Francesca Michielin – 2640 (alla luce della cover della Dark Polo Gang eseguita da Dolcenera)

C’è questa cosa ultimamente, mi trovo ad ascoltare di frequente dischi di cui so fin dall’inizio che troverò bruttissimi. Recentemente mi è successo con 2640 di Francesca Michielin, un’artista contro cui non ho niente ma che riesco a inquadrare solo in un’ottica di prodotto che francamente mi fa cacare sotto dalla paura. Non è facile spiegarlo, e dovrei tirare fuori qualche idea da vecchiaccio, ma visto che in fondo i fan della Michielin hanno quasi tutti il doppio dei suoi anni, ci provo comunque.

Parto da qui: vent’anni fa un cantante italiano aveva il suo pubblico. Questo pubblico era abbastanza definito, aveva delle caratteristiche anagrafiche e culturali, e non si mischiava agli altri –ogni tanto succedeva, ma non così spesso.  Per cui ad esempio quelle che oggi la critica chiama “sperimentazioni” (due beat smerdati) il cantante XXXXX le poteva fare per interesse personale stando bene attento che queste non rompessero troppo il cazzo al suo pubblico di riferimento, ove per “rompere il cazzo” non si intende ovviamente la presenza di troppi suoni sintetici quanto l’assenza di canzoni alla XXXXX. A voi è mai capitato di ascoltare un disco e pensare “non mi piace perché è troppo elettronico”? Neanche a me.

Questa ideologia sopravvive tranquillamente in tutti i cantanti di quella generazione. Ad esempio Jovanotti si circonda da 25 anni di ospiti illustri e musicisti con le palle quadrate ma il nocciolo duro del suo pubblico è ancora composto, giustamente, da gente che di quegli ospiti illustri non sa cosa cazzo farsene. Lo stesso può fare ad esempio Cremonini, il quale archi e tutto quel che vuoi ma sta ancora in piedi perché cià i pezzi e nello specifico ha quei pezzi, roba tutto sommato simile ai primi anni di carriera. O che so, il fatto che Vasco abbia deciso di riconcepire il suo live come quello di un gruppo metal non gli ha dato un seguito metal. Ma al contempo ci sono nuove generazioni che non hanno iniziato a muovere i passi in un periodo più misto, più generico, dove non dovevi necessariamente scegliere se essere la Pausini o i CCCP, e quindi oggigiorno ci sono tanti ibridi, tanta gente che prova a infilarsi tra un genere e l’altro. Aggiungiamo una cosa: la canzone italiana non è più necessariamente la roba che la gente ascolta. I cantanti sanremesi hanno un pubblico meno numeroso e meno importante –gli Stadio, i più commoventi e meritevoli vincitori di Sanremo dell’ultimo decennio, sono passati con nonchalance dal trionfo sul palco dell’Ariston alla festa del PD di Varallo Pombia, o dove cazzo suonano di solito gli Stadio. I più attenti osservatori del pop odierno vedono in queste cose un eccesso di entropia, o comunque una situazione di squilibrio culturale, ma va detto che i più attenti osservatori del pop odierno sono le stesse teste di cazzo che mi hanno convinto ad ascoltare il nuovo disco di Francesca Michielin. Ma ponendo che abbiano le loro ragioni, la canzone italiana oggi è a un bivio: se vuoi crearti un pubblico devi provare ad agganciare qualcuno che riesca a vedere oltre Radio Italia. In questo si può spiegare anche il successo commerciale di gente come Thegiornalisti o Coez, cioè gente che viene da qualche parte e ha visto un’apertura e ci si è infilata, assumendosi in prima persona i rischi che questo comporta. È una cosa che si può apprezzare, e a dire il vero non è un concetto così differente da quello che –sempre vent’anni fa- voleva provare ad imporre commercialmente quel mistone casuale tra cantautorato e rock alternativo. Una volta mi pare di aver letto una frase del genere: “se i Verdena sono la risposta italiana ai Nirvana, portatemi qui davanti il tizio che ha fatto la domanda”. L’idea è grossomodo la stessa alla base della Michielin, ma applicata ad una diversa contingenza culturale: vent’anni fa la commistione era un bene assoluto, e al contempo si ragionava a compartimenti stagni. Banalmente, vent’anni fa nessuno di quelli come me si sarebbe sognato di ascoltare il disco di Francesca Michielin, perché qualunque gioia ci potesse ragionevolmente promettere non avrebbe pagato l’onta di averci sporcato la fedina musicale. Questo oscurantismo ha tanti lati negativi, sia chiaro. Primo tra tutti il fatto di averci precluso un mare di musica che oggi possiamo solo recuperare fuori tempo massimo o scegliere di continuare ad ignorare colpevolmente. Voglio dire, quale persona sana di mente potrebbe preferire un disco degli Strife a un disco di Mango?

Ma oggi il contesto è diverso. Abbiamo aperto le finestre e abbiamo sentito che aria tira, e francamente non c’è un cazzo da stare allegri. La filosofia della commistione ha fallito miseramente nei suoi principali obiettivi –creare dialogo, creare progresso, creare bellezza. E al contempo tutti ascoltano più o meno tutto, più per il bisogno di far trascendere tutte le discussioni che per altro. Oggi, tanto per dire, stanno smettendo di chiamarlo indie e iniziando a chiamarlo it-pop (una definizione cesellata dentro a Diesagiowave, il più grande merdaio formatosi in questi anni nell’universo sociale che gravita attorno alla Nuova Musica Italiana, e quindi per molti versi un preziosissimo laboratorio culturale; c’è un articolo di Fede Sardo su Noisey che ne parla), e questo è indicativo di una delle grandi sfide che questa musica sta lanciando a se stessa –conservare i livelli attuali di gradimento senza sbattere in faccia al pubblico l’immaginario del cazzo che ha messo in piedi. 2640 di Francesca Michielin è l’ultimo baluardo di questa idea, un disco pieno di quei momenti di testo orizzontali alla Calcutta stile “pensavo che non so cos’è l’indaco e che ti voglio tanto bene”, molti dei quali manco scritti da Calcutta –e molti dei quali sì. E nel momento in cui sei disposto a riconoscere che il singolo magari ha perfino una sua ragion d’essere, dopo aver sentito il disco intero come se qualcuno ti avesse messo del Rohypnol nel bicchiere e tu ti fossi svegliato nudo e pesto a un concerto di Galeffi, senza ricordare niente di come ci sei arrivato.

