Canzoni che mi fanno piangere #1 – In love with a view.

[Il post qui di seguito è stato scritto circa quattro anni fa, poi devo averlo trovato troppo emo e non ne ho mai fatto niente. L’altro giorno Andrea Guagneli dei Brothers In Law mi ha fatto ritornare in mente questa canzone e sono andato a cercarmelo: in qualche modo mi è piaciuto, o ho trovato che ci fosse dentro una qualche parte di me, e ho pensato di mandarlo al sito dove pubblico le cose emo.]

I Mojave 3 nascono da tre fuoriusciti dagli Slowdive (il gruppo shoegaze dopo i Mbv) che partendo da lì ci mettono un po’ più di ballate; restano le chitarre suonate in quel modo, ma su fondamenta più classiche: in qualsiasi cosa scritta su di loro si parla di folk e si nomina la parola country.

Il loro terzo album, bellissimo, si apre con una di quelle canzoni che ti fulmina istantaneamente, si chiama In love with a view.

Da qualche parte enrico ghezzi (il minuscolo lo vuole lui) ha detto che il modo migliore di guardare un film è abbioccandosi un po’ ogni tanto (sono quasi sicuro che non si sia espresso esattamente in questi termini), quando si è stanchi. Perché il film si mescola a altro, diventa più liquido, più suggestivo, e anche il senso del tempo si disperde.

Una cosa bella con le canzoni è immaginarsele per i cazzi propri, senza neanche sapere se quello che stiamo pensando corrisponda al vero, magari anche capendo male quello che viene detto, capendo una parola sbagliata, o immaginandosi una traduzione che non esiste, o attribuendo significati sbagliati alle parole.

In love with a view parte come una ballata abbastanza classica, quasi dylaniana, non ha un ritornello ma solo strofe tutte più o meno uguali, è tutta un crescendo e man mano le strofe si arricchiscono di elementi, e tra la terza e la quarta c’è una parte strumentale dove succede un po’ di roba (bella), ci si ricorda da dove viene il gruppo, e poi il pezzo torna a spogliarsi. Ma per una volta, contrariamente a tutti i miei principi, mi disinteresserò della musica e mi concentrerò solo sul testo.

A parte la bella voce il miracolo qui è una canzone che ti trasporta immediatamente in un mondo, in uno stato d’animo.

“I had a plan that was built on thinking too long”. Io avevo un piano, e tu no. E era basato non su quello che avevamo vissuto, ma sul mio pensare troppo, farmi un sacco di viaggi, immaginare un futuro insieme e cose del genere, quando tu non eri probabilmente così interessata.

Poi direttamente un’immagine: “canadian winters at home with your sisters”. Non un inverno solo, l’idea di vari inverni che passano, una sequenza. Inverni canadesi, non inverni qualsiasi: roba di neve e di camino acceso in casa. In casa con le tue sorelle, che nelle fantasie non ci si fa mancare neanche i dettagli.

“The romance was hard to ignore” e io non so se sta descrivendo com’erano le cose nella storia, ma secondo me anche questo romanticismo difficile da ignorare era soprattutto quello della sua fantasia. Notevole anche il quasi litote di non definirlo un grande romanticismo, ma un romanticismo soltanto “difficile da ignorare”.

E poi la chiusura perfetta della strofa: “You were beautiful i was happy to fall”.

Come un “via libera”, come se facesse saltare un gancio da qualche parte tra gli occhi e il cervello. Pensando a cose che non sono state, al gioco delle colpe.

Un capolavoro di melodia (quell’abbassarsi di “happy to fall”) e due frasi che contengono un mondo. La nostalgia di qualcosa che non capita più da non so quanto tempo.

“To fall”: cascarci, lasciarsi prendere da qualcuno e tutto il resto importa molto di meno. Eri bella e ci sono caduto. Felice, pure.

Eri bella. Alla fine è tutto lì. Ti guardo e penso che sei bella, in generale, che è bello stare con te, che non voglio nient’altro. Due frasi, la perfezione.
E quel “fall”, che può essere del tutto neutro ma anche farci già intuire che non andrà bene, che succederà qualcosa.

Poi si parla di questo panorama che lui prospetta e che lei ricorda, e allora lui è contento di poter pensare che sia tutto scritto nel destino.

Lui con il suo piano – presumibilmente quello di prima – e una tasca piena di poesie se ne sta alla stazione “heroically tragic bearded and blinded with obsession” (che insomma fattela venire in mente tu come definizione), poi precisa ancora meglio: sono una macchina senza speranza troppo vicina al burrone per andare lontano. Ce le avete presente le macchine nei film che restano lì in bilico? Sempre a proposito di scrivere per immagini.

Poi “I showed you my field” e immediatamente specifica “i said this is my field”, che sono un po’ la stessa cosa “ti ho mostrato il mio campo” e “ti ho detto questo è il mio campo”. È la classica frase che verrebbe segnata come ripetizione in un tema. Però stavamo parlando di immagini, di rafforzamenti, e di come suona. È un po’ la stessa cosa di quando prima dice “I remember you searching, I thought you were searching”.

E la chiusura di strofa, ancora una volta: “but you weren’t impressed”. Un’altra litote. Sempre un po’ tirato indietro, neanche una cosa grossa: mentre io sono qui che voglio rivoluzionare la mia vita tu semplicemente non sei molto impressionata. Anche nel tuo non fregartene un cazzo non c’è niente di epico, c’è un piccolo sbuffo, guardare da un’altra parte, controllare l’orologio. Io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato, diceva un altro.

Mi chiedi perché siamo qui. E una gran parte di te è lontana da qui. Così lontana da qui. “Una così gran parte di te è così lontana da qui”. E come nella stessa frase il tono sale e scende e si butta un po’ via sulla fine. E lo ripeto, lo ripeto. Come a scuotere la testa.

Ormai il sentore della fine si sta manifestando, mentre scuoto la testa lo sto capendo anch’io che questa è la fine, che ci fermiamo qui.

“Ed è bastato il suono della tua voce per farmi capire tutto”.

E allora alla fine ti spiego com’è andata, visto che ho capito. Sempre in due versi, che dicono tutto.

E ci spiegano che questa è la canzone del rimpianto, di quello che non è stato, degli amori non successi: non è andata. Era una cosa semplice, ma non eravamo sulla stessa lunghezza d’onda – non c’era quella stessa luce negli occhi, non c’erano quei pensieri da parte tua.

Era un piano basato sul mio pensare troppo (te l’ho detto all’inizio): speravo di poterti mostrare lo stesso paesaggio (quello che avevo io nella testa), cioè quello di te alla finestra e io che mi sentivo bene. Speravo che ne facessi parte, che questa immagine potesse diventare qualcosa, che la rendessimo reale. L’idea di una quotidianità. L’idea squallida e borghese di una serena quotidianità insieme, vista da una finestra (in un cazzo di inverno canadese).

Vista da qualcun altro, magari anche con un po’ d’invidia; o proprio da me mentre torno a casa, con la serenità di chi sa quello che lo aspetta: qualcosa di caldo “and me just feeling fine”.

Una cosa che non c’è mai stata, che è rimasta solo un’immagine nella mia testa.

Un’immagine che ora, quando ci ripenso, è soltanto una cartolina della mia nostalgia per quando quell’immagine era ancora una possibilità.

Sehnsucht (pronuncia: [ˈzeːnzʊxt]) è un sostantivo tedesco che si traduce come “desiderio”, “brama”, o “voglia”, o in un senso più ampio come un tipo di “profonda mancanza”. Tuttavia è difficile da tradurre in modo adeguato, e descrive uno stato emotivo profondo. Il suo significato è in qualche modo simile alla parola portoghese saudade. Sehnsucht è una parola composta, proveniente da “un desiderio ardente o brama” (Das Sehnen) e “dipendenza” (die Sucht). Tuttavia queste parole non contengono adeguatamente il pieno significato del loro composto, anche se considerate insieme.

La parola rappresenta pensieri e sentimenti su tutti gli aspetti della vita che sono non finiti o imperfetti, insieme all’anelito per altre esperienze ideali. È stato definito come aspirazione alla vita o ricerca della felicità da parte di un individuo che deve affrontare la realtà di desideri irraggiungibili. Questi sentimenti sono solitamente profondi, e tendono ad essere accompagnati da sensazioni sia positive che negative. Questo produce ciò che è stato spesso descritto come un evento emotivo ambiguo”.

https://en.wikipedia.org/wiki/Sehnsucht

 

(Federico Sardo)

From enslavement to San Junipero

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Mentre metto mano a queste righe impazza ancora la frenesia per l’ultima stagione di Black Mirror, uscita qualche settimana fa su Netflix. Black Mirror, creata da Charlie Brooker, è la serie TV giusta per eccellenza, quella di cui quando esce si parla più spesso. È fatta ad episodi autoconclusivi che hanno a che fare con un futuro prossimo che in qualche modo ha a che fare con lo svilupparsi della tecnologia, in salsa ultra-pessimista. Io personalmente non ci vado così pazzo, ma alcuni episodi sono effettivamente piuttosto suggestivi. La puntata più discussa ed amata dell’ultima stagione si chiama San Junipero e (senza fare spoiler) verte almeno in parte su una nostalgia 80s pop sguaiatissima, fatta di singolini di prima e seconda levatura, tutto guidato dalla ripetizione ossessiva di Heaven Is a Place on Earth come tema centrale.

Parlando di anni ’80 trucidi, Heaven Is a Place on Earth è senz’altro uno dei miei momenti preferiti. È uscita nel 1987 ed è senza alcun dubbio il pezzo più famoso e suonato di Belinda Carlisle, una specie di eroe minore del decennio: batterista dei Germs per due minuti, cantante delle Go-Gos e poi solista. Non posso dire di essere un cultore della cantante ma con Heaven is a Place on Earth ho uno strano feeling, la usavo spesso quando suonavo dischi e nell’ordine generale delle cose diciamo che la sento un po’ più mia della media degli standard del poppone anni ottanta. Nell’ordine generale delle cose riesce a mantenere quel genere di decadenza epica che mi esalta quando ho voglia di party music.

(il testo è come Il cielo in una stanza ma con più cazzo)

Non so se vi capita mai di abboccare all’amo della cultura musicale nelle colonne sonore di film o serie TV, ma in certi casi la scelta di un particolare pezzo può far partire tutto un discorso di appartenenza e identificazione che inizialmente, nel testo originale, non sembra essere incluso. Un esempio che mi riguarda è ad esempio quando alla fine di Serendipity parte Northern Sky di Nick Drake, in maniera un po’ traditrice: per questioni di biografia e gusto personale ho ingigantito l’accoppiamento musica/immagini fino al punto che Serendipity oggi è uno dei miei film romantici preferiti (e io amo i film romantici). La stessa cosa ad esempio può succedere quando ascoltate Washer degli Slint in una puntata di 1992 (l’anno scorso ci fu spazio anche per questo dibattito). Nel caso di Black Mirror c’è una specie di mutua alimentazione: la ripetizione pedissequa del singolone di Belinda Carlisle ha reso in qualche modo indimenticabile San Junipero, ma il successo di San Junipero ha generato il successo di una playlist Spotify omonima, compilata da Charlie Brooker in persona, con dentro sia le canzoni contenute nell’episodio che una manciata di altri singoli che vanno a coprire la stessa sfera ideologica, in uno di quei gloriosi ritorni degli anni ottanta che per un motivo o per l’altro ci becchiamo da vent’anni su base semestrale.

Una cosa curiosa: mentre guardavo San Junipero mi è capitato di ripescare un articolo scritto da Nur Al-Habash, “Ai consigli musicali degli amici preferisco quelli dell’algoritmo di Spotify”. Nur è la caporedattrice di Rockit, se non la conoscete, oltre a una delle più grandi sostenitrici della diffusione-per-algoritmo della musica tra chi scrive oggi in Italia. L’articolo è una riflessione piuttosto seria sull’evolversi del gusto musicale: in un momento storico nel quale i singoli ascoltatori continuano ad accumulare -in modo quasi sempre acritico- un quantitativo di informazioni musicali così esteso da rendere quasi impossibile qualsiasi grado di assimilazione, Spotify e gli altri servizi di diffusione della musica ci sottopongono per la prima volta ad una realtà dei fatti nella quale un sistema di algoritmi può tracciare il nostro gusto personale e guidarci nell’ascolto, per giunta con risultati assolutamente proficui. In altre parole, la nostra identità musicale oggi dipende, almeno in parte, da un algoritmo. Se l’articolo fosse stato scritto da qualcun altro, e magari un anno prima, avrei optato per mandare affanculo tutti e bollarlo come stronzata da principianti che non hanno idea di quale sia il reale valore della musica; a conti fatti, invece, la teoria di Nur è abbastanza convincente, o comunque fa riflettere.

