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Sveltina: MAURO REPETTO

"ho tirato pugni da ogni parte solo per
uscire da un sacchetto di carta"

Non più di due mesi fa avevo parlato del “fallimento” di Repetto come di una delle più belle storie pop di sempre. Non era vero. “Una delle più belle storie pop di sempre” voleva dire solamente che l’incrocio tra i segnali di cui eravamo tutti a parte (l’uscita a buffo dal gruppo all’apice del successo, Zucchero filato nero, il film mai realizzato e le voci che lo davano riciclato a ballare in un costume da Pippo ad Eurodisney) e la riluttanza dell’Uomo a parlare hanno reso il personaggio di Mauro Repetto una specie di sinonimo a tutto tondo del concetto di CADUTA all’interno del pop italiano, in un ambiente nel quale la regola è di inseguire la propria seconda/terza/quindicesima chance senza fare una piega.

Repetto ha dato un’intervista qualche giorno fa per colmare i vuoti: venduta come una specie di esclusiva urbi et orbi, racconta la storia di una persona qualunque: ha staccato la spina, ha provato a fare la sua cosa alle sue condizioni, è andata male. Ha finito l’università, trovato un lavoro qualunque, messo su famiglia e un monologo teatrale da venti spettatori a sera. è in una condizione fisica invidiabile, gli intervistatori dicono che parla tranquillo e rilassato, nient’altro da dire. La “caduta” di Repetto è la storia di uno che ha provato una sola volta a fare una sua cosa e gli è venuta piuttosto male. Ripercorrerne le tracce all’indietro nella speranza di trovarci un insegnamento qualsiasi, o peggio ancora un monito, ci ha lasciato tutti in mutande. Nel frattempo è uscito un cover album degli 883 a cura di vari artisti indie italiani, e allora sì, magari viene da pensare che piuttosto trovarsi un lavoro e scriversi un monologo da venti persone a sera sia una delle più belle storie pop di sempre, ma la morale (se ce n’è una) è solo che il mondo è troppo piccolo e in crisi di risorse per contenere tutti noi e tutti i nostri sogni.

Navigarella: STIB JOBS AVEVA INDICATO LA STRADA

Scopro che il mio amico Giorgio ha un blog molto carino nel quale polverizza il concerto milanese di Merzbow. Aspetto contromosse  bolognesi, ma forse no.

Carlo Minucci AKA Gecco è il peggio sellout della blogosfera: dopo aver guadagnato milioni di euro con il post sul salvasalame, torna alla carica con un post su un coltello giapponese.  l’intento non dichiarato è quello di dare agli utensili da cucina la stessa dignità della musica, ma il processo non sarà completo finchè non useremo il coltello per sminuzzare i dischi dei To The Ansaphone e riporre i pezzi inutilizzabili all’interno del salvasalame.

I Soundgarden pubblicano il primo pezzo nuovo dai tempi di Down on the Upside, come accompagnamento della colonna sonora del film sui Vendicatori. A noi, come ci era capitato di raccontare in tempi meno sospetti, Down on the Upside bastava e avanzava. Qualcuno ai tempi mi ha accusato di non capire un cazzo di musica: aveva ragione. Il pezzo non è più disponibile.

Stib Jobs aveva indicato la strada. Sei o sette babbioni si mettono assieme per lanciare un appello su youyube contro il download selvaggio dei loro dischi (sta nel post sotto), e la rete s’impenna. La censura non c’entra, noi siamo per la rete libera. Noi no.

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Giuro, non sapevo che il nuovo Volcano The Bear stava su Rune Grammofon.

Infetta ha messo un pezzo sugli screenshot. Io nel frattempo ho scoperto -la mia fidanzata mi stava leggendo una di quelle riviste online di eventi in romagna- che esiste un rapper cesenate diciottenne chiamato Frèè che si lamenta del fatto che gente tipo Flaminio Maphia ha successo. L’idea di rap cesenate, per quanto mi riguarda, risale a una nuvola nera di autocoscienza anni novanta nella quale alcuni ragazzi alla moda avevano iniziato a comprare vestiti in un negozio in corso Cavour (esiste ancora) specializzato in oversize e simili, e/o a far girare terribili mixtape di rap italiano brutto in culo (ne esisteva, ne conoscevo un sacco, di alcuni mi dispiace ma ho perso le tracce ma anche su internet è difficile ritrovarle). E c’erano svariate sere in cui te ne andavi sotto la galleria salcazzo come si chiamava e c’era un cerchio di tizi vestiti oversize che facevano breakdance, tutti cloni di Vanilla Ice che nella mia mente meritavano di morire, poi ho iniziato a vestire oversize pure io, e poi a un certo punto in città era possibile vedere persino dei neri autentici e quindi tutti hanno mollato il colpo. Cesena non ha mai generato un gruppo rap appena decente. Vi posto il video prima che lo faccia qualcuno per lamentarsi di me.  

Dopodomani i Litfiba iniziano il tour. Un comunicato stampa stabilisce che ad ogni concerto entreranno gratis quindici operai in cassa integrazione, ponendo interessanti problemi per quanto riguarda il sedicesimo. Te l’immagini il buttafuori che ti rimbalza alla porta? “aò i 15 son già entrati mezz’ora fai, com’è che non ti sei mosso prima , sei cassintegrato, che cazzo altro avevi da fare”. etcetera. Non ho letto il comunicato, ma l’internet si sta abbastanza incazzando. Sarebbe geniale comunque iniziare a fare tour con il prezzo un biglietto calmierato a seconda delle fasce di reddito: se sei uno studente e vai a Nina Zilli, paghi al massimo la tariffa che un avvocato paga agli Ufomammut.