Dicevo, i giorni scorsi riflettevo su questa cosa e non riuscivo a trovare la quadra. Alla fine della fiera stanno tutti lì a buttare il piedino sul baratro dell’impossibile e nessuno che faccia mai un salto. Ma ieri cazzeggiavo su Facebook e ho visto Dolcenera che tanto per farne una si filma mentre esegue Caramelle della Dark Polo Gang al pianoforte. Ecco, se è mai successo qualcosa di anche lontanamente paragonabile qualcuno mi dica dove e quando, perché qua l’intellighenzia sta ancora a cincischiare di casse dritte situazionismo e Amanda Lear, e tutte le cose che ho messo su carta son buone sì e no per accendere il camino.

è uscito un nuovo disco dei Quicksand ma i vecchi dischi dei Quicksand sono meglio

A fine 2017 è uscito un disco nuovo dei Quicksand che si chiama Interiors, e se devo essere onesto è un disco con cui ho grossi problemi. Il suono e la struttura mi provocano una reazione immediata: nessuno suona in quel modo. Anche i (pochi) gruppi che provano a rifarsi a quel suono riescono a riprodurne alcune sommarie caratteristiche estetiche (break, suono compatto, eccetera) ma non hanno davvero la capacità di pensare la musica con quel tipo di generosità. Ma dall’altra parte il problema che aveva l’ultimo disco dei Rival Schools è presente in forze anche dentro a Interiors: non ci sono i pezzi, o comunque non ci sono quei pezzi, cioè i Quicksand sono ancora capaci di pensare in quel modo ma non più capaci di scrivere in quel modo –il che naturalmente fa finire tutto nel cestone delle occasioni sprecate. Queste cose le si prende sull’onda del momento: un nuovo album dei Quicksand è la dimostrazione che la musica vince sempre e/o che qualcuno doveva pagare la bolletta del gas. Ma dall’altra parte l’uscita del disco mi dà l’occasione di parlare di un momento storico di cui non si parla più così tanto, in cui una quindicina di musicisti scambiavano esperienze, collaborazioni e band, e hanno messo insieme una delle più clamorose discografie della storia. E quindi boh, ne approfitto per fare un riassuntino e consigliare qualche disco. 

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La storia si svolge a New York e inizia alla fine degli anni ottanta. Il giro accacì newyorkese è finito sulla mappa relativamente tardi, soprattutto in relazione alla tradizione musicale della città. Quando si impongono i principali gruppi della città (gente tipo Agnostic Front e Cro-Mags) la generazione immediatamente precedente sta già scappando a gambe levate dal genere, che nelle cronache sta prendendo una piega piuttosto violenta, per certi versi squadrista. New York si impone in questa fase come una delle scene più muscolari e osservanti in circolazione. Ci sono gruppi relativamente fuori asse, anche tra i più seguiti, ma è comunque musica veloce e cattiva. Uno di questi gruppi realizza quello che per molti è il miglior disco accacì mai uscito da New York, parere che credo di condividere. Il disco si chiama Start Today e l’ha realizzato un gruppo chiamato Gorilla Biscuits: meno metal e più melodico della media cittadina, nondimeno incazzatissimo, e pieno di canzoni strepitose. Le canzoni dei Gorilla Biscuits le scrive il chitarrista, un tale di nome Walter Schreifels, classe 1969, che nei ritagli di tempo suona il basso negli Youth Of Today (quelli da cui poi nasceranno gli Shelter). Nei ritagli di tempo dei ritagli di tempo Schreifels mette insieme un altro gruppo chiamato Quicksand, il cui intento originale è grossomodo lo stesso che avevano i gruppi storici dell’HC statunitense cinque anni prima –smettere di menare ad ogni costo, infilarci dentro un po’ di melodia, fare le canzoni e vedere dove si arriva. Ha già scritto qualche canzone, che sta ai Gorilla Biscuits più o meno come i Gorilla Biscuits stanno agli Agnostic Front –più melodica, più strutturata, più complessa, meno muscolare. I Quicksand hanno due chitarristi: l’altro si chiama Tom Capone e proviene dai Bold, altro gruppo di prima forza in città. Poi ci sono il bassista Sergio Vega e il batterista Alan Cage, che nella prima fase del gruppo si divide tra i Quicksand e i Burn, un altro gruppo pestone a cui il cantante Chaka Malik dà un plus vagamente quicksandiano (melodie abbozzate, influenze rap/soul e cose così). I Quicksand scalano la gerarchia sociale piuttosto in fretta, forse perché pure a New York i ragazzi si sono rotti il cazzo di fare a botte ogni sera: a pochi giorni dalla formazione sono già in studio a realizzare un EP, lo fanno uscire su Revelation (l’etichetta simbolo della città), iniziano a suonare in giro e fanno girare un sacco di teste dalla loro parte. Siamo nei primissimi anni novanta, il che significa che le major stanno per iniziare a proporre contratti a qualunque gruppo con meno di tre gradi di separazione dai Nirvana. Nel frattempo Burn e Gorilla Biscuits cessano le attività, quasi contemporaneamente. Chaka Malik formerà un gruppo col chitarrista Chris Traynor, chiamato Orange 9 mm.  I Quicksand diventano la band di Walter Schreifels e iniziano a suonare in contesti sempre più importanti. Quando finiscono nell’orbita di Polydor sono già arrivati alla loro forma compiuta, e nel 1993 pubblica Slip.

