100 canzoni italiane #2: PITAGORA

CONTRATTO ALFA002

Ho sempre pensato che anthem significasse inno, per via dell’espressione national anthem. Oggi, consultando la wikipedia inglese, scopro che è anche a specific form of Anglican church music (in music theory and religious contexts). Forse non cambia niente. Non lo so. Diciamo che inno va bene. Se leggevi le recensioni dei dischi punks negli anni in cui le leggevo io, si parlava anthem una recensione su due. Una volta lessi anche innodico, voglio dire. Molti gruppi punk cercavano consapevolmente di fare musica che suonasse memorabile nell’immediato, ma non erano poi molti a cercare consapevolmente l’inno, la canzone da cantare a squarciagola quando sei ubriaco. L’inno stesso, inteso come idea nazionalista di unione solidale tra tutti i cittadini sotto il segno di una canzoncina, è più o meno l’esatto opposto di quello che i gruppi schierati predicavano, o almeno di quello che capivo io. Poco importa, nelle fanze li chiamavano comunque anthem: forse i primi a tirar fuori la parola volevano solo suonare un po’ più oi! di quello che erano in realtà. Poi era diventata una prassi fastidiosa.

Io comunque non sono mai stato un punk. Mi ci sono spesso definito, ma a conti fatti l’ho solo bazzicato un pochino da fuori, e so per certo che non fa per me. Ho visto concerti, comprato dischi e scritto per qualche fanza e questa più o meno è tutta la mia militanza: mai dato fuoco a un cazzo di niente, mai occupato uno stabile, mai preso una manganellata da un poliziotto in vita mia. Tutte le manifestazioni a cui ho partecipato erano grossomodo sponsorizzate da movimenti politici per i quali oggi ho nel migliore dei casi una blanda simpatia. Da un punto di vista puramente logico quello che facevo con quella musica mi identificava come una figura tra le più dannose di quel sistema: prendi un’auto, vai a sentire un gruppo in un posto occupato, paghi quel che c’è da pagare, torni a casa senza fare casino, e poi? L’accettazione di tutte le regole di base, ivi compresa la buona creanza, è il modo più onesto di tener spento il cervello mentre ti urlano in faccia di reagire. È complicato.

A un certo punto, per evitare questa cosa della gente che arrivava per godersi la musica senza cazzi, i cantanti di qualche gruppo iniziarono a tirare proclami dal palco, riflessioni stentate di stampo perlopiù anarchico/socialista. I proclami funzionarono abbastanza bene, fecero presa su qualcuno del pubblico che iniziò a farli col proprio gruppo. Così aumentarono di numero e frequenza, mossero le nostre coscienze e ci ispirarono a pensare con la nostra testa, cioè a scegliere a quale sottocultura dovessimo aderire. Come per le elezioni. Dopo un po’ a dire il vero era diventata una specie di barzelletta: finiva il pezzo e il cantante attaccava il pippone, che ne sapesse o no. Non so dove sia iniziata la cosa, ma a un certo punto qualcuno urlò per la prima volta la parola “SONA” dal pubblico. Si può ipotizzare che la gente a quel concerto sia morta dal ridere; qualche tempo dopo se qualcuno s’azzardava a dire due parole al microfono, qualcuno urlava SONA in romanesco. Era diventata una gag insopportabile a Bologna, non riesco nemmeno a immaginare quanto la menassero a Roma. Mi sto perdendo: tutta questa pippa è solo per dire che il punk può essere diviso in diverse epoche storiche sulla base della presenza di pipponi sul palco e della reazione di massima del pubblico agli stessi. Secondo questa categorizzazione ho vissuto tre periodi del punk italiano: 1 anthem, 2 anthem+pippone, 3 anthem+pippone+SONA+anthem. Ora ho smesso di andare nei posti occupati e non so a che punto siamo, anche se ho idea che il disfattismo post-tutto che ha seguito gli anni belli abbia ingravidato anche gli estremisti e ora si stia dentro ai posti occupati per le stesse due ragioni politiche per cui si sta da qualsiasi altra parte (intorto e self-branding). Di solito queste note finiscono con il conto dei vincitori e degli sconfitti, ma come detto mi limitavo a guardare dei gruppi.

