Crea sito

La rubrica pop di Bastonate che oggi si intitola speciale Blur live @ Milano, 28/07/2013

ho scelto la foto più brutta, tanto per infastidire l'eventuale lettore.
Ho scelto la foto più brutta, tanto per infastidire l’eventuale lettore. Ed il pezzo qui sotto è pure fastidioso ma me ne sbatto. Mica si paga per leggerlo, no?

Lo aspettavo da almeno dieci/dodici anni, lo aspettavi anche tu o forse no, in formazione originale con Coxon fuori e dentro dal tunnel della depressione, magari un cartonato di Coxon come a Sanremo nel 1996, un roadie al posto di Alex James idem come sopra, il documentario Ho sniffato un milione di euro ed il momento in cui Alex James diventa paonazzo perché vede un pusher stendere le piste di coca sul tavolino di vetro, Damon Albarn che pare invecchiato male ma in realtà è invecchiato benissimo anche se è senza un dente/ha un dente d’oro, Dave Rowntree non pervenuto ora come allora, però che palle è a Milano, con questo caldo Milano se avesse il mare sarebbe il Salento, Milano vale un giorno di ferie ed una maratona in autostrada, ci sarà sicuro gente che li ha conosciuti per Fifa ’98, gente che li conosce da sempre, gente che non li conoscerà mai ma che è lì perché è lì che bisogna essere, speriamo si mangi bene o almeno non ci si becchi un virus intestinale che poi se devi scappare in bagno durante il concerto è un casino, a me non è mai capitato ma ad un mio amico sì e non è stato per niente bello, speriamo facciano pure He Thought Of Cars che per me è la più bella, chissà se ci sarà qualche vip o al limite qualche twitstar che passerà tutto il tempo a postare cose senza vivere un attimo dell’evento, ho prenotato un albergo talmente vicino all’ippodromo che mi sento il soundcheck direttamente dalla stanza, oggi è domenica e non si pagano i parcheggi, andiamo lì presto che tanto c’è caldo ed entriamo in temperatura subito, tappa McDonald per un gelato gonfiabile, i ragazzini che al McDonald consumano tutto l’ammontare di connessione internet mensile per cercare di portarsi a letto tipe mostrando loro video musicali truzzissimi, coda chilomentrica, all’entrata regalano un magazine musicale dove all’interno viene pubblicizzato un European Tour di Nek con solo date italiane, che tamarro Nek, Nek che suona al campo sportivo di Papozze (RO) nel 1999 e dopo il concerto vomita negli spogliatoi, chissà se a Nek piacciono i Blur, chissà se ai Blur piace Nek, le note sono sette ed il mondo è bello perché è vario per cui potrebbe anche darsi di sì, sul magazine parlano pure di uno screzio pesante tra Robbie Williams ed Liam Gallagher ma a quel punto il mio cervello ha già mollato gli ormeggi, vorrei proprio una reunion degli Oasis ma mi pare praticamente impossibile, gli scazzatissimi promoter della Samsung che forse manco conoscono i Blur, c’è un tipo vestito da cartone del latte di Coffe&Tv ed io mi faccio una foto con lui prima che lo scoprano anche gli altri, andiamo nella bolgia o forse no, c’è puzza di sudore, due tipe parlano di status di Facebook e di un tipo che pubblica status di Facebook che fanno ghignare tantissimo, il 3G non funziona e molta gente è in crisi d’astinenza, scende il buio e ciò che vedi da lontano è solo il bagliore degli schermi degli smartphone in assetto-foto, mamma mia che schifo la camicia indossata da Damon Albarn, mamma mia che figo Damon Albarn, per me non è vero che si faceva di ero, Graham Coxon è iper-depresso e non ride mai, Graham Coxon era il vero genio dei Blur, Alex James ride sempre perché c’è rimasto sotto con la coca, Dave Rowntree è un batterista della madonna anche se non lo diresti, il tipo vestito da cartone del latte di Coffe&Tv è stato chiamato sul palco durante Coffe&Tv ed ora è una star, speriamo che almeno riesca a rimorchiare qualche tipa, i Blur si divertono tutti tranne Coxon, la scaletta è semplicemente perfetta e This Is A Low è qualcosa di superiore, ho visto uno con la maglietta dei Pooh, The Universal è sempre The Universal, Out Of Time con Coxon alla chitarra ti fa rimpiangere il suo addio ed è superiore alla versione su disco, Beetlebum stessa è decisamente superiore alla versione su disco, mamma mia Trimm Trabb e Caramel, Girls & Boys è stata un po’ sgonfia ma era il primo pezzo e sai il caldo, la birra, forse era solo questione di aspettative troppo alte, io i Blur li ho conosciuti con Girls & Boys, i Blur ad Un disco per l’estate 1994 dove c’erano Nikki che cantava L’ultimo bicchiere-gli Otierre-Ice MC-Jam&Spoon-tanta eurodance da autoscontri tipo Eins Zwei Polizei (Mo-Do R.I.P.), Popscene ha risollevato le sorti del live o forse ero solo io, durante To The End mi sono commosso parecchio, Tender l’ho cantata a squarciagola nonostante l’abbia sempre ritenuta un corpo estraneo nella discografia dei Blur, oggi non ho più voce Song 2 mi ha gasato a tal punto che ho voglia di giocare a Fifa ’98, il mio disco preferito resta sempre Parklife ed il live non ha fatto che confermarlo, una vita per uscire dall’ippodromo e poi ancora tappa al McDonald per un milkshake sintetico, spero non facciano mai un disco nuovo perché potrebbero rovinare tutto, dopo un live del genere sono talmente gasato che potrei anche digerire un brutto disco nuovo ed andare a dire in giro che mi piace tanto. Decideranno i Blur visto che siamo in democrazia.