Provo a descrivere la musica: la base non è così diversa dalle cose diciamo lente dei Gorilla Biscuits, i riff hanno una progressione abbastanza simile e la stessa disponibilità melodica, diciamo così. I tempi dei Quicksand però sono molto più storti e complessi, per certi versi imparentabili a quel che stanno facendo gli Helmet nello stesso periodo –riffoni claustrofobici, batterie secche. Ma se gli Helmet si affidano quasi solo alla costruzione di un impianto sonoro brutale, i Quicksand sono un gruppo da canzoni. E Walter Schreifels sul microfono ci sputa il sangue in un modo che al confronto Civ (il cantante dei Gorilla Biscuits) sembra un chierichetto. Volendo usare un po’ di fantasia potreste metterlo all’incrocio tra tutto il giro noise rock delle varie T&G/AmRep (la roba più quadrata e meno rock’n’roll, tipo appunto Helmet, Mule, Janitor Joe, Girls Against Boys, Killdozer e simili), le cose grunge che hanno meno a che fare col metal classico (Nirvana soprattutto, ma anche Tad o Mudhoney) e certe cose indie che vanno nel periodo (Bluetip, Jawbox…). Com’è come non è, i Quicksand piacciono a tutti quelli che li ascoltano. Il secondo disco del gruppo arriva dopo nemmeno due anni, esce per Island (c’è una fusione all’interno di Polygram), si chiama Manic Compression e per quanto mi riguarda sta tranquillamente tra i migliori dieci dischi della storia della musica suonata.

Anche gli Orange 9 mm vengono firmati da una major, nella fattispecie EastWest, che pubblicherà Driver Not Included (un disco che poteva uscire per una major solo a metà degli anni ’90) lo stesso anno in cui i Quicksand pubblicano Manic Compression, e a un certo punto sembra quasi il battesimo di un genere musicale. Qualcuno lo chiama post-hardcore e mi pare una definizione corretta (nel senso che una volta ‘sta gente suonava in dei gruppi hardcore e adesso no). In realtà questa roba stenta un po’ a decollare. Gli Helmet dovevano esplodere definitivamente all’epoca di Betty, ma il disco segna la prima flessione commerciale del gruppo, che nel frattempo ha sostituito il chitarrista Peter Mengede con Rob Echeverria. I Quicksand, che ai tempi di Manic Compression sono il nome più in vista e hanno il tappeto rosso steso davanti a loro dalla critica, stanno scazzando pesissimo. È dall’uscita di Slip che stanno suonando ininterrottamente, esclusa la pausa per registrare il disco dopo; alla fine del Warped Tour si fiondano un’altra volta in studio, ma i membri della band vengono alle mani e il gruppo si scioglie. Lo split dei Quicksand è un po’ uno scossone, un po’ perché erano in tanti a puntarci e un po’ perché non è passato nemmeno un anno da Manic Compression.

Nel frattempo il punk è diventato un affare enorme, Green Day Offspring eccetera, e Walter Schreifels prova a tirarci su qualche soldo: rimette insieme i Gorilla Biscuits, scrive un intero disco e lo produce (anche se non militerà mai come musicista nel gruppo). Il gruppo prende il nome di CIV, il disco si chiama Set Your Goals e -fatta salva una minor rilevanza storica- è il miglior album in cui Civ abbia cantato. L’ennesimo passo falso del post-hardcore, si fa per dire, è Tragic degli Orange 9 mm, che per una serie di fusioni tra sottoetichette esce griffato Atlantic. A dire il vero non sembra nemmeno lo stesso gruppo: il disco è una sorta di esperimento a metà tra soul e groove metal, molto influenzato da certe cose crossover del periodo, e sarebbe davvero una delusione se Tragic non fosse il discone che è. Suppongo che non tutti fossero d’accordo con la svolta, in ogni caso: gli Helmet hanno buttato fuori Rob Echeverria (che andrà a finire nei Biohazard epoca Mata Leao) e hanno offerto lo slot a Chris Traynor, che accetta e lascia gli Orange 9 mm mentre Tragic arriva nei negozi. Le attenzioni di tutti però si sono spostate su un nuovo gruppo di cui si dicono meraviglie: Tom Capone dei Quicksand si è messo insieme a Peter Mengede degli Helmet e ha messo insieme una band chiamata Handsome, che prende un po’ dagli uni e un po’ dagli altri. Per loro si muoverà Sony, che nel ’97 farà uscire un disco intitolato semplicemente Handsome. A dispetto dei pronostici, è un po’ la chiusura del cerchio, il punto di arrivo dei tentativi di incasellare il cosiddetto post-hardcore dentro al pop-rock. Gli Helmet nello stesso periodo fanno uscire un disco praticamente identico, Aftertaste, registrato appena prima dell’ingresso di Chris Traynor, e anche loro si scioglieranno dopo il tour, più o meno in contemporanea con la fine dell’effimera esperienza Handsome (scazzi tra Capone e Mengede, il primo esce dal gruppo, il secondo non va molto avanti col resto della band). Nello stesso anno i Quicksand ricominciano ad annusarsi, si rimettono assieme, fanno qualche concerto, entrano perfino in studio per registrare. Poi finisce a botte un’altra volta. Walter Schreifels ha ancora la mano per le canzoni e mette insieme un gruppo nuovo, con gente di Iceburn e Gorilla Biscuits (parentesi: i CIV hanno provato a fare un secondo disco non scritto da lui, ma non è finita benissimo). L’idea è più o meno la stessa che dai Quicksand ha portato agli Handsome: squadrare il suono e provare qualcosa di più pop-rock, ma la classe è tutta un’altra. Island fa uscire United By Fate e per mezzo minuto sembra che Walter Schreifels ce l’abbia fatta. Poi anche i Rival Schools si sciolgono.

