Quiz

La frase sopra si riferisce ai gruppi che vanno adesso, TheGiornalisti Calcutta e quella roba lì. Chi ha detto la frase scritta sopra? Alcuni indizi: quello che l’ha detto

-di tanto in tanto licenzia un membro del suo gruppo

-pubblica su Universal

-ha partecipato a Sanremo

-ha suonato all’MTV Day

-ha fatto il giudice a X-Factor 

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No, non è Morgan. La risposta è qui. Avete indovinato? BRAVI! 

 

PS: lo so, non fa ridere, ma nella mia filter bubble sono in tantissimi a lanciare il cinque alto perché qualcuno ha avuto IL CORAGGIO di dire che i thegiornalisti non sono indie. Capirai.

“Stasera sono felice di essere vecchio” (un concerto degli Oxbow, nel 2017)

Chiara Viola Donati

Un mese fa al Gucci Hub di Milano c’è stato uno spin-off del Club To Club. Era una serata gratuita con open bar in cui ci si registrava all’evento e ci si beccava concerti di Gaika, Amnesia Scanner, Arca e gente così così. Il giorno dopo ho letto un articolo su Soundwall, firmato da Mirko Carera si lamentava del numero di presenzialisti e gonzi del fashion milanese che invadevano l’area fumatori e l’open bar dell’evento, berciando contro i musicisti, come se questa cosa -ad una serata open bar sponsorizzata da Gucci con i musicisti più hip sulla piazza- fosse in qualche modo evitabile. Sul momento mi è sembrato un atteggiamento da stronzi, nel senso, a me sarebbe piaciuto essere a quel concerto, era pure gratis, che cazzo hai da lamentarti. No? A posteriori ci ho un po’ ripensato. Non voglio dire di essere d’accordo, ma tutto sommato capisco che negli ultimi anni il modo di ascoltare la musica sia cambiato molto più di quanto sia cambiata la musica, e che questo per qualcuno come lui -e me- rappresenti in una certa misura un problema.

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A un certo punto nella propria vita di ascoltatori inizia una fase diciamo così adulta, in cui la musica smette di essere un’ossessione e diventa un’abitudine. A un certo punto si smette di investire tutta quell’emotività addosso a un concerto: non passi due settimane a ripassare la discografia dell’artista che vuoi vedere, non pensi a che vestito indossare, non fai un vero e proprio piano logistico per riuscire a mangiare comodo e arrivare in prima fila. Funziona più o meno come con l’eroina; l’anno prima avevi visto dieci concerti, l’anno dopo sei passato a due/tre a settimana -e se hai fortuna alla fine dell’anno ne hai visti sei o sette di davvero indimenticabili. L’idea di musica si espande al punto di metter giù un calendario di cose “assolutamente imperdibili”, grossomodo 30 date lungo l’anno (quasi tutte perdibilissime). È un modo di vivere come un altro: ci sono quelli che il mercoledì non escono per via di X-Factor e ci sono quelli che il mercoledì non sono disponibili perché al Circolo Endas di Ponte Sul Gommino c’è la rassegna dei cantautori acustici. La principale differenza tra il 2017 e il ’97, in questa cosa, è che nel ’97 era uno stile di vita inadatto alla vecchiaia: potevi frequentare i locali per tre o quattro anni, e poi toccava capire che cosa fare della propria vita. Succede come a quelli con la dipendenza da X-Factor, nel senso, a volte ti capita di perdere una puntata e capisci che tutto sommato si può vivere senza. E poi di solito si passava ad una fase adulta nella quale se eri fortunato tornavi a vedere una decina di concerti all’anno, perché la musica è ancora una passione ma c’è da incastrarla col lavoro la famiglia e il calcetto (il calcetto non puoi smetterlo perchè serve a trovare lavoro). Oppure decidi di continuare ad libitum ma per farlo dovevi renderla un lavoro, organizzi serate, gestisci un club, impari a fare il fonico, i più sfigati diventano giornalisti.

È una scelta che i trentenni del ’97 erano costretti a fare, diciamo così: farne la propria vita o smettere. I più scelgono la seconda, e se rimangono in giro per il circuito può capitare che finiscano per sovrastimare l’importanza culturale della merda che gli veniva propinata nella post-adolescenza, ad addobbarla di significati che universalizzare veniva quasi automatico. Un paio di settimane fa ero a una cena e parlavo con questo mio amico, vive nella mia città, fa questi dischi avant clamorosi. E boh, ci siamo messi lì a parlare di musica e dischi e concerti, lui mi parlava con un gran entusiasmo di quella volta che è scappato di casa per vedere i Bauhaus, o di quando i CCCP con Fatur Annarella e tutto l’ambaradan passarono da Ravenna e fecero cagar sotto tutti quanti dalla paura. Una bella chiacchierata. “È che ti vedi queste cose e poi i gruppi che vedi dopo non reggono il confronto”. Io naturalmente ho il mio corrispettivo di quella cosa lì, con dei gruppi degli anni novanta che mi è capitato di vedere ai tempi, e poi mai più. Non ne parlo con tantissimo piacere perchè so che anche se nel mio cuore è la stessa cosa, li rivedessi oggi starebbero sul sei e mezzo a dir tanto. 

Nel 2017 invece si può essere quarantenni e passare la vita a guardare sei concerti a settimana, e non farci manco la figura dello scemo del villaggio. Io ho dovuto smettere, e spesso mi dispiace, ma a guardare le cose da fuori capisco che non ha molto senso. Che so, apri twitter e ti becchi gli status di questi coetanei che si sparano un concerto a sera, sempre esaltati, sempre in fotta. Non discuto che lo siano davvero, ma mi sembra una stortura, non riesco a credere a quest’idea della musica che continua a stupire, ad esaltare ad libitum. Ma d’altra parte parlare di musica è una cosa da vecchi, o almeno credo. Voglio dire, non è che ci siano tutti ‘sti diciassettenni che scrivono di musica, no? Non conosco personalmente Mirko Carera, ma il suo resoconto sulla serata del C2C milanese è la tipica cosa che potrebbe scrivere uno della mia età, uno che si è visto i concerti quando li vedevo io. (Ho chiesto conferma, è così). L’idea base di andare a un concerto in cui, a prescindere dalla situazione, ci siano quasi solo persone interessate alla musica. Poi Arca rimane uno duro, cioè, la sua musica è dura, e questa cosa sfugge almeno in parte ai discorsi sul mecenatismo e sul fashion, rompe almeno un paio di cliché. E per uno che s’affaccia al mondo della musica oggi, immagino possa essere normale che Amnesia Scanner accettino i soldi di chiunque li paghi per fare la cosa che fanno. No? L’idea che ci siano problemi viene da un discorso che aveva rotto il cazzo nel ’97, forse anche nell’87. Noi da questa roba siamo segnati da ogni caso, abbiamo deciso tutti quanti di non accettare nessun compromesso, per nessuna ragione al mondo (questo finché non arriva qualcuno col libretto degli assegni).
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Leggendo quel che scrivo mi rendo conto di avere un’idea molto monetaria della musica. La ragione è che quando la musica era la mia massima passione, aveva un valore monetario molto puntuale. Un disco costava tot, un concerto costava tot –a seconda di dove andavi e di che gruppo era. Ho pisciato dei gruppi da isola deserta perchè li facevano allo Slego a 5 o 10mila lire più di quanto -secondo me- era giusto che costassero. Oggi i concerti costano cifre folli, oppure sono gratis. Io quando un concerto costa troppo non mi presento, e quando è gratis mi chiedo sempre da dove vengano i soldi. Semplificando: se il cachet del gruppo lo paga il bar mi sta bene, tutto il resto mi crea dei problemi etici. Sono consapevole che queste cose esistono solo nella mia testa, che ci siano altre chiavi di lettura, che oggi la musica è raccontata meglio da qualcuno che non sa bene quanto costi di preciso un compact disc in un negozio; mi giustifico con una scusa un po’ patetica, se passi di qui ti becchi le mie psicosi.

