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100 canzoni italiane #7: VOGLIO UNA PELLE SPLENDIDA

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Il 1997 fu un anno memorabile. Io compivo vent’anni e il rock in italiano stava abbastanza bene, come sempre del resto. Vasco Rossi era già diventato da tempo Vasco, quello dei tour negli stadi strapieni, preferibilmente contro la guerra in Jugoslavia o cose così. Ligabue aveva fatto il botto a inizio novanta e si era già svolto una fase di crisi e la consacrazione di Buon Compleanno Elvis. Nello stesso anno esce L’Albero di Jovanotti, il disco della mutazione definitiva da ex-buffone a colto notabile del pop italiano per eccellenza. I Litfiba pubblicano Mondi Sommersi, che chiude la tetralogia degli elementi ed è un po’ il loro ultimo disco. Questa è più o meno la roba che muove le grosse folle di giovani, negli stadi e nei palazzetti o dove capita. I club si riempiono per gruppi che si chiamano Negrita o Timoria, e poi c’è un periodo-cuscinetto in cui una nuova scena esistente da anni inizia ad imporsi al pubblico. È fatta di gruppi che si chiamano CSI, Marlene Kuntz, Afterhours, Ustmamò e via di questo passo: hanno fatto dischi per tutto il decennio, qualcuno di loro già negli anni ottanta, e poi d’un tratto sono in copertina sulle riviste e prendono soldi per fare il lavoro. O qualcosa del genere. Nel 1997 nascono anche MTV Italia e il Meeting delle Etichette Indipendenti, nella forma che conosciamo oggi. È una strana confluenza di caso, impegno e sfinimento. I gruppi che suonano in cantina suonano ancora come i Litfiba ma qualcuno sente di aver bisogno di qualcos’altro. Nel 1997, tra le altre cose, esce Hai paura del buio?; non il primo disco degli Afterhours e nemmeno il loro primo disco in italiano, ma il disco più adatto al momento più propizio. Nasceva il MEI, allo scopo di creare una rete ed ingrandire i numeri della musica indipendente italiana, per farla arrivare a più gente possibile. MTV Italia era un nuovo brand musicale e cercava un manifesto giovanile italiano o qualcosa del genere. Le avvisaglie erano presenti da anni ma è successo tutto in un lasso di tempo relativamente breve.

La questione su quale sia il tuo posto e quanto devi accontentarti di starci è vecchia e noiosa quanto il rock indipendente. Non è nata qui, come del resto non è nato qui il rock né tantomeno il rock indipendente; noi ci siamo presi le posizioni già standardizzate e abbiamo cercato di capire quanto fosse il caso di farle nostre. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno risolto da anni il conflitto tra alternativa e mainstream, trovando un modo di inglobare la prima nel secondo in un modo che i consumatori della prima riuscivano a percepire come sostenibile, e invece il cazzo, ma ormai è andata e viviamo in quel mondo lì. Noi (plurale generico) combattiamo con una percezione di arretratezza culturale che sospetto innata, congenita. Lecchiamo il culo agli americani, consumiamo i loro prodotti artistici e ne produciamo di nuovi che somiglino ai loro in quanto più avanti. Li promuoviamo in quanto giusti e migliori dei nostri; in alcuni casi li consumiamo in virtù del loro essere di nicchia o d’avanguardia, di parlare specificamente a noi in quanto ascoltatori esigenti; in altri casi pensiamo possano essere destinati ad un pubblico enorme, ma cieco e disinteressato, e spingiamo perché i nostri artisti preferiti e quel pubblico s’incontrino per un matrimonio che ci sembra scritto in cielo. In qualche modo il successo di questi artisti ci sembra una vittoria personale. Non so perchè succeda, è una di quelle mille sovrastrutture dell’arte che ci fanno sentire critici più preparati. Mia madre continua a raccontare la storia di quando vide Riccardo Cocciante a non so che festa dell’Unità e lui “era ancora sconosciuto”. È lo stesso processo mentale per cui ci sentiamo tenuti a dire che indossavamo le Converse All-Star anche prima che tornassero di moda, questa mentalità minoritaria e tribale che ci spinge (tra le altre cose) ad avere più familiarità con persone che indossano anfibi e scarpette giuste rispetto a quella che abbiamo con le persone che indossano Hogan. Fondamentalmente è una forma di fascismo di ritorno.

Nel 1996 la coalizione di centrosinistra vinse le elezioni, il che con un po’ di scienza politica creativa ci permise di dire che il Partito Comunista (scioltosi cinque anni prima) era andato per la prima volta al governo. Berlusconi dettava già legge ed aveva cambiato le regole del gioco. il governo lo facevano i notabili, gli uomini di punta. La musica s’era lamentata per decenni di come andavano le cose e all’improvviso c’era qualcuno con cui dialogare. In un Rumore del ’97 c’è una doppia intervista a Jovanotti (epoca de L’albero) e Modena City Ramblers. Il pezzo si chiama Ulivo al governo. Ai temi ho sentito sventrare il mio immaginario: non è tanto Jovanotti, uno che comunque erano anni che andava a caccia di consenso dentro al giro di gente che ascolta musica in maniera ossessiva, è il contorno più generale. Leggere i Modena City Ramblers dichiarare cose tipo (cito a memoria, potrei sbagliare) “Visco alle Finanze è una persona che mi dà fiducia” ti alzava da terra. Poi s’è scoperto che della sinistra al governo nessuno sapeva cosa farsene, e che la sinistra è una cosa e che il governo è un’altra cosa, e tutta una serie di concetti legati a questo. Imparavamo man mano che s’andava avanti com’era stare al governo, e poi qualcosa non ha funzionato e s’è capito che la colpa era tutta dei comunisti (non riesco a spiegarmela ancora oggi ma vabbè). D’Alema era già il grande paciere da un pezzo, Veltroni scalpitava da dietro con le sue menate.

