Napo

distributori

Su Primaomai.com è online da qualche tempo la campagna per finanziare Il Cartografo. Si tratta di una serie animata, “10 episodi di durata variabile per un totale di 100 minuti”. La serie è ambientata in uno scenario probabilmente apocalittico: la Terra è diventata un immenso deserto, gli umani sono quasi tutti fuggiti su Marte e nel vecchio pianeta sono rimasti solo pochissimi terrestri. Tra questi c’è un individuo chiamato Il Cartografo, che “decide di rimappare il pianeta descrivendo tutto ciò che è cambiato rispetto alla vecchia Terra e come gli abitanti siano in grado o meno di adattarsi a questi cambiamenti. La voce del narratore è quella di Giovanni Succi dei Bachi da Pietra. La serie animata è realizzata da un insieme di quattro persone chiamato La Megabaita: due dei componenti delLa Megabaita sono gli Uochi Toki. Rico si occupa di tutto quel che riguarda il suono, Napo prepara gli storyboard e scrive gli episodi.

Il piatto è piuttosto ricco, direi. Le informazioni sulla serie di cui disponiamo finora sono i testi e il video ospitati su Primaomai. Oltre a questo, io e Napo abbiamo passato qualche giorno a parlare della serie e di raccontare e degli Uochi Toki e di altre cose. Le immagini ovviamente vengono dalla serie.

Ricordo brevemente le regole dei progetti su Primaomai: il progetto è ospitato per un periodo limitato di tempo e si può finanziare da privati, pagando l’ammontare richiesto (Il Cartografo costa 30 euro) e in certi casi anche da commercianti, contrattando il prezzo per l’acquisto di un certo numero di copie. Scaduto il termine della campagna, l’autore stamperà tutte le copie ordinate. Oltre a questo, l’autore si impegna a non stampare mai più l’opera una volta finita la campagna. In altre parole, avete tempo fino al 5 febbraio per far vedere la luce al Cartografo.

Cartografo Tana

Ho letto la presentazione sul sito di primaomai e la prima cosa che mi è venuta in mente è che c’è questo ritorno di un personaggio che cataloga, che documenta il reale ad uso di lettori ascoltatori spettatori che stanno su un altro piano, all’esterno del reale così come preso in analisi. È un personaggio che sta in giro per altre cose a cui hai lavorato, per esempio ovviamente Piano Immaginario, ma anche Il claustrofilo o altri personaggi di Libro Audio. È una cosa voluta? 

E’ una cosa in parte voluta e in parte no. Mi è capitato di pensare che questo personaggio avesse qualcosa in comune con altri personaggi con cui ho/ho avuto a che fare personalmente, ma siccome io vedo tutte queste cose da dentro il rapporto non riesco a formulare esattamente di cosa si tratti.
La catalogazione di cui parli è solo il primo strato di ognuno dei personaggi a cui ti riferisci, man mano che si sviluppano le loro storie ognuno incontrerà il suo personalissimo crash classificatorio e dovrà ri-scrivere tutto o smettere di scrivere del tutto.

Poi, volendo essere precisi, i personaggi che ho scritto generalmente ricordano e raccontano più che catalogare, solo il Cartografo ha intenti dichiaratamente catalogatori, anche più di quelli che hai potuto leggere nella presentazione.

Chi è il Cartografo? Perché raccontate la sua storia?

Il Cartografo è una persona che ha vissuto un’esistenza incompleta fino ad un certo momento della sua vita, per poi ritrovarsi sbattuto con la faccia nella dura concretezza delle cose e reagire in maniera inconsueta. Analogamente alle persone del Piano Reale egli non ha dei tratti caratteriali ben delimitati, perché attorno a lui non ci sono più persone che continuano a influenzarlo riportandolo costantemente all’idea che si sono fatti di lui. Questa è la vera distopia che sorregge la scrittura dei vari episodi. Nel momento in cui un narratore si chiedesse “perché narrare questa cosa che sto immaginando nei dettagli?” verrebbe meno lo spirito con cui si narra e nessuna porta si aprirebbe. Oppure nascerebbe una fiction o qualche prodotto narrativo che al massimo Funziona. Esistono anche perfetti connubi di Narrativa e Funzionalità che possono rispondere bene alla domanda “perché narrare questo?”, però il buon fruitore deve scremarne le parti Funzionali oppure sopperire alle mancanze narrative creando indignazione e macro impalcature di recensioni negative che sfiorano la mitologia diventando di fatto la narrativa che manca nella Storia fruita. I Perché si sapranno a posteriori.

Cartografo reticolo

Mi dai un esempio di perfetto connubio di Narrativa e Funzionalità che possono rispondere bene alla domanda del perché? Mi viene in mente qualche libro di testo scolastico, ma forse non stai pensando a quello. Te lo chiedo perché, ammetto la chiusura mentale, sto cercando di capire se Il Cartografo funzionerà come una nuova “cosa” degli Uochi Toki, anche se ad essere sincero non ho ancora capito se mi interessa davvero o meno.

Infatti come esempio stavo pensando ad alcuni film di animazione che nonostante la loro incredibile portata funzionale (e conseguentemente commerciale) mantengono una narrazione in grado di condurti in Luoghi. Vorrei evitare di menzionare titoli e considerazioni ulteriori su questi film perché altrimenti uno stuolo di opinioni farebbe deviare qualsiasi discorso e si perderebbe la visione d’insieme come è d’uso fare in questa grande corrente di -uso un termine- infotainment. Anche se sto evitando di fare esempi posso dire che per la chiusura mentale a cui alludi non c’è esemplificazione che tenga, dato che nemmeno noi sappiamo se “il Cartografo funzionerà come nuova cosa degli Uochi Toki” in quanto non è ancora completata e non è pensata con algoritmi di Funzionalità (nemmeno con algoritmi uochitokici). E’ da tempo che io e Rico non siamo più una band, bensì un cloud orizzontale di situazioni e persone che qualche volta finisce su un palco nelle forme che puoi aver visto e sentito, o che vedrai e sentirai: con il Cartografo stiamo alzando il tiro e per vedere dove stiamo mirando bisogna alzare lo sguardo. Oppure potremmo prendere dei violini e una band rock e portare live una selezione dei pezzi più apprezzati del nostro repertorio come fanno le persone che hanno finito le idee.

C’è un’altra scuola di pensiero secondo la quale limitarsi nei formati (e quindi dar loro una certa prevedibilità, i.e. lasciare che la gente si aspetti che “gli Uochi Toki” produrranno “un disco”) aumenta le potenzialità espressive, ad esempio certi fumettisti che si ostinano a disegnare su una tavola di carta e in bianco e nero, usando una sola penna, e data una certa serie di limitazioni strutturali produrranno situazioni più creative. Mi viene in mente un passo da Cuore Amore Errore Disintegrazione in cui canti “il rispetto è un contenitore e io sono qui per espandermi”, quindi da un certo punto di vista la visione degli Uochi Toki come un cloud orizzontale di situazioni e persone può essere sia pienamente in linea con la concezione degli Uochi Toki di qualche anno fa, sia una forma non-rispettosa di produzione artistica. Che ne pensi?

Il discorso sull’espansione è complesso perché comprende più discorsi anche contrari gli uni agli altri. Se vuoi che la risposta sia contenuta in queste righe, l’espansione farà in modo che sia contenuta OVUNQUE, e queste righe faranno ridere per la loro banalità.
Non si spiega la crescita, l’abbandonare la forma vecchia per una forma nuova pur contenendo allo stesso tempo la forma vecchia (nota bene che la forma vecchia è in realtà la forma giovane).
I formati come il disco o il cartone animato sono mortali, e noi li prendiamo e lasciamo a seconda di come è più comodo per noi.
Il formato foglio e penna, invece, ha la stessa età della Rappresentazione: potremmo anche disegnare su un certo numero di fogli sequenziali la serie “Il Cartografo” e portarla in giro nelle piazze sbattendocene dei supporti e ti confesso che l’idea mi solletica al solo pensiero… tanto che quasi quasi ci creo un live con questo principio e lasciamo a casa tutta la baracca del DVD. Però poi penso che gli orpelli (i formati) sono semplicemente un linguaggio e mi va di vedere ancora una volta se e quanto riusciremo a fare da traduttori, perché in una certa misura, ci riusciamo ogni volta.
cartografo sezione

Io ogni tanto quando scrivo mi trovo nella difficoltà di pubblicare, è una specie di meccanismo psicologico legato all’idea che lo sto *pubblicando* e in qualche modo sto perdendo la possibilità di intervenirci sopra, ridefinirla. Che poi è il motivo per cui odio rileggermi. Una cosa tipica che mi succede è che quando rileggo cose che ho scritto ho bisogno di richiamare alla mente ciò che volevo dire quando l’ho detto, e nella maggior parte dei casi sento che chiedo a me stesso una fiducia che non ho -la stessa idea di domandarmela significa che ne sono sprovvisto, giusto? O forse la sto salvando da qualche parte- nella speranza che la testa riesca a riempire i vuoti tra quello che ho scritto e quel che volevo scrivere. Da quello che scrivi sembra che a te succeda meno che a me, che tu consideri ciò che hai fatto in passato come un successo, nel senso di essere arrivato a fare ciò che esattamente volevi fare. È così? 

Rispondendo a questa domanda mi sono incuriosito e sono andato a leggere un po’ di pezzi che hai scritto per capire meglio questa tensione del pubblicare dato che avevo letto solo un paio di articoli volanti e, oltre alle mail che ci siamo scambiati, non avevo approfondito Bastonate.

Comunque sia ho l’abitudine di non tenere come riferimento ciò che è passato. Periodicamente riascolto e valuto qualche scritto vecchio però non avrà mai la qualità e la mole dell’ascendente che ha su di me “quello che farò”. Per questo motivo per me *pubblicare* è abbastanza facile e se non sono riuscito a rendere esattamente quello che volevo dire, mi avvicinerò di più nella prossima cosa che scriverò.

Anche se rileggessi e trovassi perfetta adesione tra ciò che voglio dire e ciò che ho detto, subentra il fatto che chi lo ascolterà potrebbe leggere qualcosa che non mi è nemmeno passata per la testa o l’esatto contrario di quello che volevo dire, solo perché uso delle antinomie estese a diversi periodi, cosa che, puntualmente, accade. Ti faccio un esempio: ci sono state persone che ascoltando il testo di Permettendomi Artifici Spontanei hanno sentito che una ragazza veniva definita con termini come “cerbiatto” e trattata con una certa sufficienza e hanno considerato lo scritto come un capolavoro del sessismo. Non correggerei una riga di quel brano perché è stato scritto con la coscienza di accostare termini *pericolosi* e non scriverei una riga di una “Guida alla lettura per femmine che hanno deciso di mettere da parte il loro senso dell’umorismo e la loro pattern recognition per scagliarsi contro quei maschi più flessibili come azione di ripiego perché non sono in grado di colpire i maschi più rigidi”. So bene che facendo un passo indietro potrei chiarire molte cose, ma non appena poso una immaginaria penna su di un immaginario foglio titolato Cosa Volevo Dire, penso che mi rifiuto di credere che chi ha letto/ascoltato sia così indietro di cottura. E anche se fosse vero ed io fossi un soldato giapponese abbandonato su di un’isola che non sa se la guerra è finita o meno, di certo la non comprensione, l’oscurità, potrebbe far nascere l’esigenza di comprendere a fondo. Io ho imparato a comprendere non comprendendo, e vorrei insegnare questa pratica non insegnandola. Che poi, a ben vedere, le skills di comprensione del testo non si affinano solo ascoltando un gruppo di para-rap italiano o leggendo un blog di considerazioni musicali, ma applicandosi a tutte le forme linguistiche anche a quelle che sono fuori dall’idea di pubblicazione come i discorsi che senti fare sul tram, la corrispondenza privata o quello che ti ripete tua nonna: se ciò che abbiamo scritto non quadra, pazienza, tanto non gira tutto intorno a noi.

