Storia corta

 

Tre o quattro anni fa mi si ruppe l’autoradio e me ne andai al megastore per comprarne una nuova. Ero quasi eccitato all’idea, perché pensai che sarebbe stata una buona occasione, spendere due lire in più e comprare un modello dotato anche di presa USB, così da poterci magari attaccare l’iPhone e potermi sbizzarrire con la musica nuova in tempo reale, magari limitando un pochetto il numero di CD impilati dentro la macchina. Lo dissi al commesso di Marco Polo, che mi guardò con lo sguardo bonario che questo genere di commessi riserva ai tecnoritardati come me, e mi spiegò che dai tempi dell’ultima autoradio il mercato si era evoluto un po’. In sostanza tutte le autoradio avevano una presa USB adattabile all’iPhone, ma non tutte –anzi, piuttosto poche- avevano il lettore CD. Così mi obbligò a scegliere, lì per lì, se versare un extra e comprarmi un’autoradio col CD incluso o se buttarmi nella piscina della rivoluzione digitale e darmi un modello solo-USB. Sul momento pensai che fosse un buon investimento non rinunciare ad ascoltare tutti i CD che avevo accumulato lungo una vita di ascolti/acquisti compulsivi, spesi i 30/40 euro di differenza e portai a casa un’autoradio che mi ha servito con onore fino a qualche giorno fa.
Quando scegliete un compagno di vita credo sia importante avere accanto una persona che non vi assecondi in tutte le vostre psicosi del cazzo. Ad esempio la mia morosa ha un rapporto molto sciolto e rilassato con la musica: le interessa, le piace ma non ne è ossessionata. Tanto per dire, non ascolta musica in mp3. Le capita di farlo saltuariamente solo perché vive con me, e ogni tanto la costringo ad ascoltare uno dei miei dischi dal computer, ma in generale non traffica con iTunes, non usa l’iPhone per ascoltare la musica, non ha mai avuto un iPod né nulla del genere. Non è un discorso ideologico o qualcosa del genere, è che la sua vita non è necessariamente costruita intorno alla ricerca compulsiva di qualunque disco venga fatto uscire; è a posto con i CD che possiede, saltuariamente ne aggiunge uno alla collezione, e questo è più o meno quanto.
Qualche settimana fa abbiamo cambiato macchina. Il nuovo modello aveva l’autoradio montato dalla casa, una specie di modello pimpato che fa anche da computer di bordo. Abbiamo ringraziato e pagato e portato il mezzo a casa, e poi ci siamo resi conto che non c’era il lettore CD. Io di mio non ho problemi, ma la mia morosa è un po’ in difficoltà. Tutti i dischi che ascoltiamo con nostra figlia, per dire, sono effettivamente dei dischi, dei CD. Non è che sia proprio una sofferenza major, o quantomeno non è un motivo sufficiente a scegliere un’automobile piuttosto che un’altra, ma per la prima volta la mia fidanzata si trova nella spiacevole situazione di dover ripensare dall’inizio la propria collezione di dischi: se vuole ascoltarli in macchina, deve prendersi il disturbo di buttarli dentro una chiavetta USB. Le ho promesso che lo farò io, e probabilmente un giorno lo farò davvero –servono tempo e voglia.
L’altro giorno è dovuta andare da qualche parte in macchina, dice, ho il telefono scarico, lo lascio a casa a caricarlo. Ma no!, le rispondo, siamo negli anni 10, la presa USB della macchina carica anche il telefono. Non ci aveva pensato, che insomma, succede. Prende il cavo e attacca il telefono in macchina. È il suo primo viaggio da sola con l’auto nuova. Torna a casa, le chiedo com’è andata, come si trova a guidarla, presente no?. Mi dice che la macchina va molto bene, ma che stava ascoltando la radio e poi il telefono è resuscitato e -completamente a caso- è partito questo disco degli U2, boh.
Lì sul momento eravate lì a dire che tutto quello sdegno era esagerato, ma a tre anni di distanza Songs Of Innocence è ancora lì, indisturbato, a fare danni nei telefoni e nelle auto di chiunque non si sia preso la briga di eliminarlo.

Obey your pacchetto VIP

Non ho mai visto i Metallica dal vivo, e tutti mi dicono che mi sia perso una roba grossa. L’unica volta in cui sono stato davvero in forse è stato tutto sommato di recente, a Bologna, una decina d’anni fa: avevo saputo la mattina che di spalla ci sarebbero stati i Down e stavo pensando di fare una mattata lastminute. Poi mi sono convinto di no, perché il concerto costava 50 euro e mi sembravano troppi. A quanto pare vivo in un pianeta alternativo di falsi metallari incoscienti della realtà che li circondano: l’ho scoperto nel leggere dei prossimi concerti che i Metallica faranno in Italia a febbraio 2018. Nel senso, sì, tra un anno. Li hanno annunciati qualche giorno fa. Nella fattispecie ho letto questa cosa sul sito di Metalitalia. Le prevendite dovrebbero andare online in questi giorni, oggi ho letto i prezzi dei biglietti (92 euro per il parterre) e mi è venuto male al fegato. Sia chiaro: mai quanto mi è venuto i giorni scorsi a leggere cosa comprendono i vip package, cioè –suppongo- dei pacchetti esclusivi che per qualche soldo in più ti danno accesso a degli extra che non siano entrare in platea e spararsi il concerto di fianco a dei cazzari seminudi e ubriachi di lambrusco. I pacchetti sono questi sotto, li copio pari pari.

