Il paradosso della penna d’oca

Due anni fa, a natale, ho ricevuto in regalo una ortenna d’oca. Nella mia famiglia acquisita c’è questa tradizione dell’aprire i regali di natale, è una tradizione che alcuni membri prendono con più serietà di altri ed occupa almeno una giornata. Nelle famiglie c’è spesso questa compresenza di caratteri umani intorno alla festa di Natale: c’è quello che ostenta il suo disprezzo per ogni cosa ad esso legata, e quello in genere sono io; c’è quello che ama cucinare, c’è quello che fa i bigliettini particolari (e quello sono sempre io), c’è quello che ama impacchettare e c’è quello che è specializzato nei regali ampollosi. Ad esempio, recentemente ho manifestato un qualche interesse per la scrittura a mano e questo mi ha portato in casa un sacco di queste cose –inchiostri forse pregiati, set di scrittura confezionatissimi, quaderni di pergamena old skool e una penna d’oca. Su Amazon sta tra i 40 e i 50 euro, è roba molto costosa insomma. Ma non è tanto il valore monetario dell’oggetto, è anche altro. Da bambino mio babbo ne aveva una, di penna d’oca, e mi ci faceva giocare, e forse una parte della mia spinta iniziale legata allo scrivere è dovuta alla bellezza di quell’oggetto e al privilegio di poterlo usare.

Poi vabbè, mi piacerebbe poter dire di averla stra-usata, la penna d’oca, ma guardando al biennio passato non l’ho fatto molto: di tanto in tanto la tiro fuori, più che altro, per non raccontarmi di avere strusciato un bel regalo che mi è stato fatto con il cuore. Non è che sia malfunzionante o che, anzi ha una bella gestione del peso, è più che altro un sentirsi imbarazzati per l’utilizzo, e quando hai uno strumento costoso in mano sembra sempre che tu debba vergare i versi della Divina Commedia e insomma non è il caso. 

(strusciare è il romagnolo per descrivere uno spreco di procedura –se per produrre un bene servono 10x e io impiego 11x, ho strusciato x).

Ma se avessi dovuto comprare una penna d’oca a quel prezzo, non l’avrei mai fatto. Non voglio imporre la mia idea al resto del mondo, è una scelta personale, ma se penso che con gli stessi soldi avrei potuto comprare una riserva semestrale delle penne e degli inchiostri che utilizzo abitualmente per fare schifo nell’arte millenaria della scrittura manuale, e fissarsi con le penne d’oca è come minimo una forma di consumo inefficiente. Ecco tutto. L’anno scorso a natale ho potuto sperimentare questa allegra circostanza: invece della penna mi hanno regalato un buono di X euro da spendere in cartoleria, facendomi felice come un bambino. Il tizio voleva appiopparmi una stilografica col manico di osso di vigogna, ma non se ne parlava nemmeno. 

Questo non toglie che la penna d’oca abbia comunque una ragione di esistere: è un bellissimo oggetto da regalo, fa figura e in una certa misura ha un mercato che prospera, nel senso che è ragionevole pensare che una grande città possa dare da vivere ad un negoziante che tenga nel negozio solo penne d’oca ed altri strumenti per la calligrafia di valore più estetico che tecnico. Ed è parimenti possibile che le caratteristiche di fisicità elastica della penna d’oca le permettano un uso non completamente identico a quello delle cannucce di plastica, e quindi una potenzialità radicalmente diversa in certi campi dello scrivere. E queste caratteristiche intrinseche all’oggetto possono sposare in maniera fruttuosa certe questioni ideologiche che in potenza possono produrre una letteratura qualificata -articoli che lodano e promuovono l’utilizzo di penne d’oca, sapendo più o meno di cosa stanno parlando e dando conto di una dimensione tutt’altro che banale. E a parte questo, è possibile produrre lavori calligrafici di valore artistico altissimo, impareggiabile, lavorando soltanto con una penna d’oca -magari autocostruita.

Questo però non è esattamente il mondo. Nel mondo si stanno affrontando temi di respiro vagamente più universale: ad esempio le persone scrivono sempre meno con la penna, e sempre più con il computer, e questo sembra avere implicazioni molto pesanti nel lungo periodo. I bambini introdotti molto presto alla scrittura digitale apprendono in modo diverso dai bambini che vengono tenuti lontano dai computer, e il potenziale è diverso. Attenzione: non si tratta di capire quale dei due approcci sia meglio dell’altro. Si tratta piuttosto di capire come affrontare da un punto di vista istituzionale le evoluzioni del sistema educativo. Ad esempio, mia nipote frequenta il liceo scientifico e si confronta quotidianamente con i compagni sui compiti, via Whatsapp, si mandano le foto delle soluzioni ai problemi, i dubbi, gli screenshot delle regole da ripassare e cose simili. Una domanda plausibile: si può, in queste condizioni, continuare ad insegnare facendo finta che gli smartphone non esistano? Non conviene investire su un’idea diversa di insegnamento, che abbia meno a che fare con lo sviluppo delle conoscenze individuali e più con lo sviluppo degli skill che serviranno a realizzare lavori collettivi? E fino a che punto conviene abbandonare l’impostazione scolastica tradizionale? Non ne so nulla, ma immagino la scienza dell’educazione sia squassata alle fondamenta da domande di questo tipo. Puoi evitare di portele ma è sicuro che un giorno dovrai pagarne lo scotto.

Viceversa, il mondo di cui sopra è colpito in maniera molto marginale dalla rimonta della penna d’oca. La si può utilizzare per farci cose bellissime, ed è piacevole leggere/scrivere qualche articolo che parla di realtà indipendenti che producono penne autocostruite o disegni realizzati a penna d’oca, in numeri che a volte permettono addirittura di farci qualche soldo alla fine del mese. Fa piacere sapere che la penna d’oca ha ancora una sua ragion d’essere. Basta mettersi d’accordo sul fatto che la penna d’oca non è il futuro della scrittura, che non lo sarà nemmeno tra cinque anni e che non c’è niente di drammatico in questa cosa. 

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(Ultimamente capita di leggere articoli sempre più esaltati e presi bene in merito al ritorno in pompa magna delle audiocassette)  

“Titolo provvisorio: I 400 calci”

Marcello Crescenzi

“Amici!

Che emozione.

Bando alle ciance: con la presente vi invito ufficialmente a collaborare al mio nuovo cineblog di prossima  creazione, specializzato in film d’azione.

Ri-sintetizzo cio’ che vi ho gia’ spiegato: trattasi di un arrembante cineblog che esiste in un mondo parallelo in cui Crank 2 riceve lo stesso hype di Lasciami entrare, The Expendables viene atteso come se fosse il nuovo Scorsese e Ong Bak 2 come se fosse il nuovo Malick. E ho scelto voi perche’, oltre a stimarvi indipendentemente, siete le uniche persone che conosco capaci di trattare la materia in oggetto con eguali straordinari livelli sia di competenza che, soprattutto, di mancanza di vergogna.

Struttura: anarchico mix di news, recensioni, retrospettive, spunti e stravaganze estemporanee varie.
Impegno: quello che vi pare. Non ho particolari ambizioni, tranne vedere “se la’ fuori c’e’ qualcun altro come noi”. E che so, magari un giorno fare un concorso a premi in cui si vince il dvd di 
Triade chiama Canale 6

Titolo provvisorio: “I 400 calci”. 

Secondo titolo provvisorio: “Effetto botte” (da accompagnarsi con intensa foto di Steven Seagal dietro la macchina da presa sul set di Sfida tra i ghiacci). Il titolo definitivo sarà comunque salvo sorprese uno stupido gioco di parole su un noto film o pubblicazione d’essai, unica concessione che farò all’esistenza di un sedicente cinema “alto”. Per il resto né spocchia né ripicche, solo orgoglio e Q.I. sprecato. Accetto suggerimenti.

L’unico dubbio: sono sicuro che prima o poi mi verrà voglia di allargarmi come minimo all’horror, e/o all’exploitation in genere. Anche perché tutto quanto alla fine si unisce sotto il nume tutelare di John Carpenter. Quindi mi sa che in qualche modo lo farò, tanto bene o male credo non si devi più di tanto dalle vostre competenze.

Comunque, il mio piano è: entro lunedì circa apro io con un post/mission sui film più attesi del 2009, e da lì più  o meno capirete che aria tira.

Chiudo con le immortali parole di Edgar Wright: “Esistono due tipi di film: film belli e film noiosi.

Anzi, chiudo con le immortali parole di Van Damme: “I miei film sono internazionali. Tutti capisono uno schiaffo in faccia.

Domande?”

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La mail è del 13 gennaio 2009 ed è indirizzata a quattro persone: io, Dolores Point Five, Casanova Wong Kar-Wai e Jean Luc Merenda. Il mittente si chiama Nanni Cobretti, e al di là di qualche chiacchiera in chat credo sia esatto dire che è l’atto di fondazione di una delle cose più belle a cui abbia mai potuto contribuire. Il sito è andato online effettivamente pochi giorni dopo, si è deciso di chiamarlo “I 400 Calci”, e si è cominciato a scrivere. Non c’è voluto molto per scoprire che di gente come noi ce n’era davvero un sacco

È stato l’inizio di un sacco di cose, che elencare sarebbe anche stupido –e quasi tutte riguardano pezzi di vita che non hanno niente a che fare con lo scrivere. Il sito esiste ancora, è un punto di riferimento per il cinema action/horror. Quando aprì sembrava una cosa fuori da ogni logica, con un livello di nerditudine quasi insostenibile e tutta una serie di categorie critiche assurde. Credo che viverlo in prima persona distorca un po’ il mio giudizio, ma quando leggo di cinema mi trovo spesso a pensare quanto l’esperienza dei Calci abbia influito sul gusto, sul linguaggio e sulle idee di moltissima critica –anche e soprattutto quella più blasonata e snob.   

