Una per i Nomeansno

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Quando hai la mia età e una famiglia e un lavoro impegnativo ti tocca iniziare a scremare i concerti. Tutte le volte che ti prendi una serata lo stai facendo ad un prezzo, caricando qualcun altro di un impegno che lo metterà in difficoltà -porti i figli dai nonni, li lasci a casa con la moglie. Così pian piano inizi a detestare l’idea di allontanarti e fare cento chilometri per andare a vedere un concerto e sacrificare le ore di sonno e la lucidità del giorno dopo e il tempo libero della tua fidanzata e la possibilità di passare una serata a lavorare a qualcosa di tuo. La tua fidanzata in generale è più comprensiva di te, capisce di cosa si tratta -la musica in qualche modo ti definisce e ti ha dato persino qualche buon momento assieme a lei, ma le cose da fare sono tante e le persone che le possono fare sono poche. Nel giro di qualche anno diventa una specie di economia della comprensione, lei ha le sue cose e tu hai le tue e il patto informale è quello di riuscire a coltivarle ed incastrarle nella vita senza risentirne o sbilanciarsi troppo. Così la mia soluzione è quella di fare una lista mentale delle mie priorità: c’è una lista di gruppi che devo vedere, a patto che suonino ad un orario umano e in un raggio di chilometri affrontabile. Non so dire se sia un sentimento autentico o una cosa di autoconvinzione, ma se perdo tutto il resto non me ne frega assolutamente un cazzo. Non mi interessa non riuscire a vedere il passaggio italiano di un gruppo chiacchieratissimo, e non mi interessa aver mancato  uno di quei concerti-evento che si tengono ogni sei mesi e a cui sono presenti tutti. Sono cose per i giornalisti musicali e i blogger o i tipi della moda o quelli che vogliono scopare nel giro indie. Però, dicevo, c’è una lista di artisti, e quegli artisti non sono negoziabili. Sono quelli che rappresentano la musica per come la vedo io, che vado a vedere perchè io sono così, a prescindere da quanto giusto o sbagliato o deprimente esserlo a 38 anni. I gruppi in questa lista non mi serve spiegarli alla mia fidanzata: lei sa di cosa si tratta e perchè è importante, a suo tempo ha visto la faccia che faccio sotto al palco, e si organizza. Non è una lista lunghissima, ed è quasi tutta fatta di roba indierock: Shellac, The Ex, Melvins, qualche italiano, pochi altri. Questi gruppi sono riusciti a sopravvivere alla vita: continuo a controllare se vengono o no, e se vengono e non riesco ad andarci per qualche motivo mi viene la depressione. Ieri c’era anche un altro gruppo in lista: si chiamava Nomeansno, veniva da Vancouver e tra poco avrebbe festeggiato i quarant’anni di attività. Tranne che ultimamente giravano un po’ meno spesso e per l’ultimo tour toccava fare una trasferta lunga, e quindi ciccia. Ora i Nomeansno hanno pubblicato una nota sulla loro pagina FB in cui annunciano la cessazione delle attività e invitano ad alzare un bicchiere.

Ho fatto un conto e mi pare di averli visti cinque volte. Non sono moltissimi i gruppi che ho visto cinque volte, ma se siete fan dei Nomeansno è estremamente probabile che li abbiate visti molte più volte di me. La questione è questa: avevano il loro seguito, ed era fatto quasi sempre delle stesse facce. Pochi turisti, poca gente a caccia di roba da fare in serata: tutta gente che era lì per il gruppo, o che sarebbe stata lì per il gruppo la volta successiva. I Nomeansno prima del concerto si aggiravano tranquilli e sorridenti in giro per il posto, fosse un bar o un locale immenso, qualcuno di loro si riposava prima di suonare. Salivano sul palco e anche lì sorridevano e si spaccavano il culo e lo spaccavano a noi e se erano in serata andavano avanti anche per due ore. Vivevano la musica in un modo che si può riconoscere a pochi gruppi: sempre in giro, sempre felici, sempre presi bene, mai infastiditi, mai superiori a chi pagava il biglietto. La prima volta che li ho visti erano già dei vecchietti, e suonavano in un modo che rompeva il culo a chiunque altro avessi la possibilità di vedere.

Con i Nomeansno se ne va un modo di fare la musica che era solo loro, e di pochi altri, e che si avvicinava particolarmente a quello che io, personalmente, ancor oggi intendo quando penso alla musica. La lista dei dischi bellissimi che hanno fatto è lunga quanto la lista dei dischi che hanno fatto in generale: l’ultimo lungo è uscito dieci anni fa. Questo, per quanto mi riguarda, è il loro inno generazionale.


(la foto non è mia, l’ho rubata qui)

Una per Michael Cimino

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Il primo film di Michael Cimino che ho visto è anche il mio preferito. Non solo tra i suoi; in generale. Tra i film della vita sarebbe fuori gara, una questione che trascende qualsiasi parametro. C’entra quel che si vede, la storia (miracolo irripetuto di tale Charles Leavitt, allora all’esordio; poi scriverà soltanto cagate), le immagini, i movimenti di macchina eccetera, almeno quanto c’entra quel che è stato prima, come Michael Cimino sia arrivato fino a lì; soprattutto, quel che è venuto poi. Il film è Verso il Sole. L’ho visto per la prima volta al cinema vent’anni fa, innumerevoli altre in VHS; non so di altri formati su cui sia uscito in Italia, nemmeno mi interessa. In Cinemascope o su nastro magnetico che si deteriora fino a sfracellarsi e scomparire, per me le sole strade praticabili per questa faccenda. Quale che sia il formato non cambia molto: le scene in interni – stanze d’ospedale o bettole ai bordi dell’umanità popolate da personaggi improbabili – hanno comunque le movenze spettrali, il colore livido degli straight-to-video; nelle scene in esterni invece i panorami si espandono, riempiono la corteccia cerebrale penetrandola come migliaia di aghi, non c’è modo di fermare l’esondazione. Ogni volta lo schermo a tubo catodico esplodeva, ed era bello essere vivi. Succedeva con i film di John Ford, di Anthony Mann, con Verso il Sole; poi non è successo più.