Qui c’è anche un altro discorso sull’immedesimazione, che funziona soprattutto credo in sede di fruizione -una cosa tipo “mi piace perché mi ci ritrovo”, detta in breve: le cose che fai mi raccontano qualcosa di me, oppure no. Però c’è anche un discorso di identificazione tra autori e personaggi, e nel tuo caso è difficile distinguere perché i personaggi delle tue canzoni e dei tuoi fumetti e -a quanto pare- anche dei tuoi/vostri cartoni parlano sempre in prima persona. Così per esempio uno si sente Permettendmi Artifici Spontanei e pensa “questa persona è odiosa”, e per alcuni ci sono altre cose legate a questo (ad esempio qualcuno pensa “questa persona è Napo”, e qualcun altro “questa persona è odiosa e quindi questa canzone è odiosa”). A me spesso succede di avere questo istinto, credo sia dovuto al fatto che ragiono secondo un pattern cognitivo abbastanza comune che è legato all’analisi del testo. Però mi immagino che un insieme come il vostro attiri un certo tipo di consumatori culturali, gente che non ha studiato molti libri di testo, che si è trovata un po’ in mezzo ai discorsi e ragiona in maniera più astratta, più libera. Il Cartografo aprirà altri fronti di questa discussione secondo te?

Esistono due modi per identificarsi o immedesimarsi. Il primo, più automatico, è quello che prevede il trovare dei punti in comune e sfruttarli per entrare nella persona (o anche nell’animale o nell’oggetto, perché no) di cui si sta parlando. Il secondo, che necessita un po’ più di concentrazione, è quello che parte dalle differenze, dai vuoti e da tutto ciò che risulta alieno. Ti faccio un esempio letterario: Memorie dal Sottosuolo di Dostoevskij. Il racconto in prima persona di un personaggio disadattato e riflessivo e delle sue disavventure. Molti dei fruitori di questo racconto sono persone che stanno attraversando momenti di misantropia riflessiva legata a vari gradi di disadattamento (quando lo lessi anni fa anche io attraversavo). Questi fruitori si identificano con il personaggio principale e lo trovano così sfaccettato, così umano, che non possono fare altro che chiedersi se non si tratti di una proiezione letteraria dell’autore: «questa profondità puoi ottenerla solo se è la TUA profondità». Leggendo altri romanzi di Dostoevskij, tuttavia, compaiono moltitudini di altri personaggi di uguale o maggiore profondità, che però hanno nature e comportamenti opposti o divergenti al protagonista di Memorie dal Sottosuolo. A quel punto è chiaro che l’intento del racconto non è accogliere i lettori in un coccoloso guscio di intelligentissimo disagio sperimentato, come potrebbe fare un Kafka, bensì quello di scrivere un personaggio che superi il conflitto verità-finzione e buchi le pagine del libro. La personalità di Fedor Dostoevskij emerge, forse, dalle relazioni che intercorrono tra i suoi personaggi, dal Mundus che essi delimitano. Ma forse il problema non si pone perché l’incanto di questi personaggi che interagiscono è tale da far dimenticare l’immedesimazione. Riportiamo questo esempio sugli Uochi Toki e mettiamoci un pubblico che si ostina a voler sapere quanto c’è di vero nei testi, quanto gli è permesso identificarsi, quanto gli è concesso scontrarsi con l’odiosità, nonostante sia stato detto e ridetto che non sono queste le linee importanti, e arriviamo a due punti:

IL PRIMO è che si stanno palesano sempre più frequentemente dei fruitori alieni che, in modo autonomo, riescono a superare queste pseudo-necessità di identificazione fondate sulla rockeggiante cultura della somiglianza, fruitori che non perdono lo sguardo critico su di noi (o su tutto in generale) e con i quali riusciamo a relazionarci nella realtà in modi che vanno dalla chiacchera alla convivialità. E non sto parlando di una Nuova Generazione Super Intelligente che tra poco esploderà in qualche web-reportage, web-articolo, web-storicizzazione del presente, bensì di ben individuati esseri umani che possono essere dettagliati solo in maniera orizzontale.

IL SECONDO invece è che, con Il Cartografo ho scritto qualcosa che non sarà letta dalla mia voce, non avrà le fattezze del mio tratto, avrà come protagonista un personaggio con cui posso trovarmi in disaccordo e sarà fruibile in modo relativamente veloce, nella dimensione bedroom, la stessa dimensione in cui questa serie di animazione sta nascendo. Chi non terrà conto di questo cambio di coordinate radicale, questa volta, rimarrà a riva e basta.

Questo per dire che spero che “La Discussione” a cui fai riferimento non apra altri fronti ma si concluda o si sposti su altro con questo cartone animato. Inoltre spero che i fruitori alieni invadano la Terra.
foto di gruppo

Da un altro punto di vista una serie animata in qualche modo sembrava una cosa che prima o poi avreste fatto, ci sono notevoli citazioni sia nei testi che nelle musiche almeno dai tempi dei Laze Biose (prima non so che cose faceste). nel momento in cui però la fate davvero, una serie, è divertente vedere come si sposta il peso delle citazioni. Ad esempio se leggo un fumetto, che so, di Zerocalcare, molte delle citazioni che usa creano un certo grado di immedesimazione, come in quel report di Lucca in cui Quit The Doner parla di quell’immaginario come dell’unico tratto comune/universale della nostra generazione. invece il vostro modo di procedere a volte sembra voler tirare coscientemente dalla parte di una specie di sdoganamento fuori tempo massimo, come se questo retroterra culturale (Naruto o i Puffi, non credo importi se è l’uno o l’altro) vengono caricati di un significato che è personale e non necessariamente condiviso con il pubblico, anzi più spesso no. Non so se c’è una domanda in questa cosa. Da quanto tempo ci state lavorando?

Noi non sposiamo il pensiero “per generazioni”. Sia nei rapporti che nella fruizione. Nella stessa maniera in cui è importante assorbire opere e conoscere persone transgenere è importante assorbire opere e conoscere persone transgenerazionalmente, concentrandosi su quello che si sta conoscendo e gettando via tutta la spazzatura generazionale.  Possiamo prolungare il discorso di questo Quit The Doner (che ho cercato perché non conoscevo) ed eliminare anche l’ultimo degli elementi che accomunano una generazione, così facciamo piazza pulita e possiamo concentrarci direttamente su Naruto e i Puffi per vedere se in qualche anfratto di quelle serie c’è sia pure una briciola di luminescenza. Poi personalmente penso che Lucca Comics sia un supermercato dove le due azioni base di questo immaginario, ovvero leggere/fruire e disegnare, sono decisamente a margine dell’esperienza, quindi c’è poco da fare report. Comunque sia se non si cerca un significato personale in tutti i fumetti/cartoni/videogiochi ripulendoli dai meme, dalle contese e dagli scivoloni di scrittura/sceneggiatura, allora queste opere tenderanno a diventare della stessa pasta di Calcio, Figa e Politica aka panem et circensem. Se la sterile puntata di Yu-gi-oh che ho visto di sfuggita 12 anni fa mi ha fatto saltare in mente una idea grandiosa, non vuol dire che mi guarderò tutta la serie, ma saprò che le idee si trovano nei posti più impensabili e non storcerò il naso a prescindere di fronte a Gokinjo Monogatari solo perché è uno shojo. Io e Rico siamo cresciuti davanti a cartoni e fumetti ma con esperienze diverse senza mai doverle integrare a forza, come ad esempio è successo con Evangelion: io l’ho guardato tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000 in un misto di videocassette prestate e Anime Night su Mtv, con un assorbimento graduale, influenza sui temi onirici e senza cercare di convincere tutte le persone che mi stavano accanto che Andava Visto, mentre Rico si è divorato tutte le 26 puntate nel 2014 in modo indipendente, senza che nessuno avesse creato la necessità in lui ed è rimasto così meravigliato dall’opera che ha sentito di dover condividere il suo entusiasmo cercando di segnalare la serie a diverse persone come la cosa che per lui era, una scoperta eccezionale. Peccato che la reazione di queste persone era più o meno sempre una variazione sul tema “Ma lo hai visto solo ora???”.

Entrambi abbiamo assorbito Evangelion in modi diversi ma con una intensità profonda, perché qualcuno deve ridurre tutto al miserabile dettaglio della contemporaneità? Per questo genere di basse esigenze attualiste esistono 6 o più serie che soddisfano giornalmente la fretta di stare al passo, si chiamano Telegiornali.

Visto che citi Zerocalcare poi, faccio un esempio anche su di lui. Anche io all’intervallo alle elementari mi trovavo a decantare le gesta dei Cavalieri dello Zodiaco, e ti batto il cinque se rappresenti tua madre come Lady Cocca di Robin Hood della Disney, di contro non amo quel genere di trattazione delle tematiche sociali e l’inserimento continuo di elementi contemporanei-evanescenti come internet e gli smartphones, TUTTAVIA non è nell’identificarsi o prendere le distanze che sta la lettura di un fumetto, altrimenti potrebbe piacermi Shintaro Kago solo se sezionassi corpi di ragazze. NO. Quindi cosa posso apprezzare di Zerocalcare? Il fatto che una persona che decanta la sua leggendaria sedentarietà come un valore alzi il culo e vada a Kobane, il fatto che non abbia eliminato l’infanzia dalla sua vita e ne parli in modo oscuro e divertente, il fatto che alteri la realtà dando delle identità fittizie ai personaggi dei suoi racconti evitando l’onesta professione di verismo senza abbandonare il tono gag e poi, accidenti a me, il fatto che mi strappi diverse risate. Sono andato un po’ fuori dal tracciato della domanda, però posso dirti che altre volte ho cercato di iniziare a fare cartoni animati e non è così automatico riuscirci, non basta la volontà, ci vuole anche il consenso di tutta l’inerzia dell’Universo, perché soffiare la vita all’interno dei disegni in una struttura narrativa non è cosa che si possa fare da soli, al contrario dei fumetti. E non ti so ancora spiegare il perché. So solo che con Rico e Megabaita ci stiamo riuscendo (buttiamo via la scaramanzia oltre che la generazionalità) e da solo non ci riuscirei.

2016

2016

nota di servizio: questo sarebbe il post conclusivo dell’anno 2016 in musica, ma negli ultimi giorni ho avuto qualche casino personale e non sono riuscito a fare niente di meglio che tirar giù 10 punti su qualcosa che in altre condizioni -magari- sarei riuscito a scrivere in modo più organico.

1 Non ho mai avuto troppi problemi con l’idea che “il rock” prima o poi sarebbe morto -molti dicevano che era successo prima che lo conoscessi- ma quando avevo vent’anni pensavo che sarebbe stata una sorta di martirio organizzato con tutti i crismi, o quantomeno che ad ucciderlo sarebbe stato qualche altro genere giovanilista occidentale -hip hop, elettronica, boh. Non è successa né l’una né l’altra cosa, e così oggi il rock sta morendo di vecchiaia.

