Il disco più bello di sempre

Steven Bradbury è un ex-pattinatore australiano, conosciuto per aver vinto l’oro olimpico più assurdo della storia. In breve: nei primi anni ‘90 è un grande pattinatore di short track, vince un bronzo nella staffetta 5000 m a Lillehammer. L’anno successivo ha un incidente quasi mortale in una gara: la lama dei pattini di un avversario gli recide l’arteria femorale. La riabilitazione è lunga e dolorosa, e dall’incidente Bradbury non si riprenderà mai. Al primo infortunio ne seguirà un secondo, ma Bradbury continua a correre e riesce a gareggiare in due discipline alle olimpiadi di Salt Lake City, anno 2002. (lo short track è quella disciplina dove i pattinatori corrono in un circuito a velocità allucinanti, non so altro di preciso) Ai 1500 m viene eliminato quasi subito, ma nei 1000 m riesce a passare la sua batteria e accedere ai quarti di finale, dove passano i primi due. Alla fine della gara è terzo e dovrebbe far le valigie, ma viene ripescato per via della squalifica di un avversario arrivato davanti a lui. A questo punto però in gara sono rimasti solo pattinatori più veloci e cazzuti, e alla partenza della semifinale rimane subito indietro rispetto al gruppo di testa. Per un beffardo scherzo del destino arriva comunque alla finale: essere rimasto diversi metri indietro fa sì che non rimanga coinvolto in una caduta collettiva che avviene all’ultimo giro; Bradbury supera il gruppo e si qualifica. Ma che lui si trovi alla partenza della finale sui 1000 non ci crede ancora nessuno. Lui se la gioca con le carte che ha: pattinare al suo ritmo e sperare che succeda qualche casino davanti. E qualcosa succede: i quattro atleti del gruppo di testa cadono sull’ultima curva, Bradbury arriva da dietro e vince il primo oro invernale della storia del suo paese.

 

Stando a Wiki oggi in Australia la parola Bradbury è usata nel linguaggio comune per riferirsi ad un’impresa inaspettata, a un rovesciamento di fronte un po’ rocambolesco -fare un Bradbury. In Italia l’impresa di Bradbury è famosa per il commento-sfottò della Gialappa’s Band, che ne parlò ai tempi in qualche Mai Dire Gol. A caldo in effetti la sua vittoria è commentata come il più grosso WTF mai occorso nella storia delle olimpiadi invernali. Ma Bradbury di sè ama raccontare un’altra storia, lunga dieci anni, costellata di tanta sfiga e tanta tenacia e con un finale rocambolesco baciato dalla fortuna. Un dato probabilmente non così rilevante: non conosco il nome di nessun altro vincitore di medaglie allo short track, nemmeno gli italiani. Certo, gli altri erano più veloci, e questo ci porta alle possibili morali che una storia come quella di Bradbury ci può servire.

 

La prima morale è che la storia cambia a seconda di chi la racconta.

La seconda è che la tenacia e l’ossessione possono far girare le cose in un modo inaspettato.

La terza è che certe storie le racconti bene solo a dieci anni di distanza.

La quarta è che puoi salire sul gradino più alto anche se sei più lento degli altri.

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Se leggete le retrospettive sui grandi dischi il canovaccio più frequentato è sempre quello del genio. Questo tale chitarrista che ha avuto un’intuizione prima degli altri, questo grande autore, il genio e la sregolatezza, eccetera. Eppure nella musica, e nel rock in particolare, molte opere blasonate sono più il frutto di una serie di circostanze fortuite e/o il parto di menti molto limitate, quando non proprio ottuse. Nella biografia 33 ⅓ che DX Ferris scrisse su Reign In Blood c’è un passaggio illuminante che parla di questo aspetto: “Se ad esempio considerate Reign In Blood un concept album, o se vi viene da pensare che un assolo di Hanneman o King rappresenti simbolicamente il grido di un’anima intrappolata negli abissi per tutta l’eternità, state pensando al disco ad un livello a cui la band non ha mai pensato.

Vero. La paziente ricostruzione del processo creativo intorno al disco racconta la storia di un’opera creata con intenti molto meno teorici di quelli che in qualche modo sono stati riconosciuti agli Slayer. Ma è innegabile che il valore storico e artistico di quel disco sia assoluto, giusto? Ecco. Guardando oltre il disco e al gruppo che l’ha realizzato è facile innamorarsi del concetto in sè, e dell’evidenza empirica inconfutabile che lo supporta: buona parte del rock statunitense più avventuroso e teorico è stato, di fatto, suonato da gente che non aveva ben chiaro cosa cazzo stesse facendo di preciso. Raccontare l’incoscienza è relativamente complicato perchè di solito è tenuta quanto più possibile fuori dal processo produttivo: la musica viene prodotta, processata, analizzata, rivista -qualcuno magari può fissarsi su un colpo di tosse o un feedback di chitarra che è entrato nel mix e lasciarlo per fare il punk, e questo magari può entrare in quota genio&sregolatezza. Ma la musica suonata è fatta anche di pezzi d’involontarietà grandi quanto un disco intero, ad esempio certi album meravigliosi scritti e incisi in uno stato di perenne dormiveglia indotto dall’abuso di eroina, di cui i protagonisti hanno ricordi perlopiù vaghi e spiacevoli, e che nondimeno hanno prodotto pezzi d’arte epocale. Il carattere di involontarietà di queste opere non è facilmente raccontabile, invece; si preferisce utilizzare il clichè del genio inconsapevole, ad esempio, che è materia molto più filmica di certe questioni legate alle evoluzioni degli immaginari.

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Il personaggio principale della storia di oggi, in questo aspetto, è ad un altro livello. Il personaggio principale della storia di oggi è un cafone americano che per una trentina d’anni ha indossato suo malgrado i panni del protagonista di uno sgradevole freakshow in cui eroina, passione per l’occulto, LaMonte Young e abbrutimento esistenziale si fondono senza soluzione di continuità, incollati assieme da un giro di amicizie importanti e da qualche recensione positiva. Al freakshow di cui sopra il protagonista si è opposto strenuamente, con la poca forza che aveva, controbattendo con una strana perseveranza da artigiano del doom metal e ad un’idea musicale pedestre e limitata con cui ha imbrattato di dischi la storia della musica contemporanea. Alcuni di questi sono realizzati in prima persona, altri sono firmati da gente a cui il protagonista ha involontariamente segnato il percorso artistico. È una storia che inizia venticinque anni fa, quando un’etichetta di Seattle pubblica uno strano disco che in copertina ha un enorme cielo blu. È una storia che a un certo punto ha una svolta inaspettata e per certi versi rocambolesca.