Voglio una pelle splendida è la ballata pop più tranquilla dentro Hai paura del buio?. Il testo non so esattamente cosa significhi ma credo sia una cosa politica e parli della necessità di non sentire dolore. Ascoltai il disco con l’estasi delle recensioni dentro le orecchie e la trovai una canzone delicatissima ed eccezionale. C’era qualcosa di simile anche in Germi, ma non c’era comunque paragone. Formulai pensieri su quanto sarebbe stato bello un disco così spudoratamente pop degli Afterhours, su quanto avrebbe spaccato una canzone così a Sanremo, eccetera.

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Se gli Afterhours non fossero diventati gli Afterhours, e lo sono diventati con questo disco, avrei di HPDB un ricordo splendido. Un disco importante che arrivava in un momento nevralgico a sancire qualcosa che andava sancito. Poi gli Afterhours sono diventati gli Afterhours. Non l’hanno fatto da soli: lo stesso anno di Hai paura del buio? un disco di area affine (Tabula Rasa Elettrificata dei CSI) arriva primo nella classifica di vendite italiana. Per una settimana soltanto, ma è un momento importantissimo per quello che un libro di Alberto Campo chiama Nuovo Rock Italiano. Il MEI, come detto, nasce nello stesso anno. Poi i CSI smettono di esistere e gli Afterhours diventano in qualche modo il principale motore di questa scena. Agnelli mette insieme un festival itinerante di successo chiamato Tora! Tora!, a benedire il tutto. I Subsonica finiscono a Sanremo nel 2000 e danno la stura a tutto il movimento.

Il mondo da allora è cambiato un pochetto. Internet arriva in forze a fine anni novanta e tira una crepa sul muro. La gente ascolta sempre più musica e ne paga sempre meno, i gruppi continuano ad esistere in questo assetto. Il nuovo rock italiano è ancora lì e ci fa ancora la figura del nuovo. Manuel Agnelli si è affezionato al suo ruolo di portavoce di una non meglio identificata Musica Alternativa Italiana, uno di quei concetti inesistenti che contano su un pubblico di riferimento gigantesco. Sono andati a Sanremo per illuminare un’Italia musicale sconosciuta al grande pubblico, hanno messo in piedi un festival celebrativo e l’hanno lanciato con un articolo delirante. Hanno mantenuto la loro fama di buon gruppo fino a oggi, producendo dischi sempre più brutti ma mai davvero discussi (a parte forse Padania, paradossalmente una delle opere più emblematiche del decennio). Sono usciti allo scoperto altri gruppi più o meno simili agli Afterhours, nel suono e nella posizione mediatica. Non frequento molto i saloni della musica e i dibattiti sull’innovazione. Leggo interviste alle persone, continuano a parlare di SIAE e di sgravi fiscali. Sangiorgi del MEI non perde occasione di pontificare su quote radio e TV riservate agli artisti emergenti italiani. La gente dibatte perché ama mettersi dietro a un microfono o a una scrivania. Ci sono modi concreti di far evolvere la musica, ad esempio tagliare la testa ai gruppi vecchi di trent’anni che già agli inizi non erano poi così innovativi, proibir loro di esibirsi o di organizzare eventi o che altro. Non lo facciamo perché l’evoluzione della musica non è poi tutta questa priorità, e perché la loro musica ci piace più di molte altre musiche. Alla fine di tutti i discorsi HPDB oggi suona come uno dei dischi più normativi e noiosi della storia della musica, uno di quegli assi pigliatutto che sfoggiano eclettismo e visione da ogni solco, roba assolutamente tipica di una mentalità anni novanta di merda che si è estinta ovunque tranne che in questo giro di ascoltatori e critici. È un disco che sta lì buono buono ad accontentare tutti: c’è il pezzo un po’ noise, c’è il pezzo un po’ punk, c’è il pezzo cantautorale e la ballatona e poi si ricomincia il giro. L’anno scorso ne è uscita una versione celebrativa, con un disco bonus in cui i pezzi vengono risuonati con un guest diverso ognuno. Voglio una pelle splendida è con Samuel dei Subsonica. Alla fine del disco c’è anche Male di Miele cantata da Piero Pelù, a chiudere idealmente il cerchio.

E così, insomma. Se canzoni come Voglio una pelle splendida guadagnassero il palco di Sanremo, farebbero un figurone. Un mare di cazzate: se gli Afterhours del ’97 l’avessero presentata a Sanremo, sarebbero stati accolti a risate e scorregge e cacciati a calci (un destino tutto sommato simile a quello riservato alla loro canzone che al Festival ci andò, poi). Una sorte che magari, ai Litfiba di Goccia a goccia, sarebbe stata evitata. Voglio una pelle splendida è una canzoncina da cinque e mezzo/sei che se fosse stata stipata, così com’è, in qualche disco di Ramazzotti o del Blasco o chi per loro, sarebbe stata una cosa minore che non interessa a nessuno, e d’altra parte una canzone assolutamente meritevole di finire in dischi di questi artisti. E se Agnelli fosse finito a scrivere i pezzi a questa gente, l’avrebbero preso in molti come un riconoscimento.  Le canzoni vivono in queste bizzarre economie culturali: è sempre tutto un po’ più piccolo o più grande di quello che scopriremo qualche anno dopo.