È interessante la dicotomia tra le due visioni di Spotify nelle due cose che ho visto sopra. Nel primo caso l’operazione post-San Junipero si serve di Spotify come interfaccia per ri-celebrare il pop scaciato degli anni ’80 senza più vergogna alcuna (peraltro il tutto in mano agli autori di Black Mirror, che nel linguaggio comune è diventato sinonimo di distopia), cioè –in altri termini- Spotify diventa l’aggregatore di una coscienza di classe e fornisce ad essa una plausibile colonna sonora “definitiva”. Nel secondo caso, Spotify assume con un certo entusiasmo il compito di (pre)intelligenza artificiale responsabile della nostra crescita individuale come ascoltatori. Un impero dei sensi costruito sia sullo sfruttamento delle onde di consenso che su una concezione elastica dell’you might also like, in cui le tendenze di personalizzazione e spersonalizzazione continuano ad alternarsi come pazze. Che prevalgano l’una o l’altra, lo scenario sembra sempre più avvicinarsi a quello di un viaggio all’interno di una macchina col pilota automatico inserito.

Se ci pensate era uno dei principali incubi del consumatore di nicchie musicali da internet in poi: l’idea di poter reperire tutto a costo zero, pensavamo, porterà allo svilimento della musica ed al nostro disamoramento nei confronti della stessa. All’atto pratico, lo svilimento e il disamoramento somigliano molto a questa cosa qui: una routine nella quale la musica diventa qualcosa di immanente a cui tutti si relazionano in modi differenti e perlopiù non-allineati. Quelli della mia generazione ci stanno facendo i denti ogni giorno che passa, e molti non sono ancora pronti ad accettare questo percorso di de-esoterizzazione, questa parabola che sembra mirata a togliere in via definitiva alla musica il ruolo di aggregatore sociale. Già oggi, per dire, un amante di Steve Reich non è più necessariamente un nostro amico a prescindere (e tanto per dire tempo fa ho letto un articolo su Pitchfork secondo il quale, tra i pubblici estimatori di Steve Reich, c’è anche Donald Trump). Quello che non ci aspettavamo è che la fine del ruolo sociale della musica la potesse rendere, quasi in automatico, uno strumento necessario a definire l’individualità personale. Parafrasando: mai come ora siamo la musica che ascoltiamo, anche se all’atto pratico siamo ognuno una cosa diversa.

La cosa più eccitante di tutta questa ripersonalizzazione è che ci costringe a mollare ogni certezza acquisita e ripensare daccapo la nostra condizione di ascoltatori di musica. Del resto, da quanto tempo non parlate con un talebano di qualche sottogenere? Da quanto tempo non parlate con qualcuno che ascolta, per partito preso, solo rap? Passato il concetto generalizzatore della musica (la musica è una), nel 2017 possiamo ridefinirci attraverso un percorso dell’ascolto sempre più personale, individuale e volendo anche individualista. Comunque, in ogni caso, un percorso che segue traiettorie perlopiù incomprensibili agli altri esseri umani ma tracciabili con teorie digitali affastellate l’una all’altra.

La seconda cosa più eccitante è che, a quanto pare, la somma finale è Belinda Carlisle.

(questo pezzo è già stato pubblicato, in forma totalmente diversa, sul numero di dicembre di Rumore)

Rumore

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Mio fratello usciva dal lavoro e passava dall’edicola a prendere qualcosa da leggere. Gli piacevano i fumetti stile Lanciostory o Skorpio, le riviste giovanilistiche patinate con le VIP nude in copertina (tipo King o Max) e le riviste di musica. La sua rivista preferita in generale si chiamava Rumore: delle altre comprava qualche numero qua e là, di Rumore non perdeva un numero. Ho iniziato così, prendendo in mano una di quelle riviste che parlavano per la maggior parte di roba che non conoscevo. Potrebbe essere anche una trama alla Sliding Doors: due realtà possibili che partono dal momento in cui decido di sfogliare, o non sfogliare, la rivista sul lettino di mio fratello. Scena uno: la rivista rimane sul letto. Carrellata su quel che succede da lì in poi: mi immergo nella lettura di qualche Dylan Dog, ricomincio a disegnare, torno a guardare i cartoni animati o i telefilm in TV, provo a studiare algebra. Continuo ad ascoltare la musica di cui parlano i miei amici, compro il biglietto per entrare a vedere il ttottsco a Rimini (7 agosto 1993), i miei voti a scuola migliorano, mi iscrivo ad una facoltà seria, divento architetto. Abbandono le velleità artistiche, apro uno studio nel cesenate assieme a qualche amico, mi specializzo in ristrutturazioni e condoni edilizi, sposo una ragazza del mio paese natale, spendo 100mila euro per ristrutturare casa dei miei, mi ricavo un appartamento indipendente, genero due figli, assisto impotente e costernato al montare della crisi del cinepanettone, partecipo al torneo di marafone tutti i mercoledì sera. Una bella vita. Scena due: prendo la rivista in mano e inizio a sfogliarla.

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C’è un punto di PJ20, il documentario di Cameron Crowe sui Pearl Jam, in cui viene mostrata la cittadina del Montana in cui è cresciuto Jeff Ament. Il bassista ne parla in maniera dolceamara, un posto tranquillo in cui va bene crescere e gli stimoli culturali sono pressoché assenti. Il rock, in questi posti, s’impara di straforo: i dischi di Santana dello zio, qualche disco punk su cui riesce a mettere le mani e le riviste musicali tipo Rolling Stone. Parlando di Rolling Stone gli scappa detto “man you’d STUDY that stuff”. Quando gliel’ho sentito dire ho fatto un balzo, e calcola pure che Ed Vedder una volta sul palco con Rolling Stone ci si pulì il culo. Io sono cresciuto in un posto abbastanza simile a quello dov’è cresciuto Jeff Ament, una frazione di Cesena circondata dai campi di pesche, un migliaio sgaffo di abitanti. Un posto tranquillo in cui va bene crescere e gli stimoli culturali sono pressoché assenti: c’era una specie di biblioteca di quartiere aperta il sabato, e c’era un’edicola. C’è ancora. È il 50% di un negozio che nell’altra metà è il frutta e verdura del paese, e sopravvive alla crisi dell’editoria in un paese già colpito dalla crisi agricola. Certe cose viene naturale di rispettarle. Chi è cresciuto a Bologna o Roma non dà modo di avere gli strumenti concettuali per capire questa cosa: sono posti in cui dal punto di vista dei consumi di musica/cinema/libri/fumetti, da ragazzini, era possibile scegliere. Nei posti come il mio paese la scelta era limitata da una serie di incontri fortuiti, dagli amici/coetanei che ti erano toccati in sorte, e dalla poca roba su cui riuscivi a mettere le mani di straforo. E quella roba lì la studiavi.

Questa settimana è uscito un articolo di Mattioli sul Tascabile che riassume a grandi linee il percorso della critica rock anglosassone. Alla fine dell’articolo Valerio parla brevemente dei corrispettivi italiani e conclude che, al di là di qualche caso sparuto, “la sensazione è che l’Italia non abbia mai davvero conosciuto quell’alternarsi di approcci, sguardi, ispirazioni e finanche ambizioni (letterarie, sociologiche, politiche) che negli anni hanno fatto del rock criticism anglofono un territorio forse contraddittorio ma se non altro patria di esperimenti e sincera riflessione sui linguaggi della contemporaneità.”. Dal suo punto di vista credo sia giusto, ma Valerio è cresciuto in una città con tremila anni di storia e due milioni di abitanti e può permettersi un’oggettività “artistica” che a me non è concessa. Così Rumore diventò la mia rivista preferita: la nuova generazione punk, i residui del grunge e dell’indie, gli Oasis e il britpop, il metal estremo, il rap. Non sapevo quasi nulla di quel che si parlava, ma c’era qualcosa che mi ci teneva incollato. Era come potevano essere Frigidaire o Metal Hurlant in altre epoche e in altri luoghi: una finestra su mondi a me sconosciuti, ad uso e consumo degli appassionati. Forse era l’ennesima finestra sullo stesso mondo illuminato anche dalle altre riviste, ma la gente che scriveva su Rumore aveva un certo tipo di sobrietà asciutta che mi lasciava a bocca aperta: teneva insieme il discorso generale, si scioglieva in accorate recensioni dal sapore brutalmente visivo, esplodeva in saltuarie stroncature cariche di insulti che sembravano quasi roba personale. Rispetto alle altre riviste che leggevo c’era un abisso: pochissime aspirazioni “giornalistiche” alla Mucchio Selvaggio, pochissimi scimmiottamenti gore stile rivista metal per quindicenni. Oddio, questi aspetti erano presenti, ma il cuore pulsante di Rumore erano le tirate di Sorge per certo metal estremo, la partigianeria di Nazzaro nella sezione cinema, la carica sovversiva di Frazzi, i pipponi di Marco De Dominicis/Cusano dell’Agave, l’emotività di Lo Mele, Emanuele Sacchi, le eccezionali scorribande dei The Groovers. E poi Blatto, Compagnoni, Ruggeri, Pomini, Bonadonna, Segale, Messina, Baroni, Pecorari, Prevignano, Negri, Morelli, Ferriero. È una banalità, ma è su Rumore che ho imparato a considerare la firma in fondo agli articoli: erano personalità forti, definite e a volte anche in antitesi. A volte con mio fratello ci chiedevamo che tipi potessero essere questi qua nella vita reale, lui era ossessionato dal sapere che faccia aveva Luca Frazzi, s’immaginava un obeso inguardabile con gli occhiali spessi come un culo di bottiglia, i capelli solo ai lati eccetera. Sai no, i cliché.

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Prima dell’avvento di internet la principale arma a favore dei critici era l’accesso. I giornalisti di una testata riconosciuta ricevevano gratis i dischi prima che uscissero sul mercato; il loro lavoro era informare il pubblico su cosa sarebbe uscito un certo mese, dare un parere prima degli altri, eccetera. Gran parte della reputazione dei critici non era legata all’autorevolezza dei loro pareri, ma a certi privilegi che erano loro accordati ex-ante. Internet ha sostanzialmente azzerato questi privilegi: tutti ascoltano tutto a costo zero, e più o meno nello stesso momento. I giornalisti musicali oggi sono costretti a scrivere di dischi importanti che arrivano loro in streaming blindato a poche ore dalla deadline e la necessità di prendersi dei rischi legati all’impossibilità di far sedimentare l’ascolto. A volte le disastrose conseguenze di quest’evoluzione sono sotto gli occhi di tutti, la didascalica freddezza con cui vengono affrontati certi dischi-evento usciti a sorpresa, certi strafalcioni come la recensione di Anti uscita su Yahoo Music prima che il disco fosse finito, o le recensioni dei fake a metà anni duemila (in Italia il principale scivolone fu proprio di Rumore, che mise disco del mese un fake dei Death Cab For Cutie).

Parlare oggi di quel che c’era sul piatto quando abbiamo iniziato noi ad ascoltare la musica è un esercizio un po’ sterile che si macchia troppo spesso di un romanticismo senza senso. La scena musicale negli anni novanta era un ambiente insalubre: ai concerti rock –a tutti i concerti rock- la gente si menava fortissimo; i locali vendevano birra di merda da hard discount; i proprietari dei negozi di dischi erano genuinamente infastiditi dal vederti entrare, come in Tono metallico standard. La permanenza nel giro-musica era subordinata alla capacità degli ascoltatori di entrare in una rete di scambio, o di crearne una ex-novo. Per rimanerci, di solito, dovevi assumere un ruolo attivo, per quanto marginale: musicista, barista, dj, fonico, organizzatore. A un certo punto i tuoi amici d’infanzia perdono interesse nella cosa, e spesso le persone con cui decidi di passare la vita non ne hanno mai avuto. Così la musica diventa una specie di percorso personale. Quando internet arrivò a casa mia avevo 23 anni: presi il respiro e iniziai a scaricare. Avevo già iniziato a scrivere da diversi anni.

Capita spesso che qualcuno rimanga folgorato dai Metallica e decida di metter su un gruppo, o almeno le storie che raccontano i musicisti sono tutte di questo tipo. Io lessi degli articoli sulla musica, e invece della chitarra ho comprato carta e penna.

Paradossalmente non ho mai amato il giornalismo musicale. Il bisogno di riportare le notizie, il bisogno di cercare le conferme, la ricerca di un parere quanto più definitivo possibile riassumibile in un voto numerico da uno a dieci: sono obiettivi scemi. La musica ha un modo di diffondersi che ha solo in minima parte a che fare col giornalismo, e i dischi cambiano di valore a seconda di come si evolve il mondo attorno a loro. La letteratura musicale, invece, è tutto un altro paio di maniche. Parlando personalmente, la musica è semplicemente uno dei miei argomenti preferiti. Mi piace leggere cose che parlano di musica, omicidi, sesso, intrighi politici, arte e storia contemporanea. Nella mia interpretazione la musica è l’argomento prediletto di un lunghissimo romanzo di formazione con protagonista me stesso in quanto ascoltatore ed essere umano. È la stessa impostazione che usciva fuori dalle pagine di Rumore. Frazzi una volta scrisse il report di un concerto dei Cows, epoca Whorn. Aveva visto il gruppo, era tornato a casa, si era beccato in TV uno speciale di Videomusic sul nuovo rock italiano: raccontò tutto e chiuse dicendo qualcosa tipo “liberiamoci di tutta questa merda prima che sia troppo tardi. Se il concetto non è chiaro, un concerto dei Cows potrebbe aprirvi gli occhi”. La musica, lo scrivere di musica, per me è quella cosa lì.