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Se togliamo le persone interessate alle frange sperimentali, Dylan Carlson è famoso soltanto per un increscioso fatto di cronaca: nel 1994 si trova infatti ad acquistare un fucile per conto del suo migliore amico. Le ragioni per cui questo fatto diventa materia di cronaca, e della storia del rock, sono che il migliore amico di Dylan Carlson userà il fucile per uccidersi e che il migliore amico di Dylan Carlson si chiamava Kurt Cobain. Il suicidio di Kurt Cobain avviene a coronamento di un tragico triennio di successi musicali, depressioni inaffrontabili e brutte storie di droga. L’amicizia tra Carlson e Cobain, e l’abuso di sostanze da parte di entrambi, precede cronologicamente il successo dei Nirvana. Kurt Cobain era un ragazzo problematico ed un sincero appassionato di musica; la sua applicazione mentale ed il suo talento non gli hanno permesso di confondersi tra le figure di sfondo dell’alternative di quegli anni, un ecosistema per cui di primo acchito sembrava più adatto -ma non è detto che non sarebbe comunque finita di merda.

La principale eredità artistica di Kurt Cobain sono i dischi del suo gruppo. La seconda principale eredità artistica di Kurt Cobain è un elenco di artisti da lui amati, ascoltati, sostenuti e consigliati, che senza di lui sarebbero stati conosciuti da un terzo delle persone che li conoscono. Dylan Carlson era incluso nell’elenco di artisti di cui sopra. Il gruppo da lui fondato e condotto si chiama Earth: da trent’anni sopravvive ai confini di un genere musicale che nei momenti di maggior entusiasmo ha dato segno di non essere troppo infastidito dall’esistenza della band. Dal punto di vista artistico Dylan Carlson ha sempre dato segno di non essere troppo interessato a spostarsi dalla periferia del rock indipendente. Nella sua idea di musica i gruppi sono associazioni di musiciste tenute insieme su basi carismatiche, e gli Earth sono la più banale e duratura rappresentazione di questa idea: un progetto solista allargato a generosi contributi altrui, o un gruppo di due-tre-quattro-cinque elementi in cui nessuno a parte lui sembra avere diritto di voto in alcuna questione extramusicale. La libertà artistica che Carlson concede ai membri della sua band non si allarga quasi mai al lato umano. Nelle questioni musicali Carlson non è mai stato un visionario machiavellico alla Reznor (cioè uno per cui i compagni di gruppo sono fondamentalmente braccianti). La sua band è composta da musicisti di profilo medio-alto che partecipano al processo di composizione. Ma ogni svolta nella carriera degli Earth è accompagnata da una sorta di epifania di cui Carlson è protagonista e a fronte di questa epifania si può lavorare o fare le valigie. 

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Gli Earth iniziano alla fine degli anni ottanta. La scena che li accoglie è quella del nordovest degli Stati Uniti, che è già importante sulla mappa del rock indipendente ma non ancora familiare al pubblico televisivo. L’etichetta del luogo si chiama Sub Pop, la quale vende i suoi gruppi sulla base di una bizzarra estetica da boscaioli ubriachi a prescindere da quanto intellettuale possa essere (o non essere) la loro musica. Il gruppo prende il nome dalla prima ragione sociale dei Black Sabbath, e i Sabbath sono anche il primo riferimento musicale -loro e tutta la marea di epigoni statunitensi che hanno generato, a partire dai Black Flag del periodo My War per arrivare a Saint Vitus e ovviamente ai Melvins, che nella stessa area sono già il principale punto di riferimento. Entrano in studio con due pezzi che messi insieme sfondano la mezz’ora: batterie lentissime, riff ripetuti allo sfinimento, pochissime parti vocali (a cui contribuisce anche Cobain). Sub Pop propone al gruppo di spezzare in due parti una delle canzoni (A Bureaucratic Desire for Revenge) per realizzare un 7”, e la cosa verrà effettivamente fatta, ma alla fine deciderà di uscire in CD (Extra-Capsular Extraction). Il gruppo è composto da Carlson alla chitarra, Dave Harwell al basso e Joe Preston alla batteria. Il rapporto con Preston finisce quasi subito, complice il suo ingresso nei Melvins (appena dopo Bullhead, e per pochissimo tempo). E a quanto pare finisce abbastanza male da portare Preston a rubare i master di Extra-Capsular Extraction e bootlegarlo. Ma dai tempi in cui gli Earth uscivano con il primo EP, l’attenzione nei confronti di Seattle si è centuplicata: Nevermind ha iniziato a vendere un disastro di copie, la musica del gruppo si è ispessita un bel po’. L’ospite estemporaneo del primo disco degli Earth è diventato il simbolo di una generazione intera, e non la sta prendendo molto bene. Non che Dylan Carlson stia particolarmente bene nel periodo: l’abuso di sostanze sta facendosi sentire, e lui ha deciso di continuare con gli Earth senza rimpiazzare il batterista. Nello stesso periodo inizia ad interessarsi a LaMonte Young, prima leggendone e poi ascoltandolo. Un po’ per scherzo e un po’ per rompere il cazzo, concepisce il prossimo disco degli Earth assieme a Dave Harwell: niente voce, niente batteria, solo una gragnuola di accordi di basso e chitarra. Ma in fondo nemmeno gli accordi sono così importanti. Entrano in studio nell’agosto del 1992 con tre tracce, che Sub Pop pubblicherà in cd sei mesi dopo: si chiama Earth 2. Sottotitolo: Special Low-Frequency Version. In copertina la foto di un paesaggio pieno di blu, firmata da Arthur S. Aubry e sovrastata dal titolo del disco scritto a caratteri cubitali. Venticinque anni fa.

(Buon compleanno)

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Quando dico “il disco più bello di sempre” lo intendo davvero, ma “il” disco più bello di sempre è più di uno. Ci sono molte ragioni per cui faccio questa cosa, vi basti sapere che c’è una differenza qualitativa tra “uno dei miei dischi preferiti” ed Earth 2.