Nel 2005 ho visto I Cancelli del Cielo in Piazza Maggiore a Bologna; prima si trovava soltanto l’edizione mutilata in VHS, per cui ho sempre evitato. Non so quale versione io abbia visto, so solo che è durata molto. In qualsiasi caso, l’attesa è stata ben ripagata: una luce così mai mi aveva riempito gli occhi – su uno schermo, per strada, stessa differenza – mai più l’avrei rivista. Più reale del reale: era come vedere il sole sorgere, battere, tramontare, per la prima volta. Nessun altro film in qualsiasi formato mi ha fatto lo stesso effetto. Una pallida imitazione di alcuni sprazzi l’avevo incontrata qualche volta, dal vero, in un tramonto dopo un temporale violentissimo; solo che qui quella stessa luce era stata dilatata per quattro ore circa, insieme allo stesso senso di tragedia pre e post-calma innaturale, il tutto moltiplicato per una cifra incalcolabile. Michael Cimino ha introdotto la proiezione, non ricordo cosa abbia detto. Le scene del film invece le porto stampate in testa dalla prima all’ultima. Quando è finita l’orologio segnava le due del mattino; mi sembrava di essermi appena seduto. Avrei voluto continuasse più di quanto mi sia sentito abbandonato una volta letta l’ultima riga de L’Ombra dello Scorpione. Da allora non ho più rivisto I Cancelli del Cielo; nell’eventualità di non ritrovare quella luce, preferisco farmi bastare il ricordo.

Ha un senso che Verso il Sole rimanga l’ultimo film di Michael Cimino. Quale sia stato il punto di rottura, cosa gli abbia fatto capire che alla fine non era più cosa per la quale, non so e non mi interessa. Va bene così. Voglio dire, come altrimenti? Non riesco a pensare a un film altrettanto adatto per chiudere la sua carriera. Non l’ho mai conosciuto ma la sua esistenza è stata per me un faro. Sapere che ancora respirava mi era di conforto: comunque c’era, da qualche parte, a combattere la sua guerra con le sue regole. Non lo avevano piegato. Piuttosto che starci aveva scelto il silenzio, magari in attesa di una serie di convergenze favorevoli; nessuno lo saprà mai.

Tutti i miei eroi sono morti male: impazziti, mangiati dall’alcol, il cervello fritto dalle droghe, dimenticati. Antonin Artaud, Hank Williams, Peter Laughner, Philip Dick, Peter Steele. Michael Cimino era l’ultimo. Non me ne sono rimasti altri.

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Il più grande gruppo da quando esiste il campionatore

Questa non è una copertina

Questa non è una copertina.

È fuori Frankenstein Goes to Holocaust, ad oggi l’ultimo misfatto di Riccardo Balli. Non semplicemente un libro sulla storia del mash-up: una ricognizione alla Balli maniera dentro alle viscere del saccheggio sonoro e oltre, dalla nascita del genere più invendibile di sempre ai suoni di domani, in parallelo a varie forme di ibridazioni letterarie con relative conseguenze (più altre cose, come diceva Elvis Presley nel racconto “E hanno una band dell’altro mondo” di Stephen King).
Ho contribuito con un pezzo sui KLF. Per chi li ricorda, il titolo di questo pezzo ha un senso e un valore precisi, da cui prendere le distanze è più che insensato: del tutto inutile. Finché è durata, fino a quando hanno scelto di farla durare, innovazione e eversione hanno camminato fianco a fianco, di pari passo, con effetti indissolubili nel tempo, impossibili da replicare. Loro un equivalente elettronico dei Velvet Underground in versione ultrapotenziata: chiunque abbia ascoltato i loro dischi è poi a sua volta diventato musicista, spargendo il contagio. Con esiti identici (prototipo mai eguagliato, a fronte di miliardi di tentativi nessuno più ha saputo ricrearne parte della grandezza, ad andar bene una pallida copia) e una sostanziale differenza: Lou Reed è poi diventato Lou Reed, John Cale è ancora John Cale, mentre per Bill Drummond e Jimmy Cauty la mossa successiva ha significato autoannullamento, repentino e inderogabile, a fama planetaria raggiunta. Non esistono equivalenti ai KLF, in ogni senso; soprattutto in termini di radicalità, coerenza, fedeltà assoluta ai propri princìpi, per quanto (o forse proprio perché) incomprensibili a chiunque altro. Conta il gesto, contano i fatti (se il senso venga poi recepito, una questione irrilevante). Non importa quanto alto il prezzo da pagare. Per adesso la damnatio memoriae prosegue: silenzio stampa totale, nessuna eccezione, niente reunion, non li troveremo a tradimento nel cartellone del prossimo Primavera performing the album Chill Out in its entirety. Così vieni dimenticato, la sola via per sparire completamente. Passare all’atto è semplice, basta volerlo.
Nel libro è rimasta fuori la prima parte del mio intervento. Eccola.

È stato come spalancare di colpo un portale che si affaccia su un universo del tutto ignoto. Come fissare per la prima volta il sole. Il velo di Maya nell’esatto istante in cui si squarcia. Il momento in cui nulla sarà più come prima elevato alla N. Una volta imparato qualcosa non puoi più fingere che non esista (o meglio puoi anche, in linea teorica, ma non funziona sempre e non funziona con tutti – certo non con me); in cinque minuti scarsi erano state racchiuse troppe rivelazioni, tutte insieme, concentrate in troppo poco tempo. Il più potente degli allucinogeni iniettato direttamente nel cervello, al confronto, un vago prurito dopo una puntura di zanzara. Per assimilare la portata di quel che avevo visto e sentito, per elaborare gli strumenti concettuali necessari alla comprensione di parte del tutto (il quadro completo, quello nessuno arriverà mai a saperlo maneggiare, a parte – forse – i diretti interessati) sarebbero passati anni, letteralmente. A ogni acquisizione di nuovi elementi il mosaico diventava via via più decifrabile, comunque mai del tutto visibile. Non è ancora finita: la strada è lunga, il tragitto tutt’altro che lineare, e non so dove porta.