Quelli che scrivono di musica di solito si dividono in due categorie di persone. I primi sono degli scoppiati che se la credono un casino, vivono il loro hobby come una missione di vita e credono di offrire un contributo prezioso alla cultura contemporanea. I secondi sono gente rilassata che lo fa per hobby e ha coscienza del reale impatto culturale delle cose che scrivono (nessuno). Io credo di appartenere ai primi: i secondi di solito smettono dopo qualche mese e passano a qualcosa di più importante. A mia parziale giustificazione, ho imparato a tenere a bada il mio bisogno di farmi leggere da coloro che non sono interessati all’argomento. Persino a mio fratello, l’unica persona reale che condivideva la mia esaltazione per le riviste, non ho mai pensato di mandare un articolo scritto da me.

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Su twitter la mia biografia recita “In realtà è solo un nazi mancato che ha letto i risvolti di copertina dell’opera omnia di Nietzsche, capendone a malapena il prezzo.” La fonte della citazione è un articolo mitico uscito su Rumore, numero 72, gennaio ’98. Si chiama La corazzata Potiomkin: una dozzina di intoccabili del rock stroncati dalle firme di Rumore dell’epoca. È il più bell’articolo di musica che sia mai stato scritto, parere personale. A testimonianza del fatto che tutta questa storia mi è cucita addosso, il n.72 di Rumore ha in copertina gli Shellac. La frase sopra l’hanno scritta i Groovers, nel pezzo che massacra Henry Rollins.

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A Cesena nei duemila c’era questo negozio di dischi eccezionale che si chiamava Rev Up ma tutti chiamavano “da Oscar”. Da Oscar ho comprato tanti di quei dischi da far fuori il conto in banca, ma la cosa più bella che ci ho comprato non è un disco. Lui aveva questa cosa metodica, riorganizzava gli scaffali ogni sei mesi in cassette divise per generi o nazioni o sa solo dio cos’altro. Aveva un sacco di vecchie riviste di musica buttate in dei cassettoni in basso, e a un certo punto sono comparsi dei tomi rilegati nell’angolo a destra dove prima teneva gli usati. Sembravano volumi dell’enciclopedia Mondadori, copertine nere di pelle con la stampa a caldo color oro, una roba pazzesca. Li aveva fatti rilegare Oscar: erano i suoi archivi personali, le raccolte annuali delle riviste che comprava. C’erano anche i primi quattro anni di Rumore, dal ’92 al ’95. Pensavo avessero un prezzo inavvicinabile, ma Oscar me li vendette tutti e quattro a 50 euro e li regalai a mio fratello per il suo 43esimo compleanno.

I giorni scorsi ho letto un articolo di Annamaria Testa su Internazionale, e l’ho trovato orribile. Parla del fatto che l’aumento dell’importanza dei social network per la società occidentale sta portando a livelli di disumanizzazione del sè. Leggo questo genere di articoli da quando leggo riviste, ogni tanto ne esce uno. La tesi di fondo è che l’evoluzione sociale e tecnologica viaggia più veloce dell’evoluzione umana; l’umanità, dal canto suo, se ne è sempre battuta bellamente il cazzo ed ha accettato ogni cambiamento con relativo entusiasmo. Questo genere di narrazione è il principale responsabile della deriva nostalgica del nostro immaginario e ci giustifica nella nostra tentazione di smettere di relazionarci al mondo. È tutta roba che ho provato negli anni novanta, e a volte mi manca quel genere di odio feroce nei confronti di tutto, così come mi manca l’idea di non riuscire a trovare il disco dei Butter 08 per anni e poi trovarmelo davanti per caso a due lire in un banchetto. Ma d’altra parte sono storie di cui è giusto non freghi a nessuno, e se metto ttte le cose nella bilancia preferisco accendere il computer e scaricarmi il disco dei Butter 08 da Soulseek perchè non ho voglia di cercarlo di sotto tra gli scaffali. Voglio dire, quanta energia abbiamo sprecato per arricchirci culturalmente? Perché dobbiamo sentirci depredati all’idea che i nostri figli o i nostri fratelli minori facciano così poca fatica a reperire i dischi? Cosa c’è di distopico o disumano, nella foto di un’ecografia postata da un tuo compagno delle elementari? Chi è stato ad inculcarci questo costante senso di inadeguatezza al presente? Come possiamo liberarcene?

Non ho vere e proprie risposte a queste domande. Credo che una certa leziosità da bei tempi andati sia impossibile da sradicare dall’animo umano, e questa cosa per la musica pop funziona a meraviglia: è dal ’65 che il rock funziona su una solida linea narrativa secondo cui la musica di dieci anni prima era meglio. Adesso, se mai, manca qualcuno che metta a tacere i vecchi una volta per tutte. Nonostante la tendenza a lamentarmi, però, sono assolutamente convinto che oggi sia meglio, sia la vita in generale che la gente che scrive di musica. Certo tocca affidarsi a internet più che alle riviste di carta, le quali in generale non sono più così attraenti per il pubblico di neofiti e in particolare non riescono mai a superare il menu intervista/recensione/rubrica etc che le anima da decenni a questa parte. Ci arriveranno, voglio dire, che alternativa c’è?

Nel 2013 Rumore è passata di mano, da Claudio Sorge a Rossano Lo Mele: nuovo editore e tutto. Sulla carta credo fosse un progetto suicida: comprare una rivista per farla sopravvivere in un mercato editoriale alla frutta.Tre anni e mezzo dopo, la rivista esce ancora. All’epoca del cambio di editore mi arrivò una mail: Rossano, nell’atto di rifondare la redazione dopo il passaggio, mi invitò a collaborare. Spiegare cos’abbia significato, per me, non è semplice: ci sono in mezzo 25 anni di vita, tante scelte personali perlopiù sbagliate, il carattere che ho e il fatto che alla fine di tutti i bilanci è giusto e sacrosanto che di queste cose (musica, riviste, riviste di musica) non freghi più niente a nessuno. L’unico a cui sarebbe fregato era mio fratello, immagino: continuava a comprare saltuariamente una copia di Rumore, o si limitava a fregarsi le mie quando veniva a trovarmi a casa. Così glielo dissi via SMS, e dopo due minuti mi richiamò un po’ commosso. “Ma ci pensi che te l’ho fatta leggere io”.

Magari aveva un piano fin dall’inizio.

Le soddisfazioni di chi scrive di musica non sono poi tante. Scriviamo la sera, perlopiù gratis, e per un pubblico tutto sommato modesto. Le soddisfazioni sono tante o poche, a seconda di cosa ti aspetti. Una delle più grandi, per me, è di essere entrato in quel mondo lì. Sapete una cosa pazzesca? Ho conosciuto Luca Frazzi. L’altro mese eravamo a Cremona a parlare di stampa musicale ad un festival sull’editoria indipendente. È più magro di me, si veste bene, non porta gli occhiali: è una persona normale che nella vita avrebbe potuto essere chiunque, e invece ha scelto di guardare dei concerti e di scrivere degli articoli sulla musica. Ha fondato una fanzine indipendente venduta su web e stampata su carta, si chiama Sottoterra, spacca il culo. Il suo identikit è lo stesso di tutti quelli che continuano a scrivere di musica sulle riviste cartacee: un amore smisurato che ti tiene sveglio la sera, ti fa perdere un mare di soldi e ti mette in una posizione di svantaggio sul resto del mondo. Se devo avere delle aspirazioni nella vita, vorrei che un giorno qualcuno guardasse a quel che ho fatto come come io guardo a quel che hanno fatto loro. Se aprite Rumore oggi, intanto, trovate nelle pagine di Maurizio Blatto o Marco Pecorari la stessa visione della musica che stava allora nei proclami di Frazzi. In questo, se non altro, lo spirito continua (e del resto Marco Mathieu è stato firma di Rumore per molti anni).

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Qualche giorno fa in edicola è uscito il numero 300 di Rumore. Intorno a casa mia, e nei 50 km che percorro in macchina per andare in ufficio, tutte le edicole hanno chiuso. Sono andato a trovare mia mamma nel mio paese natale e ne ho trovato una copia nell’edicola dove mio fratello comprò la prima copia che ho letto. I sei euro li ho pagati a una ragazza, credo la nipote di quella che me li vendeva a quell’epoca. Nel numero 300 c’è uno speciale, una specie di gioco, che contiene le 300 canzoni più “rumorose” della storia. Ho partecipato anche io, ma è tutta un’esca e uno specchio per le allodole. La storia grossa dietro a quel “300” stampato enorme in copertina per me è un’altra.

Napo

distributori

Su Primaomai.com è online da qualche tempo la campagna per finanziare Il Cartografo. Si tratta di una serie animata, “10 episodi di durata variabile per un totale di 100 minuti”. La serie è ambientata in uno scenario probabilmente apocalittico: la Terra è diventata un immenso deserto, gli umani sono quasi tutti fuggiti su Marte e nel vecchio pianeta sono rimasti solo pochissimi terrestri. Tra questi c’è un individuo chiamato Il Cartografo, che “decide di rimappare il pianeta descrivendo tutto ciò che è cambiato rispetto alla vecchia Terra e come gli abitanti siano in grado o meno di adattarsi a questi cambiamenti. La voce del narratore è quella di Giovanni Succi dei Bachi da Pietra. La serie animata è realizzata da un insieme di quattro persone chiamato La Megabaita: due dei componenti delLa Megabaita sono gli Uochi Toki. Rico si occupa di tutto quel che riguarda il suono, Napo prepara gli storyboard e scrive gli episodi.

Il piatto è piuttosto ricco, direi. Le informazioni sulla serie di cui disponiamo finora sono i testi e il video ospitati su Primaomai. Oltre a questo, io e Napo abbiamo passato qualche giorno a parlare della serie e di raccontare e degli Uochi Toki e di altre cose. Le immagini ovviamente vengono dalla serie.

Ricordo brevemente le regole dei progetti su Primaomai: il progetto è ospitato per un periodo limitato di tempo e si può finanziare da privati, pagando l’ammontare richiesto (Il Cartografo costa 30 euro) e in certi casi anche da commercianti, contrattando il prezzo per l’acquisto di un certo numero di copie. Scaduto il termine della campagna, l’autore stamperà tutte le copie ordinate. Oltre a questo, l’autore si impegna a non stampare mai più l’opera una volta finita la campagna. In altre parole, avete tempo fino al 5 febbraio per far vedere la luce al Cartografo.

Cartografo Tana

Ho letto la presentazione sul sito di primaomai e la prima cosa che mi è venuta in mente è che c’è questo ritorno di un personaggio che cataloga, che documenta il reale ad uso di lettori ascoltatori spettatori che stanno su un altro piano, all’esterno del reale così come preso in analisi. È un personaggio che sta in giro per altre cose a cui hai lavorato, per esempio ovviamente Piano Immaginario, ma anche Il claustrofilo o altri personaggi di Libro Audio. È una cosa voluta? 

E’ una cosa in parte voluta e in parte no. Mi è capitato di pensare che questo personaggio avesse qualcosa in comune con altri personaggi con cui ho/ho avuto a che fare personalmente, ma siccome io vedo tutte queste cose da dentro il rapporto non riesco a formulare esattamente di cosa si tratti.
La catalogazione di cui parli è solo il primo strato di ognuno dei personaggi a cui ti riferisci, man mano che si sviluppano le loro storie ognuno incontrerà il suo personalissimo crash classificatorio e dovrà ri-scrivere tutto o smettere di scrivere del tutto.

Poi, volendo essere precisi, i personaggi che ho scritto generalmente ricordano e raccontano più che catalogare, solo il Cartografo ha intenti dichiaratamente catalogatori, anche più di quelli che hai potuto leggere nella presentazione.

Chi è il Cartografo? Perché raccontate la sua storia?

Il Cartografo è una persona che ha vissuto un’esistenza incompleta fino ad un certo momento della sua vita, per poi ritrovarsi sbattuto con la faccia nella dura concretezza delle cose e reagire in maniera inconsueta. Analogamente alle persone del Piano Reale egli non ha dei tratti caratteriali ben delimitati, perché attorno a lui non ci sono più persone che continuano a influenzarlo riportandolo costantemente all’idea che si sono fatti di lui. Questa è la vera distopia che sorregge la scrittura dei vari episodi. Nel momento in cui un narratore si chiedesse “perché narrare questa cosa che sto immaginando nei dettagli?” verrebbe meno lo spirito con cui si narra e nessuna porta si aprirebbe. Oppure nascerebbe una fiction o qualche prodotto narrativo che al massimo Funziona. Esistono anche perfetti connubi di Narrativa e Funzionalità che possono rispondere bene alla domanda “perché narrare questo?”, però il buon fruitore deve scremarne le parti Funzionali oppure sopperire alle mancanze narrative creando indignazione e macro impalcature di recensioni negative che sfiorano la mitologia diventando di fatto la narrativa che manca nella Storia fruita. I Perché si sapranno a posteriori.

Cartografo reticolo

Mi dai un esempio di perfetto connubio di Narrativa e Funzionalità che possono rispondere bene alla domanda del perché? Mi viene in mente qualche libro di testo scolastico, ma forse non stai pensando a quello. Te lo chiedo perché, ammetto la chiusura mentale, sto cercando di capire se Il Cartografo funzionerà come una nuova “cosa” degli Uochi Toki, anche se ad essere sincero non ho ancora capito se mi interessa davvero o meno.