Per capire la musica di Dylan Carlson credo sia necessario cercare di capire il personaggio, il quale ha passato la sua intera esistenza artistica a cercare di sparire dietro la musica da lui prodotta. L’intervista più completa che ho mai sentito fare a Carlson è questa: un panel alla Red Bull Academy, un’ora e un quarto di durata, di cui 35 minuti passati a pronunciare le parole “you know” e “I mean”. Il Dylan Carlson dipinto da Dylan Carlson è un rockettaro di mezza tacca le cui modeste idee hanno incrociato il favore di un pubblico piombatogli addosso per caso. È anche ragionevole pensare che Carlson abbia ricordi altalenanti del periodo in cui registrò e fece uscire Earth 2, e forse l’understatement è sempre un buon punto di partenza, ma è comunque possibile trovare tra le pieghe delle sue risposte di circostanza le tracce delle tante vite che l’uomo ha vissuto. Su una cosa ha ragione: il primo CD a piena lunghezza degli Earth, nell’anno della sua uscita, non scardina gli equilibri del rock. E qui si arriva a un’altra delle morali della storia di Steven Bradbury: per raccontare bene certe storie occorre guardare agli eventi in una prospettiva di dieci anni.

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Quando si parla di Earth 2 si è usi accostare il disco al genere che (la critica è più o meno concorde su questo) è nato con Earth 2, e viene chiamato drone metal. Personalmente non mi piace la definizione: quando si parla di sottogeneri del metal (black metal, glam metal, death metal, nu metal, eccetera) si identifica sempre un certo tipo di estetica che negli Earth è del tutto assente. Cerco di spiegarmi: se si parla di black metal ormai si ha quasi in mente più un modo di dipingersi la faccia che un certo tipo di suono. E certamente esiste un’estetica drone metal, per molti versi, ma non è stata portata al mondo dagli Earth, bensì da un gruppo che dichiara, dal primo minuto di esistenza, di aver copiato tutto dagli Earth.

Nello spiegare perchè gli Earth abbiano avuto presa tra i metallari nel primo periodo, Dylan Carlson incolpa ovviamente il caso: nella foto che sta sul retrocopertina di Earth 2, indossa una t-shirt dei Morbid Angel. Per comprendere appieno questo aspetto bisogna fare un piccolo sforzo e calarsi nella mentalità dell’epoca: il metal estremo del 1993 è ancora, in molti casi, musica sperimentale a tutti gli effetti. Questo aspetto riguarda ad esempio tutto l’universo di transfughi del primo grindcore, Scorn e Godflesh in particolare, ma anche i primissimi Cathedral e Carcass, oltre ai parenti passati presenti e futuri di quella scena (God, Skullflower, Fudge Tunnel eccetera); ma anche numerosi tentativi di incorporare hardcore, thrash e grind all’interno di contesti come quello jazz (Naked City/Painkiller), le nuove declinazioni dell’industrial metal statunitense, i Royal Trux di Twin Infinitives, il lavoro dei Melvins -oltre ovviamente a tutto il bacino ambient e alla classica contemporanea che flirta a vario titolo con il rock’n’roll (Chatham, Branca). Gli Earth sono uno dei punti limite dell’esperienza: riffoni  blindati ripetuti fino a sfaldarsi, drones di chitarra aperti a volumi fuori dal mondo. Earth 2 si fregia di tre tracce ma di base è un’unica canzone, che parte grossomodo da dove erano rimasti gli Earth di Extra-Capsular Extraction (giri di chitarra lentissimi e ultra-minacciosi) e poi si sfalda dentro a dei drone di chitarra e basso, sparati a volumi vergognosi e stratificati fino a mandare in culo la percezione uditiva. Il risultato è una vibrazione ariosa, la quale più che il metal ricorda appunto un certo minimalismo alla LaMonte Young o -dieci o quindici anni dopo probabilmente avremmo parlato di gamelan con cognizione di causa, o probabilmente avremmo trovato qualche parallelo con certa field music dell’amore tipo i dischi belli di Fennesz o dischi come A Crimson Grail di Rhys Chatham, fondamentalmente un Guitar Trio ripensato alla luce di Earth 2. Ma per sua natura, e come molte altre opere di questo tipo, Earth 2 non è strettamente spendibile in un contesto di arte contemporanea. È un album molto dozzinale e molto complesso allo stesso tempo, stratificato, uno di quei dischi che mostrano una faccia diversa ad ogni ascolto, che si tende a dare per scontati e che stupiscono soprattutto nel momento in cui lo si fa. Che sia minimalismo o massimalismo in fondo non è importante, e comunque dipende sempre da chi racconta la storia. Dylan Carlson rifiuta categoricamente le “accuse” di situazionismo che qualcuno ha rivolto all’album -in altre parole: non era sua intenzione incidere il disco più lento della storia del rock, ha voluto fare un disco che somigliasse a quel che aveva in testa. Ma anche lasciando fuori il situazionismo, rimane la situazione: nel 1993 gli Earth suonano una musica che non suona nessun altro, e che alle orecchie di qualcuno funziona alla grande. Il disco mostra da subito un legame piuttosto forte con il suo pubblico di riferimento, legato a certi suoni di confine come l’industrial metal e affini (un pubblico tutt’altro che sparuto, nei primi anni novanta: in fin dei conti perfino i Godflesh di Selfless escono su major, giusto?).

È chiaro che parliamo di un successo di nicchia. Anche l’amicizia con Cobain, che in quello stesso anno produce Houdini dei Melvins, non basta a ridefinire i termini commerciali di un’opera sostanzialmente inaccessibile ai generici e anche a chi sta cercando dentro ogni buco il prossimo Kurt Cobain. È logico quindi che gli Earth finiscano ad ingrassare le fila del mare di cult band a cui solo i fanatici musicali di penultimo e ultimo stadio si riferiscono, cosa che del resto era l’unica loro ragionevole aspirazione. La parabola artistica di Carlson si esaurisce abbastanza in fretta, comunque: un (bellissimo) seguito intitolato Phase 3: Thrones and Dominions esce già alla fine del ‘93 -la formazione è sempre a due ma Dave Harwell è stato giubilato nei mesi precedenti. Pentastar nel ‘96 in full band, il gruppo ha già un piede nella fossa. Per Carlson è un periodo molto brutto: l’eroina, la morte di Cobain, qualche guaio con la legge (sconterà qualche mese in carcere per una storia di effrazione di cui non so nulla). Ne esce a fatica al cambio di millennio: si disintossica, cambia casa, inizia a lavorare come manovale e riprende in mano i brandelli di vita rimasti. A un certo punto ricomincia a cazzeggiare con la chitarra.

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Cinque o sei anni dopo Earth 2 il metal è preda di un moto restauratore. Sul momento sembra ancora un periodo eccitante: la base groove metal prova a contaminarsi con rap e derivati ed escono settimanalmente esempi di crossover che paiono mai sentiti prima, ma in realtà sono le avvisaglie della crisi di un genere. Il vero terreno di sperimentazione su cui il rock estremo ha sempre poggiato (suonare più violenti ed efferati di quelli che suonavano ieri) sta iniziando a non sembrare più così invitante e praticabile; death black e derivati entrano in una fase di stanca, o quantomeno di relativa standardizzazione e canonizzazione. Capita ad esempio che generi musicali morti e sepolti (power, epic e derivati) tornino in auge in certi paesi dell’Europa, in cui il pubblico si divide abbastanza nettamente fra tradizionalisti ad ogni costo e avanguardisti ad ogni costo.

Tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila la lentezza torna relativamente di moda, declinata in diverse forme -certe forme di industrial, certe scopiazzature dei Neurosis, i soliti epigoni dei Melvins, i dischi doom metal cattivissimi con tracce di venti minuti l’una.Tra i personaggi di spicco in questa fase ci sono due musicisti che hanno militato in una dozzina di formazioni di culto e decidono di mettere insieme un progettino della domenica. L’idea è quella di dar sfogo a certe idee che in altri ambiti rimarrebbero inascoltate, spingere sul lato metal della cosa e vedere se lo si può ricalibrare dal punto di vista artistico. Si chiamano Greg Anderson e Stephen O’Malley. Il primo ha un’etichetta discografica, il secondo lavora come graphic designer. L’idea di base è stupidissima: prendiamo quel disco degli Earth, che è un disco metal; lo risuoniamo pari pari, buttandogli addosso un’estetica fatta di caratteri gotici, tuniche con cappuccio e croci rovesciate a caso. Visto che è un tributo, buttiamola sul tributo: decidono di chiamarsi Sunn (o))), un po’ per gli amplificatori (casualmente utilizzati da Carlson) e un po’ per fare un gioco di parole con Earth, a cui in parte il gioco di parole si riferisce. Tanto per non farsi mancare niente, nel 2002 i due Sunn (o))) escono con un altro gruppo che porta il nome di una canzone di Earth 2, Teeth of Lions Rule The Divine. Ma i Sunn (o))) sono tutt’altro che plagiari a costo zero; somigliano più che altro all’operazione (praticamente contemporanea) che Gus Van Sant ha compiuto su Psyco di Hitchcock: rigirano l’intero film, scena per scena, ponendosi una certa regola e sottoponendo il risultato al lavoro di decodifica degli ascoltatori.

Soprattutto, l’esecuzione del plagio è certosina e potentissima. I Sunn (o))) funzionano alla grande: per un certo periodo, più o meno all’epoca del terzo disco lungo, sembrano la cosa più interessante e vitale che il metal sta proponendo in quel momento, soprattutto in quella strana zona di confine che è andata creandosi tra il metal estremo, lo zoccolo duro dell’indie e tutto il pubblico avant-contemporaneo. E se è ovvio che siano le grafiche sfavillanti e i cappucci di O’Malley ed Anderson ad occupare le copertine dei giornali, è altrettanto ovvio che non si può scrivere due righe sui Sunn (o))) senza nominare Earth 2

Curiosamente, Dylan Carlson è risorto l’anno precedente. A un certo punto decide di rimettersi in giro, roba poco impegnativa con una chitarra e un compagno di avventure abbastanza inusuale (la batterista Adrienne Davies, che suona al rallentatore e milita in qualche gruppo di scarsa importanza). Sulle prime ha persino il dubbio se utilizzare il nome Earth o ricominciare da zero; ma in fondo parliamo di un’evoluzione naturale del suono di Pentastar. I live degli Earth in quel periodo sono un’esperienza ai limiti dell’umano: semimprovvisazioni chitarra/batteria che rovesciano anonimi canovacci rock’n’roll a forza di frequenze basse e tempi dilatati su cui gli accordi si sfaldano, il tutto a volumi da far saltare le mattonelle.

Ma in questa fase il nome degli Earth è caldo come pochi altri, e il suono del metal estremo sta ripercorrendo fedelissimamente le intuizioni (fortuite o meno) che Carlson aveva praticato dieci anni prima. Si tratta solo di trovare il tempo di fare uno più uno.

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La relazione tra Earth e Sunn (o))) è unica. Gli uni non potrebbero, oggettivamente, esistere senza gli altri. Gli Earth hanno dato ai Sunn l’idea iniziale, le regole generali, il mindset e la ragion d’essere; il recupero ad opera dei Sunn (o))) e le loro infinite variazioni sul tema hanno fornito un contesto per far sì che gli Earth potessero essere riscoperti, analizzati e decodificati con un’accuratezza che negli anni novanta non era ipotizzabile. Alla fine del processo di analisi e decodifica gli Earth sono diventati uno dei massimi punti di riferimento del rock di ogni tempo, ma solo i Sunn (o))) hanno saputo davvero declinare il potenziale del suono degli Earth -nelle loro mani Earth 2 diventa il minimo comun denominatore di una sorta di big band aperta in cui decine di musicisti di caratura impressionante (compreso Carlson) entrano ed escono a piacimento. Quando Dylan Carlson deciderà di rimettersi in pista con un nuovo suono e un nuovo album, Greg Anderson sarà il suo editore di riferimento. Dal 2005 in poi Earth e Sunn (o))) sono un vero e proprio ecosistema musicale in cui è impossibile dire chi sia il parassita dell’altro -agiscono in simbiosi traendone beneficio reciproco. In uno dei tanti paradossi della vicenda, l’applicazione calligrafica dei Sunn ha spinto Dylan Carlson a inseguire un’altra idea di suono, per molti versi in contraddizione (scheletrica, pulita, melodica) ma per altri improntata sullo stesso massimalismo/minimalismo che animava Earth 2.

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È una di quelle storie strane che cambiano a seconda di chi la racconta, e di quanto tempo considera la storia. Earth 2 è un disco visionario e delirante, concepito in seno al disagio e figlio di un’epoca in cui il rock mirava a superarsi su base quotidiana. Staccato dalla sua epoca avrebbe potuto morire e dissolversi nel limbo dei tanti dischi di culto concepiti in quelle condizioni: qualche centinaio di adetti folgorati per sempre, nessun altro a ricordare il gruppo. Le cose sono andate diversamente. Se c’era un gruppo che meritava una seconda occasione era quello. Dylan Carlson, se glielo chiedete, vi racconta d’esser grato dell’opportunità, e promette di fare il possibile per non bruciarsela. L’ombra lunga della sua personalità si stende su una classe intellettuale sterminata che lo tratta come un caposcuola; la sua stessa esistenza è diventata il monumento vivente ad un modo di pensare la musica che ancor oggi Carlson pratica senza risparmiare una goccia di sudore. Il suo disco migliore, da ogni punto di vista, è ancora Earth 2.  