In questi giorni, se siete a Lucca Comics, potete acquistare in anteprima il primo Manuale di cinema da combattimento, edito da Magic Press, contenente una selezione di articoli del sito, inediti, illustrazioni di David Genchi e prefazioni di Roy Menarini e Leo Ortolani.  La copertina è disegnata da Marcello Crescenzi, e quella che trovate in questa pagina è la prima bozza –da lui gentilmente regalatami. Nell’attesa di poterlo sfogliare, mi chiedo quali saranno i contenuti selezionati, e quelli inediti –e mi spingo ad immaginarlo come un testo fondamentale per tutto quel che riguarda lo scrivere di cinema in italiano. 

Raffaele Alberto Ventura

“Cosa succede se un’intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare – o nella peggiore delle ipotesi mantenere  – la propria posizione nella piramide sociale, scopre all’improvviso che i posti sono limitati, che quelli che considerava diritti sono in realtà privilegi e che non basteranno né l’impegno né il talento a difenderla dal terribile spettro del declassamento? Cosa succede quando la classe agiata si scopre di colpo disagiata?” Raffaele Alberto Ventura scrive in giro. Qualche tempo fa ha iniziato a circolare un suo saggio intitolato Teoria della classe disagiata, che per la prima volta grazie a Minimum Fax arriva in una veste fisica. 

(nota: questo scambio è avvenuto lungo un periodo di mesi, il che significa che troverete nel testo riferimenti a cose successe “ieri” o “poco fa” che in realtà sono successe lungo l’estate)

Parto citandoti:

“Immaginate un’azienda che fabbrica un certo tipo di macchina in previsione di una domanda molto ampia. Si tratta di un gigantesco investimento, ma altrettanto gigantesco è il profitto atteso.

Immaginate poi che la previsione si riveli completamente sbagliata: la domanda si è contratta e le macchine non si vendono. Immaginate allora tutte queste belle macchine, oramai inutili, abbandonate nei magazzini. O svendute. Smontate. Distrutte.

Bene. Ora immaginate di essere una di quelle macchine.”

Ti racconto un paio di cose che mi sono successe questi giorni. La prima è che i giorni scorsi su FB qualcuno criticava un articolo, mi pare su Studio, in cui qualcuno scriveva di far parte della classe dei “freelance da 80 euro al pezzo”. Appena sotto, nei commenti, diverse persone si lamentavano che 80 euro al pezzo in realtà sono una cifra fantascientifica, da privilegiati assoluti, roba tipo “80 EURO? A ME A VOLTE NE DANNO 13 LORDI”. La settimana scorsa leggevo una domanda di lavoro sul sito di Aranzulla in cui chiede di collaborare con articoli da 10000 battute, ottimizzati per il SEO e formattati per WP, senza firma, 25 euro sporchi ad articolo. Questa mattina ho trovato su FB un giochino: vai nel sito dell’Irpef, metti il tuo stipendio e ti dice quante persone guadagnano più di te. Io ho messo il mio stipendio lordo -e a quanto pare sto nel 20% degli italiani che in questo momento guadagnano di più con il proprio stipendio. Letti così sono piccoli indicatori di un sistema che sta colando a picco, eppure il sistema non sta colando a picco, giusto? Sta perpetuandosi, in qualche maniera, tu e io siamo contentissimi di farne parte, nel nostro minuscolo. No?

No, assolutamente no. Questa cosa mica si perpetua: entro una generazione sarà tutto finito. Se qualcuno è (relativamente) contento è perché non si rende conto che prima o poi gli finiranno i soldi, che non potrà mettere su famiglia, se ha dei figli non potrà pagargli gli stessi lunghi studi che ha avuto lui, eccetera. Il sistema sta effettivamente colando a picco, ma noi abbiamo l’abitudine di credere che tutto si arrangerà. Quindi un po’ ci lamentiamo perché oggettivamente facciamo fatica, ma in fondo restiamo ottimisti perché non riusciamo a immaginare che le cose non si risolvano. C’è gente che a trenta, a quaranta, a cinquant’anni sta ancora aspettando di entrare in università col posto fisso, di sfondare come scrittore o musicista. Ed è così che partecipa a creare questo ecosistema assurdo in cui non c’è spazio per nessuno perché tutti accettando 80, 25 o 13 euro per articoli che in ore-lavoro varrebbero dai 300 euro in su. L’idea che ci sia un paiolo pieno di dobloni alla fine dell’arcobaleno è l’unica speranza che ci salva dalla disperazione, e nello stesso tempo incita questi comportamenti disfunzionali che dovrebbero essere considerati per ciò che sono: una specie di crumiraggio. Poi, certo, possiamo anche ammettere che la scrittura e la musica non sono altro che hobby, e allora tanto vale farlo gratis come fai tu su Bastonate: anche se Veblen, l’autore della Teoria della Classe Agiata che io cito sempre, ti direbbe che gli hobby sono dei “consumi posizionali” che permettono di valorizzarti in maniera indiretta, quindi alla fine sempre torniamo a questa competizione fratricida che lascerà sul campo le sue vittime. Conta che io sono emigrato, mi paga un’azienda straniera per lavorare in un ufficio e di quello vivo. Non so come vivi te, ma suppongo che non vivi di quello che scrivi (anche se nessuno vuole ammetterlo). Il punto è che una società evoluta ha probabilmente bisogno di gente che scriva (o faccia musica o pittura…) ma nessuna società può permettersi di avere solo gente che scrive o canta o suona: il problema è che visto che lo sviluppo industriale ci offre, assieme a tutto il benessere del caso, una quantità crescente di “lavori di merda” (è il termine tecnico usato da David Graber) per forza la classe media preferisce puntare tutto quello che ha nel tentativo di sfuggire a questo destino. Questo è essere contenti? Dici così perché non hai ancora letto il mio libro.

Però se ci fosse “scontento” ci sarebbe un sistema di resistenze, o l’accenno di un sistema di resistenze, o anche qualcuno che si lancia come “imprenditore di se stesso”, nuovi modelli editoriali, nuovi sistemi di pensiero, no? Cioè tipo il contrario di “contento” è “scontento”…

Forse c’è qualcosa a metà tra contento e scontento ed è: mi lamento in continuazione ma mi tengo stretto quello che ho, ma soprattutto mi tengo stretto il mio sogno. Per realizzare il quale dovrò (scusate) calpestarvi tutta quanti. Per questo ti parlavo di crumiraggio. Secondo me in Italia dovremmo avere delle griglie di salario minimo, anche solo indicative, anche a rischio di far fallire la metà delle aziende, anche a rischio che qualcuno lavori in nero: così almeno la gente capirebbe che non puoi lavorare a tempo pieno per seicento euro al mese, che il tuo sacrificio individuale è responsabile di una gara al ribasso. Il problema è che la classe media italiana fa troppo affidamento sulle sue riserve: paradossalmente è troppo ricca e questo interferisce sul mercato del lavoro. Molta gente crede di lavorare ma invece si sta comprando il lavoro. Al limite io posso anche capire il piccolo imprenditore che te lo propone, perché spesso sottopagare gli impiegati in fase di avvio o in tempo di crisi è l’unica condizione di sopravvivenza. Ma d’altra parte se le condizioni di sopravvivenza sono queste, a chi serve davvero questa azienda? Sta solo rubando ossigeno per inseguire, anche lei, un sogno. Nella cultura, al limite, è un’altra cosa: ammettiamo che non lo facciamo per i soldi e lavoriamo serenamente gratis o per quei pochi soldi che ci permettono di comprarsi i libri e i dischi di cui parliamo.

 

Hai in mente qualche modello virtuoso in mezzo a questo panorama? tipo qualcuno che citeresti in un manuale per risalire la china, o che so, qualche comportamento personale che ti sembra più corretto di altri?

Io ammiro molto quelli che si tirano fuori, a ogni livello del loro percorso. Quelli che hanno famiglie borghesi ma non s’iscrivono all’università. Quelli che iniziano e poi decidono che vogliono andare a fare i cuochi o i liutai. Quelli che fanno i figli a ventidue anni. Chi abdica, chi rifiuta. Papa Benedetto, ecco: lui è un modello incredibile al quale dovrebbero ispirarsi tutti i giovani italiani, quanto ho amato il suo gesto pazzo. Ma vedi bene che c’è un culto romantico anche in questo. E poi si tratta di scommesse rischiose, che non tutti si possono concedere. Oggi la cosa più ragionevole da fare è emigrare, che significa anche ricominciare da capo. Comunque non vorrei sembrare Oscar Farinetti che da consigli ai giovani. Ogni tanto peraltro qualcuno mi scrive e me ne chiede e io mi arrangio per non darne, oppure dico cose contraddittorie tipo “non credere ai tuoi sogni ma non credere a chi ti dice di non credere ai tuoi sogni”. In tutto questo si vede che la mia principale aspirazione sta diventando quella di scrivere libri sapienziali pieni di massime che ognuno può leggere come vuole.

 

Ti piace il boicottaggio? Mi capita spesso di pensare che sia passato di moda troppo in fretta. Ad esempio in certi microsistemi (ad esempio quello delle riviste pop italiane) potrebbe dare certi risultati: non leggere gli articoli su riviste che non pagano o malpagano, ad esempio. Tra l’altro il boicottaggio si lega a una delle mie ossessioni ideologiche, quella di scopare -cioè non si boicotta, non si fa muro su niente, perchè chi fa muro dà l’idea di uno che non scopa. Quindi lì in Francia è diverso? Le cose funzionano più correttamente?

Secondo me è un po’ inutile inventarsi metodi di lotta se, di base, il problema è che lottare non interessa a nessuno. Il boicottaggio non sarebbe necessario se non ci fosse, di base, l’omertà. Nessuno vuole boicottare nessuno perché per farlo dovrebbe prima ammettere di non essere pagato, e allora sarebbe d’un tratto meno credibile quando si presenta come “scrittore”. E qui torniamo al problema che giustamente sollevi te, quello di scopare. Anche se personalmente non credo che presentarsi come scrittori serva davvero, suppongo che molti credano che il mondo giri così e quindi si sbattono tantissimo per ottenere un po’ di capitale sociale ma in realtà passano le serate a commentare su Facebook come tutti. In Francia è diverso? In Francia esiste un’economia, un mercato del lavoro, cosa che in Italia praticamente non c’è più. Il lavoro si trova anche se magari non è quello dei tuoi sogni (che non esiste). Poi certo, più sali nella piramide dei posti prestigiosi più c’è la coda per entrare, salari più bassi ma dignitosi, molto stress, eccetera. E il mondo culturale mi pare molto rigido, non è come in Italia che da outsider puoi fare la scalata come abbiamo fatto un po’ con Prismo.