Infatti come esempio stavo pensando ad alcuni film di animazione che nonostante la loro incredibile portata funzionale (e conseguentemente commerciale) mantengono una narrazione in grado di condurti in Luoghi. Vorrei evitare di menzionare titoli e considerazioni ulteriori su questi film perché altrimenti uno stuolo di opinioni farebbe deviare qualsiasi discorso e si perderebbe la visione d’insieme come è d’uso fare in questa grande corrente di -uso un termine- infotainment. Anche se sto evitando di fare esempi posso dire che per la chiusura mentale a cui alludi non c’è esemplificazione che tenga, dato che nemmeno noi sappiamo se “il Cartografo funzionerà come nuova cosa degli Uochi Toki” in quanto non è ancora completata e non è pensata con algoritmi di Funzionalità (nemmeno con algoritmi uochitokici). E’ da tempo che io e Rico non siamo più una band, bensì un cloud orizzontale di situazioni e persone che qualche volta finisce su un palco nelle forme che puoi aver visto e sentito, o che vedrai e sentirai: con il Cartografo stiamo alzando il tiro e per vedere dove stiamo mirando bisogna alzare lo sguardo. Oppure potremmo prendere dei violini e una band rock e portare live una selezione dei pezzi più apprezzati del nostro repertorio come fanno le persone che hanno finito le idee.

C’è un’altra scuola di pensiero secondo la quale limitarsi nei formati (e quindi dar loro una certa prevedibilità, i.e. lasciare che la gente si aspetti che “gli Uochi Toki” produrranno “un disco”) aumenta le potenzialità espressive, ad esempio certi fumettisti che si ostinano a disegnare su una tavola di carta e in bianco e nero, usando una sola penna, e data una certa serie di limitazioni strutturali produrranno situazioni più creative. Mi viene in mente un passo da Cuore Amore Errore Disintegrazione in cui canti “il rispetto è un contenitore e io sono qui per espandermi”, quindi da un certo punto di vista la visione degli Uochi Toki come un cloud orizzontale di situazioni e persone può essere sia pienamente in linea con la concezione degli Uochi Toki di qualche anno fa, sia una forma non-rispettosa di produzione artistica. Che ne pensi?

Il discorso sull’espansione è complesso perché comprende più discorsi anche contrari gli uni agli altri. Se vuoi che la risposta sia contenuta in queste righe, l’espansione farà in modo che sia contenuta OVUNQUE, e queste righe faranno ridere per la loro banalità.
Non si spiega la crescita, l’abbandonare la forma vecchia per una forma nuova pur contenendo allo stesso tempo la forma vecchia (nota bene che la forma vecchia è in realtà la forma giovane).
I formati come il disco o il cartone animato sono mortali, e noi li prendiamo e lasciamo a seconda di come è più comodo per noi.
Il formato foglio e penna, invece, ha la stessa età della Rappresentazione: potremmo anche disegnare su un certo numero di fogli sequenziali la serie “Il Cartografo” e portarla in giro nelle piazze sbattendocene dei supporti e ti confesso che l’idea mi solletica al solo pensiero… tanto che quasi quasi ci creo un live con questo principio e lasciamo a casa tutta la baracca del DVD. Però poi penso che gli orpelli (i formati) sono semplicemente un linguaggio e mi va di vedere ancora una volta se e quanto riusciremo a fare da traduttori, perché in una certa misura, ci riusciamo ogni volta.
cartografo sezione

Io ogni tanto quando scrivo mi trovo nella difficoltà di pubblicare, è una specie di meccanismo psicologico legato all’idea che lo sto *pubblicando* e in qualche modo sto perdendo la possibilità di intervenirci sopra, ridefinirla. Che poi è il motivo per cui odio rileggermi. Una cosa tipica che mi succede è che quando rileggo cose che ho scritto ho bisogno di richiamare alla mente ciò che volevo dire quando l’ho detto, e nella maggior parte dei casi sento che chiedo a me stesso una fiducia che non ho -la stessa idea di domandarmela significa che ne sono sprovvisto, giusto? O forse la sto salvando da qualche parte- nella speranza che la testa riesca a riempire i vuoti tra quello che ho scritto e quel che volevo scrivere. Da quello che scrivi sembra che a te succeda meno che a me, che tu consideri ciò che hai fatto in passato come un successo, nel senso di essere arrivato a fare ciò che esattamente volevi fare. È così? 

Rispondendo a questa domanda mi sono incuriosito e sono andato a leggere un po’ di pezzi che hai scritto per capire meglio questa tensione del pubblicare dato che avevo letto solo un paio di articoli volanti e, oltre alle mail che ci siamo scambiati, non avevo approfondito Bastonate.

Comunque sia ho l’abitudine di non tenere come riferimento ciò che è passato. Periodicamente riascolto e valuto qualche scritto vecchio però non avrà mai la qualità e la mole dell’ascendente che ha su di me “quello che farò”. Per questo motivo per me *pubblicare* è abbastanza facile e se non sono riuscito a rendere esattamente quello che volevo dire, mi avvicinerò di più nella prossima cosa che scriverò.

Anche se rileggessi e trovassi perfetta adesione tra ciò che voglio dire e ciò che ho detto, subentra il fatto che chi lo ascolterà potrebbe leggere qualcosa che non mi è nemmeno passata per la testa o l’esatto contrario di quello che volevo dire, solo perché uso delle antinomie estese a diversi periodi, cosa che, puntualmente, accade. Ti faccio un esempio: ci sono state persone che ascoltando il testo di Permettendomi Artifici Spontanei hanno sentito che una ragazza veniva definita con termini come “cerbiatto” e trattata con una certa sufficienza e hanno considerato lo scritto come un capolavoro del sessismo. Non correggerei una riga di quel brano perché è stato scritto con la coscienza di accostare termini *pericolosi* e non scriverei una riga di una “Guida alla lettura per femmine che hanno deciso di mettere da parte il loro senso dell’umorismo e la loro pattern recognition per scagliarsi contro quei maschi più flessibili come azione di ripiego perché non sono in grado di colpire i maschi più rigidi”. So bene che facendo un passo indietro potrei chiarire molte cose, ma non appena poso una immaginaria penna su di un immaginario foglio titolato Cosa Volevo Dire, penso che mi rifiuto di credere che chi ha letto/ascoltato sia così indietro di cottura. E anche se fosse vero ed io fossi un soldato giapponese abbandonato su di un’isola che non sa se la guerra è finita o meno, di certo la non comprensione, l’oscurità, potrebbe far nascere l’esigenza di comprendere a fondo. Io ho imparato a comprendere non comprendendo, e vorrei insegnare questa pratica non insegnandola. Che poi, a ben vedere, le skills di comprensione del testo non si affinano solo ascoltando un gruppo di para-rap italiano o leggendo un blog di considerazioni musicali, ma applicandosi a tutte le forme linguistiche anche a quelle che sono fuori dall’idea di pubblicazione come i discorsi che senti fare sul tram, la corrispondenza privata o quello che ti ripete tua nonna: se ciò che abbiamo scritto non quadra, pazienza, tanto non gira tutto intorno a noi.

Qui c’è anche un altro discorso sull’immedesimazione, che funziona soprattutto credo in sede di fruizione -una cosa tipo “mi piace perché mi ci ritrovo”, detta in breve: le cose che fai mi raccontano qualcosa di me, oppure no. Però c’è anche un discorso di identificazione tra autori e personaggi, e nel tuo caso è difficile distinguere perché i personaggi delle tue canzoni e dei tuoi fumetti e -a quanto pare- anche dei tuoi/vostri cartoni parlano sempre in prima persona. Così per esempio uno si sente Permettendmi Artifici Spontanei e pensa “questa persona è odiosa”, e per alcuni ci sono altre cose legate a questo (ad esempio qualcuno pensa “questa persona è Napo”, e qualcun altro “questa persona è odiosa e quindi questa canzone è odiosa”). A me spesso succede di avere questo istinto, credo sia dovuto al fatto che ragiono secondo un pattern cognitivo abbastanza comune che è legato all’analisi del testo. Però mi immagino che un insieme come il vostro attiri un certo tipo di consumatori culturali, gente che non ha studiato molti libri di testo, che si è trovata un po’ in mezzo ai discorsi e ragiona in maniera più astratta, più libera. Il Cartografo aprirà altri fronti di questa discussione secondo te?

Esistono due modi per identificarsi o immedesimarsi. Il primo, più automatico, è quello che prevede il trovare dei punti in comune e sfruttarli per entrare nella persona (o anche nell’animale o nell’oggetto, perché no) di cui si sta parlando. Il secondo, che necessita un po’ più di concentrazione, è quello che parte dalle differenze, dai vuoti e da tutto ciò che risulta alieno. Ti faccio un esempio letterario: Memorie dal Sottosuolo di Dostoevskij. Il racconto in prima persona di un personaggio disadattato e riflessivo e delle sue disavventure. Molti dei fruitori di questo racconto sono persone che stanno attraversando momenti di misantropia riflessiva legata a vari gradi di disadattamento (quando lo lessi anni fa anche io attraversavo). Questi fruitori si identificano con il personaggio principale e lo trovano così sfaccettato, così umano, che non possono fare altro che chiedersi se non si tratti di una proiezione letteraria dell’autore: «questa profondità puoi ottenerla solo se è la TUA profondità». Leggendo altri romanzi di Dostoevskij, tuttavia, compaiono moltitudini di altri personaggi di uguale o maggiore profondità, che però hanno nature e comportamenti opposti o divergenti al protagonista di Memorie dal Sottosuolo. A quel punto è chiaro che l’intento del racconto non è accogliere i lettori in un coccoloso guscio di intelligentissimo disagio sperimentato, come potrebbe fare un Kafka, bensì quello di scrivere un personaggio che superi il conflitto verità-finzione e buchi le pagine del libro. La personalità di Fedor Dostoevskij emerge, forse, dalle relazioni che intercorrono tra i suoi personaggi, dal Mundus che essi delimitano. Ma forse il problema non si pone perché l’incanto di questi personaggi che interagiscono è tale da far dimenticare l’immedesimazione. Riportiamo questo esempio sugli Uochi Toki e mettiamoci un pubblico che si ostina a voler sapere quanto c’è di vero nei testi, quanto gli è permesso identificarsi, quanto gli è concesso scontrarsi con l’odiosità, nonostante sia stato detto e ridetto che non sono queste le linee importanti, e arriviamo a due punti:

IL PRIMO è che si stanno palesano sempre più frequentemente dei fruitori alieni che, in modo autonomo, riescono a superare queste pseudo-necessità di identificazione fondate sulla rockeggiante cultura della somiglianza, fruitori che non perdono lo sguardo critico su di noi (o su tutto in generale) e con i quali riusciamo a relazionarci nella realtà in modi che vanno dalla chiacchera alla convivialità. E non sto parlando di una Nuova Generazione Super Intelligente che tra poco esploderà in qualche web-reportage, web-articolo, web-storicizzazione del presente, bensì di ben individuati esseri umani che possono essere dettagliati solo in maniera orizzontale.

IL SECONDO invece è che, con Il Cartografo ho scritto qualcosa che non sarà letta dalla mia voce, non avrà le fattezze del mio tratto, avrà come protagonista un personaggio con cui posso trovarmi in disaccordo e sarà fruibile in modo relativamente veloce, nella dimensione bedroom, la stessa dimensione in cui questa serie di animazione sta nascendo. Chi non terrà conto di questo cambio di coordinate radicale, questa volta, rimarrà a riva e basta.

Questo per dire che spero che “La Discussione” a cui fai riferimento non apra altri fronti ma si concluda o si sposti su altro con questo cartone animato. Inoltre spero che i fruitori alieni invadano la Terra.
foto di gruppo

Da un altro punto di vista una serie animata in qualche modo sembrava una cosa che prima o poi avreste fatto, ci sono notevoli citazioni sia nei testi che nelle musiche almeno dai tempi dei Laze Biose (prima non so che cose faceste). nel momento in cui però la fate davvero, una serie, è divertente vedere come si sposta il peso delle citazioni. Ad esempio se leggo un fumetto, che so, di Zerocalcare, molte delle citazioni che usa creano un certo grado di immedesimazione, come in quel report di Lucca in cui Quit The Doner parla di quell’immaginario come dell’unico tratto comune/universale della nostra generazione. invece il vostro modo di procedere a volte sembra voler tirare coscientemente dalla parte di una specie di sdoganamento fuori tempo massimo, come se questo retroterra culturale (Naruto o i Puffi, non credo importi se è l’uno o l’altro) vengono caricati di un significato che è personale e non necessariamente condiviso con il pubblico, anzi più spesso no. Non so se c’è una domanda in questa cosa. Da quanto tempo ci state lavorando?

