“Stasera sono felice di essere vecchio” (un concerto degli Oxbow, nel 2017)

Chiara Viola Donati

Un mese fa al Gucci Hub di Milano c’è stato uno spin-off del Club To Club. Era una serata gratuita con open bar in cui ci si registrava all’evento e ci si beccava concerti di Gaika, Amnesia Scanner, Arca e gente così così. Il giorno dopo ho letto un articolo su Soundwall, firmato da Mirko Carera si lamentava del numero di presenzialisti e gonzi del fashion milanese che invadevano l’area fumatori e l’open bar dell’evento, berciando contro i musicisti, come se questa cosa -ad una serata open bar sponsorizzata da Gucci con i musicisti più hip sulla piazza- fosse in qualche modo evitabile. Sul momento mi è sembrato un atteggiamento da stronzi, nel senso, a me sarebbe piaciuto essere a quel concerto, era pure gratis, che cazzo hai da lamentarti. No? A posteriori ci ho un po’ ripensato. Non voglio dire di essere d’accordo, ma tutto sommato capisco che negli ultimi anni il modo di ascoltare la musica sia cambiato molto più di quanto sia cambiata la musica, e che questo per qualcuno come lui -e me- rappresenti in una certa misura un problema.

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A un certo punto nella propria vita di ascoltatori inizia una fase diciamo così adulta, in cui la musica smette di essere un’ossessione e diventa un’abitudine. A un certo punto si smette di investire tutta quell’emotività addosso a un concerto: non passi due settimane a ripassare la discografia dell’artista che vuoi vedere, non pensi a che vestito indossare, non fai un vero e proprio piano logistico per riuscire a mangiare comodo e arrivare in prima fila. Funziona più o meno come con l’eroina; l’anno prima avevi visto dieci concerti, l’anno dopo sei passato a due/tre a settimana -e se hai fortuna alla fine dell’anno ne hai visti sei o sette di davvero indimenticabili. L’idea di musica si espande al punto di metter giù un calendario di cose “assolutamente imperdibili”, grossomodo 30 date lungo l’anno (quasi tutte perdibilissime). È un modo di vivere come un altro: ci sono quelli che il mercoledì non escono per via di X-Factor e ci sono quelli che il mercoledì non sono disponibili perché al Circolo Endas di Ponte Sul Gommino c’è la rassegna dei cantautori acustici. La principale differenza tra il 2017 e il ’97, in questa cosa, è che nel ’97 era uno stile di vita inadatto alla vecchiaia: potevi frequentare i locali per tre o quattro anni, e poi toccava capire che cosa fare della propria vita. Succede come a quelli con la dipendenza da X-Factor, nel senso, a volte ti capita di perdere una puntata e capisci che tutto sommato si può vivere senza. E poi di solito si passava ad una fase adulta nella quale se eri fortunato tornavi a vedere una decina di concerti all’anno, perché la musica è ancora una passione ma c’è da incastrarla col lavoro la famiglia e il calcetto (il calcetto non puoi smetterlo perchè serve a trovare lavoro). Oppure decidi di continuare ad libitum ma per farlo dovevi renderla un lavoro, organizzi serate, gestisci un club, impari a fare il fonico, i più sfigati diventano giornalisti.

È una scelta che i trentenni del ’97 erano costretti a fare, diciamo così: farne la propria vita o smettere. I più scelgono la seconda, e se rimangono in giro per il circuito può capitare che finiscano per sovrastimare l’importanza culturale della merda che gli veniva propinata nella post-adolescenza, ad addobbarla di significati che universalizzare veniva quasi automatico. Un paio di settimane fa ero a una cena e parlavo con questo mio amico, vive nella mia città, fa questi dischi avant clamorosi. E boh, ci siamo messi lì a parlare di musica e dischi e concerti, lui mi parlava con un gran entusiasmo di quella volta che è scappato di casa per vedere i Bauhaus, o di quando i CCCP con Fatur Annarella e tutto l’ambaradan passarono da Ravenna e fecero cagar sotto tutti quanti dalla paura. Una bella chiacchierata. “È che ti vedi queste cose e poi i gruppi che vedi dopo non reggono il confronto”. Io naturalmente ho il mio corrispettivo di quella cosa lì, con dei gruppi degli anni novanta che mi è capitato di vedere ai tempi, e poi mai più. Non ne parlo con tantissimo piacere perchè so che anche se nel mio cuore è la stessa cosa, li rivedessi oggi starebbero sul sei e mezzo a dir tanto. 

Nel 2017 invece si può essere quarantenni e passare la vita a guardare sei concerti a settimana, e non farci manco la figura dello scemo del villaggio. Io ho dovuto smettere, e spesso mi dispiace, ma a guardare le cose da fuori capisco che non ha molto senso. Che so, apri twitter e ti becchi gli status di questi coetanei che si sparano un concerto a sera, sempre esaltati, sempre in fotta. Non discuto che lo siano davvero, ma mi sembra una stortura, non riesco a credere a quest’idea della musica che continua a stupire, ad esaltare ad libitum. Ma d’altra parte parlare di musica è una cosa da vecchi, o almeno credo. Voglio dire, non è che ci siano tutti ‘sti diciassettenni che scrivono di musica, no? Non conosco personalmente Mirko Carera, ma il suo resoconto sulla serata del C2C milanese è la tipica cosa che potrebbe scrivere uno della mia età, uno che si è visto i concerti quando li vedevo io. (Ho chiesto conferma, è così). L’idea base di andare a un concerto in cui, a prescindere dalla situazione, ci siano quasi solo persone interessate alla musica. Poi Arca rimane uno duro, cioè, la sua musica è dura, e questa cosa sfugge almeno in parte ai discorsi sul mecenatismo e sul fashion, rompe almeno un paio di cliché. E per uno che s’affaccia al mondo della musica oggi, immagino possa essere normale che Amnesia Scanner accettino i soldi di chiunque li paghi per fare la cosa che fanno. No? L’idea che ci siano problemi viene da un discorso che aveva rotto il cazzo nel ’97, forse anche nell’87. Noi da questa roba siamo segnati da ogni caso, abbiamo deciso tutti quanti di non accettare nessun compromesso, per nessuna ragione al mondo (questo finché non arriva qualcuno col libretto degli assegni).
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Leggendo quel che scrivo mi rendo conto di avere un’idea molto monetaria della musica. La ragione è che quando la musica era la mia massima passione, aveva un valore monetario molto puntuale. Un disco costava tot, un concerto costava tot –a seconda di dove andavi e di che gruppo era. Ho pisciato dei gruppi da isola deserta perchè li facevano allo Slego a 5 o 10mila lire più di quanto -secondo me- era giusto che costassero. Oggi i concerti costano cifre folli, oppure sono gratis. Io quando un concerto costa troppo non mi presento, e quando è gratis mi chiedo sempre da dove vengano i soldi. Semplificando: se il cachet del gruppo lo paga il bar mi sta bene, tutto il resto mi crea dei problemi etici. Sono consapevole che queste cose esistono solo nella mia testa, che ci siano altre chiavi di lettura, che oggi la musica è raccontata meglio da qualcuno che non sa bene quanto costi di preciso un compact disc in un negozio; mi giustifico con una scusa un po’ patetica, se passi di qui ti becchi le mie psicosi.

Così insomma, due sere fa sono andato a vedere uno dei gruppi della mia vita. Si chiamano Oxbow, non sto a spiegarvi un granché su chi sono e su cosa fanno. Era un concerto con un biglietto d’ingresso (15 euro, c’erano anche i Sumac, direi onesto), era un martedì sera, era in provincia. Le persone che si sono presentate a vederlo sono le stesse persone che si presentano sempre a vedere questo tipo di concerti: hanno la mia età, il mio aspetto fisico (OK, molti si tengono più in forma di me), i miei vestiti e un lavoro uguale al mio. A volte è fastidioso e a volte no. Stasera sto pensando che gli Oxbow avrebbero potuto fare lo stesso concerto nello stesso luogo e con lo stesso pubblico, nel 1997. Che poi anche gli Oxbow sono gli stessi di allora, e non lo so per certo ma do per scontato che a un certo punto abbiano mollato l’uccello e si siano trovati un lavoro. Di tanto in tanto prendono qualche settimana di ferie, caricano il furgone e mettono assieme un tour.

Questa cosa, nella musica pop, è nuova. Vent’anni fa, o anche dieci, ci sarebbero potuti essere concerti di gruppi con trent’anni di storia, ma l’età media del pubblico sarebbe stata 10/15 anni più bassa, magari con qualche reduce in sala. Oggi questi gruppi suonano per il loro pubblico di allora. La presenza di tutti questi quarantenni ai concerti basta e avanza a tranciare la speranza dei giornalisti che si auspicano un tanto-sospirato-cambio-generazionale nell’indierock: la stessa idea di ricambio generazionale si basa implicitamente su un’idea di musica vecchia come il cucco, su un’idea di concerto vecchia come il cucco, su dei valori etici vecchi come il cucco. Qualcuno l’ha intuito: i locali programmano roba per quarantenni, le riviste mettono ancora i gruppi degli anni ottanta in copertina, le etichette ammazzano il mercato di ristampe in vinile pesante.