“The Unforgiven Experience” – 179 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco
entrata da un ingresso dedicato
poster in edizione limitata
gadget in edizione limitata

“Whiplash Experience” – 369 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco con entrata anticipata e scelta del posto
entrata da un ingresso dedicato
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prima consumazione compresa e cena a buffet
visita alla mostra “Memory Remains” con memorabilia dei METALLICA
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

“Hardwired Experience” – 2.399 euro (limitato a 12 per show)
biglietto di ingresso per posto a sedere nelle prime due file
entrata da un ingresso dedicato
meet&greet coi membri della band nel backstage e foto con la band prima del concerto
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prime due consumazioni comprese e cena a buffet
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

C’è una compagnia che fa questa cosa, si chiama Cid Entertainment. Nel sito dell’azienda c’è scritto che CID fornisce “Ultimate Event Experiences for fans like you looking to enhance the way you enjoy your passion.” Poco sotto c’è anche il sudato lavoro di un copywriter: “Don’t you just attend an event: experience it.” In parole povere, esiste un’industria strutturata che lavora all’interno dei concerti mainstream creando una sottoarea steroidea ad accesso limitato.
In linea di principio non c’è niente di scorretto, eh. Soprattutto immagino che siano le regole della domanda e dell’offerta a dare come risultato finale i prezzi di cui sopra. Il mio problema con questa cosa è legato a una roba di cui parlavo qualche tempo fa, in merito al casino che era scoppiato sul secondary ticketing legalizzato. Allora mi era capitato di vaneggiare in merito ad una terra di mezzo che si è venuta a creare tra gli artisti e il pubblico, nei concerti di una certa grandezza, una terra nella quale sta succedendo un po’ di tutto –tra cui appunto il bagarinaggio online a prezzi indecenti, ma non solo. Formalmente riesco a capire cosa distingue un biglietto per i Coldplay scalpato a 369 euro da una Whiplash Experience a 369 euro, a parte la cena a buffet –che prima dei Metallica ci sta tutta, sia chiaro. Detto tra me e voi, e non ditelo in giro, non ho la più pallida idea di chi possa scegliere di spendere 100 euro in più (Unforgiven Experience) per un ingresso dedicato e/o un poster in edizione limitata, soprattutto considerato il fatto che non so se il poster è da prendere
1 quando entri, e poi devi tenerlo in mano durante il concerto (sotto palco)
2 dopo la fine del concerto, che ti tocca aspettare e fare la fila per ritirarli e sei quasi sicuro di beccare l’ingorgo al ritorno a casa –il che può voler dire due o tre ore di macchina.
Ma diciamo pure che la Unforgiven Experience sia giustificata da esigenze di comodità, e vabbè. Rimane da spiegare la Whiplash Experience, che per TRECENTOSESSANTANOVE EURO ti dà il diritto di entrare a una mostra a cui –sembra- sono invitati solo quelli che han pagato 369 euro (ma poi perché non 370 o 400?) e mangiare gratis al buffet a patto di limitarsi a una consumazione, oltre che ad accedere a un punto merchandising dedicato dove puoi comprare roba dei Metallica che –suppongo- agli altri è preclusa. E alla fine di tutto, insomma, hai pagato quasi 400 euro e non ti porti a casa manco la foto assieme ai Metallica.
I quali, naturalmente, non sono il primo gruppo al mondo a trattare i propri fan come bovini da allevamento intensivo –finché c’è latte si munge e via andare. E in effetti un pacchetto da TRECENTOSESSANTANOVE EURO, tolto l’ammontare di roba ridicola che si becca in cambio, potrebbe perfino essere considerabile. Una tipa con cui uscivo, parliamo di una quindicina di anni fa, fu invitata a un concerto di Springsteen da un suo superiore 55enne che voleva farsela: posto seduto in tribuna numerata a guardar sudare l’animale, trasferta in BMW, bicchierino di champagne post concerto, lui può permetterselo, tu non spendi una lira e se si rivela una persona piacevole ha il permesso di farti due avance. Non si può combattere contro quelli in BMW, e quindi ho preferito costruirmi un paradigma estetico secondo cui questa gente non capisce un cazzo di musica e della vita in generale. Ad esempio: se io avessi quei soldi e volessi sedurre una ragazza con la metà dei miei anni punterei su un buon ristorante, o su qualsiasi situazione che non preveda guardare un altro maschio della mia età e pensare “quanto è bono”. Ma diciamo che io possa scialacquare e non voglia venire ucciso dalle ascelle dei miei vicini, ecco, in questo caso probabilmente mi sparerei un concerto dei Metallica con pacchetto Whiplash, così, giusto per far sentire delle merde i poveracci in platea.

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Quello che non riesco a comprendere, nemmeno cercando di astrarmi da me stesso, è il pacchetto Hardwired. A vederlo così, scritto come lo vedete sopra, è già parecchio squallido: in cambio di due mesi dello stipendio di un fan dei Metallica medio, mi beccherei il pacchetto Whiplash, un altro free drink per sciogliere un pochetto la tensione, un meet&greet coi membri del gruppo e –appunto- una foto assieme ai Metallica prima del concerto. Così insomma, metti che io sia il direttore generale di una multinazionale ma abbia anche il pallino di appendere a casa le foto di me con qualche persona famosa, giusto per ribadire a chi mi entra in casa che non sono un pezzo di merda, il pacchetto Hardwired farebbe alla bisogna. A guardare nel sito di Cid Entertainment, tuttavia, c’è un paio di clausole interessanti che riguardano il pacchetto:
1 in merito al meet&greet, si specifica che “Band members may differ per show”. In sostanza può succedere che a un certo punto, prima del concerto, arriva una hostess e ti dice “ho una brutta notizia: James e Lars volevano davvero essere al meet&greet stasera ma la pedicure sta andando per le lunghe. Ma tra poco arriverà Rob Trujillo e sarà felicissimo di rispondere a tutte le vostre curiosità. Più tardi forse anche Kirk farà un salto.”
2 in merito alla foto con la band prima del concerto, è specificato che sarà una foto di gruppo assieme alla band e a tutti e dodici i sottoscrittori del pacchetto Hardwired. SUL SERIO! C’è scritto proprio palesemente così, a specificare che i Metallica non hanno cazzi di farsi fare 12 foto con 12 persone diverse prima di salire sul palco.
Ecco, forse è il frutto di una mentalità stile pago e pretendo da piccolo-medio imprenditore brianzolo, ma se pagassi 2400 euro per avere una foto con i Metallica mi impunterei per avere la foto di me in mezzo ai 4 membri del gruppo senza altri undici stronzi in mezzo alle palle. Ok, io per 2400 euro vorrei una foto con i Metallica, Jason Newsted e il cartonato di Cliff Burton.