Abbiamo avuto modo di storicizzare e in qualche modo mitizzare il “movimento” punk degli anni ottanta, per merito o colpa di gente come Philopat. Credo di aver capito anche come siano andate le cose, quali siano state le esperienze significative, quali semi siano stati gettati e perché tutto sommato questa roba è importante per la nostra cultura, ma se mi riascolto quei dischi non riesco a pensare che la musica fosse appena sufficiente. Non è che fosse proprio merda, ma la voglia di riascoltare dischi di Kina o Indigesti semplicemente non mi prende più. È musica che ascoltata la prima volta mi ha anche segnato, voglio dire, non l’ho scaricata da internet un pomeriggio e via andare; mi sono preso bene, ho inseguito i gruppi eccetera, ma è istituzionalizzata e mitizzata molto oltre i suoi meriti artistici. Non sempre e non solo: se mi prendessi il disturbo di riascoltare i CCM li troverei ugualmente buoni, ma in generale è passato un sacco di tempo e credo sia importante non sentirsi obbligati a portare rispetto a nessuno. Le storie di scontri botte okkupazioni collettivi e simili, dopo un po’, smettono semplicemente di appassionare; la musica che le accompagna dovrebbe reggersi in piedi da sola, ma il corollario sociale/estetico è stato per troppo tempo il centro di tutta la faccenda, e nessuno in fin dei conti s’è davvero smarcato dalle condizioni storiche in cui operava. Ci sono tante cose che non funzionano più per lo stesso motivo, almeno nella mia testa: gli Area, Andrea Pazienza, Skiantos, Gang, e un milione di altre cose. Raccontano epoche storiche necessariamente piene di contraddizioni a cui necessariamente non La volta che intervistai Marco Pecorari, anni fa, me la spiegò in un altro modo: “Viviamo in un paese dove i pochi stimoli culturali rimasti vengono sanzionati e stigmatizzati da una parte, e se non cadono nel box degli ultimi dogmi “sinistrorsi” rimasti vengono ugualmente sanzionati e stigmatizzati.” In qualche modo, il racconto di quelle “controculture” ha significato soprattutto un diverso tipo di adesione e per me quella roba suona tutta così. Di tanto in tanto mi metto su gli Affluente sul tubo perchè il cantante aveva la voce buffa.

Verso la fine degli anni novanta/inizio duemila il rock alternativo italiano esisteva in forma di istituzione. I gruppi grossi del ruock alternativo italiano venivano ancora raccontati/intervistati/recensiti sulla base della loro indipendenza e del loro non-allineamento, mentre firmavano contratti di prestigio. Stazionavano al primo maggio, sulla neonata MTV Italia e nei quotidiani generici; al Meeting delle etichette indipendenti si parlava di problemi legati a passaggi televisivi, finanziamento pubblico, quote radio, aliquote IVA (gli stessi problemi di cui s’è parlato al MEI di quest’anno, del resto). Recitate con costanza, iniziavano ad avere un loro senso perverso. I CSI erano andati primi in classifica, i Casino Royale avevano provato un tour dei palazzetti che li aveva ridotti in fin di vita. La misura del successo e dell’insuccesso di quella musica è dovuta al suo esistere o meno dentro il giro grosso, a certe condizioni, con tot gente davanti. Uno dei principali personaggi di quel periodo (Manuel Agnelli) la menava abbestia col rappresentare: mise insieme un festival di nuova musica alternativa italiana, una decina di anni dopo se ne andò a Sanremo per illuminare quel mondo lì, poi tirò fuori un altro festival, e via di questo passo. L’ossessione dei network per la musica sotterranea era splendidamente bilanciata da questo eccezionale bisogno di sicurezza.