2 usare la parola “rock” è stupido, ma del resto usare qualsiasi altra parola lo è allo stesso modo. Musica di rottura con una storia vecchia di decenni. Il rap non è che sia messo molto meglio, eh. È solo che ha conservato un briciolo di spocchia autoaccomodante come genere musicale, e le dinamiche di appartenenza interne all’hip hop hanno ancora una certa capacità di autogiustificarsi senza suonare ridicole a se stesse -è una cosa che si può perfino apprezzare. Però, per dire, quando leggo gli osanna al disco degli A Tribe Called Quest nelle riviste più blasonate del pianeta io un paio di domande me le faccio. Ad esempio: pilota automatico per pilota automatico, non sarebbe più sensato metterci l’ultimo disco dei Megadeth? Almeno di Dave Mustaine è facile intuire la dimensione tragicomica, e comunque è un modo per non dare per scontata un’idea di musica popolare che non sia necessariamente il prodotto di una serie di ingredienti inidentificabili comprato negli sconti dell’Esselunga.

3 Dall’altra parte è meglio il reducismo ignorante a grado zero di Megadeth o Metallica e tutta quella roba (dei Metallica puoi pensare tutto il male possibile, quantomeno) rispetto a tutto l’immaginario rimasticato per la quinta o sesta volta che sta impedendo alla psichedelia di estinguersi -e anzi la sta continuando a mantenere sulla cresta dell’onda presso un pubblico di appassionati duri a morire, al pari di certi atteggiamenti funeral doom da cui ormai, non me ne si voglia, preferisco scappare a gambe levate non appena sento un odorino sospetto.

4 Mi è passata la voglia di scrivere di musica. Ho ascoltato più musica quest’anno rispetto agli anni precedenti, e mi sono trovato a rendermi protagonista di qualche episodio di fanatismo assoluto -saranno 15 anni che non ascolto un disco con la dedizione che ho dato all’ultimo degli Autechre, per dire. Ma se devo mettermi al tavolo e scrivere roba sensata sul nuovo disco degli Autechre, preferisco di no. Al di là del fatto che l’ho fatto per troppo tempo, mi sento come strozzato dalla grammatica -e intanto fuori ci sono paesi che votano per uscire dall’unione eropea, tanto per dire.

5 Sono genuinamente esaltato da ciò che il mercato dell’ascolto e la guerra dei formati sta diventando: lo strapotere dello streaming, per quanto non proprio la mia tazza di tè, ha generato una nuova idea di album con cui bene o male riesco a confrontarmi, e persino ad esserne esaltato (ne scrissi qui). Ma anche qui credo che sia più una cosa personale, una cosa che mi piace più guardare di quanto mi piaccia descrivere.

6 Quest’estate a un certo punto hanno iniziato ad uscire articoli sul fatto che Andiamo a comandare sia da salutare come una sorta di addio dell’Italia tutta a qualsiasi aspirazione intellettiva. Non è la prima volta che succede, e non riesco più ad appassionarmi a questo genere di supponenza del cazzo: l’unica colpa di Andiamo a comandare è quella di aver funzionato presso un pubblico che prova a farsi una risata ogni tanto e non sta lì a pensare a cosa si perde nel frattempo. Non trovo nemmeno particolarmente sbagliato che gente tipo Thegiornalisti o Cosmo riempia gli stessi locali che mi fa male al cuore trovare semivuoti quando ci vado io; come se poi qualcuno avesse puntato una pistola alla testa all’ascoltatore e gli avesse urlato in tono minaccioso “Cosmo o Phill Reynolds? SCEGLI”. L’unico difetto che ci posso vedere è che non mi piace la loro musica, o almeno non mi interessa particolarmente la musica di Cosmo (dei Thegiornalisti, per via di una specie di fioretto, non ho mai ascoltato un disco). Ma alla fine la mia opinione vale quanto quella degli altri. Di solito quando iniziano questi ragionamenti stile a ciascuno il suo è ora di appendere la tastiera al chiodo. Ho ancora qualche sussulto sporadico; ieri sera ho sentito la canzone nuova dei Baustelle e mi ha fatto girare talmente il cazzo che per spurgare ho dovuto guardarmi sul tubo trenta minuti di Napalm Death dal vivo in formazione Dorrian/Steer/Harris/Embury -esaltante. Ma anche questi sono discorsi che ho già fatto in passato e non ha molto senso star qui a ripetere.

7 Quando leggo articoli sulla Dark Polo Gang o Sfera Ebbasta, Ghali e tutta quella gente, quasi sempre scritta in modalità “c’è più di quel che pensate in questa roba”, mi viene voglia di prendere una mazza da baseball. Grazie al cazzo, lo so che c’è più di quel che penso, è roba che ascoltano milioni di persone. Perchè qualcuno intossicato da vent’anni di cultura musicale dovrebbe negare a mia nipote il diritto di sentirsi speciale? In nome di cosa? Tipo delle FONTI? Della CULTURA? Diocristo, non è il caso di smetterla e ricominciare ad avvelenarci il fegato in privato? Quando uno di noi (35 anni o più) pensa che grime o trap o nuovo rap o EDM (o sa dio cos’altro) siano musiche poco interessanti, solitamente sbagliando di grossissimo, rende a questa roba l’unico servizio che gli è dato di renderle. Se io penso che sia “tutta musica di merda” e mi tolgo dal dibattito la colpa è mia; se riesco a capirla e contestualizzarla nella storia della musica, è colpa della musica. O anche: se un fan di dj Gruff ascolta Ghali, è ragionevole pensare che uno tra Gruff o Ghali abbia sbagliato qualcosa. In questo, almeno, sarebbe importante non fingere. Un altro conto è darne conto, naturalmente: se uno è fuori dal dibattito, è fuori dal dibattito. Non è la fine del mondo. Potrei persino ricominciare a fare del clubbing saltuario dopo una dozzina d’anni di break, magari quelle riserve per palati buoni patrocinate dagli enti pubblici o qualche serata carina di quelle che fanno qui in giro; giusto per sentirmi una volta tanto il matto del paese, il vecchietto che ha perso gli amici e la brocca e se ne va a fare l’uomo vissuto coi ragazzini che gli ridono dietro. Avrebbe un suo senso. Ci sono tre o quattro persone così che osservavo a 17/18 anni e sono uno dei miei spauracchi principali come essere umano (ho sempre avuto la fobia di diventare il matto del paese). O magari continuerò ad andarmene nei posti dove mi sento al sicuro, i circoli Endas con il vino buono e il concerto weirdfolk che inizia presto e a una cert’ora almeno si torna a casa, relegando l’occasionale voglia di contemporaneità ai festival di elettronica patrocinati dall’assessorato e cuciti addosso all’identikit che ha fatto di me l’algoritmo di spotify, e alla fine non c’è niente di stupefacente in questa cosa.

8 La principale caratteristica dell’oggi, musicalmente parlando, è che le narrative si sono sfilacciate al punto da rendere impossibile anche solo pensare un’idea di “musica popolare” omnicomprensiva. 5 anni fa non era così, tanto per dire. E se sparisce questo ideale, sparisce la legittimazione di tutto quello che sta ai margini, tutto quanto va ripensato più o meno dall’inizio e credo la critica non sia ancora prontissima a farlo, per cui la musica esce molto spesso con la parte critica già svolta al suo interno. Un grande esempio di questa cosa è il disco di Kanye West, che concettualmente direi essere l’album più ambizioso da diverso tempo a questa parte -ma in realtà è un’idea comune. Lo stesso attaccamento estetico del rock o della black music a se stessi è considerabile come un precipitato secondario di questa storia. Il namedropping non funziona più come un tempo, sia in senso positivo che negativo. È possibile al contempo ragionare su un ideale di contemporaneità che sparare Bowie al primo posto delle classifiche, un po’ honoris causa e un po’ per reali motivi di merito, e anche perchè comunque l’idea della morte nel 2016 è abbastanza centrale -spero nel 2017 sia centrale il bisogno di codificare un modo decente di elaborare il lutto. O anche, tanto per dire, l’idea di ricominciare a prendere una posizione su qualcosa.

9 i dischi: Autechre, Rihanna, Kanye West, Antico, Not Waving, Gqom Oh!, Deerhoof, WWWings, Holden/Luke Abbott, Lady Gaga, Ital Tek, Mykki Blanco, KatieE, Lorenzo Senni, Bowie, Aphex Twin, A Tribe Called Quest (ovviamente), Jute Gyte, Amnesia Scanner, Ben Seretan, Fatima Al Qadiri, Car Seat Headrest, Powell, ELM, . C’è un’infinità di roba che mi sento di voler citare e al contempo mi sembra stupido star qua a fare la classifica di fine anno. Quel che è meglio, sembra una partita continuamente aperta: all’epoca di consegnare la mia prima playlist, non avevo manco ascoltato ancora il mio disco preferito del 2016. oggi sentivo il nuovo Run The Jewels, ieri ho ascoltato L.U.C.A., non c’è giorno che non arrivino stimoli. L’anno scorso feci questo pippone infinito su quanto le classifiche si somiglino troppo, e quest’anno la mia classifica è uguale a quella di tutti gli altri. Più di tutti non so dire esattamente perchè questi dischi e non altri, e non ho voglia di scrivere un pippone su nessuno di loro.

10 Contrariamente ad ogni mia aspettativa, questo blog è sopravvissuto anche a quest’anno. È ragionevole pensare che nel 2017 ci sarà qualche cambiamento, in ogni caso. Magari inizierò a scrivere di roba che non c’entra nulla con la musica, giusto per tenere un po’ il ritmo, e vediamo dove si va a finire.

In difesa del metal turistico ai festival indie

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La mia dimensione concertistica ideale ha a che fare col disimpegno. Passata una certa età trovo piuttosto difficile avere a che fare con qualunque cosa succeda dopo le 23. L’ultimo concerto metal duro e puro a cui mi sono presentato non lo ricordo nemmeno più. Avete presente di cosa parlo? Quelli del giro Bologna in cui il gruppo principale suona ad un orario fetido, anticipato da cinque gruppi ugualmente pestoni: mi rompo le palle. Non voglio dire che i musicisti emergenti dovrebbero rifiutarsi di aprire le date degli Entombed AD, ma all’atto pratico il mio festival ideale avrebbe un cartellone che prevede dieci ore di indierock melodico, elettropop di merda, rap minimale e folk intimista, e poi un singolo gruppo pesantissimo che suona un set di 45 minuti e manda tutti a casa. Magari il giorno dopo avrei pure il coraggio di sottolinearlo coi miei amici, “impossibile dare conto dell’intensità degli High On Fire ieri sera, della manifesta superiorità con cui han fatto il culo a tutti i cazzari indiemmerda che hanno avuto i coglioni di presentarsi sul palco prima e dopo di loro”. Ci sta. Ma la verità è che due o tre gruppi dell’intensità degli Entombed uno di fila all’altro, mi fanno lo stesso effetto del pranzo a base di cozze al matrimonio di mia seconda cugina. La presenza di uno o due gruppi ultrametal (quest’anno sono gli Slayer) nel cartellone del Primavera sta solo a significare che di gente come me ce n’è tanta ed è gente che continua a pagare il biglietto del festival.

