PAGARE LA MUSICA – l’etica protestante e lo spirito del bagarinaggio spinto

Dissenso Cognitivo

Dissenso Cognitivo

Non compro mai biglietti in prevendita; non è una battaglia ideologica contro il concetto, è che negli ultimi anni le mie abitudini stanno cambiando: ho una famiglia, ho un’età, ho poco tempo libero, ho pochi soldi da spendere, e molto spesso per riuscire a uscire di casa e vedere un concerto in un’altra città devo affidarmi a un colpo di fortuna. Come diceva il mio amico Diego mentre stavamo andando a vedere i Mineral, alla nostra età comprare una prevendita serve più a impedire a se stessi di inventare una scusa dell’ultimo minuto e rimanere a casa. Oltre a questo, chiaramente, mi scoccia pagare la fetta enorme di diritti prevendita che ti chiedono Ticketone e siti simili.

Ad ottobre 2016 c’è Bob Mould a Bologna. Durante i giorni precedenti gira qualche voce di un possibile sold out, ma Bob Mould suona all’Estragon -un posto enorme che ho frequentato abbastanza e non ho mai visto completamente stipato, non da quando s’è trasferito al Parco Nord- e penso che, fotta a parte, le voci sono probabilmente assurde o comunque vale la pena orientarsi per una decisione dell’ultimo minuto: se le condizioni per andare a Bologna ci sono, prendo l’auto. Il concerto, secondo il sito dell’Estragon, sta a 25 euro più prevendita. La sera la bimba si addormenta presto e io posso partire, stanco morto ma con la fotta nel cuore. 25 euro è un biglietto che per Bob Mould reputo troppo alto, ma parliamo comunque del mio gruppo preferito, di un artista che ho visto in passato e che mi ha fatto piangere via il culo dalla gioia, eccetera. La decisione, quindi, è presa. Salgo in macchina e mi dirigo a Bologna.

Una volta arrivato al Parco Nord vengo fermato, c’è un catafalco con due tizi che mi chiedono se vado all’Estragon, rispondo di sì, mi chiedono due euro di parcheggio. Mai pagati in vita mia. Nel capannone a fianco sembra esserci una festa o qualcosa del genere, probabilmente con il parcheggio a pagamento, e immagino che i 2 euro servano a dissuadere quelli che si presentano alla porta e dire “vado all’Estragon”. Trattandosi di due euro non mi pongo il problema, ma è comunque una stecca dell’8% sul prezzo di un biglietto che già mi sembrava troppo salato. Arrivo davanti all’Estragon, do un’occhiata al numero di auto nel parcheggio e mi faccio una risata interiore pensando alle voci di sold out. Mi dirigo alla cassa, ci sono tre o quattro persone che da lontano sembrano incazzate con il tizio come se si fosse sbagliato a dare il resto. Quando arriva il mio turno il cassiere mi chiede 30 euro.

Strabuzzo gli occhi e gli dico che c’era scritto 25. Mi spiega che 25 + prevendita era appunto il prezzo per la prevendita, e che poi alla porta “l’organizzatore” può fare il prezzo che preferisce. Non sono il tipo di persona che monta un casino davanti alla cassa, quindi faccio un rapido calcolo mentale: tornassi a casa senza comprare il biglietto, avrei fatto un viaggio a vuoto che tra autostrada, benza e ore di sonno mi costerà intorno ai 40 euro, senza manco vedermi Bob Mould. All’atto pratico si tratta di “solo 5 euro” e quindi entro scocciato. Concerto bellissimo, lui tira come un treno, la sua band anche più di lui; ma il fatto di essere nel 30% delle persone più giovani dentro al locale,oltre alla storia del biglietto, mi rovina profondamente la serata. Decido che in futuro non succederà più: non sapendo di chi è la colpa (promoter? Manager? Locale? Dipende da come è stato organizzato il concerto, chi gestisce cosa, chi ha investito, etc), ai miei occhi la figuraccia l’ha fatta l’Estragon, un locale in cui d’ora in poi mi guarderò bene dal metter piede se non in situazioni di estremo bisogno (vale a dire quando c’è un concerto che mi interessa, come del resto succedeva prima). Il giorno dopo posto uno sfogo su Facebook e trovo qualcuno che si è trovato alla cassa la stessa sera ed è caduto dal pero come me.

Ora, la questione è: si tratta di 5 euro, non è niente. Più 2 euro di parcheggio che con ogni probabilità non sono andati all’Estragon, vabbè. Suppongo sia una cosa che molte persone lasciano passare in cavalleria, un po’ perchè lo sai come funziona ad andare in giro e un po’ perchè Bob Mould non è che venga giù a suonare tutte le settimane. A onor del vero non c’è nemmeno il problema, cioè il poveraccio che mi ha detto quella cosa alla cassa aveva tutto il diritto di farlo. Il discorso su cui è basata la mia incazzatura (che un mese dopo, sono serio, non m’è ancora passata) è che non l’ho mai sentito prima. Se il prezzo è diverso alla porta o in prevendita, nel sito scrivi qual è il prezzo alla porta e qual è il prezzo in prevendita. Ho saputo di gestori di locali che abbassavano il prezzo del biglietto online per far sì che il biglietto + i diritti fossero uguali a quel che si pagava alla porta. Avessi saputo che Bob Mould costava 30 euro probabilmente sarei rimasto a dormire a casa mia, o mi sarei visto un concerto in città, o magari sarei andato a vedermi Mike Watt al Freakout.

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Tutta questa storia mi rende una sorta di alieno per quanto riguarda il discorso sul secondary ticketing. Voglio dire, uno che rimane incazzato un mese per aver pagato una cresta di 5 euro sul concerto di uno che gli ha cambiato la vita, insomma. Non è che disprezzo il rock da stadio, tutt’altro, e mi è capitato spesso di concedermi qualche concerto in arene sterminate, magari comprando il biglietto in prevendita. Il problema è che sono totalmente allergico a quelle situazioni, e cerco di stare al riparo quanto più possibile. I parcheggi a pagamento improvvisati dieci euro a macchina, i furgoni con la piadina di poliuretano fuori dagli stadi, la puzza di cipolla, i bagarini che ti urlano addosso, la perquisa all’ingresso, 33 cl di birra cattiva a 5 euro dentro al posto: cerco di far sì che non mi riguardi. Quel che mi fa girare le palle di questi eventi è tutto il sottotesto classista che sta alla base dell’evento: l’artista è lontano, sul palco, e voi non siete un cazzo. È un’impostazione narrativa su cui si è settata quasi tutta la stampa rock da quando esiste un concetto di stampa rock, e di questi tempi sta andando in crisi -un po’ perchè era ora, un po’ perchè il rock non è che stia proprio in salute. Alla faccia degli spot della CocaCola. Quella di cui parlo sopra è una brutta esperienza di scalping , probabilmente legalissimo e lecitissimo, di cui sono rimasto vittima perchè sono fanatico degli Husker Du. La scorsa settimana, con il culo che bruciava ancora per via delle elezioni americane, ha iniziato a girare il video di un servizio su Le Iene. Dopo il sold-out ultrasospetto dei Coldplay su Ticketone, la redazione del programma riceve in modalità whistleblowing alcune fatture che testimoniano accordi tra alcuni organizzatori (viene apertamente nominata Live Nation, indiscusso major player del settore) e agenzie di secondary ticketing (per capirci, quelli da cui vai a fare compravendita di biglietti). Il tutto mirato alla ripartizione esplicita di guadagni derivati dalla vendita di biglietti scalpati (anche in modo assurdo, tipo 7/800 euro a biglietto). È scoppiato un polverone grosso, quasi immediato, in seguito a cui gente come Vasco Rossi, Tiziano Ferro e Mengoni si dissociati a vario titolo da Live Nation.

(“A vario titolo” significa che nessuno si è dissociato davvero. Lo staff di Vasco Rossi ha “attualmente sospeso ogni rapporto commerciale”, che non è proprio come dire “non lavoreremo mai più con Live Nation”, è più una cosa in mezzo. Tiziano Ferro ha dichiarato d’essere indignato ma che il tour con Live Nation andrà avanti, dopo aver ricevuto garanzia che nessuno a Live Nation abbia mai scalpato i suoi biglietti.)