 

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disegni:
Ratigher,
Bimbo Fango
pennarello su pelle splendida
2015

grattare i bugni non aiuta a farli sgonfiare (appunti vagamente legati alla reissue di Hai Paura del Buio)

civati

Devo arrendermi all’evidenza che in certi periodi non ho assolutamente un cazzo da scrivere, e questa cosa può andare avanti per mezza giornata o per mesi e suppongo che avere un blog per il quale ci si sente obbligati a postare almeno una volta ogni due giorni non sia quel che si dice un modo per fare rimarginare la ferita (ok, non si dice). D’altra parte qualcuno dovrà pur scrivere, mi dico, e poi viene una lista possibile di cose che non mi costa troppa fatica metter giù –infanzia, adolescenza, dischi noise, parlar male di Manuel Agnelli, classifiche di dischi, analisi dei costi eccetera. Per una questione legata al proliferare di listoni ridicoli su internet abbiamo smesso di postare i listoni del martedì, altrimenti questa settimana avrei messo la lista dei miei dieci pezzi METAL SOFT preferiti. Il METAL SOFT è il genere preferito da un ragazzo che ha spedito una lettera ripubblicata da Beatrice Borromeo sul Fatto Quotidiano in quella rubrica che parla della sessualità tra i quindicenni (una storia su questo: io a quindici anni mi ammazzavo scientificamente di pippe, per certi versi è un miracolo che sia sopravvissuto. Per capirci, a quell’epoca ero ancora piuttosto infervorato con il cattolicesimo e decisi che il giorno di natale avrei fatto il fioretto e non mi sarei masturbato per tutto il giorno, e una volta finito il pranzo in famiglia diventò davvero problematico gestire le continue erezioni mentre ero solo nella mia cameretta. Andai avanti a leggere fumetti e disegnare tutto il giorno, guardare film natalizi scemi alla TV e via di questo passo. Riuscii a mantenere la promessa; a mezzanotte e un secondo me lo presi in mano. Il giorno di Santo Stefano fu un party vero. Beh, avevo quindici anni. Il mio gruppo preferito erano i Guns’n’Roses. Perché ve lo sto raccontando?). Dicevo: i miei cinque dischi METAL SOFT preferiti. Rising Force del grande Yngwie Malmsteen, Make Yourself dei grandi Incubus, l’eponymous e unycous album dei grandissimi Impaled Northern Moon Forest, Zenyatta Mondatta dei grandi Police e soprattutto il grandissimo Load degli altrettanto grandi Metallica anche se ad essere sincero un paio di questi dischi non li ho mai ascoltati e di Load mi ricordo solo cose tipo Hero of the Day e il viso del grande Jason Newsted. E poi ovviamente la reissue di Hai paura del buio?, il disco indie italiano più importante degli ultimi vent’anni secondo numerose classifiche, ivi compresa quella di Bastonate (secondo posto Testa plastica dei grandissimi Prozac+, segue la grande Carmen Consoli di Mediamente isterica). Dicevo, la reissue di Hai paura del buio?, che da ora in poi di chiamerà HPDB perché scriverlo per esteso e con il punto interrogativo mi fa uscire il caps lock automatico, consta di un remaster non necessario (non sto cercando di convincervi che lo sia, è solo una mia opinione) e del disco reinterpretato da artisti affini (Finardi) e meno affini (Bachi da Pietra) agli Afterhours. Per capirci dopo il rilevante contributo di Damo Suzuki alla intro, la prima cosa che succede è che Edoardo Bennato si prende la briga di cambiare il testo a 1.9.9.6., con il risultato che le prime tre parole del bonus disc di HPDB non sono “Porco cristo offenditi” ma “Sì lo so”. Poi c’è Greg Dulli che canta in italiano, Sangiorgi dei Negramaro che non prende Rapace  con l’umorismo che servirebbe e via di questo passo fino alla fine del programma. Al confronto, per capirci, il fatto che Joan as Policewoman in Senza Finestra sembri fatta di ritalin ce la fa piacere; e come detto non riesco più a scrivere quindi ciccia. Per carità, c’è pure roba figa a cercarla col lanternino. I Bachi da Pietra non è che smettano oggi di essere un brutto gruppo, Punto G è migliore nella loro versione che nell’originale, ma il resto è un massacro vero e/o il disco più fieramente ridicolo (e quindi per certi versi interessantissimo) da un po’ di tempo a questa parte. Sul finale Piero Pelù canta Male di miele. Come sempre per Agnelli il gioco vero è cercare di capire se certa roba che sembra palesemente fatta per il LOL in realtà nasconde un disegno più grande e diabolico e ambizioso di svaccare tutto lo svaccabile o chissà che altro, e nel caso è un disegno che nasce più o meno ai tempi de Il Paese è Reale e continua imperterrito –e nel caso la cosa eccitante non è tanto la reissue di HPDB ma il passo successivo, magari Agnelli giudice di The Voice Padania a blaterare di Area Sonic Youth (li avete mai chiamati YAUTH?) e gentaglia simile mentre l’opinione pubblica si spacca. A proposito, vi ricordate quanto erano fighi i tempi in cui ci si spaccava in due tra bontà e cattiveria della musica e dell’etica legata alla musica, invece che spaccarsi in merito al fatto che sia proprio/improprio rompere le palle a uno che fa il suo lavoro. Come se i dischi fossero sottopentole.

(per cui insomma, quando non si ha un cazzo da scrivere non si dovrebbe scrivere.)

Abbassare il livello: MANUEL AGNELLI E IL SUO NUOVO FESTIVALINO.