(Però comunque non scopa nessuno, perché la verità è che abbiamo tutti troppe paranoie per stare bene con gli altri. Forse qualcuno riesce a scopare dopo avere bevuto tantissimo e avere perso tutte le sue inibizioni, ma a quel punto nemmeno se lo ricorda. Ma sinceramente non ho molta esperienza su questo argomento.)

Vedi, il punto è che il grande trauma del lavoratore culturale è convincere se stesso e il mondo che il suo non è un hobby ma appunto un lavoro. Quindi nel momento in cui rivendica pubblicamente che non lo pagano, o lo pagano male, sta praticamente mostrando al mondo che il prestigio che pensava di avere è solo una sofisticata illusione. E in fondo spesso a lui interessa più la moneta simbolica che la moneta sonante, anche perché gli hanno fatto capire che la sua bancarotta simbolica rischia di trasformarsi in bancarotta sonante.

Una cosa che c’entra poco. Nel momento in cui scrivo questa domanda sembra stiano sgomberando contemporaneamente Crash e Labas, cioè quasi tutto quel che era rimasto a Bologna (XM24 ha i giorni contati, si dice). La cosa si lega al nostro discorso se prendiamo in considerazione il progetto che si dice essere alla base degli sgomberi, cioè l’idea di realizzare un polo medioborghese che sia gestito su criteri di eccellenza territoriale, una sorta di rebranding che ha l’obiettivo di rendere Bologna una specie di punto vendita Eataly con 500mila dipendenti. Questa cosa sta succedendo un po’ in tutta Italia (anche Torino fa parecchio parlare di sè), e al di là delle pure e semplici questioni di casacca, quello che mi fa più strano è che dal punto di vista economico/urbanistico e in generale di spirito del tempo mi sembrano dei progetti del cazzo. Sembrano mirati alla coesistenza tra ultracapitalismo rampante anni ’80, elogio della piccola impresa e sostenibilità del territorio, che ideologicamente mi sembra una coesistenza impossibile già per principio, e oggi sembra quasi una barzelletta… no?

A me pare interessante notare che molte esperienze culturalmente interessanti degli ultimi decenni siano nate fuori dalla legge, se non contro la legge: prova che le norme che regolano gli spazi pubblici (igiene, fiscalità, stupefacenti, SIAE, eccetera) non sono più adatte alle forme attuali della società. Probabilmente i costi fissi per chi gestisce un locale sono troppo alti e quindi sopravvivono solo quelli che fanno gli spritz a dieci euro. Quindi è ovvio che appaiano forme di resistenza di vario tipo, che durano fintanto che non vengono sanzionate, riassorbite o recuperate, forse anche perché hanno raggiunto una certa “massa critica”, diventano troppo visibili, troppo concorrenziali o troppo fastidiose per il vicinato. Se posso permettermi di essere ottimista, direi che se c’è una certa domanda sociale prima o poi le città sapranno produrre spontaneamente nuovi spazi di convivialità. Ma d’altra parte è vero che da parte delle amministrazioni si nota una certa ottusità, tipica dell’ideologia del “no degrado” e della legalità, o più precisamente del legalismo. Ti ricordi quello che diceva Cristo del Sabato, e dunque della Legge, vero? Non sono gli uomini a essere fatti per il Sabato, ma il Sabato per gli uomini. E ugualmente la Legge. Se la legge porta a conseguenze deplorevoli per la società intera allora sarebbe perlomeno opportuno cambiarla.

 

Queste cose in Francia come sono? Locali, situazioni eccetera

In Francia queste complicazioni economiche e legali sono compensate da una pioggia di finanziamenti e una pianificazione forte, per cui (almeno a Parigi) la domanda di socialità e di vita culturale viene pressapoco soddisfatta senza bisogno di trovare altre strade. Dico Parigi ma in realtà dovrei parlare di Parigi centro, e in generale dei consumi della classe agiata e disagiata, cose che spesso finiscono comunque per costare, ma se vai nelle periferie ovviamente le cose cambiano. E infatti nei casermoni della Courneuve o di Saint-Denis gli spazi di socialità vengono reinventati dagli abitanti e questo anche a margini della legge, creando delle “zone temporaneamente autonome” indifferenti al diritto (penso allo spaccio) o alle consuetudini della borghesia inurbata, pratiche con cui gli immigrati si riappropriano dello spazio nel quale sono stati relegati.

 

Di solito, non so se è una caratteristica di qui, questo tipo di occupazione (dovrò pure usarla una parola) trova una sorta di legittimazione automatica per il fatto di avere a che fare con la “cultura”. questo sia in positivo che in negativo: se un posto “fa cultura”, qualunque cosa significhi, sente il dovere di puntualizzarlo quando elenca le sue ragioni. Questo vale sia per il micro-squat di periferia sgomberato senza colpo ferire che per il locale storico a cui da anni la legge imponeva di mettere in regola l’impianto elettrico, più tutti quelli che ci stanno in mezzo. Per il mangiare e il bere, ad esempio, questa cosa non è così orizzontale o automatica. C’è stata la storia degli sgomberi torinesi, poi boh -ho sentito che certa gente per un certo periodo occupava una via, mi pare a Genova, e cucinava la pasta per i passanti. Per cui c’è questa idea secondo cui “la cultura”, quasi tutta, è povera/indigente ed è supposta poter sopravvivere così, al limite della legalità. Mentre che ne so, il cibo o il giardinaggio riescono ancora a sostenersi nel mercato, e quindi lì devono stare. mentre all’atto pratico per esempio qui in Romagna ci sono tantissimi ristoratori che per evitare il salasso di costi fissi e simili prendono in gestione gli ex circoli di partito, si mangia con la tessera Arci o Endas e ci sono diverse agevolazioni -non so manco bene di che tipo. E questi sono gli stessi posti che fanno anche i concerti. Tra le altre cose quando prendi in gestione di un circolo non ti interessa se il circolo è repubblicano o comunista, prendi quello che c’è -con la tessera che ti obbligano a prendere. quindi in questo caso il superamento istituzionale è duplice in qualche modo -istituzionale e partitico, quelli che vanno a mangiare al Pancotto di Gambellara (RA) non è che guardano a che tessera bisogna fare. C’è una guerra del cibo in vista?

Beh ma Slow Food fu proprio questo, un modo di convincerci che mangiare bene, diciamo pure il lusso a tavola, fosse una cosa culturale, quindi di sinistra, impegnata. Il che poi non è mica falso, è ovvio che il cibo è cultura e in modo persino più fondamentale di un libro, perché crea legami sociali, trasmette una storia. Ma a questo punto tutto è cultura e quindi il problema diventa amministrativo: che cosa dobbiamo agevolare, su cosa si devono pagare meno tasse? E poi perché su certe cose si dovrebbero pagare meno tasse? La ragione, come forse sai, è che gli economisti negli anni Sessanta (penso a William J. Baumol e William G. Bowen) avevano scoperto che certe attività economiche (per esempio gestire un teatro) non si sostengono da sole perché non hanno economie di scala. Quindi il loro costo relativo tende ad aumentare mentre i costi di tutto il resto diminuiscono grazie all’industrializzazione. Quindi se non vogliamo che i teatri spariscano, dobbiamo sovvenzionarli o comunque aiutarli. Il problema è che oggi, in tempo di crisi, ci accorgiamo che a causa di questo pasticcio delle economie di scala la quantità di attività che fanno fatica a sostenersi da sole aumenta. Quindi aumentano i prezzi, oppure si ricorre all’evasione fiscale, oppure ci si costituisce come associazione, o si trovano altre strade. Non è solo una guerra del cibo, è una guerra generalizzata, che sta svuotando le strade dei centri storici e spingendo altrove la vita. Ma la vita suppongo che trovi sempre nuovi modi di produrre la sua cultura, se non sarà nei centri storici sarà negli androni dei palazzi.

 

Hai visto la foto del poliziotto che accarezza la rifugiata a Piazza Indipendenza?

Si, e non capisco perché tutti si commuovono, perché alla fine è un poliziotto in tenuta antisommossa che sta mettendo le mani in faccia a una povera crista che probabilmente non ha chiesto niente. È viscido e paternalista, certo molto meno grave di tutto il resto ma non ci trovo nulla di commovente. Evito di dilungarmi sulle critiche per il modo assurdo in cui è stata gestita questa cosa, sempre in nome di questo legalismo inteso come valore assoluto che dovrebbe giustificare ogni ricorso alla forza, peraltro legalismo che irrompe in un contesto ampiamente degradato proprio nel vuoto di legalità, nell’abbandono, nell’incompetenza delle istituzioni. Qui ci sarebbe da citare Sciascia, che a proposito della linea della fermezza all’epoca del caso Moro fece notare che l’Italia ha questo strano modo di “levarsi forte e solenne” occasionalmente dopo avere magari per decenni “coltivato la corruzione e l’incompetenza”… Però mi permetto d’incrinare un po’ questa narrazione che ci fa sentire tutti più buoni citando un commento intelligente di un ragazzo, forse un po’ casa-poundiano, che ho letto su facebook: lui dice che di sgomberi come questi ce ne sono sempre e da anni, che lui in una casa occupata ci è cresciuto coi genitori, ma che l’opinione pubblica si sveglia e s’indigna solo quando sono dei migranti. Che ne pensi? Ora, lasciando stare che lo status di rifugiato è uno statuto speciale (per giunta da un ex colonia!) che merita un’attenzione particolare, questo commento piuttosto risentito forse attira l’attenzione su quella che viene percepita come un’ingiustizia e sarebbe stupido ignorarlo. La questione del diritto alla casa è ampia e dolorosa, e d’un tratto questo sgombero particolare attira tutte le attenzioni. Ipocrisia della sinistra? Non credo. A me pare che, di nuovo, ci sia la responsabilità dei media, che di fronte a una situazione del genere intuiscono la “notiziabilità” (e quindi la divisività) di una situazione del genere, rispetto ad altre, imponendo questa agenda di scontro di civiltà che (nel caso specifico) ha il merito di attirare la nostra attenzione su una certa ingiustizia, che sicuramente in questo modo verrà in qualche modo riconosciuta e risarcita, ma il demerito di polarizzare le posizioni e rendere ancora più pervasiva la narrazione dello scontro di civiltà.

