Raffaele Alberto Ventura

“Cosa succede se un’intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare – o nella peggiore delle ipotesi mantenere  – la propria posizione nella piramide sociale, scopre all’improvviso che i posti sono limitati, che quelli che considerava diritti sono in realtà privilegi e che non basteranno né l’impegno né il talento a difenderla dal terribile spettro del declassamento? Cosa succede quando la classe agiata si scopre di colpo disagiata?” Raffaele Alberto Ventura scrive in giro. Qualche tempo fa ha iniziato a circolare un suo saggio intitolato Teoria della classe disagiata, che per la prima volta grazie a Minimum Fax arriva in una veste fisica. 

(nota: questo scambio è avvenuto lungo un periodo di mesi, il che significa che troverete nel testo riferimenti a cose successe “ieri” o “poco fa” che in realtà sono successe lungo l’estate)

Parto citandoti:

“Immaginate un’azienda che fabbrica un certo tipo di macchina in previsione di una domanda molto ampia. Si tratta di un gigantesco investimento, ma altrettanto gigantesco è il profitto atteso.

Immaginate poi che la previsione si riveli completamente sbagliata: la domanda si è contratta e le macchine non si vendono. Immaginate allora tutte queste belle macchine, oramai inutili, abbandonate nei magazzini. O svendute. Smontate. Distrutte.

Bene. Ora immaginate di essere una di quelle macchine.”

Ti racconto un paio di cose che mi sono successe questi giorni. La prima è che i giorni scorsi su FB qualcuno criticava un articolo, mi pare su Studio, in cui qualcuno scriveva di far parte della classe dei “freelance da 80 euro al pezzo”. Appena sotto, nei commenti, diverse persone si lamentavano che 80 euro al pezzo in realtà sono una cifra fantascientifica, da privilegiati assoluti, roba tipo “80 EURO? A ME A VOLTE NE DANNO 13 LORDI”. La settimana scorsa leggevo una domanda di lavoro sul sito di Aranzulla in cui chiede di collaborare con articoli da 10000 battute, ottimizzati per il SEO e formattati per WP, senza firma, 25 euro sporchi ad articolo. Questa mattina ho trovato su FB un giochino: vai nel sito dell’Irpef, metti il tuo stipendio e ti dice quante persone guadagnano più di te. Io ho messo il mio stipendio lordo -e a quanto pare sto nel 20% degli italiani che in questo momento guadagnano di più con il proprio stipendio. Letti così sono piccoli indicatori di un sistema che sta colando a picco, eppure il sistema non sta colando a picco, giusto? Sta perpetuandosi, in qualche maniera, tu e io siamo contentissimi di farne parte, nel nostro minuscolo. No?

No, assolutamente no. Questa cosa mica si perpetua: entro una generazione sarà tutto finito. Se qualcuno è (relativamente) contento è perché non si rende conto che prima o poi gli finiranno i soldi, che non potrà mettere su famiglia, se ha dei figli non potrà pagargli gli stessi lunghi studi che ha avuto lui, eccetera. Il sistema sta effettivamente colando a picco, ma noi abbiamo l’abitudine di credere che tutto si arrangerà. Quindi un po’ ci lamentiamo perché oggettivamente facciamo fatica, ma in fondo restiamo ottimisti perché non riusciamo a immaginare che le cose non si risolvano. C’è gente che a trenta, a quaranta, a cinquant’anni sta ancora aspettando di entrare in università col posto fisso, di sfondare come scrittore o musicista. Ed è così che partecipa a creare questo ecosistema assurdo in cui non c’è spazio per nessuno perché tutti accettando 80, 25 o 13 euro per articoli che in ore-lavoro varrebbero dai 300 euro in su. L’idea che ci sia un paiolo pieno di dobloni alla fine dell’arcobaleno è l’unica speranza che ci salva dalla disperazione, e nello stesso tempo incita questi comportamenti disfunzionali che dovrebbero essere considerati per ciò che sono: una specie di crumiraggio. Poi, certo, possiamo anche ammettere che la scrittura e la musica non sono altro che hobby, e allora tanto vale farlo gratis come fai tu su Bastonate: anche se Veblen, l’autore della Teoria della Classe Agiata che io cito sempre, ti direbbe che gli hobby sono dei “consumi posizionali” che permettono di valorizzarti in maniera indiretta, quindi alla fine sempre torniamo a questa competizione fratricida che lascerà sul campo le sue vittime. Conta che io sono emigrato, mi paga un’azienda straniera per lavorare in un ufficio e di quello vivo. Non so come vivi te, ma suppongo che non vivi di quello che scrivi (anche se nessuno vuole ammetterlo). Il punto è che una società evoluta ha probabilmente bisogno di gente che scriva (o faccia musica o pittura…) ma nessuna società può permettersi di avere solo gente che scrive o canta o suona: il problema è che visto che lo sviluppo industriale ci offre, assieme a tutto il benessere del caso, una quantità crescente di “lavori di merda” (è il termine tecnico usato da David Graber) per forza la classe media preferisce puntare tutto quello che ha nel tentativo di sfuggire a questo destino. Questo è essere contenti? Dici così perché non hai ancora letto il mio libro.

Però se ci fosse “scontento” ci sarebbe un sistema di resistenze, o l’accenno di un sistema di resistenze, o anche qualcuno che si lancia come “imprenditore di se stesso”, nuovi modelli editoriali, nuovi sistemi di pensiero, no? Cioè tipo il contrario di “contento” è “scontento”…

Forse c’è qualcosa a metà tra contento e scontento ed è: mi lamento in continuazione ma mi tengo stretto quello che ho, ma soprattutto mi tengo stretto il mio sogno. Per realizzare il quale dovrò (scusate) calpestarvi tutta quanti. Per questo ti parlavo di crumiraggio. Secondo me in Italia dovremmo avere delle griglie di salario minimo, anche solo indicative, anche a rischio di far fallire la metà delle aziende, anche a rischio che qualcuno lavori in nero: così almeno la gente capirebbe che non puoi lavorare a tempo pieno per seicento euro al mese, che il tuo sacrificio individuale è responsabile di una gara al ribasso. Il problema è che la classe media italiana fa troppo affidamento sulle sue riserve: paradossalmente è troppo ricca e questo interferisce sul mercato del lavoro. Molta gente crede di lavorare ma invece si sta comprando il lavoro. Al limite io posso anche capire il piccolo imprenditore che te lo propone, perché spesso sottopagare gli impiegati in fase di avvio o in tempo di crisi è l’unica condizione di sopravvivenza. Ma d’altra parte se le condizioni di sopravvivenza sono queste, a chi serve davvero questa azienda? Sta solo rubando ossigeno per inseguire, anche lei, un sogno. Nella cultura, al limite, è un’altra cosa: ammettiamo che non lo facciamo per i soldi e lavoriamo serenamente gratis o per quei pochi soldi che ci permettono di comprarsi i libri e i dischi di cui parliamo.

 

Hai in mente qualche modello virtuoso in mezzo a questo panorama? tipo qualcuno che citeresti in un manuale per risalire la china, o che so, qualche comportamento personale che ti sembra più corretto di altri?

Io ammiro molto quelli che si tirano fuori, a ogni livello del loro percorso. Quelli che hanno famiglie borghesi ma non s’iscrivono all’università. Quelli che iniziano e poi decidono che vogliono andare a fare i cuochi o i liutai. Quelli che fanno i figli a ventidue anni. Chi abdica, chi rifiuta. Papa Benedetto, ecco: lui è un modello incredibile al quale dovrebbero ispirarsi tutti i giovani italiani, quanto ho amato il suo gesto pazzo. Ma vedi bene che c’è un culto romantico anche in questo. E poi si tratta di scommesse rischiose, che non tutti si possono concedere. Oggi la cosa più ragionevole da fare è emigrare, che significa anche ricominciare da capo. Comunque non vorrei sembrare Oscar Farinetti che da consigli ai giovani. Ogni tanto peraltro qualcuno mi scrive e me ne chiede e io mi arrangio per non darne, oppure dico cose contraddittorie tipo “non credere ai tuoi sogni ma non credere a chi ti dice di non credere ai tuoi sogni”. In tutto questo si vede che la mia principale aspirazione sta diventando quella di scrivere libri sapienziali pieni di massime che ognuno può leggere come vuole.

 

Ti piace il boicottaggio? Mi capita spesso di pensare che sia passato di moda troppo in fretta. Ad esempio in certi microsistemi (ad esempio quello delle riviste pop italiane) potrebbe dare certi risultati: non leggere gli articoli su riviste che non pagano o malpagano, ad esempio. Tra l’altro il boicottaggio si lega a una delle mie ossessioni ideologiche, quella di scopare -cioè non si boicotta, non si fa muro su niente, perchè chi fa muro dà l’idea di uno che non scopa. Quindi lì in Francia è diverso? Le cose funzionano più correttamente?

Secondo me è un po’ inutile inventarsi metodi di lotta se, di base, il problema è che lottare non interessa a nessuno. Il boicottaggio non sarebbe necessario se non ci fosse, di base, l’omertà. Nessuno vuole boicottare nessuno perché per farlo dovrebbe prima ammettere di non essere pagato, e allora sarebbe d’un tratto meno credibile quando si presenta come “scrittore”. E qui torniamo al problema che giustamente sollevi te, quello di scopare. Anche se personalmente non credo che presentarsi come scrittori serva davvero, suppongo che molti credano che il mondo giri così e quindi si sbattono tantissimo per ottenere un po’ di capitale sociale ma in realtà passano le serate a commentare su Facebook come tutti. In Francia è diverso? In Francia esiste un’economia, un mercato del lavoro, cosa che in Italia praticamente non c’è più. Il lavoro si trova anche se magari non è quello dei tuoi sogni (che non esiste). Poi certo, più sali nella piramide dei posti prestigiosi più c’è la coda per entrare, salari più bassi ma dignitosi, molto stress, eccetera. E il mondo culturale mi pare molto rigido, non è come in Italia che da outsider puoi fare la scalata come abbiamo fatto un po’ con Prismo.

(Però comunque non scopa nessuno, perché la verità è che abbiamo tutti troppe paranoie per stare bene con gli altri. Forse qualcuno riesce a scopare dopo avere bevuto tantissimo e avere perso tutte le sue inibizioni, ma a quel punto nemmeno se lo ricorda. Ma sinceramente non ho molta esperienza su questo argomento.)

Vedi, il punto è che il grande trauma del lavoratore culturale è convincere se stesso e il mondo che il suo non è un hobby ma appunto un lavoro. Quindi nel momento in cui rivendica pubblicamente che non lo pagano, o lo pagano male, sta praticamente mostrando al mondo che il prestigio che pensava di avere è solo una sofisticata illusione. E in fondo spesso a lui interessa più la moneta simbolica che la moneta sonante, anche perché gli hanno fatto capire che la sua bancarotta simbolica rischia di trasformarsi in bancarotta sonante.

Una cosa che c’entra poco. Nel momento in cui scrivo questa domanda sembra stiano sgomberando contemporaneamente Crash e Labas, cioè quasi tutto quel che era rimasto a Bologna (XM24 ha i giorni contati, si dice). La cosa si lega al nostro discorso se prendiamo in considerazione il progetto che si dice essere alla base degli sgomberi, cioè l’idea di realizzare un polo medioborghese che sia gestito su criteri di eccellenza territoriale, una sorta di rebranding che ha l’obiettivo di rendere Bologna una specie di punto vendita Eataly con 500mila dipendenti. Questa cosa sta succedendo un po’ in tutta Italia (anche Torino fa parecchio parlare di sè), e al di là delle pure e semplici questioni di casacca, quello che mi fa più strano è che dal punto di vista economico/urbanistico e in generale di spirito del tempo mi sembrano dei progetti del cazzo. Sembrano mirati alla coesistenza tra ultracapitalismo rampante anni ’80, elogio della piccola impresa e sostenibilità del territorio, che ideologicamente mi sembra una coesistenza impossibile già per principio, e oggi sembra quasi una barzelletta… no?