Così insomma, due sere fa sono andato a vedere uno dei gruppi della mia vita. Si chiamano Oxbow, non sto a spiegarvi un granché su chi sono e su cosa fanno. Era un concerto con un biglietto d’ingresso (15 euro, c’erano anche i Sumac, direi onesto), era un martedì sera, era in provincia. Le persone che si sono presentate a vederlo sono le stesse persone che si presentano sempre a vedere questo tipo di concerti: hanno la mia età, il mio aspetto fisico (OK, molti si tengono più in forma di me), i miei vestiti e un lavoro uguale al mio. A volte è fastidioso e a volte no. Stasera sto pensando che gli Oxbow avrebbero potuto fare lo stesso concerto nello stesso luogo e con lo stesso pubblico, nel 1997. Che poi anche gli Oxbow sono gli stessi di allora, e non lo so per certo ma do per scontato che a un certo punto abbiano mollato l’uccello e si siano trovati un lavoro. Di tanto in tanto prendono qualche settimana di ferie, caricano il furgone e mettono assieme un tour.

Questa cosa, nella musica pop, è nuova. Vent’anni fa, o anche dieci, ci sarebbero potuti essere concerti di gruppi con trent’anni di storia, ma l’età media del pubblico sarebbe stata 10/15 anni più bassa, magari con qualche reduce in sala. Oggi questi gruppi suonano per il loro pubblico di allora. La presenza di tutti questi quarantenni ai concerti basta e avanza a tranciare la speranza dei giornalisti che si auspicano un tanto-sospirato-cambio-generazionale nell’indierock: la stessa idea di ricambio generazionale si basa implicitamente su un’idea di musica vecchia come il cucco, su un’idea di concerto vecchia come il cucco, su dei valori etici vecchi come il cucco. Qualcuno l’ha intuito: i locali programmano roba per quarantenni, le riviste mettono ancora i gruppi degli anni ottanta in copertina, le etichette ammazzano il mercato di ristampe in vinile pesante.

Ho vissuto tre o quattro cicli musicali e so per certo che la storia non li ricorda come li ricordo io. Cerco di supplire cercando di raccontare le cose per come le vivo, e questo credo sia il motivo per cui qua dentro non abbiamo ancora chiuso. Di questi tempi si fa un gran parlare di “morte dell’indie rock”, ieri è uscito un bel post di Enzo Baruffaldi che raccoglie tanti editoriali che girano attorno all’argomento. L’argomento è anche più vasto del cortiletto indie, riguarda la musica in generale, l’idea di mercato musicale, forse anche l’idea di musica. Ma quando sarà ora di guardarci indietro e raccontare questi anni, credo che qualcuno invece di continuare a sfottere dovrà prendere atto che nessuna generazione di 35/40enni, prima della nostra, ha mantenuto l’entusiasmo che serve per conservare intatto un sistema di valori legato alla musica, e continuare a far girare un’economia musicale, per quanto piccola, senza parassitare l’immaginario di nessuno e senza menarla manco troppo ai giovani. E se non fate parte della mia generazione, vi assicuro che uscire di casa la sera, a 39 anni, per vedere un concerto, è una fatica boia. La maggior parte delle volte è anche frustrante: sacrifichi tempo ed energie che non hai e in cambio ti becchi un concerto che hai già visto in tutte le salse. A volte quello che vedi vale quel che hai speso in termini di soldi ed energie. E molto raramente vedi un concerto che giustifica tutte le serate a vuoto e le ore di sonno che perdi.

Ci penso la sera del due maggio. Gli Oxbow hanno iniziato il concerto da un quarto d’ora e io sono in prima fila. Alla mia sinistra c’è la Chiara Viola Donati, che scatta la foto che vedete in alto. Alla mia destra c’è Christopher, che a un certo punto mi si avvicina e mi dice una cosa sottovoce.

Stasera sono felice di essere vecchio”.

Sorrido. Sono d’accordo.

Anteprima: SAN LEO – DOM

 

Corrieri cosmici di nuovo sulla traccia. Chitarra e batteria tutto quel che serve per restare in quota oltre i confini del subconscio; l’astronave Delta 9 è partita già da un po’, in questo caso, l’astronave sa essere mentale. Ogni riferimento conosciuto, saltato nel momento in cui parte la prima nota, il rituale si innesca, le porte della percezione scardinate e via si va. È dal vivo che la faccenda prende strade imprevedibili, ogni volta diverse, percorsi che finiscono sempre in territori inesplorati. La parte più interessante del viaggio: non la destinazione, il viaggio stesso. In questo senso, San Leo è un moltiplicatore di mondi, DOM la base di partenza; soltanto uno degli infiniti scenari possibili, il secondo resoconto biennale (parafrasando i Throbbing Gristle). I titoli dei pezzi, ancora una volta torrenziali flussi di coscienza come in un clash Lovecraft/Joyce ma preso bene, sono un’ipotesi, la cornice di un quadro che non smette di uscire dalla tela, vaghe coordinate, il resto – come diceva Neffa – è nella mente. Nessun bisogno di assumere sostanze psicotrope perché salga la botta, per cominciare a sentire i colori, vedere i suoni eccetera: sono gli effetti di questa cosa nel preciso istante in cui entra in circolo, espansione del cervello attivata di default come Johnny Mnemonic sull’orlo del collasso neurale ma senza dolore, solo stati alterati da far scappare via piangendo Ken Russell quanto Tim Leary: il film è la cosa vera, o viceversa, comunque una versione superpesa della realtà, migliore della realtà. Il cranio esplode come un cocomero preso a martellate, come nello sketch stigmatizzato da Bill Hicks ma serio, di colpo è di nuovo 1997 ma dopodomani, motori dell’Enterprise lanciati a massima potenza e scatta il florilegio di nomi di gruppi stoner che serve zero tirare in ballo quando potete agilmente sentire com’è schiacciando il tasto play.

Il vinile di DOM esce l’11 maggio. Come prima, produce Luca Ciffo, masterizza Rico. Cambia la lista di etichette che co-producono. Eccole:
Bleuaudio
E’ un brutto posto dove vivere

Brigadisco
DreaminGorilla Records
Vollmer Industries
Tafuzzy Records
Upwind Production
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LAST YEAR I WAS TWENTY-ONE (struggimento relativo al settantesimo compleanno di Iggy Pop)

Questo ha gli stessi anni di mio padre!, dissi agli amici, nell’ilarità generale, a Torino, un’estate, quattordici o quindici anni fa. Mio padre era sui 55, io sui 24, ed era la prima volta che vedevo Iggy dal vivo, dal vivo con gli Stooges, band da cui ero stato ossessionato fin da ragazzino in quel modo strano (credo, strano) in cui mi ossessiono io alle cose, mi prendo l’impegno di essere ossessionato da qualcosa e ne parlo e ne straparlo finché non credo io stesso a quel che dico e finisce che l’ossessione diventa vera, e non so più neanch’io cos’ho inventato, cosa sia reale, o che differenza ci sia tra le due cose. Così, dopo aver letto su qualche rivista, sarà stato il ’94 e le riviste c’erano ancora, che Kurt Cobain era fan degli Stooges (lo diceva Iggy stesso, ricordo che era un’intervista a Iggy), decisi a tavolino che sarei stato ossessionato dagli Stooges e così fu, precisamente da quando, qualche tempo dopo, ero da Rinascita proprio con mio padre (un mio padre irrealmente sui 45) che mi chiese, vuoi un disco? e io dissi sì, gli Stooges, ma non seppi cosa scegliere tra l’omonimo e Fun House, i due che c’erano, e mio padre, buonissimo, me li prese tutti e due. Li ho ancora da qualche parte, uno dei due ha l’adesivo giallo col punto esclamativo che era uno dei modi per esprimere il prezzo speciale (15.000?) venticinque anni fa. Insomma, tanto ho detto, tanto ho fatto, che ho finito davvero per adorare gli Stooges non ascoltandoli neanche troppo, ma questo è perché io pur essendo in genere considerato un appassionato di musica la musica non l’ho mai ascoltata davvero tanto, ad adorarli al punto che mesi fa, da adulto, ho insultato un mio amico che si è comprato Fun House in vinile dandogli del modaiolo bastardo, al punto che mi trovo oggi a esprimere, in occasione del compleanno di Iggy, davvero un concetto banale come che non dimenticherò mai la prima volta che ho visto gli Stooges – rifletto ora sul fatto che probabilmente non vedrò mai più gli Stooges e probabilmente mio padre non mi regalerà più dischi, e c’è stata un’ultima volta nella mia vita che entrambe queste cose sono successe e come è ovvio non lo sapevo e mi ritrovo oggi così, vecchio e stanco e grasso, con l’età che avevano Iggy e mio padre quando avevano la mia età oggi, a non desiderare niente di più al mondo che ricordarmi esattamente l’ultimo pezzo che ho sentito suonare dagli Stooges dal vivo nella mia vita – un pezzo qualunque, un momento, una nota di quel concerto, che chissà quando si è tenuto e dove, poi – o il modo in cui mio padre era vestito quando mi regalò The Stooges (l’album) e Fun House – la sua faccia, i suoi colori, in uno dei tanti giorni che per me erano normali, tornavamo a casa, la stessa casa, lui leggeva carte di lavoro e io ascoltavo gli Stooges in tanti giorni tutti uguali, tutti banali, che non ho registrato per questo e che per riaverne uno darei tutto l’oro del mondo, tutti i dischi – ridarei la prima volta che ho ascoltato gli Stooges dal vivo, che invece mi ricordo bene, Iggy entrò a torso nudo, disse siamo i cazzo di Stooges!, scoppiò il caos, e io pensai che aveva gli stessi anni di mio padre. 