Non lo so, non riesco ad uscirne. Ho fatto un giro per il sito di CID e non riesco a capacitarmi dell’esistenza di questa realtà. Tornando al discorso sullo scalping, continuo a pensare che l’anello debole in tutto il meccanismo siano gli artisti. Non giudico nessuna delle categorie coinvolte a parte una. Dal punto di vista di un fan del gruppo può avere un senso voler spendere più soldi in cambio di un plus percepito, e a maggior ragione ha senso che esistano agenzie che trattano questi plus da un punto di vista professionale. Credo che alla base di tutto il discorso musicale esista –o sia comunque esistito in passato- una sorta di questione morale autogestita per cui dovrebbero essere gli artisti a bloccare il meccanismo: con che faccia posso chiederti 2500 euro, anche se sei disposto a spenderli? Era un discorso che facevamo anche per i crowdfunding à la Umberto Maria Giardini. Il tutto per tirar su 30mila euro in più per ogni show, da dividere peraltro con CID. Ok, alla fine del tour sono tanti soldi, e allora immagino tocchi a noi mandarli affanculo…

Canzoni che mi fanno piangere #1 – In love with a view.

[Il post qui di seguito è stato scritto circa quattro anni fa, poi devo averlo trovato troppo emo e non ne ho mai fatto niente. L’altro giorno Andrea Guagneli dei Brothers In Law mi ha fatto ritornare in mente questa canzone e sono andato a cercarmelo: in qualche modo mi è piaciuto, o ho trovato che ci fosse dentro una qualche parte di me, e ho pensato di mandarlo al sito dove pubblico le cose emo.]

I Mojave 3 nascono da tre fuoriusciti dagli Slowdive (il gruppo shoegaze dopo i Mbv) che partendo da lì ci mettono un po’ più di ballate; restano le chitarre suonate in quel modo, ma su fondamenta più classiche: in qualsiasi cosa scritta su di loro si parla di folk e si nomina la parola country.

Il loro terzo album, bellissimo, si apre con una di quelle canzoni che ti fulmina istantaneamente, si chiama In love with a view.

Da qualche parte enrico ghezzi (il minuscolo lo vuole lui) ha detto che il modo migliore di guardare un film è abbioccandosi un po’ ogni tanto (sono quasi sicuro che non si sia espresso esattamente in questi termini), quando si è stanchi. Perché il film si mescola a altro, diventa più liquido, più suggestivo, e anche il senso del tempo si disperde.

Una cosa bella con le canzoni è immaginarsele per i cazzi propri, senza neanche sapere se quello che stiamo pensando corrisponda al vero, magari anche capendo male quello che viene detto, capendo una parola sbagliata, o immaginandosi una traduzione che non esiste, o attribuendo significati sbagliati alle parole.

In love with a view parte come una ballata abbastanza classica, quasi dylaniana, non ha un ritornello ma solo strofe tutte più o meno uguali, è tutta un crescendo e man mano le strofe si arricchiscono di elementi, e tra la terza e la quarta c’è una parte strumentale dove succede un po’ di roba (bella), ci si ricorda da dove viene il gruppo, e poi il pezzo torna a spogliarsi. Ma per una volta, contrariamente a tutti i miei principi, mi disinteresserò della musica e mi concentrerò solo sul testo.

A parte la bella voce il miracolo qui è una canzone che ti trasporta immediatamente in un mondo, in uno stato d’animo.

“I had a plan that was built on thinking too long”. Io avevo un piano, e tu no. E era basato non su quello che avevamo vissuto, ma sul mio pensare troppo, farmi un sacco di viaggi, immaginare un futuro insieme e cose del genere, quando tu non eri probabilmente così interessata.

Poi direttamente un’immagine: “canadian winters at home with your sisters”. Non un inverno solo, l’idea di vari inverni che passano, una sequenza. Inverni canadesi, non inverni qualsiasi: roba di neve e di camino acceso in casa. In casa con le tue sorelle, che nelle fantasie non ci si fa mancare neanche i dettagli.

“The romance was hard to ignore” e io non so se sta descrivendo com’erano le cose nella storia, ma secondo me anche questo romanticismo difficile da ignorare era soprattutto quello della sua fantasia. Notevole anche il quasi litote di non definirlo un grande romanticismo, ma un romanticismo soltanto “difficile da ignorare”.

E poi la chiusura perfetta della strofa: “You were beautiful i was happy to fall”.

Come un “via libera”, come se facesse saltare un gancio da qualche parte tra gli occhi e il cervello. Pensando a cose che non sono state, al gioco delle colpe.

Un capolavoro di melodia (quell’abbassarsi di “happy to fall”) e due frasi che contengono un mondo. La nostalgia di qualcosa che non capita più da non so quanto tempo.

“To fall”: cascarci, lasciarsi prendere da qualcuno e tutto il resto importa molto di meno. Eri bella e ci sono caduto. Felice, pure.

Eri bella. Alla fine è tutto lì. Ti guardo e penso che sei bella, in generale, che è bello stare con te, che non voglio nient’altro. Due frasi, la perfezione.
E quel “fall”, che può essere del tutto neutro ma anche farci già intuire che non andrà bene, che succederà qualcosa.

Poi si parla di questo panorama che lui prospetta e che lei ricorda, e allora lui è contento di poter pensare che sia tutto scritto nel destino.

Lui con il suo piano – presumibilmente quello di prima – e una tasca piena di poesie se ne sta alla stazione “heroically tragic bearded and blinded with obsession” (che insomma fattela venire in mente tu come definizione), poi precisa ancora meglio: sono una macchina senza speranza troppo vicina al burrone per andare lontano. Ce le avete presente le macchine nei film che restano lì in bilico? Sempre a proposito di scrivere per immagini.

Poi “I showed you my field” e immediatamente specifica “i said this is my field”, che sono un po’ la stessa cosa “ti ho mostrato il mio campo” e “ti ho detto questo è il mio campo”. È la classica frase che verrebbe segnata come ripetizione in un tema. Però stavamo parlando di immagini, di rafforzamenti, e di come suona. È un po’ la stessa cosa di quando prima dice “I remember you searching, I thought you were searching”.