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La prima cosa che si nota è che nel servizio fotografico ultraeffettato del numero di XL uscito questi giorni in edicola, Manuel Agnelli somiglia clamorosamente a Noomi Rapace. La seconda cosa è che nell’editoriale del numero, il direttore Luca Valtorta fa riferimento a una copertina del 2009 che portava il titolo HAI PAURA DEL BUIO?, “come una delle più belle canzoni degli Afterhours“. Questa cosa (essendo la canzone Hai paura del buio? uno skit di trenta secondi di svisate sintetiche a cazzo messo all’inizio dell’omonimo disco) la dice lunga di quali e quante siano le relazioni pericolose tra la musica italiana, la mente dei direttori delle riviste generaliste di musica e la mente di persone come me (che tutto sommato sono d’accordo: quei trenta secondi sono molto meglio di quasi tutto quel che viene da lì in poi). La notizia del giorno, aspettando delucidazioni sull’ennesimo arresto di Varg Vikernes, è che tra settembre e ottobre inizierà un nuovo festival messo insieme da Manuel Agnelli. Si chiama HAI PAURA DEL BUIO?, come una delle più significative canzoni degli Afterhours, e schiera uno accanto all’altro musicisti, fumettisti, attori ed artisti di vario altro genere nella dichiarata speranza di svegliare l’Italia dal torpore culturale in cui è piombata da decenni. Non è quello che scrivono: quello che scrivono è peggio. Il sottotitolo del pezzo è

Non c’è gioia. Non c’è rabbia. Non c’è passione. Non c’è voglia di stare insieme nè di tentare strade diverse. Ecco perchè questi artisti hanno deciso di reagire. E XL con loro. Contro l’apatia e la rassegnazione.

L’articolo è molto peggio di così: una serie infinita di luoghi comuni sul fatto che la cultura viene osteggiata a spron battuto dalla politica. A dire il vero sembra più una fissa di Valtorta che di Agnelli: lui parla di altre cose, come se fosse il primo essere umano ad aver pensato di mettere musicisti e fumettisti dentro lo stesso festival. E risponde a domande un po’ tendenziose nella maniera odiosa e respingente che chiunque abbia mai letto un’intervista a Manuel Agnelli conosce abbastanza bene da non rimanere stupito, coprendo il tutto di quel manto di religiosità. Sul finale dell’intervista ad Agnelli c’è spazio perfino per una stoccata dell’uomo alla stampa musicale, la quale vive nel paradoso di essere tenuta ad informare e di scegliere di non farlo. Naturalmente ad Agnelli sfugge abbastanza in blocco il fatto che se la stampa si mettesse a fare un lavoro di informazione culturale certosino sbattendosene dei favori agli amici e del resto, probabilmente un gruppo come gli Afterhours sarebbe stato costretto a sciogliersi a calci prima che cominciasse il lato B di Non è per sempre. All’intervista segue una serie di dichiarazioni lasciate dagli artisti che aderiscono. La maggior parte sono beccamorti sul viale del tramonto, ma c’è anche spazio per qualcuno che rispettiamo: Fuzz Orchestra, Zerocalcare (che comunque dovrebbe SMETTERLA di usare la frase “vengo dai centri sociali” tutte le volte che gli chiedono di aprir bocca), volendo gli OvO. Dispiace, certo, che si siano messi al servizio dell’iniziativa.

La quale, in realtà, non è che sia chiarissima. Sarà un festival itinerante tipo Tora Tora ma non limitato alla musica, per ora ci sono tre date in posti giganteschi (Alcatraz, Auditorium Parco della Musica, il Traffic Festival a Torino), a cui parteciperanno tutti gli artisti che vorranno ma senza cachet. Le parole di Agnelli sono chiarissime:

“Non critichiamo chi non vuole esserci. Stiamo semplicemente offrendo un’occasione. Chi vorrà esserci avrà il suo spazio: non ci saranno guadagni per nessuno. Chi vorrà esserci verrà a rimborso spese: non ci interessa parlare di budget e cose simili, altrimenti diventi come tutti gli altri festival.”

Rimane da capire cosa significhi “non ci saranno guadagni per nessuno” in una situazione pubblica che potrebbe ospitare, boh, quattromila persone a data che poniamo non paghino un biglietto d’ingresso ma porca eva berranno birre, giusto? Non verranno servite birre? Verranno spinate birre al costo? Verranno spinate birre a cinque euro il bicchiere? A chi verranno devoluti i soldi che rimangono? Ai bambini poveri? Alla ricerca contro gli inestetismi della pelle? Ai gestori del locale? Difficile a dirsi. Naturalmente non attaccheremo nemmeno la pezza su quanto sia stupido lamentarsi del fatto che non ci siano “gioia/rabbia/passione” e “voglia di stare insieme” in piena stagione di festival e negli anni in cui (credo sia evidente a chiunque) è più facile uscire di casa e beccarsi una roba interessante senza manco prendere l’auto. Dispiace che Agnelli continui a volerci “mettere la faccia”, questo sì: basterebbe l’esperienza de Il paese è reale per mandarlo in pensione a calci. Ve lo ricordate Il paese è reale? Una compilation degli artisti indipendenti più interessanti d’Italia trainata dalla partecipazione degli Afterhours a Sanremo. Tutti i nomi realmente interessanti (Zu, Settlefish, Disco Drive) si sono sciolti, alcuni sono spariti dai radar (Benvegnù), altri hanno iniziato a fare schifo due minuti dopo l’uscita della compilation (TdO). Gli altri stanno più o meno prosperando nella loro inesistenza artistica.
Alla fine non mi disturba l’idea di mettere insieme l’ennesimo festival di roba triste e italiana come tanti ne succedono in giro per l’anno. Non mi disturba nemmeno l’idea che questi rottinculo dichiarino senza problemi che non ci siano coraggio e “voglia di stare insieme” buttando evidentemente nel cestino i NoFest, gli Handmade, gli Abbassa, i Soglianois, i Summer Days, gli AntiMTVday,  gli Indierocket e tutti i festival a cui questi qua non partecipano per motivi che vanno dal non essere invitati al cachet irragionevole. Non Non mi disturba neanche che i fan andranno in massa all’Hai Paura del Buio? Fest credendo di essere parte di qualcosa. Mi dà fastidio invece che esista una situazione culturale di stallo che riguarda quasi esclusivamente questi beccamorti e la loro cricca di amici, che qualcuno di quelli che ascolto abbia un qualsiasi desiderio di farne parte, che questa gente trovi ancora un appiglio qualsiasi nella stampa e nelle istituzioni e che tutto questo venga fatto lamentandosi di quanto la cultura in Italia sia retrograda, osteggiata dai potenti e bisognosa di atti politici. Sulle spalle di decine di migliaia di persone che tutti i giorni si svegliano e fanno qualcosa di buono (postare sul loro blog, disegnare un fumetto, mettere in fridaunlò il loro disco, organizzare un concerto dietro casa) senza sognarsi di chiedere un euro in cambio che sia uno e senza che nessuno si prenda il disturbo di parlare di loro. Volendo dirla in modo più chiaro, il manifesto pubblicato su XL è
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ma in qualche modo mi sembra più chiaro questo montaggio sulla copertina fatto da Ivan Caputo.
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IL LISTONE DEL MARTEDÌ: dieci dischi di quest’anno che GRAZIE AL CIELO non ci porteremo dietro il prossimo anno.