Alla fine vanno tutti più o meno incontro al loro destino. Schreifels ha continuato a fare nuovi gruppi, riunire i vecchi e pubblicare musica –anche a suo nome. A un certo punto le canzoni sono diventate peggio –mai brutte, nemmeno Interiors è brutto, anzi è bello, ma. Sergio Vega è andato a suonare il basso nei Deftones dopo l’incidente di Chi Cheng, Chris Traynor è diventato un turnista di lusso, Chaka Malik ci ha riprovato coi Burn nei primi anni duemila (scarso successo). Page Hamilton ha rimesso insieme gli Helmet senza nessuno dei membri storici, i Gorilla Biscuits hanno fatto la reunion e su Wiki figurano come gruppo esistente –a un certo punto Civ è finito in un casino per delle sparate non proprio illuminate da un palco. Tom Capone è ri-uscito dai Quicksand dopo essere stato beccato a rubare medicinali in una farmacia. Nel testo ho segnato una decina di titoli in neretto, e secondo me sono i dischi imprescindibili legati a questa storia.

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In morte di Dolores O’Riordan

“A casa mia ci saranno un 18.000 dischi e nemmeno una canzone dei Cranberries. La banale verità è che non hanno mai voluto dire nulla per me. Ovviamente non mi piacevano, ma nemmeno li detestavo. Serena indifferenza. Così sono rimasto un po’ spiazzato, ieri sera, vedendo la mia home di Facebook riempirsi di messaggi non di circostanza per la scomparsa di Dolores O’Riordan. Scoprendo che ha voluto dire tanto anche per miei coetanei, o per gente appena più giovane di me.”

Eddy Cilìa

“Come i Nirvana, come gli Suede (di cui i Cranberries furono spalla nel 1993), come gli Smashing Punpkins, il gruppo irlandese ha saputo stravolgere la grammatica e le regole musicali e ad impadronirsi della programmazione di Mtv, dando un calcio simbolico a Madonna e Michael Jackson, per dirne un paio, o, nel caso dei Cranberries, ai Chieftains e ai Clannad.”

Paolo Romano, HuffPost

“Erano gli anni dei ritornelli violenti, Zombie si contendeva lo scettro di canzone-manifesto di una generazione con Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. (…) Gli eroi musicali degli anni Novanta camminavano al passo con la morte, scherzavano con essa, la sfidavano (pensate ai salti folli di Eddie Vedder dalle torri dei palchi). Non esistono altre epoche della storia del rock che siano state falcidiate dalle morti tanto come i Nineties, morti per suicidio o per forme subliminali di suicidio: (…)”

Andrea Pomella, Il Fatto Quotidiano

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Qualche mese fa mi è capitato di risentire The Reason degli Hoobastank e mi ci sono fomentato abbastanza da decidere seduta stante di cimentarmi nella titanica impresa di realizzare la mia compilation FM-rock definitiva. È una cosa molto più difficile di quel che sembri: 20 pezzi che stiano perfettamente assieme e mi parlino della mia vita. L’FM-rock è un non-genere caro soprattutto a quelli della mia generazione: si tratta di tutto quel novero di gruppi, preferibilmente ottenuti in provetta, che venivano aggregati al carrozzone dei nuovi generi che spopolavano tra i giovani (grunge, pop punk, nu metal, garage rock) sulla base di uno-massimo-due singoloni da battaglia. Quindi gruppi come Stiltskin, 4 Non Blondes, K’s Choice, Spin Doctors, Goo Goo Dolls e simili, ad esempio. Ma anche singoli di incredibile successo di gruppi/artisti con una credibilità (casi clamorosi sono Soul Asylum o Liquido) e gruppi one-shot che si sono rivelati grandiosi. Questa roba ha un tratto comune: nella sua miglior incarnazione è praticamente invisibile al pubblico specializzato. È musica che vende bene nel mercato generico, spinta da radio e TV, confezionata a modo, su cui esiste una sorta di franchigia critica. Negli anni novanta andava ancora la vodka alla pesca e credo di averne bevuta una discreta quantità. Poi ho scoperto la vodka liscia e non ho più voluto sentir parlare di vodka alla pesca, e poi ho scoperto la vodka buona e non ho più voluto sentir parlare di vodka cattiva. Se non c’è altro intorno la vodka alla pesca è meglio che niente, e poi decidi che è meglio niente. Perché coi gruppi dovrebbe essere diverso? Ma la franchigia critica di cui sopra è stata applicata con troppa leggerezza, e a un certo punto ti trovi a riascoltare un singolino alla radio, e a cercare di rimettere insieme i pezzi, cercare di ricostruire una storia, qualcosa del genere. È uno dei motivi per cui la musica è così affascinante. Ho valutato decine-centinaia di canzoni, nel tentativo di arrivare a un totale di venti. Le regole si inventano sul momento: i pezzi troppo caricaturali (tipo Mmm mmm mmm mmm) non vanno bene, e bisogna cercare di inserire uno-due pezzi al massimo per ogni sottogenere, e cercare di tenere al minimo indispensabile i singoli fatti da gruppi buoni (gli Weezer sono il miglior gruppo FM-rock della storia, ma sono talmente buoni che inserirli è un po’ come dare uno schiaffo a tutti gli altri), e soprattutto bisogna cercare un flusso continuo che ti porti da una canzone all’altra senza traumi. Zombie l’ho scartata.