E la chiusura di strofa, ancora una volta: “but you weren’t impressed”. Un’altra litote. Sempre un po’ tirato indietro, neanche una cosa grossa: mentre io sono qui che voglio rivoluzionare la mia vita tu semplicemente non sei molto impressionata. Anche nel tuo non fregartene un cazzo non c’è niente di epico, c’è un piccolo sbuffo, guardare da un’altra parte, controllare l’orologio. Io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato, diceva un altro.

Mi chiedi perché siamo qui. E una gran parte di te è lontana da qui. Così lontana da qui. “Una così gran parte di te è così lontana da qui”. E come nella stessa frase il tono sale e scende e si butta un po’ via sulla fine. E lo ripeto, lo ripeto. Come a scuotere la testa.

Ormai il sentore della fine si sta manifestando, mentre scuoto la testa lo sto capendo anch’io che questa è la fine, che ci fermiamo qui.

“Ed è bastato il suono della tua voce per farmi capire tutto”.

E allora alla fine ti spiego com’è andata, visto che ho capito. Sempre in due versi, che dicono tutto.

E ci spiegano che questa è la canzone del rimpianto, di quello che non è stato, degli amori non successi: non è andata. Era una cosa semplice, ma non eravamo sulla stessa lunghezza d’onda – non c’era quella stessa luce negli occhi, non c’erano quei pensieri da parte tua.

Era un piano basato sul mio pensare troppo (te l’ho detto all’inizio): speravo di poterti mostrare lo stesso paesaggio (quello che avevo io nella testa), cioè quello di te alla finestra e io che mi sentivo bene. Speravo che ne facessi parte, che questa immagine potesse diventare qualcosa, che la rendessimo reale. L’idea di una quotidianità. L’idea squallida e borghese di una serena quotidianità insieme, vista da una finestra (in un cazzo di inverno canadese).

Vista da qualcun altro, magari anche con un po’ d’invidia; o proprio da me mentre torno a casa, con la serenità di chi sa quello che lo aspetta: qualcosa di caldo “and me just feeling fine”.

Una cosa che non c’è mai stata, che è rimasta solo un’immagine nella mia testa.

Un’immagine che ora, quando ci ripenso, è soltanto una cartolina della mia nostalgia per quando quell’immagine era ancora una possibilità.

Sehnsucht (pronuncia: [ˈzeːnzʊxt]) è un sostantivo tedesco che si traduce come “desiderio”, “brama”, o “voglia”, o in un senso più ampio come un tipo di “profonda mancanza”. Tuttavia è difficile da tradurre in modo adeguato, e descrive uno stato emotivo profondo. Il suo significato è in qualche modo simile alla parola portoghese saudade. Sehnsucht è una parola composta, proveniente da “un desiderio ardente o brama” (Das Sehnen) e “dipendenza” (die Sucht). Tuttavia queste parole non contengono adeguatamente il pieno significato del loro composto, anche se considerate insieme.

La parola rappresenta pensieri e sentimenti su tutti gli aspetti della vita che sono non finiti o imperfetti, insieme all’anelito per altre esperienze ideali. È stato definito come aspirazione alla vita o ricerca della felicità da parte di un individuo che deve affrontare la realtà di desideri irraggiungibili. Questi sentimenti sono solitamente profondi, e tendono ad essere accompagnati da sensazioni sia positive che negative. Questo produce ciò che è stato spesso descritto come un evento emotivo ambiguo”.

https://en.wikipedia.org/wiki/Sehnsucht

 

(Federico Sardo)

From enslavement to San Junipero

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Mentre metto mano a queste righe impazza ancora la frenesia per l’ultima stagione di Black Mirror, uscita qualche settimana fa su Netflix. Black Mirror, creata da Charlie Brooker, è la serie TV giusta per eccellenza, quella di cui quando esce si parla più spesso. È fatta ad episodi autoconclusivi che hanno a che fare con un futuro prossimo che in qualche modo ha a che fare con lo svilupparsi della tecnologia, in salsa ultra-pessimista. Io personalmente non ci vado così pazzo, ma alcuni episodi sono effettivamente piuttosto suggestivi. La puntata più discussa ed amata dell’ultima stagione si chiama San Junipero e (senza fare spoiler) verte almeno in parte su una nostalgia 80s pop sguaiatissima, fatta di singolini di prima e seconda levatura, tutto guidato dalla ripetizione ossessiva di Heaven Is a Place on Earth come tema centrale.

Parlando di anni ’80 trucidi, Heaven Is a Place on Earth è senz’altro uno dei miei momenti preferiti. È uscita nel 1987 ed è senza alcun dubbio il pezzo più famoso e suonato di Belinda Carlisle, una specie di eroe minore del decennio: batterista dei Germs per due minuti, cantante delle Go-Gos e poi solista. Non posso dire di essere un cultore della cantante ma con Heaven is a Place on Earth ho uno strano feeling, la usavo spesso quando suonavo dischi e nell’ordine generale delle cose diciamo che la sento un po’ più mia della media degli standard del poppone anni ottanta. Nell’ordine generale delle cose riesce a mantenere quel genere di decadenza epica che mi esalta quando ho voglia di party music.

(il testo è come Il cielo in una stanza ma con più cazzo)

Non so se vi capita mai di abboccare all’amo della cultura musicale nelle colonne sonore di film o serie TV, ma in certi casi la scelta di un particolare pezzo può far partire tutto un discorso di appartenenza e identificazione che inizialmente, nel testo originale, non sembra essere incluso. Un esempio che mi riguarda è ad esempio quando alla fine di Serendipity parte Northern Sky di Nick Drake, in maniera un po’ traditrice: per questioni di biografia e gusto personale ho ingigantito l’accoppiamento musica/immagini fino al punto che Serendipity oggi è uno dei miei film romantici preferiti (e io amo i film romantici). La stessa cosa ad esempio può succedere quando ascoltate Washer degli Slint in una puntata di 1992 (l’anno scorso ci fu spazio anche per questo dibattito). Nel caso di Black Mirror c’è una specie di mutua alimentazione: la ripetizione pedissequa del singolone di Belinda Carlisle ha reso in qualche modo indimenticabile San Junipero, ma il successo di San Junipero ha generato il successo di una playlist Spotify omonima, compilata da Charlie Brooker in persona, con dentro sia le canzoni contenute nell’episodio che una manciata di altri singoli che vanno a coprire la stessa sfera ideologica, in uno di quei gloriosi ritorni degli anni ottanta che per un motivo o per l’altro ci becchiamo da vent’anni su base semestrale.