Esisteva un canale televisivo chiamato Videomusic, di solito (non necessariamente) corrispondeva al tasto 9 del telecomando: il portale del portale. Ogni pomeriggio mandava in onda On the air, flusso ininterrotto di videoclip presentati dalla voce piacevolmente impersonale di uno speaker che parlava sopra l’inizio e la fine di ogni blocco, introducendo il blocco successivo; lì ho intercettato per la prima volta il video di America: what time is love? a casa di un amico, finiti i compiti.
Avevo nove anni, nessun televisore in casa: la scatola magica stava dai nonni, dal cugino, dagli amici; l’effetto, su di me, qualcosa a metà tra Tutti amano l’Ipnorospo e una droga di cui non puoi sapere quando avverrà la prossima somministrazione. Questa volta era diverso, al netto dell’ipnosi: qualcosa di molto più vero del vero, è stato chiaro dal primo fotogramma. Un Natale avevo visto a dai nonni una versione de “I Miserabili” in bianco e nero che avrebbe tolto la voglia di vivere a un miracolato; tetrissima, claustrofobica, deprimente oltre ogni parametro conosciuto da un bambino di cinque anni. Il video di America mi aveva fatto rimbalzare in testa, con amarezza e virulenza centuplicate, la scena iniziale della nave, con i prigionieri in catene stipati da qualche parte sotto coperta che supplicavano di venire liberati mentre fuori dalla prigione di legno infuriava una tempesta indescrivibile. Per anni non l’ho più rivisto, bastava e avanzava il ricordo. Quando è ricapitato, molti anni dopo, ulteriore dimostrazione di quanto la mente umana possa distorcere la percezione delle cose: un delirio ma preso bene, anche se (ma questo l’avrei imparato poi) le riprese erano state effettuate a temperature polari – lo si nota dalla condensa nel fiato di quasi tutti i figuranti – con l’intero cast a bagnomaria.

Girato in un austero bianco e nero, tanto simile alle tonalità intercettate pochi mesi prima nel trailer di Europa di Lars Von Trier (responsabile di generose porzioni di sonno sottratte lungo interminabili notti trascorse a occhi sbarrati nel buio), nel video viene messa in scena una ricostruzione anfetaminica, sovreccitata, deformata, della scoperta dell’America da parte dei vikinghi, secoli prima di Cristoforo Colombo (come dice il testo, del resto: We came a long time ago/ Nine Nine Two – but you did not know): furia iconoclasta e sarcasmo in parti uguali (mastodontiche, incalcolabili), un rapper nero e un’amazzone in topless con i capezzoli coperti da due ‘X’ scotchate come nella riproduzione virtuale di un film porno visto da un citofono, flash abbaglianti da crisi epilettica, sopra ogni cosa il ghigno allucinato di uno sconvolto Glenn Hughes pre-rehab (indubbiamente il particolare più perturbante, il featuring più grottesco e inconcepibile di sempre) mentre scandisce bene le parole del ritornello, oltre a un ‘I wanna see you sweat‘ che visti i trascorsi è veicolo di cortocircuiti mentali che sanno dirsi interessanti – per chi da un punto di vista psichico già sta sull’orlo del precipizio e ha bisogno della spinta per passare allo step definitivo. Parole che allora già mi disorientavano, nonostante una conoscenza dell’inglese da quarta elementare (perché facevo la quarta elementare): What time is love? Che poi in fondo è la domanda delle domande, a saperla interpretare. Lo sentivo che c’era qualcosa che non quadrava, che la frase, messa giù com’era, non aveva alcun senso, sintatticamente parlando.

Quella notte prendere sonno è stato più difficile del solito. Non avevo mai ascoltato roba del genere, ne volevo ancora. Sarei stato presto accontentato: i KLF erano famosi, molto famosi, più o meno qualsiasi emittente radiofonica li trasmetteva quotidianamente. Ritrovare America sulle frequenze di Radio Deejay dopo pranzo una questione di giorni, di ore. A cinquecento anni da Colombo, pochi mesi prima di Ridley Scott, questo era il tributo. Privo dell’apparato iconografico, senza immagini, rimaneva il pezzo dance più divertente, violento, aggressivo e coinvolgente avessi mai sentito; la situazione non si è spostata di un millimetro da allora. L’impressione: come venire catapultato in mezzo a uno stadio stracolmo, ben oltre il limite consentito, nel pieno del rave più coinvolgente del mondo. Era il culmine dell’era aurea, l’esplosione più colossale prima dell’inizio del collasso. Il concetto di ‘rave’ era stato ampiamente assimilato e digerito dalla casalinga quanto dal pensionato quanto dal bambino; per depotenziarne gli effetti eversivi, per addomesticare la portata assestandola a livelli inoffensivi per le masse, stava rapidamente prendendo forma l’eurodance, bieco carrozzone che avrebbe tenuto banco per altri quattro anni almeno, dove in un’ipotetica scala di valori i 2 Unlimited avrebbero finito per diventare gli esponenti più illuminati.

Altro campionato: i KLF venivano da un altro pianeta, dove presto sarebbero tornati. Con la terza rilettura di What time is love? il penultimo assalto psichico prima dell’implosione. Costruita su un sample di Ace of spades dei Motorhead, America preconizza in blocco quel che sarebbe stato: tastieroni, base campionata da qualcos’altro e ricontestualizzata, rap ignorante a esprimere concetti basici (non per questo deleteri, non nel loro caso), dribblandone sul nascere qualsiasi deriva avesse anche solo minimamente a che fare con l’abbrutimento e la morte neuronale, superando il futuro sul nascere. Ciao baraccone: ecco servito il prossimo lustro senza lo schifo, per chi non ha saputo vedere ci sono i Twenty 4 Seven. Ecco perché da qualche parte ancora salta fuori I can’t stand it (nomen omen se mai locuzione abbia avuto un senso); perché What is love? è diventata una hit planetaria. Non un caso: manca la parola time nel titolo.

promesse da mantenere

promesse da mantenere

Una per Robin Williams, un anno dopo

Da bambino guardavo Mork & Mindy a casa dei nonni. O meglio, la sigla di Mork & Mindy: mi piaceva la canzone e il fatto che il personaggio fosse fatto di plastilina (che si muovesse, poi, un prodigio). Quel che veniva dopo, attori in carne e ossa e risate preregistrate, una noia mortale (peraltro del tutto incomprensibile ai miei occhi di bimbo). Così spegnevo il televisore e passavo alla fase due: allagare la stanza da bagno, cooptato e pienamente incoraggiato dal nonno. Erano dimostrazioni scientifiche, diceva. Delle teorie di Archimede, diceva. Per me Archimede era un personaggio dei fumetti di Topolino e quel che mi importava alla fine era allagare il bagno con Nano, nano, la tua mano apri piano ancora a rimbombarmi nel cervello. Avevo quattro anni.