T’APPARTENGO (100 canzoni italiane)


Detesto la parola edonismo, o per essere esatti detesto l’accezione che ha preso la parola edonismo dopo essere stata utilizzata per descrivere la stagione degli yuppie. E considerato il fatto che il significato della parola edonismo mi è stato spiegato nei primi anni novanta, si può dire che non ho mai avuto la possibilità di vivere in un mondo in cui la ricerca del piacere come fine ultimo dell’esistenza fosse un ideale puro, per nulla sporcato dalle implicazioni politiche e dai corsi di rettorica frequentati da quelli che poi andavano a scrivere su Filmcritica. Vabbè. Comunque quando qualcuno parla di edonismo reaganiano in genere fa riferimento ad una visione a blocchi dello spirito del tempo secondo cui gli anni ottanta li abbiamo passati a pippare coca sul culo di una modella e gli anni novanta li abbiamo passati ad odiare noi stessi per tutte le botte di coca che avevamo dato fino ad allora. Oltre a questo, il termine edonismo riferito al modello di vita yuppie sembra implicare indirettamente che nei primissimi anni novanta nella società occidentale predominasse il desiderio cosciente di rompersi il cazzo e porre fine alla propria vita. In questo senso, il clamoroso successo di Non è la Rai in quell’epoca (quattro stagioni dal ’91 al ’95) non sarebbe spiegabile.

In una di quelle riviste che mio fratello comprava di tanto in tanto (forse era King, ma potrei sbagliarmi) mi capitò di leggere un articolo sulla piega che stavano prendendo le teenager italiane. Era una cosa scritta in forma di fiction e divisa in miniracconti, uno per ogni stereotipo, con accanto la foto della musa ispiratrice di quel particolare gimmick -l’anoressica wannabe-modella, la comunista fricchettona figlia di papà, la ragazza di Non è la Rai che sculettava pimpante davanti al bidello. Di fianco a quest’ultima campeggiava la foto del viso sbarazzino di Ambra, il che sembra datare l’articolo dalle parti del ’94. Era un reportage dal Paese Reale dieci anni prima che il concetto di Paese Reale fosse plasmato: quali sono i modelli più ridicoli a cui si ispirano oggi le nuove adolescenti? Un articolo di merda, ma va bene per fissare un punto: a un certo punto l’ideologia alla base di Non è la Rai ha fatto il giro ed ha iniziato ad essere appannaggio di quelli che i giovani la droga la rivolta e l’anoressia. Il livoroso finto-paternalismo di quell’articolo era l’espressione di un sentimento reale, che però la società civile di solito riserva alle forme espressive più radicali della controcultura giovanile (squatter anarchici, rave culture, street art etc etc). Non era una cosa circoscritta a qualche articolo per riviste maschili: lo stesso inquisitorio non-biasimo occupava programmi di approfondimento, editoriali dei quotidiani buoni, tavole rotonde, omelie e saggistica. Com’era potuto accadere che la stessa sprezzante noblesse oblige da salotto buono dovesse abbassarsi a smontare un prodotto televisivo major, evidentemente stupido e di clamoroso successo? Provo a raccontarla per come l’ho vissuta io.

Comincio dal passato recente e vado indietro. A metà anni 2000 il Bronson di Ravenna aveva iniziato a mettere in calendario una festa anni ’90. Il Bronson è un locale di estrazione indie, un posto da concerti; quasi tutte le selezioni erano concentrate sui movimenti altrock degli anni novanta, britpop, crossover, d&b, gangsta e via dicendo. La migliore in consolle a queste feste è una dj che si fa chiamare Trinity: ha iniziato da subito a martellare sul repertorio italo, e c’è voluto poco a capire che la sua roba funzionava molto più del resto. Alla fine del suo set metteva sempre T’appartengo di Ambra e le prime volte che la suonava il locale ha seriamente rischiato di venire giù. Ecco, la festa anni ‘90 del Bronson è stata la prima volta che ho ascoltato T’appartengo traendone un piacere reale ed immediato. La canzone è contenuta in un album con lo stesso titolo uscito alla fine del ’94 e rimane la testimonianza discografica di maggior rilievo uscita fuori da Non è la Rai. Quando passava quotidianamente per radio pensavo che fosse la peggior canzone mai incisa. A formare l’opinione hanno contribuito in maniera determinante alcuni fattori non strettamente dipendenti dalla qualità della canzone, ad esempio la mossa del cuore performance in playback nel corso del programma e l’odio per il programma stesso.

Il programma è iniziato nel tardo ’91. Gianni Boncompagni a quell’epoca viene da anni di militanza in Rai, gli ultimi dei quali passati a riconcepire il formato di Domenica In per una nuova generazione di telespettatori –intrattenimento a randa, giochetti low budget, un sacco di ragazze in studio. È già l’ossatura su cui andrà a concepire il programma che sta pensando per Fininvest, in onda dal settembre del ‘91. Il programma si chiama Non è la Rai, dichiarando in maniera piuttosto smargiassa la sua natura di auto-scopiazzatura (è a tutti gli effetti Domenica In con un altro logo sullo schermo), con Enrica Bonaccorti a condurre l’ombra di Boncompagni ben più che intuibile e una legione di ragazze carine a far da pubblico. Ad alcune di loro è affidata la conduzione di alcuni momenti del programma, e l’idea si evolverà nelle edizioni successive fino alla sparizione dei conduttori professionisti dalla trasmissione nella stagione 3. È in questa fase che Non è la Rai diventa a tutti gli effetti Non è la Rai, una cosa che occupa militarmente due ore di palinsesto nei pomeriggi feriali di Italia 1, condotto da una ragazza di 16 anni che viene imbeccata dal regista tramite un auricolare. Persino il nome del programma sembra cambiare significato: non è più un riferimento autobiografico del regista e ideatore quanto una dichiarazione d’intenti in merito al contenuto: qui dentro c’è roba che nella TV nazionale non potreste mai vedere. E alla fine è diventato IL programma di Boncompagni, il suo testamento spirituale, quello a cui pensi se ti dicono il suo nome.