Una cosa curiosa: mentre guardavo San Junipero mi è capitato di ripescare un articolo scritto da Nur Al-Habash, “Ai consigli musicali degli amici preferisco quelli dell’algoritmo di Spotify”. Nur è la caporedattrice di Rockit, se non la conoscete, oltre a una delle più grandi sostenitrici della diffusione-per-algoritmo della musica tra chi scrive oggi in Italia. L’articolo è una riflessione piuttosto seria sull’evolversi del gusto musicale: in un momento storico nel quale i singoli ascoltatori continuano ad accumulare -in modo quasi sempre acritico- un quantitativo di informazioni musicali così esteso da rendere quasi impossibile qualsiasi grado di assimilazione, Spotify e gli altri servizi di diffusione della musica ci sottopongono per la prima volta ad una realtà dei fatti nella quale un sistema di algoritmi può tracciare il nostro gusto personale e guidarci nell’ascolto, per giunta con risultati assolutamente proficui. In altre parole, la nostra identità musicale oggi dipende, almeno in parte, da un algoritmo. Se l’articolo fosse stato scritto da qualcun altro, e magari un anno prima, avrei optato per mandare affanculo tutti e bollarlo come stronzata da principianti che non hanno idea di quale sia il reale valore della musica; a conti fatti, invece, la teoria di Nur è abbastanza convincente, o comunque fa riflettere.

È interessante la dicotomia tra le due visioni di Spotify nelle due cose che ho visto sopra. Nel primo caso l’operazione post-San Junipero si serve di Spotify come interfaccia per ri-celebrare il pop scaciato degli anni ’80 senza più vergogna alcuna (peraltro il tutto in mano agli autori di Black Mirror, che nel linguaggio comune è diventato sinonimo di distopia), cioè –in altri termini- Spotify diventa l’aggregatore di una coscienza di classe e fornisce ad essa una plausibile colonna sonora “definitiva”. Nel secondo caso, Spotify assume con un certo entusiasmo il compito di (pre)intelligenza artificiale responsabile della nostra crescita individuale come ascoltatori. Un impero dei sensi costruito sia sullo sfruttamento delle onde di consenso che su una concezione elastica dell’you might also like, in cui le tendenze di personalizzazione e spersonalizzazione continuano ad alternarsi come pazze. Che prevalgano l’una o l’altra, lo scenario sembra sempre più avvicinarsi a quello di un viaggio all’interno di una macchina col pilota automatico inserito.

Se ci pensate era uno dei principali incubi del consumatore di nicchie musicali da internet in poi: l’idea di poter reperire tutto a costo zero, pensavamo, porterà allo svilimento della musica ed al nostro disamoramento nei confronti della stessa. All’atto pratico, lo svilimento e il disamoramento somigliano molto a questa cosa qui: una routine nella quale la musica diventa qualcosa di immanente a cui tutti si relazionano in modi differenti e perlopiù non-allineati. Quelli della mia generazione ci stanno facendo i denti ogni giorno che passa, e molti non sono ancora pronti ad accettare questo percorso di de-esoterizzazione, questa parabola che sembra mirata a togliere in via definitiva alla musica il ruolo di aggregatore sociale. Già oggi, per dire, un amante di Steve Reich non è più necessariamente un nostro amico a prescindere (e tanto per dire tempo fa ho letto un articolo su Pitchfork secondo il quale, tra i pubblici estimatori di Steve Reich, c’è anche Donald Trump). Quello che non ci aspettavamo è che la fine del ruolo sociale della musica la potesse rendere, quasi in automatico, uno strumento necessario a definire l’individualità personale. Parafrasando: mai come ora siamo la musica che ascoltiamo, anche se all’atto pratico siamo ognuno una cosa diversa.

La cosa più eccitante di tutta questa ripersonalizzazione è che ci costringe a mollare ogni certezza acquisita e ripensare daccapo la nostra condizione di ascoltatori di musica. Del resto, da quanto tempo non parlate con un talebano di qualche sottogenere? Da quanto tempo non parlate con qualcuno che ascolta, per partito preso, solo rap? Passato il concetto generalizzatore della musica (la musica è una), nel 2017 possiamo ridefinirci attraverso un percorso dell’ascolto sempre più personale, individuale e volendo anche individualista. Comunque, in ogni caso, un percorso che segue traiettorie perlopiù incomprensibili agli altri esseri umani ma tracciabili con teorie digitali affastellate l’una all’altra.

La seconda cosa più eccitante è che, a quanto pare, la somma finale è Belinda Carlisle.

(questo pezzo è già stato pubblicato, in forma totalmente diversa, sul numero di dicembre di Rumore)

Rumore

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Mio fratello usciva dal lavoro e passava dall’edicola a prendere qualcosa da leggere. Gli piacevano i fumetti stile Lanciostory o Skorpio, le riviste giovanilistiche patinate con le VIP nude in copertina (tipo King o Max) e le riviste di musica. La sua rivista preferita in generale si chiamava Rumore: delle altre comprava qualche numero qua e là, di Rumore non perdeva un numero. Ho iniziato così, prendendo in mano una di quelle riviste che parlavano per la maggior parte di roba che non conoscevo. Potrebbe essere anche una trama alla Sliding Doors: due realtà possibili che partono dal momento in cui decido di sfogliare, o non sfogliare, la rivista sul lettino di mio fratello. Scena uno: la rivista rimane sul letto. Carrellata su quel che succede da lì in poi: mi immergo nella lettura di qualche Dylan Dog, ricomincio a disegnare, torno a guardare i cartoni animati o i telefilm in TV, provo a studiare algebra. Continuo ad ascoltare la musica di cui parlano i miei amici, compro il biglietto per entrare a vedere il ttottsco a Rimini (7 agosto 1993), i miei voti a scuola migliorano, mi iscrivo ad una facoltà seria, divento architetto. Abbandono le velleità artistiche, apro uno studio nel cesenate assieme a qualche amico, mi specializzo in ristrutturazioni e condoni edilizi, sposo una ragazza del mio paese natale, spendo 100mila euro per ristrutturare casa dei miei, mi ricavo un appartamento indipendente, genero due figli, assisto impotente e costernato al montare della crisi del cinepanettone, partecipo al torneo di marafone tutti i mercoledì sera. Una bella vita. Scena due: prendo la rivista in mano e inizio a sfogliarla.