A me pare interessante notare che molte esperienze culturalmente interessanti degli ultimi decenni siano nate fuori dalla legge, se non contro la legge: prova che le norme che regolano gli spazi pubblici (igiene, fiscalità, stupefacenti, SIAE, eccetera) non sono più adatte alle forme attuali della società. Probabilmente i costi fissi per chi gestisce un locale sono troppo alti e quindi sopravvivono solo quelli che fanno gli spritz a dieci euro. Quindi è ovvio che appaiano forme di resistenza di vario tipo, che durano fintanto che non vengono sanzionate, riassorbite o recuperate, forse anche perché hanno raggiunto una certa “massa critica”, diventano troppo visibili, troppo concorrenziali o troppo fastidiose per il vicinato. Se posso permettermi di essere ottimista, direi che se c’è una certa domanda sociale prima o poi le città sapranno produrre spontaneamente nuovi spazi di convivialità. Ma d’altra parte è vero che da parte delle amministrazioni si nota una certa ottusità, tipica dell’ideologia del “no degrado” e della legalità, o più precisamente del legalismo. Ti ricordi quello che diceva Cristo del Sabato, e dunque della Legge, vero? Non sono gli uomini a essere fatti per il Sabato, ma il Sabato per gli uomini. E ugualmente la Legge. Se la legge porta a conseguenze deplorevoli per la società intera allora sarebbe perlomeno opportuno cambiarla.

 

Queste cose in Francia come sono? Locali, situazioni eccetera

In Francia queste complicazioni economiche e legali sono compensate da una pioggia di finanziamenti e una pianificazione forte, per cui (almeno a Parigi) la domanda di socialità e di vita culturale viene pressapoco soddisfatta senza bisogno di trovare altre strade. Dico Parigi ma in realtà dovrei parlare di Parigi centro, e in generale dei consumi della classe agiata e disagiata, cose che spesso finiscono comunque per costare, ma se vai nelle periferie ovviamente le cose cambiano. E infatti nei casermoni della Courneuve o di Saint-Denis gli spazi di socialità vengono reinventati dagli abitanti e questo anche a margini della legge, creando delle “zone temporaneamente autonome” indifferenti al diritto (penso allo spaccio) o alle consuetudini della borghesia inurbata, pratiche con cui gli immigrati si riappropriano dello spazio nel quale sono stati relegati.

 

Di solito, non so se è una caratteristica di qui, questo tipo di occupazione (dovrò pure usarla una parola) trova una sorta di legittimazione automatica per il fatto di avere a che fare con la “cultura”. questo sia in positivo che in negativo: se un posto “fa cultura”, qualunque cosa significhi, sente il dovere di puntualizzarlo quando elenca le sue ragioni. Questo vale sia per il micro-squat di periferia sgomberato senza colpo ferire che per il locale storico a cui da anni la legge imponeva di mettere in regola l’impianto elettrico, più tutti quelli che ci stanno in mezzo. Per il mangiare e il bere, ad esempio, questa cosa non è così orizzontale o automatica. C’è stata la storia degli sgomberi torinesi, poi boh -ho sentito che certa gente per un certo periodo occupava una via, mi pare a Genova, e cucinava la pasta per i passanti. Per cui c’è questa idea secondo cui “la cultura”, quasi tutta, è povera/indigente ed è supposta poter sopravvivere così, al limite della legalità. Mentre che ne so, il cibo o il giardinaggio riescono ancora a sostenersi nel mercato, e quindi lì devono stare. mentre all’atto pratico per esempio qui in Romagna ci sono tantissimi ristoratori che per evitare il salasso di costi fissi e simili prendono in gestione gli ex circoli di partito, si mangia con la tessera Arci o Endas e ci sono diverse agevolazioni -non so manco bene di che tipo. E questi sono gli stessi posti che fanno anche i concerti. Tra le altre cose quando prendi in gestione di un circolo non ti interessa se il circolo è repubblicano o comunista, prendi quello che c’è -con la tessera che ti obbligano a prendere. quindi in questo caso il superamento istituzionale è duplice in qualche modo -istituzionale e partitico, quelli che vanno a mangiare al Pancotto di Gambellara (RA) non è che guardano a che tessera bisogna fare. C’è una guerra del cibo in vista?

Beh ma Slow Food fu proprio questo, un modo di convincerci che mangiare bene, diciamo pure il lusso a tavola, fosse una cosa culturale, quindi di sinistra, impegnata. Il che poi non è mica falso, è ovvio che il cibo è cultura e in modo persino più fondamentale di un libro, perché crea legami sociali, trasmette una storia. Ma a questo punto tutto è cultura e quindi il problema diventa amministrativo: che cosa dobbiamo agevolare, su cosa si devono pagare meno tasse? E poi perché su certe cose si dovrebbero pagare meno tasse? La ragione, come forse sai, è che gli economisti negli anni Sessanta (penso a William J. Baumol e William G. Bowen) avevano scoperto che certe attività economiche (per esempio gestire un teatro) non si sostengono da sole perché non hanno economie di scala. Quindi il loro costo relativo tende ad aumentare mentre i costi di tutto il resto diminuiscono grazie all’industrializzazione. Quindi se non vogliamo che i teatri spariscano, dobbiamo sovvenzionarli o comunque aiutarli. Il problema è che oggi, in tempo di crisi, ci accorgiamo che a causa di questo pasticcio delle economie di scala la quantità di attività che fanno fatica a sostenersi da sole aumenta. Quindi aumentano i prezzi, oppure si ricorre all’evasione fiscale, oppure ci si costituisce come associazione, o si trovano altre strade. Non è solo una guerra del cibo, è una guerra generalizzata, che sta svuotando le strade dei centri storici e spingendo altrove la vita. Ma la vita suppongo che trovi sempre nuovi modi di produrre la sua cultura, se non sarà nei centri storici sarà negli androni dei palazzi.

 

Hai visto la foto del poliziotto che accarezza la rifugiata a Piazza Indipendenza?

Si, e non capisco perché tutti si commuovono, perché alla fine è un poliziotto in tenuta antisommossa che sta mettendo le mani in faccia a una povera crista che probabilmente non ha chiesto niente. È viscido e paternalista, certo molto meno grave di tutto il resto ma non ci trovo nulla di commovente. Evito di dilungarmi sulle critiche per il modo assurdo in cui è stata gestita questa cosa, sempre in nome di questo legalismo inteso come valore assoluto che dovrebbe giustificare ogni ricorso alla forza, peraltro legalismo che irrompe in un contesto ampiamente degradato proprio nel vuoto di legalità, nell’abbandono, nell’incompetenza delle istituzioni. Qui ci sarebbe da citare Sciascia, che a proposito della linea della fermezza all’epoca del caso Moro fece notare che l’Italia ha questo strano modo di “levarsi forte e solenne” occasionalmente dopo avere magari per decenni “coltivato la corruzione e l’incompetenza”… Però mi permetto d’incrinare un po’ questa narrazione che ci fa sentire tutti più buoni citando un commento intelligente di un ragazzo, forse un po’ casa-poundiano, che ho letto su facebook: lui dice che di sgomberi come questi ce ne sono sempre e da anni, che lui in una casa occupata ci è cresciuto coi genitori, ma che l’opinione pubblica si sveglia e s’indigna solo quando sono dei migranti. Che ne pensi? Ora, lasciando stare che lo status di rifugiato è uno statuto speciale (per giunta da un ex colonia!) che merita un’attenzione particolare, questo commento piuttosto risentito forse attira l’attenzione su quella che viene percepita come un’ingiustizia e sarebbe stupido ignorarlo. La questione del diritto alla casa è ampia e dolorosa, e d’un tratto questo sgombero particolare attira tutte le attenzioni. Ipocrisia della sinistra? Non credo. A me pare che, di nuovo, ci sia la responsabilità dei media, che di fronte a una situazione del genere intuiscono la “notiziabilità” (e quindi la divisività) di una situazione del genere, rispetto ad altre, imponendo questa agenda di scontro di civiltà che (nel caso specifico) ha il merito di attirare la nostra attenzione su una certa ingiustizia, che sicuramente in questo modo verrà in qualche modo riconosciuta e risarcita, ma il demerito di polarizzare le posizioni e rendere ancora più pervasiva la narrazione dello scontro di civiltà.

Sul commento forse-casapoundiano penso che in realtà tutto il discorso de “prima gli italiani” mi ha sempre suonato più come un concetto puro che non resisterebbe allo studio dei casi. Perchè gli italiani che dovrebbero venire “prima”, nell’ottica dei benestanti di cui sopra, sono perlopiù zecche, straccioni e altre categorie di gente che se ne approfitta, e va benissimo parlarne in senso astratto se vogliamo, ma se per assurdo succedesse che tutti gli immigrati venissero uccisi per regio decreto entro il 31 dicembre ’17, il primo gennaio 2018 comincerebbe la caccia agli accattoni (meridionali o che so io). Personalmente  quindi la vedo più in termini di odio di classe che di scontro di civiltà, e del resto la stessa Casa Pound (per il poco che ne so) ha un modo molto borghese ed equilibrato di stare a destra.

Per quanto riguarda la responsabilità dei media, sbaglierò a metterle in correlazione ma tutto questo ritorno in pompa magna dell’odio destrorso verso i meno-qualcosa è contemporaneo alla tendenza dell’industria dell’informazione di costruirsi dal basso. Mi viene quella scena di Bowling For Columbine in cui l’operatore freelance dice che tra il benestante arrestato in un palazzo di Downtown LA e un nero con la pistola a Compton andrà sempre a filmare quello con la pistola. 15 anni dopo è ancora più bizzarro perché per esempio la foto del poliziotto che accarezza la signora a Piazza Indipendenza si inserisce benissimo in questa idea di dover creare un contenuto che abbia potenziale iconografico (tra l’altro la stessa gag dello spot Pepsi su Black Lives Matter), bipartisan o no, politicamente impegnato o no, e che il risultato finale sia una tendenza naturale ad un certo tipo di nazionalismo/classismo becerissimo.

Cercando di mettere tutto assieme, è come se fosse tutto pervaso di questo strano ottimismo tossico che viene quasi sempre e quasi solo dal basso. volendo mettere tutto assieme, i quotidiani rimbalzano contenuti user-generated che mostrano Momenti Di Piccola Poesia dentro il dramma umano, ad uso e consumo di un pubblico che è composto perlopiù da persone erroneamente convinte di non far parte di quelle classi che vengono sgomberate. Che ne dici?

No ma noi mica finiremo così. Finiremo peggio. Senza batterci e forse senza nemmeno soffrire.

Una cosa che non c’entra col resto

L’altra sera Christian Raimo è andato ospite al programma di Belpietro, ha piantato una gran cagnara, ha agitato dei cartelli scritti a mano, e il giorno dopo ha scritto una cosa sui social. Se n’è parlato molto, può darsi che abbiate un’opinione su questa cosa (io ne ho una ma non è l’argomento di questa cosa). A seguito della cosa che ha postato Raimo, mi sono guardato la puntata di Dalla Vostra Parte

Il casino con Raimo è partito per il fatto che Sallusti, in diretta TV, ha espresso sgomento per il fatto che per diversi giorni ci sia stato, da parte degli organi di informazione, un pudore molto sospetto che impediva di dire apertamente che gli stupratori di Rimini erano neri. A un certo punto ha parlato di probabile “boldrinismo”. Poi è finito tutto in urla e cartelli e vabbè. 

Io francamente non ho sottomano i giornali dei giorni scorsi, ma stamattina ho letto un articolo di Repubblica, firmato da Vladimiro Polchi. Il titolo: 

“OGNI GIORNO UNDICI STUPRI, IN QUATTRO CASI SU DIECI L’AUTORE È STRANIERO”. 

L’ho visto condiviso su Twitter con lo stesso titolo: “ogni giorno undici stupri, in quattro caso su dieci l’autore è straniero”. Cosa ci dice un titolo così? Che ogni giorno ci sono undici casi di violenza sessuale, e che quattro o cinque di questi casi l’autore dello stupro è uno straniero. Giusto? Ok. Francamente, così a naso, pensavo di più. Così mi sono messo a leggere l’articolo, ed effettivamente i dati sono impressionanti. L’articolo inizia così: 

“Quasi 11 stupri al giorno, quattromila ogni anno. Più di un milione di donne colpite in Italia.” 