Sul commento forse-casapoundiano penso che in realtà tutto il discorso de “prima gli italiani” mi ha sempre suonato più come un concetto puro che non resisterebbe allo studio dei casi. Perchè gli italiani che dovrebbero venire “prima”, nell’ottica dei benestanti di cui sopra, sono perlopiù zecche, straccioni e altre categorie di gente che se ne approfitta, e va benissimo parlarne in senso astratto se vogliamo, ma se per assurdo succedesse che tutti gli immigrati venissero uccisi per regio decreto entro il 31 dicembre ’17, il primo gennaio 2018 comincerebbe la caccia agli accattoni (meridionali o che so io). Personalmente  quindi la vedo più in termini di odio di classe che di scontro di civiltà, e del resto la stessa Casa Pound (per il poco che ne so) ha un modo molto borghese ed equilibrato di stare a destra.

Per quanto riguarda la responsabilità dei media, sbaglierò a metterle in correlazione ma tutto questo ritorno in pompa magna dell’odio destrorso verso i meno-qualcosa è contemporaneo alla tendenza dell’industria dell’informazione di costruirsi dal basso. Mi viene quella scena di Bowling For Columbine in cui l’operatore freelance dice che tra il benestante arrestato in un palazzo di Downtown LA e un nero con la pistola a Compton andrà sempre a filmare quello con la pistola. 15 anni dopo è ancora più bizzarro perché per esempio la foto del poliziotto che accarezza la signora a Piazza Indipendenza si inserisce benissimo in questa idea di dover creare un contenuto che abbia potenziale iconografico (tra l’altro la stessa gag dello spot Pepsi su Black Lives Matter), bipartisan o no, politicamente impegnato o no, e che il risultato finale sia una tendenza naturale ad un certo tipo di nazionalismo/classismo becerissimo.

Cercando di mettere tutto assieme, è come se fosse tutto pervaso di questo strano ottimismo tossico che viene quasi sempre e quasi solo dal basso. volendo mettere tutto assieme, i quotidiani rimbalzano contenuti user-generated che mostrano Momenti Di Piccola Poesia dentro il dramma umano, ad uso e consumo di un pubblico che è composto perlopiù da persone erroneamente convinte di non far parte di quelle classi che vengono sgomberate. Che ne dici?

No ma noi mica finiremo così. Finiremo peggio. Senza batterci e forse senza nemmeno soffrire.

Una cosa che non c’entra col resto

L’altra sera Christian Raimo è andato ospite al programma di Belpietro, ha piantato una gran cagnara, ha agitato dei cartelli scritti a mano, e il giorno dopo ha scritto una cosa sui social. Se n’è parlato molto, può darsi che abbiate un’opinione su questa cosa (io ne ho una ma non è l’argomento di questa cosa). A seguito della cosa che ha postato Raimo, mi sono guardato la puntata di Dalla Vostra Parte

Il casino con Raimo è partito per il fatto che Sallusti, in diretta TV, ha espresso sgomento per il fatto che per diversi giorni ci sia stato, da parte degli organi di informazione, un pudore molto sospetto che impediva di dire apertamente che gli stupratori di Rimini erano neri. A un certo punto ha parlato di probabile “boldrinismo”. Poi è finito tutto in urla e cartelli e vabbè. 

Io francamente non ho sottomano i giornali dei giorni scorsi, ma stamattina ho letto un articolo di Repubblica, firmato da Vladimiro Polchi. Il titolo: 

“OGNI GIORNO UNDICI STUPRI, IN QUATTRO CASI SU DIECI L’AUTORE È STRANIERO”. 

L’ho visto condiviso su Twitter con lo stesso titolo: “ogni giorno undici stupri, in quattro caso su dieci l’autore è straniero”. Cosa ci dice un titolo così? Che ogni giorno ci sono undici casi di violenza sessuale, e che quattro o cinque di questi casi l’autore dello stupro è uno straniero. Giusto? Ok. Francamente, così a naso, pensavo di più. Così mi sono messo a leggere l’articolo, ed effettivamente i dati sono impressionanti. L’articolo inizia così: 

“Quasi 11 stupri al giorno, quattromila ogni anno. Più di un milione di donne colpite in Italia.” 

Andiamo di matematica: 11 stupri al giorno, effettivamente, vuol dire 4015 stupri in un anno non bisestile. Bravissimi. Il problema è il “più di un milione di donne” che viene dopo. O più precisamente: 

Secondo l’Istat, un milione e 157mila donne avrebbero subito una violenza sessuale nel corso della vita, tra stupri e tentati stupri.  

Un milione e 157mila donne diviso per 4015 fa circa 288. Vale a dire che se continuassimo a stuprar donne con una media di 4015 casi all’anno, ci metteremmo 288 anni ad arrivare a un milione. A quanto ne so l’aspettativa di vita degli esseri umani è di circa 80 anni, il che può voler dire due cose: ci siamo dati una regolata e stupriamo un quarto di quanto stupravamo fino a qualche tempo fa, o uno dei due dati non è attendibile. Il milione di donne che ha subito violenza, però, a me sembra attendibilissimo: vuol dire grossomodo una donna su trenta. Secondo me sono anche di più. 

Poco più sotto Polchi chiarisce. 4000 sono gli stupri denunciati. 2333 nei primi 7 mesi del 2017, leggerissimamente in calo rispetto ai primi 7 mesi del 2016. Il resto dell’articolo definisce, grossomodo, come sono divisi questi stupri. Il riassunto di tutto: in quattro casi su dieci, l’autore è uno straniero. Voglio dire, il titolo dell’articolo è il riassunto dell’articolo, giusto

No. 

Intanto perché, appunto, ogni giorno non vengono stuprate 11 persone. Non sono informatissimo sulle statistiche che riguardano le violenze sessuali, ma direi che le donne che amiamo di più stuprare stanno, la butto lì, tra i 12 e i 58 anni. Probabilmente, dal punto di vista statistico, di tanto in tanto ci piace violentare una bambina di 7 anni o una donna di 65 anni, ma direi che gli anni di età di una donna che subisce una violenza sessuale sono, in grossa parte, circa 40. Se dividete il dato Istat per 40, viene fuori che ogni anno vengono stuprate 28925 persone (ho qualche pudore a dire donneperché negli anni novanta vidi Rivelazioni). Che significa mediamente 80 persone al giorno, non 11. Non è una differenza da poco: vuol dire che il titolo di Repubblica è molto ottimistico. Se uscite la sera e pensate di avere N possibilità di venire stuprate, in realtà le possibilità sono otto volte N. Lo stesso articolo, giustamente, puntualizza più volte che il dato derivante dalle denunce non è esaustivo e che “Il fenomeno però è lontano dall’essere fotografato con chiarezza”.  

Ma quanti di questi stupratori sono stranieri? Stando al titolo dell’articolo, quattro su dieci. Cioè, se correggiamo il dato iniziale, ieri 32 donne sono state violentate da stranieri. Però, per prima cosa, il titolo non chiarisce quante di queste siano italiane. La confusione probabilmente non è voluta. Verso il fondo dell’articolo si trova il dato: il 61% degli stupratori, e il 68% delle vittime, sono italiani. Vuol dire che al netto di tutto, c’è una forbice del 7% di donne italiane stuprate da uomini stranieri.

Cosa vuol dire questo? Dipende da come si leggono le statistiche, e da come si leggono i titoli dei giornali. Ad esempio, se sei una donna italiana e sei preoccupata per la tua sicurezza, può voler dire che stando agli aggregati, hai da temere per il 93% di incontrare uno stupratore italiano e per il 7% di incontrare uno stupratore straniero. 

È un discorso intrinsecamente razzista. Il titolo, che –ripeto- secondo me è in buona fede, sottende tante cose, alcune delle quali abbastanza ridicole. Ad esempio che tra uno stupro compiuto da un algerino e uno stupro compiuto da un bolognese, quello dell’algerino sia più grave, per il motivo che –boh- li ospitiamo a casa nostra e dovrebbero farci il favore di stuprarsi le loro connazionali. Non c’è molto spazio per i dettagli, ad esempio un certo numero di vittime rumene rispetto al numero di stupratori rumeni (che vengono stuprate da qualcun altro). Ma è bello anche pensare a cosa sta dietro al dibattito, tipo “difendere il diritto delle vittime italiane a subire violenze sessuali solo da italiani”. 

Poi nell’ultimo paragrafo le dichiarazioni di Lella Palladino vanno in una direzione diversa: tutto quello che non viene denunciato, che secondo i conti sopra conterebbe per l’80% circa del totale, andrebbe a cambiare completamente i dati: sono i dati della violenza domestica, quasi sempre sessuale, in cui gli italiani sembrano essere decisamente lanciati. E che quindi, grossomodo, tutte le percentuali di cui abbiamo letto sopra sono totalmente sbagliate e hai perso tre minuti di tempo a leggere un articolo. Tanto per dire, se sei una donna italiana che legge l’articolo e sei preoccupata per la tua sicurezza, uno dei modi più efficaci di evitare di essere violentata è non sposarti. 

Ci tengo a ribadirlo: non conosco nessun dato ufficiale, commento un articolo sulla base dei dati contenuti nell’articolo stesso. E non sono un giornalista, non ho idea di come vengano fatti i titoli, di quali siano le priorità di chi. L’articolo parla di una cosa abbastanza precisa: qui in Italia ci piace molto violentare. Uso la prima persona plurale perchè siamo perlopiù io e voi, maschi italiani, ecco. Ma anche volendo assolverci, un articolo di questo tipo credo dovrebbe intitolarsi 

“Ogni giorno ci sono ottanta stupri e solo undici di questi vengono denunciati”. 