Una teoria è che chiunque sia disposto a spendere 700 euro per vedere i Coldplay merita ampiamente di venire truffato. Credo sia un’opinione legittima, anche se credo che ci allontani un briciolo dalla dimensione reale dei fatti. Non è pazzesco che ci sia qualcuno disposto a spendere 700 euro per vedere i Coldplay? Ragazzini di classe mediobassa che hanno consumato il disco, madri di famiglia che arrancano per arrivare alla fine del mese, ventenni ricchi e viziati che non s’accorgono manco dell’esborso. Ma in ogni caso si tratta comunque di persone che hanno una passione e che quel giorno convergono in quel posto lì. Come artista credo che mi sentirei fomentato all’idea di avere un pubblico così ben preso, che cercherei di proteggerlo ad ogni costo e di farmeli amici per tutta la vita. Il primo passo, invece, è rimuovere l’idea di questa gente, tipo, far finta che non esista. Un’altra domanda: 700 euro sono davvero un’assurdità in un mondo nel quale i biglietti stanno tra i 70 e i 100 euro? Far pagare 100 euro un concerto su un prato è folle da ogni punto di vista che non sia quello di sfruttare il fanatismo per la musica. Quante persone andrebbero a vedere XXX a San Siro? Quanto sarebbero disposte a pagare queste persone? Il totale genera i cachet, i cachet generano i prezzi dei biglietti e a un certo punto arrivano i bagarini. Poi qualcuno riesce a fare un ragionamento a mente fredda e pensare che invece di far arricchire le sanguisughe puoi fare il salasso direttamente tu. Non credo sia compito mio o delle Iene (ma diamogli almeno il credito di aver sollevato per una volta un polverone sensato) dire se questa sia o meno una “truffa legalizzata”. Diciamo che se non lo è, è quantomeno un modo efficiente di mungere la mucca fino all’ultima goccia.

Dal punto di vista degli artisti non mi ci so mettere. Non riesco a capire in che modo una persona disposta a spendere 700 euro per vederti suonare dal vivo in un piazzale con un’acustica di merda riesca ad entrare nel normale ordine delle cose. E lo stesso per trentamila persone disposte a spenderne 50 o 100. C’è un sacco di gente che s’incazza per il costo dei concerti, ma non sono quasi mai gli artisti, anzi le storie degli artisti che s’arrabbiano per il costo dei biglietti scarseggiano. Ne ricordo una su James Murphy, quello degli LCD Soundsystem, che in occasione dell’ultima data del gruppo subì un attacco dei bagarini online e aggiunse altre tre o quattro date nello stesso posto per mandare invenduti i biglietti scalpati. C’è la battaglia dei PJ contro Ticketmaster, che aveva quasi fatto sciogliere il gruppo senza cambiare di niente lo stato delle cose. Oppure tocca tornare ai soliti Fugazi che anche alla fine della carriera si guidavano il furgone e tenevano i concerti a prezzo politico, smenandoci col portafoglio in prima persona. Non dico che la Pausini debba mettersi in giro col camioncino tipo Ian MacKaye, ma alla fine di tutto il casino e dei teatrini e delle indagini del Codacons e delle proposte di Franceschini, il sistema attuale sguazza in una situazione nella quale l’artista sta confinato sul palco, il pubblico s’accalca in platea e tra i due c’è un buco transennato di 6 metri, in cui nessuno si avventura e in cui nel tempo s’è infilato di tutto -impurità, parassiti, vermi, pus, bagarini, perquise, venditori ambulanti e birra svanita. Il tutto in dosi talmente enormi da rendere impossibile guardarsi davvero tra pubblico e artisti, e allora vaffanculo. Se 100 euro sono la normalità di un concerto in uno stadio, 700 euro sono un’aberrazione plausibile, e tanto vale iniziare a starsene a casa e fargli fare qualche bel buco finanziario. Chissà che non abbassino la cresta ed evitino di elevare l’allegria a sistema, così magari la prossima volta che scende Bob Mould in italia il biglietto costerà quanto sta scritto sul sito.  

Come ascolto cosa

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I giorni scorsi ho riletto qualche vecchio articolo del mio blog e ho trovato diversi riferimenti a una figura di appassionato compulsivo di musica in cui -in tutta franchezza- non mi riconosco più: quella di un acquirente che mensilmente spendeva centinaia di euro in dischi e concerti, che aveva un’agenda di massima degli appuntamenti da non perdere per nulla al mondo e che andava in fibrillazione ogni volta che entrava in un negozio di dischi e vedeva un cassettone delle offerte ben fornito. Così ho pensato di fare un elenco di quelle che sono oggi le mie abitudini nel consumare la musica. Non so se serva a qualcosa, ma ormai l’ho scritto.

QUANTI DISCHI COMPRO

Nell’ultimo anno ho comprato una quindicina di dischi in vinile, che per la media degli ultimi vent’anni significa che non ho comprato dischi in vinile. D’altra parte ho comprato più o meno la stessa cifra di dischi in CD, il che allarga l’affermazione al mio acquistare musica in generale. La ragione principale è che non ho soldi da spendere nei dischi, la ragione secondaria è che se non avessi alternative a poco prezzo (streaming, download, esclusive, cazzi e mazzi) probabilmente i soldi da spendere nei dischi li troverei. Ho comprato, dicevo, una quindicina di dischi in vinile, di cui forse 4 in un negozio di dischi, che ho visitato un po’ per carità cristiana e un po’ perchè vuoi non passare da Radiation quando sei a Roma, eccetera. La maggior parte delle cose comunque le compro ai banchetti. Se c’è una maglietta carina preferisco comprare una maglietta piuttosto che un disco; se il disco è in vinile e CD compro quasi sempre il CD; non compro quasi mai CD che costano più di 10 euro (massimo 12); non compro quasi mai vinili che costano più di 15 euro, a meno che non siano doppi, e nel caso posso arrivare a spendere 20 euro -ma non sono propenso ad acquistare vinili doppi. Se c’è un 7”, tendenzialmente compro quello. Non faccio mai acquisti online di dischi fisici, non utilizzo discogs, non guardo le offerte Amazon da cinque o sei anni.

QUANTO ASCOLTO IN STREAMING

Non ho sottoscritto abbonamenti a servizi di streaming tipo Spotify o Apple Music: non è tanto per i soldi che mi chiedono, è un misto tra boicottaggio politico e paura di buttar via troppi giga di traffico mobile. Bandcamp è la mia piattaforma preferita sia per lo streaming che per il download (e anche invero per cercare musica a casaccio). Molto del mio consumo in streaming è legato al momento: mi ascolto il nuovo disco dei WRTASETASGASD in esclusiva su Noisey o chissà che altro, e almeno nel 90% dei casi quello è l’unico ascolto che do al disco. Non utilizzo nessun’agendina degli ascolti, mi muovo perlopiù cullato dalle circostanze, seguendo un algoritmo cognitivo autocostruito per cui, se un dato disco è disponibile in un dato momento e io ho 30 minuti a disposizione, mi ascolto il disco. Altrimenti vaffanculo.

QUANTO SCARICO

Scarico poco e con molta discontinuità, non faccio più alcun riferimento agli mblog (newalbumreleases, nodata etc). Anche qui mi muovo molto a caso: un giorno ho due ore libere a casa e scarico tutti i dischi che mi viene in mente di recuperare, alcuni dei quali alla fine non mi prendo manco il disturbo di buttare dentro la libreria di itunes. Quelli che ci entrano sono grossomodo l’ossatura dei miei ascolti reali: da iTunes al telefonino e da lì in macchina, assieme a un centinaio di CD senza custodia infilati in ogni buco disponibile in macchina, che entrano nel lettore sempre meno spesso. I miei viaggi in auto durano un’ora e venti al giorno. Di tanto in tanto compro dischi in download da Bandcamp, ma più spesso no.

COSA ASCOLTO

In giro per la stampa di settore ci si chiede sempre più spesso se il “rock”, inteso genericamente come musica anglosassone suonata, sia vivo o morto. Questa cosa dipende soprattutto dal fatto che la musica si ascolta sempre meno negli ambienti e sempre più nelle orecchie. Ci sono molte componenti ideologiche che infiammano il dibattito, ma la verità è che l’ascoltatore-tipo di musica moderna, specie nelle grandi città, è una persona che si sente i dischi su un lettore mp3 o su un telefonino con delle cuffie, magari mentre passeggia lungo un viale con la nebbia fuori o si aliena dal mondo durante il viaggio in autobus e magari la sera gira per i club. Ad esempio uno dei miei dischi preferiti di quest’anno è quello di Ital Tek, che in questa situazione è semplicemente perfetto, ma è assolutamente impossibile ascoltarlo in macchina perchè crea un tipo di disagio che non va bene alla guida, si sposa male con il rumore di fondo del motore e ha effetti collaterali spiacevoli -a volte tocca staccare il disco e capire se era il disco o la macchina ingolfata. Quindi per dire in questo momento sto passando una fase molto indie-folk con chitarre sottili e linee di basso semplici, che vanno bene sia per decomprimere che per non impegnarsi ad ascoltare la mattina. Per dire, insomma, che c’è un modo di vivere la musica che è personale e non sociale, e va valutato nel processo di analisi. Nel momento in cui si ammette un certo tipo di anacronismo legato ad esempio alla musica suonata che esclude l’automobile, si sta ridisegnando di propria sponte una mappa che è sia culturale che logistica, togliendo legittimità ad un consumo decentralizzato della musica (mentre magari nell’iphone passano cose tipo Gqom Oh!). Ed è piuttosto bizzarro perchè l’auto è un punto di aggregazione abbastanza tipico della condivisione musicale, della musica come condivisione sociale ed espressione di elitarismo al contempo, nel senso, l’ascolto della musica in auto segue certe dinamiche di religiosità pagana che tendono spesso a far sì che alcuni dischi vengano anche sopravvalutati, oltre che a creare una dimensione di ascolto collettivo e livellamento universale che è stata sfruttata commercialmente in una milionata di salse diverse -giusto per fissare un punto di massima: parlando di utilizzo del mezzo musica, tra le pubblicità della TIM con Chiara Galiazzo e il Carpool Karaoke di Corden con Michelle Obama non c’è nessuna differenza (ne consegue anche che fate bene a usare gli hashtag e a cercare di far girare la macchina del profitto).