L’impatto di Non è la Rai sulla società italiana di quegli anni, in barba a Kurt Cobain e Tangentopoli, è fortissimo. Per certi versi guardarlo nel ‘92 è come guardare un incidente stradale. La roba di Cecchetto al confronto sembra haute couture per linguisti. Mi capita spesso di guardarlo: il mio migliore amico ne è ossessionato e lo guardiamo insieme. Non c’è nessun trasporto reale, non ci sono storie interessanti o montepremi stellari. Fondamentalmente ci sono solo delle ragazzine a cui è permesso di fare le ragazzine in TV: urlano, ballano, qualcuna canta in playback. C’è questo gioco che si prende un sacco di minutaggio: vengono sorteggiate tre ragazze, si mettono sotto a una doccia. Un tizio chiama da casa, sceglie quale delle tre deve tirare la catena davanti a lei. Da sopra arriva una secchiata d’acqua, o una pioggia di caramelle o petali di rosa o quel che era: se escono i petali vinci un gingillo, se esce acqua ti sei guardato la tua preferita prendere una secchiata. Il gruppo di ragazze è diviso abbastanza nettamente tra una cerchia di notabili (a partire da Ambra Angiolini) e un novero di gregarie che fanno numero. Fuori dallo schermo Iniziano a spargersi leggende metropolitane secondo cui un’orda di ragazze più o meno maggiorenni, accompagnate da madri più infoiate di loro, si presentano ai cancelli per il casting, pronte ad elargir servizi a chiunque abbia il potere di decidere la loro presenza in trasmissione. È roba tramandata per via orale che si spinge fin dove può spingersi l’immaginazione delle persone semplici: le mie preferite sono quella tipa che venne accettata nel cast e mandò a monte il matrimonio programmato per il weekend successivo; ho sentito raccontare la storia di un gruppo di senatrici, le ragazze più in vista, che vessavano brutalmente le altre. Immagino fossero tutte cazzate, ma la gente non smetteva comunque di raccontarle. I miei amici parlavano con cognizione di causa di una ipotetica top ten delle ragazze più fighe (ricordo solo che Miriana Trevisan era al primo posto). Non riuscivo a pensare a loro in quei termini, credo fosse per via di quel settaggio acqua-e-sapone imposto dall’alto che solleticava certe fantasie e le rendeva lontane dal mio ideale dark dell’epoca. Qualche volta ho anche provato a spiegarlo ai miei amici, beccandomi in risposta qualche insulto, “finocchio” e “chiesarolo” perlopiù. Ma a starci appena più attenti l’accusa era quella di non marciare al ritmo del resto del mondo, di spezzare la bolgia (cfr).

Le cose sono finite fuori scala nel giro di pochissimo. Non è la Rai ci ha messo poco a diventare una vetrina da cui spacciare una visione pop che per certi strati della popolazione probabilmente era davvero la roba più figa su piazza, e anche chi s’era già guardato tutto Cronenberg non aveva abbastanza anticorpi. Rispetto alla media delle produzioni musicali che facevano capolino in trasmissione T’appartengo di Ambra (e la successiva L’ascensore) erano probabilmente i lati più rispettabili, ma al di là dei passaggi in radio nella stagione calda (e del sorriso ubriaco di chi la riascolta alle serate-nostalgia) il singolo in sè ha impattato pochino. Ma l’insuccesso sostanziale della Ambra cantante è praticamente l’unica soddisfazione di chi voleva cancellare ogni traccia del programma dal nostro immaginario, un gruppo di pressione bipartisan che lavorava (verosimilmente) per togliere Non è la Rai dal palinsesto e infilarci due ore di qualsiasi altra cosa (verosimilmente letture di Burroughs o tributi a De Andrè). In prospettiva l’insuccesso della Ambra-popstar (la quale comunque un quarto di secolo dopo ha ancora un’agenda bella fitta) è anche un punto di partenza verosimile di due movimenti speculari dei noughties: il primo è tutto il movimento di riscoperta del trash anni ‘90 come linguaggio comune ad una generazione di intellettuali attivi dai 2000 in poi (e quindi un certo culto sotterraneo attorno a T’appartengo); il secondo è un sottogenere del giornalismo d’inchiesta all’epoca del clickbait, gli articoli intitolati “che fine hanno fatto le ragazze di Non è la Rai?”. Polvere eri e polvere ritornerai, l’onda lunga del rigurgito cattolico/sessuofobo che animava le più feroci critiche al programma, quasi tutte pescate dalla bibbia e mascherate da dibattiti sulla decadenza del contemporaneo. La stessa merda che oggi vola sugli youtuber e sugli influencer, o sul ministro del lavoro quando dice che per trovare lavoro gli agganci e il calcetto contano più del CV europeo, perchè salvare quel briciolo di decenza formale è il motivo per cui ci siamo iscritti ai terroristi dell’internet.

(un paio di settimane fa una persona mi ha mandato il CV europeo per chiedermi di scrivere su Bastonate)

Rispetto alle polemichette da cortile su youtuber e affini, però, Non è la Rai è da almeno vent’anni una questione iconografica. Una cosa che nel bene o nel male serve a raccontare i nostri tempi, e questo genere di letteratura conta anche e soprattutto come il bisogno feroce di affrontare un irrisolto, di ricombattere una battaglia che abbiamo straperso -e la nostalgia ci dà perdenti anche a questo giro, guardate solo l’attuale livello di reputazione di un Drive In che ha fatto lo stesso giro dieci anni prima.

La colonna sonora non aiuta; quello che all’epoca diventò l’inno degli hater del programma non vale manco un decimo di T’appartengo. Lo scrisse Vasco Rossi e lo pubblicò nel ‘93, dentro a Gli spari sopra. La canzone si chiama Delusa e quando ci ripenso mi rendo conto che già ai tempi esistevano canzoni molto peggiori di T’appartengo. Delusa è un rockettone sopra le righe e si fregia di uno dei testi più ignobili della storia del pop, in cui con una mano si dà corpo alle leggende metropolitane (“però quel Boncompagni lì secondo me…”) mentre con l’altra ci si cura di fornire un fine riferimento letterario all’ideologia secondo cui girare in minigonna ti rende corresponsabile di tutte le molestie sessuali che potresti subire (oppure “ehi tu delusa attenta che chi troppo abusa rischia un po’ di più e se c’è il lupo rischi tu” vuol dire un’altra cosa e io non l’ho mai capito). A quel punto le fila degli scandalizzati s’erano ingrossate al punto che veniva quasi naturale fare il tifo per Ambra e Boncompagni, e stiamo parlando di gente che faceva gli spot a Forza Italia in diretta TV. Ma francamente già ai tempi avevo sviluppato questo istinto per cui se da una parte c’è Vasco io mi butto dall’altra. Forse è quello che mi fa prendere bene quando la canzone di Ambra passa nello stereo. O magari ha a che fare con l’edonismo.

Quando il gestore di un bar assume due ragazze carine, qui in giro si dice di lui che “ha il senso degli affari”. Quando ti fermi a prendere un cappuccino al bar prima di entrare in ufficio, intorno alle 8 del mattino, c’è sempre qualcuno che ci prova con la barista. Lei ha uno sguardo negli occhi stile “anche oggi ti mando affanculo domani”, chiude la bocca, sorride, versa la schiuma nella tazza. La morte di Gianni Boncompagni ha rinvigorito un dibattito tra innocentisti e colpevolisti che va avanti da 25 anni e passa: i primi usano parole di circostanza, i secondi sono infoiati e ci tengono a puntualizzare che GB sia tra i principali responsabili dell’impoverimento di contenuti della TV italiana. Ecco, credo che almeno post-mortem lo si possa assolvere da questa accusa: non è stato lui a creare l’ossessione degli italiani per la figa. Forse ha avuto un ruolo chiave in tutto il processo di demistificazione della bomba sexy all’italiana, quel calvario mediatico che che da Sophia Loren ha portato ad Alessia Merz, ma 1 le Lory Del Santo e le Tinì Cansino non sono state inventate da Boncompagni, e le stesse leggende metropolitane cantate da Vasco Rossi accompagnano da decenni le selezioni di Miss Italia. Se il problema di questo paese è stato il berlusconismo, la colpa di Boncompagni è di aver surfato su quel mare di merda meglio di chiunque altro -anche se la mia impressione è che la sua più grande colpa sia di avere avuto la faccia come il culo, di svuotare scientemente il contenitore e avere pure la faccia di vantarsene in giro. A conti fatti la sua interpretazione del berlusconismo aveva un sapore quasi verista: ti sedevi e lo guardavi per quel che era e diocristo non c’era proprio un cazzo da vedere. 