Zombie è uno dei singoli più ascoltati del 1994. Era una canzone così perfetta per l’anno in cui usciva da far pensare che fosse stata messa insieme da un’intelligenza artificiale: aveva gli accordi di un pezzo rock come quelli che andavano allora, aveva una linea melodica fascinosa che si sposava agli accordi, aveva delle tonalità molto scure che puntellavano la linea melodica, aveva un testo sinistro che scuriva molto le tonalità, e aveva un retrogusto epic-folk irlandese che ammantava il tutto e –scoprimmo con una certa sorpresa- ci stava benissimo. Beh, i Cranberries erano irlandesi. Il loro principale plus rispetto al resto dei gruppi con quel suono era la voce della cantante, che definire peculiare era un eufemismo: una voce femminile così, in quel contesto, era difficile anche solo da pensare. I Cranberries furono tutt’altro che un gruppo da one shot: lo stesso disco, No Need To Argue, generò altri singoli di grandissimo successo –almeno uno, Ode To My Family, era migliore di Zombie– e il gruppo mantenne la propria visibilità anche negli anni successivi. Non generarono veri e propri epigoni, forse perché la loro caratteristica principale non era replicabile e tutte le loro caratteristiche secondarie potevano essere copiate meglio da altre parti.

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Tra le cose che più vengono lamentate a chi scrive di musica, una delle principali è l’eccesso di autoreferenzialità: chi scrive parla troppo dei cazzi propri e anche nella critica tende ad anteporre le questioni personali a un racconto che sia più professionale e rigoroso. Ma nel dare la notizia della morte di Lemmy, sul proprio canale Facebook, i Motorhead misero un invito: “share stories”. La trovai una cosa molto bella: stringi stringi, certi gruppi è meglio raccontarli per cosa hanno significato nella tua vita.

Il valore storico dei Cranberries, dal punto di vista artistico e soprattutto narrativo, può essere discutibile: non hanno generato epigoni, non hanno cambiato le regole del mercato, non hanno mandato affanculo il papa in diretta TV e non hanno fatto 300mila persone a Knebworth. Non hanno fatto altro che venire ascoltati. Quando muore una Dolores O’Riordan, celebrarla da un punto di vista giornalistico può presentare qualche problema.

Tra le altre cose lamentate a chi scrive di musica c’è che stiamo invecchiando a vista d’occhio. Quasi tutti quelli che scrivono di musica oggi hanno vissuto in prima persona almeno un pezzo degli anni ’90 e possono fornire esperienza diretta. Il racconto di quel decennio, in ogni caso, non ne ha guadagnato in profondità; la principale idea storica di quegli anni si è cristallizzata al punto da farci credere che sia vera. I Cranberries sono senza alcun dubbio un gruppo generazionale: se hai la mia età ne hai una cognizione abbastanza puntuale, altrimenti no. Raccontare i Cranberries è complicato perché è complicato raccontare in generale un decennio di musica, il sistema di valori su cui si reggeva quel decennio e le impurità culturali che si annidavano tra le pieghe di quel sistema.

Una cosa stupida: negli anni ottanta, e oggi, distinguere tra un gruppo “vero” e un gruppo costruito a tavolino non era una cosa così interessante; nel decennio che ha seguito l’esplosione dei Nirvana era diventata uno dei principali punti di discussione. C’erano dietro dei meccanismi di autodifesa molto banali: i modelli musicali di quel periodo erano molto facili da replicare, i gruppi con una reputazione venivano incoraggiati a suonare in modo più standard, e si cercava di scremare sulla base delle informazioni che c’erano: da una parte quelli veri, dall’altra gli Stiltskin. Per molti di quelli che hanno iniziato ad ascoltare musica a quei tempi quel tipo di street cred è diventato un dogma, che oggi continua a creare discussioni su cui molti alzano il sopracciglio e/o mandano in culo l’interlocutore.

I Cranberries stavano più o meno in mezzo alle due cose. Erano senz’altro un gruppo vero, ma esistevano in un contesto diverso, molto meno interconnesso di quello che poteva essere ad esempio il britpop (che esplose in contemporanea ai Cranberries, grossomodo). Avevano un singolo dal suono grungy ma era abbastanza evidente che non fossero il classico gruppo creato in vitro per una pubblicità della Levi’s. Erano riconoscibilissimi, irreplicabili, si poteva valutare un acquisto del disco. Ma non potevano vantare un passato fatto di dischi usciti per etichette a prova di bomba: come la giravi, qualcosa non tornava. Verrebbe da definirli mosche bianche, ma in quegli anni non era così infrequente imbattersi in un gruppo con uno status simile. Mi vengono in mente i Counting Crows, ad esempio, o gli Weezer (che si rivelarono solo dopo un gruppo con la favella inesauribile), o tutta la seconda-terza gratta del grunge, i vari Stone Temple Pilots/Bush/Silverchair.

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I tre stralci che ho messo sopra testimoniano di un po’ di confusione generale nell’applicazione di questi valori. Ad esempio nella prospettiva culturale di un giornalista di reputazione granitica come Cilìa i Cranberries non sono praticamente mai esistiti, ed è stupefacente per lui accorgersi oggi che il ricordo del gruppo tra i suoi lettori è così vivo. L’intervento di Romano sembra orientarsi dall’altra parte dello spettro culturale, ma l’idea di base è la stessa –i Cranberries non erano gli Spin Doctors, e quindi erano i Nine Inch Nails. Una volta che hai deciso di sparare alto, tanto vale dichiarare che tra Zombie e Teen Spirit non c’era alcuna differenza e/o che nessun decennio come i novanta ha visto morire le rockstar.