Andiamo di matematica: 11 stupri al giorno, effettivamente, vuol dire 4015 stupri in un anno non bisestile. Bravissimi. Il problema è il “più di un milione di donne” che viene dopo. O più precisamente: 

Secondo l’Istat, un milione e 157mila donne avrebbero subito una violenza sessuale nel corso della vita, tra stupri e tentati stupri.  

Un milione e 157mila donne diviso per 4015 fa circa 288. Vale a dire che se continuassimo a stuprar donne con una media di 4015 casi all’anno, ci metteremmo 288 anni ad arrivare a un milione. A quanto ne so l’aspettativa di vita degli esseri umani è di circa 80 anni, il che può voler dire due cose: ci siamo dati una regolata e stupriamo un quarto di quanto stupravamo fino a qualche tempo fa, o uno dei due dati non è attendibile. Il milione di donne che ha subito violenza, però, a me sembra attendibilissimo: vuol dire grossomodo una donna su trenta. Secondo me sono anche di più. 

Poco più sotto Polchi chiarisce. 4000 sono gli stupri denunciati. 2333 nei primi 7 mesi del 2017, leggerissimamente in calo rispetto ai primi 7 mesi del 2016. Il resto dell’articolo definisce, grossomodo, come sono divisi questi stupri. Il riassunto di tutto: in quattro casi su dieci, l’autore è uno straniero. Voglio dire, il titolo dell’articolo è il riassunto dell’articolo, giusto

No. 

Intanto perché, appunto, ogni giorno non vengono stuprate 11 persone. Non sono informatissimo sulle statistiche che riguardano le violenze sessuali, ma direi che le donne che amiamo di più stuprare stanno, la butto lì, tra i 12 e i 58 anni. Probabilmente, dal punto di vista statistico, di tanto in tanto ci piace violentare una bambina di 7 anni o una donna di 65 anni, ma direi che gli anni di età di una donna che subisce una violenza sessuale sono, in grossa parte, circa 40. Se dividete il dato Istat per 40, viene fuori che ogni anno vengono stuprate 28925 persone (ho qualche pudore a dire donneperché negli anni novanta vidi Rivelazioni). Che significa mediamente 80 persone al giorno, non 11. Non è una differenza da poco: vuol dire che il titolo di Repubblica è molto ottimistico. Se uscite la sera e pensate di avere N possibilità di venire stuprate, in realtà le possibilità sono otto volte N. Lo stesso articolo, giustamente, puntualizza più volte che il dato derivante dalle denunce non è esaustivo e che “Il fenomeno però è lontano dall’essere fotografato con chiarezza”.  

Ma quanti di questi stupratori sono stranieri? Stando al titolo dell’articolo, quattro su dieci. Cioè, se correggiamo il dato iniziale, ieri 32 donne sono state violentate da stranieri. Però, per prima cosa, il titolo non chiarisce quante di queste siano italiane. La confusione probabilmente non è voluta. Verso il fondo dell’articolo si trova il dato: il 61% degli stupratori, e il 68% delle vittime, sono italiani. Vuol dire che al netto di tutto, c’è una forbice del 7% di donne italiane stuprate da uomini stranieri.

Cosa vuol dire questo? Dipende da come si leggono le statistiche, e da come si leggono i titoli dei giornali. Ad esempio, se sei una donna italiana e sei preoccupata per la tua sicurezza, può voler dire che stando agli aggregati, hai da temere per il 93% di incontrare uno stupratore italiano e per il 7% di incontrare uno stupratore straniero. 

È un discorso intrinsecamente razzista. Il titolo, che –ripeto- secondo me è in buona fede, sottende tante cose, alcune delle quali abbastanza ridicole. Ad esempio che tra uno stupro compiuto da un algerino e uno stupro compiuto da un bolognese, quello dell’algerino sia più grave, per il motivo che –boh- li ospitiamo a casa nostra e dovrebbero farci il favore di stuprarsi le loro connazionali. Non c’è molto spazio per i dettagli, ad esempio un certo numero di vittime rumene rispetto al numero di stupratori rumeni (che vengono stuprate da qualcun altro). Ma è bello anche pensare a cosa sta dietro al dibattito, tipo “difendere il diritto delle vittime italiane a subire violenze sessuali solo da italiani”. 

Poi nell’ultimo paragrafo le dichiarazioni di Lella Palladino vanno in una direzione diversa: tutto quello che non viene denunciato, che secondo i conti sopra conterebbe per l’80% circa del totale, andrebbe a cambiare completamente i dati: sono i dati della violenza domestica, quasi sempre sessuale, in cui gli italiani sembrano essere decisamente lanciati. E che quindi, grossomodo, tutte le percentuali di cui abbiamo letto sopra sono totalmente sbagliate e hai perso tre minuti di tempo a leggere un articolo. Tanto per dire, se sei una donna italiana che legge l’articolo e sei preoccupata per la tua sicurezza, uno dei modi più efficaci di evitare di essere violentata è non sposarti. 

Ci tengo a ribadirlo: non conosco nessun dato ufficiale, commento un articolo sulla base dei dati contenuti nell’articolo stesso. E non sono un giornalista, non ho idea di come vengano fatti i titoli, di quali siano le priorità di chi. L’articolo parla di una cosa abbastanza precisa: qui in Italia ci piace molto violentare. Uso la prima persona plurale perchè siamo perlopiù io e voi, maschi italiani, ecco. Ma anche volendo assolverci, un articolo di questo tipo credo dovrebbe intitolarsi 

“Ogni giorno ci sono ottanta stupri e solo undici di questi vengono denunciati”. 

O al limite

“Ogni giorno 11 stupri. In quattro casi su dieci l’autore è straniero. No, scherzo.”. 

Ma naturalmente è meglio mettere in croce gli immigrati, che va bene tutto ma mi raccomando non facciamoci dare dei buonisti da Sallusti. 

Un approccio più borghese al problema dell’okkupazione a BOLO vez

I primi di aprile la Pepsi si trovò costretta a ritirare il suo ultimo spot per via de “l’ira dei social”, come la chiamano i giornali. Lo spot metteva in scena una manifestazione per i diritti civili, dalle forte connotazioni razziali: Kendall Jenner sta posando per un servizio su un lato della strada, si toglie la parrucca, si unisce alla manifestazione, guadagna le prime file, offre una Pepsi a un poliziotto in antisommossa, tutti sorridono si abbracciano e gridano olé. È un videoclip talmente assurdo e sbagliato da sembrare un documento importantissimo della nostra epoca, come se fosse riuscito ad unire l’impeto gradasso da multinazionale anni ottanta a quell’estetica del montaggio serrato anni dieci, alla Romain Gavras. Il dibattito sulla cultural appropriation fino al giorno prima era tre livelli sotto. Ecco, Kendall Jenner che offre la Pepsi al celerino è la prima cosa a cui ho pensato quando ho visto questa foto qui sotto, scattata la mattina dell’8 agosto a Bologna.

Il presente della Bologna occupata è piuttosto grigio. Ieri mattina (l’8 agosto è una data abbastanza significativa in città) la questura ha eseguito lo sgombero in contemporanea di Crash e Labas, due delle pochissime realtà autogestite rimaste in città. Al Labas sono seguiti scontri, di cui s’è vista qualche foto e qualche video. Stamattina prendevo il caffè al bar e ho letto l’articolo a commento sulla Stampa, firmato da Alberto Mattioli. L’articolo si intitola “La città dell’eterno Settantasette resta senza spazi occupati”. Nel contesto generale dell’informazione italiana è un articolo abbastanza standard, ma alla fine mi sentivo come dopo aver guardato lo spot della Pepsi: c’è una visione del mondo che esce fuori dall’articolo e che –pur essendo completamente irragionevole- sembra essere la base del dibattito di oggi. Mi permetto di copiare alcuni spezzoni e di mettere qualche riflessione mia, a volte legata e a volte no.

Adesso c’è chi evoca il fantasma del Settantasette, con i carri armati di Kossiga che scendono per via Zamboni. Esagerati. Però ieri mattina, in via Orfeo, centro quasi pieno, è stata guerriglia. La polizia è arrivata in forze per sgomberare il Làbas, centro sociale che occupa(va) l’ex caserma Masini, adesso di proprietà della Cassa depositi e prestiti che vorrebbe venderla.”

L’inizio è già piuttosto travolgente perché mette in scena una premessa, un modo di pensare che è spesso inconscio ma diffusissimo anche tra di noi, quell’atteggiamento un po’ blasé verso gli scontri di piazza. La premessa secondo cui sì forse c’è qualche isolato focolaio di protesta boh sì dai anche legittimo se vuoi ma questo non è né il Venezuela né il 1977, la polizia ha smesso da tempo la forma mentis intimidatoria e anticomunista e la base sociale abbia perso da tempo qualunque ragione di tirar su barricate. Nell’articolo sono presenti diversi riferimenti a questo tipo di sufficienza.

Sul fronte politico, il sindaco Pd, Virginio Merola, ieri in Sardegna, si chiama fuori: l’operazione è stata decisa dalla magistratura e attuata dalla questura, quindi «non ho titolo per interferire». Però promette «una soluzione alternativa» per il Làbas. Dall’opposizione tuona Lucia Borgonzoni, la sfidante leghista di Merola: «Il problema è che in Comune gli occupanti sono interlocutori più considerati di chi paga le tasse». 

Questo passo non è tanto significativo di per sé, quanto per il fatto che né le frasi di Merola né quelle della Borgonzoni sono commentate nell’articolo. Entrambe le dichiarazioni sono piuttosto stupide, tuttavia: la Bergonzoni definisce “interlocutori privilegiati” dei tizi che nelle stesse ore stanno venendo sgomberati a manganellate. Merola dichiara pubblicamente una cosa molto più grave, le cui implicazioni sono potenzialmente infinite: la sua amministrazione non ha alcun potere sulle questioni legate agli immobili della città. Questo tra l’altro è lo stesso atteggiamento di repressione-non-repressione che Atlantide e XM24 denunciano da anni: i referenti teorici dell’amministrazione che mischiano disponibilità al dialogo e declinazione-di-ogni-responsabilità per rendere il confronto inutile in maniera sistematica. Come a dire: io con voi ci parlo anche ma se poi arrivano coi manganelli non è colpa mia. Se un sindaco non viene interpellato e non ha responsabilità alcuna in merito agli sgomberi nella città da lui amministrata, in cosa consiste di preciso la sua autorità? Perché si dovrebbe spendere tempo soldi ed energia per votarlo?

Qui però bisogna intendersi. Perché il Làbas era un centro sociale «buono», che offriva attività culturali, un laboratorio per i bambini, un mercatino biologico e un letto a qualcuno che non l’ha (a proposito: da ieri, sono a spasso una ventina di migranti in più). Ne parlava bene perfino l’ex presidente del quartiere, Ilaria Giorgetti, ed è una notizia perché la signora è di Forza Italia. (…)  Conferma Bruno Simili, vicedirettore della rivista del «Mulino», grande patrimonio culturale bolognese: «Il Làbas non va confuso con i gruppuscoli che cercano visibilità occupando spazi nella speranza di farsene buttare fuori. È, o era, un luogo frequentato anche dalla borghesia del quartiere».  

È nel momento in cui l’articolo prende le difese di uno dei posti che inizia a delinearsi davvero lo scarto tra un mondo e il racconto di quel mondo.