Ho vissuto tre o quattro cicli musicali e so per certo che la storia non li ricorda come li ricordo io. Cerco di supplire cercando di raccontare le cose per come le vivo, e questo credo sia il motivo per cui qua dentro non abbiamo ancora chiuso. Di questi tempi si fa un gran parlare di “morte dell’indie rock”, ieri è uscito un bel post di Enzo Baruffaldi che raccoglie tanti editoriali che girano attorno all’argomento. L’argomento è anche più vasto del cortiletto indie, riguarda la musica in generale, l’idea di mercato musicale, forse anche l’idea di musica. Ma quando sarà ora di guardarci indietro e raccontare questi anni, credo che qualcuno invece di continuare a sfottere dovrà prendere atto che nessuna generazione di 35/40enni, prima della nostra, ha mantenuto l’entusiasmo che serve per conservare intatto un sistema di valori legato alla musica, e continuare a far girare un’economia musicale, per quanto piccola, senza parassitare l’immaginario di nessuno e senza menarla manco troppo ai giovani. E se non fate parte della mia generazione, vi assicuro che uscire di casa la sera, a 39 anni, per vedere un concerto, è una fatica boia. La maggior parte delle volte è anche frustrante: sacrifichi tempo ed energie che non hai e in cambio ti becchi un concerto che hai già visto in tutte le salse. A volte quello che vedi vale quel che hai speso in termini di soldi ed energie. E molto raramente vedi un concerto che giustifica tutte le serate a vuoto e le ore di sonno che perdi.

Ci penso la sera del due maggio. Gli Oxbow hanno iniziato il concerto da un quarto d’ora e io sono in prima fila. Alla mia sinistra c’è la Chiara Viola Donati, che scatta la foto che vedete in alto. Alla mia destra c’è Christopher, che a un certo punto mi si avvicina e mi dice una cosa sottovoce.

Stasera sono felice di essere vecchio”.

Sorrido. Sono d’accordo.

Refused @ Bronson, Ravenna (16/10/2015)

pernige

I concerti sono belli o brutti e dipende da un sacco di cose –empatia, esperienza, culo, capacità di suonare in ogni condizione e via di questo passo. I concerti sono belli o brutti e questa cosa riesce spessissimo a superare l’umore della persona, in meglio o in peggio –ti aspetti merda e arriva il concertone, ti aspetti di divertirti e il chitarrista sbrocca per qualche motivo. I concerti sono belli o brutti e questa cosa, se siete come me, può salvarti o rovinarti una settimana anche quando sei avanti con gli anni. I concerti sono belli o brutti e questa cosa, quando vai a vedere un concerto, può essere l’unica cosa importante. Quindi forse è bene essere onesti e ammettere che scavalcando tutte le paranoie, il senso di vittoria o sconfitta, le inclinazioni politiche, il licenziamento di alcuni membri in corso d’opera e perfino la qualità di un disco come Freedom, i Refused fanno concerti belli. Che siano belli è evidente dai sorrisoni delle persone illuminate dalle botte di luce che vengono dal palco, quei bei visi allegri di chi stasera sta chiudendo un sospeso vecchio di vent’anni e sente che sta andando nel migliore dei modi e poi da sinistra la gente che si sta menando crea un’onda e qualcuno sale su qualcun altro ed è come i concerti veri, quelle cose che succedevano quando avevo pochi anni sulla groppa. Il sold out annunciato del locale, la fila al bar per prendere una birra che da un paio d’anni a questa parte è pure buona, o almeno bevibile in condizioni che esulano dall’arsura. E parliamo comunque di roba a misura d’uomo: un concerto che inizia a un orario più che rispettabile, sulle 10.30 il gruppo principale, cioè potenzialmente affrontare il giorno successivo senza il debito di sonno ma avendo il tempo per fare una cena una doccia e magari mettere pure a letto la bimba. Quelle cose da trentacinquenne.

E trentacinquenni è quello che siamo, intendo, in generale qui dentro. Qualcuno ha lasciato a casa una morosa poi diventata moglie e poi magari pure mamma, o magari torna per miracolo da una trasferta di lavoro o si è organizzato per fare la serata amarcord con due amici che non sentiva dal 2004. Poi sì, ci sono dei ventenni, ci sono perfino ragazze, e ci sono donne ovviamente, che sono le ex ragazze di uno che a vent’anni era a vedere gli Earth Crisis al Rock Planet e poi si sono lasciati e ora lui o lei stanno con i loro migliori amici e qualcuno per questa cosa s’è tolto il saluto ma stasera si guardano con un po’ d’imbarazzo e fanno un cenno del viso o si abbracciano a caso nel pogo e si aggiornano su vent’anni di pettegolezzi con uno sguardo. In questa cosa c’è qualcosa di bello e qualcosa di brutto, come i concerti: le cose belle sono legate al fatto che la musica unisce le persone, la cosa brutta è principalmente guardare il viso di queste persone che in un flash ricordi tra il pubblico a qualche concerto di gruppi che oggi ti vergogni di aver visto, e sono tutti invecchiati come te –qualche pelo bianco in una barba più folta e più lunga, gli stessi vestiti da camionista appena più anonimi di quanto erano un tempo, il viso più largo o più scavato, occhiali diversi, occhi un pelo più spenti. Qualcuno segue i Refused dall’inizio Pump The Brakes in avanti e qualcun altro ha semplicemente ballato l’unico pezzo ultraconosciuto dei Refused un paio di cento volte nella pista piccola di qualche discoteca rock; nell’economia di un concerto del genere è bello vedere che nessuno fa domande a nessun altro. I concerti sono belli o brutti o medi o poco altro; non mi è dato di sapere se il pubblico dei Refused a Ravenna sia diverso per estrazione sociale e fasce d’età da quello che c’è a Colonia o Milano. Posso supporre di no. Che cosa puoi farci, essendo Dennis Lyxzen? Poco o nulla. I Refused in ogni caso hanno la decenza di andare molto oltre quanto a loro richiesto: salgono sul palco e tirano il doppio di quanto ci si aspetterebbe. Attaccano con la prima del disco nuovo e si mettono ad alternare roba fresca e roba storica. Nell’ottica di un concerto dal vivo, e questo mi fa malissimo, non c’è quasi nessuna differenza tra Freedom The Shape of Punk To ComeThe Shape of Punk To Come è figlio dei suoi tempi ed ha saputo in qualche modo superarli e questo mi ha messo in testa che quelle canzoni abbiano un potere curativo in sé. E invece è solo che le ho ascoltate tanto e boh, niente.

Così insomma i concerti sono belli o brutti e anche se questo è un concerto bello io inizio a sentire di non aver senso dentro al posto. Le cose che mi urtano sono tantissime: volume alto, stagediver trentenni, The Deadly Rhythm senza la intro jazz (figurarsi) e con il break centrale sostituito da un accenno di Raining Blood e il tripudio generale alla fine del pezzo. Poi il gruppo si ferma un secondo, Lyxzen parla dei migranti morti e io provo un fastidio che non so dire da dove venga. Hanno suonato quattro o cinque pezzi, qualcosa così. Esco a prendere una boccata d’aria per farmela passare e poi boh, il vialetto d’accesso al Bronson è deserto e quasi silenzioso. Prendo l’auto e in tre minuti sono a casa. Dicono che per New Noise ci sia stato un macello allucinante.

(il disegno l’ho copiato da uno di Emmanuelle Tchoukriel, Inventario illustrato degli uccelli, 2015, L’Ippocampo)

Una per chi torna, per chi resta, per chi non è mai andato via (la reunion dei Royal Trux solo un pretesto)

 

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[…]as for a reunion, it will never happen. It is just too depressing.
(Neil Hagerty 2012)

We’ve been offered a few times, but it just doesn’t make sense to me. Royal Trux was something that existed in time– a relationship, a partnership, a chemistry– and that doesn’t exist right now.
(Jennifer Herrema, 2012)

I gruppi tornano insieme. L’acqua è bagnata, il cielo è blu, e i gruppi tornano insieme. Inattività, senescenza, perfino la morte: nessun ostacolo, nessun problema, fino a quando esiste un pubblico pagante i gruppi tornano insieme. Per una sgroppata o più di una, a dipendere da ostinazione, potere d’acquisto, altre variabili (tutte intimamente connesse al flusso di denaro che si auspica generi la mossa). Nessun modo di invertire la tendenza, due soli i canali: starci, o non partecipare. In ogni caso qualsiasi reazione al riguardo non sposta di un micrometro l’asse discorso, perché non c’è nessun discorso. Come boicottare la Cocacola o sdegnarsi per ogni nuovo civile massacrato arbitrariamente a sfregio: tutto resta comunque uguale, è così che va e stop. Uno standard che già da mo’ ha perso ogni connotazione morale, annichilita dalla coazione a ripetere che ha reso l’eccezione routine. Una convenzione, come le giornate di 24 ore o il giorno di Natale il 25 dicembre. Ieri i Toyal Trux, domani chissà chi, so what (precisamente come dicevano i Flipper nel finale di Ever).

Ho sentito nominare per la prima volta i Royal Trux tra le righe di una recensione di Claudio Sorge, non ricordo il disco; ne parlava come fossero l’ultimo gruppo prima dell’apocalisse, stesso trattamento riservato a chiunque altro suonasse una chitarra collegata a un amplificatore. Un modo condivisibile di impostare la questione tutto sommano, almeno fino a quando resti sintonizzato su quell’onda; solo una volta sceso dal treno realizzi quanto ciarpame, certamente in buona fede, sia stato venduto come i nuovi fratelli Asheton; finché ci sei dentro continui a sorridere e annuisci contento, al sicuro dall’orrore del mondo, cullato da certezze più solide del granito. Persuasione: non necessariamente comporta una logica stringente alla base. Basta qualcosa che faccia partire la macchina morbida dell’empatia, qualcosa che abbia a che fare con bisogno e fede aprioristica verso qualcosa o qualcuno, che li alimenti. Una volta innescato il meccanismo, in questo caso, solo buone vibrazioni. Non esiste altro io abbia letto con uguale piacere, altro dove abbia ritrovato lo stesso candore; forse giusto Beppe Riva, se ora fossi bisnonno. Ma così non è, quindi non è così. E comunque, qui, che benedizione è stata.