Noi non sposiamo il pensiero “per generazioni”. Sia nei rapporti che nella fruizione. Nella stessa maniera in cui è importante assorbire opere e conoscere persone transgenere è importante assorbire opere e conoscere persone transgenerazionalmente, concentrandosi su quello che si sta conoscendo e gettando via tutta la spazzatura generazionale.  Possiamo prolungare il discorso di questo Quit The Doner (che ho cercato perché non conoscevo) ed eliminare anche l’ultimo degli elementi che accomunano una generazione, così facciamo piazza pulita e possiamo concentrarci direttamente su Naruto e i Puffi per vedere se in qualche anfratto di quelle serie c’è sia pure una briciola di luminescenza. Poi personalmente penso che Lucca Comics sia un supermercato dove le due azioni base di questo immaginario, ovvero leggere/fruire e disegnare, sono decisamente a margine dell’esperienza, quindi c’è poco da fare report. Comunque sia se non si cerca un significato personale in tutti i fumetti/cartoni/videogiochi ripulendoli dai meme, dalle contese e dagli scivoloni di scrittura/sceneggiatura, allora queste opere tenderanno a diventare della stessa pasta di Calcio, Figa e Politica aka panem et circensem. Se la sterile puntata di Yu-gi-oh che ho visto di sfuggita 12 anni fa mi ha fatto saltare in mente una idea grandiosa, non vuol dire che mi guarderò tutta la serie, ma saprò che le idee si trovano nei posti più impensabili e non storcerò il naso a prescindere di fronte a Gokinjo Monogatari solo perché è uno shojo. Io e Rico siamo cresciuti davanti a cartoni e fumetti ma con esperienze diverse senza mai doverle integrare a forza, come ad esempio è successo con Evangelion: io l’ho guardato tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000 in un misto di videocassette prestate e Anime Night su Mtv, con un assorbimento graduale, influenza sui temi onirici e senza cercare di convincere tutte le persone che mi stavano accanto che Andava Visto, mentre Rico si è divorato tutte le 26 puntate nel 2014 in modo indipendente, senza che nessuno avesse creato la necessità in lui ed è rimasto così meravigliato dall’opera che ha sentito di dover condividere il suo entusiasmo cercando di segnalare la serie a diverse persone come la cosa che per lui era, una scoperta eccezionale. Peccato che la reazione di queste persone era più o meno sempre una variazione sul tema “Ma lo hai visto solo ora???”.

Entrambi abbiamo assorbito Evangelion in modi diversi ma con una intensità profonda, perché qualcuno deve ridurre tutto al miserabile dettaglio della contemporaneità? Per questo genere di basse esigenze attualiste esistono 6 o più serie che soddisfano giornalmente la fretta di stare al passo, si chiamano Telegiornali.

Visto che citi Zerocalcare poi, faccio un esempio anche su di lui. Anche io all’intervallo alle elementari mi trovavo a decantare le gesta dei Cavalieri dello Zodiaco, e ti batto il cinque se rappresenti tua madre come Lady Cocca di Robin Hood della Disney, di contro non amo quel genere di trattazione delle tematiche sociali e l’inserimento continuo di elementi contemporanei-evanescenti come internet e gli smartphones, TUTTAVIA non è nell’identificarsi o prendere le distanze che sta la lettura di un fumetto, altrimenti potrebbe piacermi Shintaro Kago solo se sezionassi corpi di ragazze. NO. Quindi cosa posso apprezzare di Zerocalcare? Il fatto che una persona che decanta la sua leggendaria sedentarietà come un valore alzi il culo e vada a Kobane, il fatto che non abbia eliminato l’infanzia dalla sua vita e ne parli in modo oscuro e divertente, il fatto che alteri la realtà dando delle identità fittizie ai personaggi dei suoi racconti evitando l’onesta professione di verismo senza abbandonare il tono gag e poi, accidenti a me, il fatto che mi strappi diverse risate. Sono andato un po’ fuori dal tracciato della domanda, però posso dirti che altre volte ho cercato di iniziare a fare cartoni animati e non è così automatico riuscirci, non basta la volontà, ci vuole anche il consenso di tutta l’inerzia dell’Universo, perché soffiare la vita all’interno dei disegni in una struttura narrativa non è cosa che si possa fare da soli, al contrario dei fumetti. E non ti so ancora spiegare il perché. So solo che con Rico e Megabaita ci stiamo riuscendo (buttiamo via la scaramanzia oltre che la generazionalità) e da solo non ci riuscirei.

PAGARE LA MUSICA – l’etica protestante e lo spirito del bagarinaggio spinto

Dissenso Cognitivo

Dissenso Cognitivo

Non compro mai biglietti in prevendita; non è una battaglia ideologica contro il concetto, è che negli ultimi anni le mie abitudini stanno cambiando: ho una famiglia, ho un’età, ho poco tempo libero, ho pochi soldi da spendere, e molto spesso per riuscire a uscire di casa e vedere un concerto in un’altra città devo affidarmi a un colpo di fortuna. Come diceva il mio amico Diego mentre stavamo andando a vedere i Mineral, alla nostra età comprare una prevendita serve più a impedire a se stessi di inventare una scusa dell’ultimo minuto e rimanere a casa. Oltre a questo, chiaramente, mi scoccia pagare la fetta enorme di diritti prevendita che ti chiedono Ticketone e siti simili.

Ad ottobre 2016 c’è Bob Mould a Bologna. Durante i giorni precedenti gira qualche voce di un possibile sold out, ma Bob Mould suona all’Estragon -un posto enorme che ho frequentato abbastanza e non ho mai visto completamente stipato, non da quando s’è trasferito al Parco Nord- e penso che, fotta a parte, le voci sono probabilmente assurde o comunque vale la pena orientarsi per una decisione dell’ultimo minuto: se le condizioni per andare a Bologna ci sono, prendo l’auto. Il concerto, secondo il sito dell’Estragon, sta a 25 euro più prevendita. La sera la bimba si addormenta presto e io posso partire, stanco morto ma con la fotta nel cuore. 25 euro è un biglietto che per Bob Mould reputo troppo alto, ma parliamo comunque del mio gruppo preferito, di un artista che ho visto in passato e che mi ha fatto piangere via il culo dalla gioia, eccetera. La decisione, quindi, è presa. Salgo in macchina e mi dirigo a Bologna.

Una volta arrivato al Parco Nord vengo fermato, c’è un catafalco con due tizi che mi chiedono se vado all’Estragon, rispondo di sì, mi chiedono due euro di parcheggio. Mai pagati in vita mia. Nel capannone a fianco sembra esserci una festa o qualcosa del genere, probabilmente con il parcheggio a pagamento, e immagino che i 2 euro servano a dissuadere quelli che si presentano alla porta e dire “vado all’Estragon”. Trattandosi di due euro non mi pongo il problema, ma è comunque una stecca dell’8% sul prezzo di un biglietto che già mi sembrava troppo salato. Arrivo davanti all’Estragon, do un’occhiata al numero di auto nel parcheggio e mi faccio una risata interiore pensando alle voci di sold out. Mi dirigo alla cassa, ci sono tre o quattro persone che da lontano sembrano incazzate con il tizio come se si fosse sbagliato a dare il resto. Quando arriva il mio turno il cassiere mi chiede 30 euro.

Strabuzzo gli occhi e gli dico che c’era scritto 25. Mi spiega che 25 + prevendita era appunto il prezzo per la prevendita, e che poi alla porta “l’organizzatore” può fare il prezzo che preferisce. Non sono il tipo di persona che monta un casino davanti alla cassa, quindi faccio un rapido calcolo mentale: tornassi a casa senza comprare il biglietto, avrei fatto un viaggio a vuoto che tra autostrada, benza e ore di sonno mi costerà intorno ai 40 euro, senza manco vedermi Bob Mould. All’atto pratico si tratta di “solo 5 euro” e quindi entro scocciato. Concerto bellissimo, lui tira come un treno, la sua band anche più di lui; ma il fatto di essere nel 30% delle persone più giovani dentro al locale,oltre alla storia del biglietto, mi rovina profondamente la serata. Decido che in futuro non succederà più: non sapendo di chi è la colpa (promoter? Manager? Locale? Dipende da come è stato organizzato il concerto, chi gestisce cosa, chi ha investito, etc), ai miei occhi la figuraccia l’ha fatta l’Estragon, un locale in cui d’ora in poi mi guarderò bene dal metter piede se non in situazioni di estremo bisogno (vale a dire quando c’è un concerto che mi interessa, come del resto succedeva prima). Il giorno dopo posto uno sfogo su Facebook e trovo qualcuno che si è trovato alla cassa la stessa sera ed è caduto dal pero come me.

Ora, la questione è: si tratta di 5 euro, non è niente. Più 2 euro di parcheggio che con ogni probabilità non sono andati all’Estragon, vabbè. Suppongo sia una cosa che molte persone lasciano passare in cavalleria, un po’ perchè lo sai come funziona ad andare in giro e un po’ perchè Bob Mould non è che venga giù a suonare tutte le settimane. A onor del vero non c’è nemmeno il problema, cioè il poveraccio che mi ha detto quella cosa alla cassa aveva tutto il diritto di farlo. Il discorso su cui è basata la mia incazzatura (che un mese dopo, sono serio, non m’è ancora passata) è che non l’ho mai sentito prima. Se il prezzo è diverso alla porta o in prevendita, nel sito scrivi qual è il prezzo alla porta e qual è il prezzo in prevendita. Ho saputo di gestori di locali che abbassavano il prezzo del biglietto online per far sì che il biglietto + i diritti fossero uguali a quel che si pagava alla porta. Avessi saputo che Bob Mould costava 30 euro probabilmente sarei rimasto a dormire a casa mia, o mi sarei visto un concerto in città, o magari sarei andato a vedermi Mike Watt al Freakout.

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Tutta questa storia mi rende una sorta di alieno per quanto riguarda il discorso sul secondary ticketing. Voglio dire, uno che rimane incazzato un mese per aver pagato una cresta di 5 euro sul concerto di uno che gli ha cambiato la vita, insomma. Non è che disprezzo il rock da stadio, tutt’altro, e mi è capitato spesso di concedermi qualche concerto in arene sterminate, magari comprando il biglietto in prevendita. Il problema è che sono totalmente allergico a quelle situazioni, e cerco di stare al riparo quanto più possibile. I parcheggi a pagamento improvvisati dieci euro a macchina, i furgoni con la piadina di poliuretano fuori dagli stadi, la puzza di cipolla, i bagarini che ti urlano addosso, la perquisa all’ingresso, 33 cl di birra cattiva a 5 euro dentro al posto: cerco di far sì che non mi riguardi. Quel che mi fa girare le palle di questi eventi è tutto il sottotesto classista che sta alla base dell’evento: l’artista è lontano, sul palco, e voi non siete un cazzo. È un’impostazione narrativa su cui si è settata quasi tutta la stampa rock da quando esiste un concetto di stampa rock, e di questi tempi sta andando in crisi -un po’ perchè era ora, un po’ perchè il rock non è che stia proprio in salute. Alla faccia degli spot della CocaCola. Quella di cui parlo sopra è una brutta esperienza di scalping , probabilmente legalissimo e lecitissimo, di cui sono rimasto vittima perchè sono fanatico degli Husker Du. La scorsa settimana, con il culo che bruciava ancora per via delle elezioni americane, ha iniziato a girare il video di un servizio su Le Iene. Dopo il sold-out ultrasospetto dei Coldplay su Ticketone, la redazione del programma riceve in modalità whistleblowing alcune fatture che testimoniano accordi tra alcuni organizzatori (viene apertamente nominata Live Nation, indiscusso major player del settore) e agenzie di secondary ticketing (per capirci, quelli da cui vai a fare compravendita di biglietti). Il tutto mirato alla ripartizione esplicita di guadagni derivati dalla vendita di biglietti scalpati (anche in modo assurdo, tipo 7/800 euro a biglietto). È scoppiato un polverone grosso, quasi immediato, in seguito a cui gente come Vasco Rossi, Tiziano Ferro e Mengoni si dissociati a vario titolo da Live Nation.

(“A vario titolo” significa che nessuno si è dissociato davvero. Lo staff di Vasco Rossi ha “attualmente sospeso ogni rapporto commerciale”, che non è proprio come dire “non lavoreremo mai più con Live Nation”, è più una cosa in mezzo. Tiziano Ferro ha dichiarato d’essere indignato ma che il tour con Live Nation andrà avanti, dopo aver ricevuto garanzia che nessuno a Live Nation abbia mai scalpato i suoi biglietti.)

Una teoria è che chiunque sia disposto a spendere 700 euro per vedere i Coldplay merita ampiamente di venire truffato. Credo sia un’opinione legittima, anche se credo che ci allontani un briciolo dalla dimensione reale dei fatti. Non è pazzesco che ci sia qualcuno disposto a spendere 700 euro per vedere i Coldplay? Ragazzini di classe mediobassa che hanno consumato il disco, madri di famiglia che arrancano per arrivare alla fine del mese, ventenni ricchi e viziati che non s’accorgono manco dell’esborso. Ma in ogni caso si tratta comunque di persone che hanno una passione e che quel giorno convergono in quel posto lì. Come artista credo che mi sentirei fomentato all’idea di avere un pubblico così ben preso, che cercherei di proteggerlo ad ogni costo e di farmeli amici per tutta la vita. Il primo passo, invece, è rimuovere l’idea di questa gente, tipo, far finta che non esista. Un’altra domanda: 700 euro sono davvero un’assurdità in un mondo nel quale i biglietti stanno tra i 70 e i 100 euro? Far pagare 100 euro un concerto su un prato è folle da ogni punto di vista che non sia quello di sfruttare il fanatismo per la musica. Quante persone andrebbero a vedere XXX a San Siro? Quanto sarebbero disposte a pagare queste persone? Il totale genera i cachet, i cachet generano i prezzi dei biglietti e a un certo punto arrivano i bagarini. Poi qualcuno riesce a fare un ragionamento a mente fredda e pensare che invece di far arricchire le sanguisughe puoi fare il salasso direttamente tu. Non credo sia compito mio o delle Iene (ma diamogli almeno il credito di aver sollevato per una volta un polverone sensato) dire se questa sia o meno una “truffa legalizzata”. Diciamo che se non lo è, è quantomeno un modo efficiente di mungere la mucca fino all’ultima goccia.