Abbiamo un problema con il fascismo e uno ancora più grosso con l’antifascismo 

*Da quasi due anni sono uno Stregone.
Mi alzo la mattina prestissimo, controllo la posta o whatsapp e al posto dei miei contatti tradizionali trovo messaggi vocali in Pidgin, il broken english mescolato con i dialetti africani. Trovo canzoni, preghiere, fotografie e richieste di aiuto.

Che cosa facciamo con Stregoni.
Suoniamo con gli ospiti dei centri migranti. Negli ultimi due anni siamo stati praticamente ovunque in Italia e poi abbiamo avuto la fortuna di intraprendere un viaggio che ci ha portato a Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Amburgo, Copenhagen e Malmö. Questo viaggio è diventato un film.

Da quando il progetto è partito abbiamo suonato con più di 3000 persone diverse, tutte richiedenti asilo provenienti da Mali, Nigeria, Etiopia, Gambia, Senegal, Siria, Niger, Iraq, Afghanistan, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Sudan, Eritrea, Libano, Pakistan, Palestina.

Che cosa abbiamo visto.
Il ritratto è quello di un’umanità straripante: una voglia travolgente e disperata di vivere e dare una svolta positiva alla propria vita, ma non prendiamoci in giro: i limiti sono enormi. Per come è gestita l’accoglienza le prospettive di integrazione sono scarsissime e sono pochi gli stessi migranti che riescono ad orientarsi e a cogliere la complessità del quadro politico europeo.

Mettere in piedi ogni volta una band diversa in una città diversa richiede molta follia e fatica, ma la verità è che senza la disponibilità, la generosità di tanti operatori dell’accoglienza sarebbe stato impossibile organizzare molti dei nostri live. Abbiamo avuto a che fare con centinaia di persone: dai mediatori culturali alle cooperative sociali, ai promoter dei club fino alle suore: una rete per certi versi sorprendente e dinamica.


Tutte queste persone hanno qualcosa in comune: trovandosi a contatto ogni giorno coi migranti, sono praticamente rimaste le uniche a non avere un approccio ideologico alla questione. Sembra paradossale doverlo spiegare: ogni giorno davanti ai loro occhi non vedono dei richiedenti asilo, non vedono dei fuori quota, vedono delle persone con nomi, storie e nazionalità diversa. Eppure come sappiamo alle prossime elezioni, questa fetta di società civile non avrà alcuna rappresentanza. Ma non sono i soli.

Dopo un’estate segnata dalla delegittimazione delle Ong, dagli accordi criminali con la Libia, e dopo quanto successo il 3 febbraio a Macerata, Il tema immigrazione è al centro della campagna elettorale italiana: nei dibattiti televisivi si parla a slogan di come affrontare il fenomeno.

La tentata strage di Macerata ci ha mostrato chiaramente qualcosa che non può più essere nascosto o ridimensionato. Se molti hanno un problema con il fascismo, tutti quanti abbiamo un problema irrisolto con l’antifascismo.

L’esitazione, la ritrosia e il calcolo mostrato da politici e giornalisti nell’evitare ad ogni costo di definire quella di Traini una “tentata strage fascista”è sconcertante. Eppure dovremmo esserlo tutti, antifascisti. Invece in queste ore è venuto a cadere un altro argine democratico consentendo all’odio e alla mistificazione di guadagnare ulteriore terreno nella prateria lasciata vuota dalle forze democratiche secondo una strategia folle e incomprensibile .

Purtroppo non sono il solo ad avere l’impressione che lo scudo costituzionale sia già ampiamente deteriorato e che il tabù del fascismo verrà definitivamente spazzato via alla prossima tornata elettorale.

E l’antifascismo? Mentre i ragazzini si organizzano e fanno i turni per darsi il cambio ai gazebo di Casapound, l’antifascismo è spesso lasciato alle iniziative dei non più giovani iscritti all’Anpi o ai centri sociali.
Io stesso mai avrei pensato anni fa di dover dichiarare esplicitamente il mio antifascismo.
Il tema invece deve tornare immediatamente una questione prioritaria, condivisa. E no, non basta pubblicare i meme di “Punch a Nazi” per essere in pace con la coscienza.

I migranti non c’entrano. 
Quando litighiamo sull’accoglienza, quando discutiamo di dignità, stiamo parlando prima di tutto a noi stessi, nel tentativo di capire cosa stiamo diventando.
I migranti sono divenuti il capro espiatorio perfetto. Diffondere dati, contro-narrazioni basate sul fact-checking non serve a nulla.

“E’ così che funziona la violenza: avvelena l’intero corpo sociale, lo morde al calcagno, poi entra in circolo e lo fa marcire interamente”. (cit Raffaele Alberto Ventura)
I richiedenti asilo sono identificati come responsabili della crisi generata dall’economia finanziaria, che non ha alcuna relazione con l’immigrazione, anzi molto spesso come sappiamo, ne è la prima causa.

Quindi guardiamoci in faccia: c’e un ventre molle, una fetta di società umiliata e impoverita accecata dalla rabbia e dal risentimento il cui consenso fluttua come una mina impazzita. Tanti anni di crisi hanno sfilacciato il tessuto sociale, intaccato il welfare ma soprattutto indebolito la coscienza delle persone. E internet, lo sappiamo, non aiuta.
La battaglia per un’accoglienza ferma ma degna, è una battaglia della ragione e della democrazia.

Se molliamo su questo, se chiudiamo le porte e tappiamo anche l’ultimo buco sarà l’intera diga a non reggere travolgendo ogni cosa.
E non serve uno stregone per fare una profezia del genere.

Ho ascoltato un disco peso figo e quindi lo scrivo su Bastonate, ma il vero titolo di questo pezzo voleva essere “ERE Bal” per prendere la scia d’odio verso Efe Bal