 

Che storia i Royal Trux. Un’idea, un concetto, di quelli in grado di scardinare un intero sistema di valori, di ridiscuterne l’essenza stessa. Rock and roll più di tutti i Nuggets messi assieme e oltre; come Alan Vega, come Peter Laughner senza l’epilogo, come Wesley Willis. Un paradigma, uno stato mentale, il suo manifestarsi, vero prodigio. Come passare attraverso tanta droga da uccidere buona parte della popolazione dell’universo conosciuto e riuscire a padroneggiare gli strumenti per saperne riferire in maniera comprensibile anche a un bambino di sei anni. Più veri del vero. Pura magia fuoriusciva da solchi che avresti detto fatati; ogni istante, ogni riff deragliato, ogni scheletro ritmico squartato, ogni teoria rigorosamente finita a schifio nell’arco di dieci secondi, roba da rendere qualsiasi cameretta all’istante una cattedrale di degrado. Premere play, l’equivalente di cominciare a scaldare il cucchiaino; senza dover prima avere a che fare con pusher ributtanti, senza danni cerebrali permanenti, tutto dentro la testa. Splendido.
Jennifer Herrema era la mia Marilyn Monroe, la mia Laura. Come potesse esistere tanta bellezza concentrata in una sola persona, mai riuscito a capacitarmi. Ma esisteva, da qualche parte, lontano da qui; nella mia testa, Huysmans al quadrato. Piedistallo. Detonatore e generatore di gran trip: drogarsi insieme, fissare il vuoto da una veranda di qualche sconosciuto in Arkansas, respirare la stessa aria. Non avrei avuto bisogno di altro.

A Twin Infinitives sono arrivato poi. I negozi non lo tenevano. Nessun negozio, pareva. Non ho avuto un pc fino a poco prima dell’attacco alle torri, Internet soltanto una vaga idea di cosa fosse (nella pratica: qualcosa che mi era precluso). Digitare “twin infinitives” mi ha portato al sito di Scaruffi; ne parlava come del più grande capolavoro di tutti i tempi o poco meno. Non ho un’opinione su Scaruffi: come chiunque altro abbia letto, ha scritto cose che condivido e altre che non condivido (mai preoccupato di stabilire una supremazia delle une sulle altre), finché è durata mi sono divertito e questo è quanto. Quel che so: ho ascoltato Twin Infinitives un sacco di volte per un sacco di tempo, poi ho smesso e da allora non ne sento più il bisogno. I dischi strani mi prendevano meglio dei dischi meno strani; Twin Infinitives è molto strano. Poi mi è passata. I Royal Trux per me hanno cessato di esistere di lì a poco.

Ho ascoltato qualche disco di Neil Hagerty dopo lo scioglimento: tempo buttato al vento, non la prima volta né la più grave. I dischi di Jennifer Herrema più gregari a caso, bypassati senza il minimo ripensamento. Ora tornano come entità a popolare questo circo ed è un altro so what flipperiano grosso quanto il Grand Canyon.

“il disco emotionalcore più bello della storia”

psc

“Failure is the state or condition of not meeting a desirable or intended objective, and may be viewed as the opposite of success.”

Diverse persone mi avevano detto di aver comprato i biglietti in prevendita. I Mineral suonavano al Velvet, un posto in cui ho visto suonare gruppi enormi e non ho mai visto pieno, ma a un certo punto mi sale quell’inquietudine dei diciassette anni che ti portava a presentarti davanti al cancello alle tre del pomeriggio con la prevendita. Poi passa. Il concerto è di domenica in un posto a una sessantina di chilometri da casa mia: secondo ogni ragionevole opinione da ultratrentenne, una cosa a cui non si partecipa. Però c’è la reunion dei Mineral e qualcuno qui in giro è parecchio carico e c’è Diego e per me è un po’ obbligatorio.

Io e Diego abbiamo avuto una figlia a due mesi di distanza, e quindi abbiamo visto cambiare la vita più o meno allo stesso modo nello stesso momento. Non posso dire che sia la persona che vedo più spesso al mondo, ma è quello con cui probabilmente ho più relazione. Se ci vediamo a casa l’uno dell’altro, confrontiamo il gear del neo-genitore: quale crema usi, mi presti un pannolino, ho dimenticato l’asciugamano a casa, tiro fuori l’altro seggiolone, metto su una scodella di riso e mangiate qui, le vaccinazioni? Il seggiolino auto? E via andare. Se ci vediamo ad un concerto parliamo della salute di mogli e bambine, confrontiamo occhiaie chilometri e ore di sonno e ci prendiamo sempre un minuto per puntualizzare quanto intensamente avremmo voluto dargliela su, paccare all’ultimo minuto e collassare nel soggiorno di casa. Abbiamo avuto una giornata pesante, lui più di me, ma i Mineral. E lui ha comprato la prevendita, che –conveniamo in fretta- a quest’età serve più a non tirare il pacco quando si fanno le sette di sera e guardi il divano.

(la settimana scorsa gli ho tirato il pacco per un festivalino al Brainstorm, erano le 21.30 e mi ero già vestito)

The Power of Failing ti gratta via l’ottimismo già solo a leggere il titolo. Il gruppo che lo registra esiste da un paio d’anni, grossomodo: texani ma non proprio da cliché, due chitarre un basso e una batteria. Il disco esce su un’etichetta chiamata Crank!, smuove un po’ di terreno all’interno di quel giro e sull’onda del passaparola diventa un piccolo classico. Sembra registrato alla bell’e meglio, c’è un dislivello pazzesco di volume tra la prima e la seconda chitarra che genera queste progressioni vertiginose e forse casuali e una voce aspra che prova a modulare linee morbide e a volte non ce la fa. L’emocore inizierà ad incassare seriamente un paio d’anni dopo, sull’onda del successo del secondo disco dei Get Up Kids s’inizia a far vedere una generazione di piagnoni con le chitarre e il mal di vivere che andrà a riempire le colonne sonore dei telefilm giovanilisti degli anni duemila. La cosa non riguarda i Mineral: loro fanno tempo a registrare un disco a stretto giro, curare gli arrangiamenti e la produzione, mettere insieme una cifra stilistica più solenne e malinconica, scazzare durante le registrazioni e sciogliersi prima che il disco esca sul mercato.

Hey sorrow where are you
Tomorrow just won’t be the same
Without you here

I testi dei Mineral parlano di non stare bene. È una cosa che ha sfumature.

Insomma prendiamo un’auto e siamo in quattro, appuntamento alle 21 al casello di Forlì e via verso Rimini. Quando non vedi spesso le persone ma non le vedi nemmeno mai gli argomenti sono sempre i soliti, dischi concerti e gente del giro, roba per stare neutri. Arriviamo davanti al Velvet e nel parcheggio ci saranno dieci macchine. Decidiamo di meritarci un caffè: tre gruppi e un’amica dentro dice che ancora non stanno suonando, AKA si fa tardi e non ne ha voglia nessuno.

Alla faccia dell’inquietudine, il concerto dei Mineral è nella saletta interna, una stanza dimessa abbastanza grande per questo genere di eventi. Mentre arriviamo stanno già suonando June and The Well, la pagina più recente di un libro di testo dell’emo italiano. Riesco a sentire una canzone e mezzo, poi un po’ di chiacchiera e gli inglesi Solemn Sun che fanno roba tipo Staind e semplicemente sono la cosa più sbagliata da affiancare ai Mineral a cui io riesca a pensare, anche se in qualche modo la porta a casa.

Secondo la felice definizione di Diego, The Power of Failing è “il disco emotionalcore più bello della storia”. La parola emotionalcore mi travolge.

I Mineral saliranno sul palco alle undici e venti e sono supposti andare avanti per un’oretta, che significa essere a casa sull’una e mezza e almeno ora abbiamo un orario certo. Le chiacchiere vertono quasi solo sull’orologio e sul fatto che è domenica sera. Il bere costa poco e io non guido manco per cento metri. Penso “Jagermeister”. Lo penso troppe volte. Il banchetto dei Mineral offre magliette bellissime a 25 euro e poster bellissimi a 20 euro che non compro per via del prezzo. Poi ci si piazza a un paio di metri dal palco e il gruppo sale. Penso per la prima volta in questo momento che non ricordo il nome di nessuno dei membri. Sorridono e salutano e si beccano un applauso e poi sulla sala scende un silenzio innaturale. Chris Simpson (lo cerco il mattino dopo su google) ha l’aspetto rilassato i capelli che spiovono e una bella barba folta e sembra che i giorni dell’abbandono a cui alludono tre quarti dei suoi testi siano passati da mo’. Sono ancora preoccupato per l’orario e la domenica sera e il giorno dopo e boh speriamo finiscano presto e non menino il torrone e dura fino a che lui mette le mani sulla chitarra e iniziare l’arpeggio di Five Eight and Ten.

Da qui in poi inizia una cosa completamente diversa, di cui non si può dare conto per iscritto. Ci sono cose che succedono nella testa, mano a mano che i volumi si alzano e si abbassano. Riguardano la musica, ma anche la vita e lo spazio immediatamente intorno a te, e una strana sensazione di essere solo in una sala strapiena di tutte le persone che sei stato, ad ascoltare il greatest hits della tua vita. Io i dischi dei Mineral li ho ascoltati che s’erano già sciolti. Paradossalmente escono fuori quasi di più i pezzi di End Serenading, quelli con gli arpeggi studiati scientificamente per creare più malessere possibile. E più di tutto quel silenzio tra la fine del pezzo e l’inizio di quello dopo, che quello davvero non l’ho mai sentito così forte in vita mia e se devo dire in cosa è stato diversa la reunion dei Mineral a vent’anni suonati dalla formazione e a quindici dal mio primo ascolto di un loro disco è quel silenzio lì. Che c’è dentro un po’ di emicrania, i riflessi che s’abbassano, una giornata pesante appena trascorsa, il più bel disco emotionalcore della storia, troppi chilometri da qui a casa e tutto quello che passa per la testa quando ascolti certe cose a certi volumi.