La musica che si ascoltava nei posti punk, negli stessi anni, era incredibile. Le cose dogmatiche e inflessibili continuavano ad esistere, ma iniziavano a passare un po’ sullo sfondo mentre davanti si stavano imponendo decine di gruppi, tutti diversi uno dall’altro. Avevano ascoltato questi dischi strani che venivano dal sottobosco statunitense (31G, Ebullition, Gravity, Bob Weston, eccetera), suonavano un po’ storti un po’ Joy Division un po’ emo un po’ Beat Happening un po’ ultra-pop un po’ shoegaze un po’ cassa dritta. Se scavate di fino ci potete trovare un corrispondente in nuce di qualsiasi musica rock suonata di lì in poi, fatto prima e meglio: dischi di una bellezza sfiancante che sono passati quasi tutti sottogamba, o recuperati una decina d’anni dopo per il solo fatto che molti di quei gruppi hanno semplicemente continuato ad esistere. A volte penso che sarebbe bello fissare quel periodo sulla mappa, avventurarsi a scrivere un libro o girare un documentario su quell’epoca e darle un briciolo di giustizia, semplicemente perchè nessuno l’ha fatto. È che non saprei da dove cominciare: non ci sono mai stato dentro, non suonavo, non producevo, ho scritto qualche recensione, ho visto qualche concerto e basta; non è la mia cosa. Mi limito a registrare che tra Kina Sottopressione e With Love io scelgo duecento volte With Love, che i dischi di Anna Karina o To The Ansaphone me li sentirei ogni giorno, e credo che quindici anni dopo la cosa abbia un suo significato. Qualcuno si prenda la briga e la faccia, una monografia. E magari mi venga a fare domande. Nel caso, se mi chiedesse di prendere una canzone ed erigerla a manifesto o anthem di quel momento lì, credo non ci metterei più di dieci secondi a dire Pitagora.

Gli Altro sono il gruppo più alternative rock del DIY di quegli anni, o il più DIY dei gruppi alternative rock di quegli anni. Musicalmente parlando sono una soluzione di compromesso, una cosa fatta col cuore che sembra rock italiano. A livello di appartenenza, invece, erano un gruppo punk. Nel senso proprio letterale del termine, quel fiero processo di autocertificazione lì. Se chiedi agli Altro che musica suonano ti rispondono punk, se cerchi i loro dischi li cerchi in una distro a un concerto punk, e via di queste. Mentre usciva la loro prima roba il chitarrista aveva già un po’ di anni sulle spalle: disegnava locandine di concerti con ragazze o robottoni giapponesi, fotocopiava storie a fumetti e le spediva per posta. Il loro CD, che se non erro segue un solo 7”, esce nel 2001 su un’etichetta di nome Love Boat. Si chiama Candore e ha una copertina rosso fuoco con un cerchio nero in mezzo e il disegno del viso di una persona avvolta da ali d’angelo. Non so cosa significhi, ma la prima volta che lo vedi ti rimane impresso perché, diosanto, è completamente diverso da qualsiasi disco si trovi in una di quelle distro.

(oggi no)

Pitagora è registrata un po’ così. Inizia con una scarica di batteria e poi chitarre voci e basso assieme che fanno un gran baccano e si mandano un po’ in culo a vicenda. Il testo è fatto da un paio di domande e sfocia in un ritornello bestiale che è fatto apposta per essere urlato a squarciagola: io credevo che noi fossimo uno soltanto uno. Quattro note in tutto, la voce del chitarrista è aspra come quasi niente. Dura qualcosa come un minuto e mezzo, diviso in due parti di quarantacinque secondi identiche. Non credo che Pitagora sia stata concepita come un inno: era una canzoncina pop suonata fortissimo da tre persone che quando le vedevi sul palco sembravano in egual misura i Metallica e un agorafobico. Si può dire che sia un inno solo nella mia testa e nella testa di altre centocinquanta persone in giro per questo paese. Non ha meriti musicali particolari che non siano il rispondere all’unico canone rigido del rock’n’roll, di suonare più forte e slabbrato possibile (nelle recensioni anni novanta si diceva urgenza).