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C’è un punto di PJ20, il documentario di Cameron Crowe sui Pearl Jam, in cui viene mostrata la cittadina del Montana in cui è cresciuto Jeff Ament. Il bassista ne parla in maniera dolceamara, un posto tranquillo in cui va bene crescere e gli stimoli culturali sono pressoché assenti. Il rock, in questi posti, s’impara di straforo: i dischi di Santana dello zio, qualche disco punk su cui riesce a mettere le mani e le riviste musicali tipo Rolling Stone. Parlando di Rolling Stone gli scappa detto “man you’d STUDY that stuff”. Quando gliel’ho sentito dire ho fatto un balzo, e calcola pure che Ed Vedder una volta sul palco con Rolling Stone ci si pulì il culo. Io sono cresciuto in un posto abbastanza simile a quello dov’è cresciuto Jeff Ament, una frazione di Cesena circondata dai campi di pesche, un migliaio sgaffo di abitanti. Un posto tranquillo in cui va bene crescere e gli stimoli culturali sono pressoché assenti: c’era una specie di biblioteca di quartiere aperta il sabato, e c’era un’edicola. C’è ancora. È il 50% di un negozio che nell’altra metà è il frutta e verdura del paese, e sopravvive alla crisi dell’editoria in un paese già colpito dalla crisi agricola. Certe cose viene naturale di rispettarle. Chi è cresciuto a Bologna o Roma non dà modo di avere gli strumenti concettuali per capire questa cosa: sono posti in cui dal punto di vista dei consumi di musica/cinema/libri/fumetti, da ragazzini, era possibile scegliere. Nei posti come il mio paese la scelta era limitata da una serie di incontri fortuiti, dagli amici/coetanei che ti erano toccati in sorte, e dalla poca roba su cui riuscivi a mettere le mani di straforo. E quella roba lì la studiavi.

Questa settimana è uscito un articolo di Mattioli sul Tascabile che riassume a grandi linee il percorso della critica rock anglosassone. Alla fine dell’articolo Valerio parla brevemente dei corrispettivi italiani e conclude che, al di là di qualche caso sparuto, “la sensazione è che l’Italia non abbia mai davvero conosciuto quell’alternarsi di approcci, sguardi, ispirazioni e finanche ambizioni (letterarie, sociologiche, politiche) che negli anni hanno fatto del rock criticism anglofono un territorio forse contraddittorio ma se non altro patria di esperimenti e sincera riflessione sui linguaggi della contemporaneità.”. Dal suo punto di vista credo sia giusto, ma Valerio è cresciuto in una città con tremila anni di storia e due milioni di abitanti e può permettersi un’oggettività “artistica” che a me non è concessa. Così Rumore diventò la mia rivista preferita: la nuova generazione punk, i residui del grunge e dell’indie, gli Oasis e il britpop, il metal estremo, il rap. Non sapevo quasi nulla di quel che si parlava, ma c’era qualcosa che mi ci teneva incollato. Era come potevano essere Frigidaire o Metal Hurlant in altre epoche e in altri luoghi: una finestra su mondi a me sconosciuti, ad uso e consumo degli appassionati. Forse era l’ennesima finestra sullo stesso mondo illuminato anche dalle altre riviste, ma la gente che scriveva su Rumore aveva un certo tipo di sobrietà asciutta che mi lasciava a bocca aperta: teneva insieme il discorso generale, si scioglieva in accorate recensioni dal sapore brutalmente visivo, esplodeva in saltuarie stroncature cariche di insulti che sembravano quasi roba personale. Rispetto alle altre riviste che leggevo c’era un abisso: pochissime aspirazioni “giornalistiche” alla Mucchio Selvaggio, pochissimi scimmiottamenti gore stile rivista metal per quindicenni. Oddio, questi aspetti erano presenti, ma il cuore pulsante di Rumore erano le tirate di Sorge per certo metal estremo, la partigianeria di Nazzaro nella sezione cinema, la carica sovversiva di Frazzi, i pipponi di Marco De Dominicis/Cusano dell’Agave, l’emotività di Lo Mele, Emanuele Sacchi, le eccezionali scorribande dei The Groovers. E poi Blatto, Compagnoni, Ruggeri, Pomini, Bonadonna, Segale, Messina, Baroni, Pecorari, Prevignano, Negri, Morelli, Ferriero. È una banalità, ma è su Rumore che ho imparato a considerare la firma in fondo agli articoli: erano personalità forti, definite e a volte anche in antitesi. A volte con mio fratello ci chiedevamo che tipi potessero essere questi qua nella vita reale, lui era ossessionato dal sapere che faccia aveva Luca Frazzi, s’immaginava un obeso inguardabile con gli occhiali spessi come un culo di bottiglia, i capelli solo ai lati eccetera. Sai no, i cliché.