O al limite

“Ogni giorno 11 stupri. In quattro casi su dieci l’autore è straniero. No, scherzo.”. 

Ma naturalmente è meglio mettere in croce gli immigrati, che va bene tutto ma mi raccomando non facciamoci dare dei buonisti da Sallusti. 

Un approccio più borghese al problema dell’okkupazione a BOLO vez

I primi di aprile la Pepsi si trovò costretta a ritirare il suo ultimo spot per via de “l’ira dei social”, come la chiamano i giornali. Lo spot metteva in scena una manifestazione per i diritti civili, dalle forte connotazioni razziali: Kendall Jenner sta posando per un servizio su un lato della strada, si toglie la parrucca, si unisce alla manifestazione, guadagna le prime file, offre una Pepsi a un poliziotto in antisommossa, tutti sorridono si abbracciano e gridano olé. È un videoclip talmente assurdo e sbagliato da sembrare un documento importantissimo della nostra epoca, come se fosse riuscito ad unire l’impeto gradasso da multinazionale anni ottanta a quell’estetica del montaggio serrato anni dieci, alla Romain Gavras. Il dibattito sulla cultural appropriation fino al giorno prima era tre livelli sotto. Ecco, Kendall Jenner che offre la Pepsi al celerino è la prima cosa a cui ho pensato quando ho visto questa foto qui sotto, scattata la mattina dell’8 agosto a Bologna.

Il presente della Bologna occupata è piuttosto grigio. Ieri mattina (l’8 agosto è una data abbastanza significativa in città) la questura ha eseguito lo sgombero in contemporanea di Crash e Labas, due delle pochissime realtà autogestite rimaste in città. Al Labas sono seguiti scontri, di cui s’è vista qualche foto e qualche video. Stamattina prendevo il caffè al bar e ho letto l’articolo a commento sulla Stampa, firmato da Alberto Mattioli. L’articolo si intitola “La città dell’eterno Settantasette resta senza spazi occupati”. Nel contesto generale dell’informazione italiana è un articolo abbastanza standard, ma alla fine mi sentivo come dopo aver guardato lo spot della Pepsi: c’è una visione del mondo che esce fuori dall’articolo e che –pur essendo completamente irragionevole- sembra essere la base del dibattito di oggi. Mi permetto di copiare alcuni spezzoni e di mettere qualche riflessione mia, a volte legata e a volte no.

Adesso c’è chi evoca il fantasma del Settantasette, con i carri armati di Kossiga che scendono per via Zamboni. Esagerati. Però ieri mattina, in via Orfeo, centro quasi pieno, è stata guerriglia. La polizia è arrivata in forze per sgomberare il Làbas, centro sociale che occupa(va) l’ex caserma Masini, adesso di proprietà della Cassa depositi e prestiti che vorrebbe venderla.”

L’inizio è già piuttosto travolgente perché mette in scena una premessa, un modo di pensare che è spesso inconscio ma diffusissimo anche tra di noi, quell’atteggiamento un po’ blasé verso gli scontri di piazza. La premessa secondo cui sì forse c’è qualche isolato focolaio di protesta boh sì dai anche legittimo se vuoi ma questo non è né il Venezuela né il 1977, la polizia ha smesso da tempo la forma mentis intimidatoria e anticomunista e la base sociale abbia perso da tempo qualunque ragione di tirar su barricate. Nell’articolo sono presenti diversi riferimenti a questo tipo di sufficienza.

Sul fronte politico, il sindaco Pd, Virginio Merola, ieri in Sardegna, si chiama fuori: l’operazione è stata decisa dalla magistratura e attuata dalla questura, quindi «non ho titolo per interferire». Però promette «una soluzione alternativa» per il Làbas. Dall’opposizione tuona Lucia Borgonzoni, la sfidante leghista di Merola: «Il problema è che in Comune gli occupanti sono interlocutori più considerati di chi paga le tasse». 

Questo passo non è tanto significativo di per sé, quanto per il fatto che né le frasi di Merola né quelle della Borgonzoni sono commentate nell’articolo. Entrambe le dichiarazioni sono piuttosto stupide, tuttavia: la Bergonzoni definisce “interlocutori privilegiati” dei tizi che nelle stesse ore stanno venendo sgomberati a manganellate. Merola dichiara pubblicamente una cosa molto più grave, le cui implicazioni sono potenzialmente infinite: la sua amministrazione non ha alcun potere sulle questioni legate agli immobili della città. Questo tra l’altro è lo stesso atteggiamento di repressione-non-repressione che Atlantide e XM24 denunciano da anni: i referenti teorici dell’amministrazione che mischiano disponibilità al dialogo e declinazione-di-ogni-responsabilità per rendere il confronto inutile in maniera sistematica. Come a dire: io con voi ci parlo anche ma se poi arrivano coi manganelli non è colpa mia. Se un sindaco non viene interpellato e non ha responsabilità alcuna in merito agli sgomberi nella città da lui amministrata, in cosa consiste di preciso la sua autorità? Perché si dovrebbe spendere tempo soldi ed energia per votarlo?

Qui però bisogna intendersi. Perché il Làbas era un centro sociale «buono», che offriva attività culturali, un laboratorio per i bambini, un mercatino biologico e un letto a qualcuno che non l’ha (a proposito: da ieri, sono a spasso una ventina di migranti in più). Ne parlava bene perfino l’ex presidente del quartiere, Ilaria Giorgetti, ed è una notizia perché la signora è di Forza Italia. (…)  Conferma Bruno Simili, vicedirettore della rivista del «Mulino», grande patrimonio culturale bolognese: «Il Làbas non va confuso con i gruppuscoli che cercano visibilità occupando spazi nella speranza di farsene buttare fuori. È, o era, un luogo frequentato anche dalla borghesia del quartiere».  

È nel momento in cui l’articolo prende le difese di uno dei posti che inizia a delinearsi davvero lo scarto tra un mondo e il racconto di quel mondo.

Se avete seguito gli sgomberi di ieri avrete notato che lo sgombero del Labas ha fatto molto più rumore di quello, contemporaneo, del Laboratorio Crash. Questo nonostante il Crash sia presente e attivo in città da molto più tempo del Labas. La ragione principale è che il Labas era considerato da moltissimi un esempio virtuoso, positivo, di occupazione. È questa la principale tematica oggi, la contrapposizione tra virgolette ideologica di due modi di occupare. Da una parte ci sono quelli CATIVI, i covi strapieni di fancazzisti fuorisede che a casa loro col cazzo che occuperebbero una caserma dismessa, quelli con le pulci e la musica alta in cui se entri ti iniettano l’eroina con le siringhe usate contro la tua volontà –e che a quanto pare, per Simili, mettono in piedi tutto questo ambaradan solo per farsi menare dai poliziotti. Dall’altra ci sono i BUONI, quelli che mettono in scena un modello di occupazione all’insegna del pensare positivo e vagamente new age (che credo si risolva fondamentalmente nel mercatino bio, dove persino LA BORGHESIA si degna saltuariamente di metter piede).

È una distinzione stupida. Lo è sia nelle premesse che nell’evidenza empirica.

(Io sono un borghese, comunque. Impiegato con titolo di studio, possiedo una casa e un’automobile, ho figli, bevo il cappuccino al bar e a volte leggo pure La Stampa. Non sono mai stato al Làbas, anche se in diversi me ne hanno parlato benissimo; ho messo piede diverse volte negli altri squat della città, che in quelle serate specifiche smettevano di iniettare la droga ai presenti e offrivano attività culturali per borghesi disposti su tutto lo spettro politico, tipo i concerti. Lo so che è un’ovvietà, lo dico solo per far capire che il tessuto sociale di una città e delle realtà che lo compongono è COMPLESSO. Lo so che è dura parlarne fuori dall’accademia, ma qualcuno deve pur farlo.)

La narrativa del “bene i centri sociali buoni e male i centri sociali cattivi” è come quella del “bene gli immigrati che vengono qui per lavorare, male quelli che vengono qui a rubare stuprare o grattarsi il culo”. È una narrativa che si basa su un presupposto: i csa (o i residenti extracomunitari) sono corpi estranei alla vita sociale di una città, a cui dev’essere imposto di guadagnarsi una legittimazione coi fatti o andarsene fuori dalle palle. Questo presupposto se si parla di Bologna è particolarmente paradossale: è un dato di fatto che da circa mezzo secolo moltissime delle più importanti/vive/attive/riconosciute manifestazioni culturali della città si riconducono a spazi autogestiti. Ma anche in generale, se si accetta questa premessa, se ne può discutere solo in due modi: da ignoranti, o in malafede. E alla prova dei fatti, quando è ora di procedere agli sgomberi non sembra che le autorità competenti facciano molta distinzione tra Làbas e Crash. Nonostante la corsa ai distinguo delle autorità non-competenti, tra cui appunto il sindaco.

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C’è un’idea alternativa che viene fuori quando questa storia la racconta chi gli spazi li occupa. È quella di un folle e mastodontico progetto per la riqualificazione di Bologna, secondo il quale la città ha la concreta possibilità di diventare una specie di scicchissima San Gimignano da mezzo milione di abitanti. È un progetto che passa attraverso la ripulitura di interi quartieri strategici, tipo la zona dietro la stazione –da cui appunto origina l’esigenza di radere al suolo l’Ex Mercato, che resiste da anni ad una fine già scritta (celeberrimo il muro di Blu, a cui seguì la famosa cancellazione dello scorso anno)- e si fonda sull’idea di trapiantare tutto il sottobosco abbestia bolognese (il quale, sia chiaro, non si limita a due spazi occupati, ma a tutto il tessuto sociale meno abbiente) al di fuori delle mura della città. All’interno di questo progetto di ingegneria sociale, di gentrificazione pilotata dall’alto, il dibattito non è tanto sulla presunta legittimità degli sfratti, degli espropri e degli sgomberi. Su quelli sono più o meno tutti d’accordo. Il dibattito è se non si possa riconcepire in senso sociale esperienze “esemplari” di organizzazione dal basso come il Làbas, ed è impossibile capire cosa significhi di preciso “soluzione alternativa” nella lingua della giunta Merola, ma immagino che qualcuno stia pensando a una specie di quasi-Làbas di diretta emanazione comunale, magari sponsorizzato Eataly (o Pepsi), ancora più ben visto dalla borghesia locale.