La Pitagora che sta sul disco ha sicuramente qualcosa di involontariamente innodico o anthemico, ma l’avreste dovuta sentire dal vivo. Io li ho beccati una manciata di volte, niente di eccessivo; la volta che ricordo con più piacere è un Musica nelle Valli di una decina e passa d’anni fa, dentro a un tendone da circo con la terra polverosa che si alzava e riempiva l’aria e ogni tanto dovevi uscire a scatarrare. C’era più o meno qualsiasi gruppo potesse venire in mente. Gli Altro suonavano la prima sera: fuori c’era il loro secondo disco, registrato da un mammasantissima dell’alternative grosso sotto contratto major (Bugo). Erano presi bene e spaccarono tutto. Poi li ho persi per anni: Baronciani è diventato Baronciani, la roba che disegna è roba sempre più buona. Gli Altro continuano ad esistere (a ritmi rilassati) e buttar fuori dischi e sette pollici.

Adesso è tutto diverso. Non leggo più le recensioni dei gruppi punk, i posti occupati che conoscevo per la maggior parte hanno chiuso. Qualche gruppo di quelli lì ha avuto un bel successo di pubblico; qualcun altro è rimasto al palo e s’è sciolto in mezzo alle cose da fare. Baronciani è diventato Baronciani: fa le stesse cose di allora, ma meglio. Il suo gruppo continua ad esistere a ritmi rilassati e buttar fuori dischi. L’unica volta che li rividi, un paio d’anni fa, Pitagora non la suonarono nemmeno. Ci rimasi malissimo.

Mai saputo perchè si chiamasse Pitagora.

Altro – Sparso

Qualche giorno dopo lo stesso tizio mi fa sentire in auto un disco di registrazioni cazzerecce di un gruppo che si chiama Altro e che fa un baccano terrificante. La cassetta ha già qualcosa. Sono i primi anni duemila, direi, quindi la passione per l’indie e il pop e il punk registrati di traverso ce l’ho da un pezzo. Il nome gira già un po’ tra internet e webzine. Il primo disco degli Altro, uscito per la Love Boat di Andrea Pomini, lo trovo tra i dischi in offerta di una distro online. Di solito non compro dischi online, ma spulciando il catalogo di questa (si chiama Heroine, è un’etichetta che pubblica roba tipo To The Ansaphone, Anna Karina, With Love e simili) scopro che il tizio è di Cesena. Gli scrivo e gli dico “vediamoci, ti compro questo questo e questo disco”. Yaphet Kotto, forse, e credo Caliban e un gruppo che si chiamava Blueprint e questo disco degli Altro e qualcos’altro, non so. Ci diamo appuntamento a un bar, gli pago i dischi, mi paga un bicchiere di vino. Lui beve una tisana. Gli parlo delle cose che faccio, lui mi dice le cose che fa, ci sentiamo qualche altra volta, gli compro altri dischi, me ne dà qualcuno per le recensioni. Mesi dopo andiamo a un festival, lui ci suona col suo gruppo (La Quiete), porta dischi da vendere. Il festival si chiama Musica nelle Valli ed è organizzato da un veteranissimo dell’indie che sta già suonando in giro a nome Bob Corn. C’ero stato anche l’anno prima. Quest’anno tra gli altri suonano gli Altro: è la prima volta che li vedo, fanno un baccano tremendo, il bassista tiene un po’ assieme il suono ma perlopiù il suono se ne va via per conto suo. Uno spettacolo meraviglioso. Nelle parole del mio compagno di viaggio, l’unica musica per cui puoi permetterti di non saper suonare. A questo punto della loro storia credo che gli Altro abbiano già fatto uscire il loro secondo disco, che io recupero più tardi. È prodotto da Bugo.