beccati questa kotekino

Ad essere sincero questa settimana avevo mezzo preparato una lista di pezzi che provassero l’idea che mettere insieme calcio e musica rock fosse l’idea più stupida di sempre, e l’avevo fatto solo per inserirci Seven Nation Army e soprattutto Umbabarauma dei Soulfly (ve la ricordate? JOGA BOLA, JOGA BOLA, JOGADOR. Ai tempi sembrava qualcosa di rispettabile). Poi ho pensato che finito l’europeo avrei ri-smesso di essere uno dei cinquanta milioni di commissari tecnici italiani e sarei tornato a quell’attitudine tipo il calcio è una merda il vero calcio non esiste più io non ho tempo per queste cazzate mi dedico ai PROBLEMI VERI io. Assecondando questa mia attuale botta di impegno sociale, la presente è una lista di dischi che io o voi (o comunque qualcuno) abbiamo amato nel corso dell’ultimo anno solare, e che l’anno prossimo ci vergogneremo come cani di avere amato. Lo staff di Bastonate, nella persona di chi firma, si assume tutta la responsabilità delle opinioni sbagliate (ve piacerebbe) in seno alla lista, e ammette che in almeno quattro casi su dieci i dischi inseriti sono sassolini che ci togliamo dalle scarpe con fare rabbioso, abilmente bilanciati da altri dischi che invece amiamo alla follia e inseriamo per pararci il culo o perché abbiamo una tremenda opinione di noi stessi, e il fatto di averlo scritto non significa necessariamente che lo stiamo pensando. Diamo la precedenza a dischi usciti negli ultimi sei mesi, ma ci sono eccezioni. Un’ultima cosa: abbiamo volutamente lasciato fuori alcuni casi macroscopici tipo Il Teatro degli Orrori o DiMartino o sa dio che altro perchè le sacche di fanatismo sono quasi esclusivamente limitate ad un pubblico di appassionati specifici con cui non parliamo spesso e/o gente che non ha mai capito un cazzo di musica.

AFTERHOURS – PADANIA

Non riesco a smettere di sentirlo. Non è un disco con dei meriti musicali particolari, a parte quello di suonare sbroccato e privo di senso dalla prima all’ultima traccia. Voglio dire, cosa c’è di più esaltante nel guardare un alfiere del NUOVO ROCK ITALIANO (a vent’anni circa dalla sua istituzionalizzazione) sbroccare, trasformarsi in una vecchia e lavare i panni sporchi in pubblico con un disco di pretestuosissimi collage afterhoursiani affogati di feedback senza senso e slogan alla Agnelli? Probabilmente un sacco di cose, ma ai primi trenta ascolti di Padania non sembra. Il che non toglie che sia il disco di un ex alfiere del NUOVO ROCK ITALIANO che sbrocca e in diretta internet si trasforma in una vecchia, affogando in un mare di feedback senza senso e slogan alla Agnelli. Appena lo tolgo dall’auto va a finire sotto la colonna dei dischi Snowdonia.

BURZUM – UMSKIPTAR

“Accantonata senza rimpianti di sorta l’imbarazzante parentesi “ambient” degli ultimi dischi per sola pianola (al gabbio non gli lasciavano tenere nessun altro strumento), torna a dedicarsi al black metal grezzo e angosciante e ventoso e unico al mondo che faceva più che egregiamente prima di finire al fresco, e improvvisamente sembra di essere stati catapultati di nuovo nel 1993. Lui è una specie di totem per ogni dissociato con più o meno seri problemi relazionali che si rispetti: io ascolto Burzum = io sono necroelitario, sprezzante, superiore alla massa, odio la gente, amo solo la natura, sono pagano, ho capito bene Nietzsche. Qualsiasi emarginato dalla società, meglio ancora se metallaro, trova in Burzum la sua rivincita: un ammazzacristiani nazo e misantropo stimato e rispettato, famoso, in qualche misura perfino temuto, con un posto nella storia della musica già suo di diritto e un pugno di dischi di indiscutibile valore all’attivo. Praticamente un semidio. Il Leonardo da Vinci dei deboli e dei reietti.” Dai tempi in cui il collega m.c. scriveva queste cose sono usciti tre dischi, in modalità sempre più triste e automatica. Ancora oggi sentiamo il dovere di ascoltarli, in un gesto di stizza e foga che ci permette di essere così elitariamente conformisti e rigettare l’operato di centinaia di rottinculo che confezionano i loro dischi di imprendibile ambient-blackmetal sintetico nel caldo delle loro camerette come se solo noi avessimo provato la VERA sofferenza. Sfido chiunque a dirmi che la qualità dei dischi post-reunion di Burzum sia in crescita. Due euro al colpo.