Club To Club

Ho ancora gli occhi gonfi dalla stanchezza post-C2C, o è l’abbiocco pomeridiano in ufficio, non so, comunque nei giorni che seguono una settimana di C2C il mio unico pensiero è minestrina in brodo e letargo, minestrina in brodo e letargo.

(finisce più o meno così)

(riparto da capo)

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c2c

“Ogni anno, migliaia di ragazze e ragazzi italiani spendono centinaia di euro in voli low-cost e case su Airbnb per assistere ai festival musicali in giro per l’Europa. Chi va a Parigi, al Pitchfork; chi va in Belgio, al Pukkelpop; chi va a Barcellona, al Primavera Sound. Poi ci sono anche quelli che risparmiano anni e se ne vanno a Indio, in California, al Coachella. Ogni anno, dopo che queste migliaia di ragazze e ragazzi italiani sono tornati dai vari festival in giro per l’Europa e ne hanno magnificato le sorti, la line-up, l’organizzazione, il contesto, la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: «Perché non in Italia?»”

È l’inizio di un articolo scritto dal mio amico Hamilton Santià, a cui di primo acchito naturalmente avrei voluto sfondare la testa con un cric. Nel senso che di articoli sulla mancanza di grandi festival in Italia ne escono già parecchi, scritti da gente che non conosco e di cui non mi sento necessariamente obbligato a leggere ciò che scrivono. Perchè non c’è un grande festival in Italia? Chi cazzo se ne frega. Volare a Barcellona (la Djerba dell’indie) mi costa meno che andare in macchina a vedere i Sunn (o))) al labirinto del cazzo in provincia di Parma dove han suonato quest’estate. Poi fortunatamente l’articolo di Hamilton Santià parla di un sacco di altra roba, perlopiù figa. Primo tra tutti il modo in cui il cambiamento di giunta a Torino ha fatto cambiare da mattina a sera l’aria intorno al discorso culturale cittadino, trasformando in maniera abbastanza rocambolesca quello che stava diventando il nuovo centro espositivo della cultura giovanilistica italiana (Salone del libro, TOdays, C2C eccetera) nel ponte di prua del Titanic, con tutta la gente che s’affanna sulle scialuppe e l’orchestrina che suona sul fondo. È un bell’articolo, ed è abbastanza pazzesco che nel clima descritto da Ham si sia svolta l’ultima edizione del C2C, con un cartellone talmente poderoso da far considerare persino a me l’idea di prendere e andar su. Purtroppo poi la vita mi ha inchiodato al paletto, ma la mia amica Batteri (con l’accento sulla A tipo la canzone dei Metallica ma con la i alla fine) (ore di discussione su questa cosa) è potuta andare in rappresentanza de IL SITO e ha raccolto qualche impressione. L’unica condizione che ho posto è che non saltasse il concerto di Arto Lindsay e Paal Nilssen-Love, perchè io sono fatto così, andrei a un festival di elettronica solo per vedere uno che suona la chitarra elettrica senza saperlo fare. Il report parte da qui, in forma di scambio epistolare.  

Arto Lindsay è immenso ed è esattamente l’uomo che vorrei sposare. Ok, questo non fa parte del report ma è la persona con quel genere di schizofrenia di intrattenimento improvvisato creativo che ognuno di noi (sono un po’ pretenziosa credo) vorrebbe avere tutto il giorno attorno a casa. Alterna numeri di chitarra atonali (è un eufemismo) che vanno oltre l’orecchio umano a serenate in spagnolo da farti sciogliere sulle poltrone (sì Arto, sono comode, lo dico per rispondere ad Arto che nei suoi intermezzi si è preso bene con la nostra lingua e ci ha anche chiesto “Come si dice “Comfortable”? sono comode le vostre poltrone?”) (E poi giù di distorsioni, urla nervose da mal di pancia e suonate di chitarra che rimbombano e stridono nel Conservatorio). Tra gli altri monologhi in italiano ci ha anche tenuto a precisare di aver visitato il museo egizio nel pomeriggio, mentre Paal Nilssen-Love era al museo dell’anatomia; che in effetti è la perfetta metafora del live, ognuno dentro al suo museo in completo sviaggio con lo strumento musicale che sta suonando, in contorsioni da guinnes dei primati. Credo di aver visto Paal scrivere lettere d’amore, o comunque lettere postali, sui piatti con la sua bacchetta, generando questi fischi acutissimi. E nonostante tutto il suono generato si sposava benissimo, quasi come l’abbigliamento -probabilmente si saranno trovati in cameretta poco prima: camicia della stessa tonalità di blu polveroso quasi come una divisa. Anyway Bravi, immensi, bis. un’ora e mezza di concerto (saranno state 3? chi se ne rende conto?) da commozione.

(poi FF sottopone a Batteri una cosa scritta su facebook durante il concerto degli Autechre, dall’amico e collega Federico Sardo, il quale acconsente alla citazione e alla riproduzione)

“Ho dovuto arrivare in transenna per trovare un posto in cui la gente non parlasse con accento campano dei cazzi suoi ma niente, pure qua hanno di meglio da fare che ascoltare la musica.
In compenso fischiano perché non fanno ballare.
In Italia non ci meritiamo NIENTE”

FF, in modalità ITALIETTA ALERT (spiego: tutte le volte che qualcuno dice “in Italia” parlando del fatto che siamo cafoni ladri o maleducati mi sale il sangue alla testa. Non è che sono un fascista o cosa, ma mi fa girare comunque i coglioni che ci si riferisca agli italiani come a dei minorati e delle teste di cazzo, umanamente valiamo più o meno quanto i belgi e i senegalesi), chiede a Batteri cosa pensi di questa cosa e se il casino fosse in qualche modo insopportabile.

Che poi stupirsi del pubblico che ad un festival parla di tutt’altro rispetto al festival, boh.

Credo di non aver mai esperito il completo silenzio di sala, nemmeno -che ne so- per Charles Cohen a Electronique ‘15 o la Turandot di Puccini a Torre Del Lago (era l’estate del 2015 anche in quel caso mi pare). Il pubblico da fiera della porchetta è abbastanza prevedibile, poi in effetti basta vederli a gruppi correre urlando verso l’ingresso con i biglietti stampati (ok, io non stampo nemmeno più la carta di imbarco, ma forse era parte del regolamento del C2C) per poi farsi la foto davanti alla security. Quindi sì, se vuoi sentir minimamente commenti su ciò che stai realmente vedendo e ascoltando forse hai leggerissimamente più probabilità di farlo nei pressi delle transenne.

Segue un breve stacco e dopo un giorno mi arriva un’email con il report del sabato, intitolato GIRA VS PAGLIE.

(Non me ne vogliate Swans, ma oggi proprio non ho intenzione di dedicarvi l’attenzione quanto feci per le 3 ore alle Officine Ansaldo nel 2013. Però faccio i complimenti a Gira che è pettinato come me ed è sempre in grandissima forma.

Quel ragazzone di Powell decisamente miglioratissimo, ha fatto ballare la sala di gusto -ormai è diventato nazionalpopolare: tiene il palco, fa divertire, mette i pezzi giusti.

Segue esodo verso sala gialla

(Avrebbero potuto prevedere una linea di metro interna)

Dopo la lunghissima attesa finalmente parte Amnesia Scanner, il duo misterioso di Berlino che alla fine misterioso ha continuato ad esserlo. Nel senso che il buio e il fumo hanno confuso le figure umane al punto che la fisicità e identità erano giusto intuibili, e non c’era uno studio della performance o qualsiasi tipo di presenza scenica -se così vogliamo chiamarla. Avevo la curiosità di sentirli e vederli anche per via di certi decantati visual che poi alla fine non c’erano. E insomma mi ha lasciato un po’ così, si perde un po’ il fascino di vedere un progetto del genere, che ci è arrivato comunque con un’allure e un fascino mediatico di un certo tipo, che poi dal vivo non c’è. Comunque ecco, se proprio devo lamentarmi di qualcosa, più che del rumore del pubblico e della scarsa ricettività durante i concerti mi lamenterei più delle cose a cui si assisteva quando toccava cambiar sala. Ad esempio, ok, mettere Amnesia Scanner in sala grande è un po’ audace, ma di fatto il pubblico si sovrapponeva a quello di Powell -per cui alla fine si è rimasti incastrati in un esodo verso la sala gialla con tanto di urla tipo “abbiam pagatooo” o “sfondiamooo”.

Per poi scoprire una volta aver fatto la fila del passaggio da sala a sala (mai vista fila così) che in realtà la sala gialla fosse ancora discretamente vuota. Ecco, magari queste cose conviene cercare di evitarle a livello organizzativo. Vado a cercare del cibo, dopo magari ti scrivo altro e ti mando le foto e il resto.

Attendo le foto e il resto, che arrivano in una mail intitolata ONE CIRCLE FEAT.DARK POLO GANG.

Se incontri dei nani che parlano in Romanaccio per i corridoi dell’AC Hotel con in testa le bandane rosa della Barbie e che vanno dicendo “raga con chi suoniamo stasera?” ottieni sostanzialmente il featuring a sorpresa in chiusura della sala gialla, vale a dire la Dark Polo Gang 777 sul palco di One Circle (trio Torino/Milano composto da Lorenzo Senni, Vaghe Stelle e A:RA). Dark Polo Gang 777 sono un progetto rap legato più a un immaginario estetico che a un discorso musicale o sottoculturale. Parlano della droga dei vestiti e del nulla, poi sul palco indossano la t-shirt The Beatles -un collegamento che non afferro- e arriva su questa impressione che tutto sia molto più a caso di quanto già sembrasse. Il climax del momento tra l’altro è interrotto da uno svenimento in sala, forse non del tutto casuale. Su One Circle niente da dire ma dell’ospitata si faceva anche a meno, divertente eh, ma quanto una pernacchia di un vecchio su un tram.

Alla fine della mail c’è una chiusura che ho deciso essere un po’ il motto del 2016 musicale.

Comunque in breve:

O sei Esotico.

O sei Nazionalpopolare.

SABATO

Il report del sabato mi arriva qualche giorno dopo. Il C2C ha già comunicato il successo di pubblico dell’edizione, che a me da qui sembra pazzesco (si parla di 45000 persone divise nelle varie giornate). Mi fa piacere, e non credo che ci sia moltissimo da aggiungere, quindi insomma ecco la critica artistica. Diciamo così.

Ho ancora gli occhi gonfi dalla stanchezza post-C2C, o è l’abbiocco pomeridiano in ufficio, non so, comunque nei giorni che seguono una settimana di C2C il mio unico pensiero è minestrina in brodo e letargo, minestrina in brodo e letargo. In realtà sotto sotto sono già gasata che Gaika (per un momento l’avevo chiamato Ghalika, l’avevo fuso con il ragazzetto di via Padova, sì) tornerà presto a Milano. Manco te ne avevo parlato a tempo debito, sarà per un’altra volta, ma niente male il ragazzo. Aspetta, devo andare per ordine altrimenti non capisco più un cazzo. Con tanto di rima.

Purtroppo non ho tante foto di sabato e domenica, a Torino quando piove (maledetta sia la pioggia) hai doppiamente bisogno del telefonino per cercare di non finire nel loop viale/controviale/sottopassaggio e alle 00:30 la batteria è già bella che bollita.