Gli Altro sono un guppo indie-rock, nel senso tradizionale del termine. Si potrebbe dire anche che gli Altro sono un gruppo punk o un gruppo emo, sempre nel senso tradizionale del termine. I dischi sono raccolte di canzoni da un minuto e mezzo suonate con poca precisione e moltissima botta. Il cantante/chitarrista urla come un pazzo e ha una voce sgraziatissima e fastidiosissima, non finto-fastidiosa, davvero fastidiosa. Il plus degli Altro, a parte la musica in sé, è che il chitarrista disegna anche le copertine e i flyer del gruppo; il plus di questo plus è che il chitarrista degli Altro è un illustratore bravissimo. Nel periodo storico in cui gli Altro iniziano a far ascoltare i loro dischi, la musica indipendente italiana è in uno dei suoi momenti più eccitanti; se dovessi scegliere un singolo pezzo che mi parla di quegli anni sceglierei Pitagora. O quella canzone dei With Love con la chitarra che fa il verso del pollo (forse si chiama Selfportrait as a Chicken ma non sono del tutto sicuro).

Gli Altro piacciono a un sacco di gente e non me lo sono mai spiegato: do la colpa al modo in cui va la moda dalle mie parti e ai disegni del chitarrista. Cosa c’è di più bello di un gruppo punk che si fa fare tutte le grafiche da un singolo disegnatore? Difficile a dirsi. Da Pettibon in giù, con Pettibon ancora sul gradino più alto del podio.

(A qualcuno interessa fare illustrare da me tutte le copertine e i volantini del proprio gruppo? Farei un buon lavoro, credo.)

è stato un sacco di tempo fa. Andrea Pomini non fa uscire più dischi ma il sito di Love Boat è ancora attivo. Musica nelle Valli continua a tenersi ogni anno, in tarda primavera. Il tizio di Heroine ha chiuso Heroine, aperto un’altra etichetta, chiuso l’altra etichetta. Continuiamo a uscire assieme ogni volta che possiamo, lui continua a bere vino, io ho quasi smesso. Qualcuno di quei gruppi è rimasto, cambiato qualche componente e via di queste. Il chitarrista degli Altro è molto più famoso come illustratore e fumettista che come chitarrista degli Altro. Se lo merita. Gli Altro hanno pubblicato un altro disco di inediti, uno di remix e dei sette pollici. Dieci giorni fa è uscito il loro ultimo disco lungo. Si chiama Sparso, consta di una ventina di pezzi in una mezz’ora, ti gratta via sette anni di dosso.