L’unica volta che ho visto i Pan Sonic

(RIP Mika Vainio)

Ho visto i Pan Sonic una volta sola, nell’ottobre del 2004. La storia è così: i Pan Sonic suonano al TPO di Bologna, avevo saputo della serata il giorno stesso, mi ero organizzato con Nicola e avevo addosso una gran fotta. Il concerto inizia alle 10 e io per i concerti sono sempre stato mediamente in apprensione. Partiamo sulle otto e mezzo, dico, se c’è poco casino per strada al limite facciamo un bicchiere di vino lì fuori dal TPO. Quando il TPO era nella sede vecchia, un paio di km fuori da Porta Stocazzo, c’era un’enoteca bellissima/scrausa sull’incrocio, o almeno è così che mi ricordo le cose. Arriviamo sulle 9.30, e per evitare di romperci troppo il cazzo dentro al TPO andiamo davvero a bere un bicchiere di vino nell’enoteca ancora deserta. Mezz’ora dopo ci presentiamo alla cassa e ci vuol poco a capire che siamo i primi paganti della serata. Entriamo comunque, “magari queste serate iniziano un po’ più tardi”. Alle 11 il posto è ancora deserto e noi abbiamo fatto tutto quel che c’è da fare quando aspetti un concerto -birra, banchetto dei dischi, un’occhiata ai flyer. Dopo un’altra mezz’ora siamo a parlare seduti sul lato destro del palco, assieme ad un altro paio di amici che abbiamo incontrato. Si avvicina un tizio esattamente a metà tra il fricchettone e il punkabbestia, cioè un normale bolognese intorno ai 25, attacca un po’ bottone, ci dice che è dell’organizzazione e che dobbiamo andare a bere o il concerto non inizia. Lo guardo un po’ stralunato. Lui mi pianta gli occhi addosso e poi mi spiega come funziona la politica economica del Teatro Polivalente Occupato di Bologna: il cachet dei Pan Sonic è tot mila euro, e finchè non siamo riusciti a tirarli su tra ingressi e bar il gruppo non comincia. Gli chiedo se sta scherzando e lui mi guarda come se avessi detto che Pasolini stava con gli sbirri. Nel suo surrealismo la situazione ha un lato divertente: è un’ora e mezzo che siamo in questo posto a romperci il cazzo nella speranza che prima ci sia un concerto dei Pan Sonic, e d’un tratto arriva un tizio a dirti che il concerto dei Pan Sonic potrebbe non esserci mai. Sul momento sono tentato di vedere il suo bluff: che succede se non vado a bere? Stiamo qui a cagarci il cazzo fino a ora di colazione? D’altra parte è l’ottobre del 2004, ho 27 anni, sono single, non guido e l’idea di disobbedire a qualcuno che ti intima di bere un’altra birra è sconosciuta al mio paradigma ideologico. Così vado al bar e mi sparo un’altra consumazione o due. A un certo punto il TPO raggiunge il break even, sarà circa l’una e mezza di notte, e a quel punto i Pan Sonic possono suonare. 

Non è una gran storia, ok. Il concerto poi però fu una cosa epica: quelli che c’erano ne han parlato per anni come della massima cosa musicale mai successa. Qualche mese dopo dal TPO ci passò la reunion degli Slint: puzzava di cazzata ma c’erano i Radian di spalla, così mi organizzai per andare. Però mi dissi “col cazzo che stavolta mi fregano, loro e le loro attese infinite” e salii a Bologna con la massima comodità. Quando riuscii ad entrare i Radian stavano finendo l’ultimo pezzo.

Storia corta

 

Tre o quattro anni fa mi si ruppe l’autoradio e me ne andai al megastore per comprarne una nuova. Ero quasi eccitato all’idea, perché pensai che sarebbe stata una buona occasione, spendere due lire in più e comprare un modello dotato anche di presa USB, così da poterci magari attaccare l’iPhone e potermi sbizzarrire con la musica nuova in tempo reale, magari limitando un pochetto il numero di CD impilati dentro la macchina. Lo dissi al commesso di Marco Polo, che mi guardò con lo sguardo bonario che questo genere di commessi riserva ai tecnoritardati come me, e mi spiegò che dai tempi dell’ultima autoradio il mercato si era evoluto un po’. In sostanza tutte le autoradio avevano una presa USB adattabile all’iPhone, ma non tutte –anzi, piuttosto poche- avevano il lettore CD. Così mi obbligò a scegliere, lì per lì, se versare un extra e comprarmi un’autoradio col CD incluso o se buttarmi nella piscina della rivoluzione digitale e darmi un modello solo-USB. Sul momento pensai che fosse un buon investimento non rinunciare ad ascoltare tutti i CD che avevo accumulato lungo una vita di ascolti/acquisti compulsivi, spesi i 30/40 euro di differenza e portai a casa un’autoradio che mi ha servito con onore fino a qualche giorno fa.
Quando scegliete un compagno di vita credo sia importante avere accanto una persona che non vi assecondi in tutte le vostre psicosi del cazzo. Ad esempio la mia morosa ha un rapporto molto sciolto e rilassato con la musica: le interessa, le piace ma non ne è ossessionata. Tanto per dire, non ascolta musica in mp3. Le capita di farlo saltuariamente solo perché vive con me, e ogni tanto la costringo ad ascoltare uno dei miei dischi dal computer, ma in generale non traffica con iTunes, non usa l’iPhone per ascoltare la musica, non ha mai avuto un iPod né nulla del genere. Non è un discorso ideologico o qualcosa del genere, è che la sua vita non è necessariamente costruita intorno alla ricerca compulsiva di qualunque disco venga fatto uscire; è a posto con i CD che possiede, saltuariamente ne aggiunge uno alla collezione, e questo è più o meno quanto.
Qualche settimana fa abbiamo cambiato macchina. Il nuovo modello aveva l’autoradio montato dalla casa, una specie di modello pimpato che fa anche da computer di bordo. Abbiamo ringraziato e pagato e portato il mezzo a casa, e poi ci siamo resi conto che non c’era il lettore CD. Io di mio non ho problemi, ma la mia morosa è un po’ in difficoltà. Tutti i dischi che ascoltiamo con nostra figlia, per dire, sono effettivamente dei dischi, dei CD. Non è che sia proprio una sofferenza major, o quantomeno non è un motivo sufficiente a scegliere un’automobile piuttosto che un’altra, ma per la prima volta la mia fidanzata si trova nella spiacevole situazione di dover ripensare dall’inizio la propria collezione di dischi: se vuole ascoltarli in macchina, deve prendersi il disturbo di buttarli dentro una chiavetta USB. Le ho promesso che lo farò io, e probabilmente un giorno lo farò davvero –servono tempo e voglia.
L’altro giorno è dovuta andare da qualche parte in macchina, dice, ho il telefono scarico, lo lascio a casa a caricarlo. Ma no!, le rispondo, siamo negli anni 10, la presa USB della macchina carica anche il telefono. Non ci aveva pensato, che insomma, succede. Prende il cavo e attacca il telefono in macchina. È il suo primo viaggio da sola con l’auto nuova. Torna a casa, le chiedo com’è andata, come si trova a guidarla, presente no?. Mi dice che la macchina va molto bene, ma che stava ascoltando la radio e poi il telefono è resuscitato e -completamente a caso- è partito questo disco degli U2, boh.
Lì sul momento eravate lì a dire che tutto quello sdegno era esagerato, ma a tre anni di distanza Songs Of Innocence è ancora lì, indisturbato, a fare danni nei telefoni e nelle auto di chiunque non si sia preso la briga di eliminarlo.

Qualche disco più o meno recente di cui volevo parlare, e invece poi.

Siete gentili a mandarci in privato il vostro disco e chiedere un’opinione, una recensione, un’intervista, qualcosa. Negli ultimi giorni però ho scritto qualche altra recensione di dischi (nessuno dei quali mandatomi in privato da qualcuno interessato a una mia opinione, no aspetta, uno sì). Non è necessariamente roba recentissima, è che c’è sempre qualcosa che mi blocca prima di pubblicare i pezzi e se non clicco “pubblica” entro breve mi sa che anche a ‘sto giro mi rimane tutto in cassetta. 