Se si ragiona in questi termini il discorso è finito molto prima di iniziare. Se si ragiona in questi termini il Làbas diventa buono perché ha manifestato il desiderio inconscio di adeguarsi al new deal della Bologna grassa dotta e rosa pallido, e da quel poco che so del Làbas non c’è niente di più distante dal vero. 

È ragionevole pensare che questo progetto fallisca, e che lo faccia dal loro punto di vista (quello dei dividendi, dell’indotto eccetera). Per quanto riguarda quelli che vengono sgomberati, credo che siano da tempo i più lucidi e consci di quale sia la loro posizione all’interno delle dinamiche di potere, i discorsi sulla solidarietà e le priorità politiche dentro le mura della città. In questo penso che davvero Bologna sia in qualche modo un esempio, un’avanguardia. L’aggressiva politica del riqualificare tutto e del correre incontro a un’inesistente classe media, per citare John D. Raudo, passa attraverso un drammatico strappo tra i cittadini e la città, nel senso istituzionale del termine.

Adesso c’è da pensare a domani e ognuno lo farà sulla base di quello che si sente. Gli scambi successivi tra Merola (il quale, non avendo alcuna autorità, non si capisce perché continui a entrare nel merito) e il Làbas suonano già piuttosto grotteschi. Lascio un link, se volete tenervi un po’ aggiornati (ci sono appuntamenti, ci sono aggiornamenti, eccetera). La foto sopra è stata pubblicata dal Labas, più o meno in contemporanea allo sgombero. Non so chi l’abbia scattata, se qualcuno me lo dice metto i credit.

Una cosa su OK Computer

Double Dragon alla Tommaso Gulli (Ravenna8Bit)

Per un sacco di tempo ho pensato che No Surprises si chiamasse Lucky. Ho comprato il mio primo lettore CD un annetto dopo l’uscita di OK Computer; Nicola mi masterizzò il CD e io sbagliai a copiare i titoli delle canzoni sulla copertina. “Bellina la 10, come si chiama? Lucky.” La mia canzone preferita di OK Computer inizialmente era Lucky, e mi piaceva molto anche quella dopo Lucky (cioè Lucky, appunto). Di lì a poco mi abituai a utilizzare il CD come formato standard, e questo fa sì che per la maggior parte degli album usciti tra la fine degli anni ’90 e la prima metà degli anni 2000 le mie canzoni preferite di un dato disco siano “la uno”, “la tre”, “la sette” e via di questo passo.

(non so se avete mai notato che nei dischi rock la sette è spesso una delle canzoni più belle)

Poi ho continuato ad ascoltare OK Computer, che è il mio disco preferito dei Radiohead (secondo posto The King Of Limbs, terzo posto non pervenuto). Da una decina d’anni la mia canzone preferita è Let Down, perché Diego la suonava per ultima, in chiusura ai dj-set anni ’90 che facevamo assieme. Una volta mi raccomandai: “mi raccomando chiudi con la 5 di OK Computer”.

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(l’immagine è di ravenna8bit, il mio account instagram preferito)

Completamente sold out (secondo la questura)

La scorsa settimana è uscito questo pezzo su XXX in cui YYYYY (un giornalista di  musica italiano che da mesi/anni è impegnato in una crociata contro il cosiddetto indie italiano) spiega perché il sold out dei Thegiornalisti al Forum di Assago è sostanzialmente una truffa. Non voglio entrare nel merito del pezzo: non mi piacciono né YYYYY né i Thegiornalisti, e hanno entrambi questo terribile difetto di non poterli evitare –nel senso, sui social non si può sapere chi ha scritto il pezzo prima di pubblicarlo, giusto?  Ok. E i singoli dei Thegiornalisti li senti pure al supermercato. E poi c’è il discorso dell’hatefuck, leggere qualcosa che sai già che ti starà sulle balle, così, per rinvigorire un po’ il senso di disgusto e sentirsi ancora vivi. Però vi spiego com’è l’esperienza della lettura di un articolo del genere, per me.

Inizia che arriva un tizio, ad esempio su Facebook, e dice una delle seguenti frasi: 

“COMPLETAMENTE D’ACCORDO”

“Articolo del cazzo”

“Beh, e allora?”

“Di solito detesto YYYYY ma in questo caso sono del tutto d’accordo con lui”

Io entro e apro il link, solitamente sul telefonino. Sul sito de XXX la prima cosa che mi compare è l’articolo, probabilmente per titillarmi. Si chiama “Completamente sold out stocazzo: così un gruppetto può riempire uno stadio”. Il che tutto sommato mi sembra un titolo invitante. Poi compare un bannerone a mezza pagina in cui il sito XXX mi chiede di seguirlo su facebook, così da evitare –immagino- di dover aspettare che qualcuno lo condivida la prossima volta. Il banner cambia forma dopo qualche secondo, più o meno nel momento in cui sto cliccando sulla croce nell’angolino –magari è il mio telefono che fa questo trick, ma a volte è così che si diventa fan di una pagina FB di cui non vuoi sapere assolutamente un cazzo. Dopodiché inizi a leggere il pezzo: titolo, occhiello, una foto con messaggio pubblicitario in sovraimpressione. Scrolli in basso e ci sono altre due schermate di pubblicità, al che in genere perdo la pazienza. Per me “perdere la pazienza” vuol dire che devo copiare il link da Facebook su Safari per iphone, o cliccare su “apri su Safari”. Perché lo faccio? Per leggere il sito XXX in modalità Reader, cioè l’opzione di Safari con cui pulisco il sito da tutta la merda e leggo soltanto il testo –eventualmente le immagini. Fa ridere proprio dal punto di vista semantico: devo usare un plugin aggiuntivo che mi permetta di leggere un articolo di giornale come se fosse un articolo di giornale. 

Questa cosa di solito basta, ma non nel caso specifico del sito XXX e del giornalista YYYYY: quando apro la pagina in modalità Reader mi rimangono i grassetti. Il testo in grassetto è una specie di sgarbismo della cultura internet di dieci o quindici anni fa, più o meno quando Grillo ha preso in mano internet e l’ha modificata a sua immagine. I grassetti nel testo a quei tempi venivano messi per aggirare il problema dell’attention span: ad esempio in un articolo sugli Arcade Fire le parole Arcade e Fire erano in grassetto. È una pratica piuttosto comune e non infastidisce –anzi a volte è l’unico modo per far sì che alla fine di un articolo sugli Arcade Fire il lettore abbia come la sensazione di aver letto un articolo sugli Arcade Fire. La cosa però era sfuggita di mano abbastanza presto, e nel giro di un anno l’articolo medio su internet metteva in grassetto anche le parti più sloganistiche. Era un po’ come se i redattori si sentissero obbligati a riassumere l’articolo all’interno dell’articolo (per un certo periodo su Bastonate avevamo iniziato a mettere grassetti su frasi completamente a caso, così per la gag) (era una gag del cazzo). Il problema coi grassetti è che quando te li trovi davanti ti senti preso per un subnormale. È come se il giornalista stesse dietro di te a urlare NO ASPETTA QUELLA FRASE NON LA STAI LEGGENDO ABBASTANZA FORTE, presente? E quindi per un po’ di tempo ho perfino fatto voto di non leggere nessun articolo che contenesse grassetti. Ma non poteva durare a lungo, la polemichetta mi piace troppo. Il buddismo zen, l’esperienza e la capacità di distogliere l’attenzione dalle faccende facete mi rende capace di sopportare senza fare una piega articoli che contengono anche il 10/15% del testo in bold. Per diletto ho contato i grassetti nell’articolo di cui sto parlando: 3728 battute in grassetto su 11149 totali, vale a dire che il 33,43% dell’articolo è in grassetto. In questi casi estremi non riesco a leggere l’articolo così com’è: seleziono tutto il testo, lo copio, mi scrivo una mail, me lo invio senza formattazione e lo leggo come messaggio di posta elettronica. In alternativa mi mando il link, lo apro col computer la prima volta che capito davanti a un computer, lo copio su un editor di testo e cancello la formattazione. E così facendo ho piazzato cinque o sei click al sito XXX, invece che uno solo al sito, e tutto questo per leggermi un articolo che parla di come vengono gonfiati i numeri dell’affluenza in certi posti.