Dal punto di vista degli artisti non mi ci so mettere. Non riesco a capire in che modo una persona disposta a spendere 700 euro per vederti suonare dal vivo in un piazzale con un’acustica di merda riesca ad entrare nel normale ordine delle cose. E lo stesso per trentamila persone disposte a spenderne 50 o 100. C’è un sacco di gente che s’incazza per il costo dei concerti, ma non sono quasi mai gli artisti, anzi le storie degli artisti che s’arrabbiano per il costo dei biglietti scarseggiano. Ne ricordo una su James Murphy, quello degli LCD Soundsystem, che in occasione dell’ultima data del gruppo subì un attacco dei bagarini online e aggiunse altre tre o quattro date nello stesso posto per mandare invenduti i biglietti scalpati. C’è la battaglia dei PJ contro Ticketmaster, che aveva quasi fatto sciogliere il gruppo senza cambiare di niente lo stato delle cose. Oppure tocca tornare ai soliti Fugazi che anche alla fine della carriera si guidavano il furgone e tenevano i concerti a prezzo politico, smenandoci col portafoglio in prima persona. Non dico che la Pausini debba mettersi in giro col camioncino tipo Ian MacKaye, ma alla fine di tutto il casino e dei teatrini e delle indagini del Codacons e delle proposte di Franceschini, il sistema attuale sguazza in una situazione nella quale l’artista sta confinato sul palco, il pubblico s’accalca in platea e tra i due c’è un buco transennato di 6 metri, in cui nessuno si avventura e in cui nel tempo s’è infilato di tutto -impurità, parassiti, vermi, pus, bagarini, perquise, venditori ambulanti e birra svanita. Il tutto in dosi talmente enormi da rendere impossibile guardarsi davvero tra pubblico e artisti, e allora vaffanculo. Se 100 euro sono la normalità di un concerto in uno stadio, 700 euro sono un’aberrazione plausibile, e tanto vale iniziare a starsene a casa e fargli fare qualche bel buco finanziario. Chissà che non abbassino la cresta ed evitino di elevare l’allegria a sistema, così magari la prossima volta che scende Bob Mould in italia il biglietto costerà quanto sta scritto sul sito.  

Come ascolto cosa

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I giorni scorsi ho riletto qualche vecchio articolo del mio blog e ho trovato diversi riferimenti a una figura di appassionato compulsivo di musica in cui -in tutta franchezza- non mi riconosco più: quella di un acquirente che mensilmente spendeva centinaia di euro in dischi e concerti, che aveva un’agenda di massima degli appuntamenti da non perdere per nulla al mondo e che andava in fibrillazione ogni volta che entrava in un negozio di dischi e vedeva un cassettone delle offerte ben fornito. Così ho pensato di fare un elenco di quelle che sono oggi le mie abitudini nel consumare la musica. Non so se serva a qualcosa, ma ormai l’ho scritto.

QUANTI DISCHI COMPRO

Nell’ultimo anno ho comprato una quindicina di dischi in vinile, che per la media degli ultimi vent’anni significa che non ho comprato dischi in vinile. D’altra parte ho comprato più o meno la stessa cifra di dischi in CD, il che allarga l’affermazione al mio acquistare musica in generale. La ragione principale è che non ho soldi da spendere nei dischi, la ragione secondaria è che se non avessi alternative a poco prezzo (streaming, download, esclusive, cazzi e mazzi) probabilmente i soldi da spendere nei dischi li troverei. Ho comprato, dicevo, una quindicina di dischi in vinile, di cui forse 4 in un negozio di dischi, che ho visitato un po’ per carità cristiana e un po’ perchè vuoi non passare da Radiation quando sei a Roma, eccetera. La maggior parte delle cose comunque le compro ai banchetti. Se c’è una maglietta carina preferisco comprare una maglietta piuttosto che un disco; se il disco è in vinile e CD compro quasi sempre il CD; non compro quasi mai CD che costano più di 10 euro (massimo 12); non compro quasi mai vinili che costano più di 15 euro, a meno che non siano doppi, e nel caso posso arrivare a spendere 20 euro -ma non sono propenso ad acquistare vinili doppi. Se c’è un 7”, tendenzialmente compro quello. Non faccio mai acquisti online di dischi fisici, non utilizzo discogs, non guardo le offerte Amazon da cinque o sei anni.

QUANTO ASCOLTO IN STREAMING

Non ho sottoscritto abbonamenti a servizi di streaming tipo Spotify o Apple Music: non è tanto per i soldi che mi chiedono, è un misto tra boicottaggio politico e paura di buttar via troppi giga di traffico mobile. Bandcamp è la mia piattaforma preferita sia per lo streaming che per il download (e anche invero per cercare musica a casaccio). Molto del mio consumo in streaming è legato al momento: mi ascolto il nuovo disco dei WRTASETASGASD in esclusiva su Noisey o chissà che altro, e almeno nel 90% dei casi quello è l’unico ascolto che do al disco. Non utilizzo nessun’agendina degli ascolti, mi muovo perlopiù cullato dalle circostanze, seguendo un algoritmo cognitivo autocostruito per cui, se un dato disco è disponibile in un dato momento e io ho 30 minuti a disposizione, mi ascolto il disco. Altrimenti vaffanculo.

QUANTO SCARICO

Scarico poco e con molta discontinuità, non faccio più alcun riferimento agli mblog (newalbumreleases, nodata etc). Anche qui mi muovo molto a caso: un giorno ho due ore libere a casa e scarico tutti i dischi che mi viene in mente di recuperare, alcuni dei quali alla fine non mi prendo manco il disturbo di buttare dentro la libreria di itunes. Quelli che ci entrano sono grossomodo l’ossatura dei miei ascolti reali: da iTunes al telefonino e da lì in macchina, assieme a un centinaio di CD senza custodia infilati in ogni buco disponibile in macchina, che entrano nel lettore sempre meno spesso. I miei viaggi in auto durano un’ora e venti al giorno. Di tanto in tanto compro dischi in download da Bandcamp, ma più spesso no.

COSA ASCOLTO

In giro per la stampa di settore ci si chiede sempre più spesso se il “rock”, inteso genericamente come musica anglosassone suonata, sia vivo o morto. Questa cosa dipende soprattutto dal fatto che la musica si ascolta sempre meno negli ambienti e sempre più nelle orecchie. Ci sono molte componenti ideologiche che infiammano il dibattito, ma la verità è che l’ascoltatore-tipo di musica moderna, specie nelle grandi città, è una persona che si sente i dischi su un lettore mp3 o su un telefonino con delle cuffie, magari mentre passeggia lungo un viale con la nebbia fuori o si aliena dal mondo durante il viaggio in autobus e magari la sera gira per i club. Ad esempio uno dei miei dischi preferiti di quest’anno è quello di Ital Tek, che in questa situazione è semplicemente perfetto, ma è assolutamente impossibile ascoltarlo in macchina perchè crea un tipo di disagio che non va bene alla guida, si sposa male con il rumore di fondo del motore e ha effetti collaterali spiacevoli -a volte tocca staccare il disco e capire se era il disco o la macchina ingolfata. Quindi per dire in questo momento sto passando una fase molto indie-folk con chitarre sottili e linee di basso semplici, che vanno bene sia per decomprimere che per non impegnarsi ad ascoltare la mattina. Per dire, insomma, che c’è un modo di vivere la musica che è personale e non sociale, e va valutato nel processo di analisi. Nel momento in cui si ammette un certo tipo di anacronismo legato ad esempio alla musica suonata che esclude l’automobile, si sta ridisegnando di propria sponte una mappa che è sia culturale che logistica, togliendo legittimità ad un consumo decentralizzato della musica (mentre magari nell’iphone passano cose tipo Gqom Oh!). Ed è piuttosto bizzarro perchè l’auto è un punto di aggregazione abbastanza tipico della condivisione musicale, della musica come condivisione sociale ed espressione di elitarismo al contempo, nel senso, l’ascolto della musica in auto segue certe dinamiche di religiosità pagana che tendono spesso a far sì che alcuni dischi vengano anche sopravvalutati, oltre che a creare una dimensione di ascolto collettivo e livellamento universale che è stata sfruttata commercialmente in una milionata di salse diverse -giusto per fissare un punto di massima: parlando di utilizzo del mezzo musica, tra le pubblicità della TIM con Chiara Galiazzo e il Carpool Karaoke di Corden con Michelle Obama non c’è nessuna differenza (ne consegue anche che fate bene a usare gli hashtag e a cercare di far girare la macchina del profitto).

QUANTO ASCOLTO

Al di fuori della macchina ascoltare musica è sempre un po’ un’impresa. La sera non ho voglia di farlo a meno che non debba farlo per forza, a casa c’è una bambina piccola e quindi la lista delle cose ascoltabili si riduce di un bel po’ -da un punto di vista razionale penso di essere un po’ esagerato, ma credo che i genitori che pensano sia tutto sommato ok far ascoltare gli Angels of Light o altra merda funebre a una bambina di tre anni non sono diversi dal comitato genitori di Sparta che decideva quali neonati andavano gettati da una rupe e quali potevano essere cresciuti dentro la città. Quindi insomma, macchina e poco altro. Supplisco alla mancanza di tempo con rotazioni più basse: se un disco non mi ha interessato alla seconda o alla terza canzone, non mi ci accanisco. Stando fuori dai dischi che devo ascoltare per forza, penso che la percentuale degli album che ascolto dalla prima all’ultima nota stia intorno al 3%. Gli altri li metto e li tolgo dopo quattro o cinque canzoni, magari li riprendo in un altro momento. Non mi prendo mai tempo per ascoltare un disco e basta: ascolto e guido, ascolto e faccio spesa, ascolto e scrivo, ascolto e disegno, ascolto e leggo. Non sono la persona più multitasking del sistema solare, quindi mi perdo parecchie cose dei dischi che ascolto.

COME VALUTO LA MUSICA

Da quando scrivo di musica, a torto o ragione, ho sempre dato una valutazione sommaria dei dischi di cui mi occupavo, basata sul fatto che valgano -o meno- i soldi che ho speso o dovrei spendere per comprarli. Questa valutazione non è più vera da anni: la mia prima valutazione è legata al tempo impiegato per ascoltarli. Questo introduce anche una scala di valori relativa, nel senso che ci sono dischi da dieci minuti e ci sono dischi da due ore, e poi ci sono dischi da due ore di cui tutti ascoltano dieci o dodici minuti. La percezione del tempo è molto umorale, nel senso che in certi giorni ho perso tempo ad ascoltare un certo disco e in altri giorni ho speso tempo ad ascoltare lo stesso disco. Ma d’altra parte anche “quindici euro” è un dato che in sè non significa nulla.

QUANTO SONO AGGIORNATO

Rispetto anche solo a tre o quattro anni fa noto un sensibile decremento della mia paura di perdermi cose. Molto spesso decido scientemente di non ascoltare certi gruppi o artisti che piacciono a tutti, per una specie di postulato secondo cui se questo disco unisce due persone di gusti e sensibilità così diverse, è roba con cui probabilmente non voglio avere a che fare. È un assunto che mi porta a prendere molte cantonate, ma nella maggior parte dei casi si rivela piuttosto affidabile. Ancora una volta, l’ammontare di tempo e soldi definisce le strategie. È possibile che io perda pezzi fondamentali del discorso musicale odierno, ma non credo che conoscere tutto il discorso musicale odierno abbia una reale utilità; se facessi il critico musicale di lavoro probabilmente la penserei in un altro modo. Cerco di legare tutto quello che ascolto ad un discorso ideologico che ho in testa e che non ho mai fatto con nessuno, e questo continua a farmi sembrare un rompipalle su molti argomenti cose. È probabile anche che questa cosa mi renda troppo legato a una serie di pregiudizi personali, ma in tutta onestà non credo di avere una quantità di pregiudizi diversi da quelli degli altri che hanno l’hobby della musica. E poi, a differenza della maggior parte della gente con cui parlo, almeno i miei pregiudizi me li sono costruiti per conto mio.

Il disco più bello di sempre.