PITCHFORKIANA: Palms, Locrian, Fuck Buttons, Valient Thorr, Jamie Cullum

ho cercato “BEARDO” su google immagini e mi si è aperto un cratere mentale

PALMS – S/T (Ipecac) I Deftones sono un gruppo del cristo e della madonna, e questa cosa me la ripeto spesso come una sorta di mantra che –sono convinto- ci darà un giorno qualcosa di più dell’emotività plastificata di mestiere in repeat che mi rende ormai impossibile riascoltare i dischi (per carità onestissimi) da Saturday Night Wrist in poi. Nel frattempo Chino Moreno esce fuori con l’ennesimo side-project, questa volta con tre Isis (non Aaron Turner) a confermare la sua fede nella Causa del metal, un genere che con l’altra mano giura e spergiura di non praticare. Del disco non serve che sappiate altro: Chino Moreno + gli Isis. A diciannove anni sarebbe stato il mio sogno bagnato, ma a diciannove anni queste cose NON SUCCEDEVANO e quando succedevano s’è imparato abbastanza presto che era meglio se continuavamo a sognare e a bagnarci; in dodici anni di progetti laterali s’è imparato abbastanza bene, comunque, che se c’è un genio nei Deftones non è sicuramente Chino Moreno. Per carità, onestissimo ma se non ha Stephen Carpenter dietro al culo fa fatica a esistere, proprio. Finisce che il disco dei Palms te lo ascolti per capire se a questo giro è riuscito ad infilarci un pezzo decente. Se vi fidate del mio NO potete risparmiarvi la solita sbobba in sei movimenti da otto minuti l’uno. Per carità, onestissimo. (5.0)

LOCRIAN – RETURN TO ANNIHILATION (Relapse) Non sono quel che si dice un cultore dei Locrian (proprio zero) ma tra gli ascolti sparguglioni che ho dato alla sterminata discografia del gruppo ho sentito roba molto migliore del primo disco di Return to Annihilation. Ne ho sentita anche di peggiore, certo, ma il punto è che era chiaro che il primo disco su Relapse avrebbe contenuto il solito minestrone di ambient dronata, sfoghi rumoristi e altre noiosità che permettono ai giornalisti di Pitchfork di citare gente il solito LaMonte Young, il quale mi perdonerete il caps lock ma voglio metterlo in chiaro NON NE HA NESSUNA COLPA. Ecco. Dicevo: il ritorno dei Locrian non è un discaccio da buttare, ma oltre a essere il genere musicale più noioso e inutilmente frequentato dell’ultimo lustro Return to Annihilation può essere tenuto in sottofondo a basso volume mentre cucini una torta salata vegan a una ragazza con una margheritina tatuata sul polso che mette piede sulla soglia di casa tua per la prima volta, e magari lei ti chiede chi è che suona e tu pronunci la parola Locrian alla francese. La domanda che ci poniamo, alla fine di tutto, è quando cazzo è successo che “un disco di metal estremo impossibile da mettere in sottofondo per creare l’atmosfera” sia diventata una richiesta irragionevole. Vaffanculo. (4.6)