QUANTO ASCOLTO

Al di fuori della macchina ascoltare musica è sempre un po’ un’impresa. La sera non ho voglia di farlo a meno che non debba farlo per forza, a casa c’è una bambina piccola e quindi la lista delle cose ascoltabili si riduce di un bel po’ -da un punto di vista razionale penso di essere un po’ esagerato, ma credo che i genitori che pensano sia tutto sommato ok far ascoltare gli Angels of Light o altra merda funebre a una bambina di tre anni non sono diversi dal comitato genitori di Sparta che decideva quali neonati andavano gettati da una rupe e quali potevano essere cresciuti dentro la città. Quindi insomma, macchina e poco altro. Supplisco alla mancanza di tempo con rotazioni più basse: se un disco non mi ha interessato alla seconda o alla terza canzone, non mi ci accanisco. Stando fuori dai dischi che devo ascoltare per forza, penso che la percentuale degli album che ascolto dalla prima all’ultima nota stia intorno al 3%. Gli altri li metto e li tolgo dopo quattro o cinque canzoni, magari li riprendo in un altro momento. Non mi prendo mai tempo per ascoltare un disco e basta: ascolto e guido, ascolto e faccio spesa, ascolto e scrivo, ascolto e disegno, ascolto e leggo. Non sono la persona più multitasking del sistema solare, quindi mi perdo parecchie cose dei dischi che ascolto.

COME VALUTO LA MUSICA

Da quando scrivo di musica, a torto o ragione, ho sempre dato una valutazione sommaria dei dischi di cui mi occupavo, basata sul fatto che valgano -o meno- i soldi che ho speso o dovrei spendere per comprarli. Questa valutazione non è più vera da anni: la mia prima valutazione è legata al tempo impiegato per ascoltarli. Questo introduce anche una scala di valori relativa, nel senso che ci sono dischi da dieci minuti e ci sono dischi da due ore, e poi ci sono dischi da due ore di cui tutti ascoltano dieci o dodici minuti. La percezione del tempo è molto umorale, nel senso che in certi giorni ho perso tempo ad ascoltare un certo disco e in altri giorni ho speso tempo ad ascoltare lo stesso disco. Ma d’altra parte anche “quindici euro” è un dato che in sè non significa nulla.

QUANTO SONO AGGIORNATO

Rispetto anche solo a tre o quattro anni fa noto un sensibile decremento della mia paura di perdermi cose. Molto spesso decido scientemente di non ascoltare certi gruppi o artisti che piacciono a tutti, per una specie di postulato secondo cui se questo disco unisce due persone di gusti e sensibilità così diverse, è roba con cui probabilmente non voglio avere a che fare. È un assunto che mi porta a prendere molte cantonate, ma nella maggior parte dei casi si rivela piuttosto affidabile. Ancora una volta, l’ammontare di tempo e soldi definisce le strategie. È possibile che io perda pezzi fondamentali del discorso musicale odierno, ma non credo che conoscere tutto il discorso musicale odierno abbia una reale utilità; se facessi il critico musicale di lavoro probabilmente la penserei in un altro modo. Cerco di legare tutto quello che ascolto ad un discorso ideologico che ho in testa e che non ho mai fatto con nessuno, e questo continua a farmi sembrare un rompipalle su molti argomenti cose. È probabile anche che questa cosa mi renda troppo legato a una serie di pregiudizi personali, ma in tutta onestà non credo di avere una quantità di pregiudizi diversi da quelli degli altri che hanno l’hobby della musica. E poi, a differenza della maggior parte della gente con cui parlo, almeno i miei pregiudizi me li sono costruiti per conto mio.

Il metal estremo ci ha fatto diventare impiegati di basso livello

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La cosa più eroica che feci nei miei anni da cattolico fu quella volta che venni scelto per farmi fare la lavanda dei piedi dal prete il giovedì santo. Mia mamma mi aveva raccomandato di lavare bene i piedi prima di andare sull’altare a farmeli lavare, ma mi sembrava che come cosa avesse poco senso e così mi impuntai sull’andar su con i calzini vecchi e le scarpe da tennis. Il prete fece questo viso schifato e credo che qualcuno nelle alte sfere della comunità cattolica abbia sentito il bisogno di dissociarsi dal mio gesto. Mi avevano scelto come rappresentante di quelli che dovevano passare la cresima, il che colloca lo svolgersi dei fatti intorno al 1989 -dodici anni ancora da compiere. Non sono mai stato molestato da un prete ma credo di ricordarne uno in abiti civili che ci spiegava il vangelo e la fede con un’erezione in corso, non tanto per dire che a volte le cose ti succedono sotto gli occhi e non lo sai, quanto per fornire una specie di sottotesto all’idea che anche la purezza e la fede sono -in qualche misura- molto molto eccitanti. Gli Slayer invece li ho conosciuti durante l’adolescenza ed è sempre una questione di scambi con tizi improbabili, o almeno a Cesena succede così: qualcuno ha un disco in casa che gli ha passato un vicino o uno con cui andavano a rugby. Il rugby è una specie di storia a sè, comunque -a quanto ricordo- in quegli anni il Cesena Rugby fosse abbastanza quotato, e cercavano nuove reclute. Uno dei miei compagni di classe ci giocava da titolare, credo che a un certo punto abbia fatto le selezioni per la nazionale o cose così, e a un certo punto provò a mettere quasi tutti i compagni maschi dentro la squadra. Quando dico “quasi tutti” intendo sostanzialmente tutti tranne me -io ero il più piccolo e gracile e malnutrito (dio che tempi), e la sola idea di mettermi in un campo a fare cose con gente flippata con il fango e gli scontri fisici sarebbe stata vista -credo- come una forma manifesta di sadismo o la tacita ammissione che il Cesena Rugby Team era alla canna del gas. Un paio di miei compagni però si esaltarono all’idea e si presentarono a qualche allenamento. Nei pochi racconti me la figuro come la cosa più vicina all’idea di bullismo tipico dei teen movie americani: a quanto pare il rugby, diversamente dal calcio, non si fonda sull’idea di permettere a chiunque abbia un blando interesse di praticare lo sport, e poi magari continuare a fornirgli occasioni in forma di associazioni sportive; il rugby seleziona i puri, i superumani, e fa fuori tutti gli altri nel giro di una settimana. La settimana successiva i ragazzi avevano fatto un conto di massima delle contusioni e s’erano ritirati. Non li biasimo: l’anno precedente avevo iniziato ad interessarmi allo skateboard, e ho abbandonato non appena ho visto qualche goccia di sangue. Immagino che il metal e il punk trovino terreno fertile presso i passivo-aggressivi: al di là della letteratura di genere (quasi tutta falsa e offensiva, oltre che -mediamente- di pessima qualità) l’idea di alzare il volume e sfogare la tensione in cameretta non riguarda quasi mai le persone disposte a prendersi a ceffoni nella vita vera. Non è per niente un caso che i luna park, gli autoscontri e le fiere di paese (cioè i posti in cui era più probabile finire in una rissa tra cinquanta adolescenti maschi) siano posti in cui la musica faceva sempre e solo cagare. Un altro dato interessante? Nessuno dei più rissosi tra i miei conoscenti è mai stato coinvolto con il metal o la techno militante, erano quasi tutti tipi apparentemente tranquilli a cui mia madre avrebbe dato in sposa la sua figlia primogenita, fortunatamente mai esistita. C’è qualche sovrapposizione tra metallari e tossici, ma perlopiù riguardava le declinazioni più passive della tossicodipendenza (in breve: più eroina e droghe sintetiche a poco, meno coca). Ai concerti e nei locali col pogo, invece, era ammesso prendersi a spinte durante la canzone ma poi si stava tutti tranquilli e rilassati. Quelli sbronzi che rompevano il cazzo venivano trattati coi guanti e tenuti a distanza. Molti di noi smettono in fretta il cattolicesimo, ma quasi nessuno si approccia a satanismo paganesimo o altre religioni. Così, una delle teorie è che il metal estremo abbia contribuito in maniera determinante a creare una generazione di mansueti, di gente passiva, di impiegati con la camicia da venticinque euro comprata all’oviesse che magari sbattuti in una giungla a cinque anni avrebbero potuto diventare cannibali ma già al primo anno di università sarebbe stato impossibile redimere. In questo senso, se siete appassionati di musica pesante, forse potete ceimentarvi in un esercizio di psicanalisi a rovescio e ripercorrere la vostra vita a ritroso, alla ricerca di tutti gli episodi in cui avrebbe dovuto esserci un sano trauma formativo e invece c’è stato un disco metal. Così finisce che ti trovi a pensare ad atti di eroismo come quella volta che ti sei fatto la lavanda dei piedi puzzolenti, e tutto il resto della roba che c’è qua dentro. A un certo punto per quanto mi riguarda sono arrivati gli Slayer e quando arrivano gli Slayer è sempre un po’ un colpo di teatro -quello che c’era prima tende a sfumare, quello che arriva dopo deve avere certe caratteristiche. Gli Slayer erano violenti e malvagi e mi hanno tenuto buono e tranquillo, ma tutto sommato nella vita poteva andarmi peggio, e quindi grazie.

Tutto questo pippone per dire che ho scritto un articolo molto lungo in cui ripercorro tutta la storia di Reign In Blood, che qualche giorno fa ha compiuto trent’anni. Lo trovate su Prismo e credo che valga la pena di leggerlo.

L’illustrazione è un santino commemorativo di Jeff Hanneman realizzato da Marcello Crescenzi/Rise Above per il SoloMacello Fest del 2013.

Una per i Nomeansno

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Quando hai la mia età e una famiglia e un lavoro impegnativo ti tocca iniziare a scremare i concerti. Tutte le volte che ti prendi una serata lo stai facendo ad un prezzo, caricando qualcun altro di un impegno che lo metterà in difficoltà -porti i figli dai nonni, li lasci a casa con la moglie. Così pian piano inizi a detestare l’idea di allontanarti e fare cento chilometri per andare a vedere un concerto e sacrificare le ore di sonno e la lucidità del giorno dopo e il tempo libero della tua fidanzata e la possibilità di passare una serata a lavorare a qualcosa di tuo. La tua fidanzata in generale è più comprensiva di te, capisce di cosa si tratta -la musica in qualche modo ti definisce e ti ha dato persino qualche buon momento assieme a lei, ma le cose da fare sono tante e le persone che le possono fare sono poche. Nel giro di qualche anno diventa una specie di economia della comprensione, lei ha le sue cose e tu hai le tue e il patto informale è quello di riuscire a coltivarle ed incastrarle nella vita senza risentirne o sbilanciarsi troppo. Così la mia soluzione è quella di fare una lista mentale delle mie priorità: c’è una lista di gruppi che devo vedere, a patto che suonino ad un orario umano e in un raggio di chilometri affrontabile. Non so dire se sia un sentimento autentico o una cosa di autoconvinzione, ma se perdo tutto il resto non me ne frega assolutamente un cazzo. Non mi interessa non riuscire a vedere il passaggio italiano di un gruppo chiacchieratissimo, e non mi interessa aver mancato  uno di quei concerti-evento che si tengono ogni sei mesi e a cui sono presenti tutti. Sono cose per i giornalisti musicali e i blogger o i tipi della moda o quelli che vogliono scopare nel giro indie. Però, dicevo, c’è una lista di artisti, e quegli artisti non sono negoziabili. Sono quelli che rappresentano la musica per come la vedo io, che vado a vedere perchè io sono così, a prescindere da quanto giusto o sbagliato o deprimente esserlo a 38 anni. I gruppi in questa lista non mi serve spiegarli alla mia fidanzata: lei sa di cosa si tratta e perchè è importante, a suo tempo ha visto la faccia che faccio sotto al palco, e si organizza. Non è una lista lunghissima, ed è quasi tutta fatta di roba indierock: Shellac, The Ex, Melvins, qualche italiano, pochi altri. Questi gruppi sono riusciti a sopravvivere alla vita: continuo a controllare se vengono o no, e se vengono e non riesco ad andarci per qualche motivo mi viene la depressione. Ieri c’era anche un altro gruppo in lista: si chiamava Nomeansno, veniva da Vancouver e tra poco avrebbe festeggiato i quarant’anni di attività. Tranne che ultimamente giravano un po’ meno spesso e per l’ultimo tour toccava fare una trasferta lunga, e quindi ciccia. Ora i Nomeansno hanno pubblicato una nota sulla loro pagina FB in cui annunciano la cessazione delle attività e invitano ad alzare un bicchiere.

Ho fatto un conto e mi pare di averli visti cinque volte. Non sono moltissimi i gruppi che ho visto cinque volte, ma se siete fan dei Nomeansno è estremamente probabile che li abbiate visti molte più volte di me. La questione è questa: avevano il loro seguito, ed era fatto quasi sempre delle stesse facce. Pochi turisti, poca gente a caccia di roba da fare in serata: tutta gente che era lì per il gruppo, o che sarebbe stata lì per il gruppo la volta successiva. I Nomeansno prima del concerto si aggiravano tranquilli e sorridenti in giro per il posto, fosse un bar o un locale immenso, qualcuno di loro si riposava prima di suonare. Salivano sul palco e anche lì sorridevano e si spaccavano il culo e lo spaccavano a noi e se erano in serata andavano avanti anche per due ore. Vivevano la musica in un modo che si può riconoscere a pochi gruppi: sempre in giro, sempre felici, sempre presi bene, mai infastiditi, mai superiori a chi pagava il biglietto. La prima volta che li ho visti erano già dei vecchietti, e suonavano in un modo che rompeva il culo a chiunque altro avessi la possibilità di vedere.

Con i Nomeansno se ne va un modo di fare la musica che era solo loro, e di pochi altri, e che si avvicinava particolarmente a quello che io, personalmente, ancor oggi intendo quando penso alla musica. La lista dei dischi bellissimi che hanno fatto è lunga quanto la lista dei dischi che hanno fatto in generale: l’ultimo lungo è uscito dieci anni fa. Questo, per quanto mi riguarda, è il loro inno generazionale.


(la foto non è mia, l’ho rubata qui)

Il disco più bello di sempre.

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(Certo sarebbe molto più corretto chiamarli R.E.M., e quindi AR I EM, e quindi in italiano “gli R.E.M.”, ma io li ho sempre impropriamente chiamati “i rèm”. Questo coso parla di un periodo precedente a quando ho iniziato a pormi il problema, e ho deciso di conservare la scorrettezza nel testo)

Come molti altri della mia generazione sono un fan dei REM. A differenza di altri gruppi rock da stadio di cui sono fan, tipo -non so- Pearl Jam o simili, non riconosco un corrispettivo culturale dei REM in un’altra epoca storica. L’unicità del loro concetto dà ai REM la possibilità di essere apprezzati senza necessariamente richiamare una componente nostalgica da vecchio rock e/o un papà che ti dice sì ok i PJ ma prova ad ascoltare Springsteen. Non so se si capisce cosa intendo. Pur essendo un gruppo da ventimila paganti, per qualche fortunata coincidenza sono riuscito a vedere un loro concerto mentre mangiavo un’insalata di riso al sacco, appoggiato alla transenna davanti al palco. Sono cose che hanno un loro preciso senso, o almeno credo: con Vasco non sarebbe successo, o qualcuno mi avrebbe versato birra dentro al riso, o mi avrebbe pestato perchè non mi stavo divertendo e/o gli stavo spezzando la bolgia. Se un gruppo vende milioni di copie non puoi andar troppo per il sottile, vuol dire comunque che qualcosa che quel gruppo sta facendo arriva a tutti, e quindi non è un’esclusiva tua.

Le condizioni di realizzazione dei dischi e il fatto che la band sia stata nella sua storia abbastanza umorale tendono a far sì che –soprattutto negli anni Warner- i dischi dei REM siano spesso identificati secondo un mood generale abbastanza distinguibile. Automatic For The People è quello oscuro, Monster è quello “rock”, Up è quello “elettronico”, Out Of Time è quello “acustico” e via di questo passo. Poi questo non toglie che dentro Automatic ci sia The Sidewinder, che dentro ad Up ci siano un sacco di pezzi senza elettronica e che in Monster ci sia, boh, Strange Currencies o Let Me In. Il senso del discorso è un altro: ogni disco dei REM fa storia a sé, viene pensato dal gruppo come un’opera organica e può non avere che blande somiglianze col disco precedente.

È più difficile trovare un mood comune, o un discorso musicale coerente, in New Adventures in Hi-Fi.

Nel gennaio del 1995 i REM si mettono per la strada per la prima volta da sei anni. Le premesse sono grosse, perché nel frattempo il gruppo ha fatto un salto di qualità dalla categoria “gruppo di riferimento del college rock americano” a “tra le massime realtà della musica di oggi”. È successo con Out Of Time e tutto quel che è seguito. Il tour è un evento e un grosso successo commerciale, ma già il primo marzo a Losanna c’è uno stop: Bill Berry cade a terra durante il concerto per un aneurisma cerebrale e viene salvato più o meno per miracolo. Si riprende in tempi brevissimi e il gruppo ricomincia a suonare, ma dopo qualche mese sono Mike Mills e Michael Stipe ad entrare in sala operatoria. è un periodo duro e la determinazione con cui viene affrontato galvanizza i membri del gruppo. A un certo punto, lungo la strada, il gruppo si mette in testa di mettersi a scrivere e registrare qualche canzone: una traccia qui, una lì, in modo un po’ confusionario, con la ferma intenzione di tirarci fuori un disco. Le tracce che vengono registrate sono tante, e il personale che ci lavora è più o meno quello che gira con loro –turnisti, fonici e tutto il resto. È il primo disco in cui compare Scott McCaughey. Oltre a questo, è il primo disco dei REM dopo il rinnovo del contratto con Warner, che per la stampa è stato un affare da 80 milioni (il gruppo ha smentito).

Se è vero che ogni disco dei REM fa storia a sé, è anche difficile mettere insieme una storiografia del gruppo in cui poter indicare chiaramente, non so, i tre dischi più belli. Secondo qualcuno i REM non hanno mai fatto un disco buono quanto Murmur (1983), secondo qualcun altro Accelerate(2008) è uno dei loro migliori dischi.  Al momento non mi viene in mente un altro gruppo (forse gli Wire, o qualcosa di più piccolo) i cui picchi creativi si stendono indiscutibilmente lungo 25 anni e oltre. Una cosa che mi pare di poter dire, stando alle persone che conosco, è che il gradimento per i REM ha una forte componente generazionale. Ognuno, in sostanza, è legato ad un disco diverso, che di solito è contemporaneo ad un’età dello sviluppo in cui i REM hanno la maggior parte della loro ragion d’essere. Oltre a questo, non esistono veri e propri hater di una fase o dell’altra del gruppo, così come non esistono veri e propri nostalgici. OK, qualcuno c’è: trentunenni che rimpiangono di essere stati troppo piccoli per veder succedere Gardening At Night in diretta, trentacinquenni che non vogliono nemmeno sentir parlare di Reveal, e simili. Ma non sono poi tanti rispetto al totale dei fan del gruppo.

Quando dico “il disco più bello di sempre” intendo sempre quello che ho detto, ma in realtà “il disco più bello di sempre” è più di uno. Ci sono tre ragioni per cui uso questa definizione in questo modo, le ho già spiegate da qualche altra parte. New Adventures In Hi-Fi, per quanto mi riguarda, è il disco più bello di sempre. A parte l’età anagrafica, non è legato ad alcun accadimento della mia vita, non riesco ad associarlo ad una cosa che ho fatto o a una persona che ho conosciuto. Ho semplicemente iniziato ad usare New Adventures in Hi-Fi come un metro di misura di ciò che mi piace nel rock americano. Lo riesco a identificare come una specie di summa dei dischi che l’hanno preceduto e come un’ineguagliabile standard su cui i dischi che l’hanno seguito si sono rotti le ossa.

I REM a cui sono più legato, personalmente, iniziano vent’anni fa: il 9 settembre del ’96, data di uscita di New Adventures in Hi-Fi. Io ho quasi 19 anni, che è l’età perfetta per mollare un po’ le chitarre alte ed iniziare a considerare l’idea di una componente para-letteraria nei dischi che ascolto, magari partendo da qualcosa di molto facile e poco pretenzioso. Poteva essere un primo passo, ed è diventato uno strumento di misura con cui ascolto la musica. Hai qualcosa da dire? Riesci a dirlo nei tre-quattro minuti a tua disposizione? Riesci a dire qualcos’altro nel pezzo dopo? Stai usando al meglio i mezzi di cui disponi? Hai cura di non farti soffocare dalle possibilità che ti sono concesse? Quasi tutto il racconto sui REM si basa su questa ideologia della sobrietà. Michael Stipe avrebbe potuto provare ad essere uno scrittore barra poeta barra attore regista fotografo visual artist ma tutto sommato è rimasto il cantante di un gruppo rock. Peter Buck avrebbe potuto fare assoli e invece no. I REM avrebbero potuto fare una montagna di dischi-fotocopia con cui affrontare decentemente la pensione e invece si sono presi qualche rischio. New Adventures ha una specie di politica della sobrietà aggiuntiva a quella dei REM. Dentro New Adventures ci sono alcune delle migliori canzoni mai incise dal gruppo. Le cinque che preferisco oggi: How the West Was Won and Where It Got UsNew Test LeperLeaveBe MineElectrolite. Nessuna di queste, a parte forse l’ultima, finirebbe in una top ten delle canzoni del gruppo compilata dalla fanbase più accanita. Un altro paradosso: tre di queste fanno parte delle uniche quattro canzoni del disco che sono state registrate dopo il tour. Il che mi rende solo in parte simpatetico rispetto alla natura originaria del disco, e al contempo rende New Adventures un disco che -a mio parere- non sarebbe altrettanto bello se non fosse stato completato in studio. Come molti dei miei dischi preferiti, non è affatto il disco più amato del gruppo: commercialmente è una sorta di delusione, che a posteriori sembra quasi pilotata per iniziare a marciare con un passo più umano. Tanto per dire, il primo singolo estratto dal disco si chiama E-Bow the Letter, che si fregia di un guest starring di Patti Smith ma è senza dubbio una delle canzoni meno adatte alla radio. È anche uno dei pochissimi pezzi che sparano troppo alto o che in qualche modo mi sembrano un po’ fuori tono rispetto al resto del disco. All’atto pratico, New Adventures negli Stati Uniti non arriva al milione di copie, mentre il disco precedente aveva superato i quattro milioni.

Al momento di registrare e pubblicare New Adventures in Hi-Fi il gruppo non lo sa, ma sarà l’ultimo disco assieme a Bill Berry, e quindi il primo disco in una formazione diversa da quella con cui il gruppo ha comuinciato. Berry decide di ritirarsi nell’ottobre del ’97, dopo una specie di negoziato col gruppo per essere sicuro che i REM non si sciolgano. Il gruppo va avanti e registra Up, che qualitativamente sta quasi pari a New Adventures. Poi i “miei” REM finiscono e iniziano quelli di qualcun altro. Quando si sono sciolti mi è dispiaciuto tanto, e -debolezza- spero sempre che ci ripensino e mettano insieme un altro tour.

Una per Michael Cimino

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Il primo film di Michael Cimino che ho visto è anche il mio preferito. Non solo tra i suoi; in generale. Tra i film della vita sarebbe fuori gara, una questione che trascende qualsiasi parametro. C’entra quel che si vede, la storia (miracolo irripetuto di tale Charles Leavitt, allora all’esordio; poi scriverà soltanto cagate), le immagini, i movimenti di macchina eccetera, almeno quanto c’entra quel che è stato prima, come Michael Cimino sia arrivato fino a lì; soprattutto, quel che è venuto poi. Il film è Verso il Sole. L’ho visto per la prima volta al cinema vent’anni fa, innumerevoli altre in VHS; non so di altri formati su cui sia uscito in Italia, nemmeno mi interessa. In Cinemascope o su nastro magnetico che si deteriora fino a sfracellarsi e scomparire, per me le sole strade praticabili per questa faccenda. Quale che sia il formato non cambia molto: le scene in interni – stanze d’ospedale o bettole ai bordi dell’umanità popolate da personaggi improbabili – hanno comunque le movenze spettrali, il colore livido degli straight-to-video; nelle scene in esterni invece i panorami si espandono, riempiono la corteccia cerebrale penetrandola come migliaia di aghi, non c’è modo di fermare l’esondazione. Ogni volta lo schermo a tubo catodico esplodeva, ed era bello essere vivi. Succedeva con i film di John Ford, di Anthony Mann, con Verso il Sole; poi non è successo più.

Nel 2005 ho visto I Cancelli del Cielo in Piazza Maggiore a Bologna; prima si trovava soltanto l’edizione mutilata in VHS, per cui ho sempre evitato. Non so quale versione io abbia visto, so solo che è durata molto. In qualsiasi caso, l’attesa è stata ben ripagata: una luce così mai mi aveva riempito gli occhi – su uno schermo, per strada, stessa differenza – mai più l’avrei rivista. Più reale del reale: era come vedere il sole sorgere, battere, tramontare, per la prima volta. Nessun altro film in qualsiasi formato mi ha fatto lo stesso effetto. Una pallida imitazione di alcuni sprazzi l’avevo incontrata qualche volta, dal vero, in un tramonto dopo un temporale violentissimo; solo che qui quella stessa luce era stata dilatata per quattro ore circa, insieme allo stesso senso di tragedia pre e post-calma innaturale, il tutto moltiplicato per una cifra incalcolabile. Michael Cimino ha introdotto la proiezione, non ricordo cosa abbia detto. Le scene del film invece le porto stampate in testa dalla prima all’ultima. Quando è finita l’orologio segnava le due del mattino; mi sembrava di essermi appena seduto. Avrei voluto continuasse più di quanto mi sia sentito abbandonato una volta letta l’ultima riga de L’Ombra dello Scorpione. Da allora non ho più rivisto I Cancelli del Cielo; nell’eventualità di non ritrovare quella luce, preferisco farmi bastare il ricordo.

Ha un senso che Verso il Sole rimanga l’ultimo film di Michael Cimino. Quale sia stato il punto di rottura, cosa gli abbia fatto capire che alla fine non era più cosa per la quale, non so e non mi interessa. Va bene così. Voglio dire, come altrimenti? Non riesco a pensare a un film altrettanto adatto per chiudere la sua carriera. Non l’ho mai conosciuto ma la sua esistenza è stata per me un faro. Sapere che ancora respirava mi era di conforto: comunque c’era, da qualche parte, a combattere la sua guerra con le sue regole. Non lo avevano piegato. Piuttosto che starci aveva scelto il silenzio, magari in attesa di una serie di convergenze favorevoli; nessuno lo saprà mai.

Tutti i miei eroi sono morti male: impazziti, mangiati dall’alcol, il cervello fritto dalle droghe, dimenticati. Antonin Artaud, Hank Williams, Peter Laughner, Philip Dick, Peter Steele. Michael Cimino era l’ultimo. Non me ne sono rimasti altri.

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100 canzoni italiane: AGOSTO

 

Da bambino, agosto era nient’altro che la prosecuzione di luglio, il che significava altri bagni al mare, altre partite in doppio a Double Dragon o Golden Axe o Joe & Mac o (inserire nome di videogioco scrauso che oggi manco con gli emulatori) e prima e dopo fomentare gli altri che giocavano; altri gelati Eldorado con nomi, forme e colori da oltraggio a ogni tipo di umana decenza ingurgitati senza soluzione di continuità, panini bisunti a pranzo e dover stare all’ombra a guardare l’orizzonte aspettando che passasse un’ora per buttarsi in acqua di nuovo.
Crescendo i cambiamenti non sono stati poi così sostanziali: si limitavano a cabinati diversi al bar, partite che costavano 500 lire invece che 200, gruppi via via sempre più improponibili nel walkman (o, quando ero più grandicello, nel Discman), film diversi nelle arene estive, non molto altro. Settembre era peggio ma c’era tempo per farsene una ragione, non era ancora il momento; finché era estate, era estate.

Poi è arrivato il periodo in cui agosto corrispondeva all’inizio della fine di una seccatura – le giornate iniziavano ad accorciarsi, faceva via via sempre più fresco la sera – il preludio a un’altra seccatura: lunghe mattine a scaldare la sedia in attesa del suono della campanella, e poi ancora, giorno dopo giorno quasi sempre. Il caldo mi dava da fare, con il freddo andava leggermente meglio, ma di poco; scansare le persone mi dava da fare, stare al mondo mi dava da fare. Il mare aveva perso qualsiasi attrattiva, per anni nemmeno mi ci sono avvicinato; spiaggia o asfalto nessuna differenza per me; anzi, tra le due, meglio l’asfalto. Ogni autunno dicevo a me stesso di resistere fino a primavera; ogni primavera dicevo a me stesso che l’autunno sarebbe stato bellissimo. In tutto questo i Diaframma c’erano dentro comunque, di fisso. Li avevo scoperti quando erano famosi, locandina di un concerto incollata al muro di una strada che facevo ogni giorno per andare e tornare da scuola, anni prima di cominciare effettivamente ad ascoltarli: la copertina di Da Siberia al Prossimo Weekend. La vedevo tutti i giorni, due volte al giorno, mentre il tempo delle elementari scorreva inesorabilmente lungo i bordi il frangettone di Fiumani stava sedimentando dentro la mia testa. Per via di quell’imprinting ricevuto in tenerissima età, per me i Diaframma sono stati fin da subito un dato assodato, una certezza più granitica di molte altre.

Per qualche tempo avevano viaggiato in prima ma non era durata, non poteva durare. Quando il carattere è quello che è e non si conoscono vie diverse dal parlare chiaro, più persone con cui dover avere a che fare eleva la probabilità di scazzi oltre i bordi dell’infinito; meglio tenere il piede in quante più scarpe possibile, c’è chi fisiologicamente non è portato. E infatti: da Ricordi all’autoproduzione il passo è breve quando non si sa tenere a freno la lingua (per litigare, non per leccare). La discesa è stata inesorabile. Intanto Videomusic continuava a mandare regolarmente in onda i loro video: Siberia, Diamante grezzo, Paternità. Il primo aveva acceso in me da qualche parte tra il cuore e lo stomaco una fiamma che non avrebbe più smesso di ardere; certo a differenti intensità, comunque sempre allo stesso posto. Come un’altra costante: negli anni novanta trovarla, la roba a nome Diaframma, era un casino. I dischi dovevo ordinarli per posta da un distributore napoletano che teneva soprattutto techno e metal e sarebbe fallito poco dopo l’uscita di Sesso e Violenza. Da lì in poi ero perso. Sarei stato perso.

Nella città balneare che hanno dimenticato di bombardare c’era un negozio che forse più di ogni altro ha significato per me formazione. Vendeva dischi che erano dischi, fanzine che erano fanzine (alcune in VHS, roba assurda già da mo’ sepolta nelle sabbie del tempo), una marea di vinili usati in tempi in cui il vinile veniva considerato poco meno che patetica anticaglia residuale. Non bastasse, teneva in consultazione un archivio di riviste il cui solo effetto collaterale sul lungo termine è stato abituarmi troppo bene: lì ho sfogliato Bassa Fedeltà, Dynamo!, Rumore con i Nine Inch Nails in copertina e recensioni degli ultimi di Burzum, Brutal Truth e Breeders nello stesso numero convinto che quella fosse la prassi, lì ho comprato a un prezzo farsesco il doppio vinile di Warehouse senza sapere cosa fosse, semplicemente perché attratto dai colori. In un certo senso la vita me l’ha salvata, per poi rovinarmela successivamente con Down Colourful Hill preso usato in occasione delle festività natalizie, altra storia. È lì che ho visto per la prima volta Scenari Immaginari.

I Diaframma erano Federico Fiumani e così sarebbero rimasti: un disco ogni tot, concerti, altro disco, altri concerti, e via così. Non era più un evento un nuovo disco dei Diaframma, piuttosto un tassello in una strada di cui non si intravede la fine, un pretesto per continuare a far girare il nome; ai concerti le stesse facce con più primavere, più rughe, ogni tanto qualche novizio che quasi certamente sarebbe rimasto. Scenari Immaginari si inserisce nel flusso, ne fa parte, senza minimamente sforzarsi di andare oltre la funzione di raccordo tra quello prima e quello dopo. Il primo pezzo si intitola Agosto e parte con il turbo già innestato, un avvio che è l’equivalente di un pugno nelle orecchie difficile da razionalizzare a prima botta, in un certo senso la precognizione della deriva satiro-paccianesca che l’infinito canzoniere di Fiumani avrebbe imboccato in tempi più recenti (Francesca 1986, Mi sento un mostro e via deliziando):

Agosto, voglio chiudermi in casa con duemila giornali porno
sono tante e tali le posizioni che non conosco! (proprio così, col punto esclamativo finale)

Parole che oggi non hanno più alcun senso – già ne avevano poco allora, se non come ricordo di un ricordo per chi aveva un’età da cui ero ancora parecchio lontano. Da ragazzino, nel solaio in un casolare di anziani parenti di un amico delle medie, avevamo scovato un vecchio fotoromanzo in bianco e nero, protagonisti Cicciolina attorniata da uccelli turgidi. Angolature psichedeliche, trama pseudo-gialla, personaggi che parlavano attraverso i balloon come nei fumetti ma dicendo zozzerie. Era roba torbida, sgranata, materiale da sega come poteva esserlo nei primi ottanta in un paese disperso nella brughiera dove non c’era neanche il cinema. Quella è la mia personale definizione di giornale porno; la parte poetica, artistica, l’ho persa tutta. Non sono nato in Francia, Gabriel Pontello lo conosco solo di fama, un nome che ho letto chissà dove, comunque quando l’era aurea era già tramontata da un pezzo anche qui. Le VHS andavano forte, la carta per quel genere di pubblicazioni stava scomparendo. In edicola, di giornali porno c’era Video Impulse e riga, il resto relegato nell’angolo dei depravati nella zona più losca e nascosta dove non ho mai avuto il coraggio di mettere piede – o i manga, di cui mai mi è fregato qualcosa.

Comunque l’immagine rende l’idea, prepara il terreno. Nelle righe successive si dispiega l’essenza del pezzo, gradatamente, fino a trovare pieno compimento nel liberatorio finale: Fate come me, ripetuto a oltranza, come a convincersi, fino a convincere davvero. La messa in parole e musica di uno stato mentale comune a chiunque sia rimasto dove sta di solito mentre tutti gli altri sono in vacanza da qualche parte lontano, con una conclusione inaspettata. L’opposto speculare di Caldo, dove invece le condizioni atmosferiche portavano a uno spostamento (certo infruttuoso, frustrante, ma intanto muoversi, andare da qualche parte non importa l’esito). In Agosto succede l’esatto contrario: chiudersi in casa un gesto volontario, pienamente consapevole, avvantaggiarsi nel tempo che manca ad un altro inverno, senza una meta, senza programmi da onorare. Il senso di isolamento diventa liberazione, la liberazione che si prova nel sentirsi completamente risolti.

Agosto è il pezzo perfetto per il mese da cui prende il nome. È universale, perché comunque sia andata per chiunque arriva sempre il momento in cui tornare alla base, inevitabilmente prima del 31 coincide con la certezza di non essere stati, in fondo, in nessun posto, in tutti i casi essere tornati esattamente da dove si era partiti. E allora a quale scopo brigare: chiudersi in casa, con o senza giornali porno, diventa a quel punto un’opzione da considerare per la prossima.

Ne ha scritti di pezzi in cui è fin troppo facile rispecchiarsi Fiumani, a valanghe; di tutti questo è il più carogna, il più inderogabile. Siberia suona diverso se ascoltato a vent’anni o a quaranta; Agosto no. Agosto è sempre lì, indistruttibile, immutabile come la stagione; in agosto fa caldo e si va da qualche parte, fanculo le metafore e via di mete altrimenti inaccessibili, compensazione e device sempre accesi.
Nel frattempo è uscito un altro pezzo con lo stesso titolo che ha colonizzato l’immaginario di chiunque con la canzone italiana abbia intrattenuto rapporti che vadano quel minimo oltre esami comprati all’università (ma comunque Sanremo se lo ciuccia ogni anno), e dell’Agosto di Fiumani – per non dire di quello politicamente consapevole di Lolli – è stata arata via ogni traccia da qualsiasi mappatura spaziotemporale. Ma dal 1998 in poi, ogni estate che Dio manda in terra, è a questa Agosto che ritorno.

Limitante

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(Any Other, 10 agosto 2016, Hana-Bi. La foto è scattata prima che cominciassero ed è sfocata ma giuro che erano loro)

La settimana scorsa, su un sito di cinema nel quale scrivo sotto pseudonimo, abbiamo parlato di una serie TV. Mi è scappato detto che è “una delle mie serie preferite di sempre”: una persona, nei commenti, ha obiettato che questo genere di frasi roboanti tolgono molto piacere alla lettura -poi magari la serie te la vai a guardare e scopri che è una cosetta da sei e mezzo che è piaciuta solo a me. A mia parziale discolpa, quando lo scrivo lo penso davvero. Non riesco a pensare ad altro e lo devo scrivere, in qualche modo: in questo particolare momento, nella mia vita, questa cosa ha tutta l’importanza del mondo. Domattina dovrò comunque alzarmi e comprare il pane, prenotare delle analisi o occuparmi di qualche altro problema di questo tipo. Di concerti come quello che ho visto stasera ne avrò visti mille: gruppi basso-chitarra-batteria che suonano da fermi e fanno solo le loro canzoni. Durante il concerto non è successo niente di speciale, non si è menato nessuno, la gente non faceva i cori, il bassista non ha collassato a terra ubriaco. Hanno suonato una mezz’oretta le canzoni del loro disco, non si muovevano, non c’erano i video, lei non ha spiaccicato parola. Di piccole magie come quella che è successa stasera, anche quelle, ne ho viste capitare a centinaia. Il gruppo parte un po’ timido e ingrana subito e suona da dio e le persone davanti, che prima erano cinque, adesso sono venti -e tra due pezzi saranno cinquanta, e in tanti smettono di chiacchierare anche se sono venuti a vedere L’Orso che suona dopo, e alla fine delle canzoni applaudono tutti e qualcuno urla e la gente sta bene. Il gruppo non ha fatto niente di particolare perchè succeda, ha tenuto la testa bassa, ha continuato a suonare le sue canzoni, niente di clamoroso. Certo, sono belle canzoni e le hanno suonate bene. Adele sembra fatta per star lì a morire d’imbarazzo con la sua chitarra, e quel filo di voce che in realtà è potentissima e perfetta e ogni tanto urla come una pazza e poi deve cantare una parte sussurrata ma le prime note vanno un po’ a puttane perchè ha spinto troppo sulla voce. Forse posso trovare un dato statistico che riesca a differenziare questo concerto da tutti gli altri che ho visto, e lo riesca ad inserire ragionevolmente nel mio percorso di crescita personale -magari è la prima volta nella vita che rimango stregato da un gruppo di persone che hanno la metà dei miei anni, che letteralmente sono troppo giovani anche per essere i miei fratelli minori. Ma le iperboli funzionano bene solo se hai un briciolo di coscienza di cosa stai dicendo, e di chi sono le persone a cui parli. Quelli che vanno a vedere questi concerti hanno smesso da tempo di cercare l’insolito o il soprannaturale.

Un’altra cosa che ho letto questa settimana era sul fatto che oggigiorno esce troppa musica, che è quasi tutta mediocre e i giornalisti musicali non riescono più a starci dietro. L’ho trovato odioso, quando l’ho letto così, e non ho molti controargomenti -è odioso e basta. Poi magari anch’io cerco di non farmi coinvolgere nelle dinamiche promozionali della rece e dell’intervista e dello streaming, e anche qui posso giustificarmi solo dicendo che, insomma, non è il mio lavoro e ci ho messo fatica e impegno per far sì che non lo sia. Quello che ci ho guadagnato in cambio è il privilegio di poter ancora assistere a un concerto piccolo piccolo che mi faccia venire la pelle d’oca, e sentire il bisogno di tornare a casa a scriverci sopra che ancora il concerto non è finito. È successo centinaia di volte ed è sempre bellissimo, è una cosa che mi tiene in pace con me stesso e credo sia il motivo per cui continuo a farlo. Come faccio a dire di cosa si tratta di preciso? È musica. A volte va male, a volte va bene, a volte viene voglia di partire con le iperboli e chi ti legge deve avere la malizia di fare la tara. Concerto della vita.

“Qualcuno in questa stanza ha pestato una merda”

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Una volta al liceo tornavamo dalla gita, e a un certo punto dentro il pullman s’è iniziata a sentir puzza di merda di cane. Era una situazione di merda, perchè eravamo già in autostrada per il rientro e fermarsi non era cosa naturale, e in effetti non si capiva manco da dove venisse. L’ipotesi, in ogni caso, era che qualcuno avesse pestato una merda fresca e fosse salito senza accorgersene. Insomma, tutti si sono guardati sotto le scarpe e hanno detto “ io non sono”. Una sola persona aveva detto una bugia, o non aveva guardato attentamente: sta di fatto che c’era voluta mezz’ora abbondante per trovare da dove venisse la puzza e costringere il coglionazzo/bugiardo a pulire le scarpe in qualche maniera e metterle in un posto che non puzzasse.

Questi giorni l’avete letto un milione di volte: “quando Carlo Conti fu nominato direttore artistico di Radio Rai, sapevamo tutti che sarebbe arrivato questo momento”. Carlo Pastore parla dell’imminente chiusura di Babylon il 24 luglio, che finisce la stagione qualche giorno dopo. È del 31 il messaggio di ringraziamento su Facebook. Un paio di giorni dopo Dagospia butta fuori un flash secondo cui Carlo Conti ha “silurato” Lillo e Greg, un’istituzione del palinsesto da più di dieci anni, e sta spostando Caterpillar a un orario meno trafficato. L’indiscrezione è confermata da Lillo stesso, che La chiusura di MU, dopo qualche indiscrezione, viene confermata da Matteo Bordone, che è anche il primo a parlare -senza mezzi termini- di incompatibilità tra la sua trasmissione e la rivoluzione promessa da Conti.

Passo indietro: la nomina di Carlo Conti a “direttore artistico” di Radio Rai (una carica creata sostanzialmente ad personam) è annunciata il 9 giugno. L’idea di tutti è che la radio pubblica è destinata a subire la stessa metamorfosi che era toccata al Sanremo di Fabio Fazio una volta subentrato Conti. Le intenzioni di Conti vengono esplicitate da lui stesso in un’intervista ad Avvenire che esce venti giorni dopo: “La vera sfida è ricollocarla un po’ un po’, riconquistare la generazione dei quaranta-cinquantenni abituati ad ascoltare la radio privata e che si sono allontanati dalla Rai. Negli anni le private si sono rafforzate, sono diventate sempre più professionali, i grandi network lavorano benissimo e hanno una fortissima identità”. Meno chiacchiere, più musica, più disimpegno, una politica diversa per le selezioni. I modelli non dichiarati sono le RTL 102,5 del caso, una sorta di spauracchio della FM di qualità. Da questa parte tira un articolo (insolitamente leggibile) scritto da Michele Monina e pubblicato il 14 giugno su Linkiesta, in cui il giornalista legge la nomina del presentatore toscano come l’ennesimo passo verso la creazione di un’oligarchia de facto del pop italiano, manovrata da boss machiavellici come Maria de Filippi, Salzano di Friends&Partners o Lorenzo Suraci di Rtl 102.5 (grandi amici o partner in crime di Conti da tempi lontani). Da una parte sembra un’interpretazione un pelo forzata: è vero che questa gente bosseggia un sacco in giro, fa comunella e tende ad espandersi in maniera aggressiva e saturare i canali major con gli artisti che hanno sotto contratto, ma dall’altra parte, nonostante i numerosi avvistamenti, nessuno crede davvero all’esistenza di Bianca Atzei.

Il giorno successivo, dopo la conferma di Lillo, si scatena un pandemonio sui social e Radio2 smentisce la chiusura di 610 la sera stessa, parlando di “una nuova versione del programma”. La petizione su Change per tenere aperto Babylon, lanciata il giorno prima, sta sui 1500 firmatari, e sono usciti articoli tipo questo che denunciano provincialismo e arretramento culturale dietro la chiusura del programma di Pastore.

(è tutto un po’ paradossale se si pensa che la prima comparsa di Carlo Pastore (a quei tempi ex-vj di MTV e fresca guest-star di X-Factor, in altre parole un volto televisivo giovane e hip) nel palinsesto di Radio2, mentre venivano cancellati programmi come Dispenser, venne accolta da molti commentatori con la stessa sfiducia e lo stesso malumore, e generò una piccola ondata di scandalo e insulti, a cui all’epoca credo di aver partecipato anch’io -insulti che, va detto, Pastore è riuscito a infilare elegantemente su per il culo dei detrattori, realizzando un programma di ottima qualità che s’è permesso di ospitare gente figa, incrociare bene lo spirito del tempo e non fare addormentare la gente)

La chiusura di Mu sembra essere la goccia. Esempio perfetto una nota pubblicata da Christian Raimo su Facebook il 3 agosto: “Il motivo è semplice: erano due trasmissioni molte ben fatte (…) portavano in radio quello che non ti aspetti. Erano, nel senso migliore, servizio pubblico.

Conti, l’ha detto e sostenuto, vuole che la radio assomigli di più a quella specie di sottofondo bimbiominkiesco che sono Rtl e Rds, hit del momento e cazzeggio continuamente interrotto, il grado zero della stimolazione neurale.“ Al di là del tono sprezzante, è un’idea condivisa da molti commentatori, soprattutto a caldo: c’è un’altra Italia, popolata di bimbominkia che ascoltano RTL, che Radio2 era riuscita a tenere miracolosamente lontana dall’airplay -e magari aveva anche portato qualcuno ad un ascolto consapevole. La nomina di Conti ha messo in chiaro che da qui in poi il bacino dei bimbominkia non può più essere ignorato, e anzi deve essere blandito, financo incluso nel processo produttivo. Un articolo di Andrea Coccia (stesso giorno) su Linkiesta sposa la stessa tesi disfattista, in relazione alla chiusura di 610 (che in realtà a giudicare dalle ultime notizie sembra più un reboot in qualche altra fascia, lo stesso che a quanto pare sta accadendo a Caterpillar). L’articolo di Coccia cita un editoriale di Grasso, che può essere considerato la fonte letteraria di maggior rilievo a supporto della tesi secondo cui Carlo Conti è il più fastidioso e incapace presentatore della TV odierna.

Il 3 agosto, insomma, è un tiro al piccione. Sono idee che hanno sempre pascolato per i cervelli della classe intellettuale italiana, in modo abbastanza bipartisan -un po’ Lenin, un po’ Bertrand Russell, un po’ Boris stagione 3. Soprattutto l’ultima è suggestire nel descrivere lo scenario: un network in cui lo spettro de la qualità ha imperversato per anni d’improvviso viene isolato e messo in mano a colui che più di tutti, in questo paese, negli anni recenti ha incarnato LA LOCURA. E poi c’è tutto il discorso sull’isolare le persone capaci per premiare l’incapacità. Il mindset della classe intellettuale contemporanea è particolarmente incline ad accogliere idee del genere: sono le stesse alla base delle tesi che nel 2016 si permettono senza problemi di questionare il suffragio universale: la percezione di una catastrofe politico/sociale imminente ed invisibile alla gente, che richiede necessaria la repentina estromissione del popolino dalla produzione intellettuale e l’affidamento delle sorti del paese ad un’elite di educatori. Ricorda tutto un po’ il monologo di Fabio Fazio all’inizio di Sanremo 2014, che parlava in qualche modo de “la bellezza” come atto politico e forma di eroismo -mentre un paio di operai minacciavano di buttarsi dal tetto dell’Ariston e Ligabue massacrava Creuza De Ma’ (non a caso Fazio a Sanremo venne sostituito da Carlo Conti). Quando il ragionamento è arrivato a questi termini, in ogni caso, tocca iniziare a pensare di aver pisciato fuori dal vaso.

Il giorno 3 inizio a scrivere un articolo che parla più o meno di questa cosa, e di altre che non ho letto in giro. Lo consegno alla redazione di un sito con cui collaboro la sera del 4, dopo essermi accordato sulle direttive. La pubblicazione è fissata per il 5 dopo pranzo.

Passo la mattina a lavorare ed è solo a tarda ora di pranzo che leggo la nota pubblicata su Facebook da Carlo Conti. Nella quale il direttore artistico di Radio 2 si scarica di dosso la responsabilità sui cambi di palinsesto (il compito del direttore artistico di RadioRai non è comandare o imporre o eliminare ma suggerire e coordinare lavorando con i singoli direttori di rete, i soli che hanno la responsabilità editoriale“), si lamenta della scarsa accuratezza delle notizie pubblicate (“basta una telefonata ai diretti interessati per sapere come stanno veramente le cose”) e smentisce categoricamente la cancellazione dei programmi. “Per la cronaca sia Mu che babylon sono regolarmente in palinsesto su radio2“, dice esplicitamente.

Continuo a guardare il post sul telefonino con una faccia da scemo. Sulle prime penso a una gag, ma la pagina è verificata. Scrivo al tizio del sito e gli dico di bloccare l’articolo. Chiedo a qualche amico che ne sa più di me, ma nessuno mi sa dire che cosa stia succedendo. Dopo qualche minuto è chiaro che chiunque a parte i direttissimi interessati (che non conosco personalmente) brancola nel buio più totale. Il mio articolo in ogni caso è morto e sepolto, e per diverse ore non riesco a far altro che aggirarmi bestemmiando all’interno del mio palazzo mentale in cerca da qualcuno da uccidere a colpi di roncola per questa cosa.

Ancora adesso non si sa niente di preciso. Lillo, Pastore e Bordone hanno confermato le epurazioni senza mezzi termini, così come Conti le ha negate. Ora sia Pastore che Bordone hanno confermato il contrordine e la messa in onda dei programmi -implicito lo smarrimento tra le righe di entrambi, sembra nessuno abbia capito bene cosa sia successo. Le ipotesi plausibili sono tante, ma nessuna convince fino in fondo. La prima è che ci sia stato effettivamente un malinteso, tra i direttori di rete e lo staff dei programmi, ma in realtà nel caso sarebbero come minimo tre malintesi uguali (cioè sia lo staff di 610 che quello di Babylon e Mu hanno capito, erroneamente, di essere stati purgati). La seconda è che Carlo Conti, o chi per lui, si sia spaventato a sentire la giungla di insulti e articoli a commento delle chiusure e sia tornato sui suoi passi; ma nel caso avrebbe potuto semplicemente farlo senza dare dei bugiardi ai conduttori dei programmi e costringerli, magari, a sbugiardarlo. La terza ipotesi è che ci sia stata qualche manfrina da parte della rete, e i conduttori dei programmi abbiano denunciato delle chiusure per generare indignazione pubblica e usarla come leverage, ma almeno per Bordone mi sembra altamente improbabile. Dovendo scegliere, direi che si tratta di una cosa a metà tra la 1 e la 2: può esserci stata un’intenzione di chiudere i programmi, può esserci stato un malinteso, il modo in cui tutto è stato ricicciato fa un po’ schifo e qualcuno è destinato a far la figura del coglione.

Come dicevo all’inizio: sei chiuso in un pullman, si sente puzza di merda, è colpa di uno dei presenti. Invece di farsi avanti, continua una polemichetta. Fa molto piacere che Mu e Babylon rimangano aperti, ovviamente: sono bellissimi programmi. Ma in una prospettiva temporale di lungo periodo è probabile che ricorderemo tutta la faccenda come la più ridicola polemica mai messa in piedi in seno a Radio Rai: da qui in poi nessuno guadagna niente a rincarare la dose. E ovviamente, alla fine di tutto, sembra proprio che i più grandi coglioni in tutta questa faccenda siamo noi. Che abbiamo letto/scritto/sottoscritto, che ci siamo indignati e che abbiamo augurato ogni male possibile al primo direttore artistico della storia senza alcun potere decisionale.
(Ovvio, la merda l’avevo pestata io.)