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Prima dell’avvento di internet la principale arma a favore dei critici era l’accesso. I giornalisti di una testata riconosciuta ricevevano gratis i dischi prima che uscissero sul mercato; il loro lavoro era informare il pubblico su cosa sarebbe uscito un certo mese, dare un parere prima degli altri, eccetera. Gran parte della reputazione dei critici non era legata all’autorevolezza dei loro pareri, ma a certi privilegi che erano loro accordati ex-ante. Internet ha sostanzialmente azzerato questi privilegi: tutti ascoltano tutto a costo zero, e più o meno nello stesso momento. I giornalisti musicali oggi sono costretti a scrivere di dischi importanti che arrivano loro in streaming blindato a poche ore dalla deadline e la necessità di prendersi dei rischi legati all’impossibilità di far sedimentare l’ascolto. A volte le disastrose conseguenze di quest’evoluzione sono sotto gli occhi di tutti, la didascalica freddezza con cui vengono affrontati certi dischi-evento usciti a sorpresa, certi strafalcioni come la recensione di Anti uscita su Yahoo Music prima che il disco fosse finito, o le recensioni dei fake a metà anni duemila (in Italia il principale scivolone fu proprio di Rumore, che mise disco del mese un fake dei Death Cab For Cutie).

Parlare oggi di quel che c’era sul piatto quando abbiamo iniziato noi ad ascoltare la musica è un esercizio un po’ sterile che si macchia troppo spesso di un romanticismo senza senso. La scena musicale negli anni novanta era un ambiente insalubre: ai concerti rock –a tutti i concerti rock- la gente si menava fortissimo; i locali vendevano birra di merda da hard discount; i proprietari dei negozi di dischi erano genuinamente infastiditi dal vederti entrare, come in Tono metallico standard. La permanenza nel giro-musica era subordinata alla capacità degli ascoltatori di entrare in una rete di scambio, o di crearne una ex-novo. Per rimanerci, di solito, dovevi assumere un ruolo attivo, per quanto marginale: musicista, barista, dj, fonico, organizzatore. A un certo punto i tuoi amici d’infanzia perdono interesse nella cosa, e spesso le persone con cui decidi di passare la vita non ne hanno mai avuto. Così la musica diventa una specie di percorso personale. Quando internet arrivò a casa mia avevo 23 anni: presi il respiro e iniziai a scaricare. Avevo già iniziato a scrivere da diversi anni.

Capita spesso che qualcuno rimanga folgorato dai Metallica e decida di metter su un gruppo, o almeno le storie che raccontano i musicisti sono tutte di questo tipo. Io lessi degli articoli sulla musica, e invece della chitarra ho comprato carta e penna.

Paradossalmente non ho mai amato il giornalismo musicale. Il bisogno di riportare le notizie, il bisogno di cercare le conferme, la ricerca di un parere quanto più definitivo possibile riassumibile in un voto numerico da uno a dieci: sono obiettivi scemi. La musica ha un modo di diffondersi che ha solo in minima parte a che fare col giornalismo, e i dischi cambiano di valore a seconda di come si evolve il mondo attorno a loro. La letteratura musicale, invece, è tutto un altro paio di maniche. Parlando personalmente, la musica è semplicemente uno dei miei argomenti preferiti. Mi piace leggere cose che parlano di musica, omicidi, sesso, intrighi politici, arte e storia contemporanea. Nella mia interpretazione la musica è l’argomento prediletto di un lunghissimo romanzo di formazione con protagonista me stesso in quanto ascoltatore ed essere umano. È la stessa impostazione che usciva fuori dalle pagine di Rumore. Frazzi una volta scrisse il report di un concerto dei Cows, epoca Whorn. Aveva visto il gruppo, era tornato a casa, si era beccato in TV uno speciale di Videomusic sul nuovo rock italiano: raccontò tutto e chiuse dicendo qualcosa tipo “liberiamoci di tutta questa merda prima che sia troppo tardi. Se il concetto non è chiaro, un concerto dei Cows potrebbe aprirvi gli occhi”. La musica, lo scrivere di musica, per me è quella cosa lì.

Quelli che scrivono di musica di solito si dividono in due categorie di persone. I primi sono degli scoppiati che se la credono un casino, vivono il loro hobby come una missione di vita e credono di offrire un contributo prezioso alla cultura contemporanea. I secondi sono gente rilassata che lo fa per hobby e ha coscienza del reale impatto culturale delle cose che scrivono (nessuno). Io credo di appartenere ai primi: i secondi di solito smettono dopo qualche mese e passano a qualcosa di più importante. A mia parziale giustificazione, ho imparato a tenere a bada il mio bisogno di farmi leggere da coloro che non sono interessati all’argomento. Persino a mio fratello, l’unica persona reale che condivideva la mia esaltazione per le riviste, non ho mai pensato di mandare un articolo scritto da me.

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Su twitter la mia biografia recita “In realtà è solo un nazi mancato che ha letto i risvolti di copertina dell’opera omnia di Nietzsche, capendone a malapena il prezzo.” La fonte della citazione è un articolo mitico uscito su Rumore, numero 72, gennaio ’98. Si chiama La corazzata Potiomkin: una dozzina di intoccabili del rock stroncati dalle firme di Rumore dell’epoca. È il più bell’articolo di musica che sia mai stato scritto, parere personale. A testimonianza del fatto che tutta questa storia mi è cucita addosso, il n.72 di Rumore ha in copertina gli Shellac. La frase sopra l’hanno scritta i Groovers, nel pezzo che massacra Henry Rollins.

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A Cesena nei duemila c’era questo negozio di dischi eccezionale che si chiamava Rev Up ma tutti chiamavano “da Oscar”. Da Oscar ho comprato tanti di quei dischi da far fuori il conto in banca, ma la cosa più bella che ci ho comprato non è un disco. Lui aveva questa cosa metodica, riorganizzava gli scaffali ogni sei mesi in cassette divise per generi o nazioni o sa solo dio cos’altro. Aveva un sacco di vecchie riviste di musica buttate in dei cassettoni in basso, e a un certo punto sono comparsi dei tomi rilegati nell’angolo a destra dove prima teneva gli usati. Sembravano volumi dell’enciclopedia Mondadori, copertine nere di pelle con la stampa a caldo color oro, una roba pazzesca. Li aveva fatti rilegare Oscar: erano i suoi archivi personali, le raccolte annuali delle riviste che comprava. C’erano anche i primi quattro anni di Rumore, dal ’92 al ’95. Pensavo avessero un prezzo inavvicinabile, ma Oscar me li vendette tutti e quattro a 50 euro e li regalai a mio fratello per il suo 43esimo compleanno.