FUCK BUTTONS – SLOW FOCUS (ATP) I Fuck Buttons hanno due problemi. Il primo è che fanno musica stupida, e questo non è un problema di per sè quanto legato al fatto che la gente che mediamente si occupa dei loro dischi scrive di musica per gestirsi un bizzarro piano di ammortamento della laurea al DAMS arte. Il secondo problema è che questa cappa di sovrainterpretazioni della loro musica finisce per grigliare i loro dischi. Vi spiego come la vedo io: il più bel pezzo mai realizzato dai Fuck Buttons, e la definitiva incarnazione della loro arte, è il remix di Andrew Weatherall della prima traccia del primo disco. Avete presente? Un bel riffone sintetico alla Growing-maniera con un beat a quattro quarti sotto. Ok, questa cosa sembra chiara anche al gruppo, che da Tarot Sport in avanti ha iniziato a legarsi progressivamente alla musica dance. Ma per via di tutte le irragionevoli aspettative accademiche legate alla musica dei Fuck Buttons e per il fatto che i FB non hanno gli strumenti cognitivi per soddisfare tali aspettative, i loro dischi sono trattati infiniti di come cazzo si possa scomporre la stessa sbobba in tre pezzi invece di tirarne fuori uno solo decente e tirato che abbia tipo il beat della traccia numero 1 e l’ubriachezza markstewartiana della traccia numero 3 ma con il riffone portante della traccia numero 2, o anche solo il riffone portante della traccia 2 ma con una cazzo di drum machine sotto. E così che i loro dischi, pur essendo divertenti e appunto stupidi e riascoltabili potenzialmente all’infinito, danno una sgradevolissima sensazione di cock-teasing che lascia stremati alla fine dell’ascolto. (6.4)

VALIENT THORR – OUR OWN MASTERS (Volcom) è difficile giudicare i dischi dei Valient Thorr sulla base della musica in essi contenuta (noiosetta) piuttosto che sul fatto che siano realizzati da dei malati di mente che li metti su un palco e ti tirano fuori il concerto del millennio e sulla base di questi dischi terranno altri concerti del millennio. Non lo faccio. (7.1)

JAMIE CULLUM – MOMENTUM (Universal) è il primo disco di Jamie Cullum che ascolto. Prima di oggi l’unica canzone che ho sentito di Jamie Cullum è quella che sta nei titoli di coda di Gran Torino e probabilmente se me lo chiedete il minuto dopo che l’ho ascoltata vi dico che è la più bella canzone mai incisa da un essere umano (in quella bizzarra dialettica sognorealtà che rende grandi certe canzoni in quanto di contrappunto a certe scene di film, tipo gli Audioslave per Michael Mann). A volte le cose non le ascolti perchè non vuoi rovinare IL SOGNO e LA PERFEZIONE, altre volte perchè hai degli altri cazzi per la testa; direi che nel caso di Cullum siamo più dalle parti della seconda. La buona notizia, ad ascoltare Momentum, è che a quanto pare non mi son perso niente. (4.9)

il listone del martedì: I DISCHI DEI PEARL JAM IN ORDINE CRESCENTE

pj

La seguente lista considera i soli dischi di studio dei Pearl Jam saltando a piè pari i live ufficiali, i bootleg ufficiali, le raccolte tipo Lost Dogs, i video e tutto il resto. Il motivo è abbastanza semplice: tutti i fan dei Pearl Jam sono individui a un passo dalla pazzia che pensano loro e solo loro di essere in possesso del SAPERE in merito al gruppo, dividendosi quasi equamente tra

(1)   protometallari ritardati che pensano da dopo Ten sia iniziato un progressivo sputtanamento della musica del gruppo che duecento dischi dopo non ha ancora impedito a molti di loro di continuare ad ascoltarne le nuove uscite;

(2)   ultras di Springsteen mancati e/o lettori del Buscadero in cerca di qualche musicista non-sgradevole uscito negli ultimi venticinque anni, così da poter camminare a testa alta e con la coscienza a posto almeno fino al 2016;

(3)   strani personaggi che gravitano immeritatamente intorno all’indie rock, già si cagavano i PJ ai tempi di VS e considerano il gruppo (vedi alla voce MACCOSA) una delle pochissime manifestazioni etiche all’interno del rock americano da grandissimi numeri, una specie di Fugazi del cock-rock.