Diego mi scarica davanti a casa alle due, lui ha un’altra ventina di minuti di macchina. Mi sveglio alle sei e mezzo, sconvolto. Riesco a buttar giù un caffelatte e mi preparo per i quaranta minuti d’auto che vanno da casa al lavoro. Faccio partire EndSerenading sull’autoradio ed entro in ufficio con gli occhi bagnati.

Sleater-Kinney, indie rock, sessismi, punte ai cazzi

balenone

L’estate scorsa è uscito un libro collettivo sull’indie rock a cui ho partecipato, una roba messa insieme con alcuni amici. Qualcuno ha scritto cose dopo averlo letto, pezzi carini e pezzi dispensabili, in generale abbastanza positivi. Una donna che conosco ha pubblicato un pezzo su una rivista edita qui nei dintorni e ha scritto il passaggio che segue:

L’introduzione di Mike Watt dei Minutemen ci descrive appieno gli intenti del libro: la musica punk è un luogo della mente ed è perciò naturale che ognuno ne abbia la propria visione.

Peccato che qui manchi quasi completamente quella femminile.

Di sicuro nessuno di noi crede nelle differenze di genere, ma c’è da dire che gli habitués della musica e della critica invece si, e la cosa peggiore è che i diretti interessati cadono dalle nuvole se glielo fai notare, non se ne rendono nemmeno conto. Nel senso che spesso e volentieri si creano questi regimi feudatari dove ciò che è bello viene discriminato da ciò che non lo è anche in base all’opinione di chi viene rivestito di una certa autorità, una sorta di “punti scena” che raramente vengono attribuiti ad una donna, perchè in questo ambiente il leitmotiv generalizzato è che le donne non sono credibili, che ai concerti ci vanno perchè o sono groupie, o fanno le foto o sono dei cessi atomici.

Quando il pezzo uscì mi incazzai come una biscia. La ragione, naturalmente, è che non mi ero reso conto di alcuna differenza di genere e quando qualcuno me l’ha fatto notare sono caduto dalle nuvole. Ho risolto nel modo usuale: nemmeno un minuto di autocritica, giustificare me stesso, il libro e tutte le persone coinvolte (difficile dire che, insomma) e sono andato oltre. Ripensandoci, avrei dovuto considerare la cosa. Non sono convinto che, parlando di indierock, ci sia una vera e propria discriminazione all’ingresso, e soprattutto non credo riguardi il mondo del giornalismo musicale (il quale comunque sta morendo o evolvendosi e per altri tre anni non avrà davvero importanza chi ci sta dentro e chi no). Altre chiacchierate, nei giorni successivi, mi hanno fatto rendere conto che, in ogni caso, rifiutare con energia ogni accusa di sessismo fascismo e maschilismo non è molto diverso dall’ammettere ogni colpa. Il mio atteggiamento è sessista? Probabilmente sì. credo che il sessismo sia una cosa profondamente sbagliata? Dipende dalla definizione di sessismo.

Parlando dal punto di vista critico, invece, sono spaventosamente sessista. Non è che discrimino i gruppi con membri femminili, ma in qualche modo tendo a notare che ci siano membri femminili. Se ascolto la musica di un gruppo con un cantante maschio e non ho mai visto una foto del gruppo, tendo a pensare che si tratti di un gruppo di soli maschi. Ho anche meccanismi consci/inconsci di immedesimazione: se ascolto un gruppo di soli uomini mi immagino come sarebbe farne parte, suonare quella parte di batteria, eccetera; è un meccanismo che funziona anche al negativo: avrei il coraggio di suonare questa merda? No. Se ascolto un gruppo rock femminile, penso costantemente che siano femmine e in qualche modo non scatta questo meccanismo di immedesimazione. Vorrei essere il batterista di PJ Harvey ma non vorrei essere PJ Harvey. Per dire. Questa cosa è sessista? Credo di sì. Questa cosa è violenta o offensiva? Credo di no, ma non si sa mai. Il rock è una musica molto maschile: ha a che fare con la sopraffazione, la lotta, il controllo, la violenza. È sessista pensare che lotta, sopraffazione, violenza e controllo siano caratteristiche maschili? Non lo so. A volte mi sono balenati in testa idee assurde, tipo che un disco di Waxahatchee non dovrebbe essere criticamente considerato se esce a due mesi di distanza da un disco di Shannon Wright. Questa cosa è sessista? Moltissimo. Fascista? Anche. Cosa mi spinge ad ignorare/stroncare la poetica del cazzo di un milione di gruppi indierock maschili derivativi in culo, dando loro una implicita ragion d’essere, e pensare che Waxahatchee sia tutto sommato inutile nel momento in cui qualche altra femmina completa il mio bisogno di femminismo? Non so dirlo. Perché se ascolto un gruppo rock composto da ragazze il primo paragone che mi viene è con le Sleater-Kinney? Perché le ho amate tanto, ok, ma c’è una forma mentis di fondo secondo cui in questo mestiere i maschi son maschi e le femmine son femmine. Mi giustifico pensando che è una forma mentis diffusa e non mia: ci sono meccanismi legati al modo in cui vengono raccontate le storie secondo cui le poche donne che riescono a rompere questo automatismo che le mette al loro posto, tipo appunto le Sleater-Kinney, diventano “intoccabili”, assumendo uno status in qualche modo religioso, una dimensione narrativa per molti versi umiliante, dannosa, fascista e in generale non molto diversa da quella dei film TV sui malati di cuore che vincono gli US Open. Credo sia sbagliato? Sì. Da questo punto di vista credo di essere un po’ più lucido della media di quel che leggo.Faccio qualcosa per cambiare questa cosa? Non credo, o comunque niente di davvero buono.

Questo mese trovate le Sleater-Kinney in copertina sul Mucchio e boxate con recensione ultra-positiva su Rumore, firmata da Pomini. Il loro nuovo disco esce a quasi dieci anni dal precedente. Un riassuntino in breve: la band viene firmata da Sub Pop e registra un album con Dave Fridmann, intitolato The Woods. È giocato su questo conflitto, rinegoziato da brano a brano, tra il tradizionale suono alla Sleater-Kinney (asciutto e molto r’n’r) e le tendenze spectoriane del produttore dei Flaming Lips. L’ultimo singolo è Modern Girl, una delle canzoni morbide del disco, una coda di organetti e via andare. Nel video le Sleater-Kinney suonano il pezzo live in una stanza. Al minuto uno e qualcosa Carrie dice qualcosa all’orecchio di Corin, lei sorride con la testa bassa e il gruppo continua a suonare. La poesia la vedi dove vuoi. Poi il video sfuma sul nero e se avete abbastanza fantasia ci vedete la fine di tutto l’indie rock. Un annetto dopo non esistono più, e il silenzio alla fine del video diventa un po’ quello di un intero genere musicale. Dopo lo scioglimento Carrie Brownstein diventa il membro di gran lunga più in vista del gruppo: inizia a scrivere, fa qualche parte da attrice e pubblica alcuni video di sketch con tale Fred Armisen, da cui nasce una sit-com americana di successo intitolata Portlandia. Janet Weiss continua a suonare con i Quasi e diventa turnista di lusso per gente tipo Malkmus, Bright Eyes e Shins. Corin Tucker prende una pausa, fa la mamma per qualche anno e poi si rimette a scrivere. Esce fuori quattro anni dopo lo scioglimento delle Sleater-Kinney con un disco a proprio nome (the Corin Tucker Band, per essere esatti) a cui partecipa gente di Unwound e gruppi simili: un disco maestoso di nome 1000 Years, vagamente pacificato rispetto al sound delle SK ma comunque tesissimo. Janet Weiss e Carrie Brownstein mettono assieme un altro gruppo che per un certo periodo sembra poter esplodere: si chiamano Wild Flag, fanno parlare di sé ad un’edizione del SXSW e spuntano un contratto Merge per un disco un po’ a metà tra garage e indie-pop (francamente non lo ascolto da poco dopo l’uscita, ma lo ricordo sciattissimo).

Mi sono rotto il cazzo di fare la guerra alle reunion: ormai vanno considerate parte integrante della vita di un gruppo. In quest’ottica va almeno dato atto alle SK di non aver menato troppo il torrone: niente tira e molla, niente contrattoni, niente grossa sorpresa sui cartelloni dei Coachella/Primavera del cazo. Si chiudono in sala e ne escono con un disco pronto: un album veloce, diretto, ben scritto e senza cazzi. Esce domani, si chiama No Cities To Love e ha convinto chiunque. La scelta produttiva forse è la più ovvia, quella di bypassare la parentesi del disco con Fridmann, riprendere Jon Goodmanson, ricreare atmosfere alla Dig Me Out e raccogliere i frutti di una reputazione probabilmente aumentata (e comunque meritatissima). La pausa di quasi dieci anni è difficilmente interpretabile: il fatto che le musiciste non l’abbiano mai menata con lo scioglimento dà spessore all’ipotesi di indefinite hiatus tranquillo stile Fugazi. Da questo punto di vista No Cities To Love è soprattutto da interpretarsi come l’ennesimo mattone di una storia che continua, e questo (paradossalmente) forse è il suo maggior punto debole: passati i dieci minuti di magone che sale quando parte il riff secco di Price Tags, è abbastanza chiaro che qualcosa nell’economia delle SK sia cambiato. Non so esattamente cosa sia: un po’ rispecchia quell’assetto tipico da gruppo invecchiato, la ricerca di un effetto più immediato sul singolo break, più che il garage rock organico che stava su Hot Rock, All Hands e One Beat. Un po’, semplicemente, non è quei dischi in quegli anni e qualcosa questo conta. Un po’ sto facendo la punta al cazzo: in No Cities To Love le Sleater Kinney sono le Sleater Kinney, e più di tutte Corin Tucker è Corin Tucker: in parte al cento per cento, quella voce eccitata a cui non si resiste, e neanche un secondo di brutta musica. Eppure.