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(Certo sarebbe molto più corretto chiamarli R.E.M., e quindi AR I EM, e quindi in italiano “gli R.E.M.”, ma io li ho sempre impropriamente chiamati “i rèm”. Questo coso parla di un periodo precedente a quando ho iniziato a pormi il problema, e ho deciso di conservare la scorrettezza nel testo)

Come molti altri della mia generazione sono un fan dei REM. A differenza di altri gruppi rock da stadio di cui sono fan, tipo -non so- Pearl Jam o simili, non riconosco un corrispettivo culturale dei REM in un’altra epoca storica. L’unicità del loro concetto dà ai REM la possibilità di essere apprezzati senza necessariamente richiamare una componente nostalgica da vecchio rock e/o un papà che ti dice sì ok i PJ ma prova ad ascoltare Springsteen. Non so se si capisce cosa intendo. Pur essendo un gruppo da ventimila paganti, per qualche fortunata coincidenza sono riuscito a vedere un loro concerto mentre mangiavo un’insalata di riso al sacco, appoggiato alla transenna davanti al palco. Sono cose che hanno un loro preciso senso, o almeno credo: con Vasco non sarebbe successo, o qualcuno mi avrebbe versato birra dentro al riso, o mi avrebbe pestato perchè non mi stavo divertendo e/o gli stavo spezzando la bolgia. Se un gruppo vende milioni di copie non puoi andar troppo per il sottile, vuol dire comunque che qualcosa che quel gruppo sta facendo arriva a tutti, e quindi non è un’esclusiva tua.

Le condizioni di realizzazione dei dischi e il fatto che la band sia stata nella sua storia abbastanza umorale tendono a far sì che –soprattutto negli anni Warner- i dischi dei REM siano spesso identificati secondo un mood generale abbastanza distinguibile. Automatic For The People è quello oscuro, Monster è quello “rock”, Up è quello “elettronico”, Out Of Time è quello “acustico” e via di questo passo. Poi questo non toglie che dentro Automatic ci sia The Sidewinder, che dentro ad Up ci siano un sacco di pezzi senza elettronica e che in Monster ci sia, boh, Strange Currencies o Let Me In. Il senso del discorso è un altro: ogni disco dei REM fa storia a sé, viene pensato dal gruppo come un’opera organica e può non avere che blande somiglianze col disco precedente.

È più difficile trovare un mood comune, o un discorso musicale coerente, in New Adventures in Hi-Fi.

Nel gennaio del 1995 i REM si mettono per la strada per la prima volta da sei anni. Le premesse sono grosse, perché nel frattempo il gruppo ha fatto un salto di qualità dalla categoria “gruppo di riferimento del college rock americano” a “tra le massime realtà della musica di oggi”. È successo con Out Of Time e tutto quel che è seguito. Il tour è un evento e un grosso successo commerciale, ma già il primo marzo a Losanna c’è uno stop: Bill Berry cade a terra durante il concerto per un aneurisma cerebrale e viene salvato più o meno per miracolo. Si riprende in tempi brevissimi e il gruppo ricomincia a suonare, ma dopo qualche mese sono Mike Mills e Michael Stipe ad entrare in sala operatoria. è un periodo duro e la determinazione con cui viene affrontato galvanizza i membri del gruppo. A un certo punto, lungo la strada, il gruppo si mette in testa di mettersi a scrivere e registrare qualche canzone: una traccia qui, una lì, in modo un po’ confusionario, con la ferma intenzione di tirarci fuori un disco. Le tracce che vengono registrate sono tante, e il personale che ci lavora è più o meno quello che gira con loro –turnisti, fonici e tutto il resto. È il primo disco in cui compare Scott McCaughey. Oltre a questo, è il primo disco dei REM dopo il rinnovo del contratto con Warner, che per la stampa è stato un affare da 80 milioni (il gruppo ha smentito).

Se è vero che ogni disco dei REM fa storia a sé, è anche difficile mettere insieme una storiografia del gruppo in cui poter indicare chiaramente, non so, i tre dischi più belli. Secondo qualcuno i REM non hanno mai fatto un disco buono quanto Murmur (1983), secondo qualcun altro Accelerate(2008) è uno dei loro migliori dischi.  Al momento non mi viene in mente un altro gruppo (forse gli Wire, o qualcosa di più piccolo) i cui picchi creativi si stendono indiscutibilmente lungo 25 anni e oltre. Una cosa che mi pare di poter dire, stando alle persone che conosco, è che il gradimento per i REM ha una forte componente generazionale. Ognuno, in sostanza, è legato ad un disco diverso, che di solito è contemporaneo ad un’età dello sviluppo in cui i REM hanno la maggior parte della loro ragion d’essere. Oltre a questo, non esistono veri e propri hater di una fase o dell’altra del gruppo, così come non esistono veri e propri nostalgici. OK, qualcuno c’è: trentunenni che rimpiangono di essere stati troppo piccoli per veder succedere Gardening At Night in diretta, trentacinquenni che non vogliono nemmeno sentir parlare di Reveal, e simili. Ma non sono poi tanti rispetto al totale dei fan del gruppo.

Quando dico “il disco più bello di sempre” intendo sempre quello che ho detto, ma in realtà “il disco più bello di sempre” è più di uno. Ci sono tre ragioni per cui uso questa definizione in questo modo, le ho già spiegate da qualche altra parte. New Adventures In Hi-Fi, per quanto mi riguarda, è il disco più bello di sempre. A parte l’età anagrafica, non è legato ad alcun accadimento della mia vita, non riesco ad associarlo ad una cosa che ho fatto o a una persona che ho conosciuto. Ho semplicemente iniziato ad usare New Adventures in Hi-Fi come un metro di misura di ciò che mi piace nel rock americano. Lo riesco a identificare come una specie di summa dei dischi che l’hanno preceduto e come un’ineguagliabile standard su cui i dischi che l’hanno seguito si sono rotti le ossa.

I REM a cui sono più legato, personalmente, iniziano vent’anni fa: il 9 settembre del ’96, data di uscita di New Adventures in Hi-Fi. Io ho quasi 19 anni, che è l’età perfetta per mollare un po’ le chitarre alte ed iniziare a considerare l’idea di una componente para-letteraria nei dischi che ascolto, magari partendo da qualcosa di molto facile e poco pretenzioso. Poteva essere un primo passo, ed è diventato uno strumento di misura con cui ascolto la musica. Hai qualcosa da dire? Riesci a dirlo nei tre-quattro minuti a tua disposizione? Riesci a dire qualcos’altro nel pezzo dopo? Stai usando al meglio i mezzi di cui disponi? Hai cura di non farti soffocare dalle possibilità che ti sono concesse? Quasi tutto il racconto sui REM si basa su questa ideologia della sobrietà. Michael Stipe avrebbe potuto provare ad essere uno scrittore barra poeta barra attore regista fotografo visual artist ma tutto sommato è rimasto il cantante di un gruppo rock. Peter Buck avrebbe potuto fare assoli e invece no. I REM avrebbero potuto fare una montagna di dischi-fotocopia con cui affrontare decentemente la pensione e invece si sono presi qualche rischio. New Adventures ha una specie di politica della sobrietà aggiuntiva a quella dei REM. Dentro New Adventures ci sono alcune delle migliori canzoni mai incise dal gruppo. Le cinque che preferisco oggi: How the West Was Won and Where It Got UsNew Test LeperLeaveBe MineElectrolite. Nessuna di queste, a parte forse l’ultima, finirebbe in una top ten delle canzoni del gruppo compilata dalla fanbase più accanita. Un altro paradosso: tre di queste fanno parte delle uniche quattro canzoni del disco che sono state registrate dopo il tour. Il che mi rende solo in parte simpatetico rispetto alla natura originaria del disco, e al contempo rende New Adventures un disco che -a mio parere- non sarebbe altrettanto bello se non fosse stato completato in studio. Come molti dei miei dischi preferiti, non è affatto il disco più amato del gruppo: commercialmente è una sorta di delusione, che a posteriori sembra quasi pilotata per iniziare a marciare con un passo più umano. Tanto per dire, il primo singolo estratto dal disco si chiama E-Bow the Letter, che si fregia di un guest starring di Patti Smith ma è senza dubbio una delle canzoni meno adatte alla radio. È anche uno dei pochissimi pezzi che sparano troppo alto o che in qualche modo mi sembrano un po’ fuori tono rispetto al resto del disco. All’atto pratico, New Adventures negli Stati Uniti non arriva al milione di copie, mentre il disco precedente aveva superato i quattro milioni.

Al momento di registrare e pubblicare New Adventures in Hi-Fi il gruppo non lo sa, ma sarà l’ultimo disco assieme a Bill Berry, e quindi il primo disco in una formazione diversa da quella con cui il gruppo ha comuinciato. Berry decide di ritirarsi nell’ottobre del ’97, dopo una specie di negoziato col gruppo per essere sicuro che i REM non si sciolgano. Il gruppo va avanti e registra Up, che qualitativamente sta quasi pari a New Adventures. Poi i “miei” REM finiscono e iniziano quelli di qualcun altro. Quando si sono sciolti mi è dispiaciuto tanto, e -debolezza- spero sempre che ci ripensino e mettano insieme un altro tour.

Bella per i Rockin 1000

 

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Oggi i Rockin 1000 suonano a Cesena, un concerto intero al Manuzzi. Se non sapete chi sono i Rockin’ 1000 cercateli su internet (io ne parlai brevemente in un articolo che scrissi su Dave Grohl) Una cosa che non viene fuori molto in pubblico, ma che qui si respira abbastanza, è che la Cesena musicale non è necessariamente entusiasta e presa bene all’idea che questa cosa succeda. Anzi, l’iniziativa Rockin’1000 è stato accolta con un certo biasimo fin da subito, e si sono creati due schieramenti abbastanza distinti -da una parte la gente coinvolta più o meno attivamente, dall’altra quelli che odiano il progetto e la realizzazione e tutto il resto.

Gli argomenti sono più o meno i soliti, e sono comprensibilissimi: c’è una città non proprio ben disposta per la musica, dove la programmazione live dei locali (penso al TAMLA) viene falciata dalle lamentele del vicinato e dalle ordinanze che seguono, una serie di posti (penso all’Officina49) che hanno fatto concerti eccezionali e ricevuto visite settimanali dalle forze dell’ordine, una continua lotta per sopravvivere e poter organizzare cose in piccolo che incontra continue resistenze dall’alto. In tutto questo arriva una specie di esercito di fanatici di Virgin Radio a fare questo megaevento sponsorizzato, e sembra tutto una merda.  Un paio di mesi fa ho guardato il video di Fabio Zaffagnini che promuoveva l’evento: ho pensato distintamente che, diocristo, questa dev’essere davvero la cosa più lontana possibile dalla mia idea di musica. Pensateci bene: mille persone autodefinite ROCKERS che eseguono CLASSICI DEL ROCK, quasi tutte canzonacce*, in uno STADIO. Non lo so, cioè, è proprio un concetto che mi piglia male.

*sì, anche Smells Like Teen Spirit. Anche Blitzkrieg Bop. Sono canzonacce e fanno schifo al cazzo, quando partono in radio ti viene il malumore -sai perchè? Perchè sono state suonate troppe volte in troppi contesti sbagliati, e perchè piacciono alle persone sbagliate, ma anche e soprattutto perchè in generale non valgono quanto si pensa che valgano e negano l’esistenza pubblica ad altre cose più valide. Forse una volta erano canzoni grandiose e hanno raccontato un’epoca come nessun’altra, ma questo non giustifica il loro ingresso così in profondità nel tessuto sociale occidentale. E sfido chiunque a sostenere che senza la ripetizione massiva di Blitzkrieg Bop nelle feste rock il mondo non sarebbe un posto migliore. Pensate bene a quanti benefici potrebbe portare il divieto assoluto di suonare Blitzkrieg Bop in qualsiasi occasione, magari coi cartelli appesi come quella scena di Fusi di Testa nel negozio di chitarre.

Poi ho pensato che in qualche modo in questo è una cosa interessante, cioè, il fatto che sia la cosa più distante possibile dalla mia idea di musica, che sia la parodia definitiva del concetto e quindi -essendo di base il rock una parodia di qualcosa, non so se di se stesso o che altro- forse la cosa più vicina all’idea pura di rock. E magari qualcosa che potrebbe perfino essere accostato a 77 Boadrum o alla performance di Rhys Chatham a Montmartre o a Justin Bieber rallentato. E voglio dire, considerato che non sono ancora una lobby della musica cesenate e/o non hanno la capacità di proibire agli altri di organizzare concerti, la principale obiezione che si può porre ai Rockin 1000 è che “quello dei Rockin’1000 non è il vero rock”. E credo che quando si inizia a fare questi ragionamenti in pubblico si sia davvero arrivati alla frutta. Poi io vabbè, non ci vado perchè appunto la mia idea di musica non combacia e questo mese ho paccato troppi concerti fighi per potermi sentire bene al concerto dei Rockin 1000. E naturalmente perchè ho qualcos’altro da fare, tipo cene in posti tranquilli col menu fissato a 23 euro bevande incluse. E quindi, alla fine di tutto, direi che il problema sono io, altro che i Rockin’1000. Che hanno semplicemente guardato lontano e tirato su i soldi che servivano, e quindi faranno il concerto, bravoni. Magari qualcuno di loro si presenti anche agli altri concerti, e per favore fate il possibile per non intasare la Secante ad altezza stadio che stasera devo fare avanti e indietro da Ravenna. 