Io faccio parte della terza categoria, ovviamente, il che mi rende in qualche modo ridicolo tra i ridicoli e oggetto di sfottò da parte delle altre persone. In particolare la mia fidanzata continua a sfottere il mio comprare nuovi dischi dei PJ nonostante in casa sia sostanzialmente proibito il loro ascolto, e mi continua a dire che secondo lei i Pearl Jam hanno inciso una sola canzone, nella fattispecie Long Road –curiosamente assente nei dischi dei PJ, può darsi le abbia spaccato un po’ le palle col DVD Touring Band. In ogni caso, che apparteniate alla categoria 1, 2 o 3 è sicuro che avete almeno trentadue anni, o in alternativa una psicosi gravissima che vi rende nostalgici di una stagione del rock che io al posto vostro ringrazierei il cristo di essermi evitato, non fosse altro per il fatto che Eddie Vedder continua ad essere la mia principale ispirazione nel vestire (parliamo di uno che sono vent’anni che guarda i vestiti nell’armadio e sceglie i peggiori). Insomma, l’idea di mettere in lista solo i dischi di studio che sono forse la cosa peggiore del gruppo (e quella che ho ascoltato di meno a conti fatti) è dovuta al non volervi ammorbare con le questioni da fan dei PJ. Ma sono qui ad assicurarvi che se ci trovassimo mai a parlare in privato sarei perfettamente in grado non solo di mettere insieme un doppio CD con i miei pezzi preferiti dei PJ compresa la roba non presente nei dischi lunghi, ma anche di registrarvene uno equivalente con le mie versioni live preferite dei suddetti pezzi. L’invito a voi, dunque, è di starvene buoni e non urlarmi addosso che l’ordine dei dischi è sbagliato, altrimenti vengo lì e vi elenco centocinquanta versioni live di Corduroy migliori di quella merdosissima contenuta in Vitalogy.

AVOCADO

Il principale merito dell’Avocado è di essere uno dei dischi più sbagliati della storia della musica e di avere una copertina tra le più brutte della storia della musica, quindi di brillare di una certa onestà di fondo che mette in pari con i propri demoni interiori. Questa cosa che i Pearl Jam abbiano inciso l’Avocado, tra l’altro, mette in prospettiva un sacco di cose, prima fra tutte la mia dedizione alla causa dei Pearl Jam –evidentemente non-assoluta, nel senso che non sono disposto a difendere l’Avocado e a dire che sì, tutto sommato l’Avocado insomma dentro c’è World Wide Suicide e subito ti viene su una voce da sotto la coscienza che urla VAFFANCULO e ti invita a riconsiderare qualsiasi altro disco di rock americano di merda uscito prima o dopo. Seconda cosa, vista da fuori è una nozione di base che dà una certa rispettabilità di fondo al mio parere: mi piace Backspacer ma detesto l’Avocado. I dischi dei Pearl Jam si dividono tra dischi decenti e Avocado. Il quale poveretto ha pure una copertina così brutta che la gente ha smesso quasi subito di chiamarlo Pearl Jam e ha giustamente iniziato a chiamarsi come l’oscena copertina di cui sopra.