L’aratro passa sulla schiena più avanti nel disco

Tolgo i sigilli dalla crack house con i murales alla merda che è l’inbox riservata ai comunicati stampa e l’infografica che ne deriva potrebbe essere quella di un dodi-tredici-quattor-quindicenne coi denti al brillocco e la rima facile tra cabernet e cobret. Hanno vinto loro, ha vinto la figa su instagram, ha vinto Veltroni che ha regnato incontrastato su tutte le scene artistiche old-school di questo paese. Sono tre anni che non scrivo di musica, non leggo un comunicato stampa, piscio seduto sul cesso della mia Babele impermeabile che puzza di autocensura onanistica, perdita di interesse e mi risveglio solo con un messaggio Whatsapp di Farabegoli del tipo “ti giro il disco nuovo degli Storm{O} che magari torni a scrivere”, il tutto letto con le voci di Calenda prima e Barisoni poi.
Qualche anno fa c’ero rimasto sotto con SOSPESI NEL VUOTO BRUCEREMO IN UN ATTIMO E IL CERCHIO SARÀ CHIUSO, memore oltretutto di un live nel basement-scannatoio dell’XM24 del tipo “entro e vedo se esco”: con ERE dopo 4 giri di play è più o meno lo stesso tuffo di testa contro un badile di taglio.
Zero pippe sulla salvaguardia della specie dell’hardcore nostranone, ma solo tanta credibilità spalmata con il consueto tiro da mannaia sulle dita e titoli dei pezzi a parola singola, sentenze su sentenze fatte a pezzi e seppellite come 4 anni fa, per essere riesumate un ascolto dietro l’altro ed una frattaglia alla volta, per rimettere insieme, di nuovo, quel concetto per cui per avere qualcosa da urlare su un pezzo screamo/hardcorequalchecosa non basta solo parlare in prima persona plurale.
Io il disco l’ho ascoltato in anteprima perchè sono un potere forte del sionismo, in realtà esce il 2 Febbraio in vinile arancione attraverso l’aggiotaggio di Legno, Moment Of Collapse e Shove, ci ha messo le mani anche un tizio di New York.

Francesca Michielin – 2640 (alla luce della cover della Dark Polo Gang eseguita da Dolcenera)

C’è questa cosa ultimamente, mi trovo ad ascoltare di frequente dischi di cui so fin dall’inizio che troverò bruttissimi. Recentemente mi è successo con 2640 di Francesca Michielin, un’artista contro cui non ho niente ma che riesco a inquadrare solo in un’ottica di prodotto che francamente mi fa cacare sotto dalla paura. Non è facile spiegarlo, e dovrei tirare fuori qualche idea da vecchiaccio, ma visto che in fondo i fan della Michielin hanno quasi tutti il doppio dei suoi anni, ci provo comunque.

Parto da qui: vent’anni fa un cantante italiano aveva il suo pubblico. Questo pubblico era abbastanza definito, aveva delle caratteristiche anagrafiche e culturali, e non si mischiava agli altri –ogni tanto succedeva, ma non così spesso.  Per cui ad esempio quelle che oggi la critica chiama “sperimentazioni” (due beat smerdati) il cantante XXXXX le poteva fare per interesse personale stando bene attento che queste non rompessero troppo il cazzo al suo pubblico di riferimento, ove per “rompere il cazzo” non si intende ovviamente la presenza di troppi suoni sintetici quanto l’assenza di canzoni alla XXXXX. A voi è mai capitato di ascoltare un disco e pensare “non mi piace perché è troppo elettronico”? Neanche a me.

Questa ideologia sopravvive tranquillamente in tutti i cantanti di quella generazione. Ad esempio Jovanotti si circonda da 25 anni di ospiti illustri e musicisti con le palle quadrate ma il nocciolo duro del suo pubblico è ancora composto, giustamente, da gente che di quegli ospiti illustri non sa cosa cazzo farsene. Lo stesso può fare ad esempio Cremonini, il quale archi e tutto quel che vuoi ma sta ancora in piedi perché cià i pezzi e nello specifico ha quei pezzi, roba tutto sommato simile ai primi anni di carriera. O che so, il fatto che Vasco abbia deciso di riconcepire il suo live come quello di un gruppo metal non gli ha dato un seguito metal. Ma al contempo ci sono nuove generazioni che non hanno iniziato a muovere i passi in un periodo più misto, più generico, dove non dovevi necessariamente scegliere se essere la Pausini o i CCCP, e quindi oggigiorno ci sono tanti ibridi, tanta gente che prova a infilarsi tra un genere e l’altro. Aggiungiamo una cosa: la canzone italiana non è più necessariamente la roba che la gente ascolta. I cantanti sanremesi hanno un pubblico meno numeroso e meno importante –gli Stadio, i più commoventi e meritevoli vincitori di Sanremo dell’ultimo decennio, sono passati con nonchalance dal trionfo sul palco dell’Ariston alla festa del PD di Varallo Pombia, o dove cazzo suonano di solito gli Stadio. I più attenti osservatori del pop odierno vedono in queste cose un eccesso di entropia, o comunque una situazione di squilibrio culturale, ma va detto che i più attenti osservatori del pop odierno sono le stesse teste di cazzo che mi hanno convinto ad ascoltare il nuovo disco di Francesca Michielin. Ma ponendo che abbiano le loro ragioni, la canzone italiana oggi è a un bivio: se vuoi crearti un pubblico devi provare ad agganciare qualcuno che riesca a vedere oltre Radio Italia. In questo si può spiegare anche il successo commerciale di gente come Thegiornalisti o Coez, cioè gente che viene da qualche parte e ha visto un’apertura e ci si è infilata, assumendosi in prima persona i rischi che questo comporta. È una cosa che si può apprezzare, e a dire il vero non è un concetto così differente da quello che –sempre vent’anni fa- voleva provare ad imporre commercialmente quel mistone casuale tra cantautorato e rock alternativo. Una volta mi pare di aver letto una frase del genere: “se i Verdena sono la risposta italiana ai Nirvana, portatemi qui davanti il tizio che ha fatto la domanda”. L’idea è grossomodo la stessa alla base della Michielin, ma applicata ad una diversa contingenza culturale: vent’anni fa la commistione era un bene assoluto, e al contempo si ragionava a compartimenti stagni. Banalmente, vent’anni fa nessuno di quelli come me si sarebbe sognato di ascoltare il disco di Francesca Michielin, perché qualunque gioia ci potesse ragionevolmente promettere non avrebbe pagato l’onta di averci sporcato la fedina musicale. Questo oscurantismo ha tanti lati negativi, sia chiaro. Primo tra tutti il fatto di averci precluso un mare di musica che oggi possiamo solo recuperare fuori tempo massimo o scegliere di continuare ad ignorare colpevolmente. Voglio dire, quale persona sana di mente potrebbe preferire un disco degli Strife a un disco di Mango?