GRIMES – VISIONS

Ormai gli hype li si costruisce partendo dalla smentita: il caso di Grimes, una ragazzetta senza talento con un disco di brutte figure di (te piacerebbe) pop contemporaneo, è abbastanza emblematico. S’è iniziato a sentirne parlare male prima di iniziare a sentirne parlare, come se gli hater si fossero mossi prima degli hipster, e poi qualcuno ha instillato il dubbio che non fosse poi così pessima e di lì a tre giorni ci siam trovati in tasca la nuova Karen O e l’idea che una nuova Karen O invece di gambizzare la Karen O vecchia fosse un’idea allettante. Conferme e smentite si sono spinte per settimane e settimane, mentre Visions collezionava una quantità impressionante di ascolti senza che nessuno avesse una pallida idea di cosa farsene. Poi fatto un giro per concerti da queste parti e s’è capito che manco gli hater avrebbero dovuto scomodarsi. Io purtroppo l’ho persa.

BARONESS – YELLOW / GREEN

Sulla fiducia. Il disco non è ancora uscito, ma quando sarà il momento forse qualcuno vorrà convincerci del fatto che un doppio album prog metal senza il tiro e senza la fotta sia –a qualsiasi titolo- una buona mossa o qualcosa a cui guardare per rintracciare dei segni tramite cui rifondare l’heavy metal della nostra epoca. Probabilmente avevamo sbagliato NOI a puntare una cifra anche simbolica su John Baizley, voglio dire, già il Red Album è noiosissimo, ma insomma.

PIL – THIS IS PIL

Altro disco che stiamo ascoltando a raffica, e col plurale intendo io, fatto di b-side della mente umana e deliri in forma di filastrocca che se fossero in italiano probabilmente si griderebbe al Vasco Rossi, con sotto musica da camera PILiana al minimo sindacale, che ci sta affascinando solo perché sfida le nostre certezze in merito a cosa sia pubblicabile e cosa no. Non in senso so bad it’s good, sia chiaro: è più che altro il solito discorso di non capire come la mancanza d’interesse possa elevarsi a forma mentis. John Lydon cavalca l’onda con una dignità rara, ma rimane comunque la questione di ritrovarsi tra due o tre o sei mesi al raduno mensile dei fan dell’ultimo disco dei PIL e saremo rimasti in sette, il ristorante farà schifo e twitter sarà in down.

UNSANE – WRECK

Non posso nascondermi dietro a un dito e questa è l’unica musica che oggi ritengo imprescindibile e necessaria. Naturalmente è uguale identica alla musica prodotta sotto lo stesso nome e dalla stessa gente vent’anni fa, e quello che IO considero necessario dovrebbe essere preso ad esempio di cosa dovrebbe essere preso e buttato nel cestino con sdegno e disgusto in quanto appannaggio di una generazione di vecchi con la bava e la schiena malferma che pensano di insegnare qualcosa a qualcuno. Ieri ero in mezzo a un viaggio in auto con un programma radio di Assante e Castaldo, nel quale veniva più o meno snocciolata la playlist definitiva DEL ROCK, della quale ho fatto in tempo a sentire solo le prime tre posizioni che erano Bob Dylan, i Led Zeppelin e i Pink Floyd, massimo rispetto per Bob Dylan per carità, ma proprio vaffanculo. Ecco, gli Unsane sono i miei Led Zeppelin con meno idee e più fotta, e niente e nessuno riuscirà mai a giustificare la mia mancanza d’immaginazione, men che meno il fatto che gli Unsane di questa generazione non esistano o siano dei manigoldi con una mano sulla frangia e l’altra sull’iPhone. Se avessi diciott’anni probabilmente prenderei una chitarra e caccerei il me vecchio bavoso col trip del noise a piangere in un angolo, o morirei provandoci, o magari mi farei le foto dall’alto ascoltando gli I’m From Barcelona, e rimane comunque il punto.

LANA DEL REY – BORN TO DIE

Un altro caso di hype tipo quello di Grimes riguarda Lana del Rey, ma confronto a Lana del Rey Grimes è una caccoletta. Quando uscì Video Games era assolutamente indispensabile avere un’opinione su Lana del Rey (la maggior parte della gente ha scelto un’opinione tipo non è necessario farsi un’opinione su Lana del Rey dopo aver sentito un pezzo, ti pare?. Gli altri si sono divisi più o meno equamente tra quelli che boh il pezzo non è brutto, vediamo un po’ e chi si augurava che il mondo finisse prima che il disco andasse nei negozi. Alla fine il disco nei negozi c’è andato davvero, ha fatto un po’ di mossa (se non erro si parla di un milione e mezzo di copie) e Lana è stata –sostanzialmente- relegata a fenomeno marginale a metà tra i reality e la strada, occasionale ospite di qualche Saturday Night Live a caso senza che nessuno si sia preso il disturbo di attivarsi per farle fare quel passo che da fenomeno internet ti rende Adele. E dopo due mesi nei quali non ho pensato a Lana del Rey manco una volta, manco davanti a una tipa coi capelli lunghi e le labbra rifatte che minacciava di farmi pestare dal suo fidanzato, è uscito il video di National Anthem. Il video è una versione ipertiroidea del peggior immaginario glo-fi a disposizione della mente umana: Abraham Zapruder come padre putativo di tutti gli hipster col lomokino, A$AP Rocky (lo Snoop Dogg del drugapulco-hop) nel ruolo di Kennedy e ovviamente Lana moderna Jackie O. Un immaginario così tumblr non poteva che rilanciare per l’ennesima volta Lana del Rey come una specie di meta-popstar per quelli che trovano Lady Gaga troppo difficile o troppo carica, e Born To Die (che è il nome del suo primo disco, oltre che l’unica seria dichiarazione programmatica dell’artista) si sta facendo un ultimo giro nei lettori della fanbase inesistente di queste cose con un’onda autogenerata di consensi di secondo grado stile troppo frettolosamente accantonato da un pubblico di hater. Vaffanculo. A questo punto forse dovrei spiegarvi che senso abbia trollare una ragazzina rifatta e la sua fanbase solo perché odio il suo disco e l’estetica alla base del progetto, ma a che pro? Credereste comunque di essere persone migliori di me e/o superiori a queste cazzate. Bravissimi, ma se vi foste dati fuoco al vostro primo hit di Video Games  sul tubo, probabilmente avrei una buona opinione del mondo.