Se avete seguito gli sgomberi di ieri avrete notato che lo sgombero del Labas ha fatto molto più rumore di quello, contemporaneo, del Laboratorio Crash. Questo nonostante il Crash sia presente e attivo in città da molto più tempo del Labas. La ragione principale è che il Labas era considerato da moltissimi un esempio virtuoso, positivo, di occupazione. È questa la principale tematica oggi, la contrapposizione tra virgolette ideologica di due modi di occupare. Da una parte ci sono quelli CATIVI, i covi strapieni di fancazzisti fuorisede che a casa loro col cazzo che occuperebbero una caserma dismessa, quelli con le pulci e la musica alta in cui se entri ti iniettano l’eroina con le siringhe usate contro la tua volontà –e che a quanto pare, per Simili, mettono in piedi tutto questo ambaradan solo per farsi menare dai poliziotti. Dall’altra ci sono i BUONI, quelli che mettono in scena un modello di occupazione all’insegna del pensare positivo e vagamente new age (che credo si risolva fondamentalmente nel mercatino bio, dove persino LA BORGHESIA si degna saltuariamente di metter piede).

È una distinzione stupida. Lo è sia nelle premesse che nell’evidenza empirica.

(Io sono un borghese, comunque. Impiegato con titolo di studio, possiedo una casa e un’automobile, ho figli, bevo il cappuccino al bar e a volte leggo pure La Stampa. Non sono mai stato al Làbas, anche se in diversi me ne hanno parlato benissimo; ho messo piede diverse volte negli altri squat della città, che in quelle serate specifiche smettevano di iniettare la droga ai presenti e offrivano attività culturali per borghesi disposti su tutto lo spettro politico, tipo i concerti. Lo so che è un’ovvietà, lo dico solo per far capire che il tessuto sociale di una città e delle realtà che lo compongono è COMPLESSO. Lo so che è dura parlarne fuori dall’accademia, ma qualcuno deve pur farlo.)

La narrativa del “bene i centri sociali buoni e male i centri sociali cattivi” è come quella del “bene gli immigrati che vengono qui per lavorare, male quelli che vengono qui a rubare stuprare o grattarsi il culo”. È una narrativa che si basa su un presupposto: i csa (o i residenti extracomunitari) sono corpi estranei alla vita sociale di una città, a cui dev’essere imposto di guadagnarsi una legittimazione coi fatti o andarsene fuori dalle palle. Questo presupposto se si parla di Bologna è particolarmente paradossale: è un dato di fatto che da circa mezzo secolo moltissime delle più importanti/vive/attive/riconosciute manifestazioni culturali della città si riconducono a spazi autogestiti. Ma anche in generale, se si accetta questa premessa, se ne può discutere solo in due modi: da ignoranti, o in malafede. E alla prova dei fatti, quando è ora di procedere agli sgomberi non sembra che le autorità competenti facciano molta distinzione tra Làbas e Crash. Nonostante la corsa ai distinguo delle autorità non-competenti, tra cui appunto il sindaco.

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C’è un’idea alternativa che viene fuori quando questa storia la racconta chi gli spazi li occupa. È quella di un folle e mastodontico progetto per la riqualificazione di Bologna, secondo il quale la città ha la concreta possibilità di diventare una specie di scicchissima San Gimignano da mezzo milione di abitanti. È un progetto che passa attraverso la ripulitura di interi quartieri strategici, tipo la zona dietro la stazione –da cui appunto origina l’esigenza di radere al suolo l’Ex Mercato, che resiste da anni ad una fine già scritta (celeberrimo il muro di Blu, a cui seguì la famosa cancellazione dello scorso anno)- e si fonda sull’idea di trapiantare tutto il sottobosco abbestia bolognese (il quale, sia chiaro, non si limita a due spazi occupati, ma a tutto il tessuto sociale meno abbiente) al di fuori delle mura della città. All’interno di questo progetto di ingegneria sociale, di gentrificazione pilotata dall’alto, il dibattito non è tanto sulla presunta legittimità degli sfratti, degli espropri e degli sgomberi. Su quelli sono più o meno tutti d’accordo. Il dibattito è se non si possa riconcepire in senso sociale esperienze “esemplari” di organizzazione dal basso come il Làbas, ed è impossibile capire cosa significhi di preciso “soluzione alternativa” nella lingua della giunta Merola, ma immagino che qualcuno stia pensando a una specie di quasi-Làbas di diretta emanazione comunale, magari sponsorizzato Eataly (o Pepsi), ancora più ben visto dalla borghesia locale.

Se si ragiona in questi termini il discorso è finito molto prima di iniziare. Se si ragiona in questi termini il Làbas diventa buono perché ha manifestato il desiderio inconscio di adeguarsi al new deal della Bologna grassa dotta e rosa pallido, e da quel poco che so del Làbas non c’è niente di più distante dal vero. 

È ragionevole pensare che questo progetto fallisca, e che lo faccia dal loro punto di vista (quello dei dividendi, dell’indotto eccetera). Per quanto riguarda quelli che vengono sgomberati, credo che siano da tempo i più lucidi e consci di quale sia la loro posizione all’interno delle dinamiche di potere, i discorsi sulla solidarietà e le priorità politiche dentro le mura della città. In questo penso che davvero Bologna sia in qualche modo un esempio, un’avanguardia. L’aggressiva politica del riqualificare tutto e del correre incontro a un’inesistente classe media, per citare John D. Raudo, passa attraverso un drammatico strappo tra i cittadini e la città, nel senso istituzionale del termine.

Adesso c’è da pensare a domani e ognuno lo farà sulla base di quello che si sente. Gli scambi successivi tra Merola (il quale, non avendo alcuna autorità, non si capisce perché continui a entrare nel merito) e il Làbas suonano già piuttosto grotteschi. Lascio un link, se volete tenervi un po’ aggiornati (ci sono appuntamenti, ci sono aggiornamenti, eccetera). La foto sopra è stata pubblicata dal Labas, più o meno in contemporanea allo sgombero. Non so chi l’abbia scattata, se qualcuno me lo dice metto i credit.

Una cosa su OK Computer

Double Dragon alla Tommaso Gulli (Ravenna8Bit)

Per un sacco di tempo ho pensato che No Surprises si chiamasse Lucky. Ho comprato il mio primo lettore CD un annetto dopo l’uscita di OK Computer; Nicola mi masterizzò il CD e io sbagliai a copiare i titoli delle canzoni sulla copertina. “Bellina la 10, come si chiama? Lucky.” La mia canzone preferita di OK Computer inizialmente era Lucky, e mi piaceva molto anche quella dopo Lucky (cioè Lucky, appunto). Di lì a poco mi abituai a utilizzare il CD come formato standard, e questo fa sì che per la maggior parte degli album usciti tra la fine degli anni ’90 e la prima metà degli anni 2000 le mie canzoni preferite di un dato disco siano “la uno”, “la tre”, “la sette” e via di questo passo.

(non so se avete mai notato che nei dischi rock la sette è spesso una delle canzoni più belle)

Poi ho continuato ad ascoltare OK Computer, che è il mio disco preferito dei Radiohead (secondo posto The King Of Limbs, terzo posto non pervenuto). Da una decina d’anni la mia canzone preferita è Let Down, perché Diego la suonava per ultima, in chiusura ai dj-set anni ’90 che facevamo assieme. Una volta mi raccomandai: “mi raccomando chiudi con la 5 di OK Computer”.

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(l’immagine è di ravenna8bit, il mio account instagram preferito)

Completamente sold out (secondo la questura)

La scorsa settimana è uscito questo pezzo su XXX in cui YYYYY (un giornalista di  musica italiano che da mesi/anni è impegnato in una crociata contro il cosiddetto indie italiano) spiega perché il sold out dei Thegiornalisti al Forum di Assago è sostanzialmente una truffa. Non voglio entrare nel merito del pezzo: non mi piacciono né YYYYY né i Thegiornalisti, e hanno entrambi questo terribile difetto di non poterli evitare –nel senso, sui social non si può sapere chi ha scritto il pezzo prima di pubblicarlo, giusto?  Ok. E i singoli dei Thegiornalisti li senti pure al supermercato. E poi c’è il discorso dell’hatefuck, leggere qualcosa che sai già che ti starà sulle balle, così, per rinvigorire un po’ il senso di disgusto e sentirsi ancora vivi. Però vi spiego com’è l’esperienza della lettura di un articolo del genere, per me.

Inizia che arriva un tizio, ad esempio su Facebook, e dice una delle seguenti frasi: 

“COMPLETAMENTE D’ACCORDO”

“Articolo del cazzo”

“Beh, e allora?”

“Di solito detesto YYYYY ma in questo caso sono del tutto d’accordo con lui”

Io entro e apro il link, solitamente sul telefonino. Sul sito de XXX la prima cosa che mi compare è l’articolo, probabilmente per titillarmi. Si chiama “Completamente sold out stocazzo: così un gruppetto può riempire uno stadio”. Il che tutto sommato mi sembra un titolo invitante. Poi compare un bannerone a mezza pagina in cui il sito XXX mi chiede di seguirlo su facebook, così da evitare –immagino- di dover aspettare che qualcuno lo condivida la prossima volta. Il banner cambia forma dopo qualche secondo, più o meno nel momento in cui sto cliccando sulla croce nell’angolino –magari è il mio telefono che fa questo trick, ma a volte è così che si diventa fan di una pagina FB di cui non vuoi sapere assolutamente un cazzo. Dopodiché inizi a leggere il pezzo: titolo, occhiello, una foto con messaggio pubblicitario in sovraimpressione. Scrolli in basso e ci sono altre due schermate di pubblicità, al che in genere perdo la pazienza. Per me “perdere la pazienza” vuol dire che devo copiare il link da Facebook su Safari per iphone, o cliccare su “apri su Safari”. Perché lo faccio? Per leggere il sito XXX in modalità Reader, cioè l’opzione di Safari con cui pulisco il sito da tutta la merda e leggo soltanto il testo –eventualmente le immagini. Fa ridere proprio dal punto di vista semantico: devo usare un plugin aggiuntivo che mi permetta di leggere un articolo di giornale come se fosse un articolo di giornale. 

Questa cosa di solito basta, ma non nel caso specifico del sito XXX e del giornalista YYYYY: quando apro la pagina in modalità Reader mi rimangono i grassetti. Il testo in grassetto è una specie di sgarbismo della cultura internet di dieci o quindici anni fa, più o meno quando Grillo ha preso in mano internet e l’ha modificata a sua immagine. I grassetti nel testo a quei tempi venivano messi per aggirare il problema dell’attention span: ad esempio in un articolo sugli Arcade Fire le parole Arcade e Fire erano in grassetto. È una pratica piuttosto comune e non infastidisce –anzi a volte è l’unico modo per far sì che alla fine di un articolo sugli Arcade Fire il lettore abbia come la sensazione di aver letto un articolo sugli Arcade Fire. La cosa però era sfuggita di mano abbastanza presto, e nel giro di un anno l’articolo medio su internet metteva in grassetto anche le parti più sloganistiche. Era un po’ come se i redattori si sentissero obbligati a riassumere l’articolo all’interno dell’articolo (per un certo periodo su Bastonate avevamo iniziato a mettere grassetti su frasi completamente a caso, così per la gag) (era una gag del cazzo). Il problema coi grassetti è che quando te li trovi davanti ti senti preso per un subnormale. È come se il giornalista stesse dietro di te a urlare NO ASPETTA QUELLA FRASE NON LA STAI LEGGENDO ABBASTANZA FORTE, presente? E quindi per un po’ di tempo ho perfino fatto voto di non leggere nessun articolo che contenesse grassetti. Ma non poteva durare a lungo, la polemichetta mi piace troppo. Il buddismo zen, l’esperienza e la capacità di distogliere l’attenzione dalle faccende facete mi rende capace di sopportare senza fare una piega articoli che contengono anche il 10/15% del testo in bold. Per diletto ho contato i grassetti nell’articolo di cui sto parlando: 3728 battute in grassetto su 11149 totali, vale a dire che il 33,43% dell’articolo è in grassetto. In questi casi estremi non riesco a leggere l’articolo così com’è: seleziono tutto il testo, lo copio, mi scrivo una mail, me lo invio senza formattazione e lo leggo come messaggio di posta elettronica. In alternativa mi mando il link, lo apro col computer la prima volta che capito davanti a un computer, lo copio su un editor di testo e cancello la formattazione. E così facendo ho piazzato cinque o sei click al sito XXX, invece che uno solo al sito, e tutto questo per leggermi un articolo che parla di come vengono gonfiati i numeri dell’affluenza in certi posti.