I giorni scorsi ho letto un articolo di Annamaria Testa su Internazionale, e l’ho trovato orribile. Parla del fatto che l’aumento dell’importanza dei social network per la società occidentale sta portando a livelli di disumanizzazione del sè. Leggo questo genere di articoli da quando leggo riviste, ogni tanto ne esce uno. La tesi di fondo è che l’evoluzione sociale e tecnologica viaggia più veloce dell’evoluzione umana; l’umanità, dal canto suo, se ne è sempre battuta bellamente il cazzo ed ha accettato ogni cambiamento con relativo entusiasmo. Questo genere di narrazione è il principale responsabile della deriva nostalgica del nostro immaginario e ci giustifica nella nostra tentazione di smettere di relazionarci al mondo. È tutta roba che ho provato negli anni novanta, e a volte mi manca quel genere di odio feroce nei confronti di tutto, così come mi manca l’idea di non riuscire a trovare il disco dei Butter 08 per anni e poi trovarmelo davanti per caso a due lire in un banchetto. Ma d’altra parte sono storie di cui è giusto non freghi a nessuno, e se metto ttte le cose nella bilancia preferisco accendere il computer e scaricarmi il disco dei Butter 08 da Soulseek perchè non ho voglia di cercarlo di sotto tra gli scaffali. Voglio dire, quanta energia abbiamo sprecato per arricchirci culturalmente? Perché dobbiamo sentirci depredati all’idea che i nostri figli o i nostri fratelli minori facciano così poca fatica a reperire i dischi? Cosa c’è di distopico o disumano, nella foto di un’ecografia postata da un tuo compagno delle elementari? Chi è stato ad inculcarci questo costante senso di inadeguatezza al presente? Come possiamo liberarcene?

Non ho vere e proprie risposte a queste domande. Credo che una certa leziosità da bei tempi andati sia impossibile da sradicare dall’animo umano, e questa cosa per la musica pop funziona a meraviglia: è dal ’65 che il rock funziona su una solida linea narrativa secondo cui la musica di dieci anni prima era meglio. Adesso, se mai, manca qualcuno che metta a tacere i vecchi una volta per tutte. Nonostante la tendenza a lamentarmi, però, sono assolutamente convinto che oggi sia meglio, sia la vita in generale che la gente che scrive di musica. Certo tocca affidarsi a internet più che alle riviste di carta, le quali in generale non sono più così attraenti per il pubblico di neofiti e in particolare non riescono mai a superare il menu intervista/recensione/rubrica etc che le anima da decenni a questa parte. Ci arriveranno, voglio dire, che alternativa c’è?

Nel 2013 Rumore è passata di mano, da Claudio Sorge a Rossano Lo Mele: nuovo editore e tutto. Sulla carta credo fosse un progetto suicida: comprare una rivista per farla sopravvivere in un mercato editoriale alla frutta.Tre anni e mezzo dopo, la rivista esce ancora. All’epoca del cambio di editore mi arrivò una mail: Rossano, nell’atto di rifondare la redazione dopo il passaggio, mi invitò a collaborare. Spiegare cos’abbia significato, per me, non è semplice: ci sono in mezzo 25 anni di vita, tante scelte personali perlopiù sbagliate, il carattere che ho e il fatto che alla fine di tutti i bilanci è giusto e sacrosanto che di queste cose (musica, riviste, riviste di musica) non freghi più niente a nessuno. L’unico a cui sarebbe fregato era mio fratello, immagino: continuava a comprare saltuariamente una copia di Rumore, o si limitava a fregarsi le mie quando veniva a trovarmi a casa. Così glielo dissi via SMS, e dopo due minuti mi richiamò un po’ commosso. “Ma ci pensi che te l’ho fatta leggere io”.

Magari aveva un piano fin dall’inizio.

Le soddisfazioni di chi scrive di musica non sono poi tante. Scriviamo la sera, perlopiù gratis, e per un pubblico tutto sommato modesto. Le soddisfazioni sono tante o poche, a seconda di cosa ti aspetti. Una delle più grandi, per me, è di essere entrato in quel mondo lì. Sapete una cosa pazzesca? Ho conosciuto Luca Frazzi. L’altro mese eravamo a Cremona a parlare di stampa musicale ad un festival sull’editoria indipendente. È più magro di me, si veste bene, non porta gli occhiali: è una persona normale che nella vita avrebbe potuto essere chiunque, e invece ha scelto di guardare dei concerti e di scrivere degli articoli sulla musica. Ha fondato una fanzine indipendente venduta su web e stampata su carta, si chiama Sottoterra, spacca il culo. Il suo identikit è lo stesso di tutti quelli che continuano a scrivere di musica sulle riviste cartacee: un amore smisurato che ti tiene sveglio la sera, ti fa perdere un mare di soldi e ti mette in una posizione di svantaggio sul resto del mondo. Se devo avere delle aspirazioni nella vita, vorrei che un giorno qualcuno guardasse a quel che ho fatto come come io guardo a quel che hanno fatto loro. Se aprite Rumore oggi, intanto, trovate nelle pagine di Maurizio Blatto o Marco Pecorari la stessa visione della musica che stava allora nei proclami di Frazzi. In questo, se non altro, lo spirito continua (e del resto Marco Mathieu è stato firma di Rumore per molti anni).

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Qualche giorno fa in edicola è uscito il numero 300 di Rumore. Intorno a casa mia, e nei 50 km che percorro in macchina per andare in ufficio, tutte le edicole hanno chiuso. Sono andato a trovare mia mamma nel mio paese natale e ne ho trovato una copia nell’edicola dove mio fratello comprò la prima copia che ho letto. I sei euro li ho pagati a una ragazza, credo la nipote di quella che me li vendeva a quell’epoca. Nel numero 300 c’è uno speciale, una specie di gioco, che contiene le 300 canzoni più “rumorose” della storia. Ho partecipato anche io, ma è tutta un’esca e uno specchio per le allodole. La storia grossa dietro a quel “300” stampato enorme in copertina per me è un’altra.