De L’attimo fuggente mi ha annichilito il finale, come probabilmente per chiunque altro su questo pianeta. Arrivarci in compenso una conquista, un traguardo da meritare: lunghissimi, interminabili minuti a lottare con il sonno, con il buio, per non finire inghiottito dalla poltrona di un cinema di cui ho perso anche il ricordo. Discorsi e dinamiche di cui mi arrivava a esser larghi il 5%. Non riuscivo a entrare nel flusso, a dare un senso alla farsa indecifrabile che si stava dipanando e sembrava non finire mai. Non capivo il motivo di tanto affannarsi, di tanto penare. Un circo urlante, una festa, ma non era divertente, al contrario. Era uno strazio. Gli ultimi cinque minuti però in qualche modo mi sono arrivati; sarà stata la musica, l’enfasi montante, inesorabile, fino a raggiungere picchi wagneriani sul finale, in parallelo a quel che succedeva sullo schermo, azioni che finalmente capivo davvero. Tutto quanto messo insieme mi ha attorcigliato le budella, la gola, un nodo che all’improvviso mi era diventato impossibile sciogliere. La prima volta in cui ricordo di avere pianto guardando un film. Non per paura; era come liberarsi di un fardello. Avevo sei anni, mi ci aveva portato mio padre.

Robin Williams assomigliava a mio padre. Almeno fino a Will Hunting compreso (anche dopo, ma meno) la somiglianza ai miei occhi era impressionante. Prenderne coscienza mi faceva un effetto strano (il legame a ogni film sempre più saldo): come una riproduzione virtuale di situazioni familiari nelle sembianze di un altro, solo leggermente diverse. Il suo volto, certe espressioni più di altre mi squartavano; su tutte, lo sguardo quando il personaggio che interpreta viene ferito volontariamente, di volta in volta da un personaggio diverso, stessa meccanica. La reazione, istantanea, come il dolore si irradia dopo una coltellata inferta a tradimento: infinito stupore, assoluto sgomento, vedere il proprio cuore calpestato con gli anfibi, totalmente vulnerabile, totalmente inerme. Un libro aperto. Delle volte il personaggio che lo feriva volontariamente nella cosa vera ero io. Transfert impegnativi: rivivere attraverso lo schermo una replica moltiplicata alla N di stati mentali pure troppo ricorrenti. Chiodi nella carne cruda. In tutti i casi porte che sarebbe stato meglio non aprire. Eppure, mai smesso di farlo. Fino a qualche anno fa, quando il livello delle produzioni in cui Robin Williams finiva coinvolto, ormai da tempo in picchiata verticale, ha smesso di scendere per assestarsi sul nero stabile; le scelte (artistiche, imprenditoriali), proiezioni di una mente deragliata già da mo’. Roba talmente contorta o amara o respingente o imbarazzante o solamente triste da rendere impossibile proseguire il viaggio. Non ero il solo: la diaspora era cominciata da un pezzo, nessuna inversione di tendenza, e non accennava a fermarsi. Del resto, difficile anche solo immaginare chi potesse essere lo spettatore di un film con Robin Williams in quegli anni, chi scegliesse volontariamente di pagare il prezzo del biglietto o anche solo occupare novanta minuti del proprio tempo con quella roba. A parte, forse, Robin Williams.

Ricordo bene quando ho imparato che era successo, l’istante. Persone che da allora non ho più rivisto, device che per me sono ancora fantascienza; sospesi nell’Interzona che è più o meno ogni luogo dove ci si trovi pochi giorni prima di ferragosto, da qualche parte, non troppo tardi. Qualcuno la butta piano: è morto Robbie Williams. Penso immediatamente all’agghiacciante video di Come undone diretto da Jonas Akerlund, sorta di upgrade di Requiem for a dream film virato deboscio, visto una sola volta in piena notte e mai più dimenticato; un ricordo lontano, comunque a fuoco, ma è un attimo. Qualcun altro aggiusta il tiro, cellulare alla mano: il morto è Robin Williams. I dettagli nei giorni successivi, questioni di secondaria importanza, la meccanica conta poco: prima respirava, ora non respira più, questo è quanto.

Mai pensato a gerarchie di alcun tipo per i miei film preferiti; comunque La leggenda del re pescatore occuperebbe un posto molto in alto. Pochi altri hanno lasciato in me un segno altrettanto profondo, ancora meno hanno determinato il mio percorso umano in maniera altrettanto radicale, definitiva, inderogabile, rendendomi la persona che sono quando sento la terra ben salda sotto i piedi (quando non, altro discorso). Ancora oggi non esiste altro film che mi faccia sentire come mi fa sentire La leggenda del re pescatore, niente che nemmeno gli si avvicini. È come se avesse colto esattamente il punto. Ogni altra parola per tentare di razionalizzare l’orrore del mondo diventa superflua al confronto; giri a vuoto, come topi ballerini condannati a ripetere la stessa danza in eterno. Se mai si può imparare qualcosa da un film, lì è dove in assoluto l’ho imparato meglio. Non avevo mai visto La leggenda del re pescatore al cinema; VHS, televisione, DVD, la qualunque, mai abbastanza spesso, mai troppo volentieri. Ma al cinema ancora no. Ci sono riuscito l’anno scorso nel momento più opportuno, uno di quei giorni memorabili (secondo Flaiano non più di quattro o cinque nella vita, il resto volume) in cui tutto è dove dovrebbe essere, tutto va come dovrebbe andare; per un attimo il tracciato acquista un senso, a un tratto so bene dove sto, vedo chiaro dove sto andando. Non succede spesso. Lì è successo. Robin Williams era morto da un mese. Per me, il suo ultimo regalo.