THE SMASHING PUMPKINS – OCEANIA

La maggior parte della gente aveva accettato in tempi non sospetti l’esaurimento della favella di Billy Corgan, si era messa il cuore in pace e si sarebbe potuta vendere la sua storia in una miriade di versioni una più romantica dell’altra. Il punto di frizione principale di tutta l’epopea C0rgan è il pubblico: anche volendo lasciar perdere i fan (che voglio dire, io sono un fan dei PJ e ti posso raccontare anche adesso, seduto a un tavolo, che Backspacer sia un ottimo disco) il mondo è costellato di analisti che hanno preso ogni singola ciofeca incisa dall’uomo da Adore/Machina in poi, smontata pezzo per pezzo, rimontata e rivenduta al pubblico con un inventario dei motivi per cui sì e dei motivi per cui no. Anche dopo cose tipo gli Zwan, Zeitgeist e Teargarden by Kaleidyscope c’è un pacco di gente che non considera Billy Corgan il figlio di Dio ma che comunque pondera dischi come Oceania per filo e per segno con più buona fede di quella riservata a qualsiasi altro artista. Così, come per magia, abbiamo dovuto riprendere in mano l’ultimo disco firmato Smashing Pumpkins e riascoltarlo per essere sicuri che non ci fosse del vero in quelle parole gentili e moderate, quei giudizi dal cautamente positivo all’entusiasta, quelle apologie tipo finalmente torna Billy a ricordarci cos’è il rock americano. Non vi odio ma sono perplesso.

JAMES FERRARO – FAR SIDE VIRTUAL

Ora, che James Ferraro e gli Skaters siano dei grandi non è una cosa che su B**tonate si mette in discussione, ma questa cosa ha a che fare più con il passato dell’uomo che col suo presente. E anche volendo essere indulgenti, abbiamo coscienza del fatto che Far Side Virtual (se non lo conoscete, immaginatevi la versione verista di Neon Indian: cut-up ad altissima fedeltà fatti con materiali di scarto culturale tipo musiche da videogame non-ripescabili e cose così) sia un disco molto conscio e rivelatore di certi scenari. Finito il primo giro d’ascolti, in ogni caso, non vogliamo fare i conti con l’impianto ideologico del disco, e se non possiamo fingere che non esista ALMENO possiamo pensare che non ci porterà da nessuna parte e verrà accantonato come un brutto scherzo nel giro di un altro annetto massimo.

MARK LANEGAN – BLUES FUNERAL

Nessun motivo in particolare, pura qualità: non possiamo permettere che la gioia per l’arrivo del primo disco a nome Lanegan da quasi un decennio distolga la nostra attenzione dal fatto che il primo disco a nome Lanegan da quasi un decennio fa cagare.

che supponiamo sia perchè ognuno ha la Woodstock che si merita.

