelle robe tipo Crash of Rhinos e simili. Di questi tempi sta girando per la penisola[2] un gruppo che esce per ToLoseLaTrack e che si chiama DAGS![3], band area milanese con qualche faccia nota (Viole Agatha/Verme) e la tromba dei Riviera ospite. Il disco è libero su Bandcamp, contiene tracce che si chiamano con titoli tipo Il tuo affitto non dovrebbe costare più di un terzo del tuo stipendio e ce n’è anche una in cui alla fine fanno un coro epicissimo vagamente pezzaliano tipo LALALALALALA[4]. Massimo rispetto. Li ho visti venerdì sera al Prime di Fusignano, hanno spaccato il culo in quel modo onesto da gruppo emocoahr o indierock, non so spiegarlo meglio, pochi cazzi essenziali. Io non ci credo a quelli che dicono che l’assenza di pose è una posa di per sé, e per dimostrarlo ho comprato una maglietta e un poster con sopra la stessa immagine, un cane che beve da una pozzanghera con scritto DAGS!, colori tenui. Tutto giusto.

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[1] intendo il primo disco dei Settlefish su Deep Elm (mi piace sempre ricordare che c’è roba che data un paio d’anni prima e suona fondamentalmente nu-metal).
[2] ho sempre voluto scrivere “la penisola” al posto di “in Italia” o “qua in giro” e con sempre intendo che mentre scrivevo il pezzo m’è venuto in mente di scriverlo per il LOL
[3] Suppongo che il nome sia una citazione di Snatch.
[4] …And then they crashed against technology, did that hurt?

QUATTRO MINUTI: GODFLESH – “Decline and Fall” (Avalanche)

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Primo EP con materiale inedito dopo tredici anni. Ringer sembra un’out-take di Selfless. Dogbite invece pare Spite con un testo ancora più minimale, il ritornello di Playing with fire (un’altra out-take da qualcos’altro, Slavestate a voler essere buoni, Hymns a voler essere stronzi) recita It’s all pain/There’s no gain con vocione orchesco, Decline and fall (il pezzo) dura talmente poco e cattura l’attenzione talmente di striscio da non farmi nemmeno iniziare a pensare a cos’altro mi ricordi. Testi che al confronto i Discharge sono filosofi greci e questa non è una novità, ci mancherebbe, solo che qui sbracano senza ritegno sullo sloganistico becero, non sono sentenze che colpiscono come lame, ne è passata di acqua sotto i ponti da Like rats per intenderci, e qui non c’è un cazzo da dire che valga la pena di essere detto. La batteria elettronica fomenta il giusto, i riff più ignoranti che presi male. La novità è che sono state usate chitarre a 8 corde per ottenere un suono ancora più ribassato. Sti gran cazzi. Dopo Us & Them sarebbe stato meglio tacere e questa cosina non inverte il trend. Prende bene se prende bene ascoltare un bambino non proprio sveglio ripetere all’infinito le stesse tre stronzate (quattro sarebbero troppe) parola per parola. Va bene la reunion, dal vivo su un palco che sia un palco e con suoni che siano suoni restano gli schiacciasassi di una volta, ma se l’andazzo è questo dischi nuovi anche basta dai.

 

Aphex Twin

 

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La prima volta che ascolti un disco di Aphex Twin non la scordi, mai. È come scoprire per la prima volta un universo. Il bello arriva dopo, quando ci si rende conto che al secondo come al trecentesimo ascolto l’intensità di quella folgorazione non cambia, il nitore accecante nello svelarsi di tali e tante epifanie non si attenua, e stupore, meraviglia, terrore, restano gli stessi di sempre.
Così è stato, per me, e così ha continuato a essere almeno fino a tutto il 1996, l’anno di Girl/Boy EP e del Richard D. James Album (per alcuni, adulti, avvezzi a tutto e annoiati a morte, allora Aphex Twin stava già alla frutta; punti di vista). Pezzo dopo pezzo, disco dopo disco, un ininterrotto susseguirsi di rivelazioni la cui portata e immensità restano semplicemente impossibili da descrivere, e così sarà sempre. Ogni nuova scoperta pura gioia per le orecchie, come per un bambino rimanere chiuso dentro una pasticceria dopo l’orario di chiusura: mistero, desiderio, eccitazione di fronte a qualcosa di proibito su cui si ha temporaneamente il pieno controllo, il tutto in quantità incalcolabile e disponibilità illimitata.
Mai ho trovato corrispettivi, nemmeno in quegli anni dove pure di roba “strana” e “altra” ne usciva perfino troppa (la Rephlex dello stesso James, l’intero catalogo Warp soltanto la punta dell’iceberg, parte infinitesima di un totale di cui ancora oggi solo una minima porzione è stata riconosciuta, catalogata e storicizzata come si conviene). Anche in un contesto mai altrettanto fervido i suoi pezzi svettavano sopra ogni cosa prendendo il volo immediatamente e senza sforzo alcuno, facendo sembrare tutto il resto ciarpame da pedonaglia in libera uscita. Un forziere che pareva inesauribile; i dischi, i pezzi, qualcosa di letteralmente inaudito, ognuno un mistero fondamentalmente destinato a rimanere tale, edificato con pazienza francescana, cura maniacale del dettaglio e conoscenza enciclopedica di ogni molla, ogni contatto, ogni ingranaggio che regola il più dimenticato, il più assurdo di strumenti analogici spesso fuori produzione, ancora più volentieri autocostruiti, in modo da poterne padroneggiare fino all’ultima delle variabili, deragliare il tragitto prestabilito e trasformarlo in qualcosa di completamente diverso come soltanto i geni o i nerd senza speranza possono arrivare a plasmare. Richard James era entrambe le categorie e molto altro ancora.