Storia corta

 

Tre o quattro anni fa mi si ruppe l’autoradio e me ne andai al megastore per comprarne una nuova. Ero quasi eccitato all’idea, perché pensai che sarebbe stata una buona occasione, spendere due lire in più e comprare un modello dotato anche di presa USB, così da poterci magari attaccare l’iPhone e potermi sbizzarrire con la musica nuova in tempo reale, magari limitando un pochetto il numero di CD impilati dentro la macchina. Lo dissi al commesso di Marco Polo, che mi guardò con lo sguardo bonario che questo genere di commessi riserva ai tecnoritardati come me, e mi spiegò che dai tempi dell’ultima autoradio il mercato si era evoluto un po’. In sostanza tutte le autoradio avevano una presa USB adattabile all’iPhone, ma non tutte –anzi, piuttosto poche- avevano il lettore CD. Così mi obbligò a scegliere, lì per lì, se versare un extra e comprarmi un’autoradio col CD incluso o se buttarmi nella piscina della rivoluzione digitale e darmi un modello solo-USB. Sul momento pensai che fosse un buon investimento non rinunciare ad ascoltare tutti i CD che avevo accumulato lungo una vita di ascolti/acquisti compulsivi, spesi i 30/40 euro di differenza e portai a casa un’autoradio che mi ha servito con onore fino a qualche giorno fa.
Quando scegliete un compagno di vita credo sia importante avere accanto una persona che non vi assecondi in tutte le vostre psicosi del cazzo. Ad esempio la mia morosa ha un rapporto molto sciolto e rilassato con la musica: le interessa, le piace ma non ne è ossessionata. Tanto per dire, non ascolta musica in mp3. Le capita di farlo saltuariamente solo perché vive con me, e ogni tanto la costringo ad ascoltare uno dei miei dischi dal computer, ma in generale non traffica con iTunes, non usa l’iPhone per ascoltare la musica, non ha mai avuto un iPod né nulla del genere. Non è un discorso ideologico o qualcosa del genere, è che la sua vita non è necessariamente costruita intorno alla ricerca compulsiva di qualunque disco venga fatto uscire; è a posto con i CD che possiede, saltuariamente ne aggiunge uno alla collezione, e questo è più o meno quanto.
Qualche settimana fa abbiamo cambiato macchina. Il nuovo modello aveva l’autoradio montato dalla casa, una specie di modello pimpato che fa anche da computer di bordo. Abbiamo ringraziato e pagato e portato il mezzo a casa, e poi ci siamo resi conto che non c’era il lettore CD. Io di mio non ho problemi, ma la mia morosa è un po’ in difficoltà. Tutti i dischi che ascoltiamo con nostra figlia, per dire, sono effettivamente dei dischi, dei CD. Non è che sia proprio una sofferenza major, o quantomeno non è un motivo sufficiente a scegliere un’automobile piuttosto che un’altra, ma per la prima volta la mia fidanzata si trova nella spiacevole situazione di dover ripensare dall’inizio la propria collezione di dischi: se vuole ascoltarli in macchina, deve prendersi il disturbo di buttarli dentro una chiavetta USB. Le ho promesso che lo farò io, e probabilmente un giorno lo farò davvero –servono tempo e voglia.
L’altro giorno è dovuta andare da qualche parte in macchina, dice, ho il telefono scarico, lo lascio a casa a caricarlo. Ma no!, le rispondo, siamo negli anni 10, la presa USB della macchina carica anche il telefono. Non ci aveva pensato, che insomma, succede. Prende il cavo e attacca il telefono in macchina. È il suo primo viaggio da sola con l’auto nuova. Torna a casa, le chiedo com’è andata, come si trova a guidarla, presente no?. Mi dice che la macchina va molto bene, ma che stava ascoltando la radio e poi il telefono è resuscitato e -completamente a caso- è partito questo disco degli U2, boh.
Lì sul momento eravate lì a dire che tutto quello sdegno era esagerato, ma a tre anni di distanza Songs Of Innocence è ancora lì, indisturbato, a fare danni nei telefoni e nelle auto di chiunque non si sia preso la briga di eliminarlo.

Obey your pacchetto VIP

Non ho mai visto i Metallica dal vivo, e tutti mi dicono che mi sia perso una roba grossa. L’unica volta in cui sono stato davvero in forse è stato tutto sommato di recente, a Bologna, una decina d’anni fa: avevo saputo la mattina che di spalla ci sarebbero stati i Down e stavo pensando di fare una mattata lastminute. Poi mi sono convinto di no, perché il concerto costava 50 euro e mi sembravano troppi. A quanto pare vivo in un pianeta alternativo di falsi metallari incoscienti della realtà che li circondano: l’ho scoperto nel leggere dei prossimi concerti che i Metallica faranno in Italia a febbraio 2018. Nel senso, sì, tra un anno. Li hanno annunciati qualche giorno fa. Nella fattispecie ho letto questa cosa sul sito di Metalitalia. Le prevendite dovrebbero andare online in questi giorni, oggi ho letto i prezzi dei biglietti (92 euro per il parterre) e mi è venuto male al fegato. Sia chiaro: mai quanto mi è venuto i giorni scorsi a leggere cosa comprendono i vip package, cioè –suppongo- dei pacchetti esclusivi che per qualche soldo in più ti danno accesso a degli extra che non siano entrare in platea e spararsi il concerto di fianco a dei cazzari seminudi e ubriachi di lambrusco. I pacchetti sono questi sotto, li copio pari pari.

“The Unforgiven Experience” – 179 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco
entrata da un ingresso dedicato
poster in edizione limitata
gadget in edizione limitata

“Whiplash Experience” – 369 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco con entrata anticipata e scelta del posto
entrata da un ingresso dedicato
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prima consumazione compresa e cena a buffet
visita alla mostra “Memory Remains” con memorabilia dei METALLICA
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

“Hardwired Experience” – 2.399 euro (limitato a 12 per show)
biglietto di ingresso per posto a sedere nelle prime due file
entrata da un ingresso dedicato
meet&greet coi membri della band nel backstage e foto con la band prima del concerto
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prime due consumazioni comprese e cena a buffet
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

C’è una compagnia che fa questa cosa, si chiama Cid Entertainment. Nel sito dell’azienda c’è scritto che CID fornisce “Ultimate Event Experiences for fans like you looking to enhance the way you enjoy your passion.” Poco sotto c’è anche il sudato lavoro di un copywriter: “Don’t you just attend an event: experience it.” In parole povere, esiste un’industria strutturata che lavora all’interno dei concerti mainstream creando una sottoarea steroidea ad accesso limitato.
In linea di principio non c’è niente di scorretto, eh. Soprattutto immagino che siano le regole della domanda e dell’offerta a dare come risultato finale i prezzi di cui sopra. Il mio problema con questa cosa è legato a una roba di cui parlavo qualche tempo fa, in merito al casino che era scoppiato sul secondary ticketing legalizzato. Allora mi era capitato di vaneggiare in merito ad una terra di mezzo che si è venuta a creare tra gli artisti e il pubblico, nei concerti di una certa grandezza, una terra nella quale sta succedendo un po’ di tutto –tra cui appunto il bagarinaggio online a prezzi indecenti, ma non solo. Formalmente riesco a capire cosa distingue un biglietto per i Coldplay scalpato a 369 euro da una Whiplash Experience a 369 euro, a parte la cena a buffet –che prima dei Metallica ci sta tutta, sia chiaro. Detto tra me e voi, e non ditelo in giro, non ho la più pallida idea di chi possa scegliere di spendere 100 euro in più (Unforgiven Experience) per un ingresso dedicato e/o un poster in edizione limitata, soprattutto considerato il fatto che non so se il poster è da prendere
1 quando entri, e poi devi tenerlo in mano durante il concerto (sotto palco)
2 dopo la fine del concerto, che ti tocca aspettare e fare la fila per ritirarli e sei quasi sicuro di beccare l’ingorgo al ritorno a casa –il che può voler dire due o tre ore di macchina.
Ma diciamo pure che la Unforgiven Experience sia giustificata da esigenze di comodità, e vabbè. Rimane da spiegare la Whiplash Experience, che per TRECENTOSESSANTANOVE EURO ti dà il diritto di entrare a una mostra a cui –sembra- sono invitati solo quelli che han pagato 369 euro (ma poi perché non 370 o 400?) e mangiare gratis al buffet a patto di limitarsi a una consumazione, oltre che ad accedere a un punto merchandising dedicato dove puoi comprare roba dei Metallica che –suppongo- agli altri è preclusa. E alla fine di tutto, insomma, hai pagato quasi 400 euro e non ti porti a casa manco la foto assieme ai Metallica.
I quali, naturalmente, non sono il primo gruppo al mondo a trattare i propri fan come bovini da allevamento intensivo –finché c’è latte si munge e via andare. E in effetti un pacchetto da TRECENTOSESSANTANOVE EURO, tolto l’ammontare di roba ridicola che si becca in cambio, potrebbe perfino essere considerabile. Una tipa con cui uscivo, parliamo di una quindicina di anni fa, fu invitata a un concerto di Springsteen da un suo superiore 55enne che voleva farsela: posto seduto in tribuna numerata a guardar sudare l’animale, trasferta in BMW, bicchierino di champagne post concerto, lui può permetterselo, tu non spendi una lira e se si rivela una persona piacevole ha il permesso di farti due avance. Non si può combattere contro quelli in BMW, e quindi ho preferito costruirmi un paradigma estetico secondo cui questa gente non capisce un cazzo di musica e della vita in generale. Ad esempio: se io avessi quei soldi e volessi sedurre una ragazza con la metà dei miei anni punterei su un buon ristorante, o su qualsiasi situazione che non preveda guardare un altro maschio della mia età e pensare “quanto è bono”. Ma diciamo che io possa scialacquare e non voglia venire ucciso dalle ascelle dei miei vicini, ecco, in questo caso probabilmente mi sparerei un concerto dei Metallica con pacchetto Whiplash, così, giusto per far sentire delle merde i poveracci in platea.

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Quello che non riesco a comprendere, nemmeno cercando di astrarmi da me stesso, è il pacchetto Hardwired. A vederlo così, scritto come lo vedete sopra, è già parecchio squallido: in cambio di due mesi dello stipendio di un fan dei Metallica medio, mi beccherei il pacchetto Whiplash, un altro free drink per sciogliere un pochetto la tensione, un meet&greet coi membri del gruppo e –appunto- una foto assieme ai Metallica prima del concerto. Così insomma, metti che io sia il direttore generale di una multinazionale ma abbia anche il pallino di appendere a casa le foto di me con qualche persona famosa, giusto per ribadire a chi mi entra in casa che non sono un pezzo di merda, il pacchetto Hardwired farebbe alla bisogna. A guardare nel sito di Cid Entertainment, tuttavia, c’è un paio di clausole interessanti che riguardano il pacchetto:
1 in merito al meet&greet, si specifica che “Band members may differ per show”. In sostanza può succedere che a un certo punto, prima del concerto, arriva una hostess e ti dice “ho una brutta notizia: James e Lars volevano davvero essere al meet&greet stasera ma la pedicure sta andando per le lunghe. Ma tra poco arriverà Rob Trujillo e sarà felicissimo di rispondere a tutte le vostre curiosità. Più tardi forse anche Kirk farà un salto.”
2 in merito alla foto con la band prima del concerto, è specificato che sarà una foto di gruppo assieme alla band e a tutti e dodici i sottoscrittori del pacchetto Hardwired. SUL SERIO! C’è scritto proprio palesemente così, a specificare che i Metallica non hanno cazzi di farsi fare 12 foto con 12 persone diverse prima di salire sul palco.
Ecco, forse è il frutto di una mentalità stile pago e pretendo da piccolo-medio imprenditore brianzolo, ma se pagassi 2400 euro per avere una foto con i Metallica mi impunterei per avere la foto di me in mezzo ai 4 membri del gruppo senza altri undici stronzi in mezzo alle palle. Ok, io per 2400 euro vorrei una foto con i Metallica, Jason Newsted e il cartonato di Cliff Burton.