Una cosa sensata da dire è che se Pitchfork avesse organizzato un festival e l’avesse chiamato Woodstock 8.4 sarebbe stata invasa dai troll sei ore dopo l’annuncio e sarebbe stata cacciata via a calci in culo dalla rete, altro che strapotere. Io arrivo mentre suona Fabri Fibra. Io non odio Fabri Fibra, diciamo che mi sta sui coglioni a pelle MA non sento il bisogno di scriverlo in impact maiuscolo su una maglia. E Fabbri Fibbra canta canzoni su cose in merito alle quali avere idee è sostanzialmente impossibile, il che cozza terribilmente con la sua così sudata nomea di intelligente a prescindere. Inaspettatamente decide di resistere anche all’impulso di emulazione hendrixiana e non si dà fuoco mentre canta la sua cover dell’inno di Mameli. Sempre meglio che Marracash, che sale sul palco a ruota vestito come un tronista e quasi più molesto nel suo chieder forsennatamente di tirar su le mani. Poi tocca a una tizia islandese che parla di parlamenti puliti, rappresentanza e uscire tutti insieme dall’impasse. Sono davanti a scattar foto alla gente, finisco sotto un bandierone gigantesco (1,5x il mio appartamento) che la gente si passa di mano in mano. Guardo le mani e mi commuovo. La parlamentare islandese sul palco dice che il ventunesimo secolo è il secolo della gente comune. Parla del popolo della rete e della rete del popolo. Uno dei punti nodali del programma del movimento 5 stelle è internet libera e gratuita, io se fosse per me chiuderei anche le vie d’accesso a casa mia. Mia mamma sarebbe abbastanza d’accordo. Tra i presenti sembra non esserci nessuno dei miei following su twitter. Torno nelle retrovie scavalcando una pletora di cadaveri stesi a terra con cartoni di vino da cinque litri a sei euro. I ragazzi che c’erano ieri mi hanno consigliato caldamente di portarmi cibo e alcolici al sacco, perché il popolo del Vaffanculo vuole informazione libera, parlamento pulito ed energia rinnovabile ma vuole anche UN CASINO DI BIRRA e fa file chilometriche all’uopo. Poi c’è da dire che con tutta la menata del riciclaggio questo è di gran lunga il merdaio (cioè festival di musica all’aperto con più di mille convenuti) più pulito che abbia mai visto. La gente si porta dentro bottiglie di vetro in massa, le scola in venti secondi e passa un minuto e mezzo a cercare un bidone per la raccolta differenziata. Una cosa sensata da dire è che io a questi eventi qui non ci sono mai venuto. Per me un festival di musica (gratuito o a pagamento) è ancora un posto dove sai chi suona a che ora, i singoli partecipanti indossano magliette che li definiscono come sottocultura e tirano fischi e infamate a chiunque provi a parlare tra un gruppo e l’altro. Una cosa sensata da dire è che, in mancanza di un festival musicale di proporzioni internazionali nel nostro paese, siamo ben disposti nei confronti di qualunque evento che preveda una dozzina di gruppi a tema, anche quando il tema è essere un gruppo. Considero le ragioni dell’intellighenzia messa insieme da Beppe Grillo e soci, premi nobel o titolari di cattedre prestigiose o gente famosa folgorata sulla via di damasco o Marco Travaglio o gente simile. Niente di sbagliato, ovviamente, ma questo non è il posto per far dibattiti, a nessun titolo. Somiglia più all’idea di scoparsi un cane di Pavlov, nel senso che se nomini Schifani sai che partiran fischi dal fondo della piazza e non ce n’è, e allora VAFFANCULO, non come orgogliosa dichiarazione politica ma in generale e a buffo e lasciando che il vaffanculo stesso ci permei fin dentro le ossa e ci faccia sballare col suo Canto Libero lontano dalla retorica pelosa di tutte le lauree del cazzo che ‘sta gente continua a sbatterti implicitamente in faccia. O no. A prendere Schifani a male parole (che per carità, eh) è la stessa gente che urla a gran voce quando si parla di popolo della rete, che ha ideato questa sorta di we the people 2.0 e si sgola sul ritornello di Fantasma come se non ci fosse niente di strano nella consecutio. Per me Woodstock 5 Stelle significa soprattutto l’entrata a gamba tesa di Cesena nella mappa dei posti in cui sta succedendo qualcosa, il che in un’ottica di breve periodo ha sconvolto i cesenati come poco altro in vita loro, così che ci si fionda in massa a prescindere dal fatto che mettendo insieme le volte che gli artisti presenti oggi hanno suonato in posti tipo Bronson, Officina, Lego, Diagonal, RetroPop, HanaBi, Loco Squad eccetera potresti arrivare TRANQUILLO a venticinque date nell’ultimo anno senza che nessuno dei presenti si sia preso il disturbo di schiodarsi dalla poltrona, cosa tra l’altro lodevolissima nel caso di gente come The Niro -e ora venite pure a dirmi che sono un hater, mezzeseghe. Ed il solo fatto di esser capitato qui davanti per vedere se Fabri Fibra si dava fuoco è bastato a far passare un messaggio nel Paese Reale, vale a dire che qua dentro c’erano tot persone -e tot altre secondo la questura- e io conto esattamente quanto chi è venuto con la bandierina Grottammare c’è, e nessun giornalista mi ha fermato per chiedermi cosa ne penso del Teatro degli Orrori e della legge bavaglio. In questo probabilmente è la più grande sconfitta dell’individuo, Woodstock o non Woodstock, di fronte a un meccanismo che -difficile negarlo, anche per i più accaniti sostenitori del tutto- sta continuando a ripetersi più o meno identico da un evento all’altro con la tutt’altro che segreta intenzione di fare una conta e vedere chi c’è e chi non c’è, allo stesso modo con cui la conta degli hit sul blog di Grillo o del Fatto Quotidiano o sui rispettivi canali youtube diventa agevolmente il modo per dimostrare qualcosa che non è e non sarà. Attorno a me la gente sta sensibilmente perdendo conoscenza, qualcuno molla il colpo e se ne va, altri formano cerchi di trenta persone e iniziano a giocare a pallavolo, altri ancora si stendono in mezzo a un boschetto di alberi piantati da poco o cercano un posto dove pisciare nella maniera più equa e solidale possibile. Il tempo minaccia disastri ma non ne compie. Due cani davanti a me stanno scopando da circa sei ore, perchè Woodstock è Woodstock allo stesso modo in cui Sanremo è Sanremo. Una cosa sensata da dire è che a Woodstock avrebbero potuto invitare il PM Woodcock. Beppe Grillo nel pomeriggio racconta di come sia incredibile quel che sta succedendo, di quanti incroci di artisti e incredibili team-up stiano nascendo dietro il palco. L’unico paragone possibile è il concerto del primo maggio, con Grillo al posto del PD e della CGIL e Benvegnù al posto degli Afterhours. E non è manco detto che uno sia meglio degli altri, a parte Benvegnù -di lui è SICURO. Verso le otto-e-qualcosa mi sono definitivamente rotto il cazzo di aspettare il Teatro degli Orrori, mi becco un pre-finale con Bollani che improvvisa e Grillo che inizia a cantarci sopra un blues in inglese inesistente mentre chiama un batterista a completare il quadro. Decido di averne avuto abbastanza e me ne torno strisciando da dove cazzo ero venuto. Trovo una pizza e la mangio a casa di uno dei ragazzi. Miglior concerto del giorno Marco Travaglio in videoconferenza su Skype, scariche statiche che avvolgono il suo grido di denuncia come in un incubo tossico dei primi Suicide. Edmeo Lugaresi si spegne in silenzio, da qualche parte, proprio oggi. Ed è l’unica persona a cui possa andare il ricordo.