Una cosa che secondo me era più bella nelle vecchie edizioni era che durante il C2C ti spostavi effettivamente da club a club, ora questo accade solamente (o specialmente) all’interno del lingotto, tra le due sale e insomma, male. Fanno eccezione Dance Salvario e Astoria la domenica, ma io avevo già detto Adios Torino.

Il Sabato nella Main room inizia con il ragazzetto Giad, supportato da una sala discretamente gremita e dalla sua crew di ragazzi milanesi. La prima volta lo sentii suonare (e mi fece ballare) in quel della fermata Lanza, o LNZ, a una festa di presentazione di un nuovo tipo di sigaretta elettronica, se non erro con Dj Marfox. Le altre volte l’ho visto in giro per serate, festicciole, alla gelateria Orsi etc. E’ giovane sicuramente, fa ballare, anche questo è altrettanto certo. Selezione hip hop, Frank Ocean e altre strizzate d’occhio. Non a caso è fondatore di una serata hip hop a Parma, è resident al We Riddim Milanese (evoluzione della serata milanese Weird Club, che da seapunk è diventata una roba dancehall. Et voilà)

Ghali è proprio l’esatto esempio della Trap Esotico Nazional popolare, al di là della percezione voglio dire, è proprio esattamente quella cosa lì che fa. Rappa un po’ in italiano e un po’ in arabo, anche lui giovanissimo, appartiene alla generazione dei figli del vicino di casa tunisino del palazzone di Cimiano e infatti viene da Via Padova. E’ timido ma chiacchierone allo stesso tempo, ci fa accendere gli accendini, ci cede il microfono su qualche strofa (ancora in realtà il pubblico non risponde proprio in coro), ringrazia di condividere il palco con “artisti fantastici” come dice lui, e mi fa abbastanza ridere che riassuma proprio con la parola “fantastici” tipo come nei cartoni animati. Tenero, genuino, bravo, Si merita di girare cantando Cazzo mene o Questa Pioggia è uno sballo (ma anche no) meglio Marijuana, e si merita i suoi duecentomila ascolti al giorno.

Junun ft Jonny Greenwood, Shye Ben Tzur & The Rajasthan Express.

Vi sfido a ricordarvelo a memoria questo collettivo del chitarrista dei Radiohead con il musicista israeliano Shye. Questo è l’esempio di Esotico all’ennesima potenza, quasi folkloristico/tradizionale. Ma quanti cazzo sono sul palco? Fa tutto po’ Expo, però davvero divertente. Poi abbandono per farmi una passeggiata nel tunnel della morte (verso la Sala Gialla). Non sapevo che stessi andando incontro a un viaggio senza ritorno.

Ahimè, è stato così. Addio Dj Shadow e scaletta mentale (quelle cose stile “prima faccio questo poi questo poi vado qua e torno di là”). COL CAZZO. Una volta diretti nella sala della febbre gialla ci si muore dentro. Non puoi mollare nemmeno per pisciare, altrimenti non ci torni più.

E quindi via di 2 ore di DJ set di Daphni, Caribou. Che è stato a mio parere uno stracciamento di coglioni, non me ne si voglia. Poi finalmente Clams Casino. SIIIIIII

Madonna che bravo Michael che bravooooo

Che atmosfere, che creativo, che sexyyyyy! Ha fatto ballare di brutto. W l’hip hop, alla faccia di Caribou.

Ormai a Gambe e orecchie sbriciolate, disidratati per mancanza di fondi (impossibile bere cocktail a 9 euro a bicchiere fino alle 5 del mattino) arriva il collettivo Janus. Parte Kablam che in pagella è un 9 e mezzo; segue Mesh che è un 8+, poi arriva Total Freedom, e mi spiace me ne vado a letto.

PAGARE LA MUSICA – l’etica protestante e lo spirito del bagarinaggio spinto

Dissenso Cognitivo

Dissenso Cognitivo

Non compro mai biglietti in prevendita; non è una battaglia ideologica contro il concetto, è che negli ultimi anni le mie abitudini stanno cambiando: ho una famiglia, ho un’età, ho poco tempo libero, ho pochi soldi da spendere, e molto spesso per riuscire a uscire di casa e vedere un concerto in un’altra città devo affidarmi a un colpo di fortuna. Come diceva il mio amico Diego mentre stavamo andando a vedere i Mineral, alla nostra età comprare una prevendita serve più a impedire a se stessi di inventare una scusa dell’ultimo minuto e rimanere a casa. Oltre a questo, chiaramente, mi scoccia pagare la fetta enorme di diritti prevendita che ti chiedono Ticketone e siti simili.

Ad ottobre 2016 c’è Bob Mould a Bologna. Durante i giorni precedenti gira qualche voce di un possibile sold out, ma Bob Mould suona all’Estragon -un posto enorme che ho frequentato abbastanza e non ho mai visto completamente stipato, non da quando s’è trasferito al Parco Nord- e penso che, fotta a parte, le voci sono probabilmente assurde o comunque vale la pena orientarsi per una decisione dell’ultimo minuto: se le condizioni per andare a Bologna ci sono, prendo l’auto. Il concerto, secondo il sito dell’Estragon, sta a 25 euro più prevendita. La sera la bimba si addormenta presto e io posso partire, stanco morto ma con la fotta nel cuore. 25 euro è un biglietto che per Bob Mould reputo troppo alto, ma parliamo comunque del mio gruppo preferito, di un artista che ho visto in passato e che mi ha fatto piangere via il culo dalla gioia, eccetera. La decisione, quindi, è presa. Salgo in macchina e mi dirigo a Bologna.

Una volta arrivato al Parco Nord vengo fermato, c’è un catafalco con due tizi che mi chiedono se vado all’Estragon, rispondo di sì, mi chiedono due euro di parcheggio. Mai pagati in vita mia. Nel capannone a fianco sembra esserci una festa o qualcosa del genere, probabilmente con il parcheggio a pagamento, e immagino che i 2 euro servano a dissuadere quelli che si presentano alla porta e dire “vado all’Estragon”. Trattandosi di due euro non mi pongo il problema, ma è comunque una stecca dell’8% sul prezzo di un biglietto che già mi sembrava troppo salato. Arrivo davanti all’Estragon, do un’occhiata al numero di auto nel parcheggio e mi faccio una risata interiore pensando alle voci di sold out. Mi dirigo alla cassa, ci sono tre o quattro persone che da lontano sembrano incazzate con il tizio come se si fosse sbagliato a dare il resto. Quando arriva il mio turno il cassiere mi chiede 30 euro.

Strabuzzo gli occhi e gli dico che c’era scritto 25. Mi spiega che 25 + prevendita era appunto il prezzo per la prevendita, e che poi alla porta “l’organizzatore” può fare il prezzo che preferisce. Non sono il tipo di persona che monta un casino davanti alla cassa, quindi faccio un rapido calcolo mentale: tornassi a casa senza comprare il biglietto, avrei fatto un viaggio a vuoto che tra autostrada, benza e ore di sonno mi costerà intorno ai 40 euro, senza manco vedermi Bob Mould. All’atto pratico si tratta di “solo 5 euro” e quindi entro scocciato. Concerto bellissimo, lui tira come un treno, la sua band anche più di lui; ma il fatto di essere nel 30% delle persone più giovani dentro al locale,oltre alla storia del biglietto, mi rovina profondamente la serata. Decido che in futuro non succederà più: non sapendo di chi è la colpa (promoter? Manager? Locale? Dipende da come è stato organizzato il concerto, chi gestisce cosa, chi ha investito, etc), ai miei occhi la figuraccia l’ha fatta l’Estragon, un locale in cui d’ora in poi mi guarderò bene dal metter piede se non in situazioni di estremo bisogno (vale a dire quando c’è un concerto che mi interessa, come del resto succedeva prima). Il giorno dopo posto uno sfogo su Facebook e trovo qualcuno che si è trovato alla cassa la stessa sera ed è caduto dal pero come me.

Ora, la questione è: si tratta di 5 euro, non è niente. Più 2 euro di parcheggio che con ogni probabilità non sono andati all’Estragon, vabbè. Suppongo sia una cosa che molte persone lasciano passare in cavalleria, un po’ perchè lo sai come funziona ad andare in giro e un po’ perchè Bob Mould non è che venga giù a suonare tutte le settimane. A onor del vero non c’è nemmeno il problema, cioè il poveraccio che mi ha detto quella cosa alla cassa aveva tutto il diritto di farlo. Il discorso su cui è basata la mia incazzatura (che un mese dopo, sono serio, non m’è ancora passata) è che non l’ho mai sentito prima. Se il prezzo è diverso alla porta o in prevendita, nel sito scrivi qual è il prezzo alla porta e qual è il prezzo in prevendita. Ho saputo di gestori di locali che abbassavano il prezzo del biglietto online per far sì che il biglietto + i diritti fossero uguali a quel che si pagava alla porta. Avessi saputo che Bob Mould costava 30 euro probabilmente sarei rimasto a dormire a casa mia, o mi sarei visto un concerto in città, o magari sarei andato a vedermi Mike Watt al Freakout.

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Tutta questa storia mi rende una sorta di alieno per quanto riguarda il discorso sul secondary ticketing. Voglio dire, uno che rimane incazzato un mese per aver pagato una cresta di 5 euro sul concerto di uno che gli ha cambiato la vita, insomma. Non è che disprezzo il rock da stadio, tutt’altro, e mi è capitato spesso di concedermi qualche concerto in arene sterminate, magari comprando il biglietto in prevendita. Il problema è che sono totalmente allergico a quelle situazioni, e cerco di stare al riparo quanto più possibile. I parcheggi a pagamento improvvisati dieci euro a macchina, i furgoni con la piadina di poliuretano fuori dagli stadi, la puzza di cipolla, i bagarini che ti urlano addosso, la perquisa all’ingresso, 33 cl di birra cattiva a 5 euro dentro al posto: cerco di far sì che non mi riguardi. Quel che mi fa girare le palle di questi eventi è tutto il sottotesto classista che sta alla base dell’evento: l’artista è lontano, sul palco, e voi non siete un cazzo. È un’impostazione narrativa su cui si è settata quasi tutta la stampa rock da quando esiste un concetto di stampa rock, e di questi tempi sta andando in crisi -un po’ perchè era ora, un po’ perchè il rock non è che stia proprio in salute. Alla faccia degli spot della CocaCola. Quella di cui parlo sopra è una brutta esperienza di scalping , probabilmente legalissimo e lecitissimo, di cui sono rimasto vittima perchè sono fanatico degli Husker Du. La scorsa settimana, con il culo che bruciava ancora per via delle elezioni americane, ha iniziato a girare il video di un servizio su Le Iene. Dopo il sold-out ultrasospetto dei Coldplay su Ticketone, la redazione del programma riceve in modalità whistleblowing alcune fatture che testimoniano accordi tra alcuni organizzatori (viene apertamente nominata Live Nation, indiscusso major player del settore) e agenzie di secondary ticketing (per capirci, quelli da cui vai a fare compravendita di biglietti). Il tutto mirato alla ripartizione esplicita di guadagni derivati dalla vendita di biglietti scalpati (anche in modo assurdo, tipo 7/800 euro a biglietto). È scoppiato un polverone grosso, quasi immediato, in seguito a cui gente come Vasco Rossi, Tiziano Ferro e Mengoni si dissociati a vario titolo da Live Nation.