Altro @Dylan, Pesaro (o Fano, boh) – 31/08/2012

L’ultima volta che ho visto gli Altro dal vivo è stato a un Musica nelle Valli nel quale i With Love suonavano ancora l’arcòr (più o meno), i FBYC cantavano in inglese, il bassista dei Disco Drive era Pomini e gli El Guapo non avevano ancora generato dieci gruppi diversi.” L’avevo scritto qui e non me lo rimangio, anche se potrei rimangiarmi il resto delle cose che ho scritto. La redazione, cioè sempre io, è tornata a vedere gli Altro dal vivo dopo otto anni di stecchetto in occasione della presentazione del nuovo settepollici che esce per i nostri personali eroi di ToLoseLaTrack e si chiama Primavera, da qualche parte sarà in streaming o in fridaunlò (citiamo IlBillLaimbeer che fu ospite di striscio da queste parti e che ci svela essere il fridaunlò uno stato della mente). La facciamo corta: gli Altro dal vivo sono una di quelle band, e se ce n’è una in italia sono loro, che li vedi e torni a casa e chiami due amici e metti su un gruppo.
Ora, io non ho mai avuto un gruppo. Le mie uniche esperienze di produzione di musica sono dei giochetti che facevo con i nastri e due macchinette a scrocco, delle cose coi drones di chitarra e basso che grazie a dio l’uomo non ha mai sentito, un gruppo inesistente di nome Energumen di cui parlavo nei forum per vedere se qualcuno millantava di averlo ascoltato e quattordici minuti con un tizio di qua vicino a cui dissi “c’è potenziale” e poi mi accolse con un muro di amplificatori allucinante mettendomi paura e facendomi appendere gli strumenti al chiodo per sempre, tanto manco ce l’avevo un basso mio. Nel corso degli anni tuttavia mi sono fatto abbastanza idee su cosa sarebbe giusto o sbagliato tra le varie cose che può fare un gruppo rock e mi sono fatto una specie di decalogo che NON sarà il nostro listone di questo martedì ma che, insomma, non avendo ambizione di suonare applico semplicemente come una sorta di codice etico sulla base del quale giudico gruppi e dischi nel mio tempo libero. PRIMA REGOLA il gruppo è fatto di tre o quattro persone al massimo; SECONDA REGOLA non è che stai lì a fare a gara su chi è il più violento e millenarista ma il gruppo suona fortissimo; TERZA REGOLA non hai un manager o un’agenzia di booking o diocristo qualsiasi altro mangiapane a tradimento stile quelli che ti curano l’immagine e le agenzie di stampa, a meno che tu non sia diciamo il Teatro degli Orrori e/o disponga di diecimila fan sfegatati a cui puoi dire di votare a destra e loro lo farebbero. QUARTA REGOLA il gruppo stampa in vinile e CD e altri formati fisici e regala gli mp3, perchè il fridaunlò è uno stato della mente e comprare le canzoni a un euro su iTunes è immorale sia per chi vende che per chi ascolta; QUINTA REGOLA il gruppo fa concerti ed esce per qualsiasi cifra a qualsiasi condizione e anche in prudente perdita, amministrandosi per quanto possibile, togliendosi di bocca il pane e il Galaxy Tab per suonare una data in più e diventare abbastanza decente dal vivo da non far rimpiangere i soldi che i tre sfigati accorsi pagano alla cassa; SESTA REGOLA il gruppo consta di almeno un ciccione; SETTIMA REGOLA il gruppo non partecipa a nessuna cosa che non sia fare dischi e concerti, eccezion fatte le cose che gli sembrano molto interessanti. OTTAVA REGOLA il gruppo suona e incide musica che abbia un motivo qualsiasi di essere suonata e incisa, evitando di metterla insieme ad altra musica che non ha motivo di; NONA REGOLA il gruppo non ama essere fotografato e scoraggia la pratica pur non facendone un’ossessione, DECIMA REGOLA il gruppo esiste per un arco di tempo limitato, a meno di non tenerselo come gruppo della domenica per il resto della vita ed evitare di fare a spallate col mondo della musica.
Niente di che, insomma. Sono regole che vengono applicate inconsapevolmente dalla maggior parte dei gruppi nella prima fase di vita, a parte la seconda (drammaticamente assente nel pop contemporaneo), e che al primo sussulto di popolarità chiunque si aspetta vengano disdette in nome di una paga che comunque arriva alla radice quadrata rispetto alle aspettative. Se qualcuno continuasse a seguire pedissequamente il codice, magari interpretandolo con la sua personalità e continuando ad ostinarsi a parlare solo quando c’è qualcosa da dire, nel giro di qualche tempo avremmo dei nuovi Altro da coccolare. Essendocene pochi o nessuno, mi tengo volentieri gli Altro vecchi e qualche infortunio di forma della band, li vado a trovare una volta ogni dieci anni e torno a casa riprogettando il mio gruppo da zero (aiuterebbe saper suonare uno strumento, ma finchè non avrò imparato non sorgeranno dubbi sul fatto che io sappia o meno tener fede alle mie aspettative su ciò che dovrebbe essere un gruppo) e stupendomi che Baronciani e soci non siano ancora coperti dalla legge Bacchelli. A fine concerto qualcuno dice una cosa tipo “gli Altro son davvero un gruppo punk”. Di solito a chi dice queste cose mi viene voglia di menarlo, stasera no. Voglio dire, si prendono pure il lusso di non fare Pitagora.