Non lo so, non riesco ad uscirne. Ho fatto un giro per il sito di CID e non riesco a capacitarmi dell’esistenza di questa realtà. Tornando al discorso sullo scalping, continuo a pensare che l’anello debole in tutto il meccanismo siano gli artisti. Non giudico nessuna delle categorie coinvolte a parte una. Dal punto di vista di un fan del gruppo può avere un senso voler spendere più soldi in cambio di un plus percepito, e a maggior ragione ha senso che esistano agenzie che trattano questi plus da un punto di vista professionale. Credo che alla base di tutto il discorso musicale esista –o sia comunque esistito in passato- una sorta di questione morale autogestita per cui dovrebbero essere gli artisti a bloccare il meccanismo: con che faccia posso chiederti 2500 euro, anche se sei disposto a spenderli? Era un discorso che facevamo anche per i crowdfunding à la Umberto Maria Giardini. Il tutto per tirar su 30mila euro in più per ogni show, da dividere peraltro con CID. Ok, alla fine del tour sono tanti soldi, e allora immagino tocchi a noi mandarli affanculo…

Canzoni che mi fanno piangere #1 – In love with a view.

[Il post qui di seguito è stato scritto circa quattro anni fa, poi devo averlo trovato troppo emo e non ne ho mai fatto niente. L’altro giorno Andrea Guagneli dei Brothers In Law mi ha fatto ritornare in mente questa canzone e sono andato a cercarmelo: in qualche modo mi è piaciuto, o ho trovato che ci fosse dentro una qualche parte di me, e ho pensato di mandarlo al sito dove pubblico le cose emo.]

I Mojave 3 nascono da tre fuoriusciti dagli Slowdive (il gruppo shoegaze dopo i Mbv) che partendo da lì ci mettono un po’ più di ballate; restano le chitarre suonate in quel modo, ma su fondamenta più classiche: in qualsiasi cosa scritta su di loro si parla di folk e si nomina la parola country.

Il loro terzo album, bellissimo, si apre con una di quelle canzoni che ti fulmina istantaneamente, si chiama In love with a view.

Da qualche parte enrico ghezzi (il minuscolo lo vuole lui) ha detto che il modo migliore di guardare un film è abbioccandosi un po’ ogni tanto (sono quasi sicuro che non si sia espresso esattamente in questi termini), quando si è stanchi. Perché il film si mescola a altro, diventa più liquido, più suggestivo, e anche il senso del tempo si disperde.

Una cosa bella con le canzoni è immaginarsele per i cazzi propri, senza neanche sapere se quello che stiamo pensando corrisponda al vero, magari anche capendo male quello che viene detto, capendo una parola sbagliata, o immaginandosi una traduzione che non esiste, o attribuendo significati sbagliati alle parole.

In love with a view parte come una ballata abbastanza classica, quasi dylaniana, non ha un ritornello ma solo strofe tutte più o meno uguali, è tutta un crescendo e man mano le strofe si arricchiscono di elementi, e tra la terza e la quarta c’è una parte strumentale dove succede un po’ di roba (bella), ci si ricorda da dove viene il gruppo, e poi il pezzo torna a spogliarsi. Ma per una volta, contrariamente a tutti i miei principi, mi disinteresserò della musica e mi concentrerò solo sul testo.

A parte la bella voce il miracolo qui è una canzone che ti trasporta immediatamente in un mondo, in uno stato d’animo.

“I had a plan that was built on thinking too long”. Io avevo un piano, e tu no. E era basato non su quello che avevamo vissuto, ma sul mio pensare troppo, farmi un sacco di viaggi, immaginare un futuro insieme e cose del genere, quando tu non eri probabilmente così interessata.

Poi direttamente un’immagine: “canadian winters at home with your sisters”. Non un inverno solo, l’idea di vari inverni che passano, una sequenza. Inverni canadesi, non inverni qualsiasi: roba di neve e di camino acceso in casa. In casa con le tue sorelle, che nelle fantasie non ci si fa mancare neanche i dettagli.

“The romance was hard to ignore” e io non so se sta descrivendo com’erano le cose nella storia, ma secondo me anche questo romanticismo difficile da ignorare era soprattutto quello della sua fantasia. Notevole anche il quasi litote di non definirlo un grande romanticismo, ma un romanticismo soltanto “difficile da ignorare”.

E poi la chiusura perfetta della strofa: “You were beautiful i was happy to fall”.

Come un “via libera”, come se facesse saltare un gancio da qualche parte tra gli occhi e il cervello. Pensando a cose che non sono state, al gioco delle colpe.

Un capolavoro di melodia (quell’abbassarsi di “happy to fall”) e due frasi che contengono un mondo. La nostalgia di qualcosa che non capita più da non so quanto tempo.

“To fall”: cascarci, lasciarsi prendere da qualcuno e tutto il resto importa molto di meno. Eri bella e ci sono caduto. Felice, pure.

Eri bella. Alla fine è tutto lì. Ti guardo e penso che sei bella, in generale, che è bello stare con te, che non voglio nient’altro. Due frasi, la perfezione.
E quel “fall”, che può essere del tutto neutro ma anche farci già intuire che non andrà bene, che succederà qualcosa.

Poi si parla di questo panorama che lui prospetta e che lei ricorda, e allora lui è contento di poter pensare che sia tutto scritto nel destino.

Lui con il suo piano – presumibilmente quello di prima – e una tasca piena di poesie se ne sta alla stazione “heroically tragic bearded and blinded with obsession” (che insomma fattela venire in mente tu come definizione), poi precisa ancora meglio: sono una macchina senza speranza troppo vicina al burrone per andare lontano. Ce le avete presente le macchine nei film che restano lì in bilico? Sempre a proposito di scrivere per immagini.

Poi “I showed you my field” e immediatamente specifica “i said this is my field”, che sono un po’ la stessa cosa “ti ho mostrato il mio campo” e “ti ho detto questo è il mio campo”. È la classica frase che verrebbe segnata come ripetizione in un tema. Però stavamo parlando di immagini, di rafforzamenti, e di come suona. È un po’ la stessa cosa di quando prima dice “I remember you searching, I thought you were searching”.

E la chiusura di strofa, ancora una volta: “but you weren’t impressed”. Un’altra litote. Sempre un po’ tirato indietro, neanche una cosa grossa: mentre io sono qui che voglio rivoluzionare la mia vita tu semplicemente non sei molto impressionata. Anche nel tuo non fregartene un cazzo non c’è niente di epico, c’è un piccolo sbuffo, guardare da un’altra parte, controllare l’orologio. Io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato, diceva un altro.

Mi chiedi perché siamo qui. E una gran parte di te è lontana da qui. Così lontana da qui. “Una così gran parte di te è così lontana da qui”. E come nella stessa frase il tono sale e scende e si butta un po’ via sulla fine. E lo ripeto, lo ripeto. Come a scuotere la testa.

Ormai il sentore della fine si sta manifestando, mentre scuoto la testa lo sto capendo anch’io che questa è la fine, che ci fermiamo qui.

“Ed è bastato il suono della tua voce per farmi capire tutto”.

E allora alla fine ti spiego com’è andata, visto che ho capito. Sempre in due versi, che dicono tutto.

E ci spiegano che questa è la canzone del rimpianto, di quello che non è stato, degli amori non successi: non è andata. Era una cosa semplice, ma non eravamo sulla stessa lunghezza d’onda – non c’era quella stessa luce negli occhi, non c’erano quei pensieri da parte tua.

Era un piano basato sul mio pensare troppo (te l’ho detto all’inizio): speravo di poterti mostrare lo stesso paesaggio (quello che avevo io nella testa), cioè quello di te alla finestra e io che mi sentivo bene. Speravo che ne facessi parte, che questa immagine potesse diventare qualcosa, che la rendessimo reale. L’idea di una quotidianità. L’idea squallida e borghese di una serena quotidianità insieme, vista da una finestra (in un cazzo di inverno canadese).

Vista da qualcun altro, magari anche con un po’ d’invidia; o proprio da me mentre torno a casa, con la serenità di chi sa quello che lo aspetta: qualcosa di caldo “and me just feeling fine”.

Una cosa che non c’è mai stata, che è rimasta solo un’immagine nella mia testa.

Un’immagine che ora, quando ci ripenso, è soltanto una cartolina della mia nostalgia per quando quell’immagine era ancora una possibilità.

Sehnsucht (pronuncia: [ˈzeːnzʊxt]) è un sostantivo tedesco che si traduce come “desiderio”, “brama”, o “voglia”, o in un senso più ampio come un tipo di “profonda mancanza”. Tuttavia è difficile da tradurre in modo adeguato, e descrive uno stato emotivo profondo. Il suo significato è in qualche modo simile alla parola portoghese saudade. Sehnsucht è una parola composta, proveniente da “un desiderio ardente o brama” (Das Sehnen) e “dipendenza” (die Sucht). Tuttavia queste parole non contengono adeguatamente il pieno significato del loro composto, anche se considerate insieme.

La parola rappresenta pensieri e sentimenti su tutti gli aspetti della vita che sono non finiti o imperfetti, insieme all’anelito per altre esperienze ideali. È stato definito come aspirazione alla vita o ricerca della felicità da parte di un individuo che deve affrontare la realtà di desideri irraggiungibili. Questi sentimenti sono solitamente profondi, e tendono ad essere accompagnati da sensazioni sia positive che negative. Questo produce ciò che è stato spesso descritto come un evento emotivo ambiguo”.

https://en.wikipedia.org/wiki/Sehnsucht

 

(Federico Sardo)

From enslavement to San Junipero

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Mentre metto mano a queste righe impazza ancora la frenesia per l’ultima stagione di Black Mirror, uscita qualche settimana fa su Netflix. Black Mirror, creata da Charlie Brooker, è la serie TV giusta per eccellenza, quella di cui quando esce si parla più spesso. È fatta ad episodi autoconclusivi che hanno a che fare con un futuro prossimo che in qualche modo ha a che fare con lo svilupparsi della tecnologia, in salsa ultra-pessimista. Io personalmente non ci vado così pazzo, ma alcuni episodi sono effettivamente piuttosto suggestivi. La puntata più discussa ed amata dell’ultima stagione si chiama San Junipero e (senza fare spoiler) verte almeno in parte su una nostalgia 80s pop sguaiatissima, fatta di singolini di prima e seconda levatura, tutto guidato dalla ripetizione ossessiva di Heaven Is a Place on Earth come tema centrale.

Parlando di anni ’80 trucidi, Heaven Is a Place on Earth è senz’altro uno dei miei momenti preferiti. È uscita nel 1987 ed è senza alcun dubbio il pezzo più famoso e suonato di Belinda Carlisle, una specie di eroe minore del decennio: batterista dei Germs per due minuti, cantante delle Go-Gos e poi solista. Non posso dire di essere un cultore della cantante ma con Heaven is a Place on Earth ho uno strano feeling, la usavo spesso quando suonavo dischi e nell’ordine generale delle cose diciamo che la sento un po’ più mia della media degli standard del poppone anni ottanta. Nell’ordine generale delle cose riesce a mantenere quel genere di decadenza epica che mi esalta quando ho voglia di party music.

(il testo è come Il cielo in una stanza ma con più cazzo)

Non so se vi capita mai di abboccare all’amo della cultura musicale nelle colonne sonore di film o serie TV, ma in certi casi la scelta di un particolare pezzo può far partire tutto un discorso di appartenenza e identificazione che inizialmente, nel testo originale, non sembra essere incluso. Un esempio che mi riguarda è ad esempio quando alla fine di Serendipity parte Northern Sky di Nick Drake, in maniera un po’ traditrice: per questioni di biografia e gusto personale ho ingigantito l’accoppiamento musica/immagini fino al punto che Serendipity oggi è uno dei miei film romantici preferiti (e io amo i film romantici). La stessa cosa ad esempio può succedere quando ascoltate Washer degli Slint in una puntata di 1992 (l’anno scorso ci fu spazio anche per questo dibattito). Nel caso di Black Mirror c’è una specie di mutua alimentazione: la ripetizione pedissequa del singolone di Belinda Carlisle ha reso in qualche modo indimenticabile San Junipero, ma il successo di San Junipero ha generato il successo di una playlist Spotify omonima, compilata da Charlie Brooker in persona, con dentro sia le canzoni contenute nell’episodio che una manciata di altri singoli che vanno a coprire la stessa sfera ideologica, in uno di quei gloriosi ritorni degli anni ottanta che per un motivo o per l’altro ci becchiamo da vent’anni su base semestrale.

