Piccoli fans: GERMANOTTA YOUTH

"Pronto, casa Bolognesi? Noi semo romani, si venimo lì ve famo un culo così!"

Nella stanza era calato il silenzio. “La camera si è svuotata come sono svuotato io” pensò lui. “Non c’è una legge della termodinamica che dice che il calore non si può distruggere, ma solo trasmettere? Però c’è anche l’entropia.
In questo momento sento il peso dell’entropia su di me. Mi sono scaricato nel vuoto, e non riavrò mai quello che ho dato. È un processo a senso unico. Sì. Sono certo che questa sia una delle leggi fondamentali della termodinamica.”
(Philip K. Dick, Scorrete lacrime, disse il poliziotto)



Ogni epoca ha l’icona pop che si merita: ieri Madonna, oggi Lady GaGa, domani cazzi vostri. Intanto c’è di che fottersi il cervello ora con il nuovo progetto di un sempre più incattivito Massimo Pupillo (se non avete anche solo una vaga idea di chi è e cosa fa andatevene immediatamente affanculo lontano da qui) e altri due regazzi de Roma, il metallaro Andrea Basili alla batteria e lo smanettone Fabio “Reeks” Recchia alle pianole e altre robe strane piene di valvole; quel che insieme hanno tirato fuori è roba che il Whitey Album se dovrebbe vergognà e annasse a nasconne. Non fosse bastato il micidiale The Harvesting Of Souls dello scorso anno (con dentro il pezzo definitivo per questi tempi: Indie rock, fuck off), rincarano la dose ora con un 7” che ti incrina le sinapsi già da titolo (che cita i Pere Ubu) e copertina (opera di uno scatenato Ice One). Dentro è un delirio che posso solo tentare di riassumere in: Crom-Tech, Genghis Tron, Locust, certa roba DHR assurda tipo Patric Catani, le colonne sonore di Cruising e Midnight Express in un frullatore assieme ai circuiti di un Amiga 500 e a badilate di speed, dei Fuck Buttons strafatti di crack che tentano di suonare cover dei Repulsion con una piovra alla batteria, i pezzi belli di Wonderful Rainbow dei Lightning Bolt ma senza la vocetta fastidiosa, suonini da videogame obsoleto tipo Pitfall però mandati a male, Suffocation, Philip K. Dick, benzedrina, Mega Man 3, morte, distruzione, odio per la razza umana. A che pro ascoltare altra musica?

 

Germanotta Youth myspace

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live: PERCHE’? // Death In June, Qube, Roma, 20 ottobre 2011

N'è a foto è popo ccosì 🙁

Che lavoro fanno? Voglio dire: va bene il look (cioè non va bene, ma va bene lo stesso se è il prezzo da pagare per non avere i soviet), ma quando si superano i venticinque, o addirittura si raggiungono i quaranta, quale chance di procacciamento di cibo resta a chi porta una enorme cresta (rima: 10 punti-coione per me), o ha rasata metà testa (20), o invece di pensare ai figli e alla cucina veste come una sado-masichist-total-horror bitch?

Alla risposta a questa domanda, se la si è capita, sono davvero interessato; non credo invece sia possibile dare soddisfazione al vero, grande interrogativo della serata: perché? Sì, perché, chiedo soprattutto a me stesso, non ho colto la prima serata del secolo con la Lazio in tv in chiaro (no sky no fun), il tepore casalingo con quell’odorino selvatico di cane appallottolato sul divano, mia moglie a cena fuori e perciò zero sensi di colpa, perché non l’ho colta e ho strappato me stesso al benessere per andarmi a mischiare a strani vampironi nel locale più brutto del mondo?

Già, che poi, perché? Perché il Qube? Non chiedo il perché dei Death In June al Qube: chiedo proprio il perché del Qube. Lo conoscete? In una zona deep ugly di Roma, inficiata purtroppo dalla recente vicinanza del Pigneto (che c’era già prima, ma non era fico) e da quella storica con l’università più zozzona d’Europa (La Sapienza, che visti i livelli accademici la si potrebbe ribattezzare: Er Cazzo), c’è questo vecchio rudere cubico da cui l’astuto nome, ahah, orrendato ulteriormente da infissi argentati o a specchio, dotato di un personale di trucibaldi e malstrutturato su vari piani dove si svolge una – credo – quotidiana discoteca e, talvolta, dei concerti rock.

La sala dei concerti rock: perché? Perché fare dei concerti rock in una sala (quadrata) caratterizzata da una selva de pilastri (quadrati e specchiati), e circondata da du bare (nel senso: bar in romano, non casse da morto) e da una balconata da cui vecchi dark e grasse mignotte incombono sulla bolgia dei dannati. Al centro della sala, pende dal soffitto una ENORME palla da discoteca tipo Studio 77. E in tutto ciò, il fior fiore della malagioventù (20-50) di Roma, cioè una sorta di metallari-goth-lesbo chiaviconi, o spacciatori consumati dal mestiere, o sfigati random (tra cui io e i miei amici, che per l’occasione – non si sa perché – ci eravamo vestiti come dei bori, e quindi chiunque si sentirà offeso da tutto ciò ed era presente sa chi cercare), tutti che attendono (a lungo) un concerto de du vecchi.

I vecchi salgono a un orario assurdo, tanto la mattina nessuno c’ha un cazzo da fa’, ve’? (e questo forse risponde alla mia prima domanda), patetici, sconclusionati, vestiti come i tecnici AMA che la mattina erano andati in giro a svuotare le fognature allagate, e cominciano a infliggere la loro sorryIcantplay/sorrygotnotalent-music a questi giovani problematici che si sono bevuti la storia del “folk apocalittico”, che nun ha mai detto, né vorà mai, dì un cazzo. E poi! Oh, se siete nazisti non c’è da vergognarsene, eh, sono dei vostri, ma per cortesia, metteteci direttamente le svastiche, sui vostri vessilli (du tovaje appese storte sul retro). E poi ancora, oh! Può anche andar bene aver scritto un solo pezzo in tutta la carriera – voglio dire, lo hanno fatto anche i Ramones, i R.E.M. o Jay Reatard -, ma per Dio, che almeno quel pezzo sia bello.

E invece no: una nenia svociata reiterata in eterno su una chitarraccia da cento euro scordata. Ma che è? Ma è questo il motivo per vestirsi così, sentirsi epici e riottosi e attratti dal male e dall’oscuro? E io, soprattutto, rimango qui a chiedermi: perché? Non lo so, il perché: so che dopo quarantacinque eroici minuti mi sono dato per vinto e me ne sono andato. Pare che Kozak abbia sfiorato un goal nel finale: ma i punti restano due, e la notte non è mai stata così buia.