Son più di quindici anni che le ascolto e non ho davvero idea di quale sia il mio rapporto con le SK. Ho amato la loro musica con un’intensità spaventosa, ne ho consumato i dischi, non le ho mai viste in concerto. In qualche modo riesco ad identificarle come “la mia cosa” nonostante le abbia conosciute quando erano già famose e in copertina sulle riviste di settore. Sono stato folgorato brutalmente dai due dischi solisti di Corin Tucker, e do in parte a questo la colpa di un entusiasmo più tiepido nei confronti di questo disco (ma continuo a pensare che dentro 1000 Years e Kill My Blues ci sia roba che palpita molto più forte che in No Cities To Love). Forse c’è un po’ di malafede nel mettersi dietro a un disco delle Sleater-Kinney, nel 2015, con l’estasi acritica di adolescenti al primo morso di punk rock. D’altra parte il disco è solido, la musica è pesa, le Sleater Kinney si meritano ogni minuto di attenzione a loro riservata e probabilmente renderanno questo mondo migliore. Speriamo.

makes no sense at all: i Godflesh, oggi.

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A chi importa qualcosa dei Godflesh oggi? Mi piacerebbe conoscere la risposta, se ce n’è una. Vorrei guardare in faccia un loro fan nel 2014. Parlargli. Se ne esistono, poi (qualcuno ancora dovrebbe esserci da qualche parte, al netto degli spettatori casuali. Dal vivo continuano ad andarli a vedere, chissà perché; certo, nostalgia, per i sopravvissuti. Ma chi nel 1990 doveva ancora nascere? Rispetto dovuto, come per gli anziani ai giardini pubblici? Necrofilia di ritorno? Turismo museale? Altre domande senza risposta). Il collasso dell’immaginario cyberpunk è storia vecchia da mo’, il treno è passato e alla stazione è rimasta poca gente, spesso in condizioni mentali che definire precarie è un eufemismo; oppure chi non si rassegna; comunque, ognuno perso nei suoi trip. Sono le fondamenta a mancare. Manca il contesto. Il futuro, da un punto di vista tecnologico, è una noia mortale: tutto è alla portata di tutti, ogni meccanica è stata resa nota fin nei minimi dettagli, nessuno spazio all’immaginazione (sarebbe inutile). Le macchine non sono più qualcosa di esoterico, distante, fondamentalmente inesplorato; una schermata non è più un portale spalancato su universi ignoti. Quelle che sembravano visioni allucinanti da superare il più molesto dei romanzi di Philip Dick, rivelatesi tali soltanto dentro teste già in fiamme (droga, menti particolarmente eccitabili in partenza, non importa quali fossero i motivi), non hanno retto alla prova del tempo, e ora nel migliore dei casi suonano come fiacche scoreggette digitali annichilite dalla realtà dei fatti (nel peggiore, tempo impacchettato e buttato al vento); il più immaginifico dei voli pindarici nell’intero spettro industrial-qualsiasicosa diventa inesorabilmente musica da supermercato. I tempi in cui un Amiga 500 e un sintetizzatore erano più che sufficienti a prefigurare scenari indescrivibili non torneranno mai più, non con la stessa intensità quantomeno; ad andar bene, fotocopie sbiadite di tempi comunque irreplicabili. La realtà è banale, e la musica non basta più a trascendere.

I vecchi dischi dei Godflesh oggi sono modernariato; i nuovi, un esercizio inutile, triste e pure un po’ patetico. Restano i ricordi, che nemmeno una robetta maldestra, noiosa più della morte in un ospizio, sconfortante, raffazzonata come A World Lit Only by Fire (bel titolo comunque, carpenteriano, certo degno di migliori cause) potrà portarmi via. A Broadrick si continua a voler bene, più per coazione a ripetere che altro (da decenni azzecca un disco ogni dieci a essere buoni); per Green, operatore nel sociale, la musica un passatempo lontano galassie dalla vita vera, rispetto infinito. Che bello se si fossero fermati a Us & Them. Che bello se la Earache fosse ancora la Earache. Se questi anni non fossero mai passati. Ma così non è, quindi, non è così. Inutile insistere, insensato raccontarsela. Dunque, reset mentale attivato, e magicamente è come se A World Lit Only by Fire non fosse mai esistito. Selfless usciva il 26 settembre 1994, per alcuni il disco più prolisso dei Godflesh; l’ho ascoltato più tempo di quanto abbia frequentato tutti i miei parenti messi assieme. Magari lo rimetto su adesso.

Non so bene come sia successo di passare dal nuovo disco di Interpol e DFA1979 alla reunion degli Hammerhead

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GLI SCOUT

Ci sono quelli che quando un gruppo arriva nella rubrica gruppi emergenti delle riviste musicali specializzate li hanno già assunti digeriti ed evacuati e accolgono quel blando gesto di riconoscenza overground facendo l’elicottero con il cazzo. Sono persone in assoluta buona fede, ma vivono in un mondo dove tutto è già successo quattro mesi prima. Gestiscono il gusto musicale con processi mentali simili a quelli della corrente alternata. (Dovrei spiegarla ma mi sono già dilungato) Non ho mai fatto parte di questo sottogruppo di esploratori della musica, anche se per tre o quattro anni della mia vita da ascoltatore ho tentato disperatamente di diventarlo e per un certo periodo ho anche pensato di esserci paurosamente vicino. È successo, specificamente, quando i primi anni duemila si stavano buttando selvaggiamente nella metà degli anni duemila. Scrivevo per webzine metal e indierock e stavano iniziando a girare insistentemente nomi di gente messa sotto contratto da chissà chi, proveniente da gruppi che avevo ascoltato anni prima per qualche motivo. La gente con cui mi accompagnavo si curava di informarmi che il chitarrista di questo gruppo suonava negli Orchid, che il batterista di quest’altro gruppo aveva un’etichetta di cui possedevo dischi, che quel dj lì una volta cantava nei This Machine Kills. Era più semplice di così, naturalmente. Passo indietro: negli anni duemila la gente iniziò ad averne i coglioni pieni, peraltro giustamente, di tutta una serie di musiche imbastardite sistematicamente con altre musiche e di quella brutta sensazione da pop rock in provetta che iniziava a girare all’epoca. Nel 2001 uscì un disco pop rock che funzionava, si chiamava Is This It? e l’aveva inciso un gruppo di nome The Strokes. Sembrava la colonna sonora di un documentario sul riciclaggio: garage rock, un po’ di Velvet Underground per il dramma, un briciolino di pre-punk per inasprire i toni, vestiti attillati anni sessanta e via andare.

(chiosa: è il 2014 e forse sarebbe ora di accettare una verità forse scomoda e impopolare: gli Strokes non hanno niente a che fare con i Television. O meglio, hanno qualcosina-ina-ina di simile ai Television in alcuni brani del primo disco che non sono diventati singoli, ma ci sono comunque duecentogruppi che potrebbero essere citati come influenze più capitali per gli Strokes di quanto possano esserlo i Television. Grazie, mi sono tolto un peso)

SAI QUANTO COSTA TENERE UNA MACCHINA IN UN GARAGE A NEW YORK?

Un anno dopo, sull’onda, il garage rock era tornato in forze e i gruppi nuovi messi sotto contratto dalle major avevano tutti l’articolo davanti. La moda non resistette molto per alcuni motivi facilmente intuibili: gli Strokes, innanzitutto, non erano un gruppo underground messo sotto contratto (alla vediamo che cazzo succede) da una major di passaggio. Erano un preciso progetto estetico e musicale, pensato per segnare la musica pop in un preciso periodo storico. Il resto fu più o meno un equivoco e un modo di andare a traino. Il garage rock tende a morire e risorgere, è una delle sue caratteristiche dialettiche: ti sbraghi di musica fatta con quattro accordi per sei mesi, scappi a gambe levate cercando soluzioni più complesse ed elaborate, due anni dopo hai le palle piene della musica elaborata e torni ai tre accordi, e via ricominciare. Personaggi con anni di militanza carbonara finirono sotto i riflettori e tornarono nell’ombra. Un singolo artista (Jack White) passò da oscuro musicista garage pop a personaggio fondamentale per comprendere la musica contemporanea. Meglio che niente.

Il revival sixties era roba per riempire le piste rock con qualcosa che abbia più senso di robaccia tipo Dandy Warhols, e in questo aveva decisamente un suo senso. E quando passò, l’atroce spinta in avanti a prescindere della fine anni novanta era una ferita ancora fresca. Invece di ritornare alla commistione e all’IDM quasi tutti si trovarono d’accordo sul fatto che era meglio continuare a fare musica nuova che ripescasse il passato. Il garage era puro revival, il movimento successivo ha una dimensione politica/programmatica molto più marcata.

Non si può dire che PIL e Joy Division fossero gruppi *dimenticati*. Lo si può dire, a livelli diversi, dei vari Wire, Gang of Four, Pere Ubu, Pop Group, persino i Devo: roba la cui dignità era sicuramente riconosciuta ma non era più così determinante a livello di influenza sui gruppi nuovi. Un certo punk americano di confine, in ogni caso, aveva ricominciato non si sa come a riascoltare quella roba e metterla trasversalmente nei suoi dischi. Qualcuno a San Diego portava jeans e magliette attillate, un batterista provava a suonarla col quattro quarti e via andare. Qualche anno dopo, in giro per l’indie, era tutta cassa dritta. I riferimenti erano già scritti in cielo, furono semplicemente ripescati e ricodificati –un po’ a cazzo, se vogliamo. Gli Interpol mi arrivarono addosso con quella sensazione che provi quando passi davanti a un incendio con la camionetta dei pompieri che ha già spento tutto. Prima di ascoltare il disco leggevo pezzi in cui si accusava di disonestà intellettuale chi diceva che erano uguali ai Joy Division, sulla base di argomentazioni blandamente circostanziali (la presenza di un pezzo lento, il fatto che gli Interpol non abbiano nessun retaggio punk) (peraltro non è vero, qualche membro della prima incarnazione faceva la gavetta).