Ma oggi il contesto è diverso. Abbiamo aperto le finestre e abbiamo sentito che aria tira, e francamente non c’è un cazzo da stare allegri. La filosofia della commistione ha fallito miseramente nei suoi principali obiettivi –creare dialogo, creare progresso, creare bellezza. E al contempo tutti ascoltano più o meno tutto, più per il bisogno di far trascendere tutte le discussioni che per altro. Oggi, tanto per dire, stanno smettendo di chiamarlo indie e iniziando a chiamarlo it-pop (una definizione cesellata dentro a Diesagiowave, il più grande merdaio formatosi in questi anni nell’universo sociale che gravita attorno alla Nuova Musica Italiana, e quindi per molti versi un preziosissimo laboratorio culturale; c’è un articolo di Fede Sardo su Noisey che ne parla), e questo è indicativo di una delle grandi sfide che questa musica sta lanciando a se stessa –conservare i livelli attuali di gradimento senza sbattere in faccia al pubblico l’immaginario del cazzo che ha messo in piedi. 2640 di Francesca Michielin è l’ultimo baluardo di questa idea, un disco pieno di quei momenti di testo orizzontali alla Calcutta stile “pensavo che non so cos’è l’indaco e che ti voglio tanto bene”, molti dei quali manco scritti da Calcutta –e molti dei quali sì. E nel momento in cui sei disposto a riconoscere che il singolo magari ha perfino una sua ragion d’essere, dopo aver sentito il disco intero come se qualcuno ti avesse messo del Rohypnol nel bicchiere e tu ti fossi svegliato nudo e pesto a un concerto di Galeffi, senza ricordare niente di come ci sei arrivato.

Dicevo, i giorni scorsi riflettevo su questa cosa e non riuscivo a trovare la quadra. Alla fine della fiera stanno tutti lì a buttare il piedino sul baratro dell’impossibile e nessuno che faccia mai un salto. Ma ieri cazzeggiavo su Facebook e ho visto Dolcenera che tanto per farne una si filma mentre esegue Caramelle della Dark Polo Gang al pianoforte. Ecco, se è mai successo qualcosa di anche lontanamente paragonabile qualcuno mi dica dove e quando, perché qua l’intellighenzia sta ancora a cincischiare di casse dritte situazionismo e Amanda Lear, e tutte le cose che ho messo su carta son buone sì e no per accendere il camino.

è uscito un nuovo disco dei Quicksand ma i vecchi dischi dei Quicksand sono meglio

A fine 2017 è uscito un disco nuovo dei Quicksand che si chiama Interiors, e se devo essere onesto è un disco con cui ho grossi problemi. Il suono e la struttura mi provocano una reazione immediata: nessuno suona in quel modo. Anche i (pochi) gruppi che provano a rifarsi a quel suono riescono a riprodurne alcune sommarie caratteristiche estetiche (break, suono compatto, eccetera) ma non hanno davvero la capacità di pensare la musica con quel tipo di generosità. Ma dall’altra parte il problema che aveva l’ultimo disco dei Rival Schools è presente in forze anche dentro a Interiors: non ci sono i pezzi, o comunque non ci sono quei pezzi, cioè i Quicksand sono ancora capaci di pensare in quel modo ma non più capaci di scrivere in quel modo –il che naturalmente fa finire tutto nel cestone delle occasioni sprecate. Queste cose le si prende sull’onda del momento: un nuovo album dei Quicksand è la dimostrazione che la musica vince sempre e/o che qualcuno doveva pagare la bolletta del gas. Ma dall’altra parte l’uscita del disco mi dà l’occasione di parlare di un momento storico di cui non si parla più così tanto, in cui una quindicina di musicisti scambiavano esperienze, collaborazioni e band, e hanno messo insieme una delle più clamorose discografie della storia. E quindi boh, ne approfitto per fare un riassuntino e consigliare qualche disco. 

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La storia si svolge a New York e inizia alla fine degli anni ottanta. Il giro accacì newyorkese è finito sulla mappa relativamente tardi, soprattutto in relazione alla tradizione musicale della città. Quando si impongono i principali gruppi della città (gente tipo Agnostic Front e Cro-Mags) la generazione immediatamente precedente sta già scappando a gambe levate dal genere, che nelle cronache sta prendendo una piega piuttosto violenta, per certi versi squadrista. New York si impone in questa fase come una delle scene più muscolari e osservanti in circolazione. Ci sono gruppi relativamente fuori asse, anche tra i più seguiti, ma è comunque musica veloce e cattiva. Uno di questi gruppi realizza quello che per molti è il miglior disco accacì mai uscito da New York, parere che credo di condividere. Il disco si chiama Start Today e l’ha realizzato un gruppo chiamato Gorilla Biscuits: meno metal e più melodico della media cittadina, nondimeno incazzatissimo, e pieno di canzoni strepitose. Le canzoni dei Gorilla Biscuits le scrive il chitarrista, un tale di nome Walter Schreifels, classe 1969, che nei ritagli di tempo suona il basso negli Youth Of Today (quelli da cui poi nasceranno gli Shelter). Nei ritagli di tempo dei ritagli di tempo Schreifels mette insieme un altro gruppo chiamato Quicksand, il cui intento originale è grossomodo lo stesso che avevano i gruppi storici dell’HC statunitense cinque anni prima –smettere di menare ad ogni costo, infilarci dentro un po’ di melodia, fare le canzoni e vedere dove si arriva. Ha già scritto qualche canzone, che sta ai Gorilla Biscuits più o meno come i Gorilla Biscuits stanno agli Agnostic Front –più melodica, più strutturata, più complessa, meno muscolare. I Quicksand hanno due chitarristi: l’altro si chiama Tom Capone e proviene dai Bold, altro gruppo di prima forza in città. Poi ci sono il bassista Sergio Vega e il batterista Alan Cage, che nella prima fase del gruppo si divide tra i Quicksand e i Burn, un altro gruppo pestone a cui il cantante Chaka Malik dà un plus vagamente quicksandiano (melodie abbozzate, influenze rap/soul e cose così). I Quicksand scalano la gerarchia sociale piuttosto in fretta, forse perché pure a New York i ragazzi si sono rotti il cazzo di fare a botte ogni sera: a pochi giorni dalla formazione sono già in studio a realizzare un EP, lo fanno uscire su Revelation (l’etichetta simbolo della città), iniziano a suonare in giro e fanno girare un sacco di teste dalla loro parte. Siamo nei primissimi anni novanta, il che significa che le major stanno per iniziare a proporre contratti a qualunque gruppo con meno di tre gradi di separazione dai Nirvana. Nel frattempo Burn e Gorilla Biscuits cessano le attività, quasi contemporaneamente. Chaka Malik formerà un gruppo col chitarrista Chris Traynor, chiamato Orange 9 mm.  I Quicksand diventano la band di Walter Schreifels e iniziano a suonare in contesti sempre più importanti. Quando finiscono nell’orbita di Polydor sono già arrivati alla loro forma compiuta, e nel 1993 pubblica Slip.