Se Baudelaire fosse stato suo contemporaneo, dopo avere ascoltato la raccolta Classics, entrambi i Selected Ambient Works o I Care Because You Do, Corrispondenze l’avrebbe scritta lo stesso, e senza conoscere le droghe. Di questo sono convinto.

E la magia pareva non finire mai: dopo le uscite “ufficiali” perdersi nella vertigine di dischi, EP, tracce su compilation dimenticate dal mondo, tutto pubblicato celandosi dietro pseudonimi irrintracciabili ai tempi, una caccia al tesoro dalla difficoltà direttamente proporzionale alla circolazione carbonara e alla quantità di informazioni lasciate trapelare al riguardo (zero, più o meno): una frammentazione consapevole del talento che conosce pochissimi precedenti (Prince, ATOM) e nessun successore. In tutti i casi, fatiche destinate a venire ampiamente ripagate. Sopra ogni cosa Surfing On Sine Waves, a nome Polygon Window, tra i dischi techno più impressionanti mai ascoltati, un’interzona dove Detroit si incrocia a un universo parallelo trasfigurato e maligno, la raccolta Compilation a nome Caustic Window, dove è il lato malvagio e perverso della sua personalità proteiforme a emergere, materiale di gran lunga più schizzato, inafferrabile e clamorosamente fuori asse rispetto alla grandiosità degli affreschi autografi, comunque sempre animato da furia iconoclasta al tempo stesso lucidissima e in pieno controllo della visione d’insieme. Un samurai.

La prima battuta d’arresto nel 1997: Come to Daddy, stanca ripetizione virata metallaccio di quarta categoria di cascami già abbondantemente sviscerati nell’insuperato (da chiunque) Richard D. James Album, il resto del disco una minestrina riscaldata, tempi spezzati, drill’n’bass fuori tempo massimo, su tutto un atteggiamento altezzoso da occhiatina nei bassifondi francamente inopportuno e sostanzialmente indigesto. La superstar era Chris Cunningham, per i videoclip quel che Orson Welles è stato per il cinema; grazie a lui Richard James è diventato Richard James per milioni di persone. Nel 1999 il colpo d’ala: Windowlicker, un’araba fenice, più impalpabile, radicale e definitivo della somma dei già sovrumani precedenti.