(“A vario titolo” significa che nessuno si è dissociato davvero. Lo staff di Vasco Rossi ha “attualmente sospeso ogni rapporto commerciale”, che non è proprio come dire “non lavoreremo mai più con Live Nation”, è più una cosa in mezzo. Tiziano Ferro ha dichiarato d’essere indignato ma che il tour con Live Nation andrà avanti, dopo aver ricevuto garanzia che nessuno a Live Nation abbia mai scalpato i suoi biglietti.)

Una teoria è che chiunque sia disposto a spendere 700 euro per vedere i Coldplay merita ampiamente di venire truffato. Credo sia un’opinione legittima, anche se credo che ci allontani un briciolo dalla dimensione reale dei fatti. Non è pazzesco che ci sia qualcuno disposto a spendere 700 euro per vedere i Coldplay? Ragazzini di classe mediobassa che hanno consumato il disco, madri di famiglia che arrancano per arrivare alla fine del mese, ventenni ricchi e viziati che non s’accorgono manco dell’esborso. Ma in ogni caso si tratta comunque di persone che hanno una passione e che quel giorno convergono in quel posto lì. Come artista credo che mi sentirei fomentato all’idea di avere un pubblico così ben preso, che cercherei di proteggerlo ad ogni costo e di farmeli amici per tutta la vita. Il primo passo, invece, è rimuovere l’idea di questa gente, tipo, far finta che non esista. Un’altra domanda: 700 euro sono davvero un’assurdità in un mondo nel quale i biglietti stanno tra i 70 e i 100 euro? Far pagare 100 euro un concerto su un prato è folle da ogni punto di vista che non sia quello di sfruttare il fanatismo per la musica. Quante persone andrebbero a vedere XXX a San Siro? Quanto sarebbero disposte a pagare queste persone? Il totale genera i cachet, i cachet generano i prezzi dei biglietti e a un certo punto arrivano i bagarini. Poi qualcuno riesce a fare un ragionamento a mente fredda e pensare che invece di far arricchire le sanguisughe puoi fare il salasso direttamente tu. Non credo sia compito mio o delle Iene (ma diamogli almeno il credito di aver sollevato per una volta un polverone sensato) dire se questa sia o meno una “truffa legalizzata”. Diciamo che se non lo è, è quantomeno un modo efficiente di mungere la mucca fino all’ultima goccia.

Dal punto di vista degli artisti non mi ci so mettere. Non riesco a capire in che modo una persona disposta a spendere 700 euro per vederti suonare dal vivo in un piazzale con un’acustica di merda riesca ad entrare nel normale ordine delle cose. E lo stesso per trentamila persone disposte a spenderne 50 o 100. C’è un sacco di gente che s’incazza per il costo dei concerti, ma non sono quasi mai gli artisti, anzi le storie degli artisti che s’arrabbiano per il costo dei biglietti scarseggiano. Ne ricordo una su James Murphy, quello degli LCD Soundsystem, che in occasione dell’ultima data del gruppo subì un attacco dei bagarini online e aggiunse altre tre o quattro date nello stesso posto per mandare invenduti i biglietti scalpati. C’è la battaglia dei PJ contro Ticketmaster, che aveva quasi fatto sciogliere il gruppo senza cambiare di niente lo stato delle cose. Oppure tocca tornare ai soliti Fugazi che anche alla fine della carriera si guidavano il furgone e tenevano i concerti a prezzo politico, smenandoci col portafoglio in prima persona. Non dico che la Pausini debba mettersi in giro col camioncino tipo Ian MacKaye, ma alla fine di tutto il casino e dei teatrini e delle indagini del Codacons e delle proposte di Franceschini, il sistema attuale sguazza in una situazione nella quale l’artista sta confinato sul palco, il pubblico s’accalca in platea e tra i due c’è un buco transennato di 6 metri, in cui nessuno si avventura e in cui nel tempo s’è infilato di tutto -impurità, parassiti, vermi, pus, bagarini, perquise, venditori ambulanti e birra svanita. Il tutto in dosi talmente enormi da rendere impossibile guardarsi davvero tra pubblico e artisti, e allora vaffanculo. Se 100 euro sono la normalità di un concerto in uno stadio, 700 euro sono un’aberrazione plausibile, e tanto vale iniziare a starsene a casa e fargli fare qualche bel buco finanziario. Chissà che non abbassino la cresta ed evitino di elevare l’allegria a sistema, così magari la prossima volta che scende Bob Mould in italia il biglietto costerà quanto sta scritto sul sito.  

Come ascolto cosa

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I giorni scorsi ho riletto qualche vecchio articolo del mio blog e ho trovato diversi riferimenti a una figura di appassionato compulsivo di musica in cui -in tutta franchezza- non mi riconosco più: quella di un acquirente che mensilmente spendeva centinaia di euro in dischi e concerti, che aveva un’agenda di massima degli appuntamenti da non perdere per nulla al mondo e che andava in fibrillazione ogni volta che entrava in un negozio di dischi e vedeva un cassettone delle offerte ben fornito. Così ho pensato di fare un elenco di quelle che sono oggi le mie abitudini nel consumare la musica. Non so se serva a qualcosa, ma ormai l’ho scritto.

QUANTI DISCHI COMPRO

Nell’ultimo anno ho comprato una quindicina di dischi in vinile, che per la media degli ultimi vent’anni significa che non ho comprato dischi in vinile. D’altra parte ho comprato più o meno la stessa cifra di dischi in CD, il che allarga l’affermazione al mio acquistare musica in generale. La ragione principale è che non ho soldi da spendere nei dischi, la ragione secondaria è che se non avessi alternative a poco prezzo (streaming, download, esclusive, cazzi e mazzi) probabilmente i soldi da spendere nei dischi li troverei. Ho comprato, dicevo, una quindicina di dischi in vinile, di cui forse 4 in un negozio di dischi, che ho visitato un po’ per carità cristiana e un po’ perchè vuoi non passare da Radiation quando sei a Roma, eccetera. La maggior parte delle cose comunque le compro ai banchetti. Se c’è una maglietta carina preferisco comprare una maglietta piuttosto che un disco; se il disco è in vinile e CD compro quasi sempre il CD; non compro quasi mai CD che costano più di 10 euro (massimo 12); non compro quasi mai vinili che costano più di 15 euro, a meno che non siano doppi, e nel caso posso arrivare a spendere 20 euro -ma non sono propenso ad acquistare vinili doppi. Se c’è un 7”, tendenzialmente compro quello. Non faccio mai acquisti online di dischi fisici, non utilizzo discogs, non guardo le offerte Amazon da cinque o sei anni.

QUANTO ASCOLTO IN STREAMING

Non ho sottoscritto abbonamenti a servizi di streaming tipo Spotify o Apple Music: non è tanto per i soldi che mi chiedono, è un misto tra boicottaggio politico e paura di buttar via troppi giga di traffico mobile. Bandcamp è la mia piattaforma preferita sia per lo streaming che per il download (e anche invero per cercare musica a casaccio). Molto del mio consumo in streaming è legato al momento: mi ascolto il nuovo disco dei WRTASETASGASD in esclusiva su Noisey o chissà che altro, e almeno nel 90% dei casi quello è l’unico ascolto che do al disco. Non utilizzo nessun’agendina degli ascolti, mi muovo perlopiù cullato dalle circostanze, seguendo un algoritmo cognitivo autocostruito per cui, se un dato disco è disponibile in un dato momento e io ho 30 minuti a disposizione, mi ascolto il disco. Altrimenti vaffanculo.

QUANTO SCARICO

Scarico poco e con molta discontinuità, non faccio più alcun riferimento agli mblog (newalbumreleases, nodata etc). Anche qui mi muovo molto a caso: un giorno ho due ore libere a casa e scarico tutti i dischi che mi viene in mente di recuperare, alcuni dei quali alla fine non mi prendo manco il disturbo di buttare dentro la libreria di itunes. Quelli che ci entrano sono grossomodo l’ossatura dei miei ascolti reali: da iTunes al telefonino e da lì in macchina, assieme a un centinaio di CD senza custodia infilati in ogni buco disponibile in macchina, che entrano nel lettore sempre meno spesso. I miei viaggi in auto durano un’ora e venti al giorno. Di tanto in tanto compro dischi in download da Bandcamp, ma più spesso no.

COSA ASCOLTO

In giro per la stampa di settore ci si chiede sempre più spesso se il “rock”, inteso genericamente come musica anglosassone suonata, sia vivo o morto. Questa cosa dipende soprattutto dal fatto che la musica si ascolta sempre meno negli ambienti e sempre più nelle orecchie. Ci sono molte componenti ideologiche che infiammano il dibattito, ma la verità è che l’ascoltatore-tipo di musica moderna, specie nelle grandi città, è una persona che si sente i dischi su un lettore mp3 o su un telefonino con delle cuffie, magari mentre passeggia lungo un viale con la nebbia fuori o si aliena dal mondo durante il viaggio in autobus e magari la sera gira per i club. Ad esempio uno dei miei dischi preferiti di quest’anno è quello di Ital Tek, che in questa situazione è semplicemente perfetto, ma è assolutamente impossibile ascoltarlo in macchina perchè crea un tipo di disagio che non va bene alla guida, si sposa male con il rumore di fondo del motore e ha effetti collaterali spiacevoli -a volte tocca staccare il disco e capire se era il disco o la macchina ingolfata. Quindi per dire in questo momento sto passando una fase molto indie-folk con chitarre sottili e linee di basso semplici, che vanno bene sia per decomprimere che per non impegnarsi ad ascoltare la mattina. Per dire, insomma, che c’è un modo di vivere la musica che è personale e non sociale, e va valutato nel processo di analisi. Nel momento in cui si ammette un certo tipo di anacronismo legato ad esempio alla musica suonata che esclude l’automobile, si sta ridisegnando di propria sponte una mappa che è sia culturale che logistica, togliendo legittimità ad un consumo decentralizzato della musica (mentre magari nell’iphone passano cose tipo Gqom Oh!). Ed è piuttosto bizzarro perchè l’auto è un punto di aggregazione abbastanza tipico della condivisione musicale, della musica come condivisione sociale ed espressione di elitarismo al contempo, nel senso, l’ascolto della musica in auto segue certe dinamiche di religiosità pagana che tendono spesso a far sì che alcuni dischi vengano anche sopravvalutati, oltre che a creare una dimensione di ascolto collettivo e livellamento universale che è stata sfruttata commercialmente in una milionata di salse diverse -giusto per fissare un punto di massima: parlando di utilizzo del mezzo musica, tra le pubblicità della TIM con Chiara Galiazzo e il Carpool Karaoke di Corden con Michelle Obama non c’è nessuna differenza (ne consegue anche che fate bene a usare gli hashtag e a cercare di far girare la macchina del profitto).