Storia corta

 

Tre o quattro anni fa mi si ruppe l’autoradio e me ne andai al megastore per comprarne una nuova. Ero quasi eccitato all’idea, perché pensai che sarebbe stata una buona occasione, spendere due lire in più e comprare un modello dotato anche di presa USB, così da poterci magari attaccare l’iPhone e potermi sbizzarrire con la musica nuova in tempo reale, magari limitando un pochetto il numero di CD impilati dentro la macchina. Lo dissi al commesso di Marco Polo, che mi guardò con lo sguardo bonario che questo genere di commessi riserva ai tecnoritardati come me, e mi spiegò che dai tempi dell’ultima autoradio il mercato si era evoluto un po’. In sostanza tutte le autoradio avevano una presa USB adattabile all’iPhone, ma non tutte –anzi, piuttosto poche- avevano il lettore CD. Così mi obbligò a scegliere, lì per lì, se versare un extra e comprarmi un’autoradio col CD incluso o se buttarmi nella piscina della rivoluzione digitale e darmi un modello solo-USB. Sul momento pensai che fosse un buon investimento non rinunciare ad ascoltare tutti i CD che avevo accumulato lungo una vita di ascolti/acquisti compulsivi, spesi i 30/40 euro di differenza e portai a casa un’autoradio che mi ha servito con onore fino a qualche giorno fa.
Quando scegliete un compagno di vita credo sia importante avere accanto una persona che non vi assecondi in tutte le vostre psicosi del cazzo. Ad esempio la mia morosa ha un rapporto molto sciolto e rilassato con la musica: le interessa, le piace ma non ne è ossessionata. Tanto per dire, non ascolta musica in mp3. Le capita di farlo saltuariamente solo perché vive con me, e ogni tanto la costringo ad ascoltare uno dei miei dischi dal computer, ma in generale non traffica con iTunes, non usa l’iPhone per ascoltare la musica, non ha mai avuto un iPod né nulla del genere. Non è un discorso ideologico o qualcosa del genere, è che la sua vita non è necessariamente costruita intorno alla ricerca compulsiva di qualunque disco venga fatto uscire; è a posto con i CD che possiede, saltuariamente ne aggiunge uno alla collezione, e questo è più o meno quanto.
Qualche settimana fa abbiamo cambiato macchina. Il nuovo modello aveva l’autoradio montato dalla casa, una specie di modello pimpato che fa anche da computer di bordo. Abbiamo ringraziato e pagato e portato il mezzo a casa, e poi ci siamo resi conto che non c’era il lettore CD. Io di mio non ho problemi, ma la mia morosa è un po’ in difficoltà. Tutti i dischi che ascoltiamo con nostra figlia, per dire, sono effettivamente dei dischi, dei CD. Non è che sia proprio una sofferenza major, o quantomeno non è un motivo sufficiente a scegliere un’automobile piuttosto che un’altra, ma per la prima volta la mia fidanzata si trova nella spiacevole situazione di dover ripensare dall’inizio la propria collezione di dischi: se vuole ascoltarli in macchina, deve prendersi il disturbo di buttarli dentro una chiavetta USB. Le ho promesso che lo farò io, e probabilmente un giorno lo farò davvero –servono tempo e voglia.
L’altro giorno è dovuta andare da qualche parte in macchina, dice, ho il telefono scarico, lo lascio a casa a caricarlo. Ma no!, le rispondo, siamo negli anni 10, la presa USB della macchina carica anche il telefono. Non ci aveva pensato, che insomma, succede. Prende il cavo e attacca il telefono in macchina. È il suo primo viaggio da sola con l’auto nuova. Torna a casa, le chiedo com’è andata, come si trova a guidarla, presente no?. Mi dice che la macchina va molto bene, ma che stava ascoltando la radio e poi il telefono è resuscitato e -completamente a caso- è partito questo disco degli U2, boh.
Lì sul momento eravate lì a dire che tutto quello sdegno era esagerato, ma a tre anni di distanza Songs Of Innocence è ancora lì, indisturbato, a fare danni nei telefoni e nelle auto di chiunque non si sia preso la briga di eliminarlo.

Obey your pacchetto VIP

Non ho mai visto i Metallica dal vivo, e tutti mi dicono che mi sia perso una roba grossa. L’unica volta in cui sono stato davvero in forse è stato tutto sommato di recente, a Bologna, una decina d’anni fa: avevo saputo la mattina che di spalla ci sarebbero stati i Down e stavo pensando di fare una mattata lastminute. Poi mi sono convinto di no, perché il concerto costava 50 euro e mi sembravano troppi. A quanto pare vivo in un pianeta alternativo di falsi metallari incoscienti della realtà che li circondano: l’ho scoperto nel leggere dei prossimi concerti che i Metallica faranno in Italia a febbraio 2018. Nel senso, sì, tra un anno. Li hanno annunciati qualche giorno fa. Nella fattispecie ho letto questa cosa sul sito di Metalitalia. Le prevendite dovrebbero andare online in questi giorni, oggi ho letto i prezzi dei biglietti (92 euro per il parterre) e mi è venuto male al fegato. Sia chiaro: mai quanto mi è venuto i giorni scorsi a leggere cosa comprendono i vip package, cioè –suppongo- dei pacchetti esclusivi che per qualche soldo in più ti danno accesso a degli extra che non siano entrare in platea e spararsi il concerto di fianco a dei cazzari seminudi e ubriachi di lambrusco. I pacchetti sono questi sotto, li copio pari pari.

“The Unforgiven Experience” – 179 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco
entrata da un ingresso dedicato
poster in edizione limitata
gadget in edizione limitata

“Whiplash Experience” – 369 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco con entrata anticipata e scelta del posto
entrata da un ingresso dedicato
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prima consumazione compresa e cena a buffet
visita alla mostra “Memory Remains” con memorabilia dei METALLICA
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

“Hardwired Experience” – 2.399 euro (limitato a 12 per show)
biglietto di ingresso per posto a sedere nelle prime due file
entrata da un ingresso dedicato
meet&greet coi membri della band nel backstage e foto con la band prima del concerto
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prime due consumazioni comprese e cena a buffet
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

C’è una compagnia che fa questa cosa, si chiama Cid Entertainment. Nel sito dell’azienda c’è scritto che CID fornisce “Ultimate Event Experiences for fans like you looking to enhance the way you enjoy your passion.” Poco sotto c’è anche il sudato lavoro di un copywriter: “Don’t you just attend an event: experience it.” In parole povere, esiste un’industria strutturata che lavora all’interno dei concerti mainstream creando una sottoarea steroidea ad accesso limitato.
In linea di principio non c’è niente di scorretto, eh. Soprattutto immagino che siano le regole della domanda e dell’offerta a dare come risultato finale i prezzi di cui sopra. Il mio problema con questa cosa è legato a una roba di cui parlavo qualche tempo fa, in merito al casino che era scoppiato sul secondary ticketing legalizzato. Allora mi era capitato di vaneggiare in merito ad una terra di mezzo che si è venuta a creare tra gli artisti e il pubblico, nei concerti di una certa grandezza, una terra nella quale sta succedendo un po’ di tutto –tra cui appunto il bagarinaggio online a prezzi indecenti, ma non solo. Formalmente riesco a capire cosa distingue un biglietto per i Coldplay scalpato a 369 euro da una Whiplash Experience a 369 euro, a parte la cena a buffet –che prima dei Metallica ci sta tutta, sia chiaro. Detto tra me e voi, e non ditelo in giro, non ho la più pallida idea di chi possa scegliere di spendere 100 euro in più (Unforgiven Experience) per un ingresso dedicato e/o un poster in edizione limitata, soprattutto considerato il fatto che non so se il poster è da prendere
1 quando entri, e poi devi tenerlo in mano durante il concerto (sotto palco)
2 dopo la fine del concerto, che ti tocca aspettare e fare la fila per ritirarli e sei quasi sicuro di beccare l’ingorgo al ritorno a casa –il che può voler dire due o tre ore di macchina.
Ma diciamo pure che la Unforgiven Experience sia giustificata da esigenze di comodità, e vabbè. Rimane da spiegare la Whiplash Experience, che per TRECENTOSESSANTANOVE EURO ti dà il diritto di entrare a una mostra a cui –sembra- sono invitati solo quelli che han pagato 369 euro (ma poi perché non 370 o 400?) e mangiare gratis al buffet a patto di limitarsi a una consumazione, oltre che ad accedere a un punto merchandising dedicato dove puoi comprare roba dei Metallica che –suppongo- agli altri è preclusa. E alla fine di tutto, insomma, hai pagato quasi 400 euro e non ti porti a casa manco la foto assieme ai Metallica.
I quali, naturalmente, non sono il primo gruppo al mondo a trattare i propri fan come bovini da allevamento intensivo –finché c’è latte si munge e via andare. E in effetti un pacchetto da TRECENTOSESSANTANOVE EURO, tolto l’ammontare di roba ridicola che si becca in cambio, potrebbe perfino essere considerabile. Una tipa con cui uscivo, parliamo di una quindicina di anni fa, fu invitata a un concerto di Springsteen da un suo superiore 55enne che voleva farsela: posto seduto in tribuna numerata a guardar sudare l’animale, trasferta in BMW, bicchierino di champagne post concerto, lui può permetterselo, tu non spendi una lira e se si rivela una persona piacevole ha il permesso di farti due avance. Non si può combattere contro quelli in BMW, e quindi ho preferito costruirmi un paradigma estetico secondo cui questa gente non capisce un cazzo di musica e della vita in generale. Ad esempio: se io avessi quei soldi e volessi sedurre una ragazza con la metà dei miei anni punterei su un buon ristorante, o su qualsiasi situazione che non preveda guardare un altro maschio della mia età e pensare “quanto è bono”. Ma diciamo che io possa scialacquare e non voglia venire ucciso dalle ascelle dei miei vicini, ecco, in questo caso probabilmente mi sparerei un concerto dei Metallica con pacchetto Whiplash, così, giusto per far sentire delle merde i poveracci in platea.

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Quello che non riesco a comprendere, nemmeno cercando di astrarmi da me stesso, è il pacchetto Hardwired. A vederlo così, scritto come lo vedete sopra, è già parecchio squallido: in cambio di due mesi dello stipendio di un fan dei Metallica medio, mi beccherei il pacchetto Whiplash, un altro free drink per sciogliere un pochetto la tensione, un meet&greet coi membri del gruppo e –appunto- una foto assieme ai Metallica prima del concerto. Così insomma, metti che io sia il direttore generale di una multinazionale ma abbia anche il pallino di appendere a casa le foto di me con qualche persona famosa, giusto per ribadire a chi mi entra in casa che non sono un pezzo di merda, il pacchetto Hardwired farebbe alla bisogna. A guardare nel sito di Cid Entertainment, tuttavia, c’è un paio di clausole interessanti che riguardano il pacchetto:
1 in merito al meet&greet, si specifica che “Band members may differ per show”. In sostanza può succedere che a un certo punto, prima del concerto, arriva una hostess e ti dice “ho una brutta notizia: James e Lars volevano davvero essere al meet&greet stasera ma la pedicure sta andando per le lunghe. Ma tra poco arriverà Rob Trujillo e sarà felicissimo di rispondere a tutte le vostre curiosità. Più tardi forse anche Kirk farà un salto.”
2 in merito alla foto con la band prima del concerto, è specificato che sarà una foto di gruppo assieme alla band e a tutti e dodici i sottoscrittori del pacchetto Hardwired. SUL SERIO! C’è scritto proprio palesemente così, a specificare che i Metallica non hanno cazzi di farsi fare 12 foto con 12 persone diverse prima di salire sul palco.
Ecco, forse è il frutto di una mentalità stile pago e pretendo da piccolo-medio imprenditore brianzolo, ma se pagassi 2400 euro per avere una foto con i Metallica mi impunterei per avere la foto di me in mezzo ai 4 membri del gruppo senza altri undici stronzi in mezzo alle palle. Ok, io per 2400 euro vorrei una foto con i Metallica, Jason Newsted e il cartonato di Cliff Burton.