Un post che parla degli Altro cercando di evitare giochi di parole stupidi

“son tutti punk col culo degli Altro”
(anonimo)

L’ultima volta che ho visto gli Altro dal vivo è stato a un Musica nelle Valli nel quale i With Love suonavano ancora l’arcòr (più o meno), i FBYC cantavano in inglese, il bassista dei Disco Drive era Pomini e gli El Guapo non avevano ancora generato dieci gruppi diversi. Gli Altro uscivano per Love Boat, che era sempre Andrea Pomini, e avevano fatto questi dischi pop molto storti e molto lo-fi che se non li vedevi dal vivo potevi anche fraintendere. Però era quasi impossibile ascoltare gli Altro senza vederli dal vivo. Quel MNV credo sia stato una specie di spartiacque per quella scena di gruppi lì, voglio dire che da allora aveva smesso di essere una scena e aveva iniziato a essere un genere musicale, trasversale ma comunque un genere musicale. Qualche gruppo è cresciuto ed è diventato quel che è diventato oggi. Alcuni sono peggiorati. I più si sono messi a fare altre cose. Di gruppi che facevano le cose a quei tempi e che le fanno oggi pari pari sono rimasti in pochi, forse solamente gli Altro e gli Ex-Otago (per i quali tutto sommato vale lo stesso discorso, tra le altre cose). Per loro vale quasi tutto: Baronciani è diventato –meritandolo- uno dei disegnatori italiani più influenti in circolazione senza muoversi di un passo da quel che faceva allora, gli Altro fanno sempre dischi pop storti, testi con storielle adolescenziali scritte bene. Non mi piacciono granchè gli Altro su disco, non rendono l’idea di come sono dal vivo o quantomeno a com’erano dal vivo otto anni fa. In un solo caso, e per caso, un disco degli Altro è stato una cosa imperdibile e che cambiava le cose. Si tratta del primo album, si chiamava Candore, durava poco, ci sono dentro i due pezzi più belli mai scritti dagli Altro (Pitagora e Persa) e a dieci anni di distanza dall’uscita potrebbe essere rimasto l’unico manifesto culturale credibile di un’epoca in cui tutto era a portata di mano, a patto di considerarne una versione in scala. Per farne una, è uscito un disco di tributo. O meglio una raccolta di canzoni–tributo contenute nel primo disco degli Altro, la differenza è che tipo di Pitagora ci sono due versioni. E sì, è vero che mi perdo un concerto degli Altro da quasi dieci anni, ma domanda a questo punto è: come fai a dare una versione sensata e godibile di un disco la cui riuscita è il frutto del fortunatissimo incontro tra una personalità unica ed una gran botta di culo? Difficile dare risposta, per cui per ora siamo propensi a considerare il disco insensato e sgodibile a prescindere dal valore assoluto di ogni singola cover, e ho scritto questa cosa solo per usare la parola sgodibile. Tra i nomi coinvolti ci sono alcuni dei migliori gruppi di adesso (Jonathan Clancy, i Cosmetic, Capra Penguins, Be Forest etc), nel migliore degli episodi portano a casa le penne a fatica. Immagino sia giusto, immagino anche che faccia parte questa cosa stessa del tributo. Poco altro. Per il nuovo EP del gruppo, che esce per ToLoseLaTrack, ci sono i testi in anteprima su Rockit. Non voglio ricominciare daccapo a vaneggiare, ma se li stacchi dalle canzoni urlate a squarciagola sembrano i rantoli della morte del diario Smemoranda di una liceale, dimenticato su uno scaffale e riaperto dopo quindici anni in nome di quanto eravamo tristi e pieni di sfiga a quei tempi, e tra un po’ a nanna che domattina c’è un evento in Triennale Bovisa che ho organizzato con i tizi di Poste Mobile. Forse sto esagerando un po’.