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Excepter – Presidence

La musica di Excepter è una delle proposte più spinose della scena di rumore di Brooklyn, non offrenti appiglio facile per quelle che tentano di sintonizzare nella loro lunghezza d’onda nebulosa. I loro inceppamenti longform e improvvisati non sono sradicati in alberino-punk o psych-non schioccano come quelli dei loro dadi del nero dei vicini e collettività animale.

Gugolando* ‘excepter presidence’ esce come primo risultato una recensione inglese tutta ispirata, ed inserendola in Babelfish ecco quanto ne esce fuori. Il motivo vero è che The Scrivere questo Thee Sco, viaggio-acido fattone d’altri tempi, canna fumata a tarda notte alla fine solitaria di Via dei Sabelli, o più semplicemente ambient free-form che ricorda, che so, la musica che potrebbe essere diffusa dagli altoparlanti aspettando un concerto degli Animal Collective, è davvero difficile se si vuole evitare di utilizzare riferimenti di per sé insignificanti.

Non saprei descrivere a dovere la carriera degli Excepter: naturalmente come tutti i senza-vita e i nosferati di questo mondo conoscevo a

I simpatici Excepter

memoria Throne, del 2005, ben prima che gli Excepter esplodessero come vero e proprio fenomeno popolare -anzi POPolare come scriverebbero le riviste di muzika vere- con Sunbomber e poi, soprattutto, con Alternation; ma wikipediando ‘excepter’ in lingua inglese scopro orora con orore che da quel disco di facili motivetti estivi mi sono perso ben nove pubblicazioni lorde, che diventano mi sembra ben tre LP netti più un sacco di altre cose in mezzo. Ma ora, fermiamoci un attimo e ragioniamo: come si può parlare degli Excepter senza conoscerne le limited cassette releases? Sfuggono il senso del tutto, il quadro generale, il significato, la visione storica di un processo che porta una band di drogati a realizzare oggi un doppio cd di UUUOOOAI UOOOOEA, cioè suoni sali-e-scendi o anche pezzi (mattoni) di 20 minuti e più che dopo intro en passant di seicento secondi di rumore statico cambiano improvvisamente e diventano rumore non statico. Insomma, ammetto che tutto ciò che scriverò a proposito di Presidence non è circostanziato da una reale e approfondita conoscenza della nuova scena minimal-wave americana. E se condivido con voi il disprezzo profondo della norma e dei pezzi troppo facili e però, d’altra parte, non voglio finire nel facile albertosordismo del ‘so’ tutte ciofeche, so’ mejo ‘e canzoni, aridatece i guitar solo’, è davvero arduo parlare di un album del genere come se in qualche modo se ne dovesse consigliare o sconsigliare l’acquisto (so che non siamo a questo, nessuno ha più bisogno di nessuno per ascoltare nulla, in genere l’idea è più o meno: scaricateli tutti e poi Dio deciderà).

Ma proviamo a farla facile: Presidence è un set di due cd molto diversi tra loro. Se il disco è scaricato, diciamo che si avverte una certa differenza tra i pezzi 1-8 e quelli successivi, tutti molto lunghi tranne l’ultimo (si va dai 10 minuti della suggestivamente intitolata The Anti-Noah alle mezzore di Og e Presidence) e alquanto diversi tra loro. A volerla prendere con disincanto, si tratta in sostanza di cazzeggio per synth e drum-machine ed EEeEecOOOoodivOOCIIiii ed altri suonini inquietanti prodotti da non so quali aggeggi; a prenderla con serietà, si potrebbe dire che, se si vogliono evitare i riferimenti oscuri cui accennavo prima tipo che so, la No Neck Blues Band in collaborazione con Embryo, o The Sunburned Hand of the Man (che sì, lo so che queste sono vere e proprie rockstar per noi esseri anomali: ma a volte tocca venire a patti con la consapevolezza che c’è un mondo là fuori) , il massimo del popolare che mi viene in mente per descrivere questi suoni sono i Tangerine Dream del periodo pre-popolare. Quindi, un cazzo: è tutta una questione dello scegliere pregiudizialmente da che parte stare.

Ad essere filosofici, la questione sarebbe forse: ‘perché ascolti questo genere di musica, o perché ascoltano musica affatto?’ (la domanda è stata formulata in inglese e poi tradotta con Babelfish, assumendo così un tono sperimentale). Rispondere non è facile: si può davvero ascoltare un disco come questo? Ossia, aspetti meccanicistici a parte, è possibile trovare piacere nel gelido sperimentalismo minimale degli Excepter auto-spogliatisi di quelle parvenze di orecchiabilità delle loro precedenti uscite di metà decennio? Io, che pure di musica del genere ne ho ascoltata davvero tanta prima della pensione (ora apprezzo i Baustelle e tardi dischi di Tom Petty), penso – so – che può essere davvero bello, in una tarda notte di un giorno feriale, ritrovarsi con la sola compagnia di sparuti freaks & ghouls (ghosts & goblins) in un locale misconosciuto, gelido o caldissimo, e abbandonarsi al viaggio mentale e sonoro di un paio di ragazzi americani che improvvisano col synth a migliaia di anni luce da casa; e questa cosa so che la sanno tutti quelli che si sono trovati, che so, a un live notturnissimo dei Peeesseye o dei Black Dice. Dice quindi questa recensione inconcludente, che il nodo della questione sia se ascoltare un disco privandolo di tutto questo, o rimanendo all’oscuro di tutto questo, abbia un senso. Chi può amare Presidence già lo sa, ben prima di ascoltarlo: Das Zerstoren, Zum Geboren, direi con i New Blockaders (non so minimamente cosa significhi), o forse meglio, con Caetano Veloso, Um disco para entendidos.

Ashared Apil Ekur

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* Tentativo sperimentale n. 1 (in linea col disco degli Excepter) di produrre un neologismo che sia al tempo stesso più letale e fastidioso del progetto musicale di Violante Placido che il diavolo se la porti via / dopo una lunga e sofferta malattia (dice il famoso sonetto)