Provo a descrivere la musica: la base non è così diversa dalle cose diciamo lente dei Gorilla Biscuits, i riff hanno una progressione abbastanza simile e la stessa disponibilità melodica, diciamo così. I tempi dei Quicksand però sono molto più storti e complessi, per certi versi imparentabili a quel che stanno facendo gli Helmet nello stesso periodo –riffoni claustrofobici, batterie secche. Ma se gli Helmet si affidano quasi solo alla costruzione di un impianto sonoro brutale, i Quicksand sono un gruppo da canzoni. E Walter Schreifels sul microfono ci sputa il sangue in un modo che al confronto Civ (il cantante dei Gorilla Biscuits) sembra un chierichetto. Volendo usare un po’ di fantasia potreste metterlo all’incrocio tra tutto il giro noise rock delle varie T&G/AmRep (la roba più quadrata e meno rock’n’roll, tipo appunto Helmet, Mule, Janitor Joe, Girls Against Boys, Killdozer e simili), le cose grunge che hanno meno a che fare col metal classico (Nirvana soprattutto, ma anche Tad o Mudhoney) e certe cose indie che vanno nel periodo (Bluetip, Jawbox…). Com’è come non è, i Quicksand piacciono a tutti quelli che li ascoltano. Il secondo disco del gruppo arriva dopo nemmeno due anni, esce per Island (c’è una fusione all’interno di Polygram), si chiama Manic Compression e per quanto mi riguarda sta tranquillamente tra i migliori dieci dischi della storia della musica suonata.

Anche gli Orange 9 mm vengono firmati da una major, nella fattispecie EastWest, che pubblicherà Driver Not Included (un disco che poteva uscire per una major solo a metà degli anni ’90) lo stesso anno in cui i Quicksand pubblicano Manic Compression, e a un certo punto sembra quasi il battesimo di un genere musicale. Qualcuno lo chiama post-hardcore e mi pare una definizione corretta (nel senso che una volta ‘sta gente suonava in dei gruppi hardcore e adesso no). In realtà questa roba stenta un po’ a decollare. Gli Helmet dovevano esplodere definitivamente all’epoca di Betty, ma il disco segna la prima flessione commerciale del gruppo, che nel frattempo ha sostituito il chitarrista Peter Mengede con Rob Echeverria. I Quicksand, che ai tempi di Manic Compression sono il nome più in vista e hanno il tappeto rosso steso davanti a loro dalla critica, stanno scazzando pesissimo. È dall’uscita di Slip che stanno suonando ininterrottamente, esclusa la pausa per registrare il disco dopo; alla fine del Warped Tour si fiondano un’altra volta in studio, ma i membri della band vengono alle mani e il gruppo si scioglie. Lo split dei Quicksand è un po’ uno scossone, un po’ perché erano in tanti a puntarci e un po’ perché non è passato nemmeno un anno da Manic Compression.

Nel frattempo il punk è diventato un affare enorme, Green Day Offspring eccetera, e Walter Schreifels prova a tirarci su qualche soldo: rimette insieme i Gorilla Biscuits, scrive un intero disco e lo produce (anche se non militerà mai come musicista nel gruppo). Il gruppo prende il nome di CIV, il disco si chiama Set Your Goals e -fatta salva una minor rilevanza storica- è il miglior album in cui Civ abbia cantato. L’ennesimo passo falso del post-hardcore, si fa per dire, è Tragic degli Orange 9 mm, che per una serie di fusioni tra sottoetichette esce griffato Atlantic. A dire il vero non sembra nemmeno lo stesso gruppo: il disco è una sorta di esperimento a metà tra soul e groove metal, molto influenzato da certe cose crossover del periodo, e sarebbe davvero una delusione se Tragic non fosse il discone che è. Suppongo che non tutti fossero d’accordo con la svolta, in ogni caso: gli Helmet hanno buttato fuori Rob Echeverria (che andrà a finire nei Biohazard epoca Mata Leao) e hanno offerto lo slot a Chris Traynor, che accetta e lascia gli Orange 9 mm mentre Tragic arriva nei negozi. Le attenzioni di tutti però si sono spostate su un nuovo gruppo di cui si dicono meraviglie: Tom Capone dei Quicksand si è messo insieme a Peter Mengede degli Helmet e ha messo insieme una band chiamata Handsome, che prende un po’ dagli uni e un po’ dagli altri. Per loro si muoverà Sony, che nel ’97 farà uscire un disco intitolato semplicemente Handsome. A dispetto dei pronostici, è un po’ la chiusura del cerchio, il punto di arrivo dei tentativi di incasellare il cosiddetto post-hardcore dentro al pop-rock. Gli Helmet nello stesso periodo fanno uscire un disco praticamente identico, Aftertaste, registrato appena prima dell’ingresso di Chris Traynor, e anche loro si scioglieranno dopo il tour, più o meno in contemporanea con la fine dell’effimera esperienza Handsome (scazzi tra Capone e Mengede, il primo esce dal gruppo, il secondo non va molto avanti col resto della band). Nello stesso anno i Quicksand ricominciano ad annusarsi, si rimettono assieme, fanno qualche concerto, entrano perfino in studio per registrare. Poi finisce a botte un’altra volta. Walter Schreifels ha ancora la mano per le canzoni e mette insieme un gruppo nuovo, con gente di Iceburn e Gorilla Biscuits (parentesi: i CIV hanno provato a fare un secondo disco non scritto da lui, ma non è finita benissimo). L’idea è più o meno la stessa che dai Quicksand ha portato agli Handsome: squadrare il suono e provare qualcosa di più pop-rock, ma la classe è tutta un’altra. Island fa uscire United By Fate e per mezzo minuto sembra che Walter Schreifels ce l’abbia fatta. Poi anche i Rival Schools si sciolgono.

Alla fine vanno tutti più o meno incontro al loro destino. Schreifels ha continuato a fare nuovi gruppi, riunire i vecchi e pubblicare musica –anche a suo nome. A un certo punto le canzoni sono diventate peggio –mai brutte, nemmeno Interiors è brutto, anzi è bello, ma. Sergio Vega è andato a suonare il basso nei Deftones dopo l’incidente di Chi Cheng, Chris Traynor è diventato un turnista di lusso, Chaka Malik ci ha riprovato coi Burn nei primi anni duemila (scarso successo). Page Hamilton ha rimesso insieme gli Helmet senza nessuno dei membri storici, i Gorilla Biscuits hanno fatto la reunion e su Wiki figurano come gruppo esistente –a un certo punto Civ è finito in un casino per delle sparate non proprio illuminate da un palco. Tom Capone è ri-uscito dai Quicksand dopo essere stato beccato a rubare medicinali in una farmacia. Nel testo ho segnato una decina di titoli in neretto, e secondo me sono i dischi imprescindibili legati a questa storia.