Una per i trentacinque anni di “Closer”

 

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Del Corvo ho letto prima il fumetto, il film l’ho visto dopo. Niente TV, poche stazioni radio, in proporzione una bella dose di informazioni inutili con cui sono stato riempito negli anni formativi viene dai fumetti. Mi piacevano i fumetti, senza distinzione. Da Dylan Dog a Tank Girl più tutto quel che stava in mezzo e oltre. La mia mente era una spugna, assorbiva tutto. Il problema era riuscire a metterci le mani una volta esaurita la paghetta, che era misera e finiva sempre troppo presto in proporzione al bisogno. A volte ho rubato, a elaborare il senso di colpa mi aiutava Kevin: se ti serve tanto una cosa e tu non hai i soldi, la puoi anche prendere in prestito. Ripensavo a quelle parole e mi passava. Il Corvo l’ho comprato. Due numeri a tremila lire – il terzo.tremila e cinque, quei bastardi – in mezzo un numero zero a duemila e stop: una spesa affrontabile. Mai nemmeno considerato l’edizione limitata, mai collezionato roba; nessuna fascinazione per l’oggetto in quanto tale, contava il contenuto, e mille lire in più o in meno per me erano soltanto mille lire in più o in meno. Mezzi per un fine, tanto per restare in argomento. È stato bello finché è durato e per molto altro tempo ancora Il Corvo. Troppo breve (ma non è sempre così per tutto?), quando è finito ci ho messo un po’ a elaborare la perdita. Avrei voluto continuasse. Quasi ogni capitolo portava il titolo di un pezzo dei Joy Division; così li ho scoperti, senza averne ascoltata una sola nota. Pochi anni più tardi, Closer mi è esploso in faccia.

È stato il primo, non sono andato in ordine cronologico. Copie bootleg orrende giravano in vinile a prezzi sostenibili, tanto bastava; una bella copertina e un vago ricordo le spinte finali per entrare nel tunnel. Mai sentito altro prima di Atrocity exhibition, il primo pezzo. Da lì il resto, combustibile per un fuoco che non ha smesso di ardere da allora. Avevo fotocopiato i testi tradotti a scuola. Senza sarebbe stata solo bella musica, strana e vagamente respingente, vagamente ostile. Altra cosa con le parole sotto gli occhi nero su bianco, condizione necessaria per dare un mio senso a quei lamenti. Entrarci, come una mano dentro un guanto nuovo, dell’esatta misura. Raramente è stato più facile, più chiaro; una verità ovvia.

Se ci arrivi presto è come se ci arrivi tardi: burocrazia, atto dovuto, comprare un vestito senza averlo provato e farselo andare bene; disfarsene senza rimpianti quando smette di fare il suo. Ma se ci arrivi al momento giusto è una rivelazione in grado di svoltare un’esistenza, di determinarla. Abitarlo per mesi o anni o una vita la logica conseguenza. Non viverla benissimo comunque, come per ogni altro classico personale, sempre in trincea: chiunque ne oltrepassi la linea di confine un invasore, la certezza che il disco parli a te soltanto, parole che nessun altro al mondo potrà comprendere mai, non allo stesso grado di intensità (semplicemente inaccettabile formulare il pensiero). Trip del genere. Rain Man al quadrato. Incidentalmente potrei dire lo stesso per una marea di altri dischi, per altri motivi, tutti validi secondo il mio sistema di valori. E come altrimenti.

Quando qualcosa è parte di te la porti dietro sempre, non importa il contesto. Continua a farmi strano vedere più di una persona in un locale dimenarsi sulle note di un loro pezzo – di solito Love will tear us apart (chissà perché sempre quella poi) – incastrato a viva forza tra una prescindibile merdata e la successiva. Lo stesso imbarazzo di seconda mano che mi assaliva per Smells like teen spirit sparata a tutta birra alle feste del liceo, decontestualizzata con violenza e brutalità paragonabili a uno stupro di gruppo moltiplicato all’infinito. Un riempipista. Quando il fastidio ha oltrepassato il livello di guardia ha coinciso con quando ho smesso di farne una questione. I dischi esistono per essere ascoltati.

Per anni non ho visto una foto di Ian Curtis. Per anni ho pensato fosse nero, nel senso di africano. Il suono della voce unito a nessun supporto visivo a confermare o smentire mi aveva portato a tracciare l’obbligatoria conclusione, a esserne convinto. Lo immaginavo bluesman deragliato, lo stato mentale che mi arrivava era quello: stare male, molto male, dentro qualche baracca gelida in nessun posto in particolare. Il resto sfumature.

Poi è arrivato il momento in cui un dettaglio del quadro generale è entrato a gamba tesa nel vissuto personale penetrando dall’esterno, mi ha invaso. All’improvviso e per sempre è diventata una questione privata; uno slittamento di piani ha dato un preciso significato, un peso specifico, una consistenza a tutti i giorni e anni precedenti vissuti nell’attesa del momento ora raggiunto, il momento del crollo. La colonna sonora più appropriata girava già dentro di me, da anni.

Closer è uscito trentacinque anni fa. Francesco me l’ha ricordato. Mai celebrato l’anniversario, sempre ignorato mese e giorno. Contrappasso definitivo, ironia suprema: dopo decenni a tenermi compagnia, miliardi di ore spese a scandagliarne ogni piega alla ricerca di nuovi elementi che rafforzassero un legame comunque fin dal giorno uno profondo più dell’oceano, del tutto ininfluente la mole di film, libri, contributi di ogni provenienza e natura sull’argomento (scansati di default o entrati da un orecchio e usciti dall’altro), a sopravvivere più a lungo nella memoria e nelle budella niente e nessuno dei suddetti, in molti sensi la nemesi assoluta. Una cover.