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KELLY LEE OWENS – KELLY LEE OWENS Fa parte dell’ormai nutrito sottogruppo di dischi Smalltown Supersound (Neneh Cherry, Carmen Villain etc) che tentano di unire nuovi suoni, female pop e profilo altissimo. Sono tendenzialmente i dischi peggiori che escono per l’etichetta: non è che la musica sia brutta, anzi è proprio fica e giustissima, ma è roba che puoi ascoltare 10 volte a fila e alla fine non ti ricordi manco mezza canzone. Kelly Lee Owens cerca di ovviare aumentando il tasso di giustezza e ficaggine della musica, il disco fila via che è un piacere e alla fine hai comunque voglia di metter su, che ne so, le Shampoo.

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FINE BEFORE YOU CAME – IL NUMERO SETTE Da ascoltatore faccio fatica ad accettare che un gruppo a un certo punto della sua storia fa canzoni urlate a squarciagola e poi boh si siede e si mette a fare qualcos’altro. Capisco perché succeda (si invecchia, ci si affatica, si cresce, boh), ma non porta praticamente mai a dischi migliori o anche solo ugualmente buoni. Tipo a me non viene mai in mente di riascoltare i FBYC del dopo-Ormai, non ce la faccio, mi sembra come quando esci coi tuoi compagni di liceo e a metà della cena hai capito devi scoprire chi di loro è in realtà la Cosa. Però in alcune tracce del Numero Sette, tipo Come Pecore, inizia a venire fuori una versione del gruppo che non somiglia ai FBYC passati ma è comunque tirata e sofferta in quel modo lì un po’ indierock –e la mia malcelata fiducia è nel fatto che questa sia la strada che i FBYC percorreranno da qui in poi. 

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THE FLAMING LIPS – OCZY MLODY Coi Flaming Lips ero un po’ in difficoltà nel senso che per quanto ridicoli siano diventati Wayne Coyne e la sua estetica da Oompa Loompa dell’indie, i dischi “maggiori” dei Lips fino a The Terror sono stati talmente fighi da rendermi disposto ad accettare tutti quei gimmick del cazzo e molti degli inqualificabili side-album del marchio. Oczy Mlody fortunatamente fa schifo (pesante confuso e tristone senza manco la soddisfazione iconoclasta dello sfascio), così posso rigettare tutti i Lips in blocco senza farmi troppe pare. 

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EDDA – GRAZIOSA UTOPIA Odio Edda, è un personaggio del cazzo. Aspetta che faccia un disco sotto al 10 e poi vedi quante gliene dico.  

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DESTROY ALL GONDOLAS – LAGUNA DI SATANA Non ho mai avuto un’etichetta e se mai ne facessi una vorrei che fosse uguale a Macina Dischi, o meglio vorrei che la mia etichetta facesse nell’effetto di sette/otto persone lo stesso effetto che fa a me Macina Dischi quando metto su un disco come quello dei Destroy All Gondolas, sostanzialmente una versione crushing death sconvolta dei Man Or Astro-Man –cioè un concetto che pensavo solo il mio cervello potesse partorire. Probabilmente l’ho scritto da qualche parte e me l’hanno inculata, bastardi. Disco del secolo finchè mi dura la fotta. 

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PONTIAK – DIALECTIC OF IGNORANCE Qualche giorno fa parlavo del modo in cui usiamo gli eufemismi. Ad esempio se ultimamente mi capitasse di scrivere “uno dei dischi rock più coinvolgenti ed esaltanti da molto tempo a questa parte” intenderei in realtà “uno dei pochi dischi rock che sono riuscito ad ascoltare dall’inizio alla fine”. In questo senso il nuovo disco dei Pontiak è decisamente uno dei dischi rock più coinvolgenti ed  esaltanti da molto tempo a questa parte. 

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RAINBOW ISLAND – CRYSTAL SMERLUVIO RIDDIMS Conflitto d’interessi nel senso che pur essendo i Rainbow Island il miglior gruppo italiano in attività, Dj Pikkio è una colonna portante del sito Bastonate. Ho pensato che l’unico modo per risolvere il conflitto d’interessi sarebbe di portarlo al collasso, accelerazionismo critico, cioè convincere Dj Pikkio a farsi la recensione del suo disco. Mi ha detto che non è disposto a farlo, il che –considerando che non ha problemi a postare su Bastonate la foto di un panino con dentro un cazzo- è già di per sé la recensione di Crystal Smerluvio Riddims, grande album naturalismo sgrakkio3DHD quasi tutto costruito su questo concetto di identità che dicevo appunto sopra 

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FEDEZ & J-AX – COMUNISTI COL ROLEX Presente la copertina? Primo piano di un pugno alzato con il Rolex al polso, sfondo nero, fotografia ultra HD e via andare. Stavo pensando che se il disco fosse uscito senza titolo, sarebbe stata la copertina dell’anno: c’è già nell’immagine lo scarto tra visione del mondo e rappresentazione della visione. Poi vabbè, in Italia se vuoi fare 30 milioni di streaming devi stare sempre lì a spiegare tutto. Nell’estate del 2016 J-Ax, ripreso dal Fatto Quotidiano, dichiarava di battersene bellamente il cazzo di coloro che non gli portano rispetto, nella fattispecie le frange separatiste del rap underground e “i giornalisti che c’erano allora (negli anni novanta, ndr) e che mi insultavano su Rumore e adesso sono ancora qui a insultarmi sui blog che hanno sostituito quella roba”. Il che non ha impedito alla critica hardcore di massacrare il disco utilizzando concetti triti e st(v)accati dal reale tipo “paraculata trash” (Guglielmi su Fanpage), “quel brutto che dà fastidio e non riesci neanche a trasformare in guilty pleasure” (Roncoroni su SA) o “l’album destinato a riscrivere il concetto di imbarazzo” (Monina su Linkiesta). Quando leggi le rece dei dischi qua in giro ti trovi sempre in quella situazione in cui qualcuno ti spiega che il limite è lì, è quello, che questa gente l’ha oltrepassato e va punita. Non si contano le pernacchie di quelli che han capito l’hip hop e Fedez non ne fa parte, uu. È una cosa un po’ patetica in realtà, nel senso, dev’essere carino star lì a guardare questa gente che tenta di distruggere una reputazione che non hai mentre i ragazzini si menano ai tuoi firmacopie –cioè, diciamocelo, non è che la critica del giro Rumore/SA si sia mai cagata la Amoroso. Il disco di Fedez e J-Ax in ogni caso è una delle opere più grasse ed opulente della storia del pop italiano, una roba barocca che sposta di due metri il limite di decenza e sobrietà all’interno del rap italiano e che schiaccia sul pedale del gas in una maniera così smargiassa che quasi esalta. Un delirio hughesiano in piena regola. Poi sì, ci sono contaminazioni tossiche che a quelli della mia generazione (scrivo sia su Rumore che su un blog) saranno sempre indigeste, ma il futuro sorride comunque a chi sta imparando a mangiare il polonio a colazione.

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BAUSTELLE – L’AMORE E LA VIOLENZA L’ultimo disco dei Baustelle è come il disco di J-Ax e Fedez ma con i Rondò Veneziano e Claudia Mori al posto di Kanye West e i The Kolors (e due persone che dicono cose irritanti invece di altre due persone che dicono altre cose irritanti). Volendo fargli le pulci è leggermente meno riuscito del precedente Fantasma in termini di magnificenza, ma tutto sommato è un vezzo perdonabile. La questione interessante è che nella critica genera reazioni uguali e contrarie al disco di cui sopra: un botto di gente è scesa in piazza a difendere le scene “oscenamente pop” del gruppo, citando Bianconi, senza che nessuno si sia preso il disturbo di attaccarle. Tra l’altro che cazzo vuol dire “oscenamente pop”? 