Poi il crollo, irreversibile. Intrappolato in un contratto-capestro con la Warp (ma questo verrà reso noto anni più tardi), reagisce da par suo spezzando a più riprese un silenzio stampa dalla seconda metà degli anni novanta fattosi quasi monastico rilasciando dichiarazioni sprezzanti a tutto campo, dove soprattutto ribadiva a più riprese di non sentire più alcuna esigenza di pubblicare quello che registrava, nessuna voglia di buttare fuori roba nuova, al tempo stesso lasciava intuire di stare continuando a produrre quanto e più rispetto agli archivi già stracarichi di materiale inedito degli anni aurei, alimentando negli introdotti reazioni che dire pavloviane è un eufemismo (il resto del mondo invece, giustamente se ne fregava alla grande). Altre dichiarazioni: i prossimi pezzi non sarebbero stati opera sua ma di ignoti smanettatori raccattati in giro per la Rete e pubblicati a suo nome. Erano gli anni della massima espansione del downloading illegale e uno dei modi per combatterlo (da parte delle major, ma non solo; in questo senso era davvero una lotta senza quartiere) era effettivamente mettere in circolazione pezzi scrausi di autori sconosciuti, rinominare i file con titoli di dischi in uscita e il gioco era fatto (io pure, convinto di stare scaricando Iowa degli Slipknot, mi ero ritrovato in cartella una schifezza sulla falsariga degli originali ma talmente inquietante e obliqua da disorientare). In quello specifico lasso di tempo elucubrazioni del genere trovavano terreno fertile proprio perché plausibili. Restavano comunque fumo negli occhi, roba da sottospecie di teoria del complotto interessante e appassionante quanto una crepa sul muro, perché intanto i pezzi non uscivano e su questo le chiacchiere stavano a zero. Come poteva essere altrimenti? Suoi o non suoi non uscivano, punto e basta.
È stato allora, quando ha preso a rimescolare le carte in tavola ben oltre l’umanamente sostenibile, che ho perso interesse. Del situazionismo in quanto tale mi frega poco quando il risultato finale è qualcosa di fiacco e sciatto qualunque sia la chiave di lettura “giusta” per decifrare il giochetto. Gli indovinelli hanno un senso se c’è qualcosa che valga la pena indovinare. Altrimenti, il piacere della scoperta vale quanto il tempo speso a fissarsi l’ombelico. Drukqs era questo: un’interminabile, inaffrontabile parata di numeri nati già vecchi, inerti, straordinariamente insipienti e mostruosamente inconcludenti. L’arte di non arrivare in nessun posto, ma arrivarci dando l’impressione di aver teorizzato una nuova rivoluzione copernicana, il tutto alternato a quadretti appena abbozzati per piano solo da uccidere di noia Erik Satie il solo e unico. A suo modo una folgorazione: era riuscito a ricreare quello che deve essere stato il preciso stato d’animo degli spettatori all’ultimo concerto dei Sex Pistols, quando Johnny Rotten per l’ultima volta Johnny Rotten ha pronunciato la frase. Ora ero io a sentirmi fregato.
Altro materiale d’archivio per onorare (si fa per dire) gli obblighi contrattuali con la Warp: 26 Mixes For Cash, il titolo dice tutto, e Analogue Auto Bulb, uscito a nome AFX, breakcore quei quindici anni buoni in ritardo.

Poi è arrivata la serie degli Analord, solo in vinile, una versione 2.0 dei dischi a diffusione carbonara degli anni novanta: ora se ne volevi uno lo pagavi e ti arrivava il vinile per posta, fine della storia. L’esclusività della cosa ora stava solo dentro la tua testa. Musicalmente l’autokaraoke di uno che ha già creato tutto e ora si ferma a contemplare la sua opera vedendo che ciò che ha fatto era buono; esercizi di stile, variazioni sul tema animate e motivate da un retrogusto nostalgico fino ad allora mai altrettanto lancinante. Ricognizioni a velocità di crociera su alcuni dei percorsi che lui stesso aveva disegnato, aprendosi forse per la prima volta in maniera così platealmente calligrafica ad antiche passioni mai sopite (la primissima acid techno di cui in altri anni aveva rappresentato la spinta principale nella catena evolutiva del genere), molto stanco e molto bene.
Infine è passato inequivocabilmente alla cassa, non tanto per i dischi nuovi quanto per i djset David Guetta style nelle arene, con cachet a sei zeri e un alone di leggenda che precede il personaggio di migliaia di miglia tanto da fargli acquisire valore in quanto tale, basta il nome. Tra lui e Steve Aoki un niente.

È uscito il disco fantasma di Caustic Window (altra storia manicomiale alle spalle, originariamente tirato nel 1994 in quattro esemplari, ricerche stile Indiana Jones, fundraising telematico per aggiornare il discorso ai tempi che corrono, il pacchetto completo). Partono le prime note e istantaneamente polverizzano tutte le stronzate: sembra roba incisa dopodomani, ma sembra anche di essere tornati indietro di vent’anni.

THIS MACHINE KILLS ARTISTS

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Tuono Pettinato

 