QUANTO ASCOLTO

Al di fuori della macchina ascoltare musica è sempre un po’ un’impresa. La sera non ho voglia di farlo a meno che non debba farlo per forza, a casa c’è una bambina piccola e quindi la lista delle cose ascoltabili si riduce di un bel po’ -da un punto di vista razionale penso di essere un po’ esagerato, ma credo che i genitori che pensano sia tutto sommato ok far ascoltare gli Angels of Light o altra merda funebre a una bambina di tre anni non sono diversi dal comitato genitori di Sparta che decideva quali neonati andavano gettati da una rupe e quali potevano essere cresciuti dentro la città. Quindi insomma, macchina e poco altro. Supplisco alla mancanza di tempo con rotazioni più basse: se un disco non mi ha interessato alla seconda o alla terza canzone, non mi ci accanisco. Stando fuori dai dischi che devo ascoltare per forza, penso che la percentuale degli album che ascolto dalla prima all’ultima nota stia intorno al 3%. Gli altri li metto e li tolgo dopo quattro o cinque canzoni, magari li riprendo in un altro momento. Non mi prendo mai tempo per ascoltare un disco e basta: ascolto e guido, ascolto e faccio spesa, ascolto e scrivo, ascolto e disegno, ascolto e leggo. Non sono la persona più multitasking del sistema solare, quindi mi perdo parecchie cose dei dischi che ascolto.

COME VALUTO LA MUSICA

Da quando scrivo di musica, a torto o ragione, ho sempre dato una valutazione sommaria dei dischi di cui mi occupavo, basata sul fatto che valgano -o meno- i soldi che ho speso o dovrei spendere per comprarli. Questa valutazione non è più vera da anni: la mia prima valutazione è legata al tempo impiegato per ascoltarli. Questo introduce anche una scala di valori relativa, nel senso che ci sono dischi da dieci minuti e ci sono dischi da due ore, e poi ci sono dischi da due ore di cui tutti ascoltano dieci o dodici minuti. La percezione del tempo è molto umorale, nel senso che in certi giorni ho perso tempo ad ascoltare un certo disco e in altri giorni ho speso tempo ad ascoltare lo stesso disco. Ma d’altra parte anche “quindici euro” è un dato che in sè non significa nulla.

QUANTO SONO AGGIORNATO

Rispetto anche solo a tre o quattro anni fa noto un sensibile decremento della mia paura di perdermi cose. Molto spesso decido scientemente di non ascoltare certi gruppi o artisti che piacciono a tutti, per una specie di postulato secondo cui se questo disco unisce due persone di gusti e sensibilità così diverse, è roba con cui probabilmente non voglio avere a che fare. È un assunto che mi porta a prendere molte cantonate, ma nella maggior parte dei casi si rivela piuttosto affidabile. Ancora una volta, l’ammontare di tempo e soldi definisce le strategie. È possibile che io perda pezzi fondamentali del discorso musicale odierno, ma non credo che conoscere tutto il discorso musicale odierno abbia una reale utilità; se facessi il critico musicale di lavoro probabilmente la penserei in un altro modo. Cerco di legare tutto quello che ascolto ad un discorso ideologico che ho in testa e che non ho mai fatto con nessuno, e questo continua a farmi sembrare un rompipalle su molti argomenti cose. È probabile anche che questa cosa mi renda troppo legato a una serie di pregiudizi personali, ma in tutta onestà non credo di avere una quantità di pregiudizi diversi da quelli degli altri che hanno l’hobby della musica. E poi, a differenza della maggior parte della gente con cui parlo, almeno i miei pregiudizi me li sono costruiti per conto mio.

Il metal estremo ci ha fatto diventare impiegati di basso livello

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La cosa più eroica che feci nei miei anni da cattolico fu quella volta che venni scelto per farmi fare la lavanda dei piedi dal prete il giovedì santo. Mia mamma mi aveva raccomandato di lavare bene i piedi prima di andare sull’altare a farmeli lavare, ma mi sembrava che come cosa avesse poco senso e così mi impuntai sull’andar su con i calzini vecchi e le scarpe da tennis. Il prete fece questo viso schifato e credo che qualcuno nelle alte sfere della comunità cattolica abbia sentito il bisogno di dissociarsi dal mio gesto. Mi avevano scelto come rappresentante di quelli che dovevano passare la cresima, il che colloca lo svolgersi dei fatti intorno al 1989 -dodici anni ancora da compiere. Non sono mai stato molestato da un prete ma credo di ricordarne uno in abiti civili che ci spiegava il vangelo e la fede con un’erezione in corso, non tanto per dire che a volte le cose ti succedono sotto gli occhi e non lo sai, quanto per fornire una specie di sottotesto all’idea che anche la purezza e la fede sono -in qualche misura- molto molto eccitanti. Gli Slayer invece li ho conosciuti durante l’adolescenza ed è sempre una questione di scambi con tizi improbabili, o almeno a Cesena succede così: qualcuno ha un disco in casa che gli ha passato un vicino o uno con cui andavano a rugby. Il rugby è una specie di storia a sè, comunque -a quanto ricordo- in quegli anni il Cesena Rugby fosse abbastanza quotato, e cercavano nuove reclute. Uno dei miei compagni di classe ci giocava da titolare, credo che a un certo punto abbia fatto le selezioni per la nazionale o cose così, e a un certo punto provò a mettere quasi tutti i compagni maschi dentro la squadra. Quando dico “quasi tutti” intendo sostanzialmente tutti tranne me -io ero il più piccolo e gracile e malnutrito (dio che tempi), e la sola idea di mettermi in un campo a fare cose con gente flippata con il fango e gli scontri fisici sarebbe stata vista -credo- come una forma manifesta di sadismo o la tacita ammissione che il Cesena Rugby Team era alla canna del gas. Un paio di miei compagni però si esaltarono all’idea e si presentarono a qualche allenamento. Nei pochi racconti me la figuro come la cosa più vicina all’idea di bullismo tipico dei teen movie americani: a quanto pare il rugby, diversamente dal calcio, non si fonda sull’idea di permettere a chiunque abbia un blando interesse di praticare lo sport, e poi magari continuare a fornirgli occasioni in forma di associazioni sportive; il rugby seleziona i puri, i superumani, e fa fuori tutti gli altri nel giro di una settimana. La settimana successiva i ragazzi avevano fatto un conto di massima delle contusioni e s’erano ritirati. Non li biasimo: l’anno precedente avevo iniziato ad interessarmi allo skateboard, e ho abbandonato non appena ho visto qualche goccia di sangue. Immagino che il metal e il punk trovino terreno fertile presso i passivo-aggressivi: al di là della letteratura di genere (quasi tutta falsa e offensiva, oltre che -mediamente- di pessima qualità) l’idea di alzare il volume e sfogare la tensione in cameretta non riguarda quasi mai le persone disposte a prendersi a ceffoni nella vita vera. Non è per niente un caso che i luna park, gli autoscontri e le fiere di paese (cioè i posti in cui era più probabile finire in una rissa tra cinquanta adolescenti maschi) siano posti in cui la musica faceva sempre e solo cagare. Un altro dato interessante? Nessuno dei più rissosi tra i miei conoscenti è mai stato coinvolto con il metal o la techno militante, erano quasi tutti tipi apparentemente tranquilli a cui mia madre avrebbe dato in sposa la sua figlia primogenita, fortunatamente mai esistita. C’è qualche sovrapposizione tra metallari e tossici, ma perlopiù riguardava le declinazioni più passive della tossicodipendenza (in breve: più eroina e droghe sintetiche a poco, meno coca). Ai concerti e nei locali col pogo, invece, era ammesso prendersi a spinte durante la canzone ma poi si stava tutti tranquilli e rilassati. Quelli sbronzi che rompevano il cazzo venivano trattati coi guanti e tenuti a distanza. Molti di noi smettono in fretta il cattolicesimo, ma quasi nessuno si approccia a satanismo paganesimo o altre religioni. Così, una delle teorie è che il metal estremo abbia contribuito in maniera determinante a creare una generazione di mansueti, di gente passiva, di impiegati con la camicia da venticinque euro comprata all’oviesse che magari sbattuti in una giungla a cinque anni avrebbero potuto diventare cannibali ma già al primo anno di università sarebbe stato impossibile redimere. In questo senso, se siete appassionati di musica pesante, forse potete ceimentarvi in un esercizio di psicanalisi a rovescio e ripercorrere la vostra vita a ritroso, alla ricerca di tutti gli episodi in cui avrebbe dovuto esserci un sano trauma formativo e invece c’è stato un disco metal. Così finisce che ti trovi a pensare ad atti di eroismo come quella volta che ti sei fatto la lavanda dei piedi puzzolenti, e tutto il resto della roba che c’è qua dentro. A un certo punto per quanto mi riguarda sono arrivati gli Slayer e quando arrivano gli Slayer è sempre un po’ un colpo di teatro -quello che c’era prima tende a sfumare, quello che arriva dopo deve avere certe caratteristiche. Gli Slayer erano violenti e malvagi e mi hanno tenuto buono e tranquillo, ma tutto sommato nella vita poteva andarmi peggio, e quindi grazie.

Tutto questo pippone per dire che ho scritto un articolo molto lungo in cui ripercorro tutta la storia di Reign In Blood, che qualche giorno fa ha compiuto trent’anni. Lo trovate su Prismo e credo che valga la pena di leggerlo.

L’illustrazione è un santino commemorativo di Jeff Hanneman realizzato da Marcello Crescenzi/Rise Above per il SoloMacello Fest del 2013.

Una per i Nomeansno

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Quando hai la mia età e una famiglia e un lavoro impegnativo ti tocca iniziare a scremare i concerti. Tutte le volte che ti prendi una serata lo stai facendo ad un prezzo, caricando qualcun altro di un impegno che lo metterà in difficoltà -porti i figli dai nonni, li lasci a casa con la moglie. Così pian piano inizi a detestare l’idea di allontanarti e fare cento chilometri per andare a vedere un concerto e sacrificare le ore di sonno e la lucidità del giorno dopo e il tempo libero della tua fidanzata e la possibilità di passare una serata a lavorare a qualcosa di tuo. La tua fidanzata in generale è più comprensiva di te, capisce di cosa si tratta -la musica in qualche modo ti definisce e ti ha dato persino qualche buon momento assieme a lei, ma le cose da fare sono tante e le persone che le possono fare sono poche. Nel giro di qualche anno diventa una specie di economia della comprensione, lei ha le sue cose e tu hai le tue e il patto informale è quello di riuscire a coltivarle ed incastrarle nella vita senza risentirne o sbilanciarsi troppo. Così la mia soluzione è quella di fare una lista mentale delle mie priorità: c’è una lista di gruppi che devo vedere, a patto che suonino ad un orario umano e in un raggio di chilometri affrontabile. Non so dire se sia un sentimento autentico o una cosa di autoconvinzione, ma se perdo tutto il resto non me ne frega assolutamente un cazzo. Non mi interessa non riuscire a vedere il passaggio italiano di un gruppo chiacchieratissimo, e non mi interessa aver mancato  uno di quei concerti-evento che si tengono ogni sei mesi e a cui sono presenti tutti. Sono cose per i giornalisti musicali e i blogger o i tipi della moda o quelli che vogliono scopare nel giro indie. Però, dicevo, c’è una lista di artisti, e quegli artisti non sono negoziabili. Sono quelli che rappresentano la musica per come la vedo io, che vado a vedere perchè io sono così, a prescindere da quanto giusto o sbagliato o deprimente esserlo a 38 anni. I gruppi in questa lista non mi serve spiegarli alla mia fidanzata: lei sa di cosa si tratta e perchè è importante, a suo tempo ha visto la faccia che faccio sotto al palco, e si organizza. Non è una lista lunghissima, ed è quasi tutta fatta di roba indierock: Shellac, The Ex, Melvins, qualche italiano, pochi altri. Questi gruppi sono riusciti a sopravvivere alla vita: continuo a controllare se vengono o no, e se vengono e non riesco ad andarci per qualche motivo mi viene la depressione. Ieri c’era anche un altro gruppo in lista: si chiamava Nomeansno, veniva da Vancouver e tra poco avrebbe festeggiato i quarant’anni di attività. Tranne che ultimamente giravano un po’ meno spesso e per l’ultimo tour toccava fare una trasferta lunga, e quindi ciccia. Ora i Nomeansno hanno pubblicato una nota sulla loro pagina FB in cui annunciano la cessazione delle attività e invitano ad alzare un bicchiere.