Obey your pacchetto VIP

Non ho mai visto i Metallica dal vivo, e tutti mi dicono che mi sia perso una roba grossa. L’unica volta in cui sono stato davvero in forse è stato tutto sommato di recente, a Bologna, una decina d’anni fa: avevo saputo la mattina che di spalla ci sarebbero stati i Down e stavo pensando di fare una mattata lastminute. Poi mi sono convinto di no, perché il concerto costava 50 euro e mi sembravano troppi. A quanto pare vivo in un pianeta alternativo di falsi metallari incoscienti della realtà che li circondano: l’ho scoperto nel leggere dei prossimi concerti che i Metallica faranno in Italia a febbraio 2018. Nel senso, sì, tra un anno. Li hanno annunciati qualche giorno fa. Nella fattispecie ho letto questa cosa sul sito di Metalitalia. Le prevendite dovrebbero andare online in questi giorni, oggi ho letto i prezzi dei biglietti (92 euro per il parterre) e mi è venuto male al fegato. Sia chiaro: mai quanto mi è venuto i giorni scorsi a leggere cosa comprendono i vip package, cioè –suppongo- dei pacchetti esclusivi che per qualche soldo in più ti danno accesso a degli extra che non siano entrare in platea e spararsi il concerto di fianco a dei cazzari seminudi e ubriachi di lambrusco. I pacchetti sono questi sotto, li copio pari pari.

“The Unforgiven Experience” – 179 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco
entrata da un ingresso dedicato
poster in edizione limitata
gadget in edizione limitata

“Whiplash Experience” – 369 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco con entrata anticipata e scelta del posto
entrata da un ingresso dedicato
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prima consumazione compresa e cena a buffet
visita alla mostra “Memory Remains” con memorabilia dei METALLICA
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

“Hardwired Experience” – 2.399 euro (limitato a 12 per show)
biglietto di ingresso per posto a sedere nelle prime due file
entrata da un ingresso dedicato
meet&greet coi membri della band nel backstage e foto con la band prima del concerto
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prime due consumazioni comprese e cena a buffet
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

C’è una compagnia che fa questa cosa, si chiama Cid Entertainment. Nel sito dell’azienda c’è scritto che CID fornisce “Ultimate Event Experiences for fans like you looking to enhance the way you enjoy your passion.” Poco sotto c’è anche il sudato lavoro di un copywriter: “Don’t you just attend an event: experience it.” In parole povere, esiste un’industria strutturata che lavora all’interno dei concerti mainstream creando una sottoarea steroidea ad accesso limitato.
In linea di principio non c’è niente di scorretto, eh. Soprattutto immagino che siano le regole della domanda e dell’offerta a dare come risultato finale i prezzi di cui sopra. Il mio problema con questa cosa è legato a una roba di cui parlavo qualche tempo fa, in merito al casino che era scoppiato sul secondary ticketing legalizzato. Allora mi era capitato di vaneggiare in merito ad una terra di mezzo che si è venuta a creare tra gli artisti e il pubblico, nei concerti di una certa grandezza, una terra nella quale sta succedendo un po’ di tutto –tra cui appunto il bagarinaggio online a prezzi indecenti, ma non solo. Formalmente riesco a capire cosa distingue un biglietto per i Coldplay scalpato a 369 euro da una Whiplash Experience a 369 euro, a parte la cena a buffet –che prima dei Metallica ci sta tutta, sia chiaro. Detto tra me e voi, e non ditelo in giro, non ho la più pallida idea di chi possa scegliere di spendere 100 euro in più (Unforgiven Experience) per un ingresso dedicato e/o un poster in edizione limitata, soprattutto considerato il fatto che non so se il poster è da prendere
1 quando entri, e poi devi tenerlo in mano durante il concerto (sotto palco)
2 dopo la fine del concerto, che ti tocca aspettare e fare la fila per ritirarli e sei quasi sicuro di beccare l’ingorgo al ritorno a casa –il che può voler dire due o tre ore di macchina.
Ma diciamo pure che la Unforgiven Experience sia giustificata da esigenze di comodità, e vabbè. Rimane da spiegare la Whiplash Experience, che per TRECENTOSESSANTANOVE EURO ti dà il diritto di entrare a una mostra a cui –sembra- sono invitati solo quelli che han pagato 369 euro (ma poi perché non 370 o 400?) e mangiare gratis al buffet a patto di limitarsi a una consumazione, oltre che ad accedere a un punto merchandising dedicato dove puoi comprare roba dei Metallica che –suppongo- agli altri è preclusa. E alla fine di tutto, insomma, hai pagato quasi 400 euro e non ti porti a casa manco la foto assieme ai Metallica.
I quali, naturalmente, non sono il primo gruppo al mondo a trattare i propri fan come bovini da allevamento intensivo –finché c’è latte si munge e via andare. E in effetti un pacchetto da TRECENTOSESSANTANOVE EURO, tolto l’ammontare di roba ridicola che si becca in cambio, potrebbe perfino essere considerabile. Una tipa con cui uscivo, parliamo di una quindicina di anni fa, fu invitata a un concerto di Springsteen da un suo superiore 55enne che voleva farsela: posto seduto in tribuna numerata a guardar sudare l’animale, trasferta in BMW, bicchierino di champagne post concerto, lui può permetterselo, tu non spendi una lira e se si rivela una persona piacevole ha il permesso di farti due avance. Non si può combattere contro quelli in BMW, e quindi ho preferito costruirmi un paradigma estetico secondo cui questa gente non capisce un cazzo di musica e della vita in generale. Ad esempio: se io avessi quei soldi e volessi sedurre una ragazza con la metà dei miei anni punterei su un buon ristorante, o su qualsiasi situazione che non preveda guardare un altro maschio della mia età e pensare “quanto è bono”. Ma diciamo che io possa scialacquare e non voglia venire ucciso dalle ascelle dei miei vicini, ecco, in questo caso probabilmente mi sparerei un concerto dei Metallica con pacchetto Whiplash, così, giusto per far sentire delle merde i poveracci in platea.

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Quello che non riesco a comprendere, nemmeno cercando di astrarmi da me stesso, è il pacchetto Hardwired. A vederlo così, scritto come lo vedete sopra, è già parecchio squallido: in cambio di due mesi dello stipendio di un fan dei Metallica medio, mi beccherei il pacchetto Whiplash, un altro free drink per sciogliere un pochetto la tensione, un meet&greet coi membri del gruppo e –appunto- una foto assieme ai Metallica prima del concerto. Così insomma, metti che io sia il direttore generale di una multinazionale ma abbia anche il pallino di appendere a casa le foto di me con qualche persona famosa, giusto per ribadire a chi mi entra in casa che non sono un pezzo di merda, il pacchetto Hardwired farebbe alla bisogna. A guardare nel sito di Cid Entertainment, tuttavia, c’è un paio di clausole interessanti che riguardano il pacchetto:
1 in merito al meet&greet, si specifica che “Band members may differ per show”. In sostanza può succedere che a un certo punto, prima del concerto, arriva una hostess e ti dice “ho una brutta notizia: James e Lars volevano davvero essere al meet&greet stasera ma la pedicure sta andando per le lunghe. Ma tra poco arriverà Rob Trujillo e sarà felicissimo di rispondere a tutte le vostre curiosità. Più tardi forse anche Kirk farà un salto.”
2 in merito alla foto con la band prima del concerto, è specificato che sarà una foto di gruppo assieme alla band e a tutti e dodici i sottoscrittori del pacchetto Hardwired. SUL SERIO! C’è scritto proprio palesemente così, a specificare che i Metallica non hanno cazzi di farsi fare 12 foto con 12 persone diverse prima di salire sul palco.
Ecco, forse è il frutto di una mentalità stile pago e pretendo da piccolo-medio imprenditore brianzolo, ma se pagassi 2400 euro per avere una foto con i Metallica mi impunterei per avere la foto di me in mezzo ai 4 membri del gruppo senza altri undici stronzi in mezzo alle palle. Ok, io per 2400 euro vorrei una foto con i Metallica, Jason Newsted e il cartonato di Cliff Burton.