Indie vs Mainstream vs spaccarsi di birra

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Nel giro-birra ci entri più o meno come entri nel giro-musica. È una cosa carbonara che parte dal basso, dal passaparola. Apre un locale della tua città che ha birre che non hai mai sentito nominare e segue tassonomie abbastanza puntuali di cui non sai nulla. Oppure è un tuo amico a portare a casa qualche bottiglia di pregio e a spacciarla a qualche amico. La prima volta che bevi una birra buona puoi anche non ricordare che birra è ma ricordi quella sensazione che tutto sia finito al posto giusto, lì dove deve stare. E da lì in poi sei spacciato: inizi a capire cosa ti interessa, quanto te ne serve eccetera. Perdi totalmente l’interesse per i posti che non vendono birra craft, dai appuntamento a tutti i tuoi amici nell’unico posto dove è possibile vederti dopo il tramonto, e tutte queste cose. Se ti prendi bene con la cosa, non ci vuole molto tempo a diventare una specie di caso umano: per prima cosa costa un mare di soldi, poi contiene in sé tutti gli spiacevoli effetti collaterali propri dell’alcolismo. Comunque la si voglia vedere, il fanatismo per la birra è la copia del fanatismo musicale, contiene tutte le psicosi e gli spiacevoli risultati finali (diventare un ciccione barbuto e vestito male), e possiede tutti i meccanismi di auto-giustificazione caratteristici delle peggiori droghe, quelle che la società non si prende manco il disturbo di stigmatizzare. Anche il posto in cui beviamo birra abitualmente è la copia esatta del nostro locale da concerti preferito: entrambi li frequentiamo da anni, incontrandoci sempre le stesse persone, perlopiù coetanei di cui abbiamo testimoniato a malincuore il fastidiosissimo invecchiamento precoce (fastidiosissimo perché riflette il nostro) e la resa incondizionata ad un cliché che ci ha imposto di diventare la caricatura di quelli che dieci o quindici anni fa chiamavo vecchi sfigati. Così diventa abbastanza tipico sgattaiolare al pub appena possibile e trangugiare tre o quattro pinte, a sei euro l’una, infilandoti in piccole recensioni orali di quel che stai bevendo, giudizi sul grado di acidità, sul residuo fisso, sul fatto che tale birrificio passa per imperial pils questa birra che –evidentemente- in realtà è una pale ale; o a presentarti tra i primi al concerto di qualche trascurabilissima psych-band olandese con una chiara idea di quale preferisci tra i due dischi che ha pubblicato per chissà che minuscola etichetta indipendente.

Una cosa è certa: quando inizi ad assaggiare birra fatta con criterio, così come quando scopri i gruppi indierock tosti, inizi a sviluppare un senso di fastidiosa repulsione nei confronti delle cose più generiche e dozzinali, quelle consumate da tutti. Per cui è difficile riuscire ad esistere in maniera confortevole, molto vicini ai quarant’anni, in un locale dove suona gente con quindici anni in meno di te e un banchetto che serve solo birra scadente. Sono tutt’altro che uno sperimentatore, e la mia cultura in questo campo rasenta lo zero: dopo anni e anni, mi sento come quegli stronzi che passano a macintosh e iniziano ad avere la puzza sotto il naso. Ma ora come ora non posso farci niente: detesto le birre corporate, quelle cose tipo la Moretti (di cui, prima dei trent’anni, ho bevuto migliaia di bottiglie). Non è un discorso ideologico, è che ormai al mio palato hanno tutte lo stesso sapore schifoso e triste, stanno alla birra come i Foo Fighters alla musica e piuttosto preferisco la sobrietà a giradischi spento. Alcune declinazioni contemporanee dell’ultra-capitalismo birraio mi balzano agli occhi come uno dei massimi scempi alla modernità: il massimo grado di fastidio lo provo quando incrocio le campagne social della Ceres. Una volta avevo anche scritto una cosa su questo, su un altro sito:

Detesto la Ceres. La ragione è che hanno qualcuno di detestabile che gli fa i social, non so dire chi cosa o come, dev’essere questo team di CREATIVI del cazzo che fanno LANCI e CAMPAGNE e altre cose di cui non so assolutamente nulla. Tutti voi avete un amico che di mestiere fa tipo il MEDIA GURU o l’INFLUENCER, no? Ecco, il vostro amico influencer e media guru RILANCIA i CONTENUTI delle pagine social di Ceres e le commenta scrivendo “bravi.” o anche “bravissimi.”, sempre col punto alla fine. Ecco, in quei momenti il vostro amico media guru influencer vuol dirvi “io so come si comunica, e sto facendovi un esempio di altre persone che sanno farlo”, ma quello che fa all’atto pratico è aprire uno squarcio sul futuro e mostrarvi un mondo in cui tutto è social, tutto è divertente, tutto è una versione arguta e ridanciana di quello che tre ore prima vi faceva girare le palle. Ecco, questo genere di impostazione geniale e simpatica ad ogni costo punta (credo) sull’idea di farti sapere cosa succede se si prende un normale addetto ai social media, lo si riempie di Ceres da colazione in poi e gli si dà libero accesso al computer. Capirai. Anche io sono più simpatico da ubriaco, ma questa gente sta vendendo comunque alcolici, cioè in realtà sta vendendo mal di testa, incidenti automobilistici, cirrosi epatiche, alito cattivo e brutte analisi del sangue. E cosa ci sta dando in cambio? Due risate e una birra dolciastra da sedicimila gradi. Li odio.

Voglio dire, se la stessa cosa la facessero Ferrero o Nestlé mi starebbe meno sulle palle, o comunque non me la farei girare così tanto in testa.

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C’è un botto di gente che si scaglia contro il sistema dell’indie, della musica rock indipendente. Lo fa perché la musica indipendente è piena di contraddizioni dal giorno uno, e quasi tutti quelli che salgono sul carrozzone hanno un obiettivo da conseguire e una lista di possibili vacche da mungere. Per me è sempre stato paradossale perché io, da ascoltatore che non ha mai suonato uno strumento, non mi sono mai dovuto prendere la briga di dover accettare un compromesso. Al di là di quel che sono le cronache dell’epoca, di cui comunque sospetto abbastanza, credo che l’indie rock sia nato su un certo tipo di premessa, che era quella di fare una musica che tornasse ad essere libera e matta e personale, in un mondo nel quale la musica era non-libera, estremamente sana di mente ed impersonale. È chiaro che i concetti hanno delle sfumature, ma credo fosse una buona ossatura. Comunque c’è un motivo per cui i dischi dei gruppi ex-indipendenti ora su major tendono a fare schifo, e spesso il motivo non ha a che fare con le cosiddette pressioni dell’etichetta. È più una questione di autocensura. Hai la possibilità di farti promuovere il disco e suonare di fronte a tremila persone: che fai, ti presenti ubriaco e vedi cosa succede? Stocazzo. Vai a letto presto, ingaggi un ingegnere del suono cazzuto, inizi a usare un mare di preset eccetera. Questa cosa coincide con il fornire un prodotto migliore al proprio pubblico? Dipende. Se il tuo pubblico è composto da tremila persone che non ti sono venute a trovare con la lanterna, è sicuramente un miglior prodotto. Se il tuo pubblico sono trenta sfigati con cui riesci sì e no a pagare la benza per arrivare nel posto dove devono suonare, probabilmente preferirebbero vedere una cosa diversa da quella che hanno visto la sera prima.

Ecco, per me chiunque non capisca questa cosa è un turista o uno che non ha mai messo piede nel mondo reale. Voglio dire, abbiamo tutti quanti un lavoro, no? Quelli fortunati hanno un lavoro, e sono costretti a fare cose che di loro sponte non farebbero mai, vendere prodotti di merda a poco prezzo, fornire disservizi a un cliente perché costa meno metterci una pezza in un secondo tempo, tenere lezioni di storia sulla base di un programma invece che sulla base di ciò che secondo te è giusto che i tuoi studenti debbano imparare, caricare extra-interessi sul conto bancario di qualcuno che non ha la capacità di leggere le scritte in piccolo. Magari qualcuno di voi non deve fare mai questo tipo di scelte morali, e sappiate che vi invidio. Ok, diciamo che quello del musicista è un lavoro: ognuno decide per sé, fa quello che ritiene più giusto, traccia la linea dove vuole. Io però questa roba la consumo nel mio tempo libero e a mie spese, e quindi diciamo che ne penso quel che voglio. Comprendo profondamente il desiderio e ciò che ti spinge a fare: voglio dire, anch’io se fossi il vagabondo mi scoperei Lilli. Ma punto di vista statistico, stando alla mia esperienza di vita, è ragionevole pensare che il tuo incasso aumenterà in maniera inversamente proporzionale alla qualità personale della tua musica. Ed è logico che ci siano un mare di eccezioni, ma la regola è questa. Così, quando un musicista taccia i talebani dell’indie di chiusura mentale, in genere fa loro un torto. Quasi nessuno di noi è davvero interessato a dove vadano a finire i nostri soldi, ma la qualità dei dischi ci interessa e come, e ci sono indicatori che ci dicono come andranno a finire le cose.

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Con la birra è più o meno lo stesso. Quando mi sono iniziato a interessare della cosa era già da tempo in moto quel processo di ascesa del microbrewing, che oggi (anche qui) ha raggiunto uno zoccolo duro di fanatici abbastanza vasto da tenere in piedi un sistema oliato fatto di piccole aziende, locali specializzati, festival a tema e spregiudicati eventi estemporanei. In certe aree colpite da fenomeni di gentrificazione tipo il Pigneto la birra craft è diventata tipo il carburante dell’ascesa sociale, in aree geografiche tipo il Pigneto a Roma. Ma è sempre più frequente, anche in locali generici, riuscire ad ordinare una birra chiedendo, che so, uno stile invece che un colore o una pezzatura.  Nelle fasi finali della catena, negli occhi di quelli si sparano le due/tre birre al pub, è soprattutto una questione di gusto: una buona birra a 6 euro è meglio di una birra di merda a 4. Appena sopra, è una questione di scoperta: chi gestisce e lavora nei posti è quasi sempre un tizio che si sta pagando il vizio. Frequentano fiere, cercano birre, importano fusti rari, sostengono i microbirrifici locali, si ospitano a vicenda. Nessuno dei personaggi coinvolti vuol sentir parlare di “birra artigianale”: se fa schifo, non importa quanto sei indie. Questa gente ha fatto per la birra la stessa cosa che l’indie ha fatto per la musica: ha preso una cosa che c’era già, si è ritagliata un proprio spazio fisico nel territorio e ha creato una rete di persone dentro cui è possibile sostenersi e fare affari.

Insomma, qualche giorno fa è uscita notizia che Birra del Borgo è stata comprata da AB InBev. Anheuser-Busch InBev  è la più grande multinazionale al mondo per quanto riguarda la birra –Corona, Beck’s, Budweiser, Hoegaarden, Leffe, Lowenbrau e un mare di altre. Birra del borgo è un birrificio italiano, situato in provincia di Rieti, piuttosto conosciuto. È il tipico buon birrificio italiano: le birre non sono mai il massimo della qualità planetaria ma stanno ben oltre la sufficienza e non ho mai provato la sensazione di aver buttato i soldi. Non è il primo genere di acquisizione di un microbirrificio di alta gamma da parte di una grossa company, ma a quanto ne so è la prima volta che succede in Italia. Ok, il proprietario ha venduto ma continua –secondo questo articolo– a gestire il birrificio. Dall’altra parte, l’obiettivo è di quadruplicare i volumi di produzione entro i prossimi cinque anni: significa entrare in canali dove non si era e mettersi a fare la guerra in un altro mercato. Manuele Colonna (Ma Che Siete Venuti a Fa, Roma) fa i complimenti a Leonardo Di Vincenzo per l’affare e –in maniera estremamente tranquilla e pacata- lancia il boicottaggio di Birra del Borgo da parte di un cartello di locali. Una questione di scegliere il campo da gioco: secondo le sue parole, lasciando entrare le grosse corporazioni si smette di investire sulla cultura. Devo averlo sentito da qualche altra parte, e sono parole che mi piace sempre ascoltare. Colpa mia magari.

Facciamo una mostra.

topgunc

Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio – è un verso famoso di Andrea Zanzotto (che sia famoso lo ho concluso più o meno da solo: è molto bello, mi è rimasto attaccato leggendo le sue poesie, e deve perciò essere successo anche ad altri) – e credo che evochi, almeno a me evoca, quanto a volte un poeta e un luogo siano legati al punto che uno diventa l’altro. Pieve di Soligo, Marradi… Non sto paragonando Francesco a Zanzotto o a Dino Campana, anche perché non credo sia un poeta – c’è il dolore, c’è l’assurdo, continuo alludere, ma in fin dei conti non credo abbia mai scritto versi. La cosa uguale è questo legame a un posto, che è questa generica Romagna, dove sono stato forse una volta e proprio dove abita lui, anni e anni fa, non me la ricordo bene, ma che ormai nel mio cinico cuore romano è quello che ho visto e letto nei disegni e nei psot (cioè “post” con un errore di battitura) di Francesco su Bastonate. Questa generica Romagna dove, dicevo, non sono stato che una volta, anni e anni fa, e nemmeno me la ricordo più bene, ma quello che ricordo, ne sono del tutto sicuro, è che era bianca e nera, disegnata a pennarello.

(Ashared Apil-Ekur)

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A volte le circostanze ti portano in posti curiosi. Il 21 aprile alle ore 18 siamo in Santeria a Milano, ad inaugurare una mostra che si chiama BASTONATE e contiene disegni che abbiamo fatto in questi anni per accompagnare i post. Quando dico “siamo” e “abbiamo fatto” parlo di me, la mostra è mia. Ci vediamo?

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