A proposito di confondere gli Ufomammut e Nina Zilli, un’oretta fa quelli di Rockit hanno messo online (in free download per i primi 15 cassintegrati che si linkano) un tribute album agli 883 e ora il sito è in down. Questo scatena orribili quesiti sull’uomo, ovviamente.

Una terza per il ventennale di Hanno ucciso l’uomo ragno

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Ho un amico che scrive sul Riformista e sul Corriere, pubblica romanzi e saggi per i principali editori italiani ed è fan degli 883. Finché non si deciderà a scrivere qualcosa di intelligente e bello sul più grande gruppo pop italiano dopo la brigata Osoppo  dopo i CCCP (ma forse neanche), mi tocca sprecare un pomeriggio di non-neve a parlare di un disco uscito esattamente vent’anni fa.

Vent’anni fa era un tempo venuto prima di ogni moda che riscoprisse qualcosa venuto prima – questo perché succedevano ancora cose nuove -, e siccome allora tutta la gente che contava aveva tra i 13 e i 16 anni, da bravi teenager avevamo deciso di scegliere una parte e di contrapporci l’un l’altro. All’epoca, peraltro, era semplice fare qualcosa del genere perché in tutti i campi c’erano solo cose fichissime, gli alternativi avevano i Nirvana, gli alternativissimi i Fugazi, i classic-rockers tutti i rockers classici non ancora vecchi, i popsters Michael Jackson, i rapper i Public Enemy, i metallari i Metallica, i metallarissimi Burzum, gli indie i Pavement e gli hipsters non esistevano proprio. Anche chi non si occupava di musica aveva cose fiche da fare, questo perché nemmeno Internet e le droghe esistevano e persino loro, per ammazzare il tempo, dovevano comprarsi dei dischi, tutta roba che gli appartenenti alle altre categorie all’epoca schifavano e che avrebbero poi riscoperto un sacco di tempo dopo (credo d’altra parte che nessun gruppo indie-pop post 2000 abbia mai scritto una ballata bella quanto la metà di Back for Good).

In questo clima di diffusa euforia – con i nostri padri appena tornati dall’Iraq, allora appena sconfitto per la prima volta – uscì Hanno ucciso l’uomo ragno, clamorosa e devastante instant-hit che, a un tempo, scolpiva per sempre nelle nostri menti preadolescenti 1) i primi, immortali riff di pianola e 2) che gli Stones suonavano blues, una verità lampante ma non per delle giovani menti a compartimenti stagni.

Ora, che un disco e un gruppo del genere possano essere apprezzati anche da cazziduri amanti di Jesus & Mary Chain e Osunlade, non credo suoni strano oggi, in questi tempi dove, come dice kekko (3-2), tutti ascoltano tutto (noi compresi) e s’è perso ogni senso; eppure era davvero difficile allora, quando non potevamo ammettere ai noi stessi tristissimi cantori di Down In a Hole che Pezzali&Repetto erano dieci volte più commoventi, veri, nostri.

C’è almeno una cosa buona che ti dà il diventare grande, e cioè che in fin dei conti puoi ascoltare ciò che vuoi, senza pensare a cosa pensano gli altri: mi sono comprato tutta la discografia degli 883 in cofanetto, e gli Alice In Chains non so più neanche dove li ho messi.

P.S.: La penso diversamente dagli altri, il capolavoro degli 883 sarebbe stato Nord Sud Ovest Est (da avere nella versione con bonus tracks, che comprende la rara L’ultimo bicchiere cantata da Pezzali), e La donna, il sogno e il grande incubo ha il pezzo più bello mai scritto in Italia (ovviamente “Gli anni”, ancora meglio nella versione live diffusa anni dopo)

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QUANTO ERAVAMO DISADATTATI: il mio terzo tempo, il quarto e pure il quinto

The dark side of the spoon

Diciamo la verità: Max Pezzali all’ultimo Festival della Canzone Italiana non ha fatto una gran bella figura. Si è presentato con una canzone che cercava disperatamente di rinverdire i fasti dei bei tempi che furono senza rendersi conto che non siamo più nel 1994 e la gente è molto cambiata, sia esteriormente che interiormente. Tanto per dire, i giovani che erano giovani allora adesso non sono più giovani ed i giovani di oggi sono diversi dai giovani di allora, sono molto più giovani (con tutto ciò che ne consegue in termini di autentiche illusioni come “mi posso vestire male come mi vestivo male quindici anni fa, tanto mi apprezzano perché sono quello che sono ma soprattutto perché sono genuino”, “posso di colpo presentarmi con una canzone uguale a quelle che facevo ad inizio carriera, tanto io sono così e mi capiranno comunque” , “sono finito artisticamente da almeno dieci anni ma fortunatamente sono uno che sta simpatico alla gente e dunque perdoneranno ogni mio tentativo di raschiare il fondo del barile” e “sono il riccardone della canzone giovanilista italiana”)(dopo aver espresso un pensiero del genere mi gira la testa, rileggendolo non ci capisco nulla ma va bene così). È stato triste vederlo in quello stato, con la voce incerta ed un testo che parla di un ipotetico secondo tempo, ennesimo prototipo di metafora calcistica per annunciare al mondo una sua rinascita che poi non si sa se sia davvero giunta a compimento sul palco sanremese. Davvero triste, mi ha fatto male.

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