La stampa musicale esercitava ancora un potere, almeno su di me. Ascoltai il disco con gli anticorpi già in circolo: “somiglieranno molto ai Joy Division, sforzati a trovare le differenze”. Cinque anni dopo trovare un gruppo rock di grido che non somigliasse molto ai Joy Division sarebbe diventata una branca specifica dell’entomologia, con testi di riferimento e seminari a tema, ma ai tempi la cosa poteva avere un senso. Tra i Joy Division e gli Interpol, in ogni caso, le differenze erano alla luce del sole: gli Interpol suonavano con l’eco.

L’ECO

A pensarci allora non c’era davvero una battaglia da combattere, nel senso, se qualcuno voleva ripescare quei suoni era tutto ok, potevo perfino rivendermi un briciolo di cultura in merito. Gli Interpol non erano quello che si dice un grande gruppo, più che altro un abbaglio collettivo nell’epoca degli abbagli collettivi a botte di dieci-dodici l’anno (i primi anni duemila, giornalisticamente parlando, per quanto mi riguarda si riassumono nei The Music). Vestivano scuro con cravatte e capelli pettinati a cazzo, la parodia di un gruppo nazo senza senso dell’umorismo. Il disco era carino per tre canzoni: la prima era una cosa molto epica, la seconda mostrava il giochino, la terza era bella bella bella, si chiamava NYC ed era un numero tipo Velvet Underground misto wave pomposa misto canzoni di chiesa, quelle robe che metti nelle cassette miste per impressionare le ragazze. Il resto del disco si poteva usare per torturare la gente a Guantanamo, e in prospettiva non era ben chiaro quanto gli Interpol e le cose contemporanee agli Interpol sarebbero stati poi dannosi nella storia del pop. La scena newyorkese in ogni caso era bella e pronta: Liars, Yeah Yeah Yeahs e declinazioni assortite. Qualcuno sparlava degli Strokes, qualcun altro li metteva dentro al calderone. 2002, sette anni più sette anni meno.

Il postpunk era arrivato poco dopo e nel giro (il giro era gente che s’andava a vedere gli Anna Karina e simili) ce la sentivamo caldissima. The Rapture e gente simile un annetto più tardi: gruppi con una visione un tantino più ampia, diciamo così, comunque pesantemente derivativa. DFA, Dim Mak, le varie Three One G, 5RC, GSL eccetera, etichette eccezionali con una discografia già ineccepibile. I gruppi usavano le casse dritte, le piccole etichette pubblicavano dischi a cassa dritta, le corporazioni provavano a comprarsi i gruppi e le etichette, in alcuni casi ce la facevano, in altri si piegavano ad accordi di distribuzione per preservare l’apparenza indipendente e l’alone di coolness. (è un meccanismo che in una qualche misura funziona ancora oggi)

In quegli anni Vice esisteva nella percezione comune sia come rivista che come etichetta: entrambe decretavano cos’era cool in quel preciso momento storico, e via andare. Vice etichetta pubblicò il disco lungo dei Death From Above 1979, fine 2004. Momenti di svolta del quotidiano: i Death From Above 1979 avevano un singolone chiamato Romantic Rights, che stava in un bell’EP dallo stesso titolo e venne pubblicato anche come primo singolo dal disco nuovo. I Death From Above 1979 avevano il numero 1979 per distinguersi da DFA, l’etichetta, anche se avrebbero tranquillamente potuto esserne uno dei gruppi di punta. Basso e batteria, casse drittissime, il suono scannato ma non troppo (una specie di heavy metal non-osservante ripensato in chiave disco); il gruppo perfetto per chi era irritato dalle cose fighette alla Franz Ferdinand e considerava i primi Black Eyes troppo rumorosi. Erano anni in cui il riciclaggio spinto andava bene (non sono mai finiti, quegli anni, e dobbiamo dare atto all’industria del riciclaggio musicale di aver raggiunto livelli di efficienza che umiliano l’industria del riciclaggio dei rifiuti). In una prospettiva temporale di due o tre anni i Death From Above 1979 erano semplicemente un gruppo insignificante con due pezzi carini, cioè più o meno degli Interpol meno irritanti. Li descrive perfettamente il mio amico Enzo in un’email:

Era un gruppo che consideravo “utile”. All’epoca mettevo molto più spesso dischi in giro, e come ha già scritto qualcuno più bravo di me, la valigia del dj deve essere un po’ una cassetta degli attrezzi, una roba da ferramenta e fai-da-te. Roba alla DFA1979 ti tornava sempre utile in tutte le occasioni. Ci sono gruppi che non ami e non detesti, ma che semplicemente funzionano. La pista li riconosce, hanno il tiro per essere ballati, ti possono servire da raccordo tra i vari momenti di una scaletta. E poi a metà Anni Zero era impossibile non imbattersi in qualche loro remix.

 

DIECI ANNI DOPO, GROSSOMODO

Poi gli artisti fanno quel che devono per sopravvivere. Gli Interpol mantengono inalterata la loro credibilità con un secondo disco che è la fotocopia del primo e un terzo che cerca, o trova senza cercare, una via più istituzionale al rock’n’roll fatta di suoni bombastici su pezzi vagamente imparentati con certa wave. Persino decorosa, in prospettiva, questa adesione scriteriata ai canoni del ROCK maiuscolo di tutte le Virgin Radio di questa terra. Quella roba coi suoni cotti a vapore e le melodie tutte così, tipo Muse o Placebo per capirci; i DFA1979 si sciolgono. Il bassista diventa uno dei massimi nomi della dance del (boh, biennio) successivo, il batterista no. Altri crisantemi sulle lapidi. Il fashion-rock all’epoca è un po’ allo sbando, indeciso se buttarsi inevitabilmente in pasta alla cassa pura e semplice dopo anni di piedino (gran parte di quelli che si ascoltavano i Radio 4 erano potenziali clienti del Festivalbar con la puzza sotto il naso, lo dico come un complimento) o scegliere la via della wave osservante di merda. I primi andarono a riempire i posti dove suonavano Steve Aoki e i Beetroots, i secondi aprirono la strada al ritorno dello shoegaze (nelle modalità e nell’estetica uno dei ripescaggi più ridicoli degli anni duemila, non a caso ancora in auge).

Gli artisti fanno quel che devono per sopravvivere. I nuovi dischi di Interpol e DFA1979 escono questi giorni. Il nuovo Interpol è un disco che nelle parole di molti rimedia al disastro degli ultimi dischi, ricalibra il suono del gruppo dentro i suoi standard originari e butta su delle canzoncine carine da cui altro non è lecito pretendere. Non è vero. È un disco modesto realizzato da un gruppo modesto che avrebbe potuto sciogliersi, o tenere un basso profilo, e non l’ha fatto. Il titolo del disco è un anagramma della parola Interpol, un’idea presa forse dall’ultimo disco dei Verdena (che ha un pezzo alla Interpol che si chiama con un anagramma della parola Interpol ma è un anagramma diverso), e forse no, ma se esisti nello stesso ordine di idee degli ultimi Verdena, ecco, forse una domanda o due me le farei. Il nuovo disco dei DFA1979 è una fotocopia del precedente nemmeno troppo scrausa. Nel suo essere fedele e non-da-buttare rivela in maniera abbastanza impietosa la scarsità del materiale culturale di partenza, oltre che la nostra credibilità come ascoltatori nel lungo periodo. Alcuni gruppi di questo giro che hanno trovato un senso di esistere dieci anni dopo che li fa suonare ancora importanti: The Rapture, Oneida, Liars, !!!, Tussle o quel che volete. Altri tornano periodicamente a ricordarci di un periodo in cui non ci vergognavamo poi tanto a spendere soldi in questa roba.

COSE NON LEGATE

Una volta sono stato con una ragazza per qualche settimana, non proprio una cosa seria e non proprio un’amicizia. Lei lavorava in un bar e cantava in non so che cazzo di gruppo para-jazz. Intonava qualche canzone di gente tipo Tenco con questa voce meravigliosa, ne sapeva a pacchi di musica ma non aveva mai frequentato molto l’indie rock. Le lasciai cinque o sei CD casuali che avevo in macchina, lei li portò a casa e li ascoltò, non ne parlammo molto. Finimmo assieme a un Independent Days con i Sonic Yoof e i Franz Ferdinand e altra gente simile, poi le cose andarono a finir male e quei dischi rimasero a lei. Ci ricascammo un po’ l’anno successivo, con una brutta storia alle spalle a testa. Lei mi riportò i CD senza che io glieli chiedessi, ma si tenne Evil Twin degli Hammerhead. Disse che le era piaciuto un sacco e le aveva un po’ cambiato la vita. I dischi con la cassa, Rapture e qualcos’altro, non le era piaciuto. Mi disse che se c’è gente che suona come gli Hammerhead non ha senso ascoltare i gruppi che suonano puliti. Non so dire, onestamente, se mi sia mai capitato qualcosa di più bello ad argomento ragazze e musica. Poi la vita ci ha portato da altre parti. Lei si è sposata. Io la settimana scorsa ho visto gli Hammerhead dal vivo.

Quando ti trovi di fronte a una cosa come la reunion degli Hammerhead è lecito che tu ti senta malissimo. All’Hanabi i presenti sono pochissimi e hanno quasi tutti la mia età, poca voglia di far tardi e speriamo che i volumi non siano troppo alti. Gli Hammerhead hanno la sconfitta dipinta in volto, non so spiegarlo in altri modi. Calvizie imperante, pancette sformate, il viso rigato di chi deve limitare le birre per non voler morire la mattina dopo. L’esistenza degli Hammerhead alla fine di questa estate sembra la sfida finale al senso delle cose o l’ultima chance di tre americani che non ce l’hanno fatta nemmeno a riciclarsi impiegati delle poste. E poi Paul Sanders prova il suono di una improbabilissima Flying V trasparente, e poi suonano il concerto più crudo e cattivo che mi venga in mente in quel momento, e capisci come funziona. Qualcuno suona la musica che ha senso suonare, qualcuno suona la musica che è giusto suonare, qualcuno è la musica che suona. Gli Hammerhead a un certo punto s’erano sciolti, avevano formato un altro gruppo di nome Vaz. Avevano dischi su GSL e  Load, a un certo punto sembrava quasi andassero di moda. Poi ai concerti ci van sempre gli stessi dieci stronzi. A tornare a casa metto su il disco nuovo degli Interpol e voglio morire.