Una cosa curiosa: mentre guardavo San Junipero mi è capitato di ripescare un articolo scritto da Nur Al-Habash, “Ai consigli musicali degli amici preferisco quelli dell’algoritmo di Spotify”. Nur è la caporedattrice di Rockit, se non la conoscete, oltre a una delle più grandi sostenitrici della diffusione-per-algoritmo della musica tra chi scrive oggi in Italia. L’articolo è una riflessione piuttosto seria sull’evolversi del gusto musicale: in un momento storico nel quale i singoli ascoltatori continuano ad accumulare -in modo quasi sempre acritico- un quantitativo di informazioni musicali così esteso da rendere quasi impossibile qualsiasi grado di assimilazione, Spotify e gli altri servizi di diffusione della musica ci sottopongono per la prima volta ad una realtà dei fatti nella quale un sistema di algoritmi può tracciare il nostro gusto personale e guidarci nell’ascolto, per giunta con risultati assolutamente proficui. In altre parole, la nostra identità musicale oggi dipende, almeno in parte, da un algoritmo. Se l’articolo fosse stato scritto da qualcun altro, e magari un anno prima, avrei optato per mandare affanculo tutti e bollarlo come stronzata da principianti che non hanno idea di quale sia il reale valore della musica; a conti fatti, invece, la teoria di Nur è abbastanza convincente, o comunque fa riflettere.

È interessante la dicotomia tra le due visioni di Spotify nelle due cose che ho visto sopra. Nel primo caso l’operazione post-San Junipero si serve di Spotify come interfaccia per ri-celebrare il pop scaciato degli anni ’80 senza più vergogna alcuna (peraltro il tutto in mano agli autori di Black Mirror, che nel linguaggio comune è diventato sinonimo di distopia), cioè –in altri termini- Spotify diventa l’aggregatore di una coscienza di classe e fornisce ad essa una plausibile colonna sonora “definitiva”. Nel secondo caso, Spotify assume con un certo entusiasmo il compito di (pre)intelligenza artificiale responsabile della nostra crescita individuale come ascoltatori. Un impero dei sensi costruito sia sullo sfruttamento delle onde di consenso che su una concezione elastica dell’you might also like, in cui le tendenze di personalizzazione e spersonalizzazione continuano ad alternarsi come pazze. Che prevalgano l’una o l’altra, lo scenario sembra sempre più avvicinarsi a quello di un viaggio all’interno di una macchina col pilota automatico inserito.

Se ci pensate era uno dei principali incubi del consumatore di nicchie musicali da internet in poi: l’idea di poter reperire tutto a costo zero, pensavamo, porterà allo svilimento della musica ed al nostro disamoramento nei confronti della stessa. All’atto pratico, lo svilimento e il disamoramento somigliano molto a questa cosa qui: una routine nella quale la musica diventa qualcosa di immanente a cui tutti si relazionano in modi differenti e perlopiù non-allineati. Quelli della mia generazione ci stanno facendo i denti ogni giorno che passa, e molti non sono ancora pronti ad accettare questo percorso di de-esoterizzazione, questa parabola che sembra mirata a togliere in via definitiva alla musica il ruolo di aggregatore sociale. Già oggi, per dire, un amante di Steve Reich non è più necessariamente un nostro amico a prescindere (e tanto per dire tempo fa ho letto un articolo su Pitchfork secondo il quale, tra i pubblici estimatori di Steve Reich, c’è anche Donald Trump). Quello che non ci aspettavamo è che la fine del ruolo sociale della musica la potesse rendere, quasi in automatico, uno strumento necessario a definire l’individualità personale. Parafrasando: mai come ora siamo la musica che ascoltiamo, anche se all’atto pratico siamo ognuno una cosa diversa.

La cosa più eccitante di tutta questa ripersonalizzazione è che ci costringe a mollare ogni certezza acquisita e ripensare daccapo la nostra condizione di ascoltatori di musica. Del resto, da quanto tempo non parlate con un talebano di qualche sottogenere? Da quanto tempo non parlate con qualcuno che ascolta, per partito preso, solo rap? Passato il concetto generalizzatore della musica (la musica è una), nel 2017 possiamo ridefinirci attraverso un percorso dell’ascolto sempre più personale, individuale e volendo anche individualista. Comunque, in ogni caso, un percorso che segue traiettorie perlopiù incomprensibili agli altri esseri umani ma tracciabili con teorie digitali affastellate l’una all’altra.

La seconda cosa più eccitante è che, a quanto pare, la somma finale è Belinda Carlisle.

(questo pezzo è già stato pubblicato, in forma totalmente diversa, sul numero di dicembre di Rumore)

Rumore

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Mio fratello usciva dal lavoro e passava dall’edicola a prendere qualcosa da leggere. Gli piacevano i fumetti stile Lanciostory o Skorpio, le riviste giovanilistiche patinate con le VIP nude in copertina (tipo King o Max) e le riviste di musica. La sua rivista preferita in generale si chiamava Rumore: delle altre comprava qualche numero qua e là, di Rumore non perdeva un numero. Ho iniziato così, prendendo in mano una di quelle riviste che parlavano per la maggior parte di roba che non conoscevo. Potrebbe essere anche una trama alla Sliding Doors: due realtà possibili che partono dal momento in cui decido di sfogliare, o non sfogliare, la rivista sul lettino di mio fratello. Scena uno: la rivista rimane sul letto. Carrellata su quel che succede da lì in poi: mi immergo nella lettura di qualche Dylan Dog, ricomincio a disegnare, torno a guardare i cartoni animati o i telefilm in TV, provo a studiare algebra. Continuo ad ascoltare la musica di cui parlano i miei amici, compro il biglietto per entrare a vedere il ttottsco a Rimini (7 agosto 1993), i miei voti a scuola migliorano, mi iscrivo ad una facoltà seria, divento architetto. Abbandono le velleità artistiche, apro uno studio nel cesenate assieme a qualche amico, mi specializzo in ristrutturazioni e condoni edilizi, sposo una ragazza del mio paese natale, spendo 100mila euro per ristrutturare casa dei miei, mi ricavo un appartamento indipendente, genero due figli, assisto impotente e costernato al montare della crisi del cinepanettone, partecipo al torneo di marafone tutti i mercoledì sera. Una bella vita. Scena due: prendo la rivista in mano e inizio a sfogliarla.

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C’è un punto di PJ20, il documentario di Cameron Crowe sui Pearl Jam, in cui viene mostrata la cittadina del Montana in cui è cresciuto Jeff Ament. Il bassista ne parla in maniera dolceamara, un posto tranquillo in cui va bene crescere e gli stimoli culturali sono pressoché assenti. Il rock, in questi posti, s’impara di straforo: i dischi di Santana dello zio, qualche disco punk su cui riesce a mettere le mani e le riviste musicali tipo Rolling Stone. Parlando di Rolling Stone gli scappa detto “man you’d STUDY that stuff”. Quando gliel’ho sentito dire ho fatto un balzo, e calcola pure che Ed Vedder una volta sul palco con Rolling Stone ci si pulì il culo. Io sono cresciuto in un posto abbastanza simile a quello dov’è cresciuto Jeff Ament, una frazione di Cesena circondata dai campi di pesche, un migliaio sgaffo di abitanti. Un posto tranquillo in cui va bene crescere e gli stimoli culturali sono pressoché assenti: c’era una specie di biblioteca di quartiere aperta il sabato, e c’era un’edicola. C’è ancora. È il 50% di un negozio che nell’altra metà è il frutta e verdura del paese, e sopravvive alla crisi dell’editoria in un paese già colpito dalla crisi agricola. Certe cose viene naturale di rispettarle. Chi è cresciuto a Bologna o Roma non dà modo di avere gli strumenti concettuali per capire questa cosa: sono posti in cui dal punto di vista dei consumi di musica/cinema/libri/fumetti, da ragazzini, era possibile scegliere. Nei posti come il mio paese la scelta era limitata da una serie di incontri fortuiti, dagli amici/coetanei che ti erano toccati in sorte, e dalla poca roba su cui riuscivi a mettere le mani di straforo. E quella roba lì la studiavi.

Questa settimana è uscito un articolo di Mattioli sul Tascabile che riassume a grandi linee il percorso della critica rock anglosassone. Alla fine dell’articolo Valerio parla brevemente dei corrispettivi italiani e conclude che, al di là di qualche caso sparuto, “la sensazione è che l’Italia non abbia mai davvero conosciuto quell’alternarsi di approcci, sguardi, ispirazioni e finanche ambizioni (letterarie, sociologiche, politiche) che negli anni hanno fatto del rock criticism anglofono un territorio forse contraddittorio ma se non altro patria di esperimenti e sincera riflessione sui linguaggi della contemporaneità.”. Dal suo punto di vista credo sia giusto, ma Valerio è cresciuto in una città con tremila anni di storia e due milioni di abitanti e può permettersi un’oggettività “artistica” che a me non è concessa. Così Rumore diventò la mia rivista preferita: la nuova generazione punk, i residui del grunge e dell’indie, gli Oasis e il britpop, il metal estremo, il rap. Non sapevo quasi nulla di quel che si parlava, ma c’era qualcosa che mi ci teneva incollato. Era come potevano essere Frigidaire o Metal Hurlant in altre epoche e in altri luoghi: una finestra su mondi a me sconosciuti, ad uso e consumo degli appassionati. Forse era l’ennesima finestra sullo stesso mondo illuminato anche dalle altre riviste, ma la gente che scriveva su Rumore aveva un certo tipo di sobrietà asciutta che mi lasciava a bocca aperta: teneva insieme il discorso generale, si scioglieva in accorate recensioni dal sapore brutalmente visivo, esplodeva in saltuarie stroncature cariche di insulti che sembravano quasi roba personale. Rispetto alle altre riviste che leggevo c’era un abisso: pochissime aspirazioni “giornalistiche” alla Mucchio Selvaggio, pochissimi scimmiottamenti gore stile rivista metal per quindicenni. Oddio, questi aspetti erano presenti, ma il cuore pulsante di Rumore erano le tirate di Sorge per certo metal estremo, la partigianeria di Nazzaro nella sezione cinema, la carica sovversiva di Frazzi, i pipponi di Marco De Dominicis/Cusano dell’Agave, l’emotività di Lo Mele, Emanuele Sacchi, le eccezionali scorribande dei The Groovers. E poi Blatto, Compagnoni, Ruggeri, Pomini, Bonadonna, Segale, Messina, Baroni, Pecorari, Prevignano, Negri, Morelli, Ferriero. È una banalità, ma è su Rumore che ho imparato a considerare la firma in fondo agli articoli: erano personalità forti, definite e a volte anche in antitesi. A volte con mio fratello ci chiedevamo che tipi potessero essere questi qua nella vita reale, lui era ossessionato dal sapere che faccia aveva Luca Frazzi, s’immaginava un obeso inguardabile con gli occhiali spessi come un culo di bottiglia, i capelli solo ai lati eccetera. Sai no, i cliché.