Le cover sono croce senza delizia il più delle volte. Con i Joy Division poi la possibilità di fallire miseramente diventa invariabile certezza – oltre che spietato indicatore del grado di assoluta incoscienza e straordinaria presunzione degli autori dello scempio – senza passare dal via, matematico. A parte un paio passabili (Nine Inch Nails, Dead souls; Codeine, Atmosphere) riconosco una sola eccezione: Transmission rifatta dai Nomeansno, in qualsiasi forma, esibizione e contesto. Mai smesso di ascoltarla, mai ascoltata troppo. La preferisco all’originale. Non saprei spiegare perché, ancora oggi per me non esiste nient’altro che anche solo le si avvicini. Un detonatore. Appena parte il giro di basso le lacrime rotolano giù (come dicevano i Tears For Fears), è incontrollabile. Mi ricordano che sono ancora vivo, non importa per quanto, non finché i fratelli Wright si sgolano ripetendo ossessivamente dance dance dance dance dance to the radio come fosse la sola cosa sensata da urlare con quanto fiato un corpo possa contenere, fino al collasso; di colpo ogni casualità acquista un senso mentre le torsioni di Ian mi rimbalzano nel cervello come un flash maligno, innescando cortocircuiti seri.

Avanzi di balera

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«Ah, ma tu sei quello del liscio». Non che sia capitato mille volte, intendiamoci, ma nelle mie sempre più rare serate mondane in qualche caso mi è capitato di conoscere gente che in effetti mi ha inquadrato così. Nulla di male, anzi me la son proprio cercata, e anche se non mi piace definirmi “quello che ha sdoganato il liscio romagnolo alle platee indie sulle pagine di Blow Up”, devo di nuovo ammettere che sì, un po’ me la sono cercata. E’ accaduto ormai un anno fa, a gennaio 2014, e all’articolo ho lavorato, tra una cosa e l’altra, fin dalla fine del 2012.

Perché l’ho fatto? Per tante e ragioni, non tutte nobili peraltro, ma una di queste – la più basica – è che lo potevo fare, perché sono romagnolo e perché scrivo in un giornale locale, il che mi ha timidamente aperto le porte di un mondo veramente intrigante e completamente alieno alle spire del mondo indie. Al punto che qualche anno fa pensai io stesso di aprire un blog, intitolato “Guida al mondo reale per indie-blogger”. Avevo anche scritto l’articolo d’apertura, in un forum l’ho pure pubblicato, ma insomma la questione era che, se vivi in provincia e devi parlare a un pubblico mediamente over-50, succede che, beh, come posso dire, la musica cambia. In ogni senso.

Parlo di scuole di tango, band quindicenni dalle note biografiche improbabili e dettagliatissime, jazzofili duretti e purissimi, concerti di cameristica all’ora del tè e roba che nel mondo indie semplicemente non esiste, non viene rilevata dai radar ma costituisce una fetta non indifferente del cosmo musicale tutto. In questo universo sconfinato ci sono espressioni di coloritissima nicchia come il liscio romagnolo e tutto il suo indotto, talmente ben congegnato e così intrinseco alla natura stessa della musica da ballo romagnola da venire percepito come un tutt’uno e dare luogo, forse per la prima volta nella storia, alla cosiddetta “industria del  ballo”, ai “divertimentifici” che in Romagna esistono da più di un secolo. Nacque infatti oltre cent’anni fa, a Bellaria, il Capannone Brighi, ovvero la prima balera (la storia della musica da ballo romagnola comincia in realtà molto prima ma per questo si può ordinare un arretrato di Blow Up, fermo restando che fareste meglio a leggervi i libri di Franco Dell’Amore e i saggi di Paola Sobrero sull’argomento).

Non sto a farla lunga, il punto che qui mi interessa approfondire è il legame inscindibile tra la parte musicale del liscio e quella imprenditoriale, e mi interessa perché se della prima – ormai da decenni – non si registra più alcun guizzo vitale significativo, la seconda sta continuando stancamente a protrarsi, con disperati e goffi tentativi di aggiornamento e un pubblico sempre più vecchio e indifferente ai templi del ballo romagnolo, la cui sorte appare segnata e ineluttabile. Qualche dato sulle chiusure delle balere forse lo trovate cercando su internet gli articoli di Ermanno Pasolini sul Resto del Carlino, che fornisce numeri tutti da verificare (specialmente quando parla di migliaia di orchestre attive fino agli anni ’80, forse si tratta di migliaia di iscritti all’Enpals, che prende dentro anche i pianobaristi e i musicisti tutti, per capirci), ma in ogni caso dà un quadro realistico se non altro delle proporzioni della decadenza.