 

reunion #1145: MINERAL

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Due date italiane dei Mineral all’inizio del 2014. I Mineral sono un gruppo emocore attivo nella seconda metà degli anni novanta e autore del miglior disco mai uscito nel genere, e quindi tra i migliori del punk e del rock in generale. si chiama The Power of Failing e va ascoltato. Per agevolare questa cosa Extra Mile fa uscire delle ristampe del catalogo in vinile, perché i Mineral o in vinile o niente, immagino (io li ho sempre ascoltati in CD, non sono un vero fan). Dal sito puoi anche andare e acquistare il pacchetto vinile + una data inglese del reunion tour. Mica male, dai, e ancora una volta tocca scegliere. Decidere che sono una parte della tua vita morta e sepolta o viva quel tanto che basta per un air guitar appena accennato su Gloria mentre guidi in autostrada verso il tuo business meeting, comprare il biglietto e andare a vedere di cosa si tratta, non comprarlo e farci la figura dello scrooge del rock o di quello che si prende a cuore delle cause stupide e che in fondo sticazzi. Va tutto bene. Nel frattempo questa roba diventa più nostalgica e fascista ogni giorno che passa, va avanti automaticamente sapendo che in fondo a nessuno frega più un cazzo e che questo bel portamento disinteressato ci rende molto più interessanti agli occhi delle tipe, e probabilmente farà finire qualche soldo anche meritato nelle tasche di un gruppo i cui membri hanno passato una ventina d’anni a fare altra roba per vivere. Sticazzi. La grammatica dello sticazzi. Stipendi interi che vanno via in roba che in fondo sticazzi. E quel disco che inizia con quell’arpeggio di chitarra e quella voce e quella batteria che conta uno due tre quattro cinque sei sette otto e aspettiamo un po’ a partire e poi partiamo forte-forte-forte, che a molti ha cambiato la vita, ad altri no, ad altri nemmeno ma perchè non dire che lo ha fatto, eccetera.

tanto se ribeccamo: Ice-T e i Body Count (parte II)

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Non puoi scegliere i punti fermi della tua generazione, non più di quanto puoi scegliere l’anno in cui nasci. Nel 1990 Ice-T fonda un gruppo rock assieme ad un ex compagno di scuola (Ernie C) alla chitarra. Il nome è Body Count, la conta dei corpi. Sono già una specie di informale caricatura: devoti al rock pesante, inflessioni thrash metal del cazzo e testi perfettamente in linea con il resto della produzione del rapper: l’obiettivo è un po’ sfottere il clichè del maschio bianco ritardato che suona metal, un po’ incassare soldi dai maschi bianchi che il metal lo ciucciano a getto continuo senza farsi troppe domande. Il primo disco del gruppo viene registrato alla fine del 1991: c’è una canzone che si chiama Cop Killer, che dovrebbe dare anche il titolo al disco, una Psycho Killer per niente sfumata con un testo sull’uccidere i poliziotti mentre le violenze post-Rodney King non si sono ancora spente del tutto. In copertina al disco c’è il dipinto graffiti-style di un negro incazzato con torso nudo scolpito di muscoli, bandana in testa, pistola alla cinta e la scritta COP KILLER tatuata sul petto. L’etichetta (Sire, proprietà di Warner Bros.) inizia a subire pressioni per scaricare il gruppo a man bassa; decide di tenere duro e supportarlo, Ice-T è un nome che fa girare parecchi soldi (OG nel ’91 arriva in top ten), ma al momento di far uscire il disco fa marcia indietro. L’album esce omonimo, con la canzone alla fine del disco. La presenza del brano in scaletta, in ogni caso, basta e avanza: Cop Killer diventa un caso nazionale da sera a mattina e il gruppo si ritrova nell’occhio di uno dei più violenti scontri sulla censura musicale dai tempi di Stairway to Heaven. I sindacati di polizia di tutto il paese chiedono il ritiro dell’album dal mercato, Tipper Gore lancia fiamme, Dan Quayle (all’epoca vicepresidente) condanna la canzone in pubblico. Charlton Heston (all’epoca non ancora presidente dell’NRA) si presenta ad una riunione degli azionisti Warner, legge il testo della canzone e se ne va via lasciando di sasso gli astanti. Persino il presidente Bush ha parole contro l’industria discografica che permette la diffusione di contenuti tanto estremi. Poco importa che a conti fatti il disco dei Body Count suoni anche ad un orecchio inesperto come una rappresentazione del vero caricata oltre il paradosso, o che i testi non riescano a far rimanere acceso il cervello di un maggiorenne per più di tre minuti. Iniziano a farsi largo accuse di sedizione e minacce di morte a gente ai vertici dell’amministrazione Warner: Ice-T si scarica la coscienza e molla il colpo, ritirando il disco e facendone uscire una nuova versione da cui spariscono sia Cop Killer che il tatuaggio sul petto del negro (al suo posto la semplice scritta Body Count). Volendo è possibile vederla come l’ennesima dichiarazione politica del gruppo, ma anche e soprattutto no.

Non fosse infuriata la polemica, il primo disco del gruppo avrebbe avuto la stessa fama di cui oggi gode roba tipo, boh, i Methods of Mayhem. Body Count è un maldestro esempio di rock del cazzo suonato con uno sfoggio muscolare di rabbia posticcia, immotivata e innecessaria, atteggiamenti machisti da hard discount ed inclinazioni pastorali da impara la vita dei duri e/o pure i negri san suonare il metal. La parola motherfucker è pronunciata una volta ogni quattro secondi circa, ma la musica non graffia manco mezzo minuto; qualunque clone dei Metallica in circolazione in quegli anni sa fare di meglio. È l’onda lunga delle proteste a farlo diventare un grande classico degli anni novanta. Uno di quei titoli di cui era obbligatorio possedere in casa una copia, a prescindere da quanto venga poi voglia di ascoltarlo. Nel mondo di provincia in cui vivo, alla fine,  i Body Count arrivano prima e meglio dei Nirvana: mettere Body Count’s in the House in ogni mixtape è essenziale per almeno un anno, qualsiasi ipotesi alternativa di rock’n’roll viene bollata come moscia, e via di questo passo. Le ragazze conoscono il gruppo, io stesso possiedo una cassetta originale. Di lì a poco la mia terra scoprirà il rap, e poi il rap hardcore, e poi il rap-metal; Body Count mette d’accordo tutti. Mollando trentamila lire ottieni una versione in scala della realtà più infernale in circolazione, un mondo in cui hai i poliziotti costantemente incazzati dietro al culo e le altre gang che cercano di ucciderti. Mamma e papà hanno mollato la P38 da decenni (i miei dalla P38 ci sono stati belli lontani anche ai tempi).

Nello stesso anno di Body Count esce anche quello che ad oggi è l’unico contributo fondamentale di Ice-T alla musica pesante: la canzone Disorder, un medley degli Exploited, lui al microfono con gli Slayer a pestare sotto, per la colonna sonora di Judgment Night; giusto per capire che differenza fa la musica quando suoni musica. Non puoi scegliere i punti fermi della tua generazione. A riascoltare Body Count oggigiorno provi lo stesso effetto di allora, quell’anticlimax che solo la musica di merda ha la capacità di offrirti, l’aspettativa col fiato corto dell’approcciarsi a qualcosa che qualcuno ti ha giurato essere enorme e proibito, e lo slogarsi delle mascelle a furia di sbadigli dal minuto 10 in poi. In ogni caso Body Count è un documento molto prezioso per tracciare il ritratto di massima di una generazione che sta scappando a gambe levate dallo street rock di gomma dei vari Skid Row e dagli anni ottanta statunitensi in generale ma è ancora indecisa da quale altro suono farsi rappresentare nel decennio in corso; i maschi adolescenti della provincia di Forlì scopriranno a brevissimo le possibilità alternative di manifestare il loro scazzo a mezzo musica, tagliati su misura per una periferia non-violenta che rivendica comunque il suo diritto a fare a gomitate nei club il sabato sera. Routine culturale.

I Body Count non sopravviveranno all’esplosione del grunge: ai tempi del successivo Born Dead le polemiche si sono spente e sembra già di avere a che fare con un gruppo di zombi. Del resto Born Dead è un brutto disco: bolso, noioso e fuori tempo massimo per qualsiasi chiamata alle armi. Ice-T è dentro ad altre storie (cinema, soprattutto) e la sua metal-band super incazzata è già degradata a gruppetto della domenica; una cover di Hey Joe come manifesto programmatico. Il successivo Violent Demise si apre con il tradizionale skit audio in cui Ice-T viene impezzato da un critico rock che lo mette all’angolo lamentandosi di quanto fanno schifo i suoi dischi e continuando a dire “i can’t feel you anymore”. Lui risponde “feel this” e gli spara, e poi via di gangsta-metal all’acqua di rose. Capirai. Li vedo nel tour che segue: il primo disco eseguito da cima a fondo, pochissime concessioni al resto; suck my motherfuckin’ dick ogni trenta secondi, pilota automatico spinto, cattiveria zero, pose plastiche da metallari falliti Ernie C suona con una maschera da hockey stile Jason Vorhees, Ice-T arringa la folla con stronzate separatiste pronunciate col sorriso in bocca e un pubblico di locali con la canotta da basket che urla in prima fila ODIARE I NERI? NOI? Ai tempi i Body Count hanno perso già il batterista, morto di leucemia; qualche anno dopo il bassista morirà in una sparatoria. Il gruppo realizzerà un disco nel 2006 di cui non mi viene data notizia. Nel 2006 ho 28 o 29 anni, mai passata una notte in cella, mai presa una manganellata.