Gli ultimi dischi dei Melvins, diciamo da dopo Sugar Daddy Live, si dimenticano agevolmente. Indistinguibili l’uno dall’altro, controllatissimi, mai fuori asse, mai uno sbrocco. Con i Melvins Lite ho un rapporto problematico, del tipo rispetto eccetera ma a un certo punto anche basta. Naturalmente rimpiango moltissimo quasi tutto quel che c’è stato fino a Sugar Daddy Live in compenso, perfino robaccia come Colossus of Destiny o quell’ibrido solo in parte centrato (fa strano usare il termine ‘centrato’ in riferimento ai Melvins, ma comunque) che è stato il disco con Lustmord – non considero i Fantomas o gli Shrinebuilder o il primo dei Venomous Concept o gli altri progettini (Dumb Numbers, ecc.), altre storie, né l’associazione a delinquere Melvins-Fantomas, simpatico cazzeggio a volerla vedere nel meglio predisposto dei modi – e porto ancora dentro i concerti fiume con due batteristi King Buzzo e un bassista a caso, ancora prima Buzzo e Crover più il bassista dei Cows. Credo siano in assoluto tra le cose più belle a cui abbia assistito in tutta la mia vita.
Gli ultimi anni sono stati impegnativi. A un calo verticale della qualità non ha corrisposto un minore accanimento in termini di presenza sul mercato, nella forma della solita messe di uscite che nemmeno ha accennato ad attenuarsi (non dico spegnersi), come i loro mentori (i Kiss degli anni d’oro) insegnano, da decenni assestatasi sulla media di un disco ogni sei mesi o giù di lì (senza contare i singoli, spesso in vinile, spesso a tiratura limitata, albi fuori serie della Marvel se la Marvel stampasse dischi e non fumetti). Manco da dire che abbiano preso a pubblicare tutto quel che passava loro per la testa: non è una novità, vanno avanti così da sempre. Erano i pezzi a mancare. Un tracollo in piena regola, la devozione messa a dura prova come mai prima (almeno per me). Vedi alla voce frustare un cavallo morto, tirare la carretta al fienile eccetera. Lentamente qualcosa che per anni è stato parte di me andava spegnendosi, assumendo in maniera sempre più definita e drastica la forma e i contorni di un ricordo lontano, come uno zio d’America che sai non tornerà più, la certezza che mai più nella vita avrei riascoltato Freak Puke o Tres Cabrones o Everybody Loves Sausages, e la lista potrebbe andare avanti elencando tutto quello che han buttato fuori dal 2012 all’altroieri, ed è tanto.

Questo fino a oggi. Fino a This Machine Kills Artists (già dal titolo perfino troppo evidente quanto il tristo pilota automatico degli ultimi tempi se ne sia andato affanculo, perlomeno adesso e qui). Nelle parole del suo stesso creatore:

Perché in acustico ora? Perché ha un senso. […] Ho registrato quasi tutti pezzi dell’album suonando nient’altro che la mia Buck Owens American acustica. È una gran chitarra, è praticamente insostituibile, per questo non la porto mai in tour. Un vero peccato. Magari un giorno dipingerò di rosso bianco e blu quella cinese che invece uso per i concerti. […] Non ho alcun interesse ad assomigliare a una versione stitica di James Taylor o a un Woody Guthrie fatto col culo, che è quel che succede regolarmente ogni volta che un musicista rock stacca la spina. No, grazie. This Machine Kills Artists è un’altra bestia. (la presentazione completa, oltre allo streaming integrale – ma bisogna vedere per quanto tempo – qui)

This Machine Kills Artists è la cosa migliore che potesse capitare a chi ancora ha a cuore uno dei personaggi più dissociati e molesti del mondo. Inaspettato come un calcio in faccia a tradimento, polverizza il polverizzabile con una chitarra acustica e una voce che se non è la più ripugnante mai sentita ci va molto vicino. Il senso di straniamento iniziale dura esattamente ventisette secondi, i primi ventisette secondi dell’iniziale Dark brown teeth (basta la parola, già sai com’è qui); pare un clone subnormale di Billy Bragg incazzato per qualcosa che sta soltanto dentro la sua testa e lo sta divorando. Nessuna Giusta Causa per cui ergersi e farsi paladino, solo demoni invisibili che lo stanno mangiando vivo. Quei demoni sono gli stessi di sempre; appena entra la voce capisci che la visione obliqua e deformata delle cose è la stessissima di sempre. Dal primo all’ultimo pezzo (quasi tutti troncati a buffo dopo due minuti e qualcosa, chissà perché), inutile citarne qualcuno in particolare, la solita cara vecchia storia, la stessa visione malsana e trasfigurata e contagiosa della realtà, come venire catapultati nell’Interzona del Pasto Nudo o nella cosmogonia di Clive Barker dei “Libri di Sangue” di colpo e senza possibilità di uscita.

Meraviglioso. Fosse un amico verrebbe da abbracciarlo e dirgli bentornato a casa, magari grigliare qualche tonnellata di carnazza ignorante per celebrare, sperando che porti con sé Gene Simmons e i ragazzi (dando per buona questa urban legend ovviamente).
Viene davvero da credere in King Buzzo, fosse anche solo per il fatto che a parlargli lui risponde. DEVOTION.