Ho fatto un conto e mi pare di averli visti cinque volte. Non sono moltissimi i gruppi che ho visto cinque volte, ma se siete fan dei Nomeansno è estremamente probabile che li abbiate visti molte più volte di me. La questione è questa: avevano il loro seguito, ed era fatto quasi sempre delle stesse facce. Pochi turisti, poca gente a caccia di roba da fare in serata: tutta gente che era lì per il gruppo, o che sarebbe stata lì per il gruppo la volta successiva. I Nomeansno prima del concerto si aggiravano tranquilli e sorridenti in giro per il posto, fosse un bar o un locale immenso, qualcuno di loro si riposava prima di suonare. Salivano sul palco e anche lì sorridevano e si spaccavano il culo e lo spaccavano a noi e se erano in serata andavano avanti anche per due ore. Vivevano la musica in un modo che si può riconoscere a pochi gruppi: sempre in giro, sempre felici, sempre presi bene, mai infastiditi, mai superiori a chi pagava il biglietto. La prima volta che li ho visti erano già dei vecchietti, e suonavano in un modo che rompeva il culo a chiunque altro avessi la possibilità di vedere.

Con i Nomeansno se ne va un modo di fare la musica che era solo loro, e di pochi altri, e che si avvicinava particolarmente a quello che io, personalmente, ancor oggi intendo quando penso alla musica. La lista dei dischi bellissimi che hanno fatto è lunga quanto la lista dei dischi che hanno fatto in generale: l’ultimo lungo è uscito dieci anni fa. Questo, per quanto mi riguarda, è il loro inno generazionale.


(la foto non è mia, l’ho rubata qui)

Il disco più bello di sempre.

rem

(Certo sarebbe molto più corretto chiamarli R.E.M., e quindi AR I EM, e quindi in italiano “gli R.E.M.”, ma io li ho sempre impropriamente chiamati “i rèm”. Questo coso parla di un periodo precedente a quando ho iniziato a pormi il problema, e ho deciso di conservare la scorrettezza nel testo)

Come molti altri della mia generazione sono un fan dei REM. A differenza di altri gruppi rock da stadio di cui sono fan, tipo -non so- Pearl Jam o simili, non riconosco un corrispettivo culturale dei REM in un’altra epoca storica. L’unicità del loro concetto dà ai REM la possibilità di essere apprezzati senza necessariamente richiamare una componente nostalgica da vecchio rock e/o un papà che ti dice sì ok i PJ ma prova ad ascoltare Springsteen. Non so se si capisce cosa intendo. Pur essendo un gruppo da ventimila paganti, per qualche fortunata coincidenza sono riuscito a vedere un loro concerto mentre mangiavo un’insalata di riso al sacco, appoggiato alla transenna davanti al palco. Sono cose che hanno un loro preciso senso, o almeno credo: con Vasco non sarebbe successo, o qualcuno mi avrebbe versato birra dentro al riso, o mi avrebbe pestato perchè non mi stavo divertendo e/o gli stavo spezzando la bolgia. Se un gruppo vende milioni di copie non puoi andar troppo per il sottile, vuol dire comunque che qualcosa che quel gruppo sta facendo arriva a tutti, e quindi non è un’esclusiva tua.

Le condizioni di realizzazione dei dischi e il fatto che la band sia stata nella sua storia abbastanza umorale tendono a far sì che –soprattutto negli anni Warner- i dischi dei REM siano spesso identificati secondo un mood generale abbastanza distinguibile. Automatic For The People è quello oscuro, Monster è quello “rock”, Up è quello “elettronico”, Out Of Time è quello “acustico” e via di questo passo. Poi questo non toglie che dentro Automatic ci sia The Sidewinder, che dentro ad Up ci siano un sacco di pezzi senza elettronica e che in Monster ci sia, boh, Strange Currencies o Let Me In. Il senso del discorso è un altro: ogni disco dei REM fa storia a sé, viene pensato dal gruppo come un’opera organica e può non avere che blande somiglianze col disco precedente.

È più difficile trovare un mood comune, o un discorso musicale coerente, in New Adventures in Hi-Fi.

Nel gennaio del 1995 i REM si mettono per la strada per la prima volta da sei anni. Le premesse sono grosse, perché nel frattempo il gruppo ha fatto un salto di qualità dalla categoria “gruppo di riferimento del college rock americano” a “tra le massime realtà della musica di oggi”. È successo con Out Of Time e tutto quel che è seguito. Il tour è un evento e un grosso successo commerciale, ma già il primo marzo a Losanna c’è uno stop: Bill Berry cade a terra durante il concerto per un aneurisma cerebrale e viene salvato più o meno per miracolo. Si riprende in tempi brevissimi e il gruppo ricomincia a suonare, ma dopo qualche mese sono Mike Mills e Michael Stipe ad entrare in sala operatoria. è un periodo duro e la determinazione con cui viene affrontato galvanizza i membri del gruppo. A un certo punto, lungo la strada, il gruppo si mette in testa di mettersi a scrivere e registrare qualche canzone: una traccia qui, una lì, in modo un po’ confusionario, con la ferma intenzione di tirarci fuori un disco. Le tracce che vengono registrate sono tante, e il personale che ci lavora è più o meno quello che gira con loro –turnisti, fonici e tutto il resto. È il primo disco in cui compare Scott McCaughey. Oltre a questo, è il primo disco dei REM dopo il rinnovo del contratto con Warner, che per la stampa è stato un affare da 80 milioni (il gruppo ha smentito).

Se è vero che ogni disco dei REM fa storia a sé, è anche difficile mettere insieme una storiografia del gruppo in cui poter indicare chiaramente, non so, i tre dischi più belli. Secondo qualcuno i REM non hanno mai fatto un disco buono quanto Murmur (1983), secondo qualcun altro Accelerate(2008) è uno dei loro migliori dischi.  Al momento non mi viene in mente un altro gruppo (forse gli Wire, o qualcosa di più piccolo) i cui picchi creativi si stendono indiscutibilmente lungo 25 anni e oltre. Una cosa che mi pare di poter dire, stando alle persone che conosco, è che il gradimento per i REM ha una forte componente generazionale. Ognuno, in sostanza, è legato ad un disco diverso, che di solito è contemporaneo ad un’età dello sviluppo in cui i REM hanno la maggior parte della loro ragion d’essere. Oltre a questo, non esistono veri e propri hater di una fase o dell’altra del gruppo, così come non esistono veri e propri nostalgici. OK, qualcuno c’è: trentunenni che rimpiangono di essere stati troppo piccoli per veder succedere Gardening At Night in diretta, trentacinquenni che non vogliono nemmeno sentir parlare di Reveal, e simili. Ma non sono poi tanti rispetto al totale dei fan del gruppo.

Quando dico “il disco più bello di sempre” intendo sempre quello che ho detto, ma in realtà “il disco più bello di sempre” è più di uno. Ci sono tre ragioni per cui uso questa definizione in questo modo, le ho già spiegate da qualche altra parte. New Adventures In Hi-Fi, per quanto mi riguarda, è il disco più bello di sempre. A parte l’età anagrafica, non è legato ad alcun accadimento della mia vita, non riesco ad associarlo ad una cosa che ho fatto o a una persona che ho conosciuto. Ho semplicemente iniziato ad usare New Adventures in Hi-Fi come un metro di misura di ciò che mi piace nel rock americano. Lo riesco a identificare come una specie di summa dei dischi che l’hanno preceduto e come un’ineguagliabile standard su cui i dischi che l’hanno seguito si sono rotti le ossa.

I REM a cui sono più legato, personalmente, iniziano vent’anni fa: il 9 settembre del ’96, data di uscita di New Adventures in Hi-Fi. Io ho quasi 19 anni, che è l’età perfetta per mollare un po’ le chitarre alte ed iniziare a considerare l’idea di una componente para-letteraria nei dischi che ascolto, magari partendo da qualcosa di molto facile e poco pretenzioso. Poteva essere un primo passo, ed è diventato uno strumento di misura con cui ascolto la musica. Hai qualcosa da dire? Riesci a dirlo nei tre-quattro minuti a tua disposizione? Riesci a dire qualcos’altro nel pezzo dopo? Stai usando al meglio i mezzi di cui disponi? Hai cura di non farti soffocare dalle possibilità che ti sono concesse? Quasi tutto il racconto sui REM si basa su questa ideologia della sobrietà. Michael Stipe avrebbe potuto provare ad essere uno scrittore barra poeta barra attore regista fotografo visual artist ma tutto sommato è rimasto il cantante di un gruppo rock. Peter Buck avrebbe potuto fare assoli e invece no. I REM avrebbero potuto fare una montagna di dischi-fotocopia con cui affrontare decentemente la pensione e invece si sono presi qualche rischio. New Adventures ha una specie di politica della sobrietà aggiuntiva a quella dei REM. Dentro New Adventures ci sono alcune delle migliori canzoni mai incise dal gruppo. Le cinque che preferisco oggi: How the West Was Won and Where It Got UsNew Test LeperLeaveBe MineElectrolite. Nessuna di queste, a parte forse l’ultima, finirebbe in una top ten delle canzoni del gruppo compilata dalla fanbase più accanita. Un altro paradosso: tre di queste fanno parte delle uniche quattro canzoni del disco che sono state registrate dopo il tour. Il che mi rende solo in parte simpatetico rispetto alla natura originaria del disco, e al contempo rende New Adventures un disco che -a mio parere- non sarebbe altrettanto bello se non fosse stato completato in studio. Come molti dei miei dischi preferiti, non è affatto il disco più amato del gruppo: commercialmente è una sorta di delusione, che a posteriori sembra quasi pilotata per iniziare a marciare con un passo più umano. Tanto per dire, il primo singolo estratto dal disco si chiama E-Bow the Letter, che si fregia di un guest starring di Patti Smith ma è senza dubbio una delle canzoni meno adatte alla radio. È anche uno dei pochissimi pezzi che sparano troppo alto o che in qualche modo mi sembrano un po’ fuori tono rispetto al resto del disco. All’atto pratico, New Adventures negli Stati Uniti non arriva al milione di copie, mentre il disco precedente aveva superato i quattro milioni.

Al momento di registrare e pubblicare New Adventures in Hi-Fi il gruppo non lo sa, ma sarà l’ultimo disco assieme a Bill Berry, e quindi il primo disco in una formazione diversa da quella con cui il gruppo ha comuinciato. Berry decide di ritirarsi nell’ottobre del ’97, dopo una specie di negoziato col gruppo per essere sicuro che i REM non si sciolgano. Il gruppo va avanti e registra Up, che qualitativamente sta quasi pari a New Adventures. Poi i “miei” REM finiscono e iniziano quelli di qualcun altro. Quando si sono sciolti mi è dispiaciuto tanto, e -debolezza- spero sempre che ci ripensino e mettano insieme un altro tour.