Mi capita di sentire il loro nuovo album, uscito da poche settimane. In linea teorica parliamo del revival più triste concepibile, salvato parzialmente dal fatto che mettere Ice-T su un palco ha comunque un senso. Nel frattempo lui è diventato il protagonista del fumetto sulla sua vita: appesantito dall’età, vestito da clown, una moglie-modella tettona di 20 anni più giovane con la quale ha realizzato un reality show, appena prima dieci anni di Law&Order a farlo icona. Facile immaginare Manslaughter come l’ennesimo specchio del narcisismo del personaggio: la musica è il solito breviario aggro-metal di merda pompato di steroidi digitali ed aggiornato alle tecniche produttive dell’ultimo quindicennio (c’è pure Jamey Jasta in un pezzo). Contiene una cover di Institutionalized col testo cambiato per dare addosso ai vegani, un pezzo a favore dei soldati statunitensi, accuse di impoverimento alla musica rock e altre cacate protofasciste che mi fanno vergognare di aver avuto quattordici anni nel ’92, parlo in generale. La destra puritana statunitense ha altro a cui pensare nel 2014, naturalmente (tipo due pentacoli scoloriti in salsa Rob Zombie nei video di Ke$ha); la stessa insipienza molesta dell’ultimo disco dei Body Count potrebbe significare che alla fine il tempo ha dato loro ragione, che a forza di non togliersi dalle palle nonostante il disinteresse dell’opinione pubblica il gruppo ha raggiunto una dimensione nella quale può esprimere ogni cosa gli passi in testa senza venir bloccato da qualche eminenza grigia. E anche dando questa cosa per scontata rimane il fatto che la musica di Manslaughter non vale nemmeno il tempo speso a disegnare dei cazzi su un foglio da riciclo mentre la ascolti con disinteresse e corri con la memoria all’adolescente ribelle che non sei mai stato. Non puoi scegliere i punti fermi della tua generazione.

tanto se ribeccamo: Ice-T e i Body Count (parte I)

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Il giorno in cui è uscito I Trasgressori è stato un bel giorno. Un giorno giusto. Walter Hill ai controlli, storia alla Distretto 13 ma più amaro, con il denaro di mezzo (giungla metropolitana, soldi e armi, fortino assediato, alleanze temporanee solide come granito: western totale), destinazione dichiarata: sale di periferia semivuote d’estate (in Italia, ai tempi il periodo più morto dell’anno), pacifico fin dall’inizio. Protagonisti Ice-T e Ice Cube, per la prima volta insieme, che per un bambino nel 1992 era come dire Babbo Natale e Superman nello stesso posto. Hip hop ultimi fuochi, un attimo prima che il pestilenziale Dre e le sue ammorbanti superproduzioni soffocanti, pomposissime, inerti e sovraccariche da morte neuronale colonizzassero l’immaginario (non di una nazione: del pianeta Terra) ammazzando senza ritorno l’intero genere, il panorama era questo: negri che nelle foto ti guardano in cagnesco, nei dischi dicono un sacco di parolacce e sottintendono un rapporto con le armi che definire confidenziale è un eufemismo, incarnando e amplificando a dismisura le traiettorie più deleterie e degradanti che comporta essere nero e vivere in un quartiere di merda dopo la diffusione a macchia d’olio del crack nelle strade courtesy of l’amministrazione Reagan. Una sorta di vaudeville 2.0 a uso e consumo della medio-alta borghesia bianca con più o meno disperata necessità di identificare un nemico comune da avversare e temere; chi invece a South Central ci viveva per davvero sapeva benissimo che era tutta posa, romanzetto criminale, fiction farsesca a uso e consumo di bianchi ricchi, annoiati e mortalmente terrorizzati dalla sola idea di miseria, senza la benché minima idea di quel che potesse essere la cosa vera (certi posti non li avrebbero intravisti mai, manco con il telescopio, nell’arco di un’intera esistenza).
Però intanto i dischi spaccavano il culo, quasi tutti, indistintamente, e ti facevano sentire davvero dalla parte giusta della barricata; anche se avevi dieci anni, l’inglese lo capivi a malapena e i problemi veri erano piuttosto non prendere un brutto voto a scuola e non finire menato dai bulletti più grandi. Non importa: bastava far girare un’altra volta ancora Death Certificate o Kill At Will o O.G., ma pure We Can’t Be Stopped, risalire ai fondamentali con Straight Outta Compton o It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back (ok, altra storia, loro erano gli intellettuali, ma a dieci anni cosa potevi saperne: negri incazzati che pronunciavano frasi in tono aggressivo rimanevano, stessa differenza) e via di nuovo nei bassifondi (per così dire), per sentirsi automaticamente calati in un contesto suburbano che avrebbe fatto apparire minaccioso e cupo e soffocante e asfaltato e opprimente qualsiasi posto. Non è durata. Per qualche anno effettivamente la qualità media delle uscite ha retto e una visione d’insieme a prescindere da costa Est e costa Ovest c’è stata, ma come ogni cosa bella è finita schifosamente in fretta.
In questo contesto, Ice-T era forse l’unico a mettere davvero paura. Sarà per quella mostruosa faccia da rettile, sarà per l’etnia che disorientava, impossibile da tracciare nettamente (mezzo nero mezzo creolo), sarà per la voce, capace di rendere ogni parola una profanazione, ma l’insieme (potenziato e avvalorato da una street knowledge al netto delle esagerazioni assolutamente plausibile) non aveva nulla di caricaturale, metteva davvero soggezione; come un parente lontano venuto a raccontarti quale razza di inferno sia stata la sua vita negli ultimi 35 anni, ma con affetto, senza morali finali e senza grandi lezioni da apprendere se non volevi apprenderle. Orfano a 12 anni, ex pusher, ex marine, folgorato dai precetti del magnaccia romanziere Iceberg Slim diventa magnaccia a sua volta, molla il colpo quando si rende conto che il rap procura meno grane con la legge e rende più dello sfruttamento della prostituzione. Finisce tra i bersagli preferiti delle farneticazioni sessuofobe del PMRC, accolita di invasati capitanata dalla moglie di Al Gore che alla fine è stata forse l’ultima vera spinta propulsiva per il mercato discografico (qualunque disco mettessero alla berlina finiva per vendere cento volte di più; ho conosciuto persone che compravano per puro principio qualsiasi disco portasse stampato PARENTAL ADVISORY da qualche parte sulla copertina. Io ero uno di loro), e questa è stata probabilmente la sua più grande fortuna. Da lì non solo la sua carriera musicale decolla ma, in qualità di bestia nera certificata, finisce regolarmente ospite nei talk show più gretti e degradanti della Nazione (dunque seguiti da decine di milioni di gonzi) dove, oltre a scoprire di essere telegenico, dimostra di avere un cervello e saper farlo funzionare egregiamente. Il modo in cui smonta fino all’ultima delle bestie che gli si parano davanti armate di stupidità e protervia inesauribili, ignoranza cieca e argomenti da far suicidare per l’imbarazzo chiunque con un QI appena di poco superiore a quello di Forrest Gump, trattando ognuno di loro con rispetto, che è dovuto anche alle bestie, mettendo sul piatto senza alcuno sforzo calma, freddezza, logica e lucidità di analisi aristoteliche, è ancora qualcosa a cui assistere fa bene all’anima, a decenni di distanza.
Buona presenza scenica, buona loquela, il cinema è il passo successivo. I colpi migliori li spara all’inizio: esplode in New Jack City e, appunto, I Trasgressori, un uno-due che da solo basta a motivare una carriera. Magia, pura magia. Sono passati ventidue anni e regolarmente ogni volta che rivedo I Trasgressori non riesco a non uscirne convinto che sia il film più bello di sempre. Poi finirà a fare quasi solo merda e telefilm (dunque altra merda). Contrappasso: nel telefilm di più lungo corso interpreta un poliziotto. Con i dischi la parabola discendente non è altrettanto brutale: alti livelli e almeno un capolavoro (Home Invasion, 1993, colossale, tra i più grandi dischi hip hop di sempre), tiene botta fino al 1996. Return Of The Real già contempla le macerie di un mondo che non esiste più, un uomo solo al comando con motivazione, determinazione sprezzo del ridicolo addirittura commoventi. Il mondo era cambiato, lui (ancora) no. Rispetto infinito. Da allora in poi non c’è più altro di cui valga la pena parlare. Ritorna sugli stessi passi nel 2006, con risultati diametralmente opposti: Gangsta Rap, dichiaratamente nostalgico oltre l’autoparodia, tanto farsesco da muovere a compassione, è il cartone animato di un mondo fin dall’inizio di cartapesta, ormai popolato dal solo Ice-T, unico depositario di un passato di cui da troppo tempo non frega più un cazzo a nessuno.

 

Time to take you back to the days of old
64 Chevys, big fat gold
Out to the west where the gangstas roam
South Central, L.A., my home

This ain’t R&B, this is Gangsta Rap
Bitches get smacked, busters get jacked
Front if you want, you’ll get laid on your back
It’s about guns and drugs and hoes and clubs.

 

Questa fa male. La convinzione qui fa male. La nostalgia di un mondo irreversibilmente scomparso e sempre più lontano ferisce quando si scontra con la brutale realtà dei fatti. Sembra uno di quei giapponesi convinti che la guerra non sia finita. È come se quel parente lontano ora avesse l’Alzheimer. Spero davvero non ripeta mai più l’exploit. Per tutto quello che viene fino al 1996, in compenso, ho nutrito e nutro un rispetto che sconfina nella devozione.