Non lo so, non riesco ad uscirne. Ho fatto un giro per il sito di CID e non riesco a capacitarmi dell’esistenza di questa realtà. Tornando al discorso sullo scalping, continuo a pensare che l’anello debole in tutto il meccanismo siano gli artisti. Non giudico nessuna delle categorie coinvolte a parte una. Dal punto di vista di un fan del gruppo può avere un senso voler spendere più soldi in cambio di un plus percepito, e a maggior ragione ha senso che esistano agenzie che trattano questi plus da un punto di vista professionale. Credo che alla base di tutto il discorso musicale esista –o sia comunque esistito in passato- una sorta di questione morale autogestita per cui dovrebbero essere gli artisti a bloccare il meccanismo: con che faccia posso chiederti 2500 euro, anche se sei disposto a spenderli? Era un discorso che facevamo anche per i crowdfunding à la Umberto Maria Giardini. Il tutto per tirar su 30mila euro in più per ogni show, da dividere peraltro con CID. Ok, alla fine del tour sono tanti soldi, e allora immagino tocchi a noi mandarli affanculo…

Mount Eerie il corvo e le iperboli

Per tutta una serie di cose che ho visto e letto ultimamente sto attraversando una fase di vergogna per il quantitativo di iperboli che metto nella roba che scrivo. Oddio, mi sono sempre vergognato un po’ di queste cose, ma di recente lo trovo intollerabile. Ad esempio se un disco è rumoroso può capitarmi di definirlo “devastante”, e la maggior parte della musica che ascolto non mi devasta affatto (non riesce manco a far friggere le casse dell’autoradio, su). Il 99% di ciò che definisco “incredibile”, “spaventoso” e “orribile” non mi provoca alcun sentimento di incredulità, spavento e orrore. Utilizzo queste espressioni per dare un briciolo di brio alla roba che scrivo, un po’ per non sentirmi il redattore di una rivista di giardinaggio e un po’ perché voi siete anche peggio di me. C’è una regola non scritta per cui si scrive di musica come se la musica fosse un’esperienza mistica totale che rende impossibile fare altro, il che è abbastanza ipocrita se considero il fatto che spesso ascoltiamo i dischi in streaming su Youtube per non doverci alzare e mettere su il CD. Provate a sfogliare una rivista o un sito di musica e sottolineare le palesi esagerazioni/stronzate che ci trovate dentro: non se ne esce vivi, nel senso che ce ne sono migliaia ad ogni pagina, cioè centinaia, cioè almeno una o due. Sarebbe fichissimo riuscire a sistemare questa cosa con un qualche tipo di decreto ingiuntivo internazionale: dal giorno 9 maggio 2017 sarà impedito a chi scrive di musica di utilizzare iperboli. Giugno 2017, Car Seat Headrest disco del mese su XXXXXXX. Recensione: “Ci si può rendere conto fin dal nome che abbiamo scelto che questo mese non ci sono dischi particolarmente degni di nota o coinvolgenti, men che meno personaggi a cui valga davvero la pena di dedicare una recensione di 4000 battute piuttosto che le canoniche 800/1000. Dal punto di vista statistico è ragionevole pensare il mese prossimo ospiteremo in questo stesso spazio spazio un nome ancor meno interessante. Questo disco comunque è carino, almeno quattro delle canzoni contenute al suo interno raggiungono la sufficienza piena, ma non abbiamo alcuna intenzione di lanciarci in elucubrazioni senza senso che spieghino cosa ha di diverso da qualunque altro disco di questo genere”. Sarebbe meraviglioso, oltre che onesto (cioè sarebbe carino, oltre che non del tutto disonesto). Non lo facciamo solo perché nessuno può permettersi di perdere la faccia per primo.
Il principale problema di questo approccio è che a lungo andare è impossibile distinguere tra un disco che definisci “sconvolgente” e un disco che effettivamente ti sconvolge. I dischi che mi hanno sconvolto sono una parte minuscola di tutta la mia discografia, intendo quelli che mi hanno sconvolto secondo la definizione di sconvolgente che troviamo sul sito di Treccani: “part.pres. sconvolgènte, anche come agg., che suscita forti emozioni, che provoca un grande turbamento interiore”. Quali dischi hanno provocato in voi un grande turbamento interiore? Quali dischi dal cui ascolto siete usciti letteralmente a pezzi? È un’altra cosa che mi chiedo spesso di questi tempi. C’è una canzone che si chiama Real Death, è uscita qualche settimana fa. L’ha scritta Mount Eerie, cioè Phil Elverum, ed è una canzone che mi ha sconvolto. Parla di sua moglie, della sua morte, del modo in cui la morte arriva e ti cambia le cose. E poi parla di un giorno, una settimana dopo la morte, in cui arriva un pacco postale con dentro un regalo che lei aveva comprato in segreto prima di morire -uno zainetto per quando la figlia piccola sarebbe dovuta andare a scuola.
Ho avuto la fortuna di vedere un concerto di Mount Eerie, una volta. Ero a questo festival e dopo cinque o sei ore di fricchettoni alt-post-weird-harsh-noise è salito sul palco lui. Il concerto doveva essere un concerto dei Microphones, cioè, nella locandina c’era scritto The Microphones, ma sul palco al posto del gruppo c’era un tizio con una chitarra elettrica e un amplificatore minuscolo di quelli che credo si usino per suonare in cameretta. La cosa venne spiegata dal cantante, mentre strimpellava la chitarra “mi chiamo Phil e nel poster c’è scritto che questo dovrebbe essere un concerto dei Microphones, però io in realtà suono a nome Mount Eerie. The Microphones era il nome del gruppo dove suonavo ma adesso ci siamo sciolti.” Sul momento non si era capito, ma questa in realtà era più o meno la prima canzone del set, o comunque il set di canzoni non era molto diverso: melodie strane appena accennate che duravano dai venti secondi ai due minuti, senza usarci la cortesia di una strofa o di un ritornello. Giusto una vocina stentorea, due arpeggi di una chitarra suonata pianissimo, testi che parlavano di spiritualità e amore e di essere lì quella sera –c’era anche una specie di canzone sull’essere lì in quel momento e sull’aver pagato il biglietto o essere sulla guestlist. Lui era vestito di bianco, completamente di bianco (e questa non è un’iperbole: aveva una maglietta della salute bianca su un paio di pantaloni bianchi di cotone e portava un paio di calzini bianchi di quelli con il buco separato per il pollicione, con cui poteva indossare un paio di infradito bianche), completamente immobile e con un’espressione da impiegato sul viso. Per far capire che il pezzo era finito incrociava una gamba dietro l’altra, e le piegava leggermente ad accennare una specie di inchino. Oltre a far sostanzialmente sparire il ricordo di qualsiasi altro concerto avessi visto quel giorno, Mt Eerie mi ha rovinato qualunque altro concerto io abbia visto nei mesi a venire: chiunque in confronto a lui sembrava un poser esaltato senza alcuna ragione di esistere. Poi piano piano mi sono riconvertito al rockenroll e alle iperboli e alla gente che sudava e piangeva per finta sul microfono, e ho limitato le mie frequentazioni di Mt Eerie all’interesse per i numerosi dischi che Phil Elvrum, poi diventato Elverum, ha fatto uscire da allora –nessuno brutto, per quanto bizzarri e fuori asse potessero essere.
Da un anno a questa parte la morte è diventata un argomento centrale del pop. Abbiamo fatto il palato a dischi che parlano della morte di un figlio (Cave), a dischi registrati da artisti morenti (Bowie, Cohen), eccetera. Il più duro di tutti esce in questi giorni: si chiama A Crow Looked At Me ed è il primo album scritto da Phil Elverum dopo la morte della moglie Genevieve Castrée. Della storia è facile leggere in giro, quindi mi risparmio la fatica di ri-raccontarla. È un disco che parla della morte di una persona, e della vita di quelli che le sono sopravvissuti, con lo stesso tono con cui Phil Elverum spiegava che i Microphones erano il gruppo prima. Non è il primo disco a parlare della morte né il primo a parlarne così da vicino, ma è quel tono a renderlo così duro: nel giro di un pezzo è come se fosse morta la moglie del tuo migliore amico, e per una volta è una sensazione che rimane nell’aria anche dopo che hai staccato la musica Potrei dire che A Crow Looked at Me è uno dei dischi più sconvolgenti/destabilizzanti/tristi/commoventi che io abbia mai ascoltato; ma significherebbe più che altro ammettere di aver utilizzato questi aggettivi troppo spesso a sproposito, e di questo sono spiacente.