TEN

Ten non è propriamente quel che si dice un disco di merda. Ten è un disco diciamo carino, in prospettiva, col difetto di essere prodotto in modo agghiacciante e di contenere un’idea di ROACK talmente cafona e deprimente che insomma, se avessi avuto pesantemente a che fare con Ten nel momento in cui era uscito è probabile che avrei odiato a ragione i Pearl Jam per il resto della mia vita. Che schifo Ten, davvero. Che schifo i Pearl Jam che in concerto potrebbero tranquillamente suonare una infarinatura di brani e cover sparse lungo tutta la carriera, un brano o due per disco, e poi eseguire Ten nella sua interezza allargando la cosa alle out-take di quel periodo tipo State of Love and Trust. Lo so perché è successo a Venezia un paio d’anni fa. L’unica cosa buona di Ten sono i pezzi, che effettivamente alcuni stanno tranquilli tra i migliori dei PJ (soprattutto i lentoni tipo Black o i pezzi-cafonata alla Alive); il mio desiderio da fan del gruppo 3 è che Ten fosse ri-registrato in blocco dai Pearl Jam dell’epoca Binaural o Yield, ma mi sono dovuto accontentare di averne una versione decente di tracce prese dai bootleg ufficiali con l’ordine cambiato (nel senso che l’ho fatto davvero e mi sembrava sensato iniziasse con una Release fatta a Seattle tipo nel novembre 2000, che idiota). I remaster usciti qualche anno fa non sono niente di che: sono canzoni che van proprio –tipo- risuonate in blocco e ributtate sul mercato. Ora è troppo tardi.

pj

BACKSPACER

Backspacer fa sostanzialmente vomitare fino a Just Breathe esclusa, poi diventa un bel disco in un modo del tutto insperato. C’è una teoria non moltissimo frequentata, tra i fan dei Pearl Jam, secondo la quale l’ingresso in formazione di Matt Cameron (anche in qualità di autore, appunto) sia stato la più grande sciagura mai capitata al gruppo dopo Roskilde. Sono abbastanza d’accordo. Poi i PJ infilano una terna di canzoni fichissime tra cui appunto Just Breathe (della quale pensate probabilmente male ma solo perché a un certo punto la sentivate quaranta volte al giorno alla radio), Amongst the Waves ed Unthought Known che sono tipo canzoni di Yield aggiornate ai PJ di adesso, cioè all’Eddie Vedder a cui sono stati estratti i genitali ed è costretto a cantare solo note alte e ben scandite.

BINAURAL

Binaural è più o meno sinonimo di disco brutto dei Pearl Jam, questo secondo una definizione popolare piuttosto frequentata secondo la quale il gruppo aveva portato a casa le penne con Yield ma adesso per favore anche basta. È il primo disco dei PJ (dai tempi di VS) non registrato da Brendan O’Brien, cioè il principale motivo per cui i PJ vanno ascoltati nelle versioni live e non su disco (Brendan O’Brien è davvero tipo il nemico, il lato oscuro del rock brutto anni novanta, la lista dei dischi da lui prodotti è impressionante per il quantitativo di cose brutte sul totale: si salva sostanzialmente solo Danzig II), ma il gruppo non riesce a staccarsi dal cordone ombelicale del gruppo e lo chiama a mixare. Che schifo Brendan O’Brien diobono. Il più grande difetto di Binaural è quello di contenere Nothing as it Seems, ma ci sono comunque cose buone da fan tipo God’s Dice o Thin Air e simili, voglio dire, come scivoloni ce ne sono stati di più brutti (tipo l’Avocado).

VS.

Ho conosciuto (nel senso di ascoltato un disco intero, era impossibile non conoscerli pure prima) i Pearl Jam ai tempi di VS., questo vuol dire essere devastato dai passaggi radiofonici e/o in discoteca della canzone più antipatica mai incisa dal gruppo (Daughter), antipatica in quanto passata in radio e disco e cassette di amici e birrerie più di qualsiasi altra canzone nella storia del rock anni novanta (Come as You Are al confronto è un pezzo fresco, per dire). Però VS contiene anche cose tipo Blood, anche questa sentitevela in qualche versione dal vivo magari, o tutte le altre canzoni buone di VS che dai, diciamocelo, non sono proprio pochissime (RVM, Dissident, Elderly stocaxxo, Go, Animal, etc). Pare che pure Betterman fosse stata registrata per VS, poi il gruppo se l’è tenuta nel cassetto e ha deciso di farla uscire in un disco dove avesse senso. Bravo gruppo. Dicevo, ho conosciuto i PJ ai tempi di VS., e questa cosa mi ha segnato molto. Avevi a che fare con ragazze che pensavano ne capissi di musica perché possedevi una cassettina di VS., le stesse che oggi pensano che tu ne capisca di musica sentendo puzza di sudore stantio uscire da sotto la tua maglietta il cui logo non riconosci ma diocristo sarà un gruppo del cazzo ascoltato da sedici persone. Allora tu magari cerchi di far vedere questa cosa e di comprare altri stracci ma più simili agli stracci che si metteva il gruppo e ti ritrovi in una classe di ventisette alunni di cui venticinque vestiti con una camicia a quadretti. Giuro su dio, è successo.