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Prima dell’avvento di internet la principale arma a favore dei critici era l’accesso. I giornalisti di una testata riconosciuta ricevevano gratis i dischi prima che uscissero sul mercato; il loro lavoro era informare il pubblico su cosa sarebbe uscito un certo mese, dare un parere prima degli altri, eccetera. Gran parte della reputazione dei critici non era legata all’autorevolezza dei loro pareri, ma a certi privilegi che erano loro accordati ex-ante. Internet ha sostanzialmente azzerato questi privilegi: tutti ascoltano tutto a costo zero, e più o meno nello stesso momento. I giornalisti musicali oggi sono costretti a scrivere di dischi importanti che arrivano loro in streaming blindato a poche ore dalla deadline e la necessità di prendersi dei rischi legati all’impossibilità di far sedimentare l’ascolto. A volte le disastrose conseguenze di quest’evoluzione sono sotto gli occhi di tutti, la didascalica freddezza con cui vengono affrontati certi dischi-evento usciti a sorpresa, certi strafalcioni come la recensione di Anti uscita su Yahoo Music prima che il disco fosse finito, o le recensioni dei fake a metà anni duemila (in Italia il principale scivolone fu proprio di Rumore, che mise disco del mese un fake dei Death Cab For Cutie).

Parlare oggi di quel che c’era sul piatto quando abbiamo iniziato noi ad ascoltare la musica è un esercizio un po’ sterile che si macchia troppo spesso di un romanticismo senza senso. La scena musicale negli anni novanta era un ambiente insalubre: ai concerti rock –a tutti i concerti rock- la gente si menava fortissimo; i locali vendevano birra di merda da hard discount; i proprietari dei negozi di dischi erano genuinamente infastiditi dal vederti entrare, come in Tono metallico standard. La permanenza nel giro-musica era subordinata alla capacità degli ascoltatori di entrare in una rete di scambio, o di crearne una ex-novo. Per rimanerci, di solito, dovevi assumere un ruolo attivo, per quanto marginale: musicista, barista, dj, fonico, organizzatore. A un certo punto i tuoi amici d’infanzia perdono interesse nella cosa, e spesso le persone con cui decidi di passare la vita non ne hanno mai avuto. Così la musica diventa una specie di percorso personale. Quando internet arrivò a casa mia avevo 23 anni: presi il respiro e iniziai a scaricare. Avevo già iniziato a scrivere da diversi anni.

Capita spesso che qualcuno rimanga folgorato dai Metallica e decida di metter su un gruppo, o almeno le storie che raccontano i musicisti sono tutte di questo tipo. Io lessi degli articoli sulla musica, e invece della chitarra ho comprato carta e penna.

Paradossalmente non ho mai amato il giornalismo musicale. Il bisogno di riportare le notizie, il bisogno di cercare le conferme, la ricerca di un parere quanto più definitivo possibile riassumibile in un voto numerico da uno a dieci: sono obiettivi scemi. La musica ha un modo di diffondersi che ha solo in minima parte a che fare col giornalismo, e i dischi cambiano di valore a seconda di come si evolve il mondo attorno a loro. La letteratura musicale, invece, è tutto un altro paio di maniche. Parlando personalmente, la musica è semplicemente uno dei miei argomenti preferiti. Mi piace leggere cose che parlano di musica, omicidi, sesso, intrighi politici, arte e storia contemporanea. Nella mia interpretazione la musica è l’argomento prediletto di un lunghissimo romanzo di formazione con protagonista me stesso in quanto ascoltatore ed essere umano. È la stessa impostazione che usciva fuori dalle pagine di Rumore. Frazzi una volta scrisse il report di un concerto dei Cows, epoca Whorn. Aveva visto il gruppo, era tornato a casa, si era beccato in TV uno speciale di Videomusic sul nuovo rock italiano: raccontò tutto e chiuse dicendo qualcosa tipo “liberiamoci di tutta questa merda prima che sia troppo tardi. Se il concetto non è chiaro, un concerto dei Cows potrebbe aprirvi gli occhi”. La musica, lo scrivere di musica, per me è quella cosa lì.

Quelli che scrivono di musica di solito si dividono in due categorie di persone. I primi sono degli scoppiati che se la credono un casino, vivono il loro hobby come una missione di vita e credono di offrire un contributo prezioso alla cultura contemporanea. I secondi sono gente rilassata che lo fa per hobby e ha coscienza del reale impatto culturale delle cose che scrivono (nessuno). Io credo di appartenere ai primi: i secondi di solito smettono dopo qualche mese e passano a qualcosa di più importante. A mia parziale giustificazione, ho imparato a tenere a bada il mio bisogno di farmi leggere da coloro che non sono interessati all’argomento. Persino a mio fratello, l’unica persona reale che condivideva la mia esaltazione per le riviste, non ho mai pensato di mandare un articolo scritto da me.

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Su twitter la mia biografia recita “In realtà è solo un nazi mancato che ha letto i risvolti di copertina dell’opera omnia di Nietzsche, capendone a malapena il prezzo.” La fonte della citazione è un articolo mitico uscito su Rumore, numero 72, gennaio ’98. Si chiama La corazzata Potiomkin: una dozzina di intoccabili del rock stroncati dalle firme di Rumore dell’epoca. È il più bell’articolo di musica che sia mai stato scritto, parere personale. A testimonianza del fatto che tutta questa storia mi è cucita addosso, il n.72 di Rumore ha in copertina gli Shellac. La frase sopra l’hanno scritta i Groovers, nel pezzo che massacra Henry Rollins.

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A Cesena nei duemila c’era questo negozio di dischi eccezionale che si chiamava Rev Up ma tutti chiamavano “da Oscar”. Da Oscar ho comprato tanti di quei dischi da far fuori il conto in banca, ma la cosa più bella che ci ho comprato non è un disco. Lui aveva questa cosa metodica, riorganizzava gli scaffali ogni sei mesi in cassette divise per generi o nazioni o sa solo dio cos’altro. Aveva un sacco di vecchie riviste di musica buttate in dei cassettoni in basso, e a un certo punto sono comparsi dei tomi rilegati nell’angolo a destra dove prima teneva gli usati. Sembravano volumi dell’enciclopedia Mondadori, copertine nere di pelle con la stampa a caldo color oro, una roba pazzesca. Li aveva fatti rilegare Oscar: erano i suoi archivi personali, le raccolte annuali delle riviste che comprava. C’erano anche i primi quattro anni di Rumore, dal ’92 al ’95. Pensavo avessero un prezzo inavvicinabile, ma Oscar me li vendette tutti e quattro a 50 euro e li regalai a mio fratello per il suo 43esimo compleanno.

I giorni scorsi ho letto un articolo di Annamaria Testa su Internazionale, e l’ho trovato orribile. Parla del fatto che l’aumento dell’importanza dei social network per la società occidentale sta portando a livelli di disumanizzazione del sè. Leggo questo genere di articoli da quando leggo riviste, ogni tanto ne esce uno. La tesi di fondo è che l’evoluzione sociale e tecnologica viaggia più veloce dell’evoluzione umana; l’umanità, dal canto suo, se ne è sempre battuta bellamente il cazzo ed ha accettato ogni cambiamento con relativo entusiasmo. Questo genere di narrazione è il principale responsabile della deriva nostalgica del nostro immaginario e ci giustifica nella nostra tentazione di smettere di relazionarci al mondo. È tutta roba che ho provato negli anni novanta, e a volte mi manca quel genere di odio feroce nei confronti di tutto, così come mi manca l’idea di non riuscire a trovare il disco dei Butter 08 per anni e poi trovarmelo davanti per caso a due lire in un banchetto. Ma d’altra parte sono storie di cui è giusto non freghi a nessuno, e se metto ttte le cose nella bilancia preferisco accendere il computer e scaricarmi il disco dei Butter 08 da Soulseek perchè non ho voglia di cercarlo di sotto tra gli scaffali. Voglio dire, quanta energia abbiamo sprecato per arricchirci culturalmente? Perché dobbiamo sentirci depredati all’idea che i nostri figli o i nostri fratelli minori facciano così poca fatica a reperire i dischi? Cosa c’è di distopico o disumano, nella foto di un’ecografia postata da un tuo compagno delle elementari? Chi è stato ad inculcarci questo costante senso di inadeguatezza al presente? Come possiamo liberarcene?

Non ho vere e proprie risposte a queste domande. Credo che una certa leziosità da bei tempi andati sia impossibile da sradicare dall’animo umano, e questa cosa per la musica pop funziona a meraviglia: è dal ’65 che il rock funziona su una solida linea narrativa secondo cui la musica di dieci anni prima era meglio. Adesso, se mai, manca qualcuno che metta a tacere i vecchi una volta per tutte. Nonostante la tendenza a lamentarmi, però, sono assolutamente convinto che oggi sia meglio, sia la vita in generale che la gente che scrive di musica. Certo tocca affidarsi a internet più che alle riviste di carta, le quali in generale non sono più così attraenti per il pubblico di neofiti e in particolare non riescono mai a superare il menu intervista/recensione/rubrica etc che le anima da decenni a questa parte. Ci arriveranno, voglio dire, che alternativa c’è?

Nel 2013 Rumore è passata di mano, da Claudio Sorge a Rossano Lo Mele: nuovo editore e tutto. Sulla carta credo fosse un progetto suicida: comprare una rivista per farla sopravvivere in un mercato editoriale alla frutta.Tre anni e mezzo dopo, la rivista esce ancora. All’epoca del cambio di editore mi arrivò una mail: Rossano, nell’atto di rifondare la redazione dopo il passaggio, mi invitò a collaborare. Spiegare cos’abbia significato, per me, non è semplice: ci sono in mezzo 25 anni di vita, tante scelte personali perlopiù sbagliate, il carattere che ho e il fatto che alla fine di tutti i bilanci è giusto e sacrosanto che di queste cose (musica, riviste, riviste di musica) non freghi più niente a nessuno. L’unico a cui sarebbe fregato era mio fratello, immagino: continuava a comprare saltuariamente una copia di Rumore, o si limitava a fregarsi le mie quando veniva a trovarmi a casa. Così glielo dissi via SMS, e dopo due minuti mi richiamò un po’ commosso. “Ma ci pensi che te l’ho fatta leggere io”.

Magari aveva un piano fin dall’inizio.

Le soddisfazioni di chi scrive di musica non sono poi tante. Scriviamo la sera, perlopiù gratis, e per un pubblico tutto sommato modesto. Le soddisfazioni sono tante o poche, a seconda di cosa ti aspetti. Una delle più grandi, per me, è di essere entrato in quel mondo lì. Sapete una cosa pazzesca? Ho conosciuto Luca Frazzi. L’altro mese eravamo a Cremona a parlare di stampa musicale ad un festival sull’editoria indipendente. È più magro di me, si veste bene, non porta gli occhiali: è una persona normale che nella vita avrebbe potuto essere chiunque, e invece ha scelto di guardare dei concerti e di scrivere degli articoli sulla musica. Ha fondato una fanzine indipendente venduta su web e stampata su carta, si chiama Sottoterra, spacca il culo. Il suo identikit è lo stesso di tutti quelli che continuano a scrivere di musica sulle riviste cartacee: un amore smisurato che ti tiene sveglio la sera, ti fa perdere un mare di soldi e ti mette in una posizione di svantaggio sul resto del mondo. Se devo avere delle aspirazioni nella vita, vorrei che un giorno qualcuno guardasse a quel che ho fatto come come io guardo a quel che hanno fatto loro. Se aprite Rumore oggi, intanto, trovate nelle pagine di Maurizio Blatto o Marco Pecorari la stessa visione della musica che stava allora nei proclami di Frazzi. In questo, se non altro, lo spirito continua (e del resto Marco Mathieu è stato firma di Rumore per molti anni).

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Qualche giorno fa in edicola è uscito il numero 300 di Rumore. Intorno a casa mia, e nei 50 km che percorro in macchina per andare in ufficio, tutte le edicole hanno chiuso. Sono andato a trovare mia mamma nel mio paese natale e ne ho trovato una copia nell’edicola dove mio fratello comprò la prima copia che ho letto. I sei euro li ho pagati a una ragazza, credo la nipote di quella che me li vendeva a quell’epoca. Nel numero 300 c’è uno speciale, una specie di gioco, che contiene le 300 canzoni più “rumorose” della storia. Ho partecipato anche io, ma è tutta un’esca e uno specchio per le allodole. La storia grossa dietro a quel “300” stampato enorme in copertina per me è un’altra.