Non lo so, non riesco ad uscirne. Ho fatto un giro per il sito di CID e non riesco a capacitarmi dell’esistenza di questa realtà. Tornando al discorso sullo scalping, continuo a pensare che l’anello debole in tutto il meccanismo siano gli artisti. Non giudico nessuna delle categorie coinvolte a parte una. Dal punto di vista di un fan del gruppo può avere un senso voler spendere più soldi in cambio di un plus percepito, e a maggior ragione ha senso che esistano agenzie che trattano questi plus da un punto di vista professionale. Credo che alla base di tutto il discorso musicale esista –o sia comunque esistito in passato- una sorta di questione morale autogestita per cui dovrebbero essere gli artisti a bloccare il meccanismo: con che faccia posso chiederti 2500 euro, anche se sei disposto a spenderli? Era un discorso che facevamo anche per i crowdfunding à la Umberto Maria Giardini. Il tutto per tirar su 30mila euro in più per ogni show, da dividere peraltro con CID. Ok, alla fine del tour sono tanti soldi, e allora immagino tocchi a noi mandarli affanculo…

Canzoni che mi fanno piangere #1 – In love with a view.

[Il post qui di seguito è stato scritto circa quattro anni fa, poi devo averlo trovato troppo emo e non ne ho mai fatto niente. L’altro giorno Andrea Guagneli dei Brothers In Law mi ha fatto ritornare in mente questa canzone e sono andato a cercarmelo: in qualche modo mi è piaciuto, o ho trovato che ci fosse dentro una qualche parte di me, e ho pensato di mandarlo al sito dove pubblico le cose emo.]

I Mojave 3 nascono da tre fuoriusciti dagli Slowdive (il gruppo shoegaze dopo i Mbv) che partendo da lì ci mettono un po’ più di ballate; restano le chitarre suonate in quel modo, ma su fondamenta più classiche: in qualsiasi cosa scritta su di loro si parla di folk e si nomina la parola country.

Il loro terzo album, bellissimo, si apre con una di quelle canzoni che ti fulmina istantaneamente, si chiama In love with a view.

Da qualche parte enrico ghezzi (il minuscolo lo vuole lui) ha detto che il modo migliore di guardare un film è abbioccandosi un po’ ogni tanto (sono quasi sicuro che non si sia espresso esattamente in questi termini), quando si è stanchi. Perché il film si mescola a altro, diventa più liquido, più suggestivo, e anche il senso del tempo si disperde.

Una cosa bella con le canzoni è immaginarsele per i cazzi propri, senza neanche sapere se quello che stiamo pensando corrisponda al vero, magari anche capendo male quello che viene detto, capendo una parola sbagliata, o immaginandosi una traduzione che non esiste, o attribuendo significati sbagliati alle parole.

In love with a view parte come una ballata abbastanza classica, quasi dylaniana, non ha un ritornello ma solo strofe tutte più o meno uguali, è tutta un crescendo e man mano le strofe si arricchiscono di elementi, e tra la terza e la quarta c’è una parte strumentale dove succede un po’ di roba (bella), ci si ricorda da dove viene il gruppo, e poi il pezzo torna a spogliarsi. Ma per una volta, contrariamente a tutti i miei principi, mi disinteresserò della musica e mi concentrerò solo sul testo.

A parte la bella voce il miracolo qui è una canzone che ti trasporta immediatamente in un mondo, in uno stato d’animo.

“I had a plan that was built on thinking too long”. Io avevo un piano, e tu no. E era basato non su quello che avevamo vissuto, ma sul mio pensare troppo, farmi un sacco di viaggi, immaginare un futuro insieme e cose del genere, quando tu non eri probabilmente così interessata.

Poi direttamente un’immagine: “canadian winters at home with your sisters”. Non un inverno solo, l’idea di vari inverni che passano, una sequenza. Inverni canadesi, non inverni qualsiasi: roba di neve e di camino acceso in casa. In casa con le tue sorelle, che nelle fantasie non ci si fa mancare neanche i dettagli.

“The romance was hard to ignore” e io non so se sta descrivendo com’erano le cose nella storia, ma secondo me anche questo romanticismo difficile da ignorare era soprattutto quello della sua fantasia. Notevole anche il quasi litote di non definirlo un grande romanticismo, ma un romanticismo soltanto “difficile da ignorare”.

E poi la chiusura perfetta della strofa: “You were beautiful i was happy to fall”.

Come un “via libera”, come se facesse saltare un gancio da qualche parte tra gli occhi e il cervello. Pensando a cose che non sono state, al gioco delle colpe.

Un capolavoro di melodia (quell’abbassarsi di “happy to fall”) e due frasi che contengono un mondo. La nostalgia di qualcosa che non capita più da non so quanto tempo.

“To fall”: cascarci, lasciarsi prendere da qualcuno e tutto il resto importa molto di meno. Eri bella e ci sono caduto. Felice, pure.

Eri bella. Alla fine è tutto lì. Ti guardo e penso che sei bella, in generale, che è bello stare con te, che non voglio nient’altro. Due frasi, la perfezione.
E quel “fall”, che può essere del tutto neutro ma anche farci già intuire che non andrà bene, che succederà qualcosa.

Poi si parla di questo panorama che lui prospetta e che lei ricorda, e allora lui è contento di poter pensare che sia tutto scritto nel destino.

Lui con il suo piano – presumibilmente quello di prima – e una tasca piena di poesie se ne sta alla stazione “heroically tragic bearded and blinded with obsession” (che insomma fattela venire in mente tu come definizione), poi precisa ancora meglio: sono una macchina senza speranza troppo vicina al burrone per andare lontano. Ce le avete presente le macchine nei film che restano lì in bilico? Sempre a proposito di scrivere per immagini.

Poi “I showed you my field” e immediatamente specifica “i said this is my field”, che sono un po’ la stessa cosa “ti ho mostrato il mio campo” e “ti ho detto questo è il mio campo”. È la classica frase che verrebbe segnata come ripetizione in un tema. Però stavamo parlando di immagini, di rafforzamenti, e di come suona. È un po’ la stessa cosa di quando prima dice “I remember you searching, I thought you were searching”.

E la chiusura di strofa, ancora una volta: “but you weren’t impressed”. Un’altra litote. Sempre un po’ tirato indietro, neanche una cosa grossa: mentre io sono qui che voglio rivoluzionare la mia vita tu semplicemente non sei molto impressionata. Anche nel tuo non fregartene un cazzo non c’è niente di epico, c’è un piccolo sbuffo, guardare da un’altra parte, controllare l’orologio. Io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato, diceva un altro.

Mi chiedi perché siamo qui. E una gran parte di te è lontana da qui. Così lontana da qui. “Una così gran parte di te è così lontana da qui”. E come nella stessa frase il tono sale e scende e si butta un po’ via sulla fine. E lo ripeto, lo ripeto. Come a scuotere la testa.

Ormai il sentore della fine si sta manifestando, mentre scuoto la testa lo sto capendo anch’io che questa è la fine, che ci fermiamo qui.

“Ed è bastato il suono della tua voce per farmi capire tutto”.

E allora alla fine ti spiego com’è andata, visto che ho capito. Sempre in due versi, che dicono tutto.

E ci spiegano che questa è la canzone del rimpianto, di quello che non è stato, degli amori non successi: non è andata. Era una cosa semplice, ma non eravamo sulla stessa lunghezza d’onda – non c’era quella stessa luce negli occhi, non c’erano quei pensieri da parte tua.

Era un piano basato sul mio pensare troppo (te l’ho detto all’inizio): speravo di poterti mostrare lo stesso paesaggio (quello che avevo io nella testa), cioè quello di te alla finestra e io che mi sentivo bene. Speravo che ne facessi parte, che questa immagine potesse diventare qualcosa, che la rendessimo reale. L’idea di una quotidianità. L’idea squallida e borghese di una serena quotidianità insieme, vista da una finestra (in un cazzo di inverno canadese).

Vista da qualcun altro, magari anche con un po’ d’invidia; o proprio da me mentre torno a casa, con la serenità di chi sa quello che lo aspetta: qualcosa di caldo “and me just feeling fine”.

Una cosa che non c’è mai stata, che è rimasta solo un’immagine nella mia testa.

Un’immagine che ora, quando ci ripenso, è soltanto una cartolina della mia nostalgia per quando quell’immagine era ancora una possibilità.

Sehnsucht (pronuncia: [ˈzeːnzʊxt]) è un sostantivo tedesco che si traduce come “desiderio”, “brama”, o “voglia”, o in un senso più ampio come un tipo di “profonda mancanza”. Tuttavia è difficile da tradurre in modo adeguato, e descrive uno stato emotivo profondo. Il suo significato è in qualche modo simile alla parola portoghese saudade. Sehnsucht è una parola composta, proveniente da “un desiderio ardente o brama” (Das Sehnen) e “dipendenza” (die Sucht). Tuttavia queste parole non contengono adeguatamente il pieno significato del loro composto, anche se considerate insieme.

La parola rappresenta pensieri e sentimenti su tutti gli aspetti della vita che sono non finiti o imperfetti, insieme all’anelito per altre esperienze ideali. È stato definito come aspirazione alla vita o ricerca della felicità da parte di un individuo che deve affrontare la realtà di desideri irraggiungibili. Questi sentimenti sono solitamente profondi, e tendono ad essere accompagnati da sensazioni sia positive che negative. Questo produce ciò che è stato spesso descritto come un evento emotivo ambiguo”.

https://en.wikipedia.org/wiki/Sehnsucht

 

(Federico Sardo)