pj

RIOT ACT

Questo qua diciamo che è il mio premio-simpatia. Fino a Riot Act sono un fan prudente dei Pearl Jam, li odio ma mi piacciono i dischi, non so come spiegarlo bene. Considerato anche Binaural, tutti quanti s’aspettavano che Riot Act sarebbe stato il peggior disco della storia dell’uomo, quello in cui i PJ sarebbero diventati i vice-Springsteen ufficiali, un processo di degrado artistico e umano che andava avanti dai tempi di Yield. Questa cosa effettivamente succede, ma la prima volta che mi sento la prima traccia del disco (si chiama Can’t Keep e non sta, inspiegabilmente, in nessuna top ten del gruppo) mi metto quasi a piangere decidendo seduta stante che in realtà sono sempre stato un fan del gruppo ed è ora di accettarlo e iniziare a odiare qualcun altro –e per caso nello stesso periodo inizio ad accanirmi sui Soundgarden, voglio dire, quanto fa schifo riascoltare oggi i dischi dei Soundgarden? Mica dico quella cacata di Down on the Upside, dico in generale, anche roba alla Louder than Love. Che palle i Soundgarden. È vero anche che il resto del disco contiene robaccia alla Love Boat Captain e in generale non è buono quanto Can’t Keep, ma ci sono cose ancora molto belle tipo Save You o soprattutto I Am Mine e Thumbing My Way. La cosa peggiore del periodo Riot Act, in prospettiva, è che Eddie Vedder in questa fase ha i capelli corti e ricciolini e sembra un impiegato di banca capitato per caso sul palco al posto del cantante dei Pearl Jam. Davvero, Ed Vedder ha questo skill di passare da uomo più figo della terra a impiegato di banca con un taglio di capelli.

YIELD

È abbastanza chiaro che i tre dischi più belli dei PJ, specie se fate parte del gruppo 3, sono quelli in cui Stone Gossard smette di farla da padrone e il gruppo smette di vendere dieci milioni di dischi a botta. La battaglia più che altro è quale sia l’ordine esatto dei tre. Yield, comunque, è sicuramente il terzo. Cioè ci sono cose fichissime in Yield, tipo Wishlist è il singolo dei PJ che s’è sentito di più nelle radio generiche ma ancora oggi fa piacere che lo passino, nonostante il testo ormai suoni davvero atroce.

VITALOGY

NO CODE

Sono arrivato alla fine e non ho davvero voglia di raccontarvi perché sono così un fan dei Pearl Jam. Questi giorni li sto riascoltando perché li ho suonati in macchina con la bambina e lei faceva strane boccacce di apprezzamento.

La ragione per cui No Code sta davanti è che ha un po’ più l’aria da disco snobbato. Voglio dire, me lo sono ascoltato due milioni di volte ma ancora nel lato B c’è qualcosa che mi suona nuovo, mentre Vitalogy ha più quel che da scorpacciata di pezzi fighi che dopo un po’ stanca. E Vitalogy è registrato peggio, cioè in un modo che rende meno giustizia ai pezzi di Vitalogy che pure sono migliori di quelli di No Code (e di quelli negli altri dischi dei Pearl Jam, se è per questo). E le canzoni sono suonate tendenzialmente un po’ meno spesso ai concerti, almeno per quanto riguarda le cose migliori del disco (Sometimes, Off He Goes etc) quindi di questa cosa ce ne si accorge un po’ di più. Comunque siamo lì, insomma. C’è anche da dire che probabilmente No Code è il disco meno rappresentativo dei PJ di tutta la carriera dei PJ. Voglio dire, non ve lo consiglio per iniziare: uno si farebbe un’idea del gruppo tipo di una versione hillbilly dei Joan Of Arc che di tanto in tanto non si sa a quale titolo se ne esce con dei tiratoni hard rock tipo Hail Hail. E in realtà sono arrivato in fondo alla lista senza nessuna voglia di continuare a scrivere, quindi.