Circa un anno fa feci una piccola indagine sulle balere, su come stavano messe in provincia di Ravenna, e insomma non è che stiano messe tanto bene. Tra le varie cose che son saltate fuori ci sono i locali ibridi, magari con le imitazioni dei California Dream Man il venerdì, la “musica per giovani” il sabato (tipicamente cover band di intramontabili anni ’60, ’70 e ’80), il latino la domenica (quest’ultimo è da intendersi o nel senso della cumbia da balera, deriva finale delle contaminazioni in direzione sudamericana penetrate nel corpo del liscio dalla Musica Solare di Raoul Casadei in avanti, oppure nel senso del reggaeton, quindi della “musica che si balla tutti insieme con le coreografie e la gente, anche i giovani, ci si divertono”) e il martedì sera “il liscio” o “le orchestre” o “i balli tradizionali”, tutti sinonimi della stessa roba, quella che un tempo era la musica da ballo romagnola e al principio dei ’70 diventa il liscio (sul perché del nome esistono alcune storie e teorie che non abbiamo lo spazio per approfondire). Poi ho scoperto che le scuole di ballo di provincia hanno attuato una politica mercantile aggressiva con un doppio esito: da una parte organizzano feste private in casoni e locali affittati e si tengono ovviamente gli introiti degli ingressi togliendo fette di mercato alle balere con attività continuativa (questa per lo meno è l’accusa, mica tanto velata, dei gestori dei locali); dall’altra il proliferare di queste scuole (perché dell’intero indotto del liscio sono l’anello che soffre meno) paradossalmente svuota le piste da ballo perché quelli delle scuole sono più bravi di quelli che un tempo si buttavano in pista con scarsa cognizione ma tanta genuina voglia di saltabeccare e oggi invece si vergognano al cospetto dei ballerini istruiti con le loro dame scosciate e saltellanti. E’ un peccato perché la natura iper-popolare di questi balli (il cui successo è da ascriversi al fatto di essere di coppia e quindi prodromi all’accoppiamento) era la sua forza: per ballare il tango bisogna davvero essere bravi e avere fisici da urlo, mentre la mazurka non seduce veramente nessuno ma almeno la possono ballare tutti. Altra cosa da segnalare, scoperta in un dibattito sulla materia che moderai un lustro fa, è che la gente si incazza ancora su questi argomenti, non vi dico i fiammetti tra il gestore delle balere che si infervorava contro il maestro di ballo e uno contro l’altro discettavano di giri di valzer, giri di merengue, 2 valzer 2 polke una mazurka, tre pezzi di “moderno” (che negli anni ’50 erano boogie e swing, oggi credo sia una qualche mistura latinoide) con un tecnicismo e una foia degni davvero di miglior causa. Che poi non lo so mica se ci siano cause migliori, che qua si parla di migliaia di persone che hanno vissuto di musica per decenni, altro che pugnette. Stupendo poi è stato parlare con l’autoproclamatosi “inventore del lunedì delle badanti” – credo fosse il lunedì -, che è un po’ come il giovedì delle commesse in spiaggia o il lunedì delle parrucchiere, cioè si è creato un nuovo “momento di socializzazione”, subito coperto con un’offerta danzereccia ad hoc, come nella migliore tradizione dell’industria del ballo. Sta di fatto che oggi le donne da balera pare siano per lo più straniere e che comunque un popolo che frequenta questi posti c’è ancora. Poi purtroppo le orchestre faticano, perché un pubblico over 65 è un pubblico che consuma poco, non si può pagare l’orchestra allora si passa al trio (un ritorno alle origini, ma direi che l’intento non è propriamente filologico…), un po’ ci si appoggia alle basi midi, si riesce sempre a sfoderare una cantante sui 45 “con due cosce così” e via andare.

Vi garantisco che, a dispetto di un presente un po’ sciapo, questa “scena” ha vissuto fasti autentici nel passato e anche la musica non era affatto male, per lo meno fino agli anni ’60, quando una nostalgia un po’ finta e cartolinesca ha preso il posto dell’originaria baldanza. Se ascoltate “Un bes in bicicleta” di Secondo Casadei, nell’originale versione anni ’30, sentirete il vinile che gracchia, sentirete lo sprizzo fascista in sottofondo, sentirete lo scoppiettio della pacca sulla chiappa e della bici che finisce nel fosso, ma capirete anche, facilmente, che quella roba era up-to-date, raccontava bene quei tempi (ed era pure, nella fattispecie, un one-step, musica americana insomma). Dopo si è giocato sulla nostalgia, i romagnoli (e non solo loro, chiedete in Veneto e Lombardia) hanno continuato ad apprezzare e a chiedere una musica che rimestava nel suo passato senza peraltro che i suoi protagonisti l’abbiamo mai curato, questo passato, dal punto di vista culturale e filologico. Poi Raoul s’è inventato la Musica Solare dalle assonanze mediterranee, Castellina ha spinto a manetta sul sudamericano, Nicolucci ha tentato con successo (ma senza eredi dal seguito paragonabile) di tornare alla tradizione più verace e alla lunga il liscio è diventato una roba musicalmente indistinta che oggi, tra l’altro, sembra discograficamente dominata dagli emiliani tipo Bagutti (e, per dire, anche un distributore di dischi come settenote è gestito a Toscanella, quindi in Emilia, da Roberto Scaglioni).

Il punto è che, tuttora e nonostante tutto, questo è un mercato interessante sotto il profilo di meccanismi che continuano ad annaspare vitalità, se mi passate l’ossimoro. E poi c’è tutto il mercato delle edizioni, che ha coinvolto miriadi di autori, presunti autori, prestatori di firma, scippatori di melodie e via andare. Quelle robe che una volta che le hai un minimo penetrate, e con loro ti sei addentrato nel cuore vero del popolo che tra un po’ non c’è più, una volta che c’hai sbattuto il naso e sprofondato le meningi, ma come fai ad accontentarti delle insipide, pulciose e autoreferenziali dinamiche del mondo indie?

Questa l’è stôria, burdèl, êtar che ciàcar.

 

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PS: tutta la questione dei nuovi alfieri della riscoperta del liscio, dai Mr Zombie all’Orchestrina di Molti Agevole, dai Sacri Cuori Social Club al Vangelo Secondo Casadei, è altra faccenda, praticamente non imparentabile all’indotto del liscio-mondo, e non è quindi materia che in questa sede andasse presa in esame.

DEEJAY TIME

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What do you do with your past? When I sit in the van for hours at a time, I walk backward through myself and think about the things that have happened. A word that I despise comes into my thoughts: that word is regret. I hate that one. Regret is an ugly and destructive luxury and it must be avoided at all costs.
(Henry Rollins, Black cofee blues)

Ho cominciato ad ascoltare musica elettronica nel 1991. Un bambino. Smanettando a caso con la manopola della ricezione sulla radiolina di mio padre finisco su Radio Deejay un pomeriggio come altri: la scuola, i compiti, i giochi. Da allora: la musica, la scuola, i compiti, i giochi. Poi la scuola è finita, la musica è rimasta e non è più andata via. Ricordo ancora i primi pezzi a essermi esplosi in faccia, una potenza al cui confronto le rivelazioni diventano scoregge di mosca (ai titoli sarei risalito molti anni più tardi): James Brown is dead, Dominator. Roba olandese cattivissima, ostile, ghignante, in quel periodo andava quell’onda lì. Albertino il demiurgo. Più della voce, robotica ma confidenziale, immediatamente famigliare, da vicino di casa preso bene e un po’ svalvolato, più della selezione musicale (almeno quattro passi avanti agli altri network – quelli che avevo ascoltato io perlomeno), a stamparsi in testa all’istante e per sempre era il quadro generale. Era l’insieme a fare la differenza: un flusso inarrestabile di musica e parole con netta predominanza delle seconde sulla prima, i brani raramente duravano più di due minuti di fila, sommersi da uno strabordante fervore comunicativo senza precedenti e senza successori. A ogni istante tracimava prepotente un lessico tra il gergale (sugli anelli di Saturno, probabilmente) e il compagnone, con inserti cartooneschi pescati dalle più improbabili sorgenti sonore (Gerardo, Mo’ Ritmo, ci ho messo anni a riconoscerlo), smontati, rimontati e ricontestualizzati trasfigurandone il senso originario fino a renderlo irriconoscibile (il “bitch” di Dr. Dre diventato “piàch”, ancora mi si crepa il cervello al ricordo); qualcosa a metà strada tra John Oswald, un televisore imbizzarrito, il campionatore sempre acceso e le teorie di Zygmunt Bauman applicate alla lettera.