Ecco, ai Cranberries va perlomeno dato atto di aver trasceso il racconto che la stampa più o meno specializzata sta facendo di loro. Di aver dato, sicuramente senza volerlo, una sfaccettatura di complessità in più a tutta questa faccenda, e di essere molto più saldamente custoditi nelle storie di chi li ha ascoltati. Forse non hanno avuto la capacità di definire davvero la propria epoca, ma Zombie ancora oggi ha una capacità di evocarla che non ha quasi nessun’altra canzone. Magari questa incapacità di parlarne in senso compiuto è indice del fatto che non siamo mai riusciti a risolvere davvero quel decennio, e magari la morte di Dolores O’Riordan è una buona occasione per riprovarci. Magari a questo giro andrà meglio. 

recappino 2017

 
Una settimana fa su Noisey è uscito un articolo che parla in maniera piuttosto critica dell’attuale giro di affari intorno all’indie italiano, e in questo articolo ci sono due o tre cose che mi hanno colpito. La prima è che parte da un casus belli di cui non sapevo assolutamente un cazzo: un certo Galeffi, l’ennesimo clone di Calcutta, ha fatto uscire un disco solista e sei giorni dopo ha tenuto un concerto a Roma che è andato sold out. La seconda è che tutto l’articolo si regge su un’idea di mercato musicale secondo cui le etichette indie italiane di punta (Garrincha, Maciste, 42, Bomba e tutto il resto) fanno la stessa cosa che faceva Sony nel 1993 (sfruttare l’hype intorno a un genere e pubblicare un mare di dischi-fotocopia per incassare un milione di assegni). La terza è il fatto che la uno e la due coesistono nella stessa persona, uno che sa cosa succede ma non sa esattamente cosa sta succedendo. Negli stessi giorni mi è capitato di leggere un articolo su Amargine in cui Madeddu si prende in carico l’arduo compito di debunkare la notizia secondo cui gli inediti di X-Factor erano finiti al top delle classifiche. L’articolo è l’esatto contrario di quello di Noisey, nel senso di estremamente informato in merito a certe questioni strutturali, ma mi ha creato lo stesso tipo di spaesamento. Ho solo una vaga idea di chi siano i cantanti di cui si parla, sono abbastanza confuso in merito al modo in cui le classifiche vengono stilate e non riesco a capire fino in fondo perchè la posizione numero uno delle classifiche sia una materia giornalistica -cioè in astratto credo di comprendere che per qualcuno questa cosa della musica abbia bisogno di venir pensata come un campionato, ma all’atto pratico non è esattamente la mia cosa. Un’altra cosa che sta succedendo ultimamente è che dei dischi che sono più presenti nelle playlist di fine anno, ne ho ascoltati sì e no il 60%, inclusi svariati titoli che ho ascoltato e pisciato via.
È che non ho più quel tipo di energia. Mi sono rendo conto tardi e male di molte cose che in linea di principio dovrebbero pure interessarmi, e nella maggior parte dei casi mi trovo a pensare che tutto sommato non abbia così tanto senso incaponircisi sopra. Non è colpa della musica, è colpa mia -su questo almeno ho ancora un briciolo di lucidità. Il brutto di fare questa cosa per hobby è che a un certo punto inizi a perdere il giro, e chi la fa professionalmente continua a guadagnare terreno su di te, e a un certo punto sono semplicemente più competenti e più bravi. Il bello di fare questa cosa per hobby è che una volta elaborato il lutto, hai un bagaglio più leggero. Per esempio non ti senti obbligato a inseguire una conoscenza di cui non hai più fame, né a formulare un’opinione su qualunque puttanata affiori in un raggio di trenta chilometri dai tuoi orizzonti culturali. I tuoi interessi e i tuoi rodimenti di culo non seguono un’agenda vera e propria, hanno una certa orizzontalità di cui non ti senti tenuto a rendere conto, e questo dà loro una certa dinamica. Il tutto si ripercuote ovvuiamente nel modo che hai di ascoltare la musica: si risparmiano le cartucce, ci si fida poco del parere altrui, si ascolta un quindicesimo dei dischi che si ascoltavano cinque anni fa. Bisogna cercare di avere un equilibrio interiore, o almeno credo.
Una cosa che mi ha colpito: quando è uscito il numero di dicembre di Rumore, che contiene la classifica generale dei dischi del 2017, ho scoperto che nei primi 20 titoli ci sono 5 dischi che avevo messo nella mia top ten. Essendo la classifica basata su un criterio democratico, direi che è la prima volta che l’ho visto succedere: di solito erano un titolo o due, a dir molto. Non trovo che il mio approccio alla musica sia così diverso, a parte il fatto che non riesco più ad ascoltare un disco metal dalla prima all’ultima nota (ma in questo caso credo sia colpa del metal, non mia). Ho semplicemente scavato di meno, o impiegato meno tempo a formulare opinioni o far paragoni, e alla fine l’ho fatta quagliare con quel che mi era rimasto sul piatto. Credo di aver fatto pace con una certa idea di musica, o di aver perso l’interesse nel lato divulgativo di questa cosa dello scrivere, oppure sono più vecchio e banale dello scorso anno, o -più ragionevolmente- tutte e tre le cose. Riguardando la classifica ho cercato di capire se nei dischi del 2017 che preferisco ci sia una specie di filo conduttore, una lezione di musica, una qualche indicazione di che cosa penso oggi dell’ascoltarla. Suppongo di sì.

Per prima cosa una confessione: nel 2017 ho riascoltato tantissimo un disco che nel 2016 mi aveva incuriosito e poco più, e cioè 22, A Million di Bon Iver. Quando è uscito l’ho ascoltato, l’ho liquidato come una cazzatina pretestuosa e una sega mentale incisa un po’ con la mano sinistra e un po’ con quell’idea dadaista ammerda stile Endless di Frank Ocean. Poi mi son reso conto che in realtà queste cose sono pregi, e che comunque 22 A Million è un disco chiave per comprendere una certa idea di evoluzione che sembra aver contagiato il folk negli anni che stiamo vivendo: per prima cosa è un disco di altissimo profilo, e poi affronta il proprio discorso sonoro in un modo molto dilettantesco e ombelicale, un po’ alla vediamo come va a finire. Incidentalmente è diventato la testa di ponte di una nuova idea di cantautorato che sta all’elettronica contemporanea come un tossico sta all’eroina (nel senso che cerca disperatamente di esistere nei momenti tra una botta e l’altra ma non ha poi così tanto successo). Quest’anno il maggior rilancio su questa posta è il disco di Arca, che è il mio disco del 2017 se devo dirne uno, e che soddisfa più o meno tutti i criteri di base che cerco nella musica oggi. Nella fattispecie: poco interessato alla buona fattura e molto interessato a raccontarsi, molto eterodosso, poco spendibile da un punto di vista culturale, emotivo in un modo lancinante e continuamente sopra le righe. Che è grossomodo la stessa descrizione che potrei fare del secondo disco in classifica e cioè Plunge di Fever Ray, che è pensato un po’ come una specie di sequel dell’ultimo disco dei The Knife e un po’ come una revisione apocrifa del bagaglio culturale dello studente di musica pop contemporaneo -retrofuturismo, hitech, hauntology, filocapitalismo sarcastico e bla bla bla. Il pregio di Karin Dreijer è che ormai pensa la musica in un modo diverso dagli altri, più artigianale ed entusiasta, e intorno a lei le cose ormai sembrano funzionare in un modo pazzesco. È un po’ un discorso simile a quello che potreste fare per le popstar contemporanee con un senso, tipo Kanye o Rihanna, ma in un contesto meno monetizzato e più libero da certi controlli -quindi una musica che ascolti e che sembra avere un potenziale espressivo inesplorato.
E francamente le playlist di fine anno che sto leggendo sono piene di dischi che sono l’opposto, e questo credo sia il principale problema della musica di oggi -tagliando con l’accetta, non c’è una vera differenza tra il disco e la descrizione che potresti fare di quel disco in quattro righe, il che è molto utile a semplificare l’esistenza in un momento storico come questo (nel quale un appassionato di musica ha bisogno di ascoltare 300 dischi nuovi all’anno soltanto per farsi un briciolo di visione d’insieme), ma ha un sacco di effetti collaterali indesiderati. Questo tra le altre cose riguarda un botto di cose che sono in tutte le playlist, soprattutto la roba un po’ più classicheggiante e roack stile Perfume Genius (il quale suppongo sia in tutte le classifiche perchè il disco degli Arcade Fire è davvero troppo brutto per potercelo infilare a cuor leggero).
Ma del resto di musica rock nella mia top ten 2017 ce n’è pochissima: l’unico disco davvero elettrico che ho voluto infilarci è l’ultimo dei The New Year, un po’ perchè è stato ignorato in un modo abbastanza vergognoso dagli appassionati e un po’ perchè, oltre ad avere delle canzoni gigantesche, è pervaso di una spontaneità e di un amore per la musica che nel mio caso è stato davvero contagioso. L’altro disco “rock” che ci ho infilato è quello di Edda, che comunque trascende la categoria in modo abbastanza lampante -è semplicemente il miglior disco dell’anno tra quelli cantati in italiano e fornisce tanti argomenti alla mia idea (di cui sono sempre più convinto) che in questi anni le canzoni migliori vengano da gente con evidenti problemi relazionali, o comunque da musicisti meno professionali e più spontanei. In questa categoria comunque il campione si conferma essere Mark Kozelek, che quest’anno ha infolato un botto di cose bellissime tra cui la mia preferita è il disco con Ben Boye e Jim White. Poi nel 2017 è uscito un disco che non ho il cuore di ascoltare spesso ma mi ha sconvolto l’esistenza, e ovviamente è quello di Mount Eerie, e anche qui si parla di spontaneità ed emotività e pensiero laterale. Tutto il resto di quel che ho apprezzato nel 2017 è roba che per un motivo o per l’altro mi ha interessato, questioni di casacca o semplice fomento. Jlin, SZA, Ziùr, Unsane, Lorde, Alvvays, Vince Staples, Pontiak, Algiers, Havah, Run The Jewels, Ninos Du Brasil, Bennett e boh un altro centinaio ma non ho una gran voglia di andare avanti diciamo. 

Propositi per il nuovo anno: vedremo. 

Il paradosso della penna d’oca

Due anni fa, a natale, ho ricevuto in regalo una ortenna d’oca. Nella mia famiglia acquisita c’è questa tradizione dell’aprire i regali di natale, è una tradizione che alcuni membri prendono con più serietà di altri ed occupa almeno una giornata. Nelle famiglie c’è spesso questa compresenza di caratteri umani intorno alla festa di Natale: c’è quello che ostenta il suo disprezzo per ogni cosa ad esso legata, e quello in genere sono io; c’è quello che ama cucinare, c’è quello che fa i bigliettini particolari (e quello sono sempre io), c’è quello che ama impacchettare e c’è quello che è specializzato nei regali ampollosi. Ad esempio, recentemente ho manifestato un qualche interesse per la scrittura a mano e questo mi ha portato in casa un sacco di queste cose –inchiostri forse pregiati, set di scrittura confezionatissimi, quaderni di pergamena old skool e una penna d’oca. Su Amazon sta tra i 40 e i 50 euro, è roba molto costosa insomma. Ma non è tanto il valore monetario dell’oggetto, è anche altro. Da bambino mio babbo ne aveva una, di penna d’oca, e mi ci faceva giocare, e forse una parte della mia spinta iniziale legata allo scrivere è dovuta alla bellezza di quell’oggetto e al privilegio di poterlo usare.

Poi vabbè, mi piacerebbe poter dire di averla stra-usata, la penna d’oca, ma guardando al biennio passato non l’ho fatto molto: di tanto in tanto la tiro fuori, più che altro, per non raccontarmi di avere strusciato un bel regalo che mi è stato fatto con il cuore. Non è che sia malfunzionante o che, anzi ha una bella gestione del peso, è più che altro un sentirsi imbarazzati per l’utilizzo, e quando hai uno strumento costoso in mano sembra sempre che tu debba vergare i versi della Divina Commedia e insomma non è il caso. 

(strusciare è il romagnolo per descrivere uno spreco di procedura –se per produrre un bene servono 10x e io impiego 11x, ho strusciato x).

Ma se avessi dovuto comprare una penna d’oca a quel prezzo, non l’avrei mai fatto. Non voglio imporre la mia idea al resto del mondo, è una scelta personale, ma se penso che con gli stessi soldi avrei potuto comprare una riserva semestrale delle penne e degli inchiostri che utilizzo abitualmente per fare schifo nell’arte millenaria della scrittura manuale, e fissarsi con le penne d’oca è come minimo una forma di consumo inefficiente. Ecco tutto. L’anno scorso a natale ho potuto sperimentare questa allegra circostanza: invece della penna mi hanno regalato un buono di X euro da spendere in cartoleria, facendomi felice come un bambino. Il tizio voleva appiopparmi una stilografica col manico di osso di vigogna, ma non se ne parlava nemmeno. 

Questo non toglie che la penna d’oca abbia comunque una ragione di esistere: è un bellissimo oggetto da regalo, fa figura e in una certa misura ha un mercato che prospera, nel senso che è ragionevole pensare che una grande città possa dare da vivere ad un negoziante che tenga nel negozio solo penne d’oca ed altri strumenti per la calligrafia di valore più estetico che tecnico. Ed è parimenti possibile che le caratteristiche di fisicità elastica della penna d’oca le permettano un uso non completamente identico a quello delle cannucce di plastica, e quindi una potenzialità radicalmente diversa in certi campi dello scrivere. E queste caratteristiche intrinseche all’oggetto possono sposare in maniera fruttuosa certe questioni ideologiche che in potenza possono produrre una letteratura qualificata -articoli che lodano e promuovono l’utilizzo di penne d’oca, sapendo più o meno di cosa stanno parlando e dando conto di una dimensione tutt’altro che banale. E a parte questo, è possibile produrre lavori calligrafici di valore artistico altissimo, impareggiabile, lavorando soltanto con una penna d’oca -magari autocostruita.

Questo però non è esattamente il mondo. Nel mondo si stanno affrontando temi di respiro vagamente più universale: ad esempio le persone scrivono sempre meno con la penna, e sempre più con il computer, e questo sembra avere implicazioni molto pesanti nel lungo periodo. I bambini introdotti molto presto alla scrittura digitale apprendono in modo diverso dai bambini che vengono tenuti lontano dai computer, e il potenziale è diverso. Attenzione: non si tratta di capire quale dei due approcci sia meglio dell’altro. Si tratta piuttosto di capire come affrontare da un punto di vista istituzionale le evoluzioni del sistema educativo. Ad esempio, mia nipote frequenta il liceo scientifico e si confronta quotidianamente con i compagni sui compiti, via Whatsapp, si mandano le foto delle soluzioni ai problemi, i dubbi, gli screenshot delle regole da ripassare e cose simili. Una domanda plausibile: si può, in queste condizioni, continuare ad insegnare facendo finta che gli smartphone non esistano? Non conviene investire su un’idea diversa di insegnamento, che abbia meno a che fare con lo sviluppo delle conoscenze individuali e più con lo sviluppo degli skill che serviranno a realizzare lavori collettivi? E fino a che punto conviene abbandonare l’impostazione scolastica tradizionale? Non ne so nulla, ma immagino la scienza dell’educazione sia squassata alle fondamenta da domande di questo tipo. Puoi evitare di portele ma è sicuro che un giorno dovrai pagarne lo scotto.

Viceversa, il mondo di cui sopra è colpito in maniera molto marginale dalla rimonta della penna d’oca. La si può utilizzare per farci cose bellissime, ed è piacevole leggere/scrivere qualche articolo che parla di realtà indipendenti che producono penne autocostruite o disegni realizzati a penna d’oca, in numeri che a volte permettono addirittura di farci qualche soldo alla fine del mese. Fa piacere sapere che la penna d’oca ha ancora una sua ragion d’essere. Basta mettersi d’accordo sul fatto che la penna d’oca non è il futuro della scrittura, che non lo sarà nemmeno tra cinque anni e che non c’è niente di drammatico in questa cosa. 

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(Ultimamente capita di leggere articoli sempre più esaltati e presi bene in merito al ritorno in pompa magna delle audiocassette)