true believers e/o dischi stupidi: DREDG

I Dredg erano un gruppo di rock storto californiano. Il loro primo disco, Leitmotif, venne fatto uscire da indipendente a fine anni novanta e ripubblicato sotto il marchio Interscope nel 2001. Era una specie di outsider del periodo: se ne iniziò a parlare (non riesco a capire a che titolo) nel corso dell’esplosione del nu-metal, del quale vennero venduti a un certo punto come una balzanissima variante in salsa prog. Era un bel disco, Leitmotif. Non quello che si dice un disco con un senso, specie non se inserito in un contesto tipo “ha fatto poche copie da indipendente, lo prendiamo e lo facciamo diventare il gruppo degli anni duemila”, ma aveva qualcosa che funzionava. Sembravano i Jane’s Addiction emo e senza droghe dopo due anni di ascolto coatto di soli dischi incisi a Louisville, come avrei potuto tranquillamente scrivere (magari l’ho fatto) in una recensione a cui mettevo mano nel 2001. Un disco molto ruspante con delle belle chitarre grattone e un bel po’ di perizia tecnica. Successe che i Dredg diventarono uno dei nomi su cui puntare per il futuro.

Un anno dopo, grossomodo, arrivò la doccia fredda d’ordinanza. Il secondo disco della band si chiamava El Cielo, e suona più o meno come il suo titolo –cioè una cagata pretenziosa e senza senso, un disco che dalla sera alla mattina buttava in soffitta tutte le asperità del suono del gruppo in favore di, ehm, provare a diventare dei Tool ad interim (da dopo Aenima i Tool esistono solo nella mente dei loro fan e/o negli anni a cavallo dell’uscita dei dischi sempre più indifendibili a cui SI DEGNANO di mettersi a lavorare ogni tanto). La missione tra l’altro riesce in pieno. El Cielo (elaborato intorno a un concept legato a un quadro di Dalì col quale c’entra –se ricordo bene- la narcolessia) diventa la più redditizia panacea per progster di area heavy metal di tutto il decennio scorso, il centro caldo a cui ogni fan del bel canto cerca d’aggrapparsi con le unghie per dar conto di sé come persona di gusti raffinati e/o a trecentosessanta gradi. Queste cose nelle cerchie metal vanno un sacco. Perdo le tracce dei Dredg dopo aver ascoltato El Cielo dalla prima all’ultima nota: dopo un passo del genere le cose non possono che finire in merda. Dei dischi successivi ho notizia leggendo riviste, forum e blog musicali: versioni ingentilite del loro secondo disco, momenti di prog assoluto, “musica per gente senza preconcetti”. Vaffanculo. Oggi a pranzo mi trovo a cercare robe su Youtube e scopro che qualche matto ha caricato i pezzi dell’ultimo album (è uscito cinque o sei mesi fa) a mo’ di playlist. Il disco si chiama Chuckles and Mr Squeezy, il titolo suona un po’ come se fosse un disco dei Primus, è prodotto da Dan Nakamura e insomma decido di sentirmelo. Si tratta di una delle cose più imbarazzanti e sbagliate abbia mai sentito in vita mia, una specie di svolta trip-prog-hop degli Anathema buttata in caciara e/o fortemente influenzata da certe cose che potrebbero stare in un disco degli ultimi Incubus. L’etichetta per cui esce è la stessa dei Trail of Dead e si chiama, nomen omen, Superball. Decido di smettere di fare battutine stronze e dare una spazzolata alle recensioni sulle webzine di settore: a leggere certi pezzi sembra il disco più coraggioso e mirabolante della storia dell’umanità, regalatoci dai Dredg in uno slancio di creatività assoluta senza regole né rete di protezione, il più grande schiaffo alla musica commerciale di ogni tempo. “Un disco che dividerà il pubblico”. Geniali. Scopro su Wiki che il gruppo suona da quasi vent’anni e non ha mai cambiato formazione. Il batterista si chiama Dino Campanella.