Fino a tutto il 1995 non mi sono perso una sola puntata di Deejay Time e Deejay Parade. Ero, per autoproclamazione, un “amico della cassettina”. A conti fatti, ho ascoltato Albertino molto più tempo di quanto abbia speso insieme ai miei genitori e tutti i miei parenti. Poi sono usciti gli ultimi pezzi dance, Jump for joy dei 2 Unlimited, Crying in the rain dei Culture Beat, parte del totale è collassato e ho perso interesse; altri suoni, altre traiettorie, la vita che esige altre colonne sonore, un insieme di cose. Da allora niente più Radio Deejay. Mai sentito l’esigenza di una rievocazione, ignoravo il revival; non ne avevo (non ne ho) bisogno. So da dove vengo e so bene che il mio debito è immenso: grazie ad Albertino (e ai suoi cenobiti Fargetta, Molella, Prezioso) ho scoperto la techno (gli olandesi di cui sopra, tutto l’hoover sound di quegli anni farciti di anfetamine e brutti trip, mirabilmente tradotto con il termine “zanzarismo”; ma pure Green Velvet, erroneamente segnalato come “Underground Goodies”, confondendo il titolo sulla fascetta per l’autore), l’house (I’ll be your friend, Robert Owens; People get up, Double Dee), l’hip hop (i Public Enemy sparati in fronte alle due del pomeriggio, Fight da faida stesso discorso, anni dopo con i Sanguemisto uguale), l’italo-plagiarismo dei Black Box, certo tutta l’eurodance (da Haddaway a Corona, da Moratto a Tony Di Bart), e un sacco di altre cose. Le ricordo tutte, non le ho mai dimenticate.

Chiunque isoli ex-post il Deejay Time a simpatico ciarpame da classifica di Sorrisi e Canzoni (tempi in cui i singoli e le compilation vendevano come il pane), a mero amarcord di quando eravamo tutti più giovani e non ancora usurati dal tempo, contenitore di bei ricordi in quanto tali pilotati dalla nostalgia canaglia di tempi in cui le rate e il triplo mento erano concetti ignoti, pura astrazione, ha la memoria corta o è chiaramente in malafede. Soltanto i sordi, o chi non c’era, ne ignorerebbero la portata. Senza contare la colossale rivoluzione lessicale, semantica, operata con scioltezza tale da far sembrare Marshall McLuhan un barbone.
Non sono tempi a cui guardo con nostalgia, per la semplice ragione che dentro di me non sono mai passati. Non è qualcosa a cui tornare, perché ha sempre fatto parte di me. Ancora troppo presto per organizzare il proprio sgargiante declino, ma non abbastanza da non averne un’idea.

Il più grande gruppo di sempre.

Beh, guardala in questo modo: se tu vuoi far piangere un bambino, prima dagli una caramella, e poi portagliela via. Se tu non gli avessi dato quella caramella, lui non avrebbe avuto niente per cui piangere. E così è Dio, che ci dà la vita, l’amore, la salute, solo per il gusto di portarcela via, e farci piangere. Così può bere il dolce latte delle nostre lacrime. Lo vedi Stan, sono le lacrime che danno a Dio il suo grande potere.

(Chef)

Seguendo questa logica, i Bedhead sono stati tra i più ferali emissari di Dio. Sparire dopo tre capolavori la sola via praticabile. Questa ristampa integrale, del tutto a tradimento, la coda; un puro pretesto per innescare nuove lacrime. Nessun anniversario, niente, solo lame a trafiggere il cuore.

Quando voglio farmi del male caccio su Transaction De Novo, dritto sulla seconda traccia: More than ever, e scatta il loop compulsivo; un ascolto dietro l’altro, il tempo si dilata, diventa una variabile priva di senso. Un rituale rimasto invariato negli anni, l’effetto è sempre lo stesso. Era da un po’ che non davo a Dio questa soddisfazione e ora ci sono ricascato con tutte le scarpe. Quei bastardi.

Un intero concerto dei Coal Chamber postato su YouTube, anno 2013

Sì, sono io quello che arriva su Bastonate scrivendo ‘Coal Chamber Bastonate’ come chiave di ricerca. Però dai, un live intero dei Coal Chamber reunion 2013 su YouTube proprio no – personalmente io mi sono fermato dopo che ho visto Dez Fafara entrare sul palco con un’aquila sul braccio (o è un falco? boh, mica sono un ornitologo), però magari è interessante guardarlo tutto per vedere lo SFACELO.

Scott Walker

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Il disco coi Sunn poteva agevolmente non esistere. Nessuna deviazione dal tracciato: loro che cacciano dronate come un vecchio scorregge dopo avere ingerito una pignatta di fagioli alla Bud Spencer, lui che delira cose a caso con quella mostruosa voce da tenore in lacrime. Per me, Scott Walker è Farmer in the city. Fosse iniziata e finita con quel pezzo la sua carriera sarebbe stato uguale, anzi, pure meglio. Mi sarei risparmiato tutto il resto, da Climate of Hunter in poi in particolare (i dischi prima roba da oratorio), tutta la parata di giochini insensatamente arzigogolati, profondamente sgradevoli, totalmente autistici; ordigni escheriani spigolosi, respingenti, cacofonici, che disorientano e spiazzano, mettono a disagio ma in alcun modo arricchiscono, al contrario: ne esci depauperato, spossato, senza essere arrivato da qualche parte. Come correre da fermo. Con tutto il rispetto dovuto ai matti veri